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Votare non è mai un obbligo, far campagna per astenersi è sbagliato

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A ben vedere, l’argomento che la costituzione, prevedendo un quorum al referendum, giustifichi la campagna per l’astensione non convince molto. Il quorum è un istituto che serve a evitare che minoranze organizzate possano sfiancare la democrazia rappresentativa promuovendo continue consultazioni alle quali i cittadini a lungo andare si disinteresserebbero, lasciando mano libera alle stesse minoranze organizzate. Non è che siccome c’è il quorum allora si può non votare; perché in questo caso dovremmo desumere un obbligo di voto quando il quorum non è previsto, cosa che nessuno si sogna di fare.
Da qui a dire che la norma sul quorum autorizzi le istituzioni a far campagna per l’astensione, insomma, ce ne corre.

In realtà è l’articolo 48 che dovrebbe sconsigliare una campagna del genere. Ma non la parte sul “dovere civico”, anzi quella parte rende chiaro che i costituenti non si esprimessero in favore di un obbligo giuridico di votare ma optassero per un semplice invito alla partecipazione politica, con buona pace di Bordin de il Foglio, che evidentemente è troppo occupato a far la guerra alla costituzione, salvo giustificare gli isterismi radicali sulla costituzione stessa quando fa comodo a lui. Quando Napolitano nel 2011, da Presidente della Repubblica, dichiarò che sarebbe andato a votare perché lui fa sempre il suo “dovere” si riferiva quindi alla semplice opportunità politica, al dovere del buon cittadino di partecipare alla vita politica del paese. Che è come il dovere di essere beneducati: non è un obbligo, non c’è alcuna sanzione, ma è bene partecipare. Si presume intendesse questo, allora. Sarebbe però interessante capire come mai oggi ha cambiato idea.

Quanto al resto, in realtà è la parte sul voto segreto che dovrebbe scoraggiare una campagna astensionistica. Caricando il non voto di un significato politico, infatti, e cioè giocando a sommare i voti dei contrari al quesito con quelli di chi si asterrebbe a qualsiasi consultazione, si rende palese l’indirizzo di voto di chi invece si reca a votare. Chi va votare lo fa contro l’indicazione del governo e non ha modo di evitare che questo si sappia. La volta che ci fossero interessi sostanziosi legati al referendum, inoltre, sarebbe quasi impossibile evitare fenomeni di voto di scambio perché il voto è sostanzialmente scritto o – in caso di astensione – non scritto sulla tessera elettorale.

Fare campagna per l’astensione, insomma, non sembra offrire agli elettori tutte le garanzie previste dalla Costituzione. Questo le istituzioni paiono esserselo scordato. Magari la prossima volta sarà meglio

Una clava chiamata referendum

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Non è più una questione tecnica, e forse non lo è sostanzialmente mai stata, quella del referendum del 17 aprile. Gli impatti sostanziali, sotto il profilo della politica energetica, di quella ambientale, sotto il profilo ecologico ed economico di ritorno, sono del tutto trascurabili, se dovesse vincere il sì. C’è un altro referendum, poi, in arrivo, e di ben altra portata. Ieri la Camera ha approvato in via definitiva la riforma costituzionale e l’ultimo passo che separa l’Italia dalla più imponente revisione della propria architettura istituzionale è proprio il quesito referendario di ottobre.

La cosa che accomuna questi due eventi, e che peraltro trovo vagamente spaventosa, è lo scollamento che si verifica tra gli effetti reali e quelli dichiarati nei quesiti. A nessuno importa niente dell’impatto energetico o dell’analisi tecnica, per quanto riguarda il 17: chi vota lo fa per opposizione al governo Renzi e a ciò che per alcuni rappresenta, non alle trivelle. Gli effetti prodotti, quelli reali, sono semplicemente politici: se vince il sì il governo ne esce indebolito, e questo fatto sarà il Paese a pagarlo, con un ulteriore abbassamento della qualità delle politiche proposte. Ogni argomento è buono per nascondere quello che, di fatto, si configura come un quesito plebiscitario sul governo, accompagnato dalla retorica (le banche, gli affari, il petrolio, le multinazionali) che lo circonda. Lo stesso vale per il referendum costituzionale: la riforma è buona? Non è buona? Funziona? Le risposte a queste domande, spesso complicate, non hanno niente a che vedere con come si voterà al referendum. Non è stato forse lo stesso anche per l’acqua pubblica?

Ieri, durante le dichiarazioni di voto alla Camera – tanto per citarne un paio – Brunetta ha dichiarato che Forza Italia voterà contro perché il parlamento è illegittimo, facendo riferimento all’incostituzionalità del porcellum; il Gruppo Misto, per bocca dell’on. Roccella, ha annunciato il proprio voto contrario e invitato al no al referendum come ripicca all’approvazione della Cirinnà, leggendo una lettera aperta di Gandolfini, il capoccia del Family Day. Gli esiti dei referendum su argomenti tecnici, ormai, non c’entrano nulla con i temi di cui trattano – siano essi d’impatto impercettibile o rivoluzionario. Ogni pretesto è buono per consumare un fine squisitamente politico o, se vogliamo essere gentili, ideologico. Il petrolio, il papà della Boschi, le intercettazioni della Guidi, le cozze inquinate, la Cirinnà, il porcellum, sono tutti argomenti agitati come clave, e l’epicentro in cui trovano la propria esaltazione sono proprio questi due referendum, con cui nulla condividono. Tanto varrebbe aggiungere che Renzi parla male l’inglese e che fa le facce buffe e magari che non è stato eletto.

Non so voi, ma io provo un lieve senso di vertigine a sapere che è così che si deciderà l’esito della riforma costituzionale, e a seguire la continuazione quindi dell’esecutivo e della stabilità politica dell’intero paese. Dalle trivelle all’architettura istituzionale, si parla di temi tecnici che non andrebbero sporcati con altro. Sarà che “la democrazia è la peggior forma di governo possibile, eccezion fatta per tutte le altre”, come diceva Churchill. Figuriamoci quella diretta.

Trivelle: centralizzare per scelta o per necessità?

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Si vede poca attenzione alle cause profonde che hanno portato al caos istituzionale degli ultimi anni, di cui il referendum sulle trivelle sembra essere solo una conseguenza. Ancora una volta, questa è l’occasione per una chiacchierata telematica con un amico*, qui riportata integralmente, come in altre occasioni.

