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La discussione sulle banche: come non buttarla in caciara

in economia/società by

Come di consueto, quando si parla di banche, l’opinione pubblica non ci capisce un cazzo di niente.

Così come quando rivalutarono le quote delle banche in Banca d’Italia (lì lo stato Italiano emise un bond perpetuo in favore delle banche azioniste. Lo avete mai letto da qualche parte? Certo che no, ne parliamo noi stronzi la sera davanti ad un Moscow Mule), anche qui sul salvataggio delle 4 banche del centro Italia, l’opinione pubblica non ci ha capito un cazzo.

A parte l’atteggiamento schizofrenico à la Fatto Quotidiano (se le salva lo Stato “EH MA I SOLDI DEI CONTRIBUENTI!”; se si salvano da sole “EH MA I SOLDI DEI RISPARMIATORI”), c’è da sottolineare che, come di consueto, tutto viene percepito o bianco o nero: o i risparmiatori vengono considerati pollastri a cui è giusto restituire del danaro (quindi adesso voglio che lo Stato mi restituisca le mie perdite su MPS, Finmeccanica o Unicredit accumulate negli anni passati facendo trading), oppure vengono considerati dei Gordon Gekko che stavano comprando Anacott Acciaio, “e quindi che cazzo gli vuoi restituire”.

Ancora non ho sentito nessuno (politici, giornalisti, commentatori, il Califfo, Varoufakis, Adele, Ignazio Marino, Valerossi, tua madre) dire parole di buonsenso, ovvero “esiste una direttiva che ha più di 10 anni (la MiFID): è stata rispettata? Se sì, cazzi vostra; se no, denunciate chi vi ha truffato. Ora però per favore scusate, che devo andare a vedere se ho strumenti di grandfathering da dedurre dal Common Equity Tier 1”

La Grecia ha rotto il cazzo

in società by

Siete nel giardino di Camilla, si festeggia la sua ammissione al dottorato in antropologia culturale all’Università di Bologna e ha organizzato la solita tristissima grigliata vegetariana. È una serata di fine agosto, il clima è quello afoso tipico della Bassa Padana. Il cielo sopra San Giovanni in Persiceto è stellato. I discorsi pure sono quelli tipici di fine estate: le esotiche vacanze a Riccione di Mario, le turiste tedesche che non è riuscito a trapanare, l’ormai imminente rientro in ufficio, le vegane che non fanno i pompini. Ci sono tutti: c’è Carla, che è rientrata da poco dall’Australia, dov’è stata un anno a raccogliere pere williams in una fattoria sperduta nel nulla; c’è Mimmo, che è di nuovo single e ha cominciato a usare Tinder con la pacatezza emotiva di un incallito giocatore di videopoker; c’è Mario ubriaco lercio arrivato direttamente dal campionato mondiale di Beer Pong Cesenatico 2015.

È una bella rimpatriata e si beve Sangiovese e si mangiano peperoni grigliati. Carla racconta che in Australia ha fatto una gita sul monte Uluru, un luogo sacro degli aborigeni, ed esibisce fiera il suo pezzettino di roccia – sacra pure quella – da cui ha ricavato un piccolo portachiavi per l’auto. Quando lo vede, Camilla l’antropologa ha un calo di zuccheri e intona un antico canto aborigeno per purificare le anime dei presenti. Mario è incuriosito ma non dal portachiavi; chiede a Camilla se secondo lei le aborigene fanno i pompini. “Stantuffo o rifrullo?” domanda mimando platealmente le differenti tecniche. L’intera tavolata sorvola e si torna a parlare di altro.

A un certo punto succede che il tizio che frequenta Camilla, uno che di nome fa Enea e s’è appena laureato al DAMS con una tesi sull’estetica popolare dell’opera poetica di Pasolini, comincia a dire che il vero problema è il-senso-della-misura. Proprio così dice: “Non abbiamo imparato niente dalla cultura greca antica, non abbiamo il-senso-della-misura“. Mario lo guarda perplesso. “Ma non è vero! Guarda che Camilla ce l’ha il-senso-della misura! Daje, Cami’, raccontagli di quando stavi con quel giocatore di basket senegalese!” urla dando una leggera gomitata all’amica dottoranda. Segue qualche secondo di imbarazzato silenzio. Nel frattempo Mimmo ha beccato una milfona di Castelfranco Emilia su Tinder e ci tiene a mostrarla a tutta la comitiva.

Enea non si lascia scalfire dalla misura del giocatore di basket senegalese e riattacca il comizio. “Ma vogliamo parlare di quello che stanno facendo alla Grecia? Vogliamo parlarne? È una colonizzazione, ecco cos’è! Stanno distruggendo la culla della democrazia!” dice infervorato il critico letterario in erba. Tu hai un brivido nella schiena. “Il pippone sulla Grecia no, dài” pensi mentre la mamma di Camilla porta una torta sulla quale hai simpaticamente fatto scrivere col cioccolato “Camilla non la dà nemmeno brilla”.

