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Il requiem del garantismo nell’opinione pubblica

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Ce l’hanno fatta, alla fine, e non era poi così difficile da prevedere. Nel ciclone retorico dell’onestà come virtù cardinale della scienza politica e Pietra Filosofale della cosa pubblica, dalle virtù taumaturgiche e ricostituenti, è successo l’inevitabile. Il dibattito pubblico, che già non godeva negli ultimi anni berlusconiani di una salute di ferro, si è degradato al punto tale da dare per scontato il livello ridicolo e tossico in cui versa.

Il MoVimento 5 Stelle è, come sempre più spesso accade di questi tempi, concausa e cartina al tornasole del fenomeno. Per quanto non in qualità di pioniere, ma certamente di abile fantino, il grillismo ha cavalcato per anni l’ondata di indignazione automatica per le inchieste della politica. L’equazione messa in piedi dal M5S e dalle sue penne feroci e gli organi stampa che dirigono – e che in questo hanno avuto, nella nostrana stampa di sinistra, dei degni maestri – è quella per cui a indagine corrisponde condanna. Un avviso di garanzia è di per sé una testimonianza di colpevolezza, e il triangolo magistratura-giornalismo-speculazione politica non ha fatto prigionieri in questa certosina attività di pessima informazione. Anche la semantica ne è uscita sconvolta: l’avviso di garanzia, da ruolo appunto di garanzia che aveva, è diventata  marchio d’infamia, roba che sarebbe quasi meglio non notificare niente.

Tutta questa palude maleodorante è stata trattata come una fonte d’acqua cristallina finché questo si è rivelato utile a sobillare gli elettori, ma il pantano era prevedibilmente dietro l’angolo. Pizzarotti prima, poi Nogarin, ora il caos della giunta Raggi: chi assume ruoli di governo rischia di subire delle indagini. È una cosa normale, naturale, addirittura sana, se solo non fosse stata criminalizzata fino al giorno prima, gallina d’oro del consenso facile. E il cortocircuito è servito: sul Fatto Quotidiano è in scena uno psicodramma, mentre Di Maio rinuncia alle trasmissioni TV per non doversi trovare nell’imbarazzo di giustificare la propria irresponsabilità prima e incoerenza poi, e Di Battista sospende il tour che lo ha visto impegnato in una sorta di Festivalbar dei bei tempi, solo molto più noioso. Viene il sospetto, e un po’ la speranza, che non abbia più voce.

La cosa autenticamente disgustosa di tutto questo carnevale è, come già detto, che lo stiamo dando per scontato. È regolare e ben accettato ingessare il dibattito pubblico intorno alle iscrizioni nel registro degli indagati e agli atti dovuti che ne conseguono. Siamo completamente assuefatti alla morte del garantismo, quantomeno nella pubblica opinione, alla tavola della quale quasi nessuno che si alzi, batta forte con la punta della forchetta sul bicchiere di cristallo per poi frantumarlo a terra, e nel glaciale silenzio che ne consegue urli: “Ma siete impazziti? Tutti quanti? Tutti insieme? Vi rendete conto di cosa stiamo scrivendo e dicendo, con che faciloneria?”. Niente: si discute serenamente, quasi davanti a una tazza di tè, se dimettersi o non dimettersi, se c’è stata poca o adeguata trasparenza. Il pozzo l’avete avvelenato, e ora da lì vi tocca attingere intere caraffe. Che ci beviamo noi.

No, la Corte Costituzionale non ha vietato il matrimonio gay.

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Esiste una sentenza della Corte Costituzionale che ritenga il matrimonio omosessuale contrario a Costituzione, come sembra suggerire la stampa oggi? No, non esiste.

C’è una sentenza, la 138 del 2010, che ha detto una cosa diversissima. Due signori di sesso maschile avevano provato a chiedere di effettuare le pubblicazioni per il proprio matrimonio in comune. Il funzionario di stato civile – insomma, il Comune – aveva rifiutato di eseguire le pubblicazioni affermando che in Italia non è consentito procedere al matrimonio di due persone dello stesso sesso.

I due signori hanno allora chiesto a un giudice se questa circostanza, e cioè che nel nostro Paese solo persone di sesso diverso possano contrarre matrimonio non violasse la Costituzione.

