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Le 3 fasi della reazione social(e) agli eventi

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L’evoluzione sociale non serve al popolo
se non è preceduta da un’evoluzione di pensiero.
(F. Battiato –  New Frontiers, 1982)

PRIMA FASE – 2008-2011

Tale fase fu connotata da un comportamento simile a quello di un bambino di undici anni, e nemmeno troppo intelligente. Durante la prima fase della Reazione Social(e) Agli Eventi, gli Uomini erano portati a trattare in maniera abbastanza seriosa tali eventi: se un barcone di migranti affondava, si mostrava compatti solidarietà (o si mostrava compatti esultanza se si era di Casapound). Se moriva una persona famosa, senza alcun tipo di vergogna, la si commemorava. E sì, sto parlando di Mike Bongiorno. La fase ha vissuto i suoi ultimi splendori alla fine del 2011, con la morte di Steve Jobs. Vedere 20 contatti che in contemporanea cambiavano la propria immagine del profilo mettendo una mela morsicata è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, complice anche il nuovo clima sociale che si respirava. Basta Berlusconi, basta credere al venditore di tappeti, adesso non me la si fa più!

SECONDA FASE – 2012-2013

La seconda fase fu caratterizzata, come già anticipato, da una diffusa forma di iconoclastia. Alla morte di un personaggio famoso, sempre più persone non si affrettavano più a commemorarlo, bensì a

  • prendere in giro chi commemorava;
  • sbottare “fino a ieri non lo conosceva nessuno!” nella variante Uomo Della Strada;
  • sbottare “fino a ieri non lo conosceva nessuno a parte me!” nella variante Hipster;
  • fare una battuta sul morto.

Quest’ultimo comportamento, in verità, coprì uno spettro molto più ampio della sola morte di una persona famosa. In quegli anni, infatti, in barba a quanto prescritto dai professionisti (“Quanno se scherza bisogna esse seri!”, A. Sordi), qualsiasi tipo di evento degno di nota cominciò ad essere sistematicamente declinato in battuta. Qualsiasi. Dalla cosa effettivamente divertente (finto interprete di Obama, anyone?) su su fino alla cosa serissima. Improvvisamente tutti ci siamo trasformati in oversimpaty tipo Andrea Lucchetta o Gabriele Cirilli, senza renderci conto di quanto fosse assurdo ridere di qualsiasi cosa.

TERZA FASE – 2014-presente

Durante la Terza Fase, gli Uomini parvero rendersi conto di quanto fosse ridicolo ridere di qualsiasi cosa. Ma non già analizzando il nocciolo del problema (hint: il reiterare tutti assieme un comportamento cretino. Gli stilisti e gli statistici direbbero “la moda”), bensì creandone uno tutto nuovo: dopo l’atteggiamento umano, troppo umano, da massaia che si emoziona guardando Gerry Scotty, e dopo l’atteggiamento iconoclasta, si passò all’iconoclastia dell’iconoclastia.

  • avete rotto il cazzo con l’avete rotto il cazzo!
  • su dai, ancora non fate la battuta su [evento]?
  • oh io comunque lo conoscevo da prima che morisse, che cazzo volete da me?

sono frasi che tutti abbiamo letto almeno una volta negli ultimi anni. Gli effetti furono clamorosi: la persona che doveva mostrarsi intelligente, si ritrovò a criticare una critica ad una cosa scema, con risultati imbarazzanti tipo pregiati intellettuali ridotti a difendere le scuregge dei film di Christian De Sica o a riconoscere che sì, effettivamente i negri puzzano de cuoio, oh, mica è colpa mia.

Ebbene, cosa ci rimane di tutto questo?

E io che cazzo ne so, questo è un post iconoclasta degli iconoclasti degli iconoclasti, ho il mal di testa ormai.

Gianni Morandi e la rivoluzione della normalità su Facebook

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Nell’epoca del cinismo social, della provocazione obbligatoria e dell’accanimento godereccio, la normalità è un fatto assai raro. La narrazione del presente è affidata perlopiù alle dita pungenti degli istigatori di professione, dei mascalzoni ad ogni costo. Del resto, più si è cattivi, spietati, impietosi più si aprono le strade della notorietà: è questo il meccanismo che funziona sui social network. Ed è sempre questo il modo più diffuso per raccontare i fatti del giorno, commentare le notizie più sugose ed affrontare le questioni più spinose. Gli eroi dell’internet sono spesso personaggi costruiti intorno alla retorica spicciola dell’ostilità. Sono eroi-crisalide destinati all’oblio e forse anche per questo costretti a giocarsi tutte le carte a disposizione nel tempo iperbreve della Rete.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: Facebook e Twitter sono stati presi in ostaggio dal savoir-faire piacione e paraculo delle star della cattiveria e dai loro cloni e dai cloni dei loro cloni. È un’invasione cafona degli schermi che sembra inarrestabile. In questa giostra dell’insulto e della stilettata metaforica c’è poco spazio per il linguaggio mediano, pacato e ragionevole. Al contrario, tutto ciò che va in quella direzione viene risucchiato quasi subito nel vortice del politicamente scorrettissimo (bisogna essere superlativi perché la scorrettezza semplice non basta mica più) oppure in quello dell’indifferenza generale.

Questo teatrino non ha soltanto esasperato i toni della discussione pubblica e affermato il principio dell’homo homