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Le donne di Edge of Arabia: la questione femminile passa per l’arte

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Ieri in tutto il mondo si celebrava la giornata contro la violenza sulle donne.
Nell’Anno del Signore 2016 stiamo ancora affrontando una realtà purtroppo non estranea a nessun luogo conosciuto o non del globo terraqueo.
La violenza sulla donna ha più sfumature e variazioni di una complessa composizione di musica classica: da quella psicologica a quella fisica e/o politica. La pressione sociale, inoltre, è un costante carico ulteriore.
Negli ultimi tempi il primo esempio lampante che viene preso in considerazione quando si parla di oppressione e violenza, è quello della donna musulmana.

La condizione della donna in una società in cui dominio religioso, statale e maschile delineano una chiara sottomissione è più facilmente “attaccabile” rispetto alla contraddittorietà della questione in Occidente, in cui diritti acquisiti, femminismi esasperati, libertà e partecipazione si accompagnano a controspinte violente e a rappresentazioni mercificate del corpo femminile.

Il bombardamento mediatico che subiamo nella nostra piccola parte di mondo occidentale crea – a proposito della condizione femminile nell’Islam – una semplificazione estrema di un fenomeno molto più complesso e pieno di sfaccettature. Il velo – che sia il Niqab, il Hijab o il Chador- è diventato ormai una sineddoche dell’oppressione della donna nei paesi islamici. Il suo significato storico/culturale passa in secondo piano, viene dimenticato o negato.
E’ innegabile che la condizione della donna in luoghi in cui la religione è  radicalizzata sia estremamente complicata e oppressiva. Costantemente pericolosa sia da un punto di vista fisico che psicologico.
La cosa interessante è che, come la storia spesso dimostra, è nelle situazioni politiche ed esistenziali più terribili che la natura umana riesce a trovare la sua strada per emergere e brillare. Ed è quello che sta succedendo nella scena artistica in paesi estremamente conservatori come l’Arabia Saudita.

Nel 2003 un artista inglese di nome Stephen Stapleton fonda insieme agli artisti sauditi Ahmed Mater e Abdulnasse Gharem “Edge of Arabia”, una piattaforma web che rappresenta artisti (sia uomini che donne) provenienti dal regno saudita e da altri paesi islamici. Nato come ponte comunicativo tra il mondo arabo e quello occidentale, Edge of Arabia è cresciuta negli anni, organizzando mostre, programmi educativi e pubblicando cataloghi in tutto il mondo, da Londra a Berlino fino alla Biennale di Venezia nel 2011 e, infine, oltre ogni utopica speranza, a Jeddah nel 2012. La storia completa dell’ organizzazione la trovate qui.

Edge of Arabia è la dimostrazione di come negli ultimi 15 anni la scena artistica di questi paesi si sia sviluppata velocemente. I cambiamenti e le pressioni del regno saudita hanno creato una base di frustrazione da cui partire per andare oltre i confini della censura e comunicare con il mondo esterno attraverso il linguaggio dell’arte.
C’è da chiarire e sottolineare che la maggior pare di questi artisti sono ben critici verso la situazione politica dei loro Paesi: il fatto stesso che molte donne siano rappresentate su questa piattaforma, indica che anche all’interno di società così chiuse e conservatrici, la necessità di cambiare lo status quo esiste ed è sempre più forte.
Da un punto di vista della pratica artistica in sé, quello che colpisce è l’eleganza con cui le opere di queste artiste mettono in atto queste critiche: sottovoce, quasi in silenzio, senza gridare. In una realtà dove la censura è così forte che in un momento può tradursi in pena di morte, ogni mossa deve essere sottile, studiata. Queste artiste hanno capito che se vogliono portare un cambiamento nella società, questo cambiamento va fatto con grazia, e intelligenza, flirtando e giocando con i limiti di espressione. Senza sconvolgere, perché non porterebbe a nulla. E senza negare una identità tradizionale e culturale ben radicata.
Un passo alla volta: creare coscienza, stimolare la cultura, farsi accettare (e in certi casi addirittura sostenere) dal sistema politico/religioso. D’altronde, Rome wasn’t built in a day.

 

Di seguito tre artiste da tenere d’occhio, e le loro opere più affascinanti.

Per conoscerne altre, oltre al sito di Edge of Arabia, potete cercare qui.