 

Luca: Direi di partire da qui. Il referendum nasce come un braccio di ferro “simbolico” tra Stato e Regioni. I comitati avevano cercato di raccogliere le firme, con l’appoggio del movimento di Civati e di altre sigle, non ci sono riusciti, e allora sono state varie regioni, più o meno interessate al fenomeno, a prendere in carico la cosa. Si nota, infatti, l’assenza della Regione Sicilia che pure all’estrazione e la raffinazione di idrocarburi non è estranea…

Tommaso:  Esatto. Come ha scritto Michele Ainis all’origine del referendum vi è uno «scontro fra poteri, ancor prima che fra partiti e movimenti». Mai era accaduto, nella storia d’Italia, che alcune regioni si avvalessero di questa facoltà. E già questo rivela, secondo me, un preoccupante logoramento nei rapporti fra Stato e enti locali. Raccogliere mezzo milione di firme non è una passeggiata; ottenere una delibera da cinque Consigli regionali, su questioni macro che riguardino il ‘Sud’ o il ‘Nord’, è più semplice. Il conflitto fra potere centrale e certe aree del Paese potrebbe, in futuro, diventare endemico.


Luca
: Bene. Prima di procedere, su questo ho due domande. La prima: quanto di questo conflitto nasce dalle riforme costituzionali degli ultimi vent’anni, e quanto da una progressiva incapacità dei livelli di governo di prendere decisioni? La seconda: quanto la vicenda delle trivelle è una spia di un assetto istituzionale formale inadeguato? Nella seconda domanda è implicito il giudizio che le istituzioni “informali” – nel caso specifico, il senso dello Stato di chi occupa le cariche – siano in una situazione abbastanza grave. Questo in particolare se è vero, come penso io, che Michele Emiliano è consapevole di tutto quello che stiamo toccando superficialmente qui, ma lo vede unicamente come uno strumento per la sua personale scalata politica.

Tommaso: Dunque: per quanto riguarda le riforme costituzionali, non v’è dubbio che, nel 2001, alle regioni italiane siano state conferite competenze molto ampie, in alcuni casi superiori a quelle dei Länder tedeschi. Questo ha indotto alcuni Presidenti a considerarsi i depositari dell’interesse generale, laddove un ordinamento federale ben funzionante preserva sì le autonomie locali ma crea anche contesti in cui i conflitti inter-istituzionali possono essere risolti, o quantomeno attenuati.
In Italia ciò non è accaduto: un Senato federale sarebbe stato assai utile, e avrebbe prevenuto il boom dei contenziosi. Per quanto riguarda la capacità decisionale, la situazione a livello regionale è eterogenea, e riflette anche la qualità molto varia del ceto politico. Non tutte le regioni sono un peso morto, anzi: il decentramento ha favorito la sperimentazione e permesso l’affermarsi di eccellenze (si pensi alla sanità veneta o emiliano-romagnola).  In merito al referendum di aprile, mi pare si mescolino varie questioni: il rapporto fra poteri, senza dubbio, ma anche le ambizioni dei leader coinvolti (Emiliano, Renzi).

Luca: In che senso, secondo te, il referendum chiama in causa il rapporto tra i poteri? La politica energetica non dovrebbe essere un tema nazionale?

Tommaso:  Premetto, a scanso di equivoci, che considero il referendum popolare uno strumento non idoneo a risolvere una questione tecnicamente complessa e delicata come la durata delle concessioni estrattive: ragion per cui mi asterrò.

Detto questo, il conflitto fra Stato e Regioni sulle c.d. trivelle va inserito in un quadro più ampio, che coinvolge anche la riscrittura del titolo V. La mia impressione è che Renzi si sia convinto che la modernizzazione del Paese richieda uno Stato forte: non necessariamente uno Stato ingombrante, ma sicuramente uno Stato che non è frenato da decisioni assunte a livello substatale. Renzi si considera il sindaco d’Italia e non gradisce che i suoi ‘quartieri’ (ossia regioni e comuni) interferiscano con la sua agenda. Se guardiamo alla riforma costituzionale, il disegno complessivo è chiarissimo. Dopo l’abolizione delle Province e le esenzioni IMU-TASI, viene soppressa anche la competenza concorrente Stato-regioni, rendendo un gran numero di materie (non solo la politica energetica!) di competenza esclusiva statale. Viene inoltre introdotta una clausola di supremazia che permette allo Stato di intervenire in materia regionale “quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale” (una formulazione sufficientemente vaga per permettere ogni genere d’ingerenza e di commissariamento informale). La tassazione locale, poi, dovrà conformarsi “ai fini di coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario” fissati da Roma. E così via. Insomma: agli enti locali (con l’eccezione delle Regioni a statuto speciale, escluse dalla riforma per evitare – suppongo – sollevazioni popolari) spetterà un ruolo residuale, di fatto subalterno alla volontà del governo in carica. Una vera e propria inversione a U rispetto all’orientamento espresso dal centrosinistra quindici anni fa.

È una scelta del tutto legittima, ma a mio parere destinata a produrre esiti fallimentari. L’Italia è un Paese troppo vasto e disomogeneo al suo interno per essere interamente governabile dal centro. Non solo: le regioni più virtuose vedranno inspiegabilmente compressa la loro autonomia decisionale, nonché un probabile abbassamento nella qualità dei servizi. Al tempo stesso, la sindrome NIMBY potrebbe manifestarsi in forme ancor più virulente, perché mancheranno interlocutori istituzionali in grado di incanalare e gestire il dissenso.

Esiste, infine, un interrogativo che i modernizzatori benintenzionati dovrebbero porsi: che succederebbe se, dopo una riforma simile, una forza anti-sviluppo vincesse le elezioni? Vogliamo davvero che tutto dipenda dagli equilibri politici creatisi fra Palazzo Chigi, Montecitorio e Madama, oppure preferiamo un sistema pluralistico, che valorizzi il buongoverno locale (laddove già esiste)?

Luca: Sono d’accordo, in linea di principio. Però, caso per caso, questa idea va applicata anche dove il governo centrale è necessario – ad esempio, appunto, nella politica energetica? Perché in quel caso trovo difficile legittimare la richiesta di decentralizzazione: le Regioni si trovano spesso a prendere scelte di cui poi tutto il paese subisce i costi, senza che questo abbia alcun tipo di ripercussioni tangibili. Il che ovviamente da un lato rende costoso politicamente essere più ambiziosi, dall’altro moltiplica i “filtri” politici e quindi le occasioni di corruzione. Altrove, invece, dovrebbe essere il governo centrale a fare dei passi indietro, permettendo alle best practices di essere adottate localmente, e ai cittadini di avvantaggiarsene spostandosi dentro il territorio nazionale come nel caso della sanità. Ti torna?

