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Il Partito Nazione è figlio di Berlinguer

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Mi si è piombato davanti furioso martedì pomeriggio, sbattendomi in faccia dei fogli di carta incazzato nero: “Guarda qua! Tiè, leggi!!! E’ uno schifo. Non ci posso credere…!!!”. Il personaggio che ho di fronte è un mio carissimo amico e ciò che stringe con forza in mano è una sentenza della Corte d’Appello di xxx che assolve y, caio, sempronio, malanova e testadicane etc etc perché il fatto non costituisce reato. Il problema vero non è l’assoluzione in sé, ma la circostanza che per quell’inchiesta il Comune di cui era consigliere, all’epoca, venne sciolto per infiltrazioni mafiose. Dopo l’elezione, per lui, giovane brillante esponente emergente del luogo della sinistra dei Democratici di sinistra, poi mussiano, vendoliano ed adesso rifluito nel Pd, si sarebbe dovuta aprire una carriera politica sicura ed impacchettata. Ed invece lo scioglimento bloccò tutto. A luglio del 2001, quando era di Rifondazione, mi mandò un sms:”Non ti fare vedere a Genova a fare la solita testa di cazzo supponente che quelli come te non li vogliamo”. “Tranquillo. Sessione esami finita. Sto già al mare”. E’ fatto cosi lui. Io lo so che le zavorre bisogna  portarsele dietro con pazienza, basta metterle al riparo nel ripostiglio dove non vai quasi mai a sfruculiare ed allora non sono dannose. Il mio amico comunque martedì era incazzato nero.

“Cioè, mi hanno sciolto per mafia macchiandomi la carriera politica ed amputato quella di amministratore, e dopo otto anni mi vengono a dire che il motivo per cui tutto ciò avvenne non sussiste??? E a me chi mi ripaga?”. “Io non di certo, amigo. E poi, te lo meriti”. A questo punto dice la cosa che in bocca a me fu causa di grosse litigate anni ed anni addietro:” Berlusconi aveva ragione”.

Si chiama garantismo, bellezza. E Berlusconi non c’entra niente. Sono piccole cose, impercettibili, che però fanno la differenza tra la civiltà e la legge della giungla.

Io che all’inizio dei novanta ero ancora un bambino ingenuo, mi ricordo quanto questi ex rivoluzionari erano fieri ed orgogliosi di essere il partito dei giudici, i difensori di Mani pulite, dei magistrati e di Di Pietro. Il partito dell’onestà. Come se i magistrati fossero tutti Falcone e Borsellino (nell’inchiesta di cui sopra il principale accusato era un magistrato). Io che cominciavo a cercare di capire come funzionavano le cose, mi chiedevo la notte, prima di andare a dormire e dire le preghiere:”Ma come si può essere rivoluzionari e stare dalla parte di Di Pietro?”.

In realtà erano loro che non avevano capito niente. C’è un passaggio nefasto per la sinistra italiana che erroneamente più che essere considerato alla stessa stregua del contagio della peste bubbonica, viene visto al contrario come l’ingresso nel mondo della gioia e la proclamazione di una linea politica che nulla di buono apportava se non l’iniziatica dissoluzione dalle fondamenta di un movimento politico con decenni di storia: l’intervista di Enrico Berlinguer ad Eugenio Scalfari sulla questione morale.

Prima di tale uscita, la “diversità” comunista, giusta o sbagliata ognuno la pensi come vuole, non era una questione etica e personale, ma oggettiva, di rappresentazione di interessi economici e sociali diversi da altri.

Ad un certo punto si decise che il moralismo, che non è una categoria politica, divenisse la ragione sociale della ditta. Un suicidio politico. Quell’iniziare a consegnarsi inconsapevolmente al potentato editoriale post-azionista scalfariano, sbandierando una questione morale da vivere quasi monacalmente, serviva solamente a mascherare l’assenza di una strategia politica e le resistenze per una svolta oramai ineludibile all’interno di un processo storico già in atto.

Alla sinistra italiana ha fatto più danni la questione morale che secoli di sconfitte. E’ da quell’ intervista e linea che si arriverà al giustizialismo, all’alleanza con l’Idv, alla demonizzazione sterile del “farabutto Berlusconi”, alla subalternità culturale verso vari Pm televisivi e furenti tribuni mediatici, al populismo, ad avere come esponente principale di partito Luciano Violante, tanto tremendo difensore di magistrati negli anni novanta quanto oggi silente spettatore nell’attendere 20 e passa votazioni per divenire giudice costituzionale. Ed in ultimo al venire inghiottiti dai flames dell’antikasta e della rottamazione, fino alla prossima futura inclusione nel nascente Partito Nazione Renzi.

