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Dispensa per il Disagio Sociale, Capitolo 2

in società by

Da leggere in coppia con l’ottima lista del collega Canimorti, pubblicata un paio  di giorni fa  (http://libernazione.it/dispensa-per-il-disagio-sociale-capitolo-1/), ritorniamo sull’audace e mai fuori moda argomento dell’ansia sociale.
Sin da piccola sono sempre stata una persona particolare.
“Signora Alpi, è una bambina!” mi annunciò l’ostetrico. Un inizio piuttosto banale. Se non fosse che mia madre, guardatami, pensò ad alta voce “Sembra Edward G. Robinson.”

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Posso confermare, in questa foto in cui avevo vent’anni gli somiglio molto.

Sviluppai, già da subito, quel disagio sociale che ti porta a usare un calzino fingendo che sia un cellulare per non parlare con i vicini mentre entri in casa trasportando biancheria pulita. Per amore di interpretazione, comunque, va detto che ho continuato a fingere di parlare tramite un calzino fino a quando non sono entrata a casa, essendomi talmente immedesimata nella situazione da salutare il mio interlocutore di cotone dicendo “Ok, ci sentiamo dopo, ciao ciao!”
Il calzino, comunque, non mi ha mai richiamata.

L’ansia sociale è un problema, per noi affetti da. Ci chiamano sociopatici. Strisciare dietro al divano per non salutare i parenti è difficile se il tuo divano è attaccato al muro, ad esempio.

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“Allora, non hai ancora trovato una ragazza?” “Nonno, per favore…”

E quell’orribile sensazione del telefono che squilla, e tu riconosci il numero, ed è un call center, e tu sei combattuto fra il senso di praticità del dire “no, non mi interessa” (cosa che dovrebbe fermarli almeno per qualche giorno) e l’angoscia del dover interagire con un altro essere umano?
Le prenotazioni telefoniche, per esempio, sono le nostre nemiche più antiche. Il discorso, solitamente, viene preparato con un’attenzione che non si riserva nemmeno alla preparazione dell’esposizione della tesi, e dimenticato immediatamente, perché all’altro capo c’è una persona viva.

“Buonasera, Ristorante Necci.”
“Buongiorno… cioè, scusi, buonasera. Volevo prenotare per sei… no scusi, scusi, per sette, per stasera alle otto.”
“Stasera alle otto.”
“No, mi scusi, volevo dire domani.”
“Non si preoccupi. Per sette?”
“Sì. Cioè, dovremmo essere sette, poi se qualcuno non viene non so…”
“Non c’è problema. Il nome?”
“Giulia.”
“Come ha detto?”
-Oddio, gli ho detto il nome. Adesso penserà che sono stupida. Meglio fare finta di niente.
“Sì, Giulia è il cognome.”
“…capisco. A domani, buonasera.”
“Ciao!”

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“Porca puttana, ho salutato con ‘ciao’..!”

Una volta, pur di non prendere l’ascensore con altre persone, sono riuscita a dire “Grazie, aspetto il prossimo.” Il prossimo. Come i taxi.
Il taxi l’ho sempre odiato, peraltro. Soprattutto quando ci sono quei tassisti che vogliono per forza fare conversazione, e tu vorresti essere morto, piuttosto. Sempre con quelle domande, tipo “Dove andiamo?” Più di una volta ho pensato di far finta di essere muta, o straniera, e di entrarci con in mano un foglietto con su scritta la destinazione. E una volta, poi, mi capitò di salire sul taxi del padre di un’amica, che doveva accompagnarci non ricordo dove. Saltai su dicendo “SEGUA QUELL’AUTO!!” ma nessuno colse il topos cinematografico. Poi dice che uno odia gli altri.

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O i parrucchieri. Ora ricordo perché ho smesso di andarci: mi veniva l’ansia perché non sapevo cosa avrei potuto dire per non sembrare ritardata, o maleducata. Meglio le doppie punte. Sono arrivata a portarmi da studiare dall’estetista, una volta, pur di non doverci parlare.

I negozi, poi, sono anche peggio. Il commesso che viene a chiederci “Serve aiuto?” è sufficiente a farci abbandonare il posto, naturalmente non prima di aver finto di ricevere un’immaginaria telefonata e dover quindi uscire fuori velocemente senza dover dire “grazie-arrivederci”.

