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Lo and Behold: le aspettative di una fan

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Ciao.

Quando mi hanno detto che sarebbe uscito un nuovo documentario girato da Herzog, ho attraversato tre fasi: l’esaltazione, l’attesa spasmodica e le aspettative.

Naturalmente, adesso che sta per uscire, sono nella fase tre. E mi sono chiesta cosa possa scaturire da un documentario dello zio H. che, entrato nel settantacinquesimo anno di età, decide di parlare di internet. Uno che non ha nemmeno lo smartphone, uno che

Dunque.

1.Sarà un film epico

Stiamo parlando di internet, la piattaforma sulla quale ogni giorno puoi scegliere quale video di gatti guardare e di Herzog, uno che per non scendere a compromessi con una nota casa di produzione cinematografica ha fatto passare una nave da un lato all’altro di una montagna. Sono abbastanza certa che H. inserirà musiche altisonanti e ci farà vedere le immagini dello spazio, tipo “l’uomo è solo,  ma c’è internet con lui”.

2. I commenti del regista

Già dal trailer si possono sentire due o tre frasi che rendono l’idea di cosa sia un documentario girato da Werner Herzog: normalmente infatti nei documentari i registi sono restii a dare la propria opinione facendo sentire la propria voce. Herzog no: lui usa il cinema documentario quasi come una specie di diario personale, e se vuole dire una cosa, la dice. “Per adesso -sentiamo dire a uno scienziato nel trailer del film- non riusciamo nemmeno a mandare un singolo uomo su Marte” ma Herzog lo interrompe: “Io verrei”, dice, “non avrei alcun problema.” Non vedo l’ora di sentire il resto.

3. Solitudine e ansia

H. non perderà occasione per ricordarci di quanto siamo soli, tristi e senza speranza. Anche con i video dei gatti a disposizione.

4. Insegnamenti di vita, riflessioni, viaggi mentali

Se c’è una cosa che ho imparato guardandomi i documentari di zio H. è che poi si riflette su tutto ciò che ne concerne, e oltre. Inizi a pensare “diamine, ha ragione”, e parti per la tangente riflettendo su cos’è la tua vita, su come l’argomento si riflette sulle tue azioni, sulle tue opinioni, e finisci a piangere sotto la doccia per fare finta che sia solo acqua.

5. Me lo devo riguardare

Quando si finisce di vedere un documentario di Herzog, la prima cosa che viene in mente è “ok, probabilmente ho assorbito solo il 15% di quello che mi voleva dire”. Ed è esattamente così: sono talmente pieni di roba che è impossibile percepire tutto subito.

6. Casa

Guardarsi un documentario del genere deve essere un’esperienza che ti fa sentire a casa tua, con un signore gentile che ti spiega le cose e ti invita pure a rispondergli quando fa una domanda. E tu gli rispondi, perché veramente sembra che sia lì seduto accanto a te. Poi la gente al cinema si gira e tu pure ti giri scuotendo la testa, “ehhh, lo fanno, lo fanno.”

Sono molto emozionata. Evviva il 2016.

 

JJ

 

Le Appassionanti Avventure di Zio Herzog

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Forse molti di voi si chiederanno cosa faceva zio H. prima di dedicarsi al cinema. Molti forse penseranno che, in fondo in fondo, per quanto sia un personaggio allucinante, il vecchio Werner non è poi così strano da vivere un’adolescenza tanto differente da quella di noialtri.

No, tentate di nuovo.

A parte convivere con Kinski, Werner, appena adolescente, si trasferisce a Manchester per stalkerare una ragazzetta: si innamora, e pur di starle appresso affitta una catapecchia nella banlieue inglese (suburb?) che divide con quattro bengalesi, tre nigeriani e una marea de topi (non quelli Disneyani, proprio i ratti de fogna). Tenete a mente questi topi perché nei primi anni della vita del giovane zio H. questi repellenti mammiferi saranno sempre presenti.

I watch you while you sleep.

Si sa che però, a quell’età, l’amore spesso è effimero e volubile come la fiamma di una candela (becca ‘sta metafora), oppure magari questa aveva deciso di non dargliela nonostante lo stalking, dunque H., dopo il diploma liceale, decide di cambiare direzione.