Secondo questi due signori, il fatto di non potersi sposare tra persone dello stesso sesso è contrario alla Costituzione italiana per tante ragioni, che se volete vi rileggete nella sentenza, tra cui anche il principio di eguaglianza sancito dall’art. 3 della Costituzione stessa. Il giudice che si è visto incaricare della questione – il Tribunale di Venezia –  non poteva deciderla da sé, però, perché nel nostro Paese c’è solo un giudice che può dichiarare una legge incostituzionale, questo giudice è la Corte Costituzionale.

Il Tribunale ha allora chiesto alla Corte Costituzionale se la normativa italiana, che non consente a persone del medesimo sesso di sposarsi, fosse contraria alla Costituzione. Facciamo attenzione perché la decisione del Tibunale di Venezia non era scontata; il giudice ordinario non ha l’obbligo di mandare alla Corte tutte le questioni costituzionali che le parti gli pongono, può e deve inviare solo quelle che ritiene siano rilevanti nella causa e non siano manifestamente infondate: cioè non siano una plateale presa in giro fatta magari solo per prendere tempo.

La Corte Costituzionale ha dovuto rispondere a questa domanda: “la normativa italiana, che non consente a persone dello stesso sesso di contrarre matrimonio, è contraria alla Costituzione?

A questa domanda la Corte ha risposto di no. La normativa attuale non è contraria alla Costituzione. Si può essere d’accordo o dissentire, questa è stata l’opinione della Corte. I passaggi chiave sono riassunti qui .

Attenzione, però, la domanda però non era affatto: “Il matrimonio gay è incosituzionale? Se il legislatore introducesse il matrimonio omosessuale nel nostro Paese, violerebbe la Costituzione?

Questa domanda non è stata posta alla Corte e quindi la Corte non ha mai detto che se il legislatore introducesse il matrimonio gay violerebbe la Costituzione.

Nella sentenza 138, invece, la Corte ribadisce più volte che la normativa in questione spetta al legislatore: la Corte non ha affatto deciso sul merito.

Va inoltre specificata un’altra cosa, e questa forse è ignota a molti non giuristi. Le sentenze della corte hanno efficacia giuridica vincolante solo quando dichiarano che una determinata disposizione viola il dettato costituzionale. In quel caso, secondo l’art. 136 della Costituzione, “la norma cessa di avere efficacia dal giorno successivo alla pubblicazione della decisione”.

Nel caso della sentenza 138 del 2010, invece la Corte non ha accolto la questione di costituzionalità, non ha quindi dichiarato incostituzionale alcuna norma. Anche per questo è una pronuncia che non vincola affatto il legislatore a mantenere lo stato di cose esistente nel nostro ordinamento giuridico.

Perché è giusto che i parenti delle vittime non contino niente

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Tanto tempo fa, quando dalle nostre parti la “civiltà” era in una fase molto arretrata, succedeva più o meno questo: Tizio ammazzava Caio, la famiglia di Caio ammazzava Tizio, la famiglia di Tizio ne ammazzava un paio della famiglia di Caio e così via, all’infinito; oppure, per partire da fatti un tantino meno gravi, Tizio rubava una cosa a Caio, Caio e la sua famiglia davano una bella ripassata a Tizio, Tizio e la sua famiglia si presentavano con le mazze dalle parti della famiglia di Caio e bastonavano qua e là, due o tre della famiglia di Caio stupravano la cugina di Tizio, il marito della cugina di Tizio ammazzava i violentatori e così via, di nuovo all’infinito.
Andava così, grosso modo: e da qualche parte del mondo, come sappiamo tutti, va così ancora oggi.
In effetti uno degli scopi per cui si è sviluppata la legge, e con la legge lo stato di diritto, è proprio questo: sottrarre chi ha commesso qualche reato alla furia di chi quel reato lo ha subito, e della sua famiglia nel caso del reato più grave, cioè l’omicidio.
Sottrarglielo, proprio: letteralmente, levarglielo dalle mani, onde evitare che la giustizia continuasse a trasformarsi in vendetta e che la vendetta producesse una scia di sangue lunga da fare tre volte il giro del pianeta.
Mi viene da pensare questo, quando sento dire in giro che chi ha commesso un reato (per grave che esso sia, nonostante abbia scontato interamente la condanna comminatagli da un giudice in base alla legge e malgrado il fatto che sia completamente recuperato alla convivenza civile) dovrebbe astenersi dall’assumere certi incarichi, essere ostacolato nel processo di ricostruzione della propria esistenza o comunque scontare un “supplemento” di pena variamente e fantasiosamente concepito, in nome di un non meglio precisato “riguardo” nei confronti dei familiari delle vittima di quel reato; che dovrebbe essere la famiglia della vittima ad avere “l’ultima parola” sul suo destino.
Mi viene da pensare questo, anche se si tratta di una posizione molto impopolare e inevitabilmente destinata a scontare i soliti adagi del tipo: bravo, parli facile, ma se fossi tu il padre o il marito o il figlio dell’ucciso, della stuprata, del malmenato?
Onestamente non lo so. Non lo so davvero. Insomma, bisogna passarci dentro per rendersi conto. Magari, lo dico per amor di discussione, sarei assetato di vendetta peggio del giustiziere della notte e schiumerei rabbia, adoperandomi con tutte le mie forze affinché chi ha commesso quei delitti, recuperato o non recuperato, avesse una vita di merda fino all’ultimo dei suoi giorni.
Magari, chissà, andrebbe così.
E per fortuna ci sarebbe la legge, a mettermi nelle condizioni di non nuocere.
Per fortuna: perché da queste parti vige lo stato di diritto, non le faide tribali di qualche millennio fa.