Gli amici l’ansia sociale la capiscono. Capiscono benissimo che il tuo “Sono stanca” significa “Voglio giocare a Zelda sul divano”. Capiscono benissimo che non li odi, se non ti va di andare al cinema di sabato sera. O di andare al pub di sabato sera. O di fare qualsiasi cosa il sabato sera che non sia stare chiuso dentro casa.

 

A te piacciono le mezze misure: il ristorante con troppa gente è fastidioso, c’è l’umanità, e l’umanità noi la si evita. Ma il ristorante vuoto è forse anche peggio: i camerieri possono interagire solo con te. I camerieri portano l’ordine sbagliato e tu non hai il coraggio di dirglielo, perché sarebbe troppo disturbo. Gli dici “Grazie” con lo sguardo basso, e il tuo fidanzato ti fa “Ma non avevi chiesto la pasta senza prezzem…” “ZITTO, PER CARITA’!!!”, gli dici tu fra i denti, terrorizzata dal fatto che il cameriere possa aver sentito.

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Tutto ciò che comporta una stanza con più di quattro persone è un problema, e alle feste con tanta gente, di tanto in tanto, voi vi isolate facendo la figura della persona profonda e riflessiva, mentre invece state cercando una scusa plausibile per andarvene via. Ho affrontato l’Ostiense alle 4 del mattino a piedi, pur di non rimanere in una discoteca insieme a persone che non sopportavo e che tentavano di coinvolgermi a fare cose.

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“Sei la persona più socievole e al contempo più sociopatica che io abbia mai conosciuto”, mi ha detto la mia migliore amica.

Vero. Non tutti i sociopatici sono asociali. Siamo solo dei simpatici antipaticoni.

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Poi vai a capire perché in questa foto c’è un’immagine di Milano in una giornata di sole.

Alle elementari ero solita disegnare sul banco inventandomi storie nella testa. “Signora” diceva la maestra, “sua figlia vive in un mondo tutto suo.”
Questa evasione dalla realtà cominciò a diventare spaventosa quando si protrasse all’università, ma lì poi incontrai una persona che faceva la stessa cosa, e alla domanda dei più “Scusa, ma tu a casa tua disegni sul tavolo?” rispondeva “In realtà sì.” Lo faceva davvero. Quella persona divenne il mio migliore amico anche per questo motivo.

Gli sconosciuti sono il male. Noi sociopatici li evitiamo trovando qualsiasi scusa. In discoteca fingevo di essere gay per non venire rimorchiata e non dover parlare con sconosciuti. Dopo un po’ smisi di andarci. Dopo un po’ iniziai a sperare che esplodessero tutte. Lontano da me, in modo che non dovessi andare a testimoniare dai carabinieri e avere in ogni caso interazioni umane.

I miei peluches erano i miei migliori amici, da bambina: non interagivano mai, non ti invitavano alle feste e non insistevano per uscire il sabato. Sognavo segretamente, però, delle avventure. Ma delle avventure mini, in cui non si era in più di cinque persone, fidate e non stressanti (non c’erano quindi camerieri, commessi o tassisti), e comunque i ninja cattivi da combattere erano robot, e non esseri umani, in modo da non doverci parlare, ma solo gettarli nella lava rovente.

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Poi è uscito “Toy Story”, e ho vissuto nel terrore che i miei giocattoli potessero coalizzarsi la notte per strozzarmi perché in realtà non mi sopportavano.

I miei eroi erano tutti solitari, d’altra parte: Indiana Jones non era sposato e cambiava fidanzata in continuazione, Bruce Willis era sempre divorziato e in pensione, il professor Alan Grant non voleva figli.

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Noi siamo quelli che se in autobus vediamo qualcuno che conosciamo poco, ma abbastanza da dover salutare, siamo capaci di diventare intangibili. E di alzare la musica del lettore mp3, sperando che serva a renderci meno individuabili.

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Alle poste io cerco sempre di mettermi in fila dall’impiegato che odia il suo lavoro: niente chiacchiere, solo timbri. Invece capito sempre da quell’altro, che fa le battute sul cognome. Al supermercato uguale. “Abbiamo fame, eeeeeehhhh?????????” quando ti presenti alla cassa con tre pacchi di biscotti.

