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Unioni civili

La strana cognizione del tempo quando si parla di gay

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“Non si comprende come così vasta enfasi ed energia sia stata profusa per cause che rispondono non tanto a esigenze, già per altro previste dall’ordinamento giuridico, ma a schemi ideologici”. Questa frase l’ha pronunciata il Presidente della CEI Angelo Bagnasco riferendosi all’approvazione della legge sulle unioni civili. Si lamenta il Monsignore del tempo sprecato dal Parlamento per le unioni civili. Lo stesso Monsignore però si era anche lamentato del fatto che il governo avesse posto la fiducia sulla legge, permettendo sia al Senato che alla Camera di approvare la legge in un giorno. Sempre parlando di sprechi di tempo ed energie, non ricordo nemmeno una parola di condanna per quei parlamentari (molti dei quali tengono a farci sapere che sono cattolici) che erano pronti a impantanare il Parlamento con migliaia di finti emendamenti alla legge. Per non parlare del tempo che sprecano quotidianamente le varie sentinelle di non si sa cosa o i partecipanti al Family Day per impedire che tutti i cittadini abbiano uguali diritti. Ecco, volevo augurare a Monsignor Bagnasco e a tutti quelli che hanno a cuore il buon utilizzo del tempo parlamentare una buona giornata mondiale contro l’omofobia.

A che serve la legge sulle unioni civili

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Quella sulle unioni civili è una legge molto timida, nata da un compromesso con forze conservatrici e illiberali. Sinceramente ci sarebbe poco da festeggiare, è poco più di un atto dovuto.

Sennonché almeno di una cosa ci si può rallegrare. Ed è l’effetto che l’approvazione della legge sta avendo su certi settori della società. Le reazioni dei social network sono fantastiche, tra cattolici tradizionalisti impauriti o che inveiscono contro la distruzione della famiglia tradizionale, fascisti allo sbaraglio che girano video imbarazzanti urlando che l’omosessualità “non sarà mai legge”, gente che fino a tre giorni fa si incazzava perché ci sono cose molto più importanti e oggi invece propone il referendum contro le unioni civili.

Insomma, la varia umanità che questa legge ha scoperchiato, mettendo il dito nella piaga di settori di società retrivi e totalmente slegati dalla realtà, che godono solo nel negare ad altri diritti che loro hanno.

Bene, se la legge serve, oltre ad estendere diritti, anche a trollare queste persone e a mettere in crisi le loro certezze, di questo si ci possiamo rallegrare. La legge non dà pari diritti ma sanziona la normalità delle relazioni omosessuali, che diventano meritevoli di tutela di fronte al legislatore. Ed è questa sanzione della normalità a dare fastidio a questa gente. Quello di cui non si capacitano.

Purtroppo per loro, però, ormai è così e non si torna indietro. Loro e soprattutto i loro figli vivranno in un mondo in cui i froci saranno sempre più gente come tutti gli altri, anche di fronte alla legge. E non ci possono far nulla. Per fortuna nostra e soprattutto dei nostri e dei loro figli.

Santé.

 

La Cirinnà e le critiche dell’Italia Migliore

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Neanche il tempo di approvarla, questa “mezza Cirinnà” che già ovunque è tutto un fiorire di dotte analisi politologiche, critiche feroci, aggressioni verso i protagonisti: Alfano, Verdini, Renzi, il Governo, il PD – e un’inspiegabile, vi giuro inspiegabile, santificazione dei Cinque Stelle.

