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Stelle

David Bowie e il coraggio delle stelle

in musica by

Viviamo in un’epoca di grandi talenti canori e autori inesistenti. Basta accendere la televisione e mettersi a guardare un qualsiasi talent musicale: tantissimi ragazzi e ragazze in competizione per quei fottuti quindici minuti di celebrità, una rincorsa alla celebrità dell’attimo che, nella migliore delle ipotesi, si tradurrà in una folgorante carriera da interpreti eccezionali di canzoni mediocri.

Legioni di schiavi talentuosi “costretti” a mettere la proprio voce al servizio di brani altrui, motivetti da barbiere che rimangono nelle nostre orecchie giusto per la durata dell’assedio radiofonico, in una bulimia di tormentoni stagionali destinati a soccombere di fronte alla prossima ossessione del momento. Non vi è distanza tra terra e cielo per questi cantanti-operai della musica, legati a una catena di montaggio mediatica il cui nastro scorrevole sembra non avere mai fine.

Ma il cielo, anzi lo spazio, è ancora lì, sopra le nostre teste, e qualcuno l’ha persino raggiunto. Costruttore di scale per l’infinito, David Bowie ha speso un’intera carriera nell’esplorazione di ciò che poteva risiedere oltre i limiti. Il coraggio dell’innovazione, la sfida per il futuro, non era semplicemente un fine per il cantautore londinese, ma un vero e proprio mezzo di creazione artistica. Plasmare nuove realtà mettendo in discussione i propri canoni, innovare abbandonando i fardelli insostenibili dei vecchi sé. Ci vuole coraggio, per abbandonare la Terra.

Angelo dell’innovazione musicale, Bowie ha fatto della galassia la propria casa, dei soli e dei pianeti distanti il proprio punto di riferimento costante. E se credete che tutto ciò sia solo una metafora, guardatevi il video dell’astronauta canadese Chris Hadfield in una performance a dir poco commovente di Space Oddity a bordo della Stazione Spaziale Internazionale.

Le stelle sembrano molto diverse oggi, ma l’universo è ancora nelle nostre mani grazie a David Bowie.

Riding the Stars

in mondo/società by

Ormai lo sappiamo tutti, Rosetta si è risvegliata. Riscaldato e alimentato dai raggi del Sole, il lander Philae inviato dall’Agenzia Spaziale Europea sulla cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko ha mandato un segnale alla sonda Rosetta, che ne ha girato i saluti dallo spazio profondo, ultima frontiera, quaggiù sulla Terra.

Lo sforzo tecnologico, economico e intellettuale dell’Unione Europea ha reso possibile tutto ciò. Le forze congiunte del nostro continente ci hanno resi veloci e splendenti come un angelo, hanno esteso la nostra geografia ai confini del regno degli dei, ci hanno permesso di cavalcare le stelle.

E proprio questa nostra grandezza, non lontana dall’essere hybris, l’empietà dell’essere umano che non conosce limiti, riflette come specchio di verità la nostra pochezza, la nostra piccolezza rispetto ai fatti recenti – si fa per dire – degli sbarchi di massa sulle coste della Sicilia.

Un’orda di immigrati affamati di vita che attraversa il mare e dilaga sulle nostre terre, un sogno – o un incubo? – che sembra uscito direttamente dalla penna di Pasolini, il mondo-altro de Le mille e una notte che si accampa sotto casa nostra, occupa stazioni, bivacca nei giardini pubblici, dorme sugli scogli del mare.

Pietà e orrore (terrore?) si mescolano, i governi appaiono impotenti e si palleggiano lungo i confini stock di esseri umani come fossero merci scadute rifiutate da tutti, persino la Chiesa pare chiudersi in un silenzio imbarazzato di fronte a una situazione che nessuno sembra saper gestire.

L’indifferenza è un buon compromesso per non impazzire, ma fino a quando potremmo guardare in alto, verso le stelle, senza sentire la puzza della nostra umanità che marcisce?

Abbiamo conquistato lo spazio, ma abbiamo perso le menti e i cuori degli uomini.

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