Quando nascerà il Partito Nazione Renzi, il mio amico ne farà sicuramente parte. Non so, magari mi ci iscriverò pure io. Un partito interclassista, dove confluiranno gli interessi dei disoccupati e quelli dell’alta finanza, dei precari e degli imprenditori, dei garantiti e dei non garantiti, l’ex di rifondazione comunista Gennaro Migliore e magari l’ex dalemiano poi montiano Andrea Romano. Un partito delle opportunità e dei diritti che sfonda al centro nell’orbita sempre della tradizione cattolica. Era il progetto di Veltroni che si emozionava perché realizzava il sogno del compromesso storico ad perpetuum del suo grande maestro Enrico Berlinguer. Il vero ideatore del Partito Nazione è stato Enrico Berlinguer. Il partito Nazione è la concretizzazione e l’evoluzione naturale del progetto politico della classe dirigente postcomunista berlingueriana i cui leader sono stati votati per decenni dallo stesso elettorato di sempre. Per Berlinguer ad un certo punto non bisognava più mirare alla trasformazione dei rapporti di forza, ma cogestire lo Stato insieme ai democristiani. Come quando ti fai la doccia, che se vuoi l’acqua tiepida devi metterci un po’ di quella fredda ed un po’ di quella calda. All’epoca fu un fallimento, ma i vari Veltroni D’alema Fassino etc etc lo hanno preso sul serio. E Renzi meglio di loro ne è il finalizzatore. Porta a termine il progetto.

A quelli che accuseranno il segretario/premier di aver distrutto la sinistra e di aver oramai completamente snaturato il Pd gli si dovrà pur dire che non è vero e che se così fosse chi ha svuotato e snaturato la sinistra sono stati Berlinguer, i suoi successori e loro stessi in primis che hanno continuato a votare e sostenere lor signori per decenni.

In realtà non si svuota, oggi come allora, un bel niente. Esiste un tossico apparato parassitario da finanziamento pubblico che cerca di sopravvivere ed adattarsi ai tempi che, purtroppo per loro, dispensano meno denari di una volta. In questa fase di democrazia plebiscitaria ratificante meglio non litigare ma mettersi tutti insieme attorno ad un leader che riesce a smuovere consensi a suo favore. E che per attirare “individui” a sé, ad es. annuncia che il premio di maggioranza andrà alla lista e non alla coalizione. Come quando lanci il mangime alle galline e tutte si riuniscono correndo attorno a te. E corrono. Eccome se corrono.

La faccenda nell’immediato andrà bene. Poi, nella storia robe simili sono accadute a iosa,  finiranno per litigare tra di loro perché la poltrona è una sola. Siamo solamente in una fase di continuazione dell’apparato con altri mezzi, dove strisciante all’interno cova imperituro il malessere delle guerre oscure degli incarichi, delle nomine e delle alleanze di pura opportunità.

Litigheranno, ma mai veramente per le idee. E quindi finiranno per ammazzarsi politicamente.

Soundtrack1:’Temples’, Sun Structures

Film1: ‘I Briganti di Zabut’, Pasquale Scimeca

Film2:’Il sole anche di notte’, Paolo e Vittorio Taviani

Film3:’Buffalo 66′, Vincent Gallo

Ma la base del Pd serve veramente?

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Il Pd ha perso 400mila iscritti, scriveva ieri Repubblica. Al momento gli iscritti sarebbero meno di 100mila, a differenza del 2013 quando i militanti ammontavano a 539.354. Niente più base. In Emilia Romagna solo 58 mila elettori si sono recati alle primarie: Stefano Bonaccini ha preso 57.036 voti e lo stesso Bonaccini, nel 2009, diventò segretario regionale con 190 mila voti.Numeri forti in negativo, come è cmq forte (in positivo) quel 41% ottenuto alle elezioni europee del maggio scorso. Perché, parliamoci chiaro, se senza 400mila iscritti prendo il 41% dei voti e vinco, e con la base forte e militante non supero il 25% e perdo o al max non vinco, beh, credo che tutti preferiscano la prima opzione. Meglio vincere con un leader forte che affascina le masse, o perdere con una base politicizzata e qualificata? E se alle primarie aperte possono partecipare anche i non iscritti, che ci si iscrive a fare?Il Pd diventa liquido, americano. Si parla agli elettori, non agli iscritti.

