un blog canaglia

Tag archive

televisione

Nessuno tocchi Porro

in politica/società by

Non guardo molta tv, tra le altre ragioni perchè non trovo interessanti i talk show, mi annoia la pubblicità, e alla fine se ho tempo libero preferisco impiegarlo in un altro modo.

Capisco però che per molti, per formazione o per il modo in cui occupano le giornate, vi facciano ricorso per informarsi, o per costruirsi una opinione circa le cose del mondo. È così da decenni, e il modo in cui è strutturato Internet da qualche anno a questa parte (ne parla Morcy in un bel post qui, al quale spero avrò il tempo di rispondere) non ha cambiato di molto le cose. Insomma, in qualche modo la televisione ancora conta.

Ora, nella tv di oggi esistono vari personaggi che, in una scala di preferenze che vanno dalla Gabanelli a Paragone, usano lo spazio per propagandare le loro tesi. In entrambi i casi, a mio parere, si tratta quasi sempre di cazzate irrazionali e criminali, di disinformazione e di sensazionalismo, e un direttore editoriale con un minimo di senso della sua professione, di lungimiranza o anche solo di buon gusto chiuderebbe la trasmissione e farebbe un cazziatone ai responsabili. Non è questo, almeno non sempre, il caso degli altri talk show. Che mancano di approfondimento (i tempi televisivi purtroppo quelli sono), di temi interessanti e di ospiti decenti, ma non sono necessariamente delle antenne di propaganda – questo è il caso del programma di Porro, per quanto ho potuto vedere.

Ora, in questi giorni Porro è sotto attacco per aver dato spazio a una serie di ciarlatani intenti a convincere la gente di cose pericolosissime come il non credere mai alla necessità delle vaccinazioni obbligatorie – se ne parla bene qui; la sua difesa, però, merita di essere considerata. Dice Porro, in sostanza, che settori importanti della società hanno iniziato a convincersi di queste follie (vero) alle quali personalmente lui non crede per nulla (bene) ma che l’unico metodo per combatterle è parlare apertamente con gli estensori di queste teorie e metterli di fronte alle loro contraddizioni (verissimo!).

Il problema di molti è il convincersi dell’esistenza di una verità indiscussa e indiscutibile in un numero molto ampio di questioni – la qual cosa si è peraltro estesa dal campo scientifico a quello sociale – senza ammettere alcun tipo di contraddittorio. Purtroppo o per fortuna, in una società democratica questo è un atteggiamento perdente. Chiudersi nella torre d’avorio, facendo trasmissioni come piacerebbero a quei critici, significa non attirare alcuno degli spettatori convinti di queste cose, e spingerli verso le trasmissioni “a tesi” come quelle di Paragone. Una tesi buona, invece, se esiste, può emergere da un dialogo ben strutturato. Poi, certo, esistono quelli che NON BISOGNAVA PERMETTERE A RED RONNIE di esprimersi. E che probabilmente pensavano la stessa cosa degli scienziati contro il referendum sul nucleare, o degli economisti contro il referendum che si è amato definire “dell’acqua pubblica”. Ex malo bonum: se a questi indignati venisse in mente di far partire da questo un movimento per privatizzare la RAI, ditemi dove firmare.

Ma il punto è che a molti non è che stia a cuore la scienza, o il benessere generale, o che altro: gli stanno solo sul cazzo quelli che – ragionevolmente o meno – hanno opinioni diverse dalle proprie, e quindi devono tacere. Peggio ancora se tutto ciò succede in uno spazio esterno al giornalismo pettinato e progressista, come da Porro. È uno dei sintomi di una società che ha rinunciato a parlare oltre le barriere, o a mettere in discussione le proprie certezze, per chiudersi in piccoli recinti di opinioni rassicuranti e coerenti con la propria visione del mondo. Per questo non si può non difenderlo, a prescindere dai suoi limiti e dai suoi demeriti.

Forza Porro.

 

Dei migranti morti in mare non ve n’è mai fregato un cazzo

in società by

Martedì, al largo dell’Egeo, sono morti 11 migranti, tra i quali 5 bambini, in seguito all’affondamento del barcone su cui viaggiavano proveniente dalle coste turche. Le cifre ora parlano di circa 700 bambini morti in mare dall’inizio dell’anno – e dire che non siamo ancora arrivati a Natale.