Insomma, il mostro di tutta la faccenda è chi, alla fine, questa legge l’ha approvata. Non è un granché, certo, ci piaceva di più prima, certo, ma è un primo passo. C’è una leggina sulle unioni civili che è passata al Senato. Per molto meno è caduto più di un governo. Però, addosso. Altrimenti non siete sufficientemente progressisti, ché l’importante è ribadire che Alfano è retrogrado e puzza – e invece pensate un po’ ha votato la fiducia sul provvedimento. Ha chiesto qualcosa in cambio? Certo, così funzionano i parlamenti. Sapete chi invece non ha fatto proprio nulla per questo piccolo traguardo, se non un mortale, micidiale, continuo e inarrestabile casino, come da copione? Il MoVimento 5 Stelle. Che però erano a favore, eh, ci mancherebbe. Però sì, poi no, poi il canguro, l’sms, il controcanguro, mi si nota di più se vengo o non vengo, ma la democrazia signora mia, e le analisi di Dibba secondo cui è tutto un modo per nascondere il dissenso interno al PD (nascondere a chi, Dibba, che lo sanno pure le pietre?). Però, non si capisce come, secondo molti di questa storia non c’è niente per cui rallegrarsi, manco una briciola, e i grillini sono gli integerrimi salvatori della Coerenza, con la “C” maiuscola.

Verdini non è simpatico a nessuno, vi assicuro, è un politicante della peggior specie, ed è anche piuttosto abile nel fare questo mestiere. Però, sapete, la politica è anche (proprio?) questo: è compromesso. È continuo compromesso e mediazione – io do qualcosa a te, tu dai qualcosa a me, però prima lascia che ti convinca della bontà della mia idea e tu mi dirai della tua. I governi, ripeto, cadono su provvedimenti come questo in paesi come questo. Questo ha tenuto, e ha portato a casa il risultato. Non è il risultato migliore? Capita. Spesso, in politica. Se non vi sta bene, in effetti, l’approccio squadrista del MoVimento è ottimo per voi, lì si mantiene barra a dritta e pedalare.

Che poi alla fine, a chi oggi critica il PD per esaltare i 5 stelle, di fondo, delle unioni civili non gliene importa proprio nulla. L’importante è sentirsi persone migliori di Renzi e Alfano e dare addosso al Partito Democratico, alla politica brutta brutta del compromesso, mentre si sta comodi nei propri divani. È l’Italia Migliore, amici miei: c’era con Berlusconi e non se n’è ancora andata.

Abbiamo vinto. Lode al governo

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Dunque ricapitoliamo: il Senato della Repubblica ha approvato (dopo aver giurato e spergiurato che non era possibile) la fiducia su un provvedimento il quale

  • conferma la discriminazione degli omosessuali nei confronti dell’istituto del matrimonio
  • istituisce una forma distinta di unione (Senta signora Parks, lei su quel posto non può proprio sedersi: che ne dice se invece facciamo un bello sgabello dedicato solo a voi… abbronzati?)
  • elimina il riferimento alla possibilità di adozione del figlio del partner (nonostante essa sia già possibile). Lo ripeto perché magari non è abbastanza chiaro: OGGI la stepchild adoption, ancorchè complicata, è possibile ma il DDL Cirinnà fa finta che non esista
  • viene festeggiato con toni trionfalistici dall’onorevole Angelino Alfano (peraltro ministro e vicepresidente del consiglio del suddetto governo) che, dall’alto degli ZERO voti conquistati dal suo partito alle elezioni politiche del 2013 ha dettato praticamente l’intera linea di governo dall’inizio della legislatura imponendola ad ampie porzioni del partito di maggioranza.

Eppure, nonostante tutto questo, nonostante la disuguaglianza formale tra matrimonio e unione civile possa comportare facilmente una discriminazione pratica (c’è uno sgravio per le coppie sposate? chi ha detto che debba essere esteso alle unioni civili? e le graduatorie comunali e regionali per l’accesso ai servizi? e il calcolo dell’ISEE? etc. etc.), nonostante sia evidente che il prossimo che si azzarderà a chiedere, banalmente, l’uguaglianza di fronte alla legge si sentirà rispondere “Cazzo vuoi? Ti abbiamo pure fatto le unioni civili. Fila via, che i VERI problemi sono altri” (con buona pace di chi ci crede davvero e ha tutta la mia stima per questo), nonostante di fronte alla discriminazione non può esserci trattativa o compromesso (o sei discriminato o non lo sei, tertium non datur), gli alfieri del bispensiero renziano ci raccontano del fantastico risultato raggiunto, si commuovono per l’elemosina ricevuta e tacciano gli altri di disfattismo e ingenuità. Ed io non so se sia più deprimente immaginarli in malafede o meno.

