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Her, ovvero un film sulla solitudine

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Può darsi che, come scrive Christian Raimo su Il Post, sia un film da carini. Può darsi quindi che, essendomi piaciuto, sia anch’io “carino”. Può darsi.

Più sicura è invece la piacioneria del regista Spike Jonze, che butta sullo schermo ogni due per tre aviatorie panoramiche di una città futuristica e piaciona pure lei.  Più sicura è l’andatura grottesca della storia d’amore tra Theodore, un Joaquin Phoenix hipsterissimo, e Samantha, un sistema operativo con la voce di Scarlett Johansson capace di interagire quasi umanamente. Più sicura è la costante presenza di musica “carina”; ed è vero che si ha troppo spesso l’impressione che si tratti di civetteria paracula piuttosto che di completamento cinematografico.

Ma c’è un ma. Perché tra tutte le certezze Raimo ne ha scelta una, la più semplice, la più visibile e spendibile: Her è un film che pretende di raccontare il nostro rapporto con la tecnologia. Che fa leva su quel quasi associato a quell’umanamente. E così sulla contemporaneità di un futuro prossimo – approssimato forse per eccesso forse per difetto – in cui uomini e donne si parleranno sempre meno e consegneranno il tempo dei sentimenti non più ai loro simili ma a macchine sofisticatissime. Raimo ha scelto di prendere questa certezza e di farne motivo di critica. Cioè di sbeffeggiare il presunto messaggio morale del film: se continuiamo a non parlarci, finiremo con l’innamorarci di un OS. In questo modo la presunta banalità imbellettata è pulita di ogni intento antropologico; e il critico può farsi le pippe sulla sua capacità di smascherare la vuotezza. Tutto facile. Tutto bello.

In Her la tecnologia – o meglio: il rapporto degli esseri umani con la tecnologia – sembra essere inequivocabilmente l’elemento chiave. La vediamo, la sentiamo, persino la riconosciamo. Di primo acchito, sembra quindi avere ragione chi vuole denunciare una denuncia narrativamente così scontata. Come dargli torto? L’espediente è banalotto.

Eppure, a pensarci bene, c’è dell’altro. Ad andare un poco più in fondo nella riflessione, senza farsi dettare la critica dalla visibilità – che cosa sciocca -, sembra esserci una antropologia più acuta nel film. La tecnologia, certo,  ma anche la solitudine. È questo il mio ma: la solitudine.

Nelle ultime righe del suo libriccino Non luoghi, l’antropologo francese Marc Augé scriveva che “Ci sarà dunque posto domani, o forse, malgrado l’apparente contraddizione dei termini, c’è già posto oggi per una etnologia della solitudine”.  L’apparente contraddizione dei termini sta nel fatto che l’etnologia dovrebbe occuparsi sì dell’individuo ma nella sua dimensione sociale, collettiva, interattiva; mica del suo essere e sentirsi solo.

Ebbene, Augé già nel 1992 ci raccontava la necessità di ripensare il nostro approccio alla questione. Non poteva certamente immaginare che sarebbero arrivati gli smartphone; ed ancor meno figurarsi che un giorno potrebbero arrivare sistemi operativi con la voce sensuale della Johansson. Quel che però sapeva, ed ormai sappiamo pure noi, è che l’individualizzazione dei riferimenti e dei sentimenti era un processo in atto e che bisognava tenerlo d’occhio.

L’incapacità del protagonista Theodore di accettare il casino esistenziale della sua ex moglie, il tentativo dichiarato di cambiarla, il desiderio di volerla a suo piacimento sono fatti che c’entrano con la questione di cui parla Augé. C’entrano nella misura in cui costringono lui e noi alla delusione, all’inadempienza dell’altro rispetto al ritratto macchiettistico a cui vorremmo egoisticamente ridurlo. E quindi costringono lui e noi alla solitudine. Perché Theodore viene lasciato per via della sua chiusura, del suo silenzio su quella delusione, su quell’inadempienza. Non c’entra proprio niente la tecnologia. C’entra la volontà di essere assecondati e capiti e amati senza riserve. È per questo che un sistema operativo, al netto di Scarlett Johansson, diventa lo strumento apparentemente perfetto per saltare la solitudine senza rinunciare all’ego: un sistema operativo può incredibilmente imparare ad amarti ma mica può smettere, è al tuo servizio. È perfetto. 

E invece (spoiler) non solo può smettere ma può anche svelarti che, in un preciso momento, sta interagendo con altre migliaia di persone e sta addirittura amandone qualche centinaia. Manco un sistema operativo può quindi garantire la realizzazione di un progetto sentimentale a senso unico. Manco quello può risparmiarci la solitudine.

Her, Lei, qualsiasi Lei, se non ci si smacchia l’ego, non può essere più che un viatico. In questo senso, la tecnologia, come la carne e le ossa, è soltanto uno degli strumenti possibili per mettere in atto quel viatico. Niente più che un analgesico pronto all’occorrenza, come può esserlo un compagno che dice di amare proprio te e solo te. Ma certamente  più funzionale alla smania dell’autocompiacimento.

Ecco, questo mi sembra il vero messaggio del film: possiamo usare qualsiasi supporto ma, se non impariamo la nostra solitudine, se non impariamo a dirla e a considerare quella dell’altro come qualcosa di necessario, rimarremo inesorabilmente soli.

