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La cacca del Dalai Lama

in religione/società by

Nel suo Dizionario filosofico (1764) Voltaire racconta, alla voce “Religione”, dell’acerrima lotta fra due scuole teologiche dell’estremo Oriente, le quali, per risolvere un’antica disputa, decisero di rivolgersi al Dalai Lama. Questi, come prima cosa, distribuì la cacca raccolta nella sua seggetta, e attese che entrambe le fazioni dessero vita a un vera e propria adorazione della divina merda; una volta stabilito il culto, il Dalai Lama si sbilanciò a favore di una delle fazioni, mentre l’altra, adirata, se la prese col feticcio del Buddha vivente. Quella che ne seguì fu una tremenda guerra fatti di assassini, morte e violenze di ogni tipo, con i due campi intenti a sterminarsi vicendevolmente in nome del responso fecale. Il Dalai Lama, conclude Voltaire, essendo molto divertito dalla situazione, decise di continuare a distribuire cacca a tutti i fedeli e devoti in cerca di verità.

Il messaggio del grande filosofo francese è decisamente chiaro: la religione teologica, con i suoi dogmi e verità universali, non è altro che il prodotto di una manciata di individui capricciosi che amano divertirsi alle nostre spalle. La Ragione, unico vero mezzo per giungere a Dio, è la sola strada percorribile in un mondo infestato da stupidità e menzogne, superstizioni e intolleranza.

Nella giornata di ieri, il solito intervistatore medio americano ossessionato dalle stronzate del politically correct ha interrogato l’attuale Dalai Lama sulla possibilità di un successore donna. La risposta, decisamente inaspettata, sta facendo il giro dei media internazionali: “Certo, e questa donna dovrà essere molto attraente”. Al giornalista stupefatto che chiedeva conferma a tale affermazione, il monaco, ridacchiando proprio come nella storiella di Voltaire, ha ribadito, deciso, il concetto.

Lo stupore dell’intervistatore e, più in generale, del pubblico Occidentale, dà la misura dell’importanza che attribuiamo all’opinione di personaggi la cui presunta saggezza è solo una conseguenza del ruolo che ricoprono. Cerchiamo conferme alle nostre idee, ai nostri valori, in figure che non possono fare altro che confermarci quel che già sappiamo (un’attitudine, fra l’altro, molto spesso ammantata di piaggeria), o sconvolgerci con affermazioni di una povertà umana e intellettuale disarmante. La gaffe del Dalai Lama sulle donne è sullo stesso piano della presunta apertura mentale di Papa Francesco, a quanto pare degno delle più grandi lodi per aver esortato i vescovi americani a porre un freno alla pedofilia del clero – come se questo non fosse un atto (come minimo) dovuto. Il buon senso e la morale non sono appannaggio esclusivo della religione; eppure, la voce potente degli uomini di Dio è un balsamo che le nostre menti e le nostre coscienze – evidentemente incapaci di funzionare in maniera autonoma – non rinunciano a cercare, a invocare persino.

250 anni dopo la pubblicazione del Dizionario Filosofico, continuiamo ancora a prestare orecchio e attenzione alle puttanate del Dalai Lama.

Zingaro voglio vivere come te

in politica/società by

Da un po’ di tempo su questo blog il buon Alessandro Capriccioli si applica costantemente, direi con cadenza bisettimanale, a fustigare il popolino ignorante che malgiudica gli zingari, o per meglio dire i Rom, per mezzo di pregiudizi razzisti, affermazioni contradditorie e opinioni infondate. Nell’ultimo pezzo, addirittura, si evoca una sorta di stupidità inconscia e collettiva che emergerebbe in un buon numero di individui ogni qualvolta si tiri in ballo la questione della criminalità rom.

Quel che non capiamo, ci avverte Capriccioli, è una realtà invece molto semplice, davanti agli occhi di tutti – quasi banale. I Rom delinquono perché vivono segregati nei campi, in uno stato di “marginalità sociale”.

In tutta onestà, ho la forte impressione che la stupidaggine accusata da Capriccioli ricada ugualmente su coloro che considerano il problema dei Rom come una semplice questione di diritti, una negazione da parte delle autorità costituite – e, più in generale, dalla comunità non-rom – del riconoscimento di uno statuto paritario nei confronti di questo popolo. Insomma, affermare che i Rom commettono crimini perché poveri, marginalizzati e indifesi è altrettanto stupido, banale e pretenzioso quanto affermare che i Rom rubano per via di una qualche imprecisata tara razziale e/o culturale.