P.S.: ovviamente è tutta colpa dei grillini

Le priorità variabili di Matteo Renzi sulle unioni civili

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Mettiamo un attimo le cose in prospettiva: il governo Renzi è ricorso all’istituto della fiducia parlamentare più di 40 volte per approvare, tra le altre cose, il ddl Delrio sull'”abolizione” delle province, il decreto Poletti, il decreto Lupi, il decreto Madia sulla Pubblica Amministrazione, i decreti Cultura e Competitività, lo Sblocca Italia, la legge delega sul JOBS Act, decreto salva-Ilva, decreto Milleproroghe, decreto Banche Popolari, la Buona Scuola, Italicum, riforma parlamentare, decreto Giubileo, decreto antiterrorismo e ddl Boschi di riforma parlamentare. Poiché l’uso della fiducia è l’estrema ratio cui l’esecutivo ricorre per garantire l’approvazione dei provvedimenti, dobbiamo ipotizzare che tutti le succitate iniziative (34% del totale leggi approvate) venissero ritenute fondamentali per il bene del paese al punto da, in molte occasioni, andare allo scontro anche con membri del proprio partito. Parlo di “ipotizzare” perché, in effetti non possiamo fare altro: Matteo Renzi è stato eletto Presidente del Consiglio non a valle di una campagna elettorale in cui ha presentato il programma del partito di cui è segretario, ma in seguito alle dimissioni del suo predecessore. Non sarebbe pertanto corretto accusarlo di non aver rispettato il programma di governo di fronte agli elettori in quanto, a tutti gli effetti, agli elettori non ha mai dovuto promettere nulla.

Piccola parentesi: a mio modestissimo parere uno dei problemi del nostro sistema di repubblica parlamentare è la scarsa accountability. I nostri cugini presidenzialisti d’oltreoceano, quando tra quattro anni dovranno giudicare il presidente, si ricorderanno di tutto quello che ha proposto in campagna elettorale e su quello lo giudicheranno. Ma in un sistema parlamentare, tra l’altro in assenza dell’uninominale secco, possiamo solo trarre un giudizio sull’operato del partito che abbiamo votato (ammesso che esista ancora).

Dunque può essere questa la soluzione: anche se Matteo Renzi non ha mai fatto campagna elettorale per diventare Presidente del Consiglio nella sua candidatura alla segreteria del PD dovremmo ritrovare tutti gli argomenti di cui sopra. E tuttavia, ad eccezione di qualche vago accenno ai temi del lavoro e della legge elettorale, nel programma dell’epoca si trovano quasi esclusivamente dichiarazioni di intenti senza alcun dettaglio concreto, men che mai i suddetti provvedimenti: provvedimenti i quali hanno in seguito acquisito tanta importanza da dover essere approvati tramite fiducia parlamentare.

In compenso, durante l’unico dibattito con gli altri candidati segretari, a un certo punto successe questo (momento clou a 3:35).

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P.S. qui il video completo: tra i vari momenti LOL segnaliamo “non voglio mandare a casa Letta” (6:52) e “abbassare Irpef, alzare tasse su patrimonio” (50:00)

 

Il branco contro Italo Treno

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Vicenda nota, e riassunta qui: Italo Treno propone uno sconto per il Family Day, reazione indignata dei benpensanti, risposta di Italo che sostiene di adottare questa pratica commerciale per un grande numero di eventi – qualcuno ricorderà analoghe promozioni per il concerto di Ligabue – il che genera reazioni ancora più indignate.

Lasciamo stare il fatto che per alcuni l’esistenza stessa di Italo Treno, in quanto azienda privata che prova a inserire un po’ di concorrenza nel settore ferroviario, sarebbe una colpa. Quello che fa specie, al netto delle opinioni più o meno legittime sull’azienda in sé, è il richiamo al branco. La tesi sembra essere la seguente: la piazza del Family Day non ha diritto di esistere, e va espunto dalla società civile chiunque abbia la ventura non solo di associarvisi, ma anche di condurre verso gli aderenti all’iniziativa le più normali pratiche commerciali.

