un blog canaglia

Tag archive

Valentina Nappi

¡Que viva La Zanzara!

in giornalismo by

Questo è un pezzo di difesa preventiva. Accorata e sentimentale. Difesa di una trasmissione radiofonica, La Zanzara su Radio24, dove martedì sera è andato in onda un nuovo, geniale scherzo telefonico.
Riassunto: un finto Renzi (il bravissimo Andro Merkù) telefona al monsignor Paglia, presidente del pontificio consiglio per la famiglia (sì, esiste una cosa del genere!). Questi rivela al suo interlocutore la presunta insofferenza del pontefice nei confronti del sindaco di Roma, che si sarebbe ‘imbucato’, non invitato, a un incontro del Papa a Philadelphia.

Pochi minuti, dai quali emerge con una vividezza più eloquente di qualunque analisi socio-politica, la fotografia di un’Italietta immobile, in bianco e nero, eternamente democristiana. E di vertici Vaticani che dimostrano di avere, ora come sempre, nei confronti del potere politico una consuetudine sollecita e affettuosa, che tradisce una tradizione di lieta e pacifica sudditanza del secondo nei confronti dei primi.

Ma torniamo alla questione dello scherzo. Il copione, per la trasmissione di Cruciani e Parenzo, non è nuovo: il caso più memorabile è probabilmente quello di Fabrizio Barca che, interpellato nel febbraio 2014 da Merkù/Vendola, si lascia andare a commenti e allusioni poco lusinghieri a proposito del nascente governo Renzi. O la telefonata della finta Margherita Hack (sempre Merkù!) che nel 2013 invita il costituzionalista Onida a sbottonarsi sull’inutilità dei ‘Saggi’ nominati da Napolitano.

All’indomani della telefonata della Hack a Onida, Gad Lerner ha scritto sul suo blog un pezzo durissimo e indignato in cui attaccava “il giornalismo degli insetti”, che sguazza nel suo “campionario di ‘mostri’ consenzienti”, “alla ricerca del bieco, rasentando l’osceno”. Similmente, dopo lo scherzo a Barca, Michele Serra ha vergato un corsivo su Repubblica, lamentando lo stravolgimento dell’ “argine tra notizia e diceria, tra polemica leale e colpo basso”, laddove “tutto finisce in un melmoso streaming che si autopromuove a ‘trasparenza’ anche quando attinge nel torbido”. Più di recente, Famiglia Cristiana se l’è presa con Cruciani (del quale, scrive, “facciamo fatica a citar[e] anche solo una frase, perché nella sua trasmissione il turpiloquio è elevato a sistema”) per via di alcuni interventi odiosamente razzisti di ascoltatori e ospiti della trasmissione.

C’è da aspettarsi, insomma, commenti di analogo tenore anche nei confronti di quest’ultima impresa di Cruciani e Parenzo ai danni del monsignore (o forse no, visto che di questi tempi gettare secchi di merda contro il sindaco di Roma è uno sport che garantisce soddisfazioni bipartisan).

E dunque: da domani, tutti addosso alla Zanzara! Fucina di giornalismo spazzatura, di oscenità allo stato puro, palcoscenico per i peggiori mostri, i razzisti, la famosa ‘pancia’ di un Paese affetto da colite cronica.

Ora, io seguo La Zanzara praticamente da sempre, dai tempi (bui) in cui il co-conduttore era Telese. La seguo soprattutto perché mi fa ridere moltissimo e trovo che sia un format di intrattenimento perfettamente riuscito. Ma ne sono ascoltatore appassionato anche perché sono convinto che sia una trasmissione rivoluzionaria, un unicum assoluto nel panorama italiano, un piccolo angolo di anarchia che dovremmo difendere con le unghie e non dare per scontato.
Certo: Cruciani è notoriamente un provocatore. Le sue opinioni sono a volte male o per nulla argomentate e poco documentate. Spesso io stesso le trovo agghiaccianti. Ma da una trasmissione di opinione non mi aspetto di essere sempre d’accordo con chi la conduce (che noia!): mi auguro piuttosto di ascoltare una voce libera, un punto di vista che scavalchi l’ovvio e mi sorprenda, che possibilmente vada al di là degli steccati ideologici.

La Zanzara è l’unica trasmissione nazionale e di successo dove il conduttore si permette di esprimere, quotidianamente, posizioni risolutamente anti-clericali, prendendo per il culo preti ed esorcisti, ascoltatori beghini e politici baciapile. In cui si assegna la medesima importanza alle parole del Papa e a quelle di Donato da Varese.

