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Cosa pensa l’ISIS del referendum

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Nonostante le difficoltà nel raggiungere Al-Raqqah, o come ci ostiniamo a chiamarla in Italia, “Rakka”, vengo finalmente accolto nel lounge del quartier generale dell’ISIS. Un po’ di panico quando il diligente ometto alla reception controlla il mio tesserino e si trova a guardare una foto di parecchi anni e parecchie interviste fa. Nonostante tutto di ospiti col mio nome ce n’è uno solo, almeno quel giorno, perciò accetta il mio precoce invecchiamento – forse più a fatica di quanto lo stia accettando io – e si avvicina all’interfono. “Mi scusi, è arrivato il Dottor Giornalista” dice con lo stesso ossequio che nella Brianza un portinaio quando dall’altro capo del filo c’è il commendatore.

Mi fa accomodare nell’anticamera, molto luminosa e pulita, e attendo qualche minuto. Percepisco in sottofondo il suono delicato di un flauto traverso che con lo scorrere del tempo diventa sempre più energico nel tentativo di mantenere la guida di altri strumenti e percussioni. Il suono è ovattato e non vedo alcun impianto di diffusione. Poi la musica termina, e pochi secondi dopo la porta si apre e ne esce un signore, scavato e occhialuto, con una custodia e una valigetta nelle mani. Si inchina un’ultima volta verso la stanza da dove è provenuto, e si congeda con un “Arrivederci alla settimana prossima, Assalamu-alaykum“. E si allontana. Pochi secondi dopo vengo chiamato dall’autoproclamato Califfo dello Stato Islamico: Ibrāhīm ʿAwed Ibrāhīm ʿAlī al-Badrī al-Sāmarrāʾī, più semplicemente conosciuto come al-Baghdadi. Ha appena riposto su uno scaffale il suo flauto e mi indica una poltrona stile Chesterfield.

Una musica meravigliosa. In quanti conoscono questa sua dote? “Oh, non è il caso né di chiamarla dote né di farci della pubblicità. Semplicemente vorrei realizzare questo sogno, diciamo extra-professionale, di riuscire a suonare Battle Hymn of the Republic di Herbie Mann. Di suonarlo bene. Forse ci sono quasi.” E’ facile conciliare hobby e califfato? “Me lo chiede con il tono che avevano certi allievi alla scuola coranica quando chiedevano come conciliare certi versetti con altri che appaiono in contraddizione.” E l’imam come rispondeva? “Li cacciava dall’aula costringendoli ad iscriversi ad altri corsi. Tipo musica”, sorride contento di avermi fatto cadere in trappola. “Comunque con questa guerra, è un miracolo di Allah potersi esercitare abbastanza da non peggiorare tra una lezione e l’altra. Pazienza”. Poi con uno scatto si sistema in punta di poltrona e preme un pulsante all’interfono, chiedendo del thé e qualche biscotto. “…Sono …finiti” gracchia l’altoparlante: “Va bene senza, grazie” chiude lui, passando poi al contrattacco “E allora, questo referendum?” Ero venuto per chiederglielo io, a dir la verità. “Addirittura! Li avete fatti passare tutti eh? Dico, voi giornalisti. Scommetto che avete chiesto proprio a tutti, dentro e fuori il confine, cosa pensavano di questo vostro referendum. Chi vi manca ormai solo il Diavolo lo sa”. Veramente ci mancava proprio lui; e ovviamente lei, Califfo. Sorride, divertito dall’essere caduto nella trappola.

“Il PD di Renzi un po’ mi ricorda l’ISIS, eh.” dice adagiandosi e incrociando le mani dietro il turbante, la gamba incrociata col mocassino che tentenna più dei suoi pensieri. Sa, Califfo, una volta con una frase del genere poteva dire addio ad un posto importante in Italia. “Oh beh, si immagini se Grillo dicesse di qualcuno qui, in Siria, che è una scrofa ferita. Che cosa intollerabile, umanamente ancor prima che in un discorso politico.” E come mai il PD le ricorda l’ISIS? “Tanti motivi, alcuni eventi paragonabili, avvenuti addirittura quasi contestualmente. Prenda il 2014 per esempio. E’ stato l’anno di maggiore crescita, penso anche di maggiore espansione per l’ISIS. Ci siamo staccati da vecchi gruppi storici, che nel frattempo erano diventati minori. E’ uscito fuori un leader – Allah ha voluto fossi io, sia lodato il Suo volere – con delle idee chiare, e un team pronto a seguirlo. Via il terrorismo fermo ai blockbuster di Bin Laden, spazio all’HD. Via i messaggi con due soldatini davanti ad un telo sciapo o ad una spelonca preistorica, e giù duri con i caroselli di pickup Toyota che invadono Twitter”. E il paragone col PD? “Eh, beh, le devo ricordare io cosa ha fatto il PD nel 2014?” Ha vinto le europee. “Ha stra-vinto le europee. Da solo, il 40%. Senza i piccoli partiti di sinistra. Segnando il record storico per la sinistra italiana.” Eppure, in due anni, quel 40% sembra così lontano che più che un ricordo è una leggenda a cui si fa fatica a credere. “E Renzi non deve permettere che la gente si dimentichi di questo. Ma le pare che io vada dai fedeli a dire ‘Vi ricordate di quella volta, nell’autunno 2014, quando arrivammo fino ad Ayn al-Arab [Kobane, nda]? Eh, lo so, cari fedeli: roba da non crederci!’? Dico, tanto basta a Renzi? Io non credo proprio. A me non basterebbe.” E forse in un certo senso il paragone prosegue, tra il calo di consensi del governo e il ritiro delle sue truppe. “Esattamente, perché ad un certo punto diventi cosi grande che ovunque ti guardi esistono solo i confini dei tuoi nemici, vecchi e nuovi. Parti da piccolo leader di provincia e trovi Russia e USA, Salvini e l’ANPI alleati a bombardarti. Diventi too big to be loved.” E il leader cosa fa a quel punto? “Il leader deve fare appunto leva su questa accozzaglia, come la chiama Renzi. Chiarire che il NO che esiste non in quanto frutto di alternative ma in quanto pura negazione è ciò che di più debole esista politicamente. E se il fronte del NO prende forza dalla testardaggine anziché dalle idee, il leader accetta più volentieri la sconfitta di una battaglia perché sa quindi di poter vincere la guerra.” Decido di non interromperlo, perché dimostra di aver ben chiaro ciò che pensa. “A quel punto sembra che tu stia facendo respirare gli avversari, ma in realtà ti stai infiltrando nei loro disaccordi. Il fronte del No vincerà col 60%? Bene, che Renzi vada subito alle elezioni a confermare il 40% restante. Con la differenza che col 40% perdi un referendum ma domini le elezioni.”

Sto per chiedergli se anch’egli soffra delle minoranze interne, ma suona il telefono sulla scrivania. Sugli occhi di al-Baghdadi passa una patina che sembra dire “No, oggi no, ti prego, no.” Non sorride più. Si alza, prende il ricevitore. “…Ho capito…era uscito di qui meno di un’ora fa. I loro tiri sono sempre più vicini.”. Poi si rivolge a me. “Niente più hobbies”. Capisco di dover andare. Uscendo mi chiedo se farà mai in tempo ad imparare bene Battle Hymn of the Republic, e se valga la pena chiedergli se lo sa che è un inno americano.

 

 

 

 

 

Attenzione. Vivendo in un momento della civiltà recentemente battezzato “della post-verità” o più semplicemente “dei boccaloni pappagalli creduloni”, è bene specificare che questa intervista non è mai avvenuta e che le opinioni qui attribuite al signor al-Baghdadi sono frutto dell’immaginazione dell’autore

Quanti profughi stanno veramente scappando dall’Isis?