DDL TORTURA: Ecco a cosa sono contrari i poliziotti

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Supponiamo che io sia un poliziotto, che prenda un tizio che è stato fermato a un posto di blocco e che gli bruci le dita dei piedi, o che gli infili un manganello da qualche parte, o che gli strappi via un paio di denti, o che minacci di stuprare sua moglie per estorcergli una confessione, oppure per farlo stare un po’ calmino, o semplicemente perché è senegalese o rom o omosessuale o punkabbestia e mi sta sul cazzo: il DDL sulla tortura stabilisce che sono passibile di reclusione da 5 a 15 anni, ma i poliziotti sono contrari.
Supponiamo che mi scappi la mano senza volerlo con l’accendino, col manganello o con la pinza, che quel tizio abbia un attacco di cuore e finisca per rimetterci le penne: il DDL sulla tortura stabilisce che la pena è aumentata di due terzi, ma i poliziotti sono contrari.
Supponiamo che alla fine, dopo averlo stropicciato un bel po’, decida ammazzare il malcapitato, magari per evitare che racconti a qualcuno quello che è successo o semplicemente perché mi ha definitivamente rotto i coglioni a forza di non dire quello che vorrei fargli dire: il DDL sulla tortura stabilisce che mi becco l’ergastolo, ma i poliziotti sono contrari.

Il DDL sulla tortura, in estrema sintesi, stabilisce questo. E, lo ripeto per chi si fosse distratto, i poliziotti sono contrari alla sua approvazione.

Sostengono, i poliziotti, che il solo fatto di prevedere, sia pure astrattamente, che dei loro colleghi possano comportarsi in quel modo è offensivo. Che non dovremmo neppure permetterci di immaginarlo. Che soltanto ipotizzarlo indebolirebbe la loro autorevolezza. Che sarebbe un attacco alla categoria. Che la gente si spaventerebbe soltanto a vederli. Che non si fiderebbe più di loro. Che poi non riuscirebbero più a fare il loro lavoro.
Sarà. Ma non è detto. A me, per esempio, sapere che di fronte a una legge così i poliziotti non battono ciglio farebbe piacere. Insomma, mi fiderei di più. Eppoi, voglio dire, se prima dicono che roba del genere non bisogna neppure contemplarla perché esiste solo nella mente di qualche radical chic in malafede l’impatto sul loro lavoro dovrebbe essere nullo, o sbaglio? Tantopiù che sono loro quelli della tolleranza zero e delle pene esemplari, mica io. Voglio dire, se tanto mi dà tanto dovrebbero essere contenti, no?
Per carità, come sempre dipende dai punti di vista.
Ma al di là dei punti di vista, e quindi sul piano della realtà, resta questo: in Italia i poliziotti sono contrari a una legge che punisca i loro colleghi, nel remoto, remotissimo, scolastico caso in cui dovessero avere l’alzata d’ingegno di torturare le persone.

Adesso decidetelo voi, se sentirvi più tranquilli.