Siamo, ovviamente, tutti perfettamente convinti che il ritardo dell’Italia nell’adeguare il diritto di famiglia sia ridicolo; ma la frustrazione per il ritardo deve per forza sfociare in intolleranza, in fanatismo, in ideologismi esasperati? Siamo circondati da gente che si adonta per la mera esistenza di individui, siano essi vescovi, politici o vecchie zie, che hanno la colpa di avere un pensiero differente sul tema. Che importa se è basato sull’ignoranza, su una diversa visione del mondo, o altro? La tolleranza verso l’altro dovrebbe prescindere da considerazioni personali del tollerante circa la qualità o legittimità degli argomenti altrui.

Quello che non si riesce a comprendere, temo, è che il liberalismo non può essere soltanto una breve lista di prescrizioni sulle politiche pubbliche: è anche, per forza di cose, una particolare attitudine alla cittadinanza, che cerca di affermare le proprie idee attraverso il dialogo, la ragionevolezza e sopratutto rifuggendo richiami a comportamenti de-individualizzanti, basati sull’odio. Boicottare una azienda perché ha osato contrattare con qualcuno di cui non si condividono le opinioni è sicuramente legittimo in una società liberale, ma non è molto liberale in sé.

Tanto per capirci, temo sarebbero i gay militanti a fare questo stesso discorso se Italo Treno avesse fatto una promozione identica per il Gay Pride e a reagire fossero stati quelli del Family Day. Senza nemmeno rendersi conto di quanto penosa e preoccupante sia questa asimmetria.

Il punto è che la logica del branco è incompatibile col liberalismo. Il liberalismo non è solo un “metodo”, e non può essere solo la legittimazione di ogni comportamento e ogni fine che non passi per la mediazione dello Stato. A non capirlo sono tanto certi liberali, che confondono il liberalismo con l’aver capito due dinamiche di fondo dell’economia facendone un economicismo piuttosto sterile e unidimensionale, quanto certi altri, che non si rendono nemmeno conto di essere molto simili ad Adinolfi pur mobilitandosi ogni giorno per affermare l’opposto di quanto dice lui.

Generatore automatico di perifrasi per le unioni civili

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Istruzioni: fare refresh per ottenere nuove perifrasi per le unioni civili

Affiliazioni prepuberali biologiche.

Scalfarotto, che digiuna contro se stesso

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Adesso arriva lo sciopero della fame, motivato dall’esigenza di sottrarre le unioni civili “all’idea che si tratti della battaglia di una minoranza“.
Peccato che chi oggi digiuna per tale nobile scopo appena qualche mese fa sosteneva, con altrettanta convinzione, che “il motivo per cui è necessario che le unioni civili siano riservate solo alle coppie omosessuali è che non si deve fare confusione tra le esigenze di una coppia etero non sposata e quelle di una coppia gay o lesbica”: con ciò, evidentemente, sottolineando una divergenza di esigenze, e quindi, di fatto, relegando per primo le unioni civili nello steccato delle battaglie di minoranza, lo stesso da cui adesso vorrebbe liberarle.
Bisogna stare attenti, quando si maneggiano questi concetti con troppa disinvoltura: quando si scende sul terreno del giudizio nei confronti degli altri (gli etero hanno già il matrimonio, che se ne fanno delle unioni civili? vogliono forse avere meno responsabilità?), e lo si fa per ragioni “di categoria”, cioè “di minoranza”: ma a quel punto come ci si può lamentare del fatto che quelle istanze, da cui si è provveduto minuziosamente a tagliare fuori tutti gli altri, non investano “il modo di essere e la natura stessa della nostra democrazia”?
Insomma, la sensazione è che Scalfarotto stia digiunando contro se stesso: o, per dirla meglio, contro una marginalizzazione cui egli stesso ha contribuito, rifiutandosi di aprire lo strumento delle unioni civili a tutti e in tal modo trasformandole (davvero) in una rivendicazione settaria, come purtroppo accade fin troppo spesso.
Forse sarebbe il caso che ci riflettesse, tra un cappuccino e l’altro.