Manal Al Dowayan (Saudi Arabia)
Nata ad Ash-Sharqiyah, nella provincia orientale del regno, Manal Al Dowayan è un’artista multimediale che lavora principalmente con la fotografia e l’installazione sul tema della memoria collettiva e della posizione della donna all’interno della società saudita.
Una delle sue opere più importanti è “Esmi-My name”:
In Arabia Saudita pronunciare in pubblico il nome di una donna  è tabù. Gli uomini trovano offensivo pronunciare il nome di una donna della loro famiglia di fronte ad altri e le donne nascondono il loro nome per non offendere gli uomini di famiglia. Questa prassi non ha alcun fondamento religioso ed esiste solo nel regno saudita. (così come, ad esempio, il divieto di guidare per le donne in realtà  è  una imposizione sociale senza alcun fondamento legislativo, nda). Al contrario, nel Corano e negli Hadith (aneddoti sulla vita del profeta Maometto) i nomi delle donne vengono sempre pronunciati con orgoglio dagli uomini.
Attraverso questa opera Manal Al Dowayan vuole spezzare questo tabù: invita cosi donne da diverse parti del regno, madri, artiste, scienziate, accademiche, a scrivere il loro nome su delle grandi sfere di legno che andranno a formare dei grandi Tasbeeh (il rosario arabo) discendenti dal soffitto.

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Nell’opera “Suspended Together” Manal Al Dowayan affronta il tema della libertà (limitata) di viaggiare per le donne saudite: l’installazione è formata da colombe sospese nello spazio. Al primo sguardo la sensazione che si percepisce è quella di leggerezza e libertà, ma a uno sguardo più attento si nota che sul corpo delle colombe è attaccato il permesso di viaggio di alcune donne, firmato dal loro “guardiano”. Questi permessi sono stati donati da persone provenienti da diversi ceti sociali. Come l’artista stessa spiega: “indipendentemente dall’età e dalle conquiste raggiunte, quando si tratta di viaggiare tutte le donne vengono trattate come greggi di colombe sospese”.

Boushra Yahya Almutawakel (Yemen)
Nata a Sana’a nel 1969, Boushra Almutawakel ha sempre lavorato come fotogiornalista, tra gli altri anche per le Nazioni Unite. Nel 1999 è stata la prima donna fotografa dello Yemen a ricevere un’onorificienza dall´ Empirical Research and Women’s Studies Centre della Sana’a University.
Uno dei suoi progetti fotografici personali è la serie “Hijab/Veil”: In quanto donna musulmana che ha sperimentato il velo in prima persona, attraverso questa serie l’artista mette a nudo i sentimenti contrastanti riguardo a questo indumento dalla forte valenza iconica, cercando di uscire dai clichè e sottolineandone la complessità e la sfaccettatura, andando oltre il bianco e nero, per mostrare, nelle sue stesse parole, “la convenienza, la libertà, la forza, la potenza, la liberazione, le limitazioni, il pericolo, l’umorismo, l’ironia, la varietà , gli aspetti culturali, sociali e religiose, così come la bellezza, il mistero, e protezione. L’hijab / velo come una forma di auto-espressione, non solo come un fenomeno arabo del Medio Oriente, le sue tendenze, la sua storia e la politica così come interpretazioni divergenti, e la paura che ne consegue. Voglio anche fare attenzione a non alimentare le diffuse immagini negative stereotipate più comunemente raffiguranti il velo nei media occidentali, in particolare la nozione che la maggior parte o tutte le donne che indossano il velo, sono deboli, oppresse, ignoranti, e arretrare. Inoltre, spero di sfidare e guardare entrambi gli stereotipi sia occidentali che del Medio Oriente”

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Tamadher Al Fahal (Bahrain)
Tamadher Al Fahal è una giovane artista del Bahrain, che ha creato una propria Zine chiamato “Diary of a Mad Arabian Woman” , in cui esprime la sua frustrazione e descrive i confitti e le contraddizioni della vita di una giovane donna nel Medio Oriente. I temi vano dalla religione alla cultura e vengono trattati in maniera sarcastica e divertente, mettendo a nudo la lotta interna di una persona che fatica a definire cosa è giusto e cosa è sbagliato in una società conservatrice ma allo stesso tempo in rapida evoluzione che spinge la donna ad intraprendere una carriera mantenendo saldi i principi dell’Islam, contemporaneamente con la pressione di un mondo esterno, quello occidentale, e dei suoi pregiudizi.

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Stronzo chi legge

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“La manifestazione più rivoluzionaria di Milano, per quanto ho potuto vedere e comprendere, sono le scritte dei muri. È questa una vecchia tradizione romana che il fascismo rinnovò e che l’attuale democrazia ha ereditato. Gl’italiani hanno una deplorevole tendenza a considerare già fatto quello che hanno soltanto detto”. Così Indro Montanelli raccontava in un manoscritto inedito la Milano del 1945, l’eccitazione, il fervore politico del tempo e quel vento socialista che si sarebbe poi rivelato soltanto una “leggera brezza di fronda”.