Caro Zulu ti scrivo

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Vedi, caro Zulu, a me pare che le cose stiano più o meno così: picchiare un essere umano con una spranga e mandarlo in coma è grave. Gravissimo. Orribile. E’ un comportamento che va stigmatizzato, condannato e aborrito senza riserve.
Senonché, chi picchia un uomo con una spranga e lo manda in coma deve essere denunciato all’autorità giudiziaria, arrestato dalle forze dell’ordine, processato da un tribunale, se riconosciuto colpevole condannato e infine sottoposto alla pena che la legge prevede per il suo comportamento: senza la minima necessità che cittadini come me, o come te, abbandonino le tastiere o qualsivoglia altro strumento di lavoro per brandire a loro volta dei bastoni e provvedere alla rappresaglia per conto proprio.
Arrivo a dirti di più: il percorso che ho appena descritto è ciò che normalmente avviene in uno stato di diritto; e guarda caso è proprio l’instaurazione dello stato di diritto il motivo per cui i partigiani, cui si fa riferimento fin troppo spesso (e non di rado a sproposito) quando si affrontano argomenti come questo, hanno combattuto contro il regime che attanagliava il nostro paese.
Voglio dire: la Resistenza c’è stata ed ha avuto un senso proprio per fare in modo che a comandare fossero le regole, non la forza; e che nessuno, mai più, potesse avere l’alzata d’ingegno di farsi giustizia da solo, perfino di fronte ai soprusi più gravi, alle violenze più spietate, ai delitti più efferati.
Insomma, caro Zulu, io la vedo così: la cosa più importante che la Resistenza antifascista ci ha regalato, a prezzo di sofferenze, di sangue e di morti, è lo stato di diritto; e di conseguenza rispettare lo stato di diritto, rinunciando ad andarsene in giro armati di bastoni, è l’unico modo plausibile per rispettare quella storia. Per onorare come si deve quelle sofferenze, quel sangue e quei morti.
Tutto il resto, perdonami, mi pare molto, ma molto poco antifascista.

Cucchi, la rabbia, lo stato di diritto

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Mi sono occupato del caso Cucchi, con grande trasporto e talora con rabbia, fin da quando la notizia fu pubblicata per la primissima volta: quindi, come dire, sulla vicenda dovrei potermi concedere il lusso di essere considerato “al di sopra di ogni sospetto”.
Eppure provo un certo disagio nel leggere in giro, dopo le assoluzioni della sentenza d’appello, decine e decine di commenti indignati e sarcastici del tipo “allora non è stato nessuno”, “chi sarà mai stato”, “nessun colpevole”: come se il fatto indubitabile che esista una vittima, unico elemento certo della vicenda, autorizzasse chiunque a farsi girare i coglioni perché quelle persone, voglio dire le specifiche persone investite dalla sentenza, non sono state riconosciute colpevoli di quel delitto, sia pure per insufficienza di prove: e quindi come se per quel crimine non soltanto fosse necessario trovare i colpevoli, ma finisse per diventare sufficiente, pur di placare la nostra ira, che fossero trovati dei colpevoli qualsiasi, purchessia.
Ebbene, delle due l’una: o chi si lamenta dispone di elementi nuovi e certi per affermare che in realtà quelle persone, proprio quelle là, avrebbero dovuto essere condannate e invece sono state assolte, nel qual caso è pregato di tirarli fuori; oppure le lagnanze che costoro mettono in scena, nel modo in cui vengono formulate, altro non sono che invocazioni alla sospensione dello stato di diritto: una sospensione tragicamente, e solo in apparenza paradossalmente, analoga a quella che ha portato alla morte di Cucchi.
Dice: ma dopo le dichiarazioni (agghiaccianti, ma questo è un altro paio di maniche) del SAP sorge il sospetto che siano state inquinate le prove e protetti in modo omertoso i responsabili. Ed è vero. Sorge, eccome se sorge. Ma i sospetti, in uno stato di diritto, debbono essere dimostrati. Altrimenti restano tali: e in quanto tali non sono sufficienti per condannare nessuno. Per fortuna.
Dice: tu stai facendo il garantista “col culo degli altri”. Vorrei vederti, se fossi il fratello di Cucchi. Ed è vero pure questo: se fossi il fratello di Cucchi sarei furibondo, e magari mi balenerebbe in testa un giorno sì e l’altro pure l’idea balzana di farmi giustizia da solo. Senonché, la notizia che debbo darvi è che la legge e lo stato di diritto sono stati inventati apposta per poter ragionare, come dite voi, “col culo degli altri”; perché essere liberi di dar retta al proprio spalanca la strada ai linciaggi, alle vendette trasversali, alle faide, ai pestaggi fondati sugli indizi e alle esecuzioni senza prove. In una parola, al caos. All’assenza di regole e certezze. All’apoteosi incontrollabile dei casi Cucchi, declinati in tutte le salse e ambientati nelle location più disparate.
Di un paio di cose possiamo, e dobbiamo, essere certi: la responsabilità penale è personale. La responsabilità penale viene stabilita dai tribunali.
Mettere in discussione questi capisaldi a colpi di rabbia equivale, che vi piaccia o no, a indebolire ulteriormente lo stato di diritto: vale a dire il sistema che è stato concepito apposta per scongiurare che uno qualunque entri in carcere vivo e ne esca misteriosamente morto.
Se vogliamo che non accada più, se vogliamo che si faccia luce su quanto è successo, teniamo la testa a posto: e diamogli una mano, allo stato di diritto. Non un’altra spinta verso il baratro.
Non lo dico per minimizzare: ma proprio perché la vicenda di Stefano Cucchi, e di tutti gli altri cui sono capitate analoghe tragedie, mi sta particolarmente, e drammaticamente, a cuore.