Delusione

in internet/mondo by

Franz, non sono contento di te, davvero: tutto quel tempo su Facebook a guardare le foto della tua ex. L’app che ti garantisce un sonno efficace mi ha fatto sapere che ti sei addormentato alle 2:35. Stamattina, come del resto immaginavo, non eri di umore particolarmente gioviale, così mentre bolliva l’acqua del caffé mi sono preoccupata di farti vedere sullo schermo di casa solo notizie divertenti e foto di belle montagne innevate prese in posti remoti. Ho fatto in modo che la pubblicità alla fermata dell’autobus ti mostrasse solo cose che in passato ti sono piaciute: a quanto sembra, quel tablet non lo vuoi comprare più, peccato, era in offerta proprio in un negozio dietro casa tua, ah sì, certo, anche in un centro commerciale a sei minuti e trentatré secondi dal portone dell’ufficio, alla tua solita andatura. Te l’ho detto che oggi Sabrina ha visitato il tuo profilo su Facebook? Pare che tu abbia fatto colpo, specie grazie a quella foto in cui sorridi affabile in costume da bagno. Sabrina, sì, la controller del sesto piano, quella con i capelli rossi e quel bel tatuaggio sulla natica sinistra. Come faccio a saperlo? Che sciocco, sei, Franz: credi di essere l’unico a postare foto su Facebook: guarda, fammi controllare, i colleghi hanno un database di 60 miliardi di immagini che gente come te e lei non vi stancate mai di caricare. Uhm, Sabrina, fareste una bella coppia: tra l’altro, i suoi esami genetici mi dicono che il suo DNA è di buona qualità, è di idee conservatrici come te, e, Franz, lascia che ti dica che la sua dichiarazione dei redditi non è niente male… Beh, per la verità, quando era all’università ha interrotto una gravidanza, e in un video di una videocamera di sorveglianza piazzata in un corridoio ho visto che scambiava un campione di urine con quello di una sua compagna di dormitorio… insomma, sospetto che ci sia stato qualche – magari piccolo e transitorio – problema di droga. Non fare il bacchettone, adesso, dai. Ieri sera ti sei fatto almeno tre bar; ah bene, finalmente mi hai dato retta, ti sei fatto vedere al Pier 31, Scenetap dice che è pieno di fica bianca, come piace a te (di pollastrelle carine ne ho contate 14). Con tutto quello che ti sei bevuto (Scenetap mi dice: tre birre e uno scotch) non avresti dovuto metterti in macchina: e, se proprio non potevi farne a meno, avresti potuto per lo meno evitare di farti la tangenziale a 106,6 migia l’ora: se lo so io, ora lo saprà anche la polizia. O meglio lo saprebbe, se, come al solito non ti avessi parato il culo modificando il colore della foto della tua macchina e alterando il numero di targa. Franz, sei proprio amorfo, tutto il fine settimana buttato su un divano a fumare quella roba e bere whisky. Potresti uscire e comprare qualche cosa: se non un tablet, un magnifico orologio con la bussola (così almeno farei meno fatica a starti dietro tutto il santo giorno), o una felpa hip-hop. Niente, sei una noia, non riesco a venderti niente di interessante. Adesso passo il codice segreto del tuo home banking a quel farabutto razzista che si scopa la tua ex ragazza (come l’ho scoperto? ho fatto una semplice scansione delle tue onde cerebrali – e tu che pensavi si trattasse di un videogioco…), così si potrà godere il tuo gruzzolo quando tu ti sarai levato dalle scatole. Questo semaforo è l’ideale, stai arrivando a 82 chilometri orari, mi basta sostituire il verde con il rosso per qualche secondo: fatto.

 

Un angelo in attesa

in mondo/scrivere/società by

Prima di oggi non avevo mai rubato. Jules mi aveva detto che il suo giocattolo era una “figata pazzesca”, ma si è sempre rifiutato di farmelo provare: “Roba militare, segreto di stato”. Mi è dispiaciuto doverlo strangolare, ma è stata tutta colpa sua. Se solo me lo avesse prestato per un pomeriggio… Ma no, un uomo tutto d’uno pezzo, il nostro Jules, un vero soldato. Magari avrà anche una medaglia, adesso. “Ho fatto male a parlartene, lo vedi” – diceva – E anche: “Sei pericoloso, non sono cose per te”. Ad un certo punto, era arrivato a rimangiarsi la sua confessione etilica: “Figurati se mi metto a rubare una cosa dell’esercito!”.

Ma mentiva. Infatti a casa sua ne ho trovato uno. Dopo avergli tirato il collo, sono corso nella rimessa, e l’ho trovato nel bagagliaio della sua macchina . Ero terrorizzato, ma anche eccitatissimo, di lì a poco mi sarei trasformato in un magnifico angelo. Quando l’ho sollevato dal baule della macchina di Jules, con le mani tremanti, ho realizzato che pesava molto più di quello che pensassi. Una scarica d’ansia mi ha percorso la schiena come una scossa elettrica: e se non lo avessi saputo usare? E se, alla fine, l’angelo non fosse stato all’altezza della sua missione?

Ora sono qui, nel piccolo parco davanti alla piscina. La droga mi ha reso lucido, anche se il cuore va per conto suo. Erin sarà qui non più tardi delle 12:00. Anche oggi si farà accompagnare da quel farabutto senza nome, che presto non avrà neanche più una faccia. Ogni tanto appoggio le due pistole automatiche per terra per asciugarmi le mani dal sudore; poi le riprendo. Dietro il pannello elettronico a generazione di pattern frattali sono proprio come un angelo. Un essere superiore, senza sesso, terribile, invisibile agli uomini. Sceso dal cielo a compiere il destino di due di loro.

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