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Se il mito del profugo potenziale terrorista viene quotidianamente smentito dai fatti (gli attacchi in Europa degli ultimi mesi sono da attribuirsi a cittadini comunitari o a immigrati di seconda/terza generazione), l’idea di una stretta connessione tra l’azione militare dell’Isis in Medio Oriente e le recenti ondate di profughi nel nostro continente resiste tenacemente nei luoghi comuni mediatici.

La fuga dalla minaccia islamista viene spesso presentata come uno dei motivi principali di questo esodo epocale, una sorta di “attenuante” – legittima nelle intenzioni – a quella che da molti è percepita come una vera e propria invasione: “guardate che questi disgraziati stanno scappando dal nostro stesso avversario, quello che mette le bombe nelle città europee.” Il tipo-profugo costituirebbe, di conseguenza, una sorta di potenziale ma misconosciuto alleato nella guerra di civiltà che vede contrapporsi l’Occidente da un lato, e l’estremismo islamico incarnato dall’Isis/Daesh dall’altro. Il nemico del mio nemico è mio amico, insomma.

Sebbene io comprenda, e condivida, la necessità di spiegare le tragiche necessità che spingono un essere umano ad abbandonare paese natale casa e famiglia per imbarcarsi in imprese al limite della sopravvivenza, mi sembra tuttavia giusto sottolineare che l’affermazione di partenza secondo la quale il rifugiato medio sta scappando dall’Isis è, dati alla mano, semplicemente errata.

Guardiamo allora le statistiche dei rifugiati in Italia e in Europa degli ultimi due anni, con un occhio di riguardo per la componente siriana (indubbiamente quella più implicata nel discorso Isis).

Nel 2014 in Italia è arrivato un numero decisamente impressionante di Siriani, circa 40.000, poco meno di un quarto dei 170.000 extracomunitari in fuga giunti nel nostro paese. D’altronde, a livello continentale, i Siriani rappresentavano il 20% dei 625.000 profughi circa arrivati in Europa, più del doppio rispetto all’anno precedente. Tuttavia, per quanto riguarda il nostro paese, quasi la metà delle richieste d’asilo in quell’anno proveniva dall’area sub-sahariana, in particolare Nigeria, Gambia e Mali (44%).

Nel 2015, il numero di rifugiati in Italia è diminuito di poco (153.842), di cui la maggior parte (circa il 40%) provenivano da Eritrea e Nigeria. I Siriani costituiscono solo il 5% dei profughi (7.444), gruppo minoritario persino rispetto a Somali (12.176), Sudanesi (8.809) e Gambiani (8.123). A livello europeo, una fetta consistente di profughi arriva dal Medio Oriente (Siria in primis), ma vi sono anche nazioni “insospettabili” che hanno largamente contribuito al flusso migratorio: tra queste Kosovo e Albania, con 60.000 unità circa ciascuno su poco più di un milione di rifugiati (quindi il 10-11% del totale). Al calderone multietnico che si sta riversando nel Vecchio Continente vanno poi aggiunti Afghani, Iraniani, Pakistani, Tunisini, Senegalesi, ecc.

L’Africa nera è dunque al cuore del problema rifugiati, perlomeno per quanto riguarda l’Italia. La situazione in paesi come Mali, Somalia e Nigeria non è di certo semplice, e la responsabilità è anche in parte da attribuirsi alla violenza di alcuni gruppi islamisti radicali che si sono affermati negli ultimi anni in buona parte del continente – ad esempio, il famoso gruppo jihadista nigeriano Boko Haram (quello che rapisce le ragazzine, per intenderci). Ciononostante, i fattori che spingono i subsahariani ad abbandonare le loro case sono molteplici, tra cui la componente economica: in Gambia, la fragilissima economia (ulteriormente messa in crisi dal crollo del turismo causa virus Ebola) si regge in buona parte dai soldi inviati a casa dagli emigrati. Inutile dire che, in casi come questo, le bombe dell’Isis non c’entrano niente.

Diverso ma non meno complesso il discorso in Medio Oriente. Daesh, allo stato attuale, controlla una fascia piuttosto ampia della Siria settentrionale orientale e dell’Iraq centrale – nonché alcune roccaforti costiere in Libia. Il territorio del Califfato islamico non comprende invece grandi e medie città come Homs, Latakia, Tartus, Damasco e Aleppo, dove i guerriglieri dell’Isis non ha messo mai piede. Lo scontro nell’occidente e nel sud della Siria riguarda le truppe pro-Assad coadiuvate dall’esercito russo da un lato, e ribelli di varie fazioni e gruppi etnici dall’altro (più o meno appoggiate dalle forze occidentali). In poche parole, la crisi umanitaria che ha travolto la Siria, conseguenza di uno stato di guerra che dura ormai da cinque anni, coinvolge anche quella parte di popolazione che non è stata vittima – perlomeno direttamente – dell’Isis: è quindi lecito pensare che, sebbene al momento sia difficile avere delle cifre attendibili, parte dei rifugiati arrivati in Europa non siano scappati dalle grinfie del Califfato, ma piuttosto dalla violenza degli scontri fra sostenitori e oppositori del regime di Assad. I numeri dei morti civili sembra confermare questa ipotesi: sono quasi 19.000 le vittime dei bombardamenti aerei del governo ufficiale, a cui vanno aggiunti i morti per arma da fuoco (28.000 circa) o per colpi d’artiglieria (26.000). Senza contare ovviamente le centinaia di migliaia di persone all’interno di città sotto assedio che rischiano di morire di fame o disidratazione.

In sostanza, del totale dei rifugiati arrivati in Europa e in particolare in Italia negli ultimi due anni solo una minoranza difficilmente quantificabile (ma non preponderante) sta scappando dall’estremismo islamico. Questo certo non significa che tutti gli altri rifugiati siano potenziali terroristi o estremisti, ma risulterà nondimeno difficile trovare, nell’ideale lotta contro l’Isis, un nucleo compatto di “alleati” all’interno di una massa di persone spinte a emigrare dalle più disparate ragioni economiche e geopolitiche.

Chiaramente, la strada più auspicabile rimane quella del dialogo e del confronto interculturale, in una prospettiva di coesistenza possibilmente pacifica con masse di esseri umani destinate, che ci piaccia o no, a cambiare per sempre il volto del nostro continente.

Ma, per iniziare questo dialogo, bisogna innanzitutto capire da dove proviene il nostro interlocutore.

FONTI:

UNHCR, Limesgiornalettismo.com, west-info.eu, today.it, corrieredellemigrazioni.it, Cir-Onlussmartweek.it, integrazionemigranti.gov.it, europinione.it, greenreport.it, huffingtonpost.itbbc.com, theguardian.com

Noi e i profughi, legati a filo doppio

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Il triangolo, in linea di massima, mi pare questo: c’è Isis (o Daesh, per meglio dire) da una parte, ci siamo noi dall’altra e c’è nel mezzo una massa traboccante di profughi; ai quali ultimi viene non di rado attribuito un ruolo sul quale mi pare necessario spendere due parole, se non altro per evitare il cortocircuito cui ci tocca assistere sempre più spesso nel miserabile dibattito pubblico che abbiamo davanti agli occhi.

Un fatto, tanto per cominciare, mi pare più sicuro degli altri: quei profughi, o perlomeno la stragrande maggioranza di loro, stanno fuggendo dagli stessi fondamentalisti che mettono bombe in mezza Europa: il che, in linea di principio, dovrebbe caratterizzare noi e loro, noi europei e quella massa di disgraziati, come soggetti che hanno in comune se non altro il nemico.