Quella piazza che il family day ha già perso

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Oggi, sabato 20 giugno, si è svolto a Roma il Family Day: circa un milione di persone (ammettiamo anche le cifre sempre vestite a festa fornite dagli organizzatori), hanno manifestato contro le unioni civili.

Ho pensato un po’ a cosa scrivere sul tema, e non è stato facile: gli argomenti messi in campo da queste persone sono fortemente pretestuosi, arzigogoli senza ragione per sostenere l’insostenibile; d’altro canto qualsiasi principio di buonsenso, di mero rispetto della libertà altrui, suggerirebbe che non c’è proprio niente da contestare. Come si fa a commentare, dunque? Che cosa avrei potuto scrivere sul tema?

Poi ho capito che non sapevo bene cosa scrivere perché non c’è proprio niente da scrivere. Questa battaglia è già finita, e l’ha vinta il buonsenso dal momento in cui la questione è entrata nel suo –preziosissimo– raggio d’azione. Qualsiasi commento è superfluo verso chi è già stato, anche se non ancora de iure, sconfitto dalla storia. Il nostro paese sarà tra gli ultimi (cioè, lo è già), si continueranno le discussioni ancora per un po’, ma una cultura della libertà (ah, l’Occidente!) ha fatto breccia anche da noi: nessuno, che viva in un adeguato contesto di realtà e che abbia meno di trent’anni, si opporrebbe più alle unioni civili. Nessuno. È qualcosa ormai di naturalmente accettato, che non richiede più discussione, è definitivamente proprio della nostra generazione. È una piccola, doverosa concessione di libertà che ci appartiene.

E allora lasciamo questi poveri derelitti, questi sconfitti, manifestare un giorno nell’illusione di poter cambiare un processo che è ormai inarrestabile. Combattono una battaglia che già sanno di aver perso. Non sprechiamo commenti, pensieri, tempo, per rinfacciare loro la pochezza che dimostrano, lo scarso rispetto, la minima intelligenza, la tracotante pretestuosità dei loro inesistenti argomenti. Rivolgiamo i nostri sforzi altrove: sono ancora tante le battaglie di libertà da combattere, la cui vittoria è, invece, sempre tristemente lontana.

Le unioni civili, gli etero e i due torti che non fanno una ragione

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Intendiamoci: a me fa (molto) piacere che vengano introdotte le unioni civili per le coppie omosessuali, nella misura in cui molte coppie omosessuali, a quanto mi risulta, le richiedono da un pezzo.
Tuttavia ‘sto fatto che varranno solo per loro, al grido di “gli etero, se vogliono, hanno già il matrimonio”, mi pare apra la strada a un dibattito più largo, che prima o poi sarà pure il caso di affrontare.
Il punto mi pare più o meno questo: se c’è un certo numero di eterosessuali che, pur non volendo sposarsi, avrebbe il desiderio di accedere a un altro strumento rispondente al nome di “unione civile”, non vedo proprio per quale motivo negarglielo: tantopiù che quello strumento lo si sta già predisponendo per gli omosessuali, di tal ché consentire il suo utilizzo anche agli altri sarebbe, come si dice, una passeggiata di salute.
Invece no: per gli etero c’è il matrimonio, per i gay ci sono le unioni civili. Il che evidenzia, al di la di ogni ragionevole dubbio, il fatto che sul nodo cruciale della questione continuiamo a non capirci: quello che ha simili alzate d’ingegno, ancora una volta, è lo Stato che si pone al di sopra dei cittadini, decidendo al posto loro cosa va bene per alcuni di essi e cosa va bene per gli altri, invece di limitarsi a fare (se ciò è materialmente possibile, ça va sans dire) semplicemente quello che i cittadini chiedono, senza permettersi di fiatare sulle motivazioni che li spingono a quella scelta.
Insomma, ci sono degli etero che vogliono sposarsi? Lo facciano. Ci sono altri etero che non vogliono sposarsi ma vogliono fare un’unione civile? Be’, fatemi capire, dove sarebbe il problema?
Invece, a quanto pare, il problema c’è. E la questione, posta in questi termini, finisce per produrre un esito diametralmente opposto a quello prospettato, giacché anziché eliminare una discriminazione ne crea una nuova di zecca, sia nei confronti dei gay, sia nei confronti degli etero.
Dopodiché, se qualcuno (come senz’altro accadrà) dovesse rilevare che “però i gay non hanno il matrimonio”, con ciò compiacendosi del fatto che siccome agli etero è riservata una cosa che agli omosessuali è negata è giusto, e magari dà pure una certa soddisfazione, che se ne inventi un’altra vietata ai primi e consentita ai secondi, mi piacerebbe ricordargli un particolare: due torti non fanno mai (mai) una ragione; e a forza di ingoiarci come se niente fosse iniziative del genere, che avranno pure degli esiti positivi ma sono gravemente traballanti nel principio, prima o poi finiremo per rimetterci tutti.
Senza nemmeno bisogno di citare Brecht.