Questo 41% è il vessillo, la pietra fondante del nuovo potere renziano. Giustamente, di fronte alle critiche, accuse e recriminazioni varie, Renzi ed i suoi lo sventolano gloriosi e minacciosi. “Con me stai al 41%. Senza di me scendi sotto al 30. La gente a me vuole, io piaccio, io prendo voti, voi avete sempre perso. Io attiro voti dello “schieramento a noi avverso”. Non dicevate che questo era il problema principale della sinistra italiana? Io ve l’ho risolto. Come vi ho risolto la questione dell’iscrizione al partito socialista europeo. Voi ancora che litigavate con Rutelli e Fioroni. Io ve l’ho risolto in un attimo. Non eravate voi che volevate un partito moderno, un Partito Nazione, che rappresentasse tutte le classi, i lavoratori e gli imprenditori, Calearo e l’operaio della Tyssen, i giovani ed i vecchi, i disoccupati e gli occupati, i garantiti ed i non garantiti, i gay ed i solidi valori della religione cattolica, i romanisti ed i Laziali? Ecco, voi volevate tutto questo, e non riuscivate a realizzarlo. Io l’ho realizzato. Ho persino annientato Grillo e fatto le riforme con Berlusconi. Ah, mi comanda Verdini? E quando  D’Alema faceva la bicamerale, chi lo comandava? Letta col patto della crostata? La Boschi non è di sinistra? Perché, la Finocchiaro o la Turco che hanno fatto di sinistra più della Boschi? L’art 18? E quando D’Alema voleva abolirlo, quando attaccava Cofferati e la Cgil? Lì lui era di sinistra ed io invece ora sono la Thatcher? Guardate che la legge Treu, quella che ha portato e diffuso malamente la precarietà in Italia, non l’ho mica fatta io? L’avete fatta voi che adesso mi dite che io voglio rovinare le condizioni di vita di migliaia di lavoratori. E mi dite che non faccio nulla per la crescita. E voi che avete fatto per la crescita? Voi che avete governato per 12 anni negli ultimi 20?”.

Come dargli torto. Perché, al di là degli annunci senza mai esito, della confusione e della impresentabilità lampante di quasi tutta la compagine ministeriale, chi sarebbe l’alternativa da sinistra a Renzi? Bersani? Ancora D’Alema? Orfini? Cuperlo e Civati? Vendola? Per l’amor di dio, tutte persone degnissime. Ma che consenso potrebbero mai avere? E quali prospettive di innovazione politica, visto che la maggior parte di questi stava nei governi che hanno guidato il paese fino al baratro in cui siamo?

Perché più che il 41%, ciò che avvantaggia Renzi è proprio questo che abbiamo detto prima. Il 41% ha tutta una storia a sè.

Si trattava di elezioni europee, e nelle elezioni europee gli elettori si sbizzarriscono. Basta vedere l’exploit dei Radicali o dei Democratici di Prodi e Parisi nelle europee del 1999. Sono state elezioni con una campagna elettorale senza opposizione. Berlusconi, sotto ricatto e mischiato nelle sue vicende giudiziarie, attendendo sentenze che lo avrebbero potuto mandare in galera, aveva optato (e continua ad optare per salvaguardare le aziende dei figli) al basso profilo del non fare assolutamente opposizione.

Anche se Forza Italia è sotto al 10%, sticazzi. Senza di lui dove devono andare Fitto e co. E a Silvio Renzi conviene. Su di lui ha un non  piccolo potere di ricatto del 50%, in quanto se facesse cadere le riforme, i nemici interni del Pd si scaglierebbero contro il segretario come avvoltoi sopra un cadavere.

Grillo e Casaleggio con l’avvento del premier toscano non ne hanno più azzeccata una, finendo con l’essere etichettati come un movimento che sa solamente dire di no e che non ha voluto prendersi la responsabilità di governare, nonostante l’alibi insostenibile ed assurdo di Grillo secondo cui andrebbero al governo solo con il 100%dei voti. Hanno trasformato le europee in un referendum, credendo che sfruttando con rabbia ed invettive da guerra termonucleare, crisi e insoddisfazione, gli elettori si rifiondassero a votare  contro il governo. In questo modo invece non hanno fatto altro che rinsaldare, con la paura del “se vince Grillo”, situazioni tra di loro opposte e nemiche, che però in questo frangente si sono amalgamate per necessità, spostando voti verso il pd, che a quel punto era divenuta l’unica forza in campo che ‘potesse salvare l’Italia dall’avvento del m5s’.

E poi la novità della leadership renziana appunto. Fresca la nomina a premier, prima competizione da segretario del partito. La novità è sempre trascinante.