È il 1961, e Herzog ha 19 anni. Un adolescente normale probabilmente sarebbe tornato a casa dei genitori ad ammazzarsi di pippe davanti alle riviste zozze, ma H. non è un adolescente normale, e naturalmente sceglie di andare verso il disagio più nero: tornato a Monaco, dà due bacetti alla mamma e le dice di volersi mettere alla guida di un camion che fa parte di un convoglio diretto ad Atene.

No ma la Grecia, dice W., è solo uno scalo.

Ah, e dove saresti dunque diretto, caro?

Che palle, ma’: vado nel Congo belga.

Nel Congo belga dove hanno appena proclamato l’indipendenza e ci stanno tipo i colpi di stato e la gente che muore in continuazione?

Una rara immagine dei tumulti in Congo belga durante quegli anni
Una rara immagine dei tumulti in Congo belga durante quegli anni

“Sono affascinato dall’idea che la nostra civiltà sia come un sottile strato di ghiaccio sopra un oceano profondo di caos e tenebre” (sic), risponde Werner.

Ah, allora vai pure tesoro. Ti preparo un paio di panini.

In realtà questa frase Herzog la dirà quasi 50 anni dopo, ricordando questo episodio. Possiamo immaginare che il vero dialogo con la madre sia stato tipo:

Alloraiovadomammaciao

Aspetta Werner, dove vai?

No è che volevo andare un po’ in Grecia.

Ma come ci vai?

Eh, un amico di Fritz mi ha detto che cercano un autista per un camion diretto ad Atene.

Ma chi è Fritz?

A ma’, è quello biondo.

Senti ma poi rimani lì ad Atene? Scrivimi quando arrivi.

Sì. Oddio, magari mi allungo fino ad Alessandria d’Egitto.

In Africa? Attento però eh.

Ma attento a cosa?

E non andare in Congo belga, che lì sparano!

Allora ciao, eh!

[esce di casa]

[dalla tromba delle scale] Werner, VAI PIANO!! E metti la cintura!

In quel momento il giovane W. non sa, però, che tutti coloro che avevano cercato di raggiungere le province del Congo belga erano morti.

Per fortuna, arrivato a Juba, W. si ammala, e si rende conto che se vuole vivere abbastanza per poter poi tornare a suicidarsi in Congo belga, deve tornare indietro.

La morale? Viene trovato qualche giorno dopo da un ingegnere tedesco vicino alla diga di Assuan, in un rifugio, febbricitante e coperto dai topi che iniziavano a utilizzare il suo maglione come nido e a cibarsi della sua carne: su una guancia porta ancora la cicatrice del topo che lo svegliò mentre cercava di farlo a brandelli.

Niente, poi torna in Germania e si iscrive all’università sotto minaccia della madre, che quando lo vede tornare gli proibisce di tenere in casa i topi, ma lo incoraggia nel suo più grande sogno: quello di diventare un regista.

Mentre il padre?

No, il padre no; il padre, scrive la mamma in una delle sue lettere ricevute da W. mentre era a Creta, “non vede l’ora di dissuaderti dal diventare regista” (sic).

Però il signor Herzog (“duca” in tedesco) ha un merito: avere un cognome strafico, che Werner, nonostante fosse registrato all’anagrafe con quello della madre (Stipetić), si prende la briga di utilizzare per fare una figura più cool ai festival del cinema.

Tutti vincono, come al solito.

JJ

L’apocalisse ludica di fine millennio

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Primo capitolo

Secondo capitolo

Terzo capitolo

 

16. LA LEGO/LEGO TECHNIC

Fortunata associazione di pazzi che si inventò il fatto che curiosi omini della dimensione di una falange e dalla faccia gialla cilindroidale con sempre la stessa espressione ebete potessero diventare abilissimi ingegneri, costruttori di astronavi, parrucchieri. E’ inutile spiegare il funzionamento dei Lego, perché è chiaro a tutti. C’è pure il film. Gli altri comunque sono pregati di aggiornarsi. Le costruzioni ebbero così tanto successo che uscirono anche quelle a tema: la montagna di Indiana Jones, il Lego Star Wars, persino quello di Harry Potter, tutti a prezzi vertiginosi. La particolarità della Lego era una sola: come nei puzzle, alla fine veniva fuori che mancava sempre un pezzo, uno dei mattoncini, risultato introvabile nonostante le ricerche forsennate. Qualche mese più tardi, qualcuno finalmente lo ritrovava calpestandolo, e invocando alcuni noti santi della cultura cristiana.