La notizia è rimasta in testa ai maggiori siti di informazione giusto 24 ore, il tempo di essere sostituita da qualche attualità più ghiotta (il vecchio suicida per colpa delle banche, la guerriglia ultrà a Napoli, un blitz nel Casertano contro i Casalesi, ecc…). Sulle bacheche Facebook ancora intasate di messaggi di solidarietà per la Francia non è apparso niente: bisognerà forse aspettare che Zuckerberg crei un colore adatto da applicare ai profili per i morti in mare. In televisione ieri sembravano tutti preoccupati per le dichiarazioni di Putin sull’uso dell’atomica in Siria, e mi sa che oggi sarà il turno delle banche cattive che spingono la povera gente ad ammazzarsi.

Il lutto stavolta è stato breve, d’altronde undici morti sono obiettivamente pochi: probabilmente c’è una conta ufficiale per stabilire da che numero di decessi in poi è lecito indignarsi per più di una giornata. Per non parlare della distanza geografica: l’Egeo è mica il canale di Sicilia, saranno problemi dei Greci, finché non arrivano i cadaveri sulle spiagge di Lampedusa dov’è il problema? Poi si sa che l’emozione si misura non solo in quantità delle vittime e chilometri, ma anche in tratte aree: a Parigi con Ryanair ci arrivi in un’ora e mezza, invece per le isole greche con le compagnie lowcost è un casino.

Scriveva un giornalista del Washington Post qualche settimana fa, in merito agli attacchi alla capitale francese, che “il dolore è un’emozione personale, e quando è sentito veramente, non è sempre giusto o proporzionato alla demografia mondiale”. Eppure, l’impressione è che di personale in fatti e notizie che coinvolgono le masse ci sia veramente poco: se davvero l’individualità fosse ciò che determina questo genere di reazioni, nel caos generale di 7 miliardi di sensibilità diverse ogni singolo avvenimento avrebbe più o meno lo stesso peso. Non è così che funziona, mi sembra.

Temo piuttosto che quella della sensibilità individuale (che sarebbe lecita proprio perché, appunto, individuale) sia un’enorme balla: di individuale nella nostra commozione a orologeria c’è veramente poco, siamo pecoroni attaccati a internet e allo schermo della televisione pronti a cogliere le emozioni filtrate dai capricci mediatici. Capricci mediatici, sia chiaro, a cui prendiamo attivamente parte, contribuendo a costruire sistemi mitologici di indignazioni momentanee e fobie a misura di mouse o telecomando.

Questo non significa necessariamente che la nostra attenzione debba essere costantemente indirizzata a tutti i mali del mondo. Una selezione è doverosa o perlomeno inevitabile (piangiamo molto di più se ci muore il gatto che per un attentato kamikaze a Tel Aviv), tuttavia bisognerebbe finalmente riconoscere l’ipocrisia e i limiti di questo atteggiamento a correnti alterne. Perché i morti in mare che tanto ci avevano commosso qualche mese fa ora ci sono del tutto indifferenti? Com’è possibile che la nostra rabbia, la nostra indignazione, abbia la durata di vita di un moscerino della frutta?

La capacità di emozionarsi probabilmente non rappresenta una virtù. Almeno non nel senso stretto del termine: le emozioni sono temporanee, così come l’empatia, che può essere spenta e accesa come un qualsiasi interruttore. L’attaccamento (l’amore?) per una persona, un’idea, una causa, è tutto un altro paio di maniche. Fuori da questo schema, il resto è sostanzialmente irrilevante.

Camionisti rumeni, razzisti italiani

in giornalismo/società/televisione by

Nell’ennesimo, tragicissimo, incidente estivo, due gemelli di nove mesi hanno perso la vita in A12 in seguito allo scontro tra l’auto su cui viaggiavano e un’autocisterna che trasportava prodotti chimici.

Il conducente del tir è stato denunciato per omicidio colposo, ma solo come atto dovuto da parte della procura, dato che, per il momento, non gli sono state attribuite responsabilità o negligenze gravi. Il camionista non era ubriaco e non ci sono state manovre azzardate. Semplicemente è scoppiato uno pneumatico, probabilmente per l’elevata temperatura dell’aria e dell’asfalto.