Tommaso: Sì, condivido. Conferire competenza concorrente in materia energetica alle Regioni fu, molto probabilmente, un errore. Già nel 2002 un economista serio, Carlo Scarpa, invitava a “riformare la riforma” del titolo V in quest’ambito per ragioni di manifesta irrazionalità economica. Dopodiché, non penso dovremmo essere costretti a scegliere tra un modello in cui il singolo ente detiene il potere di veto su progetti di interesse nazionale e uno in cui l’apertura di un impianto viene stabilita a notte fonda, in base a dinamiche poco trasparenti (l’ultima direzione del PD mi ha ricordato “Rashomon” di Kurosawa: un fatto, ricostruzioni molteplici che non combaciano).

È possibile ipotizzare forme e gradi diversi di coinvolgimento dei territori e degli enti locali, non solo mediante la Conferenza Stato-regioni. Alcuni parlamentari del PD, ad esempio, stanno elaborando una legge modellata sul débat public francese.  Insomma, le terze vie non mancherebbero: a condizione che si riconosca la necessità di fare sintesi fra esigenze talvolta divergenti anziché ripiombare in una concezione romanocentrica dello sviluppo economico.

Al tempo stesso, sarebbe interessante capire perché, in Italia, gli enti locali spesso sposino le tesi dell’ambientalismo più radicale. Ciò non avviene altrove. In Alaska, ad esempio, i rappresentanti dello Stato sono per lo più favorevoli a estendere le trivellazioni (la governatrice Sarah Palin sdoganò uno slogan di successo)  mentre il governo di Washington è tendenzialmente contrario. Ha a che fare con le modalità di assegnazione delle royalties? Forse. È un problema culturale? Anche. Ma è un tema da approfondire e su cui riflettere. In Emilia-Romagna, ad esempio, non mi risulta che le piattaforme abbiano frenato il turismo. Nel piacentino hanno persino inaugurato un museo del petrolio e del gas promosso da Eni ed Edison. Eppure la regione incassa dalle compagnie molto meno che la Basilicata (sia in valore assoluto sia in percentuale), dove le trivellazioni non sembrano essere viste di buon occhio.

 

 

Luca: Mi sembra un ottimo punto. Credo che per alcune classi dirigenti locali – specialmente al Sud – conti più il potere di intermediazione ottenibile o conservabile che non l’interesse dei territori da rappresentare. Per questo, pur capendo la bontà degli argomenti federalisti, sto iniziando a convincermi che ogni passaggio in questo senso debba essere costituito da una serie di griglie definite in modo molto rigido a livello centrale. Costituisce un rischio, casomai dovessero andare al potere i populisti, ma ormai siamo diventati abbastanza propensi al rischio – come un giocatore di poker che ha le ultime fiches e preferisce sopravvalutare le opportunità piuttosto delle possibili perdite.

 

Tornando al centro del nostro discorso, sono molto sorpreso dal fatto che non si discuta di quale emendamento ha portato alle dimissioni di Federica Guidi. Perchè, alla luce di quanto abbiamo detto, Renzi può avere ragione di difenderlo se, come sembra, vuole ri-centralizzare una parte importante delle decisioni politiche. Cito: “nella Legge di Stabilità 2015, al comma 552, è introdotta l’estensione dell’autorizzazione unica anche per le opere necessarie al trasporto, allo stoccaggio, al trasferimento degli idrocarburi in raffineria, alle opere accessorie, ai terminali costieri e alle infrastrutture portuali strumentali allo sfruttamento di titoli concessori esistenti…”. Cosa sia l’autorizzazione unica credo sia spiegato bene qui.

 

Ora, la questione è: Renzi si sta facendo portatore di una visione ideologica, che in sè non fa male ma è contestabile partendo da altre premesse, o ha pragmaticamente preso atto dell’inadeguatezza delle (sue, visto che ad esprimerle è prevalentemente il PD) classi dirigenti locali? Se fossi a Roma, potrei avere in mente un contesto ottimale di lungo periodo con una maggiore decentralizzazione, ma oggi anche assumermi il rischio di centralizzare delle decisioni pur di procedere nel breve. Ti sembra una prospettiva troppo benevola?

 

Tommaso:  Non saprei. Io dubito che Renzi si sia soffermato a lungo sulle implicazioni istituzionali dello Sblocca Italia. Dal suo punto di vista contano i fini (in questo caso il rilancio di progetti infrastrutturali fermi da anni, il che incide sulla credibilità internazionale del suo governo, dal momento che alcuni investimenti, fra cui quelli per Tempa Rossa, sono esteri) e i mezzi vengono scelti di conseguenza. È lo stesso approccio tenuto nel modificare la legge elettorale: pur di assicurare un vincitore certo dentro l’Italicum è stato inserito di tutto (dal ballottaggio nazionale al premio di maggioranza), senza andare troppo per il sottile.

Sicuramente Renzi ci tiene a non passare per immobilista, il che è un bene, se si considera il contesto in cui opera. Ma certe inclinazioni accentratrici e decisioniste, io credo, servono anche a compensare un deficit di classe dirigente di cui è corresponsabile. Non va dimenticato che il primo Renzi, quello candidatosi alle primarie del 2012, al Sud era debolissimo: in Calabria raccolse il 25%, in Sicilia il 33%. Un anno dopo, anziché puntare su candidati locali propri, archiviò la rottamazione, strinse accordi con i Pittella, gli Emiliano, i De Luca, e le percentuali sotto Roma schizzarono al 55-60%. Poi ha rimpiazzato Letta con le modalità ben note, trovandosi a gestire un gruppo parlamentare non suo e ministri ex berlusconiani in transito. Per puntellare la maggioranza ricorre a Verdini mentre Orfini co-gestisce il partito.

Il mio non è moralismo: la politica si basa anche su compromessi. Ma non c’è da stupirsi se un’ascesa realizzata in questo modo renda più difficile riformare il Paese. Forse l’unica strada, per lui, è davvero concentrare quante più competenze possibili a Roma e cercare di conservare il potere a lungo, scavalcando le élite locali che lo avevano appoggiato. Così facendo, però, rischia di innescare dinamiche centrifughe incontrollabili. Tu accennavi, giustamente, ai costi del decentramento. Beh, seppellire il federalismo significa far riemergere la questione settentrionale, tuttora irrisolta ma mitigata dalla riforma del 2001. La recente conversione all’autonomismo di Luca Zaia è significativa, e potrebbe innescare un effetto domino.  Vedremo. Certo è che il PD, oggi, non sembra spendere troppe energie interrogandosi su questi temi. Le priorità, evidentemente, sono altre.

 

*Tommaso Milani e’ attualmente dottorando in International History alla London School of Economics and Political Science.