Le facce degli innocenti

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Seguo assai di rado la cronaca nera, e quando mi succede lo faccio con una certa distrazione: per dire, ci sono casi recenti, anche famosi, dei quali non ho mai saputo pressoché niente, al punto che di tanto in tanto devo farmeli riassumere da qualcuno; spesso più di una volta, suscitando una certa ilarità, giacché tendo inesorabilmente a dimenticare nomi, dinamiche, particolari.
Eppure qualche minuto fa, per caso, sono stato folgorato da una consapevolezza improvvisa: io conosco la faccia di Bossetti.
Voglio dire: ho preso coscienza del fatto che se qualcuno venisse da me -come in effetti mi è appena accaduto- e per qualche ragione imponderabile, magari all’interno di un discorso che non c’entra niente, pronunciasse quel nome, io lo assocerei immediatamente, e automaticamente, alle fattezze che gli corrispondono.
Ebbene, debbo dedurre che nelle ultime settimane l’esposizione mediatica di questo tizio sia stata gigantesca, se è riuscita a imprimere il suo volto perfino nella mente di uno come me, che del caso Yara non ho mai letto una riga.
Infatti, riflettendoci, ricordo distintamente di aver visto da qualche parte (forse in tv) l’immagine di Bossetti in manette, anche se non mi sovviene né quando, né dove; e poi ricordo foto, tante foto: foto di fronte, di profilo, a figura intera, primi piani e immagini sgranate catturate da un obiettivo lontano.
E ho come la sensazione che la parte incontrollabile del mio sistema nervoso, mio malgrado, abbia già piazzato quelle immagini nella casellina che si intitola “colpevole”, o “assassino”, o “mostro”; mio malgrado, dico, perché razionalmente di Bossetti non penso un bel niente: eppure sono sicuro che se dovessi incontrare un tizio con le sue sembianze di notte, in un posto isolato, sarei istintivamente percorso da un brivido di paura.
Questo, onestamente, non mi piace.
Anzi, per dirla tutta, mi atterrisce: perché mi rendo conto di aver maturato una sorta di pregiudizio automatico nei confronti di un tizio che non conosco, senza aver letto neppure una riga su quanto gli viene attribuito.
L’esposizione mediatica di Bossetti, dicevo, dev’essere stata enorme, per aver piantato quello sgradevole chiodo nella testa mia e di chissà quanti altri.
Ora, il punto è che un’esposizione mediatica enorme in relazione a un caso di omicidio finisce per diventare “orientata” in sé e per sé, anche se viene presentata nel modo più “neutro” possibile: voglio dire, basta mostrare quella faccia a ripetizione, a prescindere da quello che si scrive nei titoli, nelle didascalie e negli articoli, per ottenere l’effetto; un effetto duro a morire in quanto inconsapevole, profondo, subliminale.
Io credo che questo, al di là degli agghiaccianti effetti collaterali che pure produce, sia semplicemente ingiusto.
A prescindere dal fatto che Bossetti, se e quando succederà, venga assolto o condannato; a prescindere dalla vittima e dai suoi familiari, dal rispetto che si deve loro e che nessuno mette in discussione.
E’ ingiusto, e tanto basta.
Quindi, a malincuore e per quello che vale detto da me, credo sia necessario ripeterlo, ché in uno stato di diritto la questione è cruciale: oggi Bossetti è innocente.
E tale resterà finché un tribunale della Repubblica non l’avrà dichiarato colpevole.
Mi piacerebbe tanto che fino a quel momento, per lui e per tutti gli altri come lui, nessuno mi incasinasse il cervello ficcandoci dentro per forza immagini che neppure ho mai richiesto.