Esiste una perversa sottomarca della Lego, la Lego Technic: il concetto è lo stesso, ma le macchine sono più elaborate e difficili da costruire, ci vuole almeno una brugola, e non esistono omini che le guidano. Per bambini nerd e molto soli.

 

Come carboni ardenti
Come carboni ardenti
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Non venivano mai così belli quando ci provavo io

17. MIGHTY MAX

Anche conosciuti dalle bambine come “I Polly Pocket per i maschi”, i Mighty Max erano esattamente come i Polly Pocket, con la differenza che però il personaggio era uno sfigatissimo bambino dai capelli ossigenati, che si trovava a dover combattere perennemente contro mummie, serpenti, mostri di ghiaccio, scheletri, scienziati pazzi, assassini muniti di seghe elettriche, il tutto sempre in case decappottabili, ma dall’ambiente squisitamente horror. Anche qui gli ideatori si sono sbizzarriti inserendo i Mini Mighty Max: ambientazioni più piccole, ma sempre gli stessi maniaci omicidi.

Solo nei vostri peggiori incubi
Solo nei vostri peggiori incubi

18. LE MICRO MACHINES

Quasi a voler obbligare i bambini a morire per soffocamento (o stress causato dalla perdita del giocattolo minuscolo), oltre ai Polly Pocket vennero introdotte le Micro Machines. Dal nome, macchine minuscole, lasciate dal bambino perennemente in giro, con la conseguenza di femori rotti e traumi cranici. Erano tantissime, una collezione infinita. Spaziavano dalle macchine da corsa alle ruspe, dalle navi alle barche a vela; successivamente gli ingegneri della Gig inventarono il camper che si apriva a metà e diventava una città full optional, l’elicottero dei carabinieri che era una base segreta, e via dicendo. La particolarità del giocattolo era il prezzo, inversamente proporzionale alla grandezza della macchinina. Le Micro Machines sono state recentemente rilanciate (non contro un vetro) dagli avidi ingegneri della gig.

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19. LADY LOVELY LOCKS

Lady Lovely era uno smielato cartone animato (dal quale uscirono di conseguenza anche le bambole, stampo della Skipper di Barbie) che trattava di una specie di principessa piena di fiocchi, gioielli e capelli irrimediabilmente lunghi e vaporosi (ma dai colori punk), la quale si struggeva d’amore per il principe Cuorforte (un efebo pettinato come He Man) e circondata da ridicole deficienti colorate e animali tristemente tinti di rosa e fucsia (come la tigre di He Man). La cattiva era una perfida duchessa con i capelli neri (infatti si chiamava NERONDA, nomen omen), come a dire: se non sei bionda e con la pelle di pesca, sei cattiva. Le bionde buone passavano il tempo a difendere il loro regno costellato di pony blu dalla perfida duchessa, che magari voleva solo riconquistare il proprio posto nell’alta società, vai a sapere.

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Fatevi un’altra lampada

20. LE CHERRY MERRY MUFFIN

Erano bambole di plastica dura (se le tiravi a tuo fratello, era consequenziale il trauma cranico), somigliavano a una Skipper con le caviglie gonfie, avevano vestitini dalle tinte ambigue e ognuna aveva un profumo differente (io ne avevo una gialla, gadget annesso LA BANANA con piedi e mani, deviante: la potete vedere nell’immagine sottostante). I gusti erano quelli della frutta: ciliegia, mirtillo, banana, fragola, mango, papaya, licis. L’odore, che avrebbe dovuto ricordare i frutti di cui sopra, era in realtà un’orrenda puzza di plastica radioattiva. Ideate senz’altro per far familiarizzare il marmocchio impertinente con gli alimenti ricchi di vitamine, per anni io le ho conosciute come “le bambole che profumavano di frutta”, fino alla traumatica scoperta che in realtà portavano un nome da pornostar.