No. Non li mangerò tutti. SONO SOLO FINITI I BISCOTTI.

Ma noi siamo sociopatici. Quindi sorridiamo dicendo “Eh eh, sì.”

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Siamo persone speciali, noi sociopatici. Non odiamo il prossimo, è solo che non sappiamo che dirgli. Non è che non sia interessante, però ecco, non ci va di parlare di niente. Non vogliamo spiegarvi cosa facciamo nella vita, né che musica ci piace ascoltare.
Ma a voialtri noi serviamo. Vi piace darci degli asociali. Vi piace un sacco. E un po’ piace anche a noi, perché così siamo legittimati da cafoni maleducati. “Tanto sono asociale.” E il cameriere vi sputa nel piatto.

Siamo così incapaci di dimostrare alla commessa che, fuori dal negozio, ci osserva distratta mentre fuma una sigaretta, che abbiamo sbagliato direzione, da fingere di ricevere la solita telefonata che stavolta, per qualche motivo, ci spinge a tornare sui nostri passi.
Meglio aiutare il tutto da un’affermazione semigridata tipo “Ma sei già lì?! Allora arrivo!”

Non si può non provare affetto per una persona capace di tirare fuori un’interpretazione così disperata.
Specialmente se, mentre fate la vostra sceneggiata, il cellulare vi squilla sul serio.

 

 

JJ

Dispensa per il disagio sociale, capitolo 1

in humor by

L’imbarazzo sociale è un tema caro a molti.
Per venire incontro a questi disagiati io e la collega JJ Spalletti abbiamo deciso di mettere a disposizione, in forma del tutto gratuita, un piccolo compendio sulla difficoltà di stare al mondo quando al mondo ci sono anche altri esseri umani.
L’arte di non salutare le persone per strada, o in qualsiasi altro posto,  dovrebbe essere padroneggiata da qualsiasi sociopatico che si rispetti, ecco di seguito alcune tra le mie mosse preferite in ordine di difficoltà.

la Lancia di Longino®
La Lancia di Longino possiede numerose varianti ma prende il nome da quella più semplice ed efficace.
È la semplicissima simulazione di un’ inaspettata e dolorosissima fitta sotto il costato in zona fegato. È permesso barcollare, appoggiarsi al muro, ansimare con contegno e, per gli esperti, sudare copiosamente dalla fronte, il tutto fissando il cielo ad enfatizzare una presunta punizione divina.

il Colpo di Reni®
Anche questa di facile realizzazione è però consigliata agli sportivi e a chi può avvalersi di articolazioni elastiche, vietato a chi soffre di calcificazioni e osteoporosi.
Appena notato il nemico, che in realtà non è affatto un nemico ma, al contrario, è probabilmente un vostro caro amico o un gentilissimo conoscente ma non dimentichiamo la vostra miserevole condizione di eremiti stronzi e maleducati, dicevo, appena scorto il nemico la parte superiore del tronco svirgola fulminea a destra (o a sinistra a seconda dell’opportunità) e prende a dirigersi verso il nuovo punto cardinale seguita pochi istanti dopo anche dalle gambe.
Se intendete utilizzare questa tecnica è imperativo praticare una sessione di pilates prima di ogni sortita.

la Vetrina Molto Interessante®
La Vetrina Molto Interessante consiste, come la precedente ma con meno brutalità, in un rapido cambio di direzione verso la vetrina del negozio a noi più vicino.
Non importa che negozio sia, di parrucche, abbigliamento per signore anziane o cani di porcellana, avete il diritto di interessarvi a qualsiasi cosa e nessuno deve permettersi di giudicare i vostri gusti.
Pur se con maggiore impegno la tecnica può essere eseguita in ambienti anche non urbani come spiagge o foreste, l’importante è dirigere l’attenzione su un oggetto apparentemente interessante come il ceppo di un albero, un castello di sabbia o un grosso escremento.
Perfezionamento: estrarre dalla tasca un bloc-notes e scarabocchiare un appunto annuendo pensierosi. In anni di lavoro ho imparato addirittura a cancellare quello che avevo scritto (dicendo proprio “no, no“) e a correggerlo. Di solito si tratta di piccoli peni che fiottano sperma sostituiti da altri piccoli peni che fiottano sperma.

