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Questioni di genere

in cultura/società by

Ogni volta che si solleva il problema del “genere” o “gender” (non importa se per discutere le affermazioni di Papa Francesco o per ragionare sulla politiche scolastiche svedesi), si dà per scontato di aver bene in mente di cosa si parla quando si usa il termine in questione – o la sua variante britannica.

Il dizionario, apparentemente, sembra aiutarci. Dice lo Zanichelli (edizione 2005): “Appartenenza all’uno o all’altro sesso, spec. con riferimento al contesto culturale e professionale dell’individuo”. Prendendo un dizionario inglese on-line a caso (http://dictionary.reference.com/browse/gender) la definizione di gender è fondamentalmente la stessa: “either the male or female division of a species, especially as differentiated by social and cultural roles and behavior.” Anzi, il sito britannico entra ancor più nello specifico: “Although it is possible to define gender as “sex,” indicating that the term can be used when differentiating male creatures from female ones biologically, the concept of gender, a word primarily applied to human beings, has additional connotations—more rich and more amorphous—having to do with general behavior, social interactions, and most importantly, one’s fundamental sense of self.”

Il che potrebbe facilmente chiudere la questione, catalogando il concetto di genere/gender come un semplice dato addizionale al substrato biologico: si prende un individuo alla nascita culturalmente spurio ma biologicamente definito (maschile o femminile), si aggiungono un pizzico di cultura, un pizzico di influenze comportamentali, un pizzichino di individualità, e il risultato finale è appunto il genere – e tutto ciò che, da un punto di vista socio-culturale, ne consegue.

Le discussioni, seguendo dunque tale linea di pensiero, vertono quasi sempre sul ruolo effettivo di questa (presunta) gendrificazione: l’individuo gendrificato si stacca veramente da quello biologico? Se sì, è giusto che questo accada o meno? In che direzione va pilotato questo processo?

Ovvero, prendendo un esempio banale ma immediato: alla femminuccia va regalata la bambola che fa ruttini e scoregge? Le risposte possibili a questa domanda sono tre: a) sì, perché di fatto il genere non esiste, è una questione di istinti “naturali”; b) sì, perché il genere esiste ed è giusto che vada in questa direzione (vale a dire: questa è la nostra cultura e deve rimanere tale); c) no, perché il genere esiste e non è giusto che vada in questa direzione (vale a dire: la nostra cultura va cambiata).

Tutte e tre le risposte, sebbene ideologicamente distanti, partono da una premessa comune a cui ho accennato in precedenza: l’esistenza di un individuo spurio, allo stato “naturale”, destinato con la crescita ad evolversi in una direzione piuttosto che in un’altra. Il che ci porta a dare per assodata una dicotomia profonda tra natura e cultura, laddove il genere rappresenta – secondo alcuni – l’espressione per eccellenza di quest’ultima istanza.

Ed è proprio su tale punto che si pone la difficoltà nel definire il concetto di “genere”: risulta infatti davvero difficile immaginarci questo individuo culturalmente spurio, un essere oltre qualsiasi contesto sociale. Al di fuori dell’utero, persino il neonato reagisce a degli stimoli che sono già di per sé “culturali” (le parole articolate della madre o il suono artificiale prodotto da un sonaglino). Lo stesso vale per i famosi casi dei bambini-lupo cresciuti dagli animali in stile Libro della jungla: da tempo gli etologi ci dicono che la socialità di certi mammiferi evoluti presenta dei tratti di “culturizzazione” difficilmente distinguibili dai nostri. Insomma, anche Mowgli è immerso nella cultura.

Per semplificare, potremmo dire che la natura dell’uomo è la cultura. Il che rende abbastanza ridondante l’idea di “genere” come aggiunta al presunto substrato biologico di cui sopra. Nella realtà sociale, non vi sono gameti, ma solo interazioni tra persone. Da questo punto di vista, il genere non dice nulla di più di quello che viviamo, su base quotidiana, per il fatto stesso di essere umani.

È impossibile culturalizzare ulteriormente la nostra cultura-natura. Il problema non è dunque se e in che misura plasmare gli individui (questo è un processo continuamente in atto, la base stessa della nostra umanità), quanto che senso dare alla realtà in cui viviamo. Se si tratta di crescere ed educare i nostri figli, smettiamo allora di nasconderci dietro certi reificazioni inutili e tautologiche, e facciamo invece appello ai nostri desideri, alla nostra visione del mondo, alla nostra personalissima idea di felicità.

Il genere non è tanto una questione di educazione, ma piuttosto di interpretazione.

 

Nota finale: per evitare di appesantire un post già di per sé non particolarmente accattivamente, ho omesso i riferimenti bibliografici. Se volete qualsiasi chiarimento o indicazione in proposito, chiedete e vi sarà dato.

YouPorn Premio Nobel per la Pace

in internet by

C’è un velo di ipocrisia che copre il tema della pornografia online. Una specie di pudore autocensorio che impedisce ogni seria e genuina discussione. Si preferisce generalmente catalogare la questione come un affare di pochi e di pochi neanche troppo puliti. La sozzura della visione, della fruizione, della strumentale esperienza delle proprie fantasie fatte video è spesso rincondotta alla depravazione, ad una inguaribile stortura morale di alcuni membri dell’umanità. Chi guarda il porno è un maiale (o una maiala). Suina equazione che, come frequentemente accade, tende a nascondere, ad eliminare il dato reale a favore di un ideale di vita, di società, di cultura.