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Scusate, ma la terza da sinistra a che gusto è?

JJ

L’apocalisse ludica di fine millennio

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Ed è magicamente di nuovo venerdì.

Prima puntata qui.

6. I GI-JOE

Erano le bambole per i maschi, il giocattolo bellico per eccellenza ai nostri tempi (1990?). I GI-JOE (mai capito perché si chiamassero così) erano dei pupazzetti di media grandezza vestiti come i coatti in discoteca (canottiere, medagliette, anfibi e pantaloni mimetici), dei quali lo scopo vitale era la smania di combattersi a vicenda, massacrandosi senza distinzione di razza, età o ceto sociale, inneggiando però, paradossalmente, alla pace. Esisteva una sola donna fra i pupazzetti, che però era chiaramente un travestito, visti i tratti maschili e squadrati, il rossetto abbondante e il seno rifatto.

In questa immagine: il rarissimo cameo dei Village People nella serie animata dei GI-Joe
In questa immagine: il rarissimo cameo dei Village People nella serie animata dei GI-Joe

7. I DOLCI SEGRETI

I dolci segreti furono i primi giocattoli che insegnarono alle bambine quanto è bello possedere pietre colorate e luminose. Erano delle scatoline di varie forme con sopra una pietra “preziosa” (in VERA PLASTICA!). Se aperte, non si rivelavano scatoline e basta, ma si estraevano da esse braccia, gambe e testa, e si formavano orribili bamboline kitsch con i capelli rosa e fucsia. Anche loro munite di un’oggettistica da far invidia ad un coltellino svizzero, compresi i pettinini per le bambine (subito persi per sempre sotto alla libreria).

"Ucciderò tutta la tua famiglia nel sonno"
“Ucciderò tutta la tua famiglia nel sonno”

8. GLI EXOGINI

Erano degli esseri in plastica collezionabili in busta chiusa, monocolore e completamente inutili. Non erano belli. Non erano funzionali. Probabilmente se lanciati non facevano nemmeno male. Però i bambini facevano a gara a chi ne aveva di più e se li scambiavano persino fra loro. Perché? Non potevano usare le figurine come tutti gli altri?

No comment
No comment

9. GLI ECOLOGINI

Gli Ecologini erano dei mostri affetti da nanismo e con un problema evidente di bile: erano completamente verdi, il che li rendeva simili a rane. Ma nessuno ha mai capito perché si chiamassero così. Forse verde = natura = ecologia? Sì, ma che facevano questi? Ripulivano piazza San Giovanni dopo il concerto del primo maggio? Ad ogni modo, come tutti i loro fratelli che terminavano con il suffisso -ini, erano perfetti per essere lanciati con violenza contro gli altri bambini.

Li ricordavo meno inquietanti
Li ricordavo meno inquietanti

10. I PACIOCCHINI
I paciocchini erano un’infinita serie di marmocchi di plastica morbida (ma se li tiravi al tuo compagno di banco comunque facevano malissimo) dal colore rosa pallido che si esibivano ognuno in una posa diversa, ognuno con un nome diverso e ognuno col suo pannolino di spugna dai colori fosforescenti. Le bambine ne avevano a milioni, anche loro si collezionavano in busta chiusa, con la conseguenza che ti ritrovavi con 13 paciocchini seduti, 15 col cucchiaio in mano e 25 col cappellino. Gli ideatori, sadicamente, successivamente si inventarono i colori alternativi (abile tattica per avere 5 paciocchini nella stessa posa ma di colore diverso); ne esistevano di marroni, gialli, altri rosa caramella ma addirittura erano arrivati all’azzurrino e all’arancione trasparente! Ancora più in là, vennero ideati dei paciocchini più piccoli, che erano ancora più elaborati nelle pose e nei colori! Roba da galera!

Stupidi mocciosi
Stupidi mocciosi

JJ

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