Capita, in estate, in autostrada.

Epperò.

Epperò il telegiornale ha tenuto a precisare, a più riprese, la nazionalità del conducente del tir. “Camionista rumeno”, per la precisione. Come se la provenienza dello sfortunato lavoratore avesse qualcosa a che fare con quello che è successo, come ci sia una connessione tra l’essere rumeno e provocare accidentalmente delle morti in autostrada – o con l’esplosione degli pneumatici in estate.

Credo non siano necessari ulteriori commenti. Niente di nuovo sotto il sole di luglio.

Ma la cosa davvero preoccupante è che non parliamo di uno Studio Aperto qualsiasi, che su questo populismo di stampo nazi-leghista ci campa, ma del notiziario di Sky, un canale solitamente serio o perlomeno sobrio. Un’attitudine d’altronde diffusissima in maniera trasversale tra la maggior parte dei notiziari televisivi, giornali e siti d’informazione.  Il che rivela una tendenza tanto subdola quanto preoccupante: l’implicito razzismo dei servizi di informazione italiani.

Detesto il buonismo capriccioliano che inventa spiegazioni socio-economiche dal nulla su fenomeni antropologici estremamente complessi (“gli zingari rubano perché sono poveri ed emarginati”), così come mi disturbano profondamente gli ammiccamenti vigliacchi e reificatori sull’origine nazionale/etnica/razziale di certe persone, come se queste fossero segnate da un ineluttabile destino di perversione e delinquenza.  E trovo la cosa ancora più disturbante dal momento che viviamo in un paese che si nutre di televisione, anzi, un paese costruito sulla televisione.

E se la nostra televisione è razzista, noi cosa siamo?

Radere al suolo ogni certezza

in società by

Sono a casa, nella tarda mattinata di una domenica di pioggia. F. (anni 3 e mezzo), che in questi giorni sta prendendo dimestichezza con il senso e le possibilità del telecomando, lo sta avidamente compulsando: E., succube di un impulso creativo che la costringe temporanemente al tavolino di plastica dell’IKEA, a ritagliare ed incollare, ogni tot alza gli occhi solo per prendere atto con sufficienza dell’assurdo patchwork di comunicazione digitale che si sta alternando caoticamente sullo schermo del televisore. Io, come al solito, sono rapito da qualche pensiero ossessivo e di nessun interesse per la collettività, e subisco passivo lo zapping: a malapena mi accorgerei se ci fosse relmente bisogno di un intervento censorio, che so, se per caso sullo schermo stesse passando una sequenza molto esplicita di cannibalismo. D’improvviso, il canale si stabilizza, e percepisco viva attenzione da parte delle mie eredi: stanno trasmettendo delle immagini di pasciuti bambini (belga, come si scoprirà più avanti). Dato che il programma “incontra”, mi impadronisco del controllo remoto (quella cosa che mia madre chiama ancora “macchinetta”) e alzo il volume: si tratta di una trasmissione sulla psicologia dell’età evolutiva, che sarebbe pure interessante se non fosse che ci sono questi scienziati europei che irridono in modo obliquo le teorie dei loro colleghi “americani”: la frequenza con cui i luminari belga o francesi citano la provenienza geografica dei colleghi d’Oltre Oceano mi pare emblematica della loro condiscendenza e del loro (ingiustificato?) senso di superiorità.