Scalfarotto, il reazionario

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Sapete qual è, la cosa curiosa?
E’ che a volte gli stessi -ma proprio gli stessi- che si lamentano quando c’è chi pretende di giudicarli, interpretando le loro istanze e traendo conclusioni basate sui propri convincimenti personali, tendono a comportarsi esattamente alla stessa maniera appena ti distrai un secondo.
Prendete Ivan Scalfarotto, ad esempio: che a occhio e croce di chi si mette arbitrariamente nei panni degli altri dovrebbe averne fin sopra i capelli.
Ebbene, quest’oggi Scalfarotto ci spiega quali sono le motivazioni delle coppie gay e quali quelle delle coppie etero:

Non si deve fare confusione tra le esigenze di una coppia etero non sposata e quelle di una coppia gay o lesbica. La prima vuole vedersi riconoscere la propria relazione (per esempio, poter ottenere notizie dai medici in caso di malattia del partner) ma non vuole probabilmente altri diritti (e doveri) reciproci, altrimenti si sposerebbe

Ce lo spiega lui, capito? Mica loro. Le coppie etero che non si sposano non vogliono altri diritti e doveri. Amen.
Non è minimamente sfiorato, Scalfarotto, dal dubbio che se un uomo e una donna non si sposano, e tuttavia chiedono di poter accedere alle unioni civili, un motivo dovrà pur esserci: che per “concedere” a quell’uomo e a quella donna la possibilità di fare ciò che chiedono dovrebbe essere sufficiente il semplice fatto che lo stiano chiedendo, e che quel motivo lo conoscano loro due; non essendo affatto necessario che esso sia condiviso dagli altri, Scalfarotto compreso.
Invece no.
Esattamente come quelli che giudicano indebitamente le motivazioni degli omosessuali che vogliono sposarsi, delle donne che abortiscono, dei malati che chiedono l’eutanasia e via discorrendo, Scalfarotto interpreta secondo i propri principi le istanze di una certa categoria di persone (gli eterosessuali non sposati), poi ne trae le proprie conclusioni personali e infine fa discendere da quelle conclusioni delle notevoli conseguenze legislative valide per tutti: le unioni civili si debbono fare solo per gli omosessuali, perché per gli altri non servono.
Così, mentre si dichiara di voler combattere una discriminazione, si adotta come se niente fosse lo stesso comportamento di chi discrimina: quel giudizio “esterno” di cui ci lamentiamo tanto quando proviene dalla Chiesa o dalla cosiddetta “destra”.
Ebbene, a me pare che ci sia un solo aggettivo per definire la chiusura di Scalfarotto sulle unioni civili per le coppie etero: reazionaria. Nel metodo, ancora prima che nel merito.
Sarebbe bene dismetterlo per primi, se ci si vuole lagnare quando lo adottano gli altri.

Le conseguenze dell’amore

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Il matrimonio è fra un uomo e una donna. Gli Stati laici vogliono giustificare le unioni civili per regolare diverse situazioni di convivenza, spinti dall’esigenza di regolare aspetti economici fra le persone, come ad esempio assicurare l’assistenza sanitaria.