I complici della barbarie

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Siccome mi pare che il dibattito stia infuriando più vibrante che mai, colgo l’occasione di puntualizzare un paio di cosette.
La prigione non ha lo scopo di dare a chi non ruba la soddisfazione di sapere al fresco quelli che hanno rubato (soddisfazione, sia detto per inciso, che mostra alcuni tratti inquietanti, ed in taluni casi letteralmente patologici): serve, o dovrebbe servire, a fare in modo che chi ha compiuto dei reati possa essere recuperato alla convivenza civile, nel frattempo essendogli preclusa la possibilità di delinquere ulteriormente.
Ebbene, siccome sotto il profilo della rieducazione l’istituto del carcere sembra aver completamente disatteso il proprio scopo, sarebbe il caso di iniziare a discutere sull’eventualità di accantonarlo definitivamente, perlomeno nei casi in cui ciò sia materialmente possibile: piuttosto che indignarsi quando a questo o a quel condannato (ammesso e non concesso sia tale, e non, come troppo spesso accade, detenuto in attesa di giudizio) vengano concessi gli arresti domiciliari.
Non rileva, a tale riguardo, la locuzione “come tutti gli altri”, che spesso si accompagna alle invettive di questi scalmanati contro le misure alternative concesse ai potenti: giacché la constatazione dell’evidente sperequazione di trattamento tra quelli che contano e quelli che non contano niente dovrebbe casomai condurre a promuovere una battaglia per consentire che i domiciliari vengano accordati quanto più spesso possibile anche ai secondi, invece che a una crociata per mettere dietro le stesse sbarre i primi.
La sensazione (che ormai, per quanto mi riguarda, è assai vicina ad essere una certezza) è che dietro le crescenti ed accorate invocazioni alle manette, alle celle e alle chiavi da buttare via si nasconda una malcelata (o meglio, a questo punto neppure più celata) smania di vendetta: ed è sin troppo banale sottolineare che vendetta e giustizia non coincidono che nelle collettività primitive, per intenderci quelle con le pene corporali, le torture e le lapidazioni, mentre nei posti civili i due concetti divergono al punto da diventare non soltanto assai distanti, ma l’uno antitetico all’altro.
E’ fin troppo banale, dicevo. Eppure gran parte dell’orda manettara che sta animando questi giorni con le sue lamentazioni sembra ignorarlo allegramente.
Se ne deve dedurre, quindi, che sia proprio questo ciò che costoro vogliono: la vendetta. Non in modo inconscio, badate, ma consapevolmente, senza vergognarsene ed anzi facendosene vanto, come se brandirla li elevasse al rango di esseri umani più onesti, più retti, migliori degli altri.
Non ho alcun timore a dire che questa gente mi spaventa: e mi spaventa di più, molto di più, di quelli che delinquono. Perché da questa gente, quella che erge con disinvoltura la vendetta a giustizia, arriva un messaggio che è chiaramente (ed in modo incontrovertibile) contrario ai fondamenti stessi della nostra convivenza: quelli, per intenderci, in base ai quali milioni di persone si fidano quotidianamente ad attraversare la strada col semaforo verde e ai familiari delle vittime di un reato viene impedito di procedere sommariamente al linciaggio di chi lo ha commesso.
Dopodiché, io dubito fortemente che sia vero quello che dicono: che i garantisti, cioè, finiscano per fiancheggiare chi ha derubato sistematicamente il paese delle sue risorse.
Ma anche ammettendo, per amor di discussione, che abbiano ragione, è certo che costoro si stanno rendendo complici di una cosa assai peggiore: la discesa sfrenata nel baratro che conduce a una nuova, luminosa era di barbarie.
Direi che mi basta e mi avanza, per scegliere da quale parte stare.

