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Vasco Rossi

Vasco Rossi è stato un genio e io devo chiedergli scusa.

in arte/musica by

Qualche giorno fa mi ero messo ad ascoltare un best of di Franco Battiato, di cui fino ad allora conoscevo essenzialmente tre canzoni: Cuccuruccuccù, Bandiera Bianca e Centro di Gravità Permanente. Dalle casse sono cominciate ad uscire fuori Prospettiva Nevskij, L’Era del Cinghiale Bianco,  Summer on a Solitary Beach e tante altre ancora, e sebbene per un secondo mi sia rammaricato di non averle mai ascoltate prima, a dominarmi è stato subito dopo la meraviglia di avere davanti a me un’intera discografia ignota e di qualità eccelsa, praticamente un godimento infinito.

Mi ero quindi ripromesso di ascoltarmi ogni singolo album nelle settimane successive e così ho cominciato con Patriots. Mentre stavo per passare a Gommalacca, è avvenuto – ahimè – qualcosa di strano e mostruoso. Da un angolo remoto del mio cervello, come il serpente che tenta Eva con una pasticca fuori dalla scuola, ho sentito me stesso pensare: “Beh, se per questo, non hai mai ascoltato nemmeno la discografia di Vasco”. Il maledetto suggerimento veniva dal fatto che, gli stessi giorni in cui avevo l’epifania su Battiato, mi era capitato di ascoltare per la prima volta Colpa d’Alfredo. 

“Ho perso un’altra occasione buona stasera / è andata a casa con il negro, la troia”.

Come scusa? Ha proprio detto “è andata a casa con il negro, la troia”. Mi ero fatto la classica risatina da stupore in ritardo di 36 anni ed ero andato avanti ad ascoltare. Beh, pazzesco! Non mi aspettavo da Vasco un testo in cui, anziché vagheggiare i soliti sentimenti noiosi e banali, veniva narrato un aneddoto con un dettaglio incredibile delle persone coinvolte, del luogo, di tutto ciò che è contenuto effettivamente nelle parole e ciò di cui non c’è nemmeno bisogno di dire un aggettivo. Non è affatto facile rendere al pubblico una descrizione fotografica di una situazione usando pochissimi versi, ma Colpa d’Alfredo ci riesce benissimo.

Così, ancora con l’ironia imbecille di chi guarda Ciao Darwin “perché mi piace il trash e mi piace soprattutto sapermi migliore di loro”, ho cliccato sull’album omonimo alla canzone. “Solo un attimo, poi torno a Battiato.”.

Cantanti completamente strafatti durante un concerto: deve esserci un momento nella vita di queste persone in cui il bivio tra sopravvivere e soccombere è decisivo. L’importante è trovare sempre qualcosa di ironico nelle cose, come il fatto che questo video sia stato caricato dal profilo ufficiale del Partito Democratico.

Tralascio il classico Non l’hai mica capito, ché sulla questione dei classici pop di Vasco ci voglio tornare dopo. Susanna è divertente ma dimenticabile, senonché mi colpisce perché penso a mia sorella che si chiama come la canzone, che è contemporanea (o quasi) al disco e da ragazza era fan di Vasco, e mi viene in mente che magari questo brano le piaceva tantissimo da piccola e che dovrei ricordargliela la prossima volta che la sento. Poi Anima Fragile, dove tiro un sospiro di sollievo: finalmente una canzone inutile alla Vasco Rossi. E sono già pronto a chiuderla lì, quando salta fuori Alibi, e di nuovo mi accorgo che sono letteralmente immerso nella scena descritta. Non solo, ma poi comincia ad elencare “devono accertare / controllare / verificare / analizzare / eventuali connivenze / coincidenze”. Un uso delle parole singole, tutte in rima, che non so come ma mi ricorda Nun te reggae più. 