Questo, naturalmente, in sé e per sé dice poco: se è vero, com’è vero, che avere lo stesso avversario non implica automaticamente la disponibilità immediata di strumenti per combatterlo insieme.
Senonché colpisce, e colpisce molto, non tanto il fatto che questa comunanza non si traduca in una strategia comune (cosa che date le circostanze sarebbe sorprendente), quanto dover constatare come essa finisca per diventare, apparentemente, un ulteriore, e inquietante, elemento di divisione: al punto da indurre un ragazzino in fuga dai suoi aguzzini a chiederci scusa, mediante apposito cartello, per le devastazioni che quegli stessi aguzzini stanno compiendo nelle nostre città.

Non aiutano, in questo contesto, le recenti decisioni europee sull’accoglienza ai rifugiati, che in buona sostanza consistono nel lavarsi le mani della questione appaltandola alla Turchia: non soltanto perché, com’è evidente a chiunque, costituiscono una retromarcia di portata epocale sul fronte dei principi fondanti dell’Unione, e oserei dire della nostra civiltà; ma soprattutto perché finiscono per portare definitivamente a compimento quel cortocircuito, che invece a questo punto (un punto di quasi non ritorno) sarebbe cruciale scongiurare.

Non voglio addentrarmi nel livello tattico del problema, mettendomi a discettare su quanto, e in che modo, la dismissione di fatto dell’accoglienza ai rifugiati possa alimentare un generico sentimento anti-occidentale, ingrossando in tal modo le fila del terrorismo: si tratta di un’analisi scivolosa, controversa e tutto sommato marginale rispetto al cuore della questione.

Il punto, mi pare, è che siamo in guerra, come qualcuno continua a ripeterci credendo chissà perché che la circostanza non ci sia ormai chiarissima: ed è evidente, senza neppure scomodare Sun Tsu, che per vincere le guerre occorre da un lato valorizzare al massimo le armi di cui si dispone, e dall’altro evitare, per quanto possibile, di combattere sul terreno scelto dal nemico.
Ebbene, non credo che la nostra civiltà disponga di armi diverse rispetto a quelle che le hanno consentito, nei secoli, di diventare un modello vincente: quella armi si chiamano libertà e stato di diritto. Dei quali, sarà bene precisarlo, l’accoglienza ai profughi non è che un corollario, una conseguenza, una declinazione.

Deporre quelle armi e decidere di scimmiottare i nostri nemici sul terreno del loro fondamentalismo, della loro attitudine ad imporre i propri principi con la forza, della loro propensione alla chiusura e all’esclusione, non è soltanto una scelta drammatica sul piano etico: ma anche, e direi soprattutto, un’idea strategicamente suicida; perché si tratta, molto semplicemente, di un terreno sul quale loro sono infinitamente più forti di noi.

Disinnescare quel cortocircuito, nel quale il nemico comune finisce per creare conflitto anziché produrre coesione, diventa quindi una questione di vita o di morte: perché, che ci piaccia o no, credo che la sopravvivenza di quei profughi e la nostra siano legate tra loro a filo doppio.
Prima ne prendiamo atto, meglio è per tutti.

A quanto pare, pure del Belgio non ve ne frega un cazzo

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Chissà perché me l’aspettavo.

Della valanga di messaggi e attestati di solidarietà che avevano inondato la rete al momento degli attentati di Parigi lo scorso novembre, oggi, in occasione della strage di Bruxelles, se n’è vista una minima parte – perlomeno in Italia, dove si preferisce ridere della foto di Salvini.

Certo, che l’ago della bilancia dell’empatia pendesse in una certa direzione era abbastanza evidente, e i commentatori filoparigini dell’epoca l’avevano messo in chiaro: piangiamo i morti della capitale francese perché sono i nostri morti, vittime europee di un male straniero, vicini di casa e parenti d’oltralpe falciati dalla furia islamica. Potevamo esserci noi stessi, seduti a quei bar a bere una Perrier o a mangiare un croissant.

Strano però che lo stesso senso di appartenenza, la stessa vicinanza non venga sentita nel caso del Belgio: Bruxelles è in qualche modo la capitale dell’Unione Europea, la distanza dall’Italia è tutto sommato ridotta e vi è un grande numero di giovani connazionali che vivono e lavorano in quella città. La civiltà è la stessa, per così dire, eppure il trattamento riservato alle due capitali francofone è decisamente diverso.

Le possibili spiegazioni a questo atteggiamento sono tante, tuttavia, forse un po’ in malafede, viene il dubbio che la preferenza accordata alla Francia sia, in un qualche modo, di natura “estetica”. D’altronde, Parigi è indubbiamente più bella e interessante di Bruxelles: la torre Eiffel, i macarons, il Moulin Rouge, Chanel e Dior, la rive gauche, gli impressionisti, la baguette sotto l’ascella, gli Champs Élysée, l’esistenzialismo, le corse nel Louvre, ecc., contro…boh, cosa c’è a Bruxelles? La birra e le patatine fritte? Insomma, tutti siamo stati a Parigi almeno una volta nella vita e il nostro immaginario collettivo è ubriaco di luoghi comuni sulla capitale francese, mentre il povero Belgio è perlopiù relegato al ruolo, grigio e noioso, di sede del Parlamento europeo. Di certo non un argomento da social.

Rimane allora l’impressione che tutta la storia della cosiddetta “solidarietà socio-culturale” fra paesi appartenenti a una sfera comune sia, fondamentalmente, una cazzata, e che, ancora una volta, a muovere i nostri sentimenti sui social siano piuttosto le spinte mediatiche del momento, le chiacchere generaliste della socialità da baretto e, last but not least, un certo gusto osceno nel compiacersi di aver preso parte (retroattivamente) al grande turismo della tragedia: ‘sai, in quel bar a Parigi una volta ho bevuto un caffè.’

D’altronde, #jesuisbruxellois è molto più difficile da scrivere – o da pronunciare.

Una CIA europea non impedirebbe i fallimenti d’intelligence

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Attentati accuratamente organizzati, eseguiti con operatività sincronizzata e col supporto di una rete terroristica ormai sedimentata e costantemente attiva, che individua e attacca obiettivi notoriamente sensibili e già monitorati. Non l’opera imprevedibile di un folle, né l’atto di ritorsione improvviso all’arresto di Salah, ma un’operazione terroristica studiata a tavolino e condotta con dovizia e attenzione: questo è stato Bruxelles, come Parigi e altri attentati in Europa ancora prima. C’è dunque da registrare, a malincuore, quello che sostanzialmente è l’ennesimo fallimento di una rete d’intelligence comunque inefficace a contenere questi attacchi – a fronte di una notevole pervasività dei controlli, sia fisici che telematici.