Ad un certo punto viene fuori una cosa pazzesca: la voce fuori campo (virile, serena, eloquente) dice che i bambini piccoli sono influenzati dalla condotta degli adulti molto più di quanto si possa immaginare. Per corroborare la tesi, aggiunge che perfino lo schifo che si prova per la puzza di merda è frutto di un condizionamento culturale. Può essere benissimo che io stia iper-semplificando e che non abbia capito bene, ma l’esperimento che segue sembra proprio piazzato lì per convincermi dell’informazione alquanto contro-intuitiva nella quale mi sono appena imbattuto. C’è il video di questa irreprensibile bionda cinquantenne, in camice bianco all’interno di quello che sembra un laboratorio di chimica, che lavora su un contenitore cilindrico trasparente contenente … uno stronzo: le mie bambine si ammazzano dalle risate, io trasecolo – vabbè la tivvù verità, ma mi viene quasi da vomitare… A beneficio pare dei meno brillanti di intelletto, a questo punto, la tipa annusa, arriccia il naso, tappa e si mette a lavorare sul campione. Voce fuori campo (femminile, che dovrebbe essere quella della dottoressa in chimica): “Ho sintetizzato la puzza di questa cosa”. E qui mi scappa da pensare: tu pensa che lavori schifosi può toccare di fare nella vita (dopo essersi pure laureati, eh). No, perché mi immagino questa povera crista che torna a casa la sera e magari vorrebber dire al marito che giornata di merda ha avuto, ma… no, proprio non ce la fa, specie se sono a tavola.

Insomma, viene fuori che i tizi del documentario hanno ricreato sinteticamente l’orrenda puzza biologica e poi, tutti contenti l’hanno sparata direttamente nelle narici di bambini di età differenti con un apparecchio simile ad un aerosol. Ebbene, risulta che i bambini molto piccoli (un anno, un anno e mezzo) si aspirano quella schifezza come se niente fosse – li si vede paciosi ridere dietro la mascherina, mentre quelli sui 3-4 anni manifestano delle reazioni molto più simili a quelle che potremmo avere noi adulti (ovvero fanno una faccia disgustata e cercano d’istinto di allontanare la mascherina). Insomma, io sono sempre stato il classico tipo “che ci ha tante idee, tutte confuse”, ma sul fatto che fosse naturale provare repulsione per una cosa disgustosa come “quella” non avevo mai nutrito alcun dubbio. Adesso saltano fuori questi a dirmi (non so con quale autorevolezza, per la verità) che i bambini imparano a schifare le feci dopo aver visto le reazioni dei loro genitori quando cambiano loro il pannolino…

Questo per dire che “mai niente per scontato” dovrebbe essere un mantra da rimasticare cento milioni di volte al giorno. Lasciamo stare l’argomento scatologico, ma alla fine quella del documentario (sempre che sia veritiero) è una bella lezione.

The new #iovotorosanelpugno

in politica by

Insomma, senza stare troppo a sottilizzare che le catene di Giannino sono un gesto simbolico della lotta politica, mentre il metodo gandhiano di Pannella è lotta politica in sè, pare che la rete si sia accorta di quello che i rispettivi adepti si rimbalzano da un po’.

Oscar Giannino ricorda Marco Pannella, senza offesa per nessuno dei due: personalità istrionica, situazionisti per necessità, leadership carismatica  e non elettiva, dunque non contendibile in alcun congresso. Ma anche – sul piano dei contenuti: rivendicazione di terzietà rispetto al regime politico e denuncia di censura da parte del regime mediatico.

Con questi ingredienti, il partitino d’opinione è servito, checché ne dicano i diretti interessati che di essere chiamati “partito” non ne vogliono sapere.

Insomma a dire che #iovotogiannino è il nuovo #iovotorosanelpugno (copyright Claudio Cerasa) si coglie nel segno, probabilmente per motivi diversi da quelli che i più pensano: storicamente si tratta infatti di esperienze molto diverse, l’una nata dal matrimonio elettorale tra Socialisti e Radicali, l’altra dall’interventismo di un gruppo di economisti. Inoltre, il target di elettori è solo parzialmente sovrapponibile, tanto che in questo tornata elettorale puntano su priorità profondamente diverse: 10 punti prevalentemente economici per Fare, un punto solo per la lista di scopo di Pannella (questa volta davvero solo sua, vista la tiepidissima adesione di Emma Bonino) cioè il problema Giustizia e la cura Amnistia.

In molti avevano auspicato, data la complementarietà dei programmi, una convergenza che avrebbe portato un po’ di colore e respiro civile all’efficientismo del programma antideclino, e un po’ di chiarezza alla elaborazione radicale sui temi economici, particolarmente evanescente nell’era post Capezzone.

Il risultato sarebbe stata una forza ugualmente piccola ma genuinamente liberale, capace di compiere la sintesi di cui nessuno dei grandi partiti è capace tra libertà civili ed economiche, invece di tentare di proporsi come foglie di fico progressiste a destra gli uni, a sinistra gli altri.