Alla Zanzara si è combattuta e si combatte una battaglia radicale, senza mezze misure, per i diritti degli omosessuali, per il matrimonio gay e per l’adozione. Negli anni, sono stati messi alla berlina i peggiori omofobi, se ne sono scoperti di nuovi e insospettabili tra politici, imprenditori, gente comune, e si sono sollevati casi internazionali che hanno contribuito a sensibilizzare milioni di persone (vedi il caso Barilla).

Alla Zanzara si parla quotidianamente di sesso, in maniera libera ed esplicita, in una fascia oraria non protetta. Si intervista Valentina Nappi, si parla di Viagra e Cialis, di vaginismo e piogge dorate, ma anche di legalizzazione della prostituzione, di case chiuse e di transessuali che esercitano la professione più antica del mondo e vorrebbero pagare le tasse a uno stato che glielo impedisce salvo poi perseguitarli con il fisco.

La Zanzara spaventa e scandalizza perché è una trasmissione laica in un paese clericale. Un paese in cui ciascuno, a cominciare da chi si indigna e la attacca, sembra non avere a cuore nient’altro se non la propria, piccola o grande, reale o immaginaria, spirituale o umanissima chiesa.

Cara Valentina

in società by

Questo, si sa, è un paese maschilista: e uno dei mille possibili portati della cultura maschilista consiste nel ritenere che una donna, solo perché fa l’attrice porno, non possa avere un cervello pensante che le consente di essere curiosa, di studiare, di esprimere la propria opinione e magari di farlo anche in modo efficace.
Sta di fatto, occorre precisarlo, che sin qui di pornostar col pallino di commentare pubblicamente la politica e la società in cui viviamo mica ne abbiamo viste tante: ragion per cui, probabilmente, oltre ad essere maschilisti non siamo neppure troppo preparati ad accogliere nel modo più adeguato un’eventualità del genere.
Ebbene, oggi un’attrice porno che interviene a più riprese nel dibattito pubblico c’è, e credo la conosciate tutti: si chiama Valentina Nappi. E io, lo dico onestamente, superato un primissimo momento di stupore (sono pur sempre un maschio italiano) mi sono reso immediatamente disponibile ad ascoltare quello che aveva da dire: talora essendo d’accordo con lei, talaltra (debbo dire, un tantino più spesso) avendo l’impressione che sparasse delle minchiate, cosa che del resto capita non di rado anche a chi svolge professioni assai diverse dalla sua.
Senonché, il punto è un altro.
Ultimamente ho come la sensazione che alla Nappi si tenda a dar retta non tanto, o non soltanto, in ragione di quello che dice, ma soprattutto perché lo dice facendo la pornostar: come se quell’iniziale, immotivata diffidenza riconducibile al suo lavoro si fosse trasformata in una speculare e altrettanto immotivata attenzione dovuta alla medesima ragione.
Il che, a ben guardare, altro non è che lo stesso, identico riflesso maschilista di prima, stavolta declinato esattamente all’opposto.
Ebbene, io sono convinto che Valentina, che scema non mi pare, non soltanto costituisca la rotella più importante di questo curioso meccanismo, ma che ne sia la principale ideatrice e artefice: e che se la sia costruita e se la goda, la possibilità di sfruttare questo “bug” culturale, ergendosi a maître à penser e interloquendo sull’intero scibile umano con chi le pare, spesso ai massimi livelli.
Il che, ci mancherebbe, non è affatto uno scandalo. Voglio dire: ciascuno sfrutta quello che ha, e non vedo perché l’amica Valentina dovrebbe far eccezione.
Io, però, continuo ad essere perplesso. E mi sorprendo sempre più spesso a guardare con un misto di tenerezza e fastidio quelli (e ce ne sono tanti) che l’ascoltano a bocca aperta e che le danno spazio su giornali, riviste e rotocalchi come se si trattasse di un oracolo, a prescindere dal fatto che dica cose condivisibili o che spari minchiate. E ne spara, di minchiate.
Il tutto solo perché fa la pornostar.
Via, ragazzi, diciamoci la verità: a fare i “moderni” in questo modo sono buoni tutti.

Somewhere, Detroit

in mondo by

Quando i conflitti sociali iniziano a prendere le sembianze delle questioni personali, ogni giorno può riservare sorprese inaspettate.

“Avete mai fatto caso che ogni tanto si incrocia qualcuno che non va fatto incazzare? (sputo) Quello sono io (…)Chiudi quella bocca di merda. Credete che io scherzi eh? (…)Li chiami fratelli questi animali? Vorresti avere le palle nere come loro? Questi non ti vogliono come fratello, e fanno bene.(…)”

Questo gioiellino di film è stato girato a Detroit. A Detroit negli anni ’80 ci giravano Robocop e Beverly Hills cop con Eddy Murphy. « Foley… dovevo immaginarlo che c’eri di mezzo tu. », vi ricorda qualcosa? A Detroit c’era finito pure Bardamu, il protagonista di Viaggio al termine della notte di Louis-Ferdinand Céline. “La vita è questo, una scheggia di luce che finisce nella notte”, ve la ricordate?