Ma di che Rom stiamo parlando? Dei Rom come grande categoria che comprende tutte le genti di lingua romaní? O dei Rom arrivati in Italia negli ultimi vent’anni a seguito della dissoluzione dell’URSS e delle guerra nei Balcani, escludendo così i Sinti, gli zingari stanziati in Italia sin dal XV secolo? Boh. Così come non si capisce bene quali sono i campi messi in discussione, quelli della tanto citata marginalità. Quelli di Roma? Di Bologna? Di Milano? Chissà.

A me sembra che parliamo di una miriade di realtà differenti, a fronte delle quali le diverse autorità locali e le diverse municipalità si rapportano in maniera differente. Il Rom-vittima come status assoluto e trasversale è una categoria assolutamente inesistente quanto i criminali-nati di lombrosiana memoria.

Questa retorica dell’omogeneità non fa altro che alimentare una confusione a beneficio di quelle forze politiche che nelle banalizzazioni ci sguazzano. Il qualunquismo terzomondista di Capriccioli è altrettanto dannoso quanto il razzismo di stampo nazi-fascista di Salvini. Come soluzione all’ignoranza, in maniera quasi omeopatica, si propone altra ignoranza – veleno per veleno.

D’altronde, potrei sbagliarmi. Forse la verità è a portata di mano, proprio davanti al nostro naso – e io sono troppo stupido per afferrarla.

 

…e allora le foibe?

in giornalismo/società by

Parliamone con ironia, di questo Parlamento incapace di decidere alcunche’, che nel dubbio cerca il consenso delle menti deboli restringendo liberta’ di cui – apparentemente – si puo’ fare a meno in questo momento.

Non ha davvero senso ripetersi, non si puo’ parlare meglio del “reato di negazionismo” meglio di come ha fatto l’unione delle camere penali italiane.

Tuttavia, per invitarvi a riflettere, provero’ a stilare una breve lista dei reati di opinione (di questo si tratta) che un me stesso dimentico dei principi liberali potrebbe distrattamente introdurre, in un momento di scarsa coerenza e molto fastidio, qualora fossi signore incontrastato del mondo – o anche solo del nostro disgraziato Paese.

 

Catturahhh

1. Le teorie complottarde del Bilderberg e compagnia.

2. Le proposte “monetariste” a la Barnard (spesso 1 e 2 vanno insieme, ma non sempre: meglio colpire entrambi).

3. Gli interventi anti-sperimentazione animale, e l’idea stessa che sperimentazione animale e vivisezione coincidano.

4. L’idea che si possa realizzare una carbonara senza possedere pecorino e guanciale. Aggravante di sei anni per lo sguardo stolido che accompagna la parola “parmigiano”.

5. L’utilizzo della parola “neoliberismo”.

6. Gli editoriali di Sapelli e tutti quelli che, in generale, masticano opinioni simili.

7. L’utilizzo di espressioni meno che adoranti per qualsiasi prodotto progressive italiano o inglese nel periodo compreso tra il 1969 e il 1974.

8. L’espressione “le quote rosa non funzioneranno, ma in questo momento servono altrimenti…”

9. La difesa di un’idea stupida in quanto qualcuno l’ha pensata anche in un altro Paese

10. Il riferimento al fatto che girano troppi soldi nel calcio

Ne ho dette dieci, potrei dirne decine ancora. Capirete che le mie preferenze, le vostre preferenze, quelle del Parlamento, non stanno su un piano diverso di legittimita’. Se per caso potessi clonarmi 10 milioni di volte, avrei abbastanza voti per far passare queste proposte, basandomi su un piano di legittimita’ assolutamente analogo a quello della legge sul negazionismo.

Giudicate voi se questa strada porta a un mondo in cui avete voglia di vivere, o no. Io una risposta ce l’ho – e magari tra qualche anno sara’ pure illegale.

 

 

Turing: re dell’inganno? [RELOADED]

in società by

A seguito dei molti e vivaci commenti al mio post, ho deciso di  correggere formulazioni imprecise e di qualificare meglio qualche frase. Ringrazio i miei lettori per la loro attenzione: la loro intransigenza è un sicuro stimolo al miglioramento. Ci tengo a ribadire che la sostanza del pezzo è passata indenne alla revisione.

L’eredità di Alan Turing, di cui si celebra quest’anno il centenario della nascita è immensa: matematico e crittografo, è considerato uno dei padri del computer. Come ricompensa per aver violato il codice Enigma con cui i nazisti criptavano le informazioni strategiche durante la guerra, Turing subì un infame processo per omosessualità e sottoposto da un tribunale (nel Regno Unito del 1952!) ad un trattamento ormonale “correttivo” del suo “disturbo” (nei fatti, ad una castrazione chimica).