Posto che i fallimenti d’intelligence sono invariabilmente qualcosa di connaturato all’attività d’intelligence stessa, in questo caso, parte dell’incapacità di prevedere gli attacchi è attribuibile alla particolare struttura delle forze di polizia belga, che sono organizzate in distretti autonomi e scarsamente interconnessi. La conseguenza è uno scambio d’informazioni difficoltoso che si riflette in un’inefficienza strutturale dell’intera rete. Mutatis mutandis, questa è in effetti la stessa accusa che si sente muovere da più parti ai comparti d’intelligence europei: il livello d’integrazione, la qualità e la velocità delle informazioni scambiate e gli stessi rapporti tra agenzie non sarebbero sufficientemente fluidi da permettere un contrasto effettivo al terrorismo. Da qui, la necessità secondo alcuni di costituire un’agenzia di sicurezza europea. Questa, con buona evidenza, non sembra essere un’idea felice: i vari servizi hanno già numerosi punti di raccordo (la NATO su tutti), e molti organi esistono attualmente a livello europeo, come l’Europol, l’Intcen, un comparto antiterrorismo dell’UE, solo per citarne alcuni. Aggiungere burocrazia e struttura ulteriore rischierebbe d’ingolfare una macchina già sufficientemente complicata, e certo non migliorerebbe la circolazione delle informazioni. Ci si troverebbe a dover affrontare, poi, un serio problema di controllo e indirizzo delle attività di questa sorta di super-agenzia comunitaria: le istituzioni politiche europee non sembrano essere sufficientemente solide da permettersi un controllo integrato sicuro e stabile su questo terreno. Infine, un’agenzia del genere si andrebbe a sovrapporre a quelle già esistenti, e nella sua organizzazione necessariamente territoriale (un tedesco andrebbe a investigare sulle cellule islamiche a Milano?) si troverebbe in conflitto con queste ultime. Il rischio è quello di una lotta intestina per il controllo delle attività, che andrebbero necessariamente ad essere investite dalla somma degli interessi nazionali.

Ciò detto, naturalmente l’augurio è quello di un’integrazione sempre maggiore e della creazione di un sistema di incentivi solido verso la cooperazione, senza ulteriori appesantimenti strutturali di cui c’è tutto tranne che bisogno. La strada da seguire è quella di un rafforzamento delle agenzie e dei comparti di sicurezza nazionali, cercando di colmare le inefficienze e di livellare verso l’alto le attività che hanno un affaccio comunitario: a questo livello di libertà di circolazione di merci, individui e capitale, mantenere anche solo singoli anelli deboli è un lusso che non ci possiamo più permettere, come i fatti odierni hanno tristemente testimoniato.

 

Un grazie a Nicolò Debenedetti per gli spunti, sempre utili.

La vera guerra non è tra religioni, ma tra religione e secolarizzazione

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Vediamo di capirci: al netto delle differenze che pure esistono e che sarebbe stupido negare (prima tra tutte, il radicale cambio di prospettiva intervenuto col Nuovo Testamento, che è fondamentale e dall’altra parta manca del tutto), la differenza tra noi e quelli dell’Isis non sta nel cattolicesimo, ma nella secolarizzazione; con ciò dovendosi intendere, in estrema sintesi, il fatto che dalle nostre parti la religione diventa sempre più ridotta alla sfera privata degli individui e corrispondentemente sempre meno importante nella vita pubblica.
Il punto, in altri termini, non sta nel fatto che la nostra religione sia più pacifica, più tollerante, più dispensatrice di amore rispetto alla loro, ma nella circostanza che per noi la religione conta molto meno rispetto a quanto conti per loro: il che, evidentemente, sposta la prospettiva dalla fin troppo spesso evocata “guerra tra religioni” ad una (secondo me assai più appropriata) “guerra tra religione e secolarizzazione”.
Se si accetta questo punto di osservazione, l’importanza della specifica “religione” di cui si parla tende a sfumare: e insieme ad essa si rivelano meno chiari e utili i confronti, che di questi tempi sembrano andare per la maggiore, finalizzati a stabilire quale libro sia più compassionevole tra Bibbia e Corano; mentre diventa sempre più nitida la percezione del fatto che i veri problemi siano il modo in cui e lo scopo per il quale quei libri vengono usati.
La questione non mi pare secondaria, e porta con sé alcune angosciose riflessioni.
Prendete le polemiche sui canti natalizi a scuola, tanto per fare un esempio. Basandosi sul modello Islam vs. Cattolicesimo gli strenui difensori delle tradizioni italiche, quelli che si stracciano le vesti per il “no” di un preside a “Tu scendi dalle stelle”, dovrebbero essere annoverati nell’esercito “amico”, vale a dire dalla “nostra parte”; al contrario, seguendo il modello che individua il discrimine nel diverso grado di secolarizzazione, essi appaiono (se non altro concettualmente) molto più vicini al “nemico”.
Il che non equivale a dire, naturalmente, che saranno i residuali bigotti che abitano l’occidente a spalancare materialmente le porte a Daesh: piuttosto, indica un metodo di scontro che è intrinsecamente perdente, perché utilizza le stesse armi del nemico con una potenza di fuoco molto più ridotta. In altri termini, se il terreno di scontro diventasse questo avremmo perso la guerra in partenza.
Riflettiamoci, prima di renderci protagonisti, sia pure involontari, di intelligenza col nemico.
Il resto mi pare la solita polemicuccia, che tra l’altro da qualche tempo va in scena ogni anno, qua e là, con poche varianti.
Terrorismo o non terrorismo.

VOGLIAMO I COLONNELLI

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Tira una brutta aria, in Europa.

Il terrorismo, che ha come obiettivo in primo luogo una svolta in senso autoritario dei governi occidentali, nonchè una spaccatura delle società in gruppi su base etnico/religiosa, sta vincendo tutte le battaglie che può.

Mi si perdonerà se la prendo un po’ larga. Chi ha pronunciato queste parole?

Sta accadendo, e non è la prima volta, che utilizzando come argomento, o meglio, come pretesto, fatti riguardanti il terrorismo o la criminalità organizzata si dice “l’unico modo per tutelare la sicurezza è quello di diminuire le garanzie e di aumentare le possibilità di controllo che le tecnologie rendono sempre più possibile”.
(…) Questa volta si tratta di una spinta molto interna. Però mi consenta di fare una notazione perché in questi anni si è parlato infinite volte di “morte della privacy”: questa è una vecchia storia, perché già negli anni ’90 l’amministratore delegato di Sun Microsistems Scott McNealy diceva , riferendosi alla potenza della tecnologia: “Voi avete zero privacy, rassegnatevi”. La verità è che il rischio non viene dalla tecnologia, viene dalla politica, dalla pretesa di una politica autoritaria di usare tutte le occasioni per poter aumentare il controllo sui cittadini. Controllo di massa, non controllo mirato. Politica in senso lato. Perché sono i governi, le agenzie governative di sicurezza che in questo modo cercano di impadronirsi della maggior quantità di potere possibile.

E chi queste?

In un momento come questo, in cui i Paesi sono impegnati a fronteggiare una minaccia terroristica così sfuggente, l’attività di intelligence assume un’importanza cruciale. Un servizio di informazioni efficiente e coordinato costituisce la prima e più sensata linea di difesa. Sicuramente migliore e più intelligente dei bombardamenti. (…) Il governo ha pensato di togliersi il problema attribuendo ai militari anche funzioni di intelligence, sia all’interno che all’estero. (….) Ma non solo: la maggioranza pretendeva anche che tali nuove funzioni dei militari restassero esclusivamente nelle mani di Palazzo Chigi, lasciando il Parlamento completamente all’oscuro. Una roba da brividi.

Si tratta, rispettivamente, di Stefano Rodotà e di Beppe Grillo. Non proprio due moderati. Due personaggi che, su queste pagine, ho spesso accusato di demagogia, populismo, ignoranza. Eppure stavolta sono nel giusto. Ció non toglie che, se fossero al potere in un qualsiasi paese europeo oggi, forse farebbero le stesse cose. Perchè in questa direzione, pare, stiamo andando – e nessuno ha la forza, o l’autorevolezza, di elaborare direzioni differenti. Eppure questo sarebbe, seriamente, occuparsi di politica.

Ma dove stiamo andando?