“Avete fatto una passeggiata. Nel tragitto siete stati fermati da una persona che vi chiedeva dei soldi. La persona non era insistente. Immaginate di rifare lo stesso tragitto. A fermarvi non è una persona sola ma, ad intermittenza, lo fanno in tre. In modo non insistente. Immaginate ancora di fare sempre lo stesso tragitto, che poi non è così lungo, e di aver incontrato 5 persone che a turno vi hanno chiesto aiuto e soldi. Questa volta, su 5, uno è insistente. Immaginate la degenerazione di tale fenomeno.”

Sfruttando le risorse idriche della regione dei grandi laghi, Detroit nella prima metà del novecento diventa la capitale mondiale dell’automobile. Qui si impiantano General Motors, Cadillac, Chrysler. Henry Ford nel 1904 inizia a realizzare la Model T. Nei primi anni Cinquanta è la quarta città per numero di abitanti degli Stati Uniti. Nel 1820 contava 1.422 abitanti, nel 1900 285.704, nel 1920 993.678, nel 1950 1. 849.568. Una crescita demografica impressionante innescata dall’arrivo in città di individui disparati di differenti nazionalità in cerca di un posto di lavoro e di un contratto sindacale della United Auto Workers.

“Uscite di casa e trovate gente che vi chiede dei soldi assillantemente, chi perché ha fame, chi perché ha il figlio malato, chi perché è rimasto senza casa. Quelli violenti e prepotenti cominciano ad incrementare numericamente. Aumenta il numero di quelli che vi puntano un coltello o un taglierino. Naturalmente sono dei delinquenti, sono cattivi, lo fanno perché non vogliono lavorare, non perché non abbiano opportunità lavorative o reali possibilità di comprarsi del cibo, vestiario o pagarsi un affitto. Lavoro ce n’è in abbondanza.”

In poco tempo si creò una middle class multietnica composta da immigrati europei, arabi, neri, in cui confluivano ingegneri, tecnici industriali, avvocati, medici. Detroit divenne la terza città più ricca d’America ed un floridissimo centro di vita culturale: patria della Motown, la casa discografica che fu la culla del rythm and blues e della musica soul, degli Mc5, di Bob Seger, degli The Stooges e di molti altri ancora.

“Ma siccome sono delinquenti e cattivi e voi siete persone perbene, sentite l’utilità e la necessità di starne alla larga. Se uscite di casa volete godervi la passeggiata e non essere continuamente assillati da morti di fame prepotenti che non vogliono lavorare. Puzzano. Sporcano”.

Nel luglio 1967 nella città del Michigan scoppia la più grande rivolta urbana della storia degli Stati Uniti, inferiore solamente ai disordini di New York, avvenuti durante la Guerra Civile Americana e alla rivolta di Los Angeles del 1992. Arrivarono i carri armati e l’esercito. 43 morti, 1189 feriti, 7200 arresti e 2000 edifici distrutti.

“La situazione con il passare dei mesi degenera. Non si può più vivere in tranquillità. Sempre più frequentemente avvengono aggressioni, taglieggiamenti, imboscate. Non sI riesce più a controllare il territorio e ad arginare tale degenerazione. Non c’è altra via se non allontanarli, creare un ‘muro’ e costruire una ‘zona’ dove sistemare questi soggetti che con voi non hanno niente a che spartire. Fate un duro lavoro. Quello che guadagnate giustamente lo spendete come e dove volete voi”.

Poi l’inversione di tendenza ed i primi segni di cedimento: i vent’anni della gestione del sindaco ‘motherfucker in charge’ Coleman Young; la lenta ed inesauribile crisi del settore dell’auto afflitto da sovrapproduzione cronica; la conseguente delocalizzazione produttiva; licenziamenti e crisi dei mutui con il crollo del valore delle case; la recessione 2008-2009.

“Quelli della ‘zona’, però, stupidi, senza dio patria e famiglia e delinquenti nell’animo, anche se non vogliono lavorare, vogliono soldi. Tra di loro non si possono estorcere niente se non la dissenteria e le pulci. Alcuni, i più violenti, bastardi e quelli più esasperati, decidono di voler superare la ‘zona’ e tornare dove ci sono quelli che guadagnano, che stanno bene, che hanno le cose che loro vorrebbero avere.”