Una presa per i fondelli

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Egregio Presidente Napolitano,
oggi, come Ella certamente saprà, nel nostro paese gli omosessuali non possono sposarsi, né stipulare perlomeno dei contratti di “unione civile”, con tutto ciò che ne consegue il relazione al diritto ereditario, alla possibilità di accedere ad una serie infinita di agevolazioni, incentivi (anche economici) ed opportunità, agli innumerevoli disagi (talora assai gravi) riconducibili alla mancanza di tale status (leggasi visite in ospedale, in carcere e via discorrendo), alla possibilità di adottare o concepire in vitro dei figli, nonché, circostanza tutt’altro che secondaria, alla deprivazione di dignità pubblica (e quindi di pubblico rispetto) che viene riservata, e quindi implicitamente affermata e ribadita tutti i giorni al cospetto della popolazione tutta, alle coppie regolarmente coniugate.
Stante tale situazione, ne converrà, dichiarare che occorre promuovere a tutti i livelli la “cultura dell’inclusione e del rispetto di ogni differenza con iniziative adeguate ed idonee nella famiglia, nella scuola, nelle varie realtà sociali ed in ogni forma di comunicazione” suona un po’ come una presa per i fondelli: giacché non mi pare serio chiedere ai cittadini di porre in essere dei comportamenti che lo Stato è il primo a disattendere in modo tanto sistematico quanto ostinato.
Ecco, Presidente Napolitano, io prima di preoccuparmi di ciò che si pensa e si dice nelle famiglie, nelle scuole, nelle non meglio precisate varie realtà sociali e nelle altrettanto imprecisate forme di comunicazione, mi preoccuperei di quello che lo Stato di cui Ella è a capo potrebbe porre in essere per far cessare le discriminazioni che denuncia, e che invece si guarda bene dal fare.
L’occasione mi è gradita per PorgerLe i miei più vivi ossequi.

Non c’è altro

in società by

Del resto, riflettendoci bene, non si tratta mica del “diritto a morire” come si preferisce.
Messa giù così, tanto per cambiare, la questione rischia di diventare speciosa e apre la strada a una selva di interminabili e ridondanti discussioni.
Si tratta semplicemente del diritto spettante a ciascun individuo capace di intendere e volere di fare quello che gli pare e piace, con l’unico limite che ciò che fa non leda i diritti e la libertà altrui.
Se le suddette condizioni sono realizzate, quale sia l’oggetto di quella decisione è del tutto irrilevante, così com’è irrilevante l’atteggiamento personale e il personale punto di vista degli altri sulla questione.
Perché gli altri, beninteso individualmente, saranno liberissimi di declinare i loro convincimenti come meglio credono quando toccherà a loro, magari scegliendo una strada diversa e una diversa soluzione.
Non c’è altro, o non dovrebbe esserci altro, in uno stato di diritto.

Pisapia ha ragione

in politica/società by

Giuliano Pisapia ha dichiarato che l’ergastolo è una pena che «non deve esserci più nel codice penale di un’Italia democratica». Per questo, si sta beccando un fiume di aspre critiche (sarebbe meglio dire insulti: leggere la pagina facebook del Corriere per credere) anche da tanti elettori della sua parte politica.

A leggere i commenti di coloro che lo criticano, la sua colpa principale (che è poi la colpa degli estimatori dei tanto vituperati Stato di diritto e diritti umani) sarebbe quella di aver piegato il sentimento grezzo alla ragione, l’istinto animale al buon senso, la semplicità carceraria alla complessità dell’esistenza e della libertà.

Dopo una rapida analisi delle maggiori argomentazioni, sono giunto alla conclusione che gli individui che stanno profondendo parole contro il sindaco di Milano – le cui idee politiche, badate bene, sono lontane anni luce dalle mie – si possano dividere essenzialmente in tre categorie:

1) quelli che “l’ergastolo è una pena troppo mite e dunque sarebbe meglio una svolta anti(o ante)beccariana per reintrodurre la pena capitale;

2) quelli che “l’ergastolo è cosa buona e giusta perché pensa se avessero ammazzato tua figlia”;

3) quelli che “pensa a Milano e fatti i cazzi tuoi”.

Riconosco che non è facile, e forse non è per tutti, la riflessione sull’importanza dell’«alleanza tra scienza e pace» (qui intesa come scienza della libertà, scienza del diritto contro la deriva violenta e antidemocratica). Addirittura, riconosco come attenuante a questi istinti forcaioli un desiderio di giustizia, che sarebbe pure cosa nobile, se non fosse tradotto in pensieri e parole aberranti.

Per quel che mi riguarda, non posso fare altro che schierarmi intellettualmente con Pisapia e difendere – pur non avendo per questa una particolare passione; del resto, parlare di rieducazione fa sempre un certo effetto a noi libertari – la costituzionale “funzione rieducativa della pena” (art. 27 comma 3 “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”).