Ora qualcuno dirà: la risposta di Francesco I a De Bortoli, in un modo o nell’altro, è un’apertura. E vediamo di capirci: fosse così, sarei il primo a rallegrarmene.
Credo, tuttavia, che l’asino caschi proprio qua: nel tentativo di ridurre la faccenda all’esigenza di “giustificare” l’esistente e di “regolare” gli aspetti economici relativi a “diverse situazioni di convivenza”, come se si trattasse di un problema meramente catastale, fiscale o tuttalpiù amministrativo.
Mentre il cuore della questione, evidentemente, sta nel fatto che i rapporti economici sono soltanto le conseguenze di una causa che rimane tuttora scandalosa: l’amore.
E’ proprio su questo, a ben guardare, che ci dividiamo: sul contemplare o non contemplare la possibilità che tra due uomini o tra due donne possa sussistere un autentico rapporto d’amore, prima ancora degli effetti burocratici che esso produce.
Il resto, come al solito, viene da sé: il concetto di “matrimonio”, inteso nel senso di “famiglia”, considerato esclusivo appannaggio delle coppie etero in nome dell’assioma secondo il quale soltanto un uomo e una donna possono amarsi davvero; e poi, a cascata, la possibilità di procreare o di adottare, negata in ragione del fatto che ai figli occorre assicurare un ambiente “amorevole”, cosa che per due persone dello stesso sesso è considerata impossibile.
Oggi mi pare questa, la linea che divide i due fronti: o forse, in realtà, lo è sempre stata, e la progressiva convergenza sull’opportunità di dare una disciplina giuridica alle unioni civili l’ha semplicemente svelata.
Al di là di tutto, perfino delle eventuali “aperture” di Bergoglio, mi pare ancora una distanza siderale.

Vietare i baffi a chi non ha i baffi perché non ha i baffi

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In buona sostanza, se la logica non è un’opinione, dicendo di no alle unioni civili (e al matrimonio gay, aggiungo io) si intende impedire che quelle forme di unione, diverse dal cosiddetto “matrimonio tradizionale”, assumano una qualche forma di “rilevanza pubblica”.
Fin qui ci siamo, o sbaglio?
Bene, perché il bello viene quando qualcuno, incredibilmente, ha l’alzata d’ingegno di motivare il proprio no alle unioni civili (e al matrimonio gay) adducendo, paradossalmente, il fatto che non sarebbe giusto riconoscere le stesse “tutele” del matrimonio a forme di unione che non comportano “precisi diritti e doveri di fronte alla legge con rilevanza negoziale pubblica”.
Allora, per favore, mettiamo un po’ d’ordine e vediamo di non ciurlare nel manico: quando qualcuno chiede l’istituzione delle unioni civili (e del matrimonio gay, insisto) lo fa proprio per conferire alla propria unione una rilevanza “pubblica” superiore a quella che ha già: altrimenti, con ogni evidenza, non chiederebbe un bel niente e se ne resterebbe tranquillo e beato così com’è, stante il fatto che per essere fidanzati con chi ci pare e piace, per fortuna, non c’è (ancora) bisogno di chiedere il permesso agli altri.
Sono proprio coloro che si oppongono al riconoscimento di quelle unioni, invece, a fare in modo che esse restino prive di qualsivoglia rilevanza “pubblica”: e poi, come se niente fosse, hanno la faccia tosta di utilizzare tale mancanza, da loro stessi provocata, come argomentazione per continuare ad opporsi al riconoscimento.

Come dire: vuoi farti crescere i baffi? Be’, non puoi. E sai perché? Perché non hai i baffi.

Suvvia, mi pare un tantino troppo, o sbaglio?

Il Daspo in politica

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Ieri sono venuti a cercarmi due agenti della polizia di Roma capitale (la polizia municipale) – la badante di mia nonna s’è pure spaventata – ma non hanno lasciato detto niente né la notifica di una multa o di un atto giudiziario. Poi mi è venuto in mente quanto era successo lunedì scorso quando con altri compagni radicali eravamo andati alla seduta dell’Assemblea capitolina (il consiglio comunale di Roma) dove stanno votando in questi giorni il nuovo statuto comunale.