la Sfinge Che Guarda®
La Sfinge Che Guarda è l’unica tecnica che anziché spostare l’attenzione dal soggetto che non volete salutare accentra su di esso tutta la propria enfasi.
Inizia con uno sguardo fisso negli occhi dell’individuo, la fronte si corruga e le sopracciglia convergono e si abbassano, gli occhi si fanno due fessure, poi il capo si muove di scatto verso un punto in alto a destra a simulare una ricerca in archivio e segue subitanea l’espressione di “ah, ho capito!“, si mette di nuovo il soggetto a fuoco e si accenna con la mano un principio di saluto, salvo abbassarla immediatamente e ripetere tutto da capo anche per due o tre volte di seguito lasciando il poveretto in uno stato di paura e imbarazzo.

il Conoscente all’Orizzonte®
Una delle mie preferite.
Immediatamente dopo aver individuato la persona che non volete salutare si sposta lo sguardo su un punto molto lontano alle sue spalle e si comincia a sorridere festosi.
Aprite la bocca e illuminate gli occhi, inspirate forte per riprodurre sorpresa e commozione.
Affrettaee il passo nella direzione del conoscente immaginario tenendo gli occhi ben fissi sull’obbiettivo, in questo caso aiuta molto individuare un passante effettivamente esistente e raggiungerlo per poi dileguarsi all’ultimo secondo.
Per ragioni di coerenza sarebbe bene portare l’interpretazione fino alla fine, un istante prima di aver raggiunto il passante che interpreta a sua insaputa il conoscente immaginario si dovrebbe sussultare per aver erroneamente confuso il medesimo, portare una mano alla bocca e ridacchiare nervosi.
Non importa se chi volevamo ingannare è ormai molto distante e non può apprezzare la nostra performance: le cose si fanno bene o non si fanno affatto.

la Telefonata Drammatica®
Anche in questo caso innate doti attoriali sono d’aiuto ma un esercizio serio e costante è capace di regalare grandi soddisfazioni.
La Telefonata Drammatica è un ottimo, ottimo, espediente capace di stravolgere le sorti di qualsiasi situazione, anche la più drammatica. Io, ad esempio, la uso ogni volta che entro in un negozio per errore, cosa che capita molto più spesso di quanto mi piacerebbe.
Ci sono due tipi di Telefonata Drammatica: quella giubilante e quella iraconda.
La telefonata giubilante è un’inaspettata chiamata da parte di un caro amico che non sentivate da tantissimo tempo e si apre con “Uèèèèèè mittico, ma non ci posso creeedereeee, ma sei un grandissimo, ma cazzo che bello sentirti” e prosegue con finti tormentoni inventati sul momento e riferimenti a terzi esistenti o non.
La chiamata iraconda è invece la simulazione di una telefonata dall’ufficio per questioni irrisolte che necessitano della vostra immediata attenzione e si apre con “No dai, no, no, avevo detto che mi serviva mezza giornata, la posso avere MEZZA GIORNATA? LA POSSO AVERE MEZZA GIORNATA? MEZZA GIORNATA CAZZO! E dai, via, santo cielo, dai! Dai! Ma ti pare?
Il vero sociopatico non pone fine alla telefonata appena il pericolo è scampato ma la porta a termine con la massima serietà.
Laddove necessario può durare anche diversi minuti a seconda del problema immaginario da risolvere o del legame di amicizia con la persona immaginaria che ci sta chiamando.
Una volta ho fatto una terribile Telefonata Drammatica con l’ufficio per un problema che non riuscivano a risolvere (si erano bloccate le e-mail e io non ne ero in alcun modo responsabile, per dire l’imbecillità della gente) e alla fine quando sono effettivamente arrivato in ufficio ero arrabbiatissimo con tutti finché mi sono ricordato che in realtà non era successo nulla.
Con queste cose lasciarsi prendere la mano è un attimo.

Direi che ora siete al riparo per un bel po’, uscite pure di casa senza temere il prossimo.
Vi rimando al capitolo due a cura dell’espertissima JJ Spalletti: http://libernazione.it/dispensa-per-il-disagio-sociale-capitolo-2/
Perdonatemi ma preferisco non salutarvi.

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