 

Il M5S e la rovina del dibattito pubblico

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Come hai fatto ad andare in rovina? – chiese Bill.
In due modi – rispose Mike – gradatamente prima, e poi di colpo.

Ernest Hemingway riportava questo scambio di battute nel suo primo romanzo, Fiesta, ed era il 1926. Ora sono passati 90 anni tondi tondi e sembra che, nelle maglie larghe dell’adattabilità delle frasi brevi, questa citazione vesta bene anche la qualità del dibattito pubblico italiano. Se è vero come è vero che la rovina è arrivata, appunto, gradatamente, mi sembra che il “colpo”, quello repentino e inatteso come un autentico gancio, sia coinciso con l’ingresso sulle scene politiche di quella compagine sgangherata che va sotto il nome (mai sufficientemente analizzato: io ancora non l’ho capito) di MoVimento 5 Stelle.

È stato un liberi tutti, a quel punto. Sì, è vero, volendo lasciar fuori la Prima Repubblica e il suo ben altro tenore del confronto, Berlusconi non è mai stato un asso di coerenza comunicativa. Una sparata prima, la sua ritrattazione dopo, alzare l’asticella con la mano destra e riabbassarla subito con la sinistra mentre si afferma che, no, mai vista nessuna asticella. Era lo stile comunicativo del singolo però, un personaggio realmente fuori dal comune per quel che si era visto fino ad allora – e dunque quasi una firma – e comunque centellinato, senza abusarne. Non a caso non mancava chi, proprio su questa contradditorietà apparentemente goffa, non perdeva occasione per bastonarlo.

L’utilizzo quotidiano e reiterato dell’approssimazione – della spannometria – come metro di misura del mondo e della sua qualità è invece un marchio di fabbrica grillino. Beninteso, nessuna novità, se non il fatto di averlo reso un metodo non occasionale, ma puntuale e quotidiano. La volgarità della banalizzazione opposta al presunto latinorum di chi “non ci dice le cose” è l’essenza stessa del MoVimento: non c’è analisi, non c’è complessità, non esistono chiaroscuri. Quello di Di Battista e di Di Maio, dei loro post esplicativi, è un universo binario, fatto di noi e di loro, in cui ogni questione è fatta a brandelli, smembrata e spalmata in una “spiegazione” che in realtà è solo narrazione. Le banche, le lobby, il rapporto con la politica, le trivelle, le indagini – non c’è stata una parola su nessuno di questi temi recenti che fosse sostanziata da un’analisi; tutto è semplicemente filtrato dalla dicotomia di buoni e cattivi, mentre la complessità viene rigettata e bollata come fumo negli occhi. Non è un caso che il sistematico rifiuto nel riconoscere la complessità sfoci in posizioni che sono assolutamente predicibili prima delle dichiarazioni: OGM? No. TAV? Ci mancherebbe. Bail-in? Per carità. Bail-out? È il contrario di quello di prima, ma comunque no. Rapporto politica e investitori? Non sia mai. Grande industria? Il male. Trivelle? Inquinano. Potrei andare avanti all’infinito. È vero? Non è vero? Non importa, fintanto che si può costruire una narrazione dicotomica. Naturalmente vale il converso, cioè un sì generalizzato e convinto a tutto quello che può sembrare buono in senso assoluto, senza fare un passo oltre nell’analisi degli scenari, della fattibilità, dei costi, dei conversi. Nulla.

Ma qual è il vero rischio di questa impostazione? Se il M5S fosse un sistema isolato, nessuno: basterebbe non votarlo – e sarebbe la democrazia, bellezza. Ma non è questo il caso, e siccome la semplicità del bicromatismo è affascinante – non richiede sforzo, non servono competenze, e voilà! si ha sempre un’opinione su tutto – il metodo inizia a prendere piede anche al di fuori dei grillini. Ditemi, ad esempio, che differenza c’è tra un Di Battista ed Emiliano sullo show che stanno mettendo in atto intorno alle trivelle. Certo, Emiliano si muove con ben altra consapevolezza politica, ma lo stile è tutto mutuato dal grillismo: il tema è complicato ma noi ce ne freghiamo, facendo leva su argomenti semplici e di facile presa, come l’ecologismo spicciolo, l’inquinamento, il petrolio, la bellezza, il mare cristallino, le rinnovabili, i torbidi rapporti tra industrie e politica. E perché no, magari in tutto questo calderone ci sta anche una bella spallata al governo, che è un po’ come il prezzemolo. Attenti a non farne indigestione, però, ché rischiate di dovere uscire dal recinto della narrativa e confrontarvi con la realtà.

Andare in vacanza il giorno del referendum

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Il 17 aprile c’è IL REFERENDUM SULLE TRIVELLE.

No, la mia non è un’approssimazione, il referendum si chiama proprio “IL REFERENDUM SULLE TRIVELLE” e sulla scheda che troverete ai seggi ci sarà proprio scritto “ IL REFERENDUM SULLE TRIVELLE: VOTA SÌ OPPURE VOTA NO, ALTRIMENTI LASCIA IN BIANCO BASTA CHE TU NON FACCIA DISEGNI DI PENI ” tutto in caps-lock e italic per mettere pressione e poco sotto proprio il disegno di un pene che viene messo lì un po’ per toglierti la voglia e un po’ per farti capire com’è fatto il disegno di un pene che tu non devi assolutamente disegnare.

A quel punto voi dovrete scrivere SÌ oppure NO e motivare la ragione della vostra scelta, due righe al massimo, in stampatello, dopodiché va messa la data, la firma, un’ impronta della superficie inferiore del glande per gli uomini, un tampone con tracce di dna per le donne, la richiesta formale di un utero in affitto per i transgender.
Procedura singolare, non trovate? E questa è la prima ragione per cui non andrò a votare.

La seconda ragione per cui non andrò a votare è che questi PROFESSORONI del referendum potevano scegliere un giorno qualunque della settimana e, guarda tu il caso, hanno scelto la domenica. Non so voi ma io la domenica ho cose più interessanti che fare la fila per tre o quattro ore fuori da una scuola elementare, esposto alle imponderabili variazioni meterologiche tipiche del mese di aprile – che, ricordiamolo, viene subito dopo marzo pazzerello, cosa che non lascia presagire niente di buono – pagare il solito dazio di 15 euro per ottenere una scheda stropicciata (che poi non hanno mai il resto e quindi ti partono subito 20 euro DICASI QUARANTAMILALIRE), essere condotto in un loculo murario, venire temporaneamente murato vivo, scrivere sto cazzo di tema, aspettare che tiri il cemento, aspettare l’operaio col cappellino di carta da giornale a barchetta che abbatte il muricciolo appena eretto adoperando un cucchiaio da dessert, essere tratto in salvo da un san bernardo e subito chiuso per errore in una bodybag – maledetti questi che si fanno influenzare dalle serie TV americane che noi andavamo benissimo coi lenzuoli com’è sempre stato – trasferito in una camera mortuaria, pianto per errore dai genitori di Giulio Regeni “eh ma guarda come l’hanno ridotto, sembra un’altra persona” RI-TRATTO IN SALVO DA UN SAN BERNARDO E RI-MESSO IN FILA DAVANTI ALLA SCUOLA, OH, MA CHE CAZZO È? UNO SCHERZO? MA POI VERAMENTE VI LAMENTATE DELL’ASTENSIONISMO?