Ma occorre fare ancora un passo indietro. Era maggio dell’anno scorso, il 17 per l’esattezza che poi è la giornata mondiale contro l’omofobia, quando abbiamo portato in Campidoglio quasi 8 mila firme di cittadini romani che chiedono a Roma Capitale di riconoscere le unioni civili cioè le famiglie di fatto e trattarle al pari delle famiglie basate sul matrimonio per quanto riguarda l’accesso ai servizi e alle attività di competenza del comune.
Alla campagna era legato questo blog: Teniamo famiglia.

E’ faticoso per chi legge e per chi scrive ricordare ancora una volta: che l’Italia è tra le poche democrazie a non avere una legislazione nazionale sulle unioni civili; che il Censis nel suo recente rapporto definendo la famiglia in Italia perno della comunità nazionale parla di diversi “format” familiari e commenta che «le diverse modalità concrete di essere famiglia rispondono al bisogno crescente di avere una relazionalità significativa »; il parlamento europeo «contro le definizioni restrittive di famiglia che hanno lo scopo di negare la tutela giuridica alle coppie dello stesso sesso e ai loro figli»; le sentenze della corte di cassazione e della corte costituzionale che chiedono di fatto un intervento legislativo che garantisca il “diritto alla vita familiare”; infine “la più bella costituzione del mondo” come direbbe qualche comico. Quindi tagliamo qui questa parte.

Gli 8 mila cittadini che hanno firmato hanno avuto fiducia nel fatto che le istituzioni a cui si rivolgevano utilizzando uno strumento di partecipazione popolare lo prendessero in considerazione così come previsto dallo statuto comunale che prevede l’obbligo per il consiglio di calendarizzare, discutere e votare le delibere di iniziativa popolare con almeno 5 mila firme entro sei mesi dal deposito.

Questo significa che se invece di impiegarci tre mesi c’avessimo impiegato tre mesi e un giorno per raccoglierle, ci avrebbero detto “Ci dispiace, non siete nei tempi. Lo statuto parla chiaro!”
Noi nei tempi invece ci siamo stati ma ora sono passati quasi dieci mesi dal deposito, tra poco più di un mese il consiglio non lavorerà più avvicinandosi il momento delle elezioni comunali e la delibera con le 8 mila firme sta in fondo a qualche cassetto.

Allora lunedì scorso siamo andati alla seduta del consiglio che sta discutendo il nuovo statuto di Roma, abbiamo ascoltato per circa tre ore e, quasi alla fine della seduta, mentre un Onorevole (a Roma i consiglieri comunali ci tengono a farsi chiamare così) del Pdl  parlava del nuovo statuto come della carta fondamentale della città e bla bla bla… gli ho fatto presente che lo stanno già violando spudoratamente.

Apriti cielo! Quattro parole di richiamo alla legalità statutaria sono bastate a far scattare il presidente dell’assemblea Marco Pomarici che mi ha espulso dall’aula e ha ordinato alla polizia municipale di allontanarmi. Di fronte al fatto che rimanevo seduto al mio posto tra il pubblico il presidente ha sospeso la seduta ed è venuto a urlarmi in faccia che dovevo uscire dall’aula, gli ho risposto che in quanto primo degli 8 mila firmatari il mio posto era lì, che non mi sarei spostato e che i lavori li stava impedendo lui e non io. Evidentemente la ferita al senso della legalità e dell’onore del presidente è stata tale che non poteva finire così.

I due agenti infatti sono tornati oggi per notificare al sottoscritto “trenta giorni di interdizione all’ingresso all’Aula Giulio Cesare a decorrere dal 7 marzo 2013” quanto al motivo si dice solo “in relazione ai fatti accaduti durante la seduta del 4 marzo” e si richiama l’articolo del regolamento che consente al presidente di “prendere provvedimenti di esclusione dall’aula nei confronti di cittadini che si siano resi responsabili di tumulti durante le sedute del consiglio”. Una specie di Daspo , il divieto preventivo ai tifosi facinorosi di assistere a partite di calcio, applicato alla politica.

Sono riuscito a scatenare un tumulto restando seduto. Sono soddisfazioni.

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