    1. Vogliamo i colonnelli. La limitazione di libertà fondamentali, inclusa la privacy, è ormai abitudine. Lo scandalo NSA in USA ha avuto eco limitata in Europa, dove pure la sorveglianza di massa è fatto acquisito. Eppure non se ne parla, si accetta. Le trasmissioni televisive danno eco alla paura dei cittadini in momenti di crisi, in una spirale di supporto a misure sempre piú restrittive: 10474654_10153639527035991_7796129176182949177_nHollande, in uno slancio di interventismo patetico, dichiaró dopo gli attentati che avrebbe chiuso le frontiere, o imposto controlli. La cosa non si puó decidere dalla sera alla mattina, e infatti sei ore dopo verificavo in prima persona che nessuna macchina veniva fermata all’ingresso in Francia. In compenso, la retorica securitaria pone le premesse per fare passi indietro su uno dei pochi veri successi dell’integrazione europea: il trattato di Schengen.
    2. Zitti tutti! Se la reazione (ipocrita) dopo Charlie Hebdo è stata quella di difendere la libertà di espressione come fattore costitutivo dell’Occidente, poco si è scritto dei fatti dei mesi successivi, sopratutto quando gli stessi autori di Charlie Hebdo hanno infine ceduto alla minaccia degli intolleranti. D’altronde, se è vero che le èlites anglosassoni stanno recentemente avendo un revival fascistello circa la libertà di espressione (si veda qui, o qui), la loro opinione pubblica è ancora saldamente piú ancorata alla libertà di espressione di quanto non lo sia quella dell’Europa continentale. Torna sempre utile un bel bagno di realtà – e a questo servono le splendide infografiche di Pew:

Views of Free Expression Worldwide

Support for Free Speech, Press Freedom and Internet Freedom

Insomma, se il terrorismo è una strategia criminale per ottenere obiettivi politici, per contrastarlo bisogna anche occuparsi di politica. Non è solo sicurezza, non è solo protezione. Contano i princìpi. Forse, dando per scontate molte cose, vivendo in una bolla o portando avanti molte battaglie settarie tanti nei paesi occidentali hanno dimenticato come si fa a mettere princìpi generali di fronte a tutto ciò. Riproviamoci. E partiamo da queste due libertà fondamentali: la privacy e la libertà di espressione. Darle via ottenendo in cambio la sicurezza da Al Baghdadi non è, per nulla, un buon affare.

Sperando davvero non finisca cosí, neanche nei nostri peggiori incubi.

La violenza-farsa dei vendicatori della domenica

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In un vecchio post scritto in concomitanza con l’uscita al cinema di Django Unchained, Anna Missiaia evocava il valore catartico della violenza tarantiniana: secondo l’autrice del pezzo, l’elemento splatter della totalità dei film di Tarantino non costituirebbe un invito alla violenza, bensì un ottimo mezzo a disposizione dello spettatore per sentirsi in un qualche modo appagato (o meglio, prosciugato) di tutto quel carico di istinti negativi che, nella nostra esistenza quotidiana, accumuliamo incessantemente.

Aggiungerei all’analisi di Anna (semplice nel suo psicologismo ma assolutamente corretta) che la violenza di Tarantino è, paradossalmente, pedagogica: il sangue a fontanelle, le decapitazioni improbabili, le torture grottesche sono un modo per ricordare costantemente allo spettatore che quello che sta guardando non è reale. Difficile impressionarsi per scene dove, piuttosto, la risata viene quasi spontanea. Una reazione la nostra che non ci rende mostri, ma che, al contrario, dimostra come il messaggio sia stato perfettamente recepito: questa è fiction, e nient’altro.

Tuttavia, da buon pedagogo (o, più semplicemente, da artista) Tarantino non manca di sottolineare che, al di là dell’intrattenimento cinematografico, esiste una violenza reale, storica: un aspetto è particolarmente chiaro in Django, dove alle solite scene di follia granguignolesca con sanguinamenti irreali e donne che volano via sbalzate da proiettili di colt si alternano momenti di una tragicità irriducibile, ovvero la ricostruzione delle varie umiliazioni, privazioni e torture inflitte agli schiavi afroamericani. Nei passaggi dove il cinema fa posto alla storia, la telecamera non si sofferma morbosamente sui dettagli, ma lascia spazio a campi lunghi in cui il sangue, quello “vero”, è solo intuito. Un po’ come succedeva nel teatro della Grecia antica, dove le situazioni di pura brutalità erano del tutto bandite dal palcoscenico – si evocava, ma non si rappresentava. Vi è, in Tarantino, una consapevolezza profonda della differenza tra realtà e finzione.

Tutto ciò mi è venuto in mente di leggendo e ascoltando le dichiarazioni deliranti (istituzionali e popolari) che hanno fatto seguito alla strage di Parigi: da guerre-lampo redentrici a rese dei conti a mani nude, sembra che un’assoluta incoscienza della dimensione reale della violenza stia pervadendo l’opinione pubblica. Un esempio fra tanti, le scritte ultras apparse sui muri di Roma che invitano l’ISIS a un confronto “alla pari”, spranghe alla mano, con tanto di avallo del blogger survivalista di turno. Complici sicuramente i media (ma questa, ahimè, non è una novità), abbiamo trasformato un’esperienza umana terribile nella solita farsa da bar. E l’unica risposta che siamo in grado di dare di fronte al dramma della realtà è quella di una violenza tanto immediata quanto virtuale, in un lampo di finta empatia che si esaurisce nel tempo di cambiare canale, di passare al prossimo spettacolo.

Insomma, da Quentin Tarantino non abbiamo imparato proprio un cazzo.

Il giorno dopo: status di Facebook rapidi per commentare la tragedia

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Quello senza parole
“Non ho parole: solo sgomento, sconcerto e disperazione per quanto è successo.”

L’esagerato
“La mia vita non sarà mai più come prima. Questa tragedia ci tocca tutti e non potremo più vivere niente come facevamo fino a ieri. Siamo sconvolti. Niente sarà mai più come prima”

Il fanatico ateista
“Ecco. Questo è il risultato del credere alle religioni, agli oroscopi e all’omeopatia. #BertonePagaTu #MenoPretiPiùPrati”

Il pragmatico nazionalista
“Si parte coi kebab e si finisce così, a farsi saltare per aria”

Il “restiamo umani”
“Restiamo umani. #stayhuman”

Il terzomondista
“Premesso che sono contro ogni tipo di violenza, dobbiamo cercare di capire la disperazione di questi terroristi, che vivono in una situazione di grande povertà”

Il premessista
“Premesso che sono contro ogni tipo di violenza, (Si scorda cosa voleva scrivere, ndr)

Il sociopatico
“In questi casi sarebbe bene stare in silenzio. Non scriverò e non vi leggerò (Però lo scrive, ndr)

Il benaltrista
“È morta molta più gente nel terzo mondo nella giornata di oggi che in questo attacco. Di quelli non parliamo?”

Il benaltrista 2
“Però su Beirut tutti zitti, eh?”

Lo iettatore
“EH MA VEDRETE ORA AL GIUBILEO”

Il riduzionista ad Salvinim
“Salvini alimenta il clima di odio e di tensione, facendo solo il gioco dei terroristi, col suo populismo becero e schifoso. Marino dimetti!”

L’antioccidentale
“Tutta colpa dell’Occidente, che ha esportato la democrazia fino a l’altro giorno. Ecco i risultati”

Quello pigro
“Una tragedia immane.”

Quello pigro famoso
Schermata 2015-11-14 alle 21.10.50

Quello della foto
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Quello della foto, ma confuso
Schermata 2015-11-14 alle 21.01.59

Il discorso mai pronunciato di François Hollande

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Cittadine e cittadini di Parigi, popolo di Francia e tutti voi, esseri umani del mondo intero.