Mi sembra evidente che “il fine pena mai” non sia adatto alla funzione rieducativa, dacché fa marcire in carcere e non rieduca proprio nessuno. A maggior ragione se si considera lo stato delle carceri italiane: luoghi in cui i diritti umani cessano di vigere, luoghi in cui lo Stato criminale rende i criminali ancora più criminali, quando non li fa ammazzare (leggere i dati sui suicidi in carcere).

Io credo che Pisapia abbia ragione in linea teorica, razionale, quando dice che la tutela dei diritti chiama l’osservanza dei doveri; ma anche in linea pratica quando suggerisce che ci sono pene più efficaci in grado di risarcire le vittime e riabilitare socialmente i condannati.

Questo è quello che credo io. Voi preparate pure le ghigliottine e assicuratevi che non si inceppino.

Il favore e il diritto

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Poi, come sempre, i ricordi sfumano, i particolari si dimenticano, finché delle cose non si conservano che i contorni generali.
Però a volte sono importanti, i particolari: determinanti, direi, se da quei particolari dipendono la vita e la morte di un essere umano, il rispetto della sua volontà, la salvaguardia della sua dignità.
Prendete Piergiorgio Welby, ad esempio. Io, che ho seguito la sua vicenda da vicino, ricordo come se fosse adesso che a un certo punto il problema era diventato questo: siccome il paziente chiede coscientemente che gli venga staccato il respiratore, possiamo staccarglielo; inoltre, siccome il paziente chiede di essere sedato per evitare di morire soffocato tra inenarrabili sofferenze, possiamo pure sedarlo; però, una volta sedato, il paziente diventerà incosciente, e quindi incapace di chiedere che il respiratore gli venga riattaccato nel caso -improbabile ma astrattamente possibile- in cui dopo il distacco decida di cambiare idea; ragion per cui, in assenza di una legge sulle dichiarazioni anticipate di trattamento e non potendo sapere come la pensa in quel momento, saremo costretti a riattaccargli il respiratore.
Ora, nonostante il fatto che Carlo Maria Martini -come ci è stato tempestivamente comunicato- sia “rimasto lucido fino alle ultime ore“, si può ipotizzare che negli ultimi minuti abbia perso conoscenza: circostanza che avrebbe dovuto comportare, a voler seguire il criterio enunciato così rigidamente per Piergiorgio Welby, che i sondini cui aveva rinunciato finché era cosciente avrebbero dovuto essergli urgentemente attaccati tutti insieme, nell’improbabile -ma tuttavia possibile- ipotesi che proprio durante quegli attimi di incoscienza il porporato avesse repentinamente cambiato idea.
Si sarebbe trattato, con ogni evidenza, di una tortura insensata: e mi rallegro, lo dico davvero, del fatto che nel caso di specie nessuno abbia avuto l’alzata d’ingegno di proporla.
Sta di fatto, però, che nel caso di Piero essa non soltanto fu proposta, ma sbraitata a gran voce da una massa di scalmanati che gridavano al suicidio assistito, all’eutanasia, all’omicidio: il tutto, ovviamente, perché Piero non si era limitato a farsi i cazzi suoi chiedendo a mezza bocca che gli facessero il piacere di staccargli il respiratore, ma aveva rivendicato quel distacco come un diritto per sé e per tutti gli altri, facendone il fulcro di quella che a mio parere è stata la più importante battaglia politica radicale degli ultimi anni.
Ecco, probabilmente il punto centrale della faccenda è proprio questo: finché ci si limita a chiedere un favore problemi non ce ne sono, perché si sa che in Italia una strada per fare quello che si vuole si trova sempre, al di là delle leggi e perfino degli anatemi religiosi; quando invece si chiarisce che ciò che si chiede non è un favore, ma un diritto, allora le istituzioni diventano intransigenti come in nessun altro paese al mondo, incagliandosi sulle virgole e trasformando ogni minimo cavillo in un ostacolo insormontabile.
L’abissale differenza tra le esequie di Martini e i funerali negati a Welby è tutta in questo particolare: Martini ha chiesto, Welby ha rivendicato.
E rivendicare, in un paese come il nostro, finisce spesso e volentieri per diventare -quello sì- un vero e proprio suicidio.
Assistito solo dalle maledizioni degli altri.

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