Neppure la torta frena l’entusiasmo filoellenico di Enea. “E vogliamo parlare degli aeroporti? Ormai sono roba dei tedeschi. Le banche? Tedesche pure quelle. Tutto tedesco!” ripete rivolgendosi all’intera comitiva. Dopo si mette a raccontare le sue meravigliose vacanze a Mykonos. Dice che è stato il suo modo di contribuire alla ripresa economica greca ed è diventato amico di un pescatore che una domenica l’ha invitato a unirsi al battesimo della nipote e hanno mangiato moussakà e bevuto ouzo e ballato il sirtaki tutto il giorno. Ci mostra fiero le foto scattate sul display della sua Reflex, che ha tirato fuori per immortalare Camilla intenta a tagliare la torta con simpatica scritta di cioccolato.

Tu hai la nausea. Hai ascoltato la filippica del tizio senza dire mezza parola. Hai pensato “bravo Malcolm, stai migliorando”. Ma quando lui attacca a parlare del referendum greco non ce la fai più. Di fronte a te c’è un’ampia ciotola di plastica rigida piena di olive verdi del diametro di otto centimetri avanzate dall’aperitivo. Con uno scatto felino lo agguanti, ti alzi e glielo lanci sulla fronte con precisione degna di un giocatore di curling canadese. Per l’urto e lo spavento Enea si sbilancia e cade dalla sedia. Mario sale in piedi sul suo sgabello e comincia a ululare come un coyote delle Montagne Rocciose. Mimmo ti guarda e sghignazza come a dire “ci sei mancato, Malcolm”.

Enea è confuso, Carla e Camilla lo aiutano a rialzarsi. “Assaggia ‘ste olive, Enea, so’ greche” gli dici. “La Grecia ha rotto il cazzo” aggiungi allargando le braccia come a significare “amico, ti mancano le basi, non puoi mica metterti a parlare impunemente di certe cose in mia presenza”. Poi ti metti a elencare.

La patetica retorica filoellenica sui social network; la Grecia “culla della democrazia”; la giacca di pelle di Varoufakis; la moto di Varoufakis; le foto delle vacanze sull’isola greca a mangiare pesce fresco con tanto di hashtag tipo #Greece #Tsipras #OXI; quelli che citano Platone alla cazzo di cane; quelli che citano Socrate ma non sanno che stanno citando Platone che cita Socrate; Il mio grosso grasso matrimonio greco; Mykonos; il liceo classico; lo yogurt greco; quelli che hanno frantumato i coglioni col referendum per mesi senza capirci un cazzo di niente; quelli che OXI OXI OXI; il Pi greco; Grexit; le invettive contro i tedeschi colonialisti; Santorini; la bandiera greca come immagine del profilo Facebook; quelli che negli status scrivono frasi in greco; la feta; Creta; Eschilo, Sofocle ed Euripide; Alexis Tsipras; Syriza; il crowdfunding per estinguere il debito greco, perdio, il crowdfunding per estinguere il debito greco!

Riprendi fiato. Enea è stordito, non è abituato al confronto dal vivo, è abituato a twittare roba tipo #freeGreece #ThisIsACoup. Ci prova a ribattere qualcosa ma emette soltanto suoni gutturali. “Demoazia, Zipas, Paatone, Ghecia, refeeendum…” biascica mentre Camilla gli passa un fazzoletto sul viso. “La Grecia ha rotto il cazzo” dici ancora una volta guardando Mario. Lui sorride, ti viene vicino e ti dà una pacca sulla spalla per farti capire che hai fatto la cosa giusta. Poi, sobrio come un operaio russo alla fine di un pranzo di matrimonio, richiama l’attenzione di tutti e fa partire un coro da stadio: “Camiiiiilla! Camiiiiilla non la dà nemmeno brilla! Camiiiilla! Camiiiiilla non la dà nemmeno brilla…!” Ti risiedi soddisfatto, hai fatto il tuo dovere. Sul tavolo c’è un’oliva solitaria scampata al lancio di poco prima. La raccogli e la metti in bocca. “È greca” pensi.

Ode estiva al commentatore

in arte by

Così di luglio canicola mi colse
nel legger quivi dell’ellenico “no”
che del martirio niente risolse.

Stavvi in Atene Yanis, e a tono
a chi domanda di qual direzione
della moneta invita abbandono,

ché d’Europa un’unica costituzione
non trovò speme nel loro giudizio
ma sola sorgente, di trista agitazione.

Tutti dottori, fin dall’inizio:
ovunque è segno di granda cultura
scriver pareri in quel tale ospizio

blu, popolare, american di fattura,
di come evitare ratti il cadere,
di come non cedere alla paura.

“È la Democrazia, che ferma il potere
che ferma la gogna del neoliberismo
posta ‘sì all’uso del laido banchiere!

Non pagheranno: v’è il classicismo,
che con Ulisse, Parmenide e Achille,
serra la morsa d’ogni anglicismo

quello d’i conti, che somman a mille,
che nel pareggiar tosto il bilancio
vi guardan dritti nelle pupille

e chiedon maligni di spesa il trancio”.
Così parlavon da destra e mancina
tutt’i teorici del keynesiano rilancio

ma non si curavan della carneficina,
di povertà e mestizia ch’arriva
già nella Grecia di socialismo fucina.