Le violenze subite dallo stato lo condussero alla disperazione, e presumibilmente a porre fine alla sua esistenza: a suo tempo il suicidio venne dato per scontato (in fondo che poteva fare un “anormale”, se non nascondersi o suicidarsi?), anche se oggi è tutt’altro che pacifico.  fino a che non decise di farla finita in modo eclatante, . Il referto dell’esame post-mortem riferì che la morte sopraggiunse per avvelenamento da cianuro di potassio, presumibilmente contenuto nella mela morsicata che venne rinvenuta accanto al cadavere. Poiché il frutto non fu mai analizzato, non è certo che fosse avvelenato, né si può escludere che la fatale intossicazione sia avvenuta per incidente dovuto a distrazione (in fondo il luogo comune vuole che i grandi geni abbiano la testa fra le nuvole).

Sta di fatto che le circostanze misteriose ed insolite della sua morte, unitamente alla passione che lo scienziato sembrava avere per il cartone animato Biancaneve e i sette nani di Walt Disney, si sono impresse in modo indelebile nell’immaginario collettivo, talora alimentando miti e assonanze tanto suggestive quanto pericolose (in quanto mai provate) mordendo una mela avvelenata (proprio come l’eroina di uno dei suoi film preferiti, la Biancaneve di Walt Disney). Uno di queste leggende, che ruota attorno al Pare tra l’altro che il logo  Apple, una mela morsicata appunto, vorrebbe che il marchio commerciale di uno dei prodotti più desiderati al mondo costituisca un tributo nerd alla grandezza di Turing. Benché anche chi scrive sia rimasto vittima di questa impressione, la tesi è destituita di fondamento: almeno questo è quanto sostengono, autorevolmente, lo scrittore ed attore Stephen Fry e, in modo forse definitivo, Ron Janoff il pubblicitario che alla fine degli anni Settanta, ideò il marchio Apple (la mela era dipinta dei colori dell’arcobaleno, sia pure disposti in un ordine errato, cosa che ha alimentato l’ulteriore mito del riferimento alla bandiera gay).

Ma lasciamo da parte il folclore. Un interessante pezzo di Ian Bogost su The Atlantic fornisce oggi un contributo originale sulla figura del grande scienziato britannico. Nel suo celebre articolo del 1950, “Computing Machinery and Intelligence”, Turing salta a pié pari i concetti di intelligenza e pensiero, proponendo il seguente giochino (che in seguito sarebbe diventato celebre come test di Turing): una persona viene chiamata a valutare due controparti che non può vedere, un’altra persona ed una macchina, al fine determinare quale dei due interlocutori sia umano e quale no. Sia l’uomo che la macchina farebbero di tutto per convincere il loro “giudice” che sono una persona. Bogost sostiene dunque che, nel test di Turing, “l’intelligenza in sé, quel quid che sta dentro un uomo o una macchina, è un tema di conversazione meno interessante degli effetti che essa produce su osservatori ed intelocutori”.

Si tratta di una conclusione un po’ inquietante. Però per lo meno ha il pregio di mettere a tacere i fanatici dell’intelligenza artificiale e quelli che, invertendo i punti cardinali della logica e del buon senso, addirittura sembrano convinti che il cervello umano funzioni come un computer. Per la verità, nota Bogost, “Turing non ha mai preteso che i computer potessero essere intelligenti – né che fossero necessariamente artificiali, se è per questo. Ha solo suggerito che sarebbe divertente considerare come se la cavano i computer in un gioco d’imitazione – come potrebbero fingere di essere umani in maniera interessante.” Sempre secondo Bogost, Turing avrebbe usato questo approccio pratico perfino nella soluzione di complessi problemi matematici: la macchina di Turing avrebbe funzionato, ad esempio, come un “simulatore”, imitando la risoluzione di un complesso dilemma logico-matematico. In fondo, la violazione di Enigma non sarebbe altro che lo strano caso di “un macchinario britannico che imitava una trasmittente tedesca”.

Non occorrono particolari sforzi di fantasia per capire come oggi siamo circondati da macchine che “fingono” di essere altre macchine. Il computer è l’esempio più evidente: una macchina che imita una calcolatrice, un libro contabile, una macchina da scrivere, un dispositivo di montaggio per i film, uno studio di registrazione. Non solo, ma hardware e software tendono ad imitare i loro simili, che a loro volta imitano macchine fisiche e/o meccaniche: Excel imita Lotus 1-2-3, Galaxy imita iPhone …

Sostiene Bogost che la vera eredità di Turing è una visione del mondo basata su “una catena nidificata di finzioni, ognuna delle quali non punta alla realtà, ma alla caricatura di un’altra idea, apparato, individuo o concetto.” In fondo, parliamo di un matematico che scelse di morire come il personaggio di un cartone animato., volente o meno, si spense in circostanze che inevitabilmente richiamano una delle scene clou con cui Walt Disney ed il suo team portarono sullo schermo l’antica favola gotica.

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