Operazione fallita in entrambi i casi, evidentemente, col risultato di un effetto dejavù sia delle analisi sul trust informazione-politica che dei (sacrosanti) tentativi di racimolare visibilità come si può, contro gli ubiqui Monti, Berlusconi e Bersani, mentre Grillo se la ride dal suo blog dopo aver ripudiato mamma televisione.

Ora, il dubbio che l’analisi comune a Giannino e Pannella sull’impenetrabilità dell’agenda politica da parte dei piccoli partiti sia esatta, e il sospetto ulteriore che questi partiti siano tanto più piccoli quanto meno esposti nei pastoni e nelle ospitate massvisive, il dubbio e il sospetto la persona di buona fede se lo dovrebbe far venire, perché ha a che fare con l’accessibilità stessa del sistema, cioè con la sua democraticità.

Invece no, e arriva pure quello che dice: colpa dei piccoli se sono piccoli. Posto che “autocritica” è una parola impopolare negli ambienti liberali, nondimeno ad accusare i radicali di improvvisare le campagne elettorali puntando sui conigli dal cilindro di Pannella ci si piglia facile. Il problema organizzativo c’è e si vede, non so se valga lo stesso anche per la start-up degli entusiasti di Fare.

Il punto però per me è ancora un altro: che il pensiero liberale, in Italia, è indigesto e di fatto espulso tanto a destra quanto a sinistra. Non si tratta del semplice fatto che non sia inglobato, ma proprio della necessità storica, dei liberali nostri, di essere terzi perchè malvisti tanto da una destra fondamentalmente cattolica e confindustrialista, resa per di più anomala dall’insediamento di un partito apolitico come quello berlusconiano, quanto da una sinistra scarsamente progressista ma molto corporativista (e cattolica anch’essa). Se poi rispunta anche il centro supercattolico e conservatore, ai liberali non resta che essere quarti, quinti, finanche giustamente marginali. E a noi pur marginalmente rappresentati non resta che ringraziarli per la cocciuta sopravvivenza.

Insomma l’orizzonte del bipolarismo è destinato a restare una chimera finchè il pensiero liberale non troverà asilo in una delle due parti o in ambedue, contaminandole. E ben vengano fino ad allora le modeste percentuali di questi strani animali, che forse sarebbero meno modeste insieme ma non darebbero meno fastidio a chi non sopporta che gli si rompano le uova nel paniere, o che si strappi il copione ben congegnato di una democrazia ormai meno che formale.

#ioguardoschettino

in società by

Non credo di aver capito bene: siccome uno è accusato di aver combinato un disastro, allora sentire cosa ha da dire è un’idea immorale?

Cioè: il giornalismo -a tutti i livelli, e quindi compreso quello televisivo e nazionalpopolare- è diventato una specie di giocattolino che ha il compito di premiare i “buoni” col contentino di un’intervista e mettere in castigo i “cattivi” (ammesso e non concesso che Schettino lo sia) tacitandoli?

Io avevo capito -ma forse sbaglio- che invece il giornalismo è quella roba che dovrebbe cercare di capire le cose: e per capire com’è andata la vicenda della nave da crociera affondata, a meno che non mi sfugga qualcosa di essenziale, il contributo di quello che la guidava mi pare tutt’altro che inutile.

Dice: ma lo pagano (anche se la circostanza non pare confermata). E allora? Siete davvero convinti che ascoltare un punto di vista in più non possa valere la pena di pagarlo? Con soldi privati, per giunta, manco a dire con quelli del canone.

Dopodiché, naturalmente, ciascuno è libero di non guardarlo, Schettino: ma io, da parte mia, sono libero di sentire in bocca il retrogusto di quel moralismo che non ha bisogno di verifiche, perché un’idea già se l’è fatta e non ha la minima intenzione di metterla alla prova; eventualmente, come potrebbe accadere anche in questo caso, per formarsene una addirittura peggiore.

Sapete cosa? Io lo guarderò, Schettino. O forse no, perché probabilmente avrò altro da fare.

Ma in entrambi i casi avrò cura di riservare la mia indignazione a circostanze più appropriate.

Go to Top