Dicevo, ho di meglio da fare.
Per esempio mi è appena arrivato un dremel, sapete cos’è un dremel? È un piccolo elettroutensile rotativo utilissimo per graziosi lavori di bricolage, rifiniture, intaglio, incisioni, rettifiche e così via, una libidine che potete procurarvi qui. Vi servono ulteriori informazioni? Basta chiedere.

Vero è che non tutti sono appassionati di bricolage, in questo caso ho compiuto una piccola ricerca su mini-vacanze e voli aerei alla portata di tutti per occupare il week-end del 17 aprile piuttosto che votare questo inutile e noiosissimo IL REFERENDUM SULLE TRIVELLE.

Prima di tutto il nostro amato paese, in aprile le temperature sono miti, un breve soggiorno nella capitale costa pochi euro e la colazione è inclusa! Esterofili? Ecco un economico volo più hotel a Londra. Volete fare un salto nella ridente riviera romagnola? Aprile è il mese perfetto, infatti arrivano i viados freschi freschi ancora in ghiaccio nei container dal Brasile e non sono sfiancati come al termine della stagione estiva: sfinteri belli elastici e anguste colonne di Morgagni oltre a legnose erezioni naturali, una pensioncina fronte mare viene via a due soldi.

Sul serio amici, chi cazzo ve lo fa fare? La vita è breve e le trivelle sono in mare – e noi viviamo sulla terraferma ma questo ovviamente non ve lo dicono – che se ne preoccupino i sommozzatori, che facciano votare i palombari, che minchia ce ne importa a noi? Avete un brevetto da sub? No. Andate al lavoro in pedalò? No. Siete per caso degli snorky? No. Ma di cosa stiamo parlando allora?

Suvvia, un po’ di buonsenso.

immagine stilizzata di un pene tipo quella che trovrete sulla scheda de IL REFERENDUM DELLE TRIVELLE per farvi capire cosa non dovete assolutamente disegnare

Che cattivoni quelli del SI, signora mia.

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Il dibattito sul referendum su questo blog sta assumendo toni sempre più surreali. Oggi il nostro Francesco Del Prato ci spiega che non andare a votare è giusto per dar fastidio a quei fricchettoni del SI, che sono contro il capitalismo, le multinazionali, la Coca Cola, la mamma. Il che mi sembra una posizione ragionata: non votiamo per farvi un dispetto perché siete la parte di Italia che ostacola il progresso. Strano, perché mi pareva di ricordare altre accorate posizioni dello stesso autore che ci spiegavano in lungo e largo quanto sia stata cattiva la sinistra, negli anni di Berlusconi, a dividere l’Italia tra buoni e cattivi, riservandosi la parte dei buoni. Sembra di capire che se lo fa la sinistra va male, se lo fa Del Prato e chi la pensa come lui, cioè chi è di destra, va bene. Ne prendiamo atto.

Un po’ il tenore del secondo post di Luca Mazzone, che però ci aveva regalato un bel primo post documentato, anche se con qualche classica punta di Mazzonismo (tipo robe come “il Post, giornale di sinistra”, daje a ride!). Il secondo post invece ci spiega che quelli del SI sono dei mentecatti perché ce l’hanno con i banchieri e le multinazionali, insomma altri argomenti del tutto esorbitanti rispetto al referendum.

Il punto, è caro Luca, che il fronte del NO, anzi il fronte del NO PERCHE’ PUNTIAMO ALLA ASTENSIONE, non è da meno in fatto di sciatteria e mancanza di argomentazione.

Del Prato e Mazzone si chiedono perché una parte del Paese reagisca a quesiti come quello sulle trivelle votando per dire no alle trivelle stesse come riflesso condizionato. A me viene da dire che basta guardare chi c’è dalla parte opposta e la spiegazione è immediata. Sì, perché se quelli del SI a volte possono spiegarsi e argomentare come un adolescente in fase di ribellione, la parte opposta – con lodevoli eccezioni – appare il solito agglomerato di opinioni e interessi che utilizzano sempre gli stessi argomenti del “bene dell’Italia/ a favore del progresso/ viva lo sviluppo/ per la crescita” e si spende – invariabilmente – a favore di roba come la TAV, l’EXPO, tenere aperta l’ILVA, le Olimpiadi di Roma. Di progetti, insomma, che non si sa mai quanto costino, quanto sviluppo creino, che vantaggi offrano, che conseguenze negative abbiano, e soprattuto sui quali non esiste mai un minimo, ma nemmeno un minimo, di trasparenza, ma che tutti dobbiamo prendere come la manna dal cielo “PERCHE’ SENNO VUOI MALE ALL’ITALIA”.

Ora, mi spiace, ma se si è davvero convinti che il referendum sulle trivelle sia sbagliato bisogna argomentare e spingere ad andare a votare NO, invece di trincerarsi dietro le solite frasi retoriche buone per tutte le occasioni e rifugiarsi nell’astensionismo. Basterebbe fare come nel primo post di Mazzone e portare argomenti e costringere il fronte del SI a replicare. Purtroppo però non avverrà mai perché chi oggi è per l’astensione non è uso solitamente argomentare alcunché. E allora è inutile prendersela coi fricchettoni.

Santé

Trivelle: apologia dell’astensione

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Parliamoci chiaro: a nessuno interessa veramente il tecnicismo del testo referendario. Forse, sì, là fuori c’è qualche geologo, qualche docente di economia dell’energia, qualche reale appassionato ambientalista che effettivamente ha studiato il testo del quesito, ha approfondito il tema e gli impatti reali della vittoria di uno o dell’altro schieramento – a breve e lungo termine – ha condotto un’accurata analisi costi benefici, e ha infine deliberato. Ma tutti gli altri, tutti noi – me compreso, che pure ho letto e studiato in questi giorni, mi sono informato ascoltando chi sembra decisamente saperne più di me, non occupandomi di questo – non abbiamo nessuno strumento reale per decidere in questo frangente.