Mi rivolgo a voi nel momento più buio della mia presidenza, e uno dei più bui nella storia di questo Paese e dell’Europa. Ciò che è successo stanotte mi riempie il cuore di sgomento e tutti i miei pensieri vanno agli amici e ai parenti delle vittime. Voglio esprimere la mia, seppur insufficiente, riconoscenza per tutto il personale medico, per le forze dell’ordine e per ogni cittadino che ha offerto un aiuto e ringraziare tutti coloro che ci hanno espresso vicinanza e solidarietà.

Ma più di ogni altra cosa voglio rivolgermi a voi, responsabili di questo orrore, a voi che vi siete macchiati di quest’atrocità, a voi che sperate che io parli di “giustizia” e di “guerra”, io vi dico che non ci sarà vendetta, che dimostreremo che la nostra società è più forte dell’odio, che di fronte al vostro desiderio di oppressione noi risponderemo con ancor più libertà, che quando vi troveremo vi sarà garantito ogni diritto, sarete giudicati in un processo equo e, se condannati, sconterete la vostra pena e vi riaccoglieremo nella società, che non piegheremo le nostre leggi ed i nostri diritti in nome di un fantomatico desiderio di sicurezza perché la nostra sicurezza deriverà dal non cedere al ricatto dell’odio.

Faremo tutto questo perché siamo convinti che credere nel nostro modello di società, basata sul diritto e la libertà, sia migliore del vostro basato sulla violenza e l’oppressione; e lo faremo perché se persone che vivono tra noi arrivano ad odiarci al punto da commettere queste atrocità, anche noi siamo colpevoli: siamo colpevoli del fatto che loro non si sentissero parte di noi, che non siamo stati capaci di integrarle ed accettarle, che le abbiamo spinte ad ascoltare chi parla di guerra e violenza.

Questa tragedia ci mette di fronte al nostro fallimento ma non permetteremo che i nostri sforzi siano resi vani. Prendendo in prestito le parole che il mio collega Jens Stoltenberg si trovò a pronunciare a seguito di una simile sciagura, vi dico che a questo orrore noi risponderemo “non con meno apertura, con meno diritti e con meno tolleranza, ma con più apertura, con più diritti e con più tolleranza”.

Grazie a tutti voi.

Francoise Hollande (discorso mai pronunciato Venerdì 13 Novembre 2015)

Le frontiere sbarrate, l’Isis e la cecità suicida dei paesi “sviluppati”

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Io, in estrema sintesi, la vedo così: da una parte del mondo c’è chi ha qualche soldo in tasca, una tetto sulla testa, due o tre cose commestibili da mettere nel piatto a pranzo e a cena, qualche indumento di cui vestirsi e un surplus per lo sciupo, più o meno consistente a seconda dei casi; dall’altra, invece, c’è chi semplicemente non ha niente.
Ora, tralasciando i motivi per cui i due gruppi si trovano rispettivamente nelle condizioni in cui si trovano (motivi su cui potremmo scannarci all’infinito senza cavare un ragno dal buco), una cosa mi pare pacifica al di là di ogni ragionevole dubbio: non è affatto sorprendente, anzi è decisamente prevedibile, che i componenti del secondo gruppo, quello che non ha di che vivere, cerchino disperatamente di avventurarsi nei territori del primo, nella speranza di trovare colà qualcuna delle cose che gli mancano laddove sono nati e tentare così di sopravvivere.
Questo, a meno di ricostruzioni avventurose, mi pare oggettivo.
A questo punto gli abitanti della prima parte del mondo, quella più agiata, sono di fronte a una scelta: ricacciare indietro le orde di diseredati che accorrono a frotte dalle loro parti, onde evitare di dividere con loro ciò che hanno, oppure accoglierli, rinunciando a parte del loro benessere per sfamarli, aiutarli, assisterli e via discorrendo.
Domanda: quali sono le conseguenze ipotizzabili per la prima delle due scelte, prescindendo dai motivi prettamente umanitari che potrebbero indurre qualcuno a preferire aprioristicamente la seconda?
La risposta mi pare scontata al limite dalla banalità: scacciare i disperati non può sortire altro effetto che aumentare ulteriormente la loro disperazione.
Se anche questo è oggettivo, come mi pare di poter affermare, e se è vero che l’istinto di sopravvivenza è il primo e la più potente dei motori che alimentano il comportamento degli esseri umani, si deve presumere che l’incremento globale della disperazione, così come succede a un corso d’acqua fermato da una diga, produca prima o poi una sorta di pressione progressivamente crescente, che andrà accumulandosi da qualche parte e che, dai oggi e dai domani, troverà il modo di farsi strada.
E qua arriviamo a un punto di svolta, che si chiama “terrorismo internazionale”.
Succede, anche di questo avrete cognizione, che alcune organizzazioni di malintenzionati, finanziate da diversi portatori di interessi in determinate parti del mondo, abbiano preso già da tempo a reclutare manovalanza proprio tra i disperati di cui parlavamo poche righe fa; e succede, guarda caso, che le fila di quei manovali disperati, disponibili a qualsiasi nefandezza pur di assicurare un futuro (o semplicemente un presente) di sopravvivenza a se stessi o ai propri familiari, si stiano ingrossando giorno dopo giorno.
Badate, uso a caso la parola “manovalanza”: ché i teorici di queste iniziative non sono né poveri né disperati, ma semplicemente, come dicevo, portatori di interessi; mentre la carne da macello che telecomandano per portare a termine le loro imprese, quella sì, è composta perlopiù da derelitti senza arte, né parte né prospettive di vita.
Questo “accumulo di pressione”, a rigor di logica, è uno dei più probabili esiti della strategia “ultradifensiva” tanto in voga nei paesi agiati: favorire, nell’oceano di poveri che vengono condannati senza più possibilità di appello a morire di stenti, la formazione di un lago di poveri disposti a tutto, che andranno a ingrossare le orde degli assassini e dei fabbricanti di caos.
Un lago piccolo, intendiamoci. Un laghetto. Epperò sufficiente a seminare morte e devastazione un po’ dappertutto, visto che per far saltare in aria un migliaio di persone ne basta una piazzata nel punto giusto, e armata come si deve della consapevolezza di non aver più nulla da perdere.
Ecco, mi pare di poter dire che la cecità dei cosiddetti “paesi sviluppati” sia più o meno questa: non vedere, o fingere di non vedere, che asserragliarsi sprangando le frontiere è solo apparentemente un atteggiamento difensivo, mentre nella sostanza finisce per diventare un boomerang pericolosissimo, in molti casi addirittura suicida.
Li stiamo cacciando a calci in culo per non dover rinunciare a quattro soldi: qualcuno di loro, un giorno o l’altro, potrebbe portarci via la pelle.
Non è né bello né brutto, né giusto né ingiusto. Semplicemente, logicamente, mi pare sia così.
A prescindere da ogni retorica, direi che sarebbe il caso di rifletterci sul serio.

Empatia a comando

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Si è sollevata da più parti (una su tutte Sua Maestà Flavione Briatore, dalle colonne, sempre ricettive, de Il Giornale), la questione dell’innegabile doppiopesismo riservato della eco mediatica alle tragedie nostrane, rispetto a quelle extra-nazionali.