Ogni secondo, circa 28mila persone stanno guardando un porno online. Ogni secondo una Verbania di sconosciuti si collegano e scelgono il loro genere, la loro fantasia del giorno, il loro spunto per una gioia improvvisa e necessaria. Tra questi utenti sporcaccioni e goderecci, uno su tre è una donna. Fatto, quest’ultimo, che nega i facili argomenti di coloro che bollano la faccenda come esclusivamente maschile. E’ bene chiarirlo una volta per tutte: anche le donne fanno uso della pornografia online.

Il porno non riguarda una piccola parte della società. Esso è al contrario un fatto di pubblico dominio, sul quale molti potrebbero esprimersi ma pochi lo fanno. L’uomo medio sembra preferire essere accusato pubblicamente di aver preso tangenti piuttosto che essere scoperto nell’impuro atto di farsi le pippe guardando YouPorn. La terribile vergogna per questo umanissimo bisogno, per questa necessità di dare corpo alla propria immaginazione, ha finito con l’ammazzare la riflessione intorno al potenziale di pacificazione dello strumento. Se è vero che le dinamiche sociali sono l’aggregazione delle azioni individuali, l’individuo che placa i propri istinti, che pone fine alla frustrazione o sublima la propria gioia, interviene direttamente sul mantenimento della pacifica convivenza.

YouPorn rappresenta nell’immaginario collettivo la controparte zozza di YouTube; quel luogo virtuale in cui il sesso si afferma e si contraddice grazie alla sua meravigliosa indeterminatezza; quel paradiso della fantasia dove quasi tutto è concesso e in cui quindi è possibile ricercare una individuale dunque collettiva pace. In questo senso, esso non è soltanto il territorio della goduria, ma anche il paesaggio dell’appagamento non violento.

Per tutte queste ragioni; per aver favorito la distensione e l’erezione delle coscienze nell’epoca della frenesia; per il suo ruolo di educazione alla comprensione delle proprie preferenze in materia sessuale; per la sua opera di mediazione etnica e culturale; per aver incentivato lo slancio liberatorio della morale e quindi la conoscenza dell’altro nella sua dimensione più intima, quella sessuale; per la diffusione di un principio di pace fondato sul piacere

Libernazione propone YouPorn come Premio Nobel per la Pace 2014.

Porn is Peace. Clicca qui per aderire anche tu

Tutto e subito

in talent by

di SmxWorld

La generazione di mio padre ha vissuto il periodo in cui “non c’erano tutte le comodità che avete voi oggi. E ai miei tempi lavoravi già da bambino perché in casa c’erano tante bocche da sfamare”.

Per questo, quelli della generazione di mio padre si sentono in diritto di apostrofare quelli della mia generazione con frasi tipo “voi giovani volete tutto e subito”. “Voi giovani non sapete aspettare”. E poco importa se stiamo parlando di una persona che ha buttato anni dietro ai libri, piuttosto che di una che ha deciso di imparare un mestiere o di entrare nell’esercito, o se parliamo di una persona che se la prende comoda perché ha le spalle coperte.

Che fastidio che provo verso queste esternazioni, quando le sento mi verrebbe da chiudere la conversazione con un sonoro “ma vai a rotolarti nudo nella segatura di ferro”. Solo che poi rischierei un altrettanto snervante “non c’è più rispetto per gli anziani”; e la fiera del luogo comune diverrebbe davvero insostenibile.

Decido così di desistere dal mio intento belligerante e provo a confutare la fondatezza di quelle parole: “Voi giovani volete tutto e subito, non sapete aspettare”.

Tutto e subito, eh? Facciamo così, iniziamo a quantificare il tempo che un giovane che prosegue negli studi trascorre a seminare prima di poter anche solo pensare di raccogliere.

Cinque anni di Liceo. Tre anni per la Laurea di primo livello. Due anni per la Laurea Magistrale. Aggiungiamoci pure un anno a Londra, che oggi tocca saperlo l’inglese. Fanno undici anni, in totale e nella migliore delle ipotesi.

Quindi uno che investe più di un decennio della sua vita a porre le basi per il futuro, nel momento in cui vorrebbe riscuotere diventa automaticamente uno che “vuole tutto e subito”?. A quanto pare si.

Come se non bastasse, tra ricerca di un lavoro, periodi da stagista, contratti a progetto, accordi sulla parola, prima di vedere la luce in fondo al tunnel passano almeno altri due anni.

E si deve pure sorbire i moralismi di quelli della generazione di mio padre che gli ricordano che “non sa aspettare”. Il tutto mentre loro magari sono entrati in fabbrica a venti anni. A soli venti anni, dopo cinque anni di superiori e uno di militare, i nostri moralizzatori avevano lo stipendio assicurato fino alla pensione. Potevano acquistare un’auto, potevano accendere un mutuo (se non avevano in dote una casa dai genitori), potevano sposare la morosa.

Avevano tutto e subito. Loro. A Vent’anni

Sapete che vi dico?Fate pure voi, esprimete giudizi sui giovani che non sanno aspettare, non sanno rispettare, non sanno stare al mondo, che ai vostri tempi non era così. Noi intanto continuiamo a fare colloqui, a metterci la cravatta quando dobbiamo presentarci, ad essere felici per le fottute briciole che rispondono al nome di “contratto a progetto”. A volere tutto, perché non è subito. E’ tardi.

Fortuna che mio padre è un alieno per la sua generazione

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