La verità è che si è ridotto tutto a uno scontro di tifoserie, che però speculari non sono. Perché gli attivisti del sì, quelli che voto sì perché il mare sono io, quelli che fermiamo le trivelle – o che costruiscono inesistenti correlazioni con le scelte sulle energie rinnovabili e parlano di petrolio, quando niente (o quasi) c’entra, quelli hanno riversato su questo referendum tutto il cemento composto di populismo, ideologia cretina, bieco opportunismo, retorica d’accatto, straccionismo ambientalista di cui erano capaci. Non è più un referendum su una piccola (piccolissima!) scelta che riguarda un segmentino di politica energetica, ma è un plebiscito che tira in ballo il capitalismo, le multinazionali, il petrolio, le multinazionali del petrolio (combo!), l’allarmismo ambientalista, il turismo, il mare più bello del mondo, le cozze, le cozze più buone del mondo, Renzi, il governo Renzi, il governo delle banche, la retorica del piccolo è bello – tutto condito con una saporita salsa NIMBY, che lava le coscienze ed evidentemente anche un po’ i cervelli. Per non parlare, poi, chi tutta questa vulgata la cavalca per spicciolissimo interesse politico, come il buon Emiliano – che vede in questo spaccato populista uno spazietto da ritagliarsi: eccolo subito assurgere alle cronache nazionali come novello paladino del turismo pulito dell’acqua cristallina contro l’aspetto scuro, melmoso e decisamente poco rassicurante del greggio.

Insomma, l’altra faccia, quella del no, cioè del non andare a votare, in mezzo a tutta questa insalata mista di cretinerie si trova spaesata. Non c’è nessun dovere nel voto. Noi, quelli che non andranno a votare con la volontà precisa di far fallire l’ennesimo referendum trattato perniciosamente e cavalcato allo squillo di tromba delle analisi superficiali, ecco noi stiamo tranquilli. Non ci esprimiamo su un argomento di cui sappiamo sostanzialmente poco e che ci compete ancor meno, e ce ne stiamo a casa. Con buona pace di chi vede ogni occasione utile per fare un polpettone di una retorica che non si rassegna al proprio anacronismo.

Trivelle: se questo è il fronte del “SÌ”, impari dalla Svizzera

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Ho ospitato volentieri la replica di Alessandro Gilioli al mio articolo sul referendum (puntate qui e qui), nel senso di aver detto “si” già prima di leggerla, per predisposizione personale all’apertura al dialogo verso chi vuole dialogare con argomenti. Al costo di annoiare chi legge, però, devo dire (e spiegare perchè), se questi sono gli argomenti, allora tanto vale lasciar perdere. Vado per punti:

  1. Le fonti fossili non sono “liberiste”: questo argomento mi ha fatto girare la testa. Cosa vuol dire? Essere liberisti, qualunque cosa significhi per lui o per me, di certo non vuol dire appartenere a una Chiesa che ha una risposta univoca per ogni questione. E anche dando una definizione abbastanza larga della questione – un liberista è chiunque sia scettico delle capacità di risolvere problemi sociali per vie politiche, e crede invece che i mercati liberi e la concorrenza siano parte integrante del patto sociale – non si vede perchè ne debba discendere una posizione universale sulle fonti fossili. La verità è che spesso molti liberisti sono anche realisti, e vedono che la dipendenza da fonti fossili è nel breve periodo un dato, non una variabile.Allo stesso modo, un liberista che pure riconosce l’utilità di ridurre gli impatti ambientali della produzione di energia non può ignorare che (a) nel breve rinunciare alle fonti fossili che utilizziamo porterebbe sostanzialmente a sostituirle con altre fonti fossili, e peggiori; (b) i sussidi a pioggia alle rinnovabili sono stati un fallimento clamoroso: hanno aumentato a sproposito il costo dell’energia in Italia distruggendo posti di lavoro e PIL (di circa 12 miliardi l’anno, cui bisognerà aggiungere un altro paio di miliardi l’anno per indennizzare le centrali inattive tramite i c.d. capacity payments), hanno rallentato l’innovazione (invece del rent-seeking) e promosso in parallelo la creazione di veicoli, spesso in mano a criminali, messi in piedi solo allo scopo di intercettare i soldi pubblici.
  2. La questione dei “grandi interessi”: Gilioli lascia intendere che una delle buone ragioni per votare SI sia dare una lezione ai soliti capitalisti cattivi, ad esempio quando dice: “sarebbe interessante confrontarsi non solo sulle trivelle entro le 12 miglia, sui possibili danni ambientali, sul business dei loro proprietari (causa non ultima del silenzio mediatico sul referendum)“. Non è il solo: basta cercare su Google per trovare decine di riferimenti ai “loschi interessi”, al “favore fatto ai petrolieri” (nel non fare l’election day). Bene, caro Gilioli e cari tutti: è ora che usciate da questa cazzo di retorica da teenager. Non c’è altro modo di dirlo: argomentare usando lo spauracchio del cattivo capitalista o banchiere, a prescindere e solo in quanto capitalista o banchiere, è inaccettabile e vi porta al livello di Forza Nuova. Questo non implica certamente che i capitalisti o i banchieri siano brave persone a prescindere: ma gli argomenti ad hominem fanno sempre schifo, esattamente come fanno sempre schifo gli argomenti basati su pregiudizi di categoria, esattamente come fanno pena gli argomenti francamente infantili contro la ricchezza. Le persone sane di mente odiano la povertà, non la ricchezza – e vogliono che non ci siano poveri, non che non ci siano ricchi. La distinzione non è di lana caprina. Crescete, per il bene vostro e della sanità del dibattito pubblico. Se il dibattito è inquinato da loschi interessi, allora dica chi e quali sono quelli che influenzano chi e come, con nomi, ragionamenti e riferimenti precisi. Altrimenti è b-a-r-b-a-r-i-e, ok? Esattamente come quando i fascisti parlavano di incomprensibili complotti plutocratici.
  3. La questione dell’astensione: è uno strumento retorico abusato durante la seconda repubblica, quando i quorum sono stati meno frequenti, questo della negazione della legittimità dell’astensione consapevole. Si tratta ovviamente di uno strumento retorico che altri – immagino diversi da Gilioli, visto che di sue posizioni opportunistiche in tal senso non ho memoria (anzi, lui ribadisce il contrario, giusto oggi, anche qui) – hanno mostrato di utilizzare con molta libertà – specialmente a sinistra. Tutti grandi sostenitori del valore della consultazione a prescindere nel 2011 e oggi, ma altrettanto compatti nell’invitare all’astensione solo due anni prima.