Ora, il discorso è delicato e lo diciamo subito, così non si agita nessuno: le morti (come le vite) hanno pari dignità, indipendentemente da dove accadono le tragedie o dal numero di vittime che fanno.
Le morti però (come le vite), non hanno affatto tutte lo stesso peso: è un dato con cui bisogna fare i conti, come convitato di pietra alla vita quotidiana di qualsiasi organizzazione sociale. Ovunque, cari amici. La questione è certamente spinosa, ma comunque indagabile se decidiamo di voler superare la retorica, aprendoci ad un po’ di comprensione di noi stessi.

Prendiamo il paragone tra la recente tragedia del Kenya con l’attentato parigino di gennaio. La grande macchina mediatica –che le notizie le forma, costruisce e distribuisce– è cosa dell’Occidente (libera interpretazione lasciata al lettore), e come tale soffre di un principio inevitabile di localizzazione geografica: si parla di più delle cose vicine, o se ne parla quantomeno con maggior coinvolgimento. Non c’è niente da fare, né qualcosa di sbagliato: è un processo in realtà molto umano. C’è del tragicomico e del paradossale nel presunto imbarazzo del rendersene conto, così come c’è dell’ipocrita nell’ostentarlo con contrizione, questo imbarazzo.

A tutto ciò si aggiunge la questione della percezione: quanto sono destabilizzanti le cose che succedono? Una strage in un luogo percepito come estremamente organizzato, stabile e ordinato, produce naturalmente un impatto più caotico rispetto alla strage del luogo di guerra. La situazione keniota sembra in effetti piuttosto stabile politicamente, ma certo non beneficia di solidità economica o culturale. Niente di paragonabile al cuore del centro parigino, insomma. Ogni giorno avvengono attacchi terroristici in Medio Oriente che hanno semplicemente smesso di fare notizia. Siamo cattivi e senza cuore per questo? È il solito Occidente perfido e disumanizzato? No, è una questione di percezione, ed è la risultante di una condotta profondamente umana, in effetti. Sentirsi colpiti nel cuore della propria omogeneità geografica e culturale provoca reazioni nettamente più sconvolgenti che in assenza della percezione di qualcosa di proprio. C’è qualcosa di strano? Ci credo poco: le reazioni sono proporzionali al grado di vicinanza. Se un conoscente fosse stato coinvolto nell’attacco parigino, o in quello keniota, il vostro (nostro) registro sentimentale sarebbe già tutt’altra cosa.

L’empatia forzata è, allora, ridicolmente ipocrita, tanto più per la chiarezza della sua forzatura. Il solo processo collettivo di autoflaggelarsi dicendosi che no, non dovremmo provare più coinvolgimento per un fatto piuttosto che un altro, già denatura completamente il coinvolgimento stesso, che non può che essere un processo naturale. Direi che possiamo lasciar stare l’egoismo, la corruzione morale, la fine dei valori e altre ciance simili, e cercare di ritrovare un po’ di comprensione, oltre che verso gli altri, anche verso noi stessi.

Il terrorismo della depressione

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L’Occidente da ieri ha un nuovo nemico, il terrorismo della depressione. E’ una forza oscura, sordida e camuffata, insospettabile, che si mimetizza ed insinua con facilità. Può colpire in qualsiasi posto, non si fa scrupoli, non ha coscienza, non ha ideologia, non ha la barba lunga, ne fa rivendicazioni eclatanti. Non prende ostaggi e non tratta il rilascio di prigionieri.

Al momento anche i governi dei paesi più avanzati non hanno le armi adeguate a contrastare tale fenomeno, ma bisogna reagire nel modo più fermo e risoluto possibile, anche con lo spiegamento di forze militari e di una diplomazia intransigente che non ceda ai ricatti di questi terroristi che minacciano le basi democratiche ed ogni regola basilare della convivenza civile.

Per maggiori indicazioni sul da farsi attendiamo gli editoriali di Giuliano Ferrara e Magdi Cristiano Allam ed i proclami decisionisti di Matteo Salvini e Giorgia Meloni.

Soundtrack1:’La polizia sta a guardare’, Stelvio Cipriani

Soundtrack2:’La polizia chiede aiuto’, Stelvio Cipriani

Soundtrack3:’La belva col mitra’, Umberto Smaila

 

Come farsi assumere dall’ISIS

in politica by

Come ben sappiamo in Italia i giovani faticano a trovare lavoro. Il tasso di disoccupazione giovanile si aggira al 44% e anche quelli che non sono conteggiati perché studenti universitari non hanno da essere felici: le loro prospettive di carriera sono ai minimi storici. Da anni gli atenei offrono incontri con i più importanti recruiter, mentre i giornali accolgono variegati elenchi di “x qualità per aver successo nei colloqui di lavoro”. Già alla fine degli anni ’80, in pieno boom dell’economia giapponese, si importava spudoratamente L’arte della guerra di Sun Tzu per la preparazione delle candidature. Il risultato è che oggi i consigli sono talmente tanti – e spesso in contraddizione tra loro – che chi desidera farsi assumere non sa dove sbattere la testa. Ma spesso, dalle situazioni più buie emergono opportunità incredibili.

Negli ultimi anni numerosi cittadini europei hanno trovato lavoro presso i dipartimenti pubblici di uno Stato che sta senza dubbio puntando ai cervelli cresciuti nei licei e nelle università occidentali. Questo Stato è l’ISIS. Per comprendere meglio i processi che portano alle selezioni e, infine, all’arruolamento, abbiamo parlato con il Dott. Sameh Salem Yasin Tariq, direttore dell’ufficio HR dello Stato Islamico.

 

Innanzitutto ci dica: la cultura islamica è vista spesso come chiusa in se stessa, eppure avete aperto esplicitamente alla forza lavoro cresciuta lontano dai deserti mediorientali. Non è una contraddizione?

“Assolutamente no. Non c’era contraddizione secoli fa, quando i più grandi filosofi, artisti, e scienziati viaggiavano da una corte europea all’altra, e non può esserci nel 2015. Quasi 70 anni fa gli USA chiamarono a sé esperti di fisica e chimica di tutto il mondo, addirittura provenienti da quei Paesi che stavano combattendo nelle trincee europee. Più recentemente lo Stato di Singapore ha attratto numerosi lavoratori occidentali sapendo premiare il loro sacrificio, se di sacrificio si può parlare.”

 

Insomma, accettate una visione internazionale del mercato del lavoro. E cosa potete offrire ai ragazzi che cercano disperatamente un’occupazione?

“Chiariamoci subito, Dan. Noi non stiamo offrendo un’occupazione. L’Occidente è entrato in crisi quando ha pensato che “lavoro” e “occupazione” fossero sinonimi. È così che avete assunto persone del tutto disinteressate alle mission aziendali, o che credono che un posto nel pubblico sia un parcheggio d’oro senza alcuna responsabilità. Avete accettato che le persone trovassero un’occupazione alle loro ore. Per noi non è così. Per noi è fondamentale che il dipendente riconosca in sé i valori di ciò che facciamo, la nostra mission.”

 

Prima scrematura fondamentale, quindi, la condivisione dei valori.

“Assolutamente. E guarda che è già di per sé un premio. Lavorare per qualcosa che veramente ami. Chi può dire seriamente, oggi, di farlo? Se sei semplicemente in cerca di uno stipendio, beh, mi spiace: all’ISIS non interessa la mediocrità.”

 

Su quali altri punti deve fare attenzione il candidato per avere successo nella selezione?