La grande capacità di cogliere un’Italia che si disfaceva per rifarsi sta tutta in queste poche righe, che rivelano l’ingenuità della visibilità come patrimonio culturale, come matrimonio col popolo, come espressione inequivocabile di un genio politico e sociale nazionale. “Un mio amico socialista, parlandomi del certo trionfo del suo partito, mi additò come prova il fatto che sui muri delle case i «Viva Nenni» soverchiavano gli evviva di tutti gli altri personaggi politici. «Eppoi – aggiunse con convinzione -, noi abbiamo il vantaggio del colore: il rosso è quello che si vede di più» continuava con una punta di sarcasmo. Per poi concludere, facendo una piccola antropologia visiva e letteraria, che  “la «letteratura dei muri» trasse in inganno i visitatori dell’Italia al tempo del fascismo facendo loro considerare gl’italiani come guerrieri, aggressivi e disciplinati”.

Ora, settant’anni dopo, mi pare che le trappole della visibilità e della leggibilità come principi di comprensione non siano meno funzionanti. E non lo sono per una ragione molto semplice: la visibilità è tutto tranne che chiarezza, tutto tranne che inequivocabile dimostrazione della realtà sociale. Certo, non ci si può mica tappare gli occhi e negare la sua validità, la sua spontanea giustezza comunicativa. Epperò ai fatti sociali bisogna rendere giustizia interpretativa, non basta la giustezza: senza una sana intepretazione (ovvero capace di oltrepassare il facile e fascinoso istinto dell’autoconferma) si finisce dentro al giochino improduttivo del vedere-ciò-che-si-capisce. Mentre sarebbe opportuno il contrario, cioè capire ciò che si vede – ma per questo bisogna essere pronti pure a smentirsi e non è semplice.

Leggo su L’Espresso che una nuova campagna shock contro la violenza sulle donne sta in queste ore suscitando parecchia indignazione. La pubblicità progresso (come se il progresso venisse dalla pubblicità e non dalle istanze socio-culturali, che sono nient’altro che la capacità individuale di parteciparvi) propone dei manifesti in cui vengono ritratte delle donne con una nuvoletta fumettistica in cui si riportano alcune frasi del tipo “Vorrei che mio marito…”, “Quando torno a casa vorrei…”, “Dopo gli studi mi piacerebbe…” e così via.

L’obiettivo, spiega Alberto Contri, presidente di Pubblicità Progresso, è quello di provocare mascoline reazioni, di suscitare gli istinti machisti e di dimostrare che “la discriminazione è ancora diffusa e radicata nella fascia media della popolazione, che è poi quella che deve cambiare testa rispetto al problema”. E siccome nel giro di 48 ore le frasi sospese sono state concluse da volgari e irripetibili conclusioni, secondo alcuni la missione può dirsi compiuta. Ecco quindi l’ennesima conferma che siamo un paese maschilista e che il problema della violenza sulle donne è lontano dall’essere risolto. Unica magra ed inappuntabile consolazione: la creatività continua a non farci difetto.

Riporto alcuni creativi completamenti: “Quando cammino per strada mi piacerebbe…essere trombata“; “Quello che chiedo alle istituzioni…un calcio in culo“; “Quello che chiedo alle istituzioni…un vibratore“; “Vorrei che mio marito…m’inculasse” (a quest’ultima immagine sono stati disegnati dei baffi alla Hitler); “Dopo gli studi mi piacerebbe…battere“; “Quando cammino per strada mi piacerebbe…zitta troia” (più sotto qualcun altro ha scritto “bona” con una freccia che indica la ragazza).

Ecco, questo è il tenore delle aggiunte. Ma torniamo un attimo a Montanelli e quelle scritte sui muri. Italiani guerrieri, aggressivi e disciplinati, si diceva. E socialisti, come dimenticarlo. Ebbene, si può forse dire che oggi il sarcasmo montanelliano non è soltanto il sarcasmo dell’osservatore acuto, è pure quello della storia, che gli ha dato ragione chiarendo la distanza – almeno parziale – tra l’Italia dei muri e il paese reale. Quella distanza che continua a manifestarsi oggi sui muri veri e su quelli virtuali.

Allora cos’è che autorizza ad adottare ancora una volta il metodo della visibilità per dimostrare che siamo un paese di maschilisti? Quale ragione, quale logica interpretativa? E ancora: se al posto delle donne ci fossero stati degli uomini con le stesse nuvolette e le stesse provocatorie frasi, chi dice che le volgari e pittoresche quindi italiche reazioni non ci sarebbero state? Questioni che meriterebbero una risposta.

Forse dovremmo darci una calmata. Magari riflettere sulla lezione montanelliana, magari non considerare come già fatto quello che è stato soltanto detto o scritto. Perché altrimenti si finisce col demonizzare pure la volgarità, l’insulto, che sono – piaccia o no – elementi vitali dello stare assieme e che, pur potendolo essere, non sono meccanicamente connessi alla pratica violenta e discriminatoria. Perché con questa logica si finisce pure col pensare che quella simpatica scrittina sul muro, quella che non risparmia nessuno e che dice “stronzo chi legge”, sia stata fatta da uno che è buono soltanto ad insultare.

Ah, dimenticavo: stronzo chi legge.

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