E poi ancora, l’astensione enorme. Ha votato quasi un italiano su 2. Il Pd ha preso più del 40% ed ha stravinto, prendendo però 1 milione di voti in meno di quando perse le politiche nel 2008 con Veltroni. La differenza tra percentuali e voti effettivi si spiega con l’alto numero di astenuti (il 58% di votanti, contro l’80% del 2008). Non dico che il 41% sia una bolla elettorale, ma potrebbe esserlo. Sicuramente rappresenta un risultato condizionato da molti fattori eccezionali.

Certo, al momento il centrodestra non esiste. Berlusconi non fa più opposizione e rappresenta un ostacolo ad ogni tentativo di riorganizzazione di quell’area. I grillini sono svuotati dai loro errori politici e si avviano verso un forte ridimensionamento in termini di consensi.

A comandare è un perfetto “sistema comunicativo” che meglio di altri attualmente riesce a mascherare le contraddizioni, creare confusioni ideologiche, designare falsi nemici. Un meccanismo comunicativo che opportunisticamente e con blando illusionismo legittima ancora la dicotomia destra/sinistra come stratagemma per la mobilitazione elettorale, illude quel che resta del ceto medio, si fabbrica degli alibi perfetti. Nascondendosi dietro il giovanilismo, la bellezza e la spontaneità porta avanti il proprio disegno di potere, rappresentando  determinati interessi ed equilibri che potrebbero essere prossimi alla rottura.

Disoccupazione in crescita. Le aziende chiudono. I consumi calano. Tutti si sentono (e sono) più poveri. Due mila e trecento miliardi di debiti, il 135 per cento rispetto al Pil e presto arriveremo al 150. Per essere di nuovo un paese normale, bisognerebbe creare due milioni di posti di lavoro, mentre non si riesce  nemmeno a tenere in piedi quelli che ci sono già.

In fasi come questa sono fisiologici il venir meno delle tradizionali contrapposizioni parlamentari e l’incremento dei conflitti tra lobby e gruppi di potere vari. Ed in fasi come queste meccanismi comunicativi perfetti e gruppi personali ben amalgamati e coesi, si insinuano come coltelli nel burro.

Quel 41% è usato come una clava dai renziani & co, che altro non sono/sembrano se non una vera e propria agenzia comunicativa al potere. Il messaggio è chiaro: qua siamo sull’orlo del disastro e gli unici che possono contenerlo comunicativamente, offuscarlo, confonderlo, farlo sparire e comparire a piacimento, siamo noi, perchè abbiamo le capacità, gli agganci, le parole, i modi e le facce perfette per fare tutto questo. Alla gggente, a quella che vota, ci pensiamo noi. Gli apparati, chi ha e continua a voler avere le mani in pasta nel potere per guadagnarci sopra, si sono fatti due conti ed hanno dato, anche a costo di scontentare qualcuno (vedi Letta), l’ok a concedere l’appalto.

Se da un lato questo stato di necessità rilascia non poca forza all’agenzia comunicativa renziana, allo stesso tempo ne svela anche il limite. Infatti, attenuata la tempesta, allevati nuovi “sacerdoti”, alleviati i rancori interni, riparate le falle, ricostruite le truppe, rinsaldato le alleanze, i committenti diranno grazie e tanti saluti, perché a nessuno piace appaltare la propria esistenza  a forze intermedie che potrebbero insinuarne fisiologicamente il terreno. Insomma, daranno il solito ben servito. Come hanno sempre fatto. E mai in modo indolore.

Soundtrack1:’Ineluttabile’,Marlene Kuntz

Berlinguer non ti vuole bene

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Caro regggista veltroni, quando c’era Berlinguer, socialisti e democristiani “hanno usato la spesa pubblica contro il Pci, facendo salire il debito nel tentativo di attirare voti “. Caro regista, sai chi l’ha detto? Un signore che tu quando eri segretario dei Ds hai fatto diventare presidente del Consiglio.

Parliamo naturalmente di quella degnissima persona di Giuliano Amato, ex-consigliere economico di Bettino Craxi, uno dei principali protagonisti di quella fase politica in cui, dal 1980 alla fine della Prima Repubblica, il rapporto tra debito e pil è passato dal 60% a oltre il 100%. A sfondare la soglia del 100% ci pensò lui direttamente, portandolo al 105%, con razzolamento incorporato dei risparmi degli italiani varando notte tempo il prelievo forzoso del 6 per mille dai conti correnti bancari. Era il lontano 1992.