“Ovviamente valgono tutte le regole base sulla composizione del CV e della lettera di motivazione. Non mandateceli in Word! Non mandateci lo standard europeo! E soprattutto non devono scrivere cose false, o del tutto illogiche. Non è possibile avere una conoscenza “buona”, o anche solo “scolastica”, dell’arabo se come unica prova a dimostrarlo è un’estate come animatore in un villaggio turistico a Marsa Alam. Sono cose che fan perdere tempo a noi e fanno imbarazzare i candidati. Una volta è venuto un ragazzo che sosteneva di essere un esperto in combattimento avendo lavorato a Londra sei mesi in un negozio di armi. Gli ho detto “Benissimo, allora non ti dispiacerà spiegarmi come si smonta e rimonta questa Desert Eagle.” e lui risponde veloce:”Sì, dunque, è facilissimo, basta tirare…”. “No, aspetta!” Aggiungo io: “Voglio che tu me lo dica in inglese”. Ci crederete? Ha cominciato a balbettare: “Ah…eh…eh…I…I push…I pull the…the pistol…no?…you throw the carrell…would….should…”. Scrivete cose vere ragazzi. Conoscere i propri limiti permette a voi e al datore di lavoro di indirizzarvi verso il percorso di carriera migliore!”

 

Concretamente, quale piano di inserimento offre l’ISIS ai neoassunti?

“Posso affermare – e lo dico con una nota d’orgoglio, avendo lavorato tanto su questo – che la nostra è una struttura che capisce le necessità dei lavoratori e per questo offre diverse possibilità di carriera. Abbiamo infatti sviluppato tre percorsi diversi. Il primo è l’assunzione standard, con inserimento immediato in presso gli uffici centrali o periferici, con assegnazione del ruolo per cui è stata fatta la candidatura. Il secondo, nella tradizione dei graduate program, prevede un contratto di internship di un anno nel corso del quale la risorsa va a conoscere funzioni diverse (da quella di Pubblic Relations a quella Finance), lavorando per sei mesi nell’HQ di Al-Raqqa e per sei mesi in una filiale estera. Ritengo che questo inserimento sia di alto valore aggiunto: la dirigenza del futuro deve sapere leggere i report finanziari di un pozzo petrolifero sequestrato ai siriani, così come avere la sensibilità comunicativa nel produrre comunicati efficaci.”

 

Parlava di tre percorsi. Il terzo?

“Il terzo è il cosiddetto si basa sul franchising. Su questo, lo ammetto, ho tratto pienamente dalla mia precedente esperienza in Tupperware. Capiamo perfettamente che non tutti quelli che vogliono lavorare con noi hanno la possibilità di venire a vivere per sempre in Siria o in Iraq. Ci sono motivi comprensibili di adattamento e non vogliamo forzare nessuno né tantomeno chiudere la porta a risorse preziose, tanto meno in una strategia di forte incremento della presenza all’estero. Per questo motivo forniamo direttamente i mezzi produttivi e finanziari a chiunque voglia aprire un’attività ISIS nel proprio Paese d’origine. Ovviamente le condizioni sono tre per il candidato: deve vivere in un Paese con interesse strategico, deve partecipare – gratuitamente – ai i nostri corsi di preparazione ad Al-Raqqa e soprattutto deve identificarsi nella nostra mission.”

 

Un’ultima domanda. Perché i candidati dovrebbero scegliere voi e non, diciamo, altri Big del settore?

“Non credo sia corretto fare confronti, e preferisco parlare semplicemente dell’ISIS e del suo modello. Noi cerchiamo candidati per offrire loro ruoli tanto sfidanti quanto formativi, grazie al fatto che le persone nell’ISIS sono sempre al centro dei progetti, mai isolate o ai margini. Senza dubbio molti dei nostri attuali dipendenti provengono da esperienze presso realtà simili, all’interno delle quali si stavano burocratizzando troppo. Da noi hanno riscoperto la dinamicità prodotta dall’implementazione di ambienti informali all’interno di un network internazionale.”

 

La ringrazio e le auguro un buon lavoro. Chissà ci si veda in Italia.

“Può essere Dan, puntiamo sempre a migliorarci. Grazie a te.”

 

 

 

Attenzione! Ogni riferimento a fatti e/o persone è puramente casuale. L’autore e il sito non sono terroristi, non conoscono terroristi, non hanno mai comunicato con terroristi, né con persone appartenenti, affiliate, collegate o aventi qualsivoglia relazione con gruppi terroristici.

Chiediamo inoltre comprensione a chiunque si sia sentito diffamato o comunque offeso per l’articolo sopra riportato. Sappiamo che tenete al vostro onore e quanto siate terribilmente pericolosi se infastiditi o oltraggiati. Quindi, cari amici dell’HR, vi chiediamo scusa anticipatamente.

I terroristi poveri non esistono: e allora?

in società by

Lo scrivente, per convinzione e per consolidata pratica radicale, ripudia la violenza come strumento di lotta politica, finanche quando tale violenza consiste nell’occupazione temporanea di una strada con conseguente blocco del traffico. Quindi, come dire, figurarsi la lotta armata.
Dopodiché, e spero che questo sia chiaro, un conto è giustificare un fenomeno e un conto è tentare di spiegarne le cause, pur condannandolo.
Ebbene, io non saprei dire se ed in quale misura le ragioni profonde del terrorismo possano essere ricercate nella fame e nella povertà: mi pare che si tratti di una domanda assai complessa, a cui tra l’altro non credo sia possibile -né tantomeno serio- dare una risposta univoca, che possa essere considerata valida per la generalità dei “terrorismi”, sia in senso geografico che temporale.
Ciò premesso, a me pare che liquidare la questione rispondendo di no, sulla scorta dell’osservazione che generalmente i terroristi sono tutt’altro che affamati e poveri, configuri un approccio metodologico un tantino superficiale, per non dire -ma in effetti lo sto dicendo- modesto.
Voglio dire: anche se per amor di discussione dovessimo ammettere, magari col conforto delle statistiche più accurate, che tutti -dico tutti- i terroristi -dagli strateghi agli esecutori materiali- non sono altro che degli psicotici agiati, ciò varrebbe automaticamente ad escludere l’ipotesi che la “fame” e la “povertà” dei popoli o dei gruppi socio-politici cui essi si propongono -o credono- di dare voce costituisca la molla scatenante delle loro imprese?
Io credo proprio di no.
Siamo d’accordo: quelli delle BR erano in media molto più istruiti e benestanti delle masse proletarie per cui affermavano di battersi. E quindi? Questo che c’entra col fatto che probabilmente furono proprio le difficoltà e gli stenti di quelle masse a spingerli sulla strada -sbagliata, scellerata, ignobile- della lotta armata?
Niente.
Del resto basta leggere quello che Luca Mazzone scrive nel suo post per rendersi conto del grossolano straw man argument su cui esso ruota:

(il terrorismo) non è il risultato della frustrazione per le proprie misere condizioni di vita

Ecco, è quel “proprie” che non mi suona, proprio per niente: perché dire che la povertà e la fame alimentano il terrorismo non contiene automaticamente quell’aggettivo possessivo; piuttosto, disegna un quadro generale -con cui si può essere o non essere d’accordo- sul quale il terrorismo -qualunque cosa esso sia, foss’anche il delirio psicotico di alcuni benestanti- secondo alcuni attecchirebbe e si svilupperebbe.
Sta di fatto che Bergoglio quel “proprie” non l’ha mai pronunciato, né tantomeno l’ha lasciato intendere: ma guarda caso è proprio su quella parola che si impernia il ragionamento del buon Mazzone.
Togliendola, e io credo che la si debba togliere, il ragionamento cade.
Diventa poco importante stabilire se i terroristi siano o non siano più istruiti o più agiati della media: perché la “fame” e la “povertà” potrebbero essere la causa scatenante delle azioni di questi assassini pur non essendo le “proprie”.
Tutto qua.

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