Cavolo, un disco piacevolissimo. Ha le canzoni strane, le canzoni famosissime e spensierate, un tot di canzoni banalotte come è lecito che sia per un album non scritto dai Beatles. O da Battiato, per dire. Così mi viene un dubbio: stai a vedere che prima di diventare famoso, Vasco era bravo. Seleziono quindi Non siamo mica gli americani  e schiaccio play.

Signori, popolo che mi legge, voglio oggi chiedere scusa a Vasco Rossi. Mi scuso per tutte le volte che ho pensato che fosse un coglione totale, uno dei minimi livelli della musica italiana, fagocitatore di fama senza aver contribuito a nulla in Italia se non ad arricchire i gestori degli stadi di calcio. Perché se da un certo punto in avanti della sua carriera questi concetti possono anche essere in parte o del tutto veri, è sicuramente certo che come artista ha fatto dei veri e propri capolavori assoluti quali Non siamo mica gli americani. 

L’album, il secondo della sua discografia, contiene 8 canzoni. Una metà è piacevolissima. L’altra metà è già diventata pietra miliari mia personale raccolta di canzoni fondamentali. Si tratta innanzitutto di Fegato, fegato spapolato, che guarda un po’ inizia esattamente come Alibi. E, nuovamente, racconta in maniera fotografica una mattina – che diventa poi automaticamente l’intera giovinezza – del classico fattone del piccolo paesello di provincia. Noi oggi quando vogliamo attribuire un complimento ad un altro divo del pop, Max Pezzali, diciamo “Eh, ma come ha raccontato lui certe situazioni dei ragazzi di provincia, proprio nessuno”. Sì, ma si trattava dei ragazzi puliti, quelli da oratorio d’inverno e Grest d’estate, e delle loro comunissime disavventure. Quindici anni prima Vasco parlava già dei comunissimi problemi dei lazzaroni tossici e cazzari che esistono e sempre esisteranno in provincia. Gente priva delle velleità dei disgraziati cantati dai Baustelle. Nonostante per assurdo poi il testo contenga tracce di poesia talvolta perfettamente unita al comico:  “La primavera insiste la mattina” o “La festa ha sempre lo stesso sapore, gusto di campane, non è neanche male”. Montale, scansati.

Segue Sballi ravvicinati del 3° tipo. Concetti dello spazio profondo, melodie lontane come i già citati L. dei Baustelle o No Time No Space di Battiato. Solo che parla, di nuovo, di fattoni completamente persi. Gente che non ha bisogno di parlare di serpenti giganti e autobus blu per spiegare che si è imbottita di fumo peggio di una centrale a carbone dell’800. E poi Non siamo mica gli americani, con quell’intro assurdo in dialetto meridionale o con quella divagazione (Astro del Ciel) dentro la melodia senza alcun motivo apparente che oggi vengono ricalcate da Elio e le Storie Tese,. Con la differenza che Elio parla di cose demenziali del tutto immaginarie, mentre Vasco sta semplicemente recitando frasi che le persone semplici pensavano o dicevano per davvero durante la leva militare. Perché se la guerra rende i soldati semplici vittime e poeti (aka Generale, quella famosa di Vasco che poi ha rifatto De Gregori…no dai, scherzo) in tempo di pace a dominare è la pura noia di essere obbligati a fare da guardia alla polveriera di domenica sera, sotto la sarcastica minaccia della guerra fredda.

E infine Albachiara. Uno, superata l’adolescenza, deve rendersi conto che il pop non è una merda. Il pop, come tutte le cose, può essere una roba orrenda o un’opera d’arte. Dietro Uptown Funk di Bruno Mars, per dire, c’è del genio. Dietro i diversi singoli di Pharrell Williams c’è del lavoro impressionante. E noi italiani non possiamo chiamare “cantautorato” le canzoni di massa che ci piacciono per lasciare che al pop la spazzatura. Adesso venitemi a dire che Agnese non è pop come Albachiara. Che Notte prima degli esami non è pop come Albachiara. Una canzone che non è orecchiabile, non è che si lascia ascoltare. E’ una bomba universale che al secondo ritornello stavo per salire in piedi sulla scrivania, tirare un calcio al monitor e cantare in mezzo all’ufficio. Ed è solo perché sono a Tokyo; se fossi stato in Italia non solo il gesto non avrebbe avuto ripercussioni, ma sono pronto a scommettere che avrei potuto interrompermi a “Sei fresca come…” e, col gesto del microfono rivolto al pubblico, lasciare che i colleghi completassero il verso.