Dinanzi a tutto ciò, il tuo tanto caro ed osannato Berlinguer, caro regggista veltroni, avrebbe approvato le tue scelte politiche o ti avrebbe sputato in faccia, metaforicamente parlando? Perché, aldilà di chi avesse torto o ragione, Berlinguer ed il Psi si odiavano, basti pensare al suo ingresso al congresso dell’ 84 a Verona, quando fu sommerso da un boato di fischi e insulti dei delegati craxiani.

E cosa avrebbe detto e fatto il tuo caro stimato rimpianto segretario Berlinguer, del sindaco della città di Roma che come ultimo atto del proprio mandato, teneva la seduta di discussione ed approvazione da parte del Consiglio, del Nuovo Piano Regolatore (soprannominato ‘Regalatore’), a porte semichiuse, in quanto era esclusivamente ammessa la presenza di costruttori e imprenditori edili, mentre veniva impedito l’accesso ai rappresentanti dei comitati ed ai semplici cittadini attraverso l’intervento delle forze dell’ordine? Era il 2008, ultimo atto della giunta Veltroni. Caso rarissimo nella storia dei consigli comunali.

Il tuo caro Berlinguer sarebbe stato fiero di te? Credo proprio di no.

Ora, su Berlinguer si possono fare tante osservazioni e riflessioni, critiche etc etc. Ad esempio, si potrebbe disquisire sul fatto se quelli come te, reggggista, dovrebbero vergognarsi per gli ultimi 20 anni alla guida della sinistra italiana, piena di errori, danni alle persone che vi hanno votato, compromessi al ribasso, analfabetismo tattico e strategico. Oppure se non siete stati altro che il prodotto e la continuazione Berlingueriana nella sua deriva autocelebrativa ed autoreferenziale. Da questo punto di vista, Occhetto dimostra, per il basso profilo assunto e l’ingenuità quasi infantile dimostrata, di avere più dignità di tutti voi.

Ma, ad ogni modo, caro regggista veltroni, questo tuo utilizzo feticista dedito a scontate commozioni per la ggente de sinistra nostalgica del partito che fu, che sta bene a casa col portafoglio pieno, farà sicuramente effetto, tra un’intervista da Fabio Fazio, una passerellata dalla Bignardi e due chiacchiere dalla Gruber.

Invece, al contrario e più degnamente, arriverà mai il tempo ed il buongusto di lasciare in pace i morti e di rispettarli, qualora se ne riconosca la forza della memoria e del ricordo, non con il chiacchiericcio inutile per cazzi pieni d’acqua dediti all’imbambolamento parolaio, ma con una concreta azione politica ed umana coerente con i valori ed i principi di cui se ne vorrebbe tramandare la portata?

Stammi bene, regggista. E speriamo che sia l’ultimo.

Soundtrack1:’Lavatrice4-Mi iscrivo ai terroristi’, Magnotta

L’auto-rottamazione come presa in giro

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Dichiarazioni di disimpegno a pioggia: Veltroni, Castagnetti, forse anche D’Alema. Tutti accorrono a dichiarare che loro, probabilmente, “non si candideranno”. Molti penseranno che questa mossa serva a disinnescare la retorica rottamatrice di Renzi.

Ma non si campa in politica, specialmente quando non si e’ mai ottenuto niente nella propria vita com’e’ il caso dei Nostri, se non si ha uno spirito di auto-conservazione molto forte. Ora, e’ vero che l’unico argomento di Renzi (dato che gli altri si intuiscono a stento) e’ la rottamazione della vecchia classe dirigente. Ma e’ anche vero che e’ un aspetto sul quale Renzi, di per se’, puo’ nulla. Glielo ricordano, beffardamente, gli stessi suoi avversari, si veda qui.

Allora, quale sarebbe il mio piano se fossi D’Alema? Preso atto che la mia presenza, da sola, fa perdere al partito piu’ voti di quanti ne porta, mi farei da parte. Sicuro, ovviamente, che il mio contributo rimanendo fuori verra’ ricompensato. Come? E’ presto detto. Nell’enorme mole di cose che abbiamo deciso di non privatizzare, nell’infinito insieme di apparati ridondanti che abbiamo sempre difeso dall’accorpamento, nella miriade di enti inutili che sono sopravvissuti a ogni razionalizzazione. E come sottosegretari, ovviamente.

Qualunque sara’ il prossimo candidato premier del PD, probabile vincitore, avra’ un enorme debito da ripagare verso i suoi “vecchi”. Solo che chi mette i soldi, come al solito, sono i contribuenti.

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