Per concludere, torno un’altra volta sulla cornice istituzionale del referendum. Se è vero che del metodo referendario in generale Gilioli è da sempre un coerente sostenitore, lo inviterei a farsi promotore di iniziative per avvicinare la legislazione italiana a quella svizzera. Breve sommario: in Svizzera:

  • non è previsto quorum;
  • i referendum federali necessitano di maggioranze qualificate anche su base cantonale;
  • il governo e le forze che lo sostengono sono obbligati a esprimere una posizione argomentata sul quesito;
  • Ai testi è allegata una breve e oggettiva spiegazione del Consiglio federale, che tenga anche conto delle opinioni di importanti minoranze. Essa deve riprodurre letteralmente le domande figuranti sulla scheda. Nel caso di iniziative popolari e referendum, i comitati promotori trasmettono le proprie argomentazioni al Consiglio federale; questi le riprende nella spiegazione. Il Consiglio federale può rifiutare o modificare dichiarazioni lesive dell’onore, manifestamente contrarie alla verità oppure troppo lunghe. Nella spiegazione sono ammessi rimandi a fonti elettroniche soltanto se gli autori degli stessi dichiarano per scritto che tali fonti non hanno contenuto illecito e non contengono collegamenti a pubblicazioni elettroniche di contenuto illecito (questo è tratto letteralmente dalla Legge che regolamenta i referendum: un esempio anche di civiltà giuridica, data la chiarezza e la comprensibilità, che dovrebbe imbarazzare i giuristi italiani: il resto è qui)
  • per quel che ho visto (ma questo attiene alla cultura e non alla legge), anche le posizioni più folli vengono di solito analizzate sui media da persone di una qualche competenza: in Italia a parlare di quesiti tecnici abbiamo visto il circo dei Zanotelli, Ilaria D’Amico, Finardi, Magdi Allam. Più che la capacità di approfondire, lo stesso servizio “pubblico” della RAI sembrava voler replicare in versione meno brillante il freak show pomeridiano di Cruciani;

Questo è quanto ho da dire. Ovviamente si potrebbe discutere delle questioni tecniche centrali nel referendum. Ma avrete notato che i primi a non farlo, chissà perchè, sono proprio i sostenitori del SI.

I referendum sull’ambiente sono dannosi alla salute.

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Ebbene sì, i referendum sull’ambiente sono dannosi alla salute. Sicuramente, alla mia. Perché io vi giuro che divento pazzo, pazzo! quando leggo le dichiarazioni dei politici quando si tratta di referendum che coinvolgono temi riguardanti la natura. Che poi la chiave di lettura è una, la stessa di molte altre occasioni, fatto salvo che in questi casi è bella in evidenza e nessuno però la afferra per poi correre a chiudere la gabbia di matti. Oppure non serve una chiave, ma anche solo degli auricolari speciali che trasformano le parole dette in parole sottintese. Per esempio:

“Senta, Onorevole XYZ, cosa voterà al prossimo referendum su questo importante tema ambientale?”

(il pubblico si mette le cuffie magiche)

“VOTEREMO COSI’ SOLO PER OPPORCI A PRESCINDERE AGLI AVVERSARI”

Ma seriamente, perché voi credete che a Renzi, Salvini, Meloni o Di Battista fotta qualcosa delle trivelle? Stiamo assistendo a ribaltamenti concettuali pazzeschi, roba da salto triplo senza rete protettiva. Pertanto, guarda un po’, troviamo tutte le opposizioni serrate a favore di un referendum che, sempre casualmente, è fonte di una decisione del governo, con quest’ultimo come da copione che invece di entrare a gamba tesa e spiegare per filo e per segno perché sia una legge da mantenere, vivacchia e fa finta di niente, complice il (mal)funzionamento del sistema del quorum.

Quindi, per fare un po’ di esempi.

Salvini, Meloni, e M5S si dichiarano favorevoli alla chiusura di centri di produzione italiana, dove lavorano italiani, che pagano le tasse allo Stato italiano. Meglio quindi importare tutto da paesi stranieri (magari quelli arabi!) che tanto la produzione interna è poca cosa. Eh, ma l’olio tunisino allora? “Guai a chi tocca la produzione italiana a favore dei paesi stranieri! Ecco le facce dei criminali che hanno abolito i dazi!”

Dall’altra parte della barricata, stesso identico imbarazzo. Vi ricordate come il PD spalleggiava sornione i movimenti “per l’acqua pubblica”, nonostante lo stesso Bersani fosse favorevole al Decreto Ronchi? E quindi, l’acqua del mare non dev’essere pubblica quanto quella del rubinetto? Il silenzio del Governo di adesso mi ricorda lo stesso identico silenzio di quello del 2011, come già giustamente notato da altri su questo blog.

Pertanto, vi prego, vi scongiuro: fateli questi referendum, ma non chiedete un parere ai politici. Sembrerà assurdo, lo so, ma vi giuro che alla fine vi sentirete meglio.

Trivelle: è la difesa ad essere imbarazzante

in giornalismo/politica by

Ricevo, e volentieri pubblico una replica al mio post di ieri, a cura di Alessandro Gilioli

“C’è una buona ragione per apprezzare il post di Luca Mazzone sul referendum del 17 aprile: perché ne parla.

Mai si era vista infatti, nella storia dei referendum, italiani, una cortina di silenzio così solida attorno a una consultazione popolare, quale che ne sia l’argomento. Siamo a meno di tre settimane dal voto e sia sul servizio pubblico sia sulle emittenti private lo spazio dedicato al referendum è a ridosso dello zero. Siamo al contrario esatto di quanto terrorizzato da Einaudi, cioè il celebre “conoscere per deliberare”. A fronte di una conoscenza prossima al niente, presumibile che la maggior parte delle persone non riterrà di deliberare: peccato che, astenendosi, comunque delibererà, cioè porterà a una scelta.

Vedo che è molto scarsa la sensibilità in merito di Mazzone e che anzi egli non si imbarazza ad assommare l’astensione di chi non vuole cambiare la legge (e non ha la lealtà di votare No) a chi semplicemente non andrà a votare perché non informato e non sensibilizzato sul tema: pazienza, ma questi si chiamano giochetti di convenienza e sono il contrario esatto della politica come confronto etico onesto e leale, così come ce l’hanno insegnato Pannella e i radicali. A proposito, vedo che Mazzone si duole molto per la campagna a suo dire allarmista di chi è contrario alle trivelle vicine alle coste: lo capisco, anche a me i toni lontani dall’understatement e dai contenuti reali danno spesso fastidio. Tuttavia si sa che l’urlo è l’arma delle minoranza silenziate e anche questo – toh – è un insegnamento radicale: quante volte Pannella ci ha strillato di assassinio della Costituzione e di omicidio della democrazia, e con toni assai apocalittici, nello sforzo di farsi ascoltare, di ottenere quell’attenzione che gli veniva negata dai media di regime? È normale – e più che accettabile – una certa enfatizzazione dello scontro per reagire al cloroformio.