Il 18 luglio 2013 la città dichiara fallimento. Con un debito che ammonta a circa 18 miliardi di dollari, il comune non ha più risorse per i servizi essenziali e di base. Il 40% delle luci della città non funziona. La risposta delle forze dell’ordine alle chiamate di emergenza arriva dopo 58 minuti. Solo un terzo delle ambulanze è operativo.

“Beh, se questi rompono il cazzo ancora, bisogna intervenire in qualche modo. Diventano sempre più numerosi e più disperati. Sporcano, assillano. Bisogna mandare la polizia ed intervenire con la forza. La forza diventa necessaria. Non la violenza, non l’abuso. La forza. L’uso della forza legittima. Sono dei delinquenti che non vogliono lavorare e vogliono prendere a scrocco cibo, case macchine e soldi. Anche se non sono come una nazione nemica e non hanno un esercito, sono ostili. In effetti si, di fatto sono un esercito nemico. Rappresentano un problema ed un pericolo sociale, disturbano l’ incolumità e la pacifica convivenza delle persone perbene”.

La popolazione passa dal picco di 1,8 milioni di abitanti a 700.000 unità, con 78.000 case abbandonate (un terzo della città). Già, vi ricordate gli articoli delle case in vendita a Detroit a 300/400 dollari di qualche tempo fa?

Ma non è finita qui.

“Non volete una guerra vera e propria. Un’operazione di polizia sarebbe più che sufficiente. Un’azione necessariamente armata, e sennò come si può fare. Le carceri sono piene. Fanno in qualche modo parte della popolazione del territorio in cui vivete, ma sono nemici perché pretendono con la violenza le vostre cose. Chi sono questi qua che con la prepotenza vi rompono il cazzo? Bisogna intervenire anche con la forza e con spietata repressione”.

Nella città del Michigan ci sono oltre 150 mila abitanti a cui è stato sospeso l’accesso all’acqua potabile in quanto non sono più in grado di pagare le loro fatture, per un debito totale che supera i 118 milioni di dollari. “Non vogliamo togliere l’acqua a nessuno, ma se non vengono saldate le bollette e’ nostro dovere interrompere il servizio, altrimenti saranno altre persone a pagare per gli insolventi, e questo non e’ giusto”, ha commentato Curtrise Garner, portavoce del Detroit Water and Sewerage Department (Dwsd). L’associazione Progetto Pianeta Blu ha inviato un appello all’Alto Commissario dei diritti umani dell’Onu perchè venga garantito loro un diritto inalienabile .

“La crisi fiscale dello stato è un dato di fatto ineludibile. Il deficit è ormai irrecuperabile. C’è chi se l’è comprato. Quando devi dei soldi a qualcuno, la tua autonomia finisce o perlomeno è alquanto limitata. Non puoi fare quello che vuoi. Lo stesso vale per lo Stato. Finisce l’epoca dell’autonomia delle politiche nazionali. E quindi per pagare quelli che ti hanno prestato i soldi devi fare le solite cose: taglio della spesa pubblica, l’aumento del carico fiscale. Sennò come li recuperi i soldi? C’è gente che aspetta di riavere indietro i soldi che ti ha prestato. Mica ti puoi ancora permettere quel livello di welfare che ci stava prima. E’ inevitabile che ampi settori della classe media impoveriscano.”

Per rimediare alla mancanza d’acqua fioriscono vari metodi informali di approvvigionamento: allacciamenti abusivi e vicini di casa che vendono rifornimenti a prezzi stracciati.

“Dal punto di vista politico vengono meno le tradizionali contrapposizioni parlamentari. Si incrementano i conflitti tra lobby e gruppi di potere vari. Cresce la corruzione. Aumentano la frammentazione sociale ed un irrazionale senso di appartenenza localistico ghettizzante. Crolla il consenso di massa verso gli esecutivi.”

Quartieri fantasma invasi dalle gang della droga, case sventrate e saccheggiate, un tasso di omicidi da guinness dei primati, per una città in ginocchio che prova ad uscire dalla crisi attraverso “l’agricoltura urbana”, trasformando i 200.000 lotti di terreno derelitti ed abbandonati in giardini ed orti a cielo aperto.

Ma parlando di Detroit in realtà in un batter di ciglia arriviamo a noi, dove sono 500 i comuni che rischiano il fallimento e che ‘convivono pericolosamente con la sindrome del default’.

Le misure fino ad oggi adottate hanno l’unico effetto di rimandare i problemi ingigantendoli. E’ come sedersi su una bomba ad orologeria senza sapere a che ora hanno fissato il timing per l’esplosione? No.

Il corso delle cose è obliqua ‘meraviglia’, somewhere.

Soundtrack1:’Motorcity is burning’, Mc5

Soundtrack2:’Black to comm’, Mc5

Soundtrack3:’End of the line’, Daft punk

 

Go to Top