 

vasco fan

 

E nonostante tutto, oggi, Vasco Rossi è oggettivamente il simbolo del peggio che la musica italiana possa offrire. Con il senno di oggi, mi dispiace pure per lui. Come sia avvenuta questa trasformazione non lo so, non conosco la sua biografia né moltissimi degli album che sono venuti dopo Vado al massimo, l’ultimo album – per altro anch’esso stupendo – che si è fermato a quota 100mila dischi venduti. Sarà stato il successo: Bollicine, subito successivo e con un milione di copie vendute, mi ha fatto cagare. Magari è perché ha riunito sotto di se gli eroi di cui cantava, cioè quei fattoni ignoranti e privi di sogni che presi singolarmente in qualche serata all’osteria fanno ridere a crepapelle ma messi tutti dentro ad uno stadio finiscono per fare cose immonde (dovrebbero scrivere un libro sui racconti di gente che negli anni 80-90 andava ai suoi concerti: venderebbe più di tutti i titoli di Palahniuk messi assieme).

Quello che è certo e che sono stato mosso da un pregiudizio, ed è giusto che me ne penta.

Vasco, la mamma e il “giornalismo dall’alto”

in giornalismo by

Lo chiamerei “giornalismo dall’alto”. Oggi ce n’è un po’ di esempi su molti giornali. A proposito del matrimonio di Vasco Rossi. Non su tutti per la verità. Ernesto Assante, su Repubblica, aveva visto bene, e fin dal giorno prima.

Il giornalismo dall’alto, quando decide di seguire un evento, lo fa avendo predeterminato “la chiave” in cui leggere la notizia e contestualizzarla. Sente di dover orientare le masse. Non vuole semplicemente raccontare. Vuole “proporre” la notizia. Tracciare un solco.

Fatto: Vasco Rossi si sposa. Qui si procede secondo la linea di minima resistenza, accedendo all’idea più a portata di mano. Nel caso di Vasco è il caro stereotipo del ribelle che “abbassa la testa” e si sposa perché lo ha “promesso alla mamma”.

Ora che la mamma dell’artista abbia detto che il figlio le aveva promesso di sposarsi è cosa avvenuta davvero. Quindi non va taciuta. Ma dovrebbe esser messa, nella scrittura, almeno sullo stesso piano della dichiarazione dell’artista del giorno precedente. Nella quale si spiegava con onestà e chiarezza che sposarsi era non una scelta ma una mossa difensiva. In un paese che non riconosce ai conviventi, nemmeno a quelli di sesso diverso (di quelli dello stesso sesso manco a parlarne) gli stessi diritti ereditari dei coniugi, il matrimonio tardivo di una coppia di fatto è un modo per garantirsi contro lo scempio di una vita passata insieme per mano di eredi “legittimi”, nel caso che qualcosa di brutto dovesse accadere all’improvviso. Qui i saputi ovunque presenti ammoniscono che le cose possono esser risolte per via di testamento. Senza essere avvocato o giudice di tribunale civile, mi sento di dire che se sei sposato è meglio. Sei al riparo da ogni causa e impugnazione.

Naturalmente non si tratta di fare giornalismo dall’alto – cioè ideologico – in senso inverso, cioè sulle coppie di fatto, mettendo in ombra gli altri elementi di realtà sparando nei pezzi di cronaca un comizio sui diritti. Ma insomma, andare incontro alle cose senza gli occhiali gentilmente offerti dall’ufficio centrale, magari sì. E lo so che poi la vita diventa difficile, lo so…

 

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