Sul resto, sui temi del referendum, Mazzone parla poco. Peccato, perché sarebbe interessante confrontarsi non solo sulle trivelle entro le 12 miglia, sui possibili danni ambientali, sul business dei loro proprietari (causa non ultima del silenzio mediatico sul referendum), sui reali effetti quanto a posti di lavoro di una chiusura che sarebbe progressiva dal 2018 al 2035; ma sarebbe anche interessante il parere di un liberista su una modalità di capitalismo anti competitiva e anticoncorrenziale come quella sottoposta a referendum, che protegge le rendite di posizione a discapito dei newcomer.

Più in generale, sarebbe interessante vedere quali argomenti a favore della contemporaneità tecnologica e dell’economia del futuro si possono addurre nella difesa di un modello economico novecentesco basato su combustibili fossili. O forse, per usare una parola evidentemente cara al nostro difensore delle trivelle, più che interessante sarebbe – per lui – parecchio imbarazzante”

Trivelle: un referendum imbarazzante

in economia/politica by

Con un sistema politico al collasso e in perdita quasi irreversibile di credibilità, non stupisce che si assista a periodiche fiammate populiste di fronte alle quali governi anche ben indirizzati sono incapaci di opporre una voce ferma, o anche solo condurre il dibattito presentando una opinione ragionata e dati a supporto.

Questo è stato il caso nel 2011, con il triste silenzio della maggioranza di centrodestra, e l’infame voltafaccia opportunista del centrosinistra: Berlusconi e Bersani non difesero una riforma dei servizi pubblici locali che pure entrambi avevano sostenuto anche con atti concreti in Parlamento. Con un sistema ancora piú abborracciato a una stabilità di governo che dipende inesorabilmente dal contenimento dei grillini, oggi questi dettano l’agenda politica sui temi ogniqualvolta alzano la voce: per non rischiare di perdere consensi si è costretti a inseguirli su ogni cosa.

Questo, purtroppo, è anche il caso della campagna di squallida disinformazione portata avanti dalle associazioni “ambientaliste” nel caso del referendum delle trivelle. Il referendum del 17 Aprile include un quesito unico sopravvissuto a una campagna su piú temi portata avanti, tra gli altri, da un Civati in versione sfascista di cui si è parlato qui. Primo sponsor politico della campagna, il governatore pugliese Emiliano: uno che non se ne fa mancare una, dai tempi in cui sosteneva la necessità di compensare i professori meridionali vincitori di cattedre al Nord, chiamandoli “deportati”. Un utile riassunto di cosa c’è in ballo si puó trovare anche su fonti di informazione “di sinistra” come ilPost, non c’è bisogno di chiedere all’ENI: si veda, ad esempio, qui .

La campagna di sigle come Greenpeace, invece, mira unicamente a confondere le acque. Tra le altre cose, gli attivisti:

  • affermano che le royalties italiane siano le piú basse del mondo; ma questo non solo non è vero, è proprio una informazione che tratta in maniera disonesta una materia complessa! Si veda, ad esempio, la guida alle politiche sull’estrazione di idrocarburi realizzata dalla società Ernst & Young, qui. Alcuni paesi, ad esempio il Regno Unito, non applicano alcuna aliquota per le royalties, e incamerano entrate da estrazione solo con le tasse sulle imprese! Altri paesi, primariamente in via di sviluppo, applicano tassi disomogenei che dipendono dalla quantità di materiale estratto. Fare paragoni è molto difficile, ma non esiste una formulazione in cui Greenpeace stia dicendo la verità sul tema.
  • impostano la campagna sulla paura delle perdite di petrolio, quando la questione riguarda principalmente l’estrazione di gas: la produzione di grezzo a mare nel 2009 è stata in totale di 525.905 tonnellate, a fronte di 4.024.912 tonnellate di gas (fonte qui), e si tratta peraltro di piattaforme considerate molto sicure – anche perchè la tecnologia per la messa in sicurezza delle piattaforme off-shore è quasi tutta una eccellenza italiana. Tecnologia che viene applicata moltissimo nel mare del Nord, dove si trovano 450 piattaforme petrolifere per lo più norvegesi e britanniche. Chi agita lo spettro del più grande disastro della storia delle piattaforme, cioè quello di BP nel Golfo, omette di indicare che gli studi condotti a cinque anni di distanza sono molto meno unanimi nel parlare di disastro irrecuperabile di quanto non sembrasse all’inizio (vedasi qui e qui). Immagini come quella che segue sono disoneste, fuorvianti, disinformative:

 

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  • sostengono posizioni irrealistiche sul tipo di mix energetico che emergerebbe a conseguenza di un “Si”. Poichè l’effetto di breve riguarderebbe principalmente una diminuzione delle estrazioni di gas, l’effetto più probabile sarebbe quello di aumentarne l’importazione – il che, dal momento che per l’opposizione spesso degli stessi soggetti è impossibile da farsi per via di gasdotti, implica l’approdo di un numero maggiore di navi, quelle si più inquinanti e pericolose.
  • rappresentano l’Italia come un Paese dotato di un mix energetico sbilanciato nella direzione dei combustibili fossili. Questo fa ridere perchè, almeno in questa dimensione, il mix energetico italiano sarebbe peggiore solo di quello francese – a meno che come spesso accade non si sia altrettanto ostili al nucleare, nel qual caso il nostro Paese sarebbe il modello da imitare, e non il contrario. Si vedano i dati:

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L’intera campagna è diventata uno spaventoso caso di fanatismo collettivo basato su sogni e rappresentazioni utopiche, nel rifiuto totale di ogni valutazione mediata e meditata, e nella fuga dei corpi intermedi, dei partiti e delle istituzioni da ogni capacità di migliorare la qualità del dibattito.

L’ultima volta che ho controllato, il voto era un dovere solo nelle democrazie plebiscitarie. Tanto più quando votando si aumenta il rischio di ulteriori interventi politici nella vita di cittadini e imprese, in nome del fanatismo ideologico di minoranze che ,complici l’ignoranza e la malafede dei media, vogliono vendere il referendum come un voto su cose che parlano d’altro.

In questi casi l’astensione è un diritto il cui esercizio assume quasi i contorni di un dovere morale. Chi fa la morale sull’importanza del voto si impegni perché venga abolito il quorum, o perché vengano garantiti spazi informativi seri, autorevoli e ad ampia diffusione sulle materie referendarie.

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