Sull’altra sponda corre giuliva
la massa degli orbi, degli entusiasti
di quell’Europa, ch’è locomotiva

della ricetta che solve i contrasti
centralizzando (in guisa già vista!),
e che solo cura i possibili fasti.

Quivi restavo, volgendo la vista
al duttile schermo, sempre in rinnovo,
leggendo di tutti il parere onanista,

quand’ecco cogliemmi un pensiero nuovo:
lasciamo da parte il solito articolo
e diamo al lettore codesto stilnovo.

Ich bin griechisch

in economia/politica by

“Certo che le banche ci potevano pensare prima a perestare tutti questi soldi alla Grecia!”

Messa così pare che all’epoca il sor Papandreu si è recato nella filiale di Intesa Sanpaolo di Tessalonica dicendo “zio mi alzi 150 miliardi?”. In realtà, invece, fino ad un certo periodo storico, la Grecia, come qualasiasi altro stato sovrano, ha emesso titoli di debito pubblico che venivano acquistati dal mercato. Da voi lettori, da mio zio, da me, e ovviamente anche dalle banche. Anzi, prevalentemente dalle banche, perché, sempre fino a quel determinato periodo storico, acquistare titoli del debito di un Paese sovrano era una prassi consolidata per gli istituti finanziari, perché venivano considerati titoli “sicuri”. A maggior ragione quando tali titoli entrano sotto il “cappello” dell’Euro, moneta oggettivamente molto potente. Semplicisticamente: erogare un credito e acquistare un titolo di stato, se alla fine danno un effetto sostanziale uguale (“zio, me devi da i sordi!”), nascono come operazioni completamente diverse: nel primo caso sei tu che devi, da buon padre di famiglia, valutare le possibilità di rimborso del debitore; nel secondo caso, questa operazione è fatta, tendenzialmente, dalle società di rating. Che si basano su molte considerazioni, tra le quali i dati di bilancio. Che, come abbiamo avuto modo di apprendere, non sono propriamente ciò in cui eccellono i miei amati Opsiciani. E nemmeno i Bucellarii, se la cosa vi può consolare.

Ciò che poi è accaduto è che questo debito puzzone che girava per le banche (e per gli investitori privati) europei è stato sostanzialmente “trasferito” alle autorità sovranazionali. In buona sostanza, a tutti noi taxpayers europei. Questo, attenzione, non è stato fatto “rigirando” il debito dalle banche alla collettività: perché quel debito ha subito un pensante “haircut”, cioè una buona parte di esso è stato cancellato per sempre. Quindi occhio a dire “le banche hanno sbolognato il debito ai taxpayers”, perché a) non sono state solo le banche, ma magari anche mio zio che s’era comprato l’obbligazione ellenica b) in ogni caso, chi deteneva il debito greco all’epoca dell’haircut ci ha perso una discreta quantità di soldini. In soldoni: se prima JP Morgan Chase Manhattan deteneva un titolo che valeva 100, ha registrato una perdita secca a conto economico per 50; gli altri 50 se li è accollati la collettività europea.

Il trasferimento alle autorità sovranazionali (quelle rappresentate dalla Troika, per intenderci) è stato un passaggio fondamentale a mio modo di vedere, perché così ha finalmente liberato la gestione del debito greco dalle mere logiche finanziario/contabili. O meglio, avrebbe dovuto, perché effettivamente i tedeschi ragionano come se uno stato sovrano fosse una azienda, e questa è una cazzata bella grossa. Ma, tenendo un attimo da parte the unfuckable big assed, ripeto: che il debito greco sia diventato una questione politica e non più finanziaria è una cosa positiva, molto positiva. A questo punto la battaglia da fare è: ma adesso che possiamo gestire con calma questa roba, senza dover pensare al Net Present Value dell’investimento, ha senso andare lì e fare i pignoratori che si comprano il Pireo a due lire e lo rivendono agli oligarchi? Certo che no. Così come, però, non ha senso fare i pagliacci per mesi dicendo “io non vi pago” e basta. Se Tsi&Var avessero avuto un tipo di approccio diverso, se avessero dimostrato buona volontà e una visione di lungo periodo, a quel punto gli unici coglioni sarebbero rimasti i tedeschi e la loro mentalità tedesca. E a quel punto avremmo tutti potuto a buon diritto dire Ich bin griechisch e studiare assieme una strategia di lungo periodo per fare stare bene la gente. Perché se questi disgraziati chiedono solo di cancellare il debito, altri stati sovrani si troveranno a dover gestire perdite molto ingenti. Tra l’altro mentre dall’altra parte dell’Adriatico un panetto di burro costa 3 miliardi di dracme.

Non aiutare la Grecia (o non farsi aiutare, alla fine è uguale) è un gioco lose-lose, ci perdono i greci e ci perdono gli europei. Finanziariamente ma, soprattutto, politicamente.

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