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solitudine

Agosto

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Si guarda intorno spaurita, come se al quadro mancasse qualcosa che non riesce a mettere a fuoco; come se l’ordine del mondo conosciuto si fosse dissolto nel nulla, lasciando il posto a spazi imprevisti e inconcepibili, a distese di cemento troppo grandi per essere esplorate. La guardo tornare quasi correndo, scappando sulle gambe secche, coi sandali aperti e una piccola busta in mano, occhieggiare a destra e a sinistra le saracinesche abbassate, il muro compatto e invalicabile dei palazzi improvvisamente privi delle solite, rassicuranti cavità; la seguo, annusando come una scia di profumo il suo panico silenzioso per i punti di riferimento che mancano, la osservo cercare un po’ d’ombra al semaforo del marciapiede diventato improvvisamente ostile e sconosciuto. Mi fermo, la immagino proseguire, svoltare, aprire il portone, salire a casa; sentire, dopo tanto tempo, il peso di non avere nessuno ad aspettarla. Tra qualche giorno passerà. La strada inizierà a ripopolarsi, lo stordimento vuoto di agosto lascerà il posto alla vita di sempre, alle facce consuete, al pane comprato nel solito posto; sfumerà con l’autunno, sarà dimenticato nel freddo delle luci di natale spiate come una bimba da dietro le vetrine, nell’odore acidulo del cassetto aperto per tirare fuori le calze pesanti; si trasformerà in un senso di speranza assurdo e impronunciabile a primavera e sarà disatteso, come sempre, da un luglio estraneo e obliquo, coi tavoli dei ristoranti all’aperto pieni di gente chiassosa e niente bambini che vanno a scuola al mattino.
Poi, come in un soffio, un’altra volta agosto, negli occhi liquidi e smarriti dei suoi ottant’anni.

Her, ovvero un film sulla solitudine

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Può darsi che, come scrive Christian Raimo su Il Post, sia un film da carini. Può darsi quindi che, essendomi piaciuto, sia anch’io “carino”. Può darsi.

Più sicura è invece la piacioneria del regista Spike Jonze, che butta sullo schermo ogni due per tre aviatorie panoramiche di una città futuristica e piaciona pure lei.  Più sicura è l’andatura grottesca della storia d’amore tra Theodore, un Joaquin Phoenix hipsterissimo, e Samantha, un sistema operativo con la voce di Scarlett Johansson capace di interagire quasi umanamente. Più sicura è la costante presenza di musica “carina”; ed è vero che si ha troppo spesso l’impressione che si tratti di civetteria paracula piuttosto che di completamento cinematografico.

Ma c’è un ma. Perché tra tutte le certezze Raimo ne ha scelta una, la più semplice, la più visibile e spendibile: Her è un film che pretende di raccontare il nostro rapporto con la tecnologia. Che fa leva su quel quasi associato a quell’umanamente. E così sulla contemporaneità di un futuro prossimo – approssimato forse per eccesso forse per difetto – in cui uomini e donne si parleranno sempre meno e consegneranno il tempo dei sentimenti non più ai loro simili ma a macchine sofisticatissime. Raimo ha scelto di prendere questa certezza e di farne motivo di critica. Cioè di sbeffeggiare il presunto messaggio morale del film: se continuiamo a non parlarci, finiremo con l’innamorarci di un OS. In questo modo la presunta banalità imbellettata è pulita di ogni intento antropologico; e il critico può farsi le pippe sulla sua capacità di smascherare la vuotezza. Tutto facile. Tutto bello.

In Her la tecnologia – o meglio: il rapporto degli esseri umani con la tecnologia – sembra essere inequivocabilmente l’elemento chiave. La vediamo, la sentiamo, persino la riconosciamo. Di primo acchito, sembra quindi avere ragione chi vuole denunciare una denuncia narrativamente così scontata. Come dargli torto? L’espediente è banalotto.

Eppure, a pensarci bene, c’è dell’altro. Ad andare un poco più in fondo nella riflessione, senza farsi dettare la critica dalla visibilità – che cosa sciocca -, sembra esserci una antropologia più acuta nel film. La tecnologia, certo,  ma anche la solitudine. È questo il mio ma: la solitudine.

Nelle ultime righe del suo libriccino Non luoghi, l’antropologo francese Marc Augé scriveva che “Ci sarà dunque posto domani, o forse, malgrado l’apparente contraddizione dei termini, c’è già posto oggi per una etnologia della solitudine”.  L’apparente contraddizione dei termini sta nel fatto che l’etnologia dovrebbe occuparsi sì dell’individuo ma nella sua dimensione sociale, collettiva, interattiva; mica del suo essere e sentirsi solo.

Ebbene, Augé già nel 1992 ci raccontava la necessità di ripensare il nostro approccio alla questione. Non poteva certamente immaginare che sarebbero arrivati gli smartphone; ed ancor meno figurarsi che un giorno potrebbero arrivare sistemi operativi con la voce sensuale della Johansson. Quel che però sapeva, ed ormai sappiamo pure noi, è che l’individualizzazione dei riferimenti e dei sentimenti era un processo in atto e che bisognava tenerlo d’occhio.

L’incapacità del protagonista Theodore di accettare il casino esistenziale della sua ex moglie, il tentativo dichiarato di cambiarla, il desiderio di volerla a suo piacimento sono fatti che c’entrano con la questione di cui parla Augé. C’entrano nella misura in cui costringono lui e noi alla delusione, all’inadempienza dell’altro rispetto al ritratto macchiettistico a cui vorremmo egoisticamente ridurlo. E quindi costringono lui e noi alla solitudine. Perché Theodore viene lasciato per via della sua chiusura, del suo silenzio su quella delusione, su quell’inadempienza. Non c’entra proprio niente la tecnologia. C’entra la volontà di essere assecondati e capiti e amati senza riserve. È per questo che un sistema operativo, al netto di Scarlett Johansson, diventa lo strumento apparentemente perfetto per saltare la solitudine senza rinunciare all’ego: un sistema operativo può incredibilmente imparare ad amarti ma mica può smettere, è al tuo servizio. È perfetto. 

E invece (spoiler) non solo può smettere ma può anche svelarti che, in un preciso momento, sta interagendo con altre migliaia di persone e sta addirittura amandone qualche centinaia. Manco un sistema operativo può quindi garantire la realizzazione di un progetto sentimentale a senso unico. Manco quello può risparmiarci la solitudine.

Her, Lei, qualsiasi Lei, se non ci si smacchia l’ego, non può essere più che un viatico. In questo senso, la tecnologia, come la carne e le ossa, è soltanto uno degli strumenti possibili per mettere in atto quel viatico. Niente più che un analgesico pronto all’occorrenza, come può esserlo un compagno che dice di amare proprio te e solo te. Ma certamente  più funzionale alla smania dell’autocompiacimento.

Ecco, questo mi sembra il vero messaggio del film: possiamo usare qualsiasi supporto ma, se non impariamo la nostra solitudine, se non impariamo a dirla e a considerare quella dell’altro come qualcosa di necessario, rimarremo inesorabilmente soli.

L’eloquenza del vuoto

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Nel suo primo libro di idee, Il Mito di Sisifo, Albert Camus scriveva che il suicidio è “l’unico problema filosofico veramente serio”. Ciò significa che, prima di ogni considerazione sull’esistente, occorre soffermarsi a riflettere sulle capacità individuali di accettare l’assurdità dell’incontro col mondo; sull’abilità di farsi un “Sisifo felice” che spinge ogni giorno il suo masso dalla base alla cima del monte senza cedere alla disperazione. E’ lì che risiede la possibilità della felicità, sembra dire Camus: non tanto nell’insensato e reiterato gesto, quanto piuttosto nel riconoscimento dell’insensatezza che ne è a fondamento. L’uomo assurdo sa di esserlo e non ha né speranza né disperazione riguardo la propria condizione. Questo è forse l’unico modo per non alzare bandiera bianca, per non concedere la mano decisiva alla vita, o meglio alla morte.

Quella morte, la propria, che conclude ogni cosa, che impedisce la possibilità di idee, parole, azioni in grado di intervenire sulla realtà, prende la filosofia – come del resto ogni altra cosa di questo mondo – e se la mette nel taschino; quella morte cancella l’assurdo, cancella tutto; quella morte prende senso per gli altri, il senso naturalmente inesatto, e cambia nome in “gesto inconsulto” oppure “disperato”. Non a caso l’irragionevolezza e la disperazione entrano con la volgarità delle cose gratuite nella brutale ricerca di una spiegazione.

A questo proposito, Camus parla di “eloquenza del vuoto”, cioè del riconoscimento di una rottura con la catena di fatti quotidiani alla quale noi tutti ci aggrappiamo per non caderci, in quel vuoto. La rottura è l’incolmabilità delle ragioni di esserci, una terribile solitudine che non è più lo stato naturale di ogni uomo, ma lo scollamento dagli altri, il distanziamento inarrestabile e antiumano. Ecco allora che anche il più minuscolo ed insignificante gesto di ostilità o di indifferenza distrattamente concesso può avere il peso del masso di Sisifo; ecco allora che il mancato tentativo altrui di ridurre le distanze può avere la lunghezza del pendio da scalare.

La signora O. ha ceduto all’eloquenza del vuoto. A 85 anni, senza dire niente a nessuno, ha preso un treno per Basilea ed è andata a farsi fare un’iniezione letale. Ha scelto di concludere la propria esistenza in una clinica, accompagnata dallo spirito professionale di medici e infermieri, lontana dai luoghi e dalle persone familiari, lontano dai ricordi di una vita e quindi più neutralmente vicina alla morte.

All’origine del suicidio – scrivono i giornali per semplificare e rendere comprensibili le ragioni – vi sarebbero la solitudine ed una bellezza sfiorita ed irrecuperabile. Non posso smentirlo. Anche perché parteciperei all’idiota, inutile, crudele caccia al tesoro delle motivazioni. Sono però abbastanza convinto che quelle ragioni risiedano nell’assurdo e che per capirle occorrerebbe accettarlo come principio di tutto. Cosa di cui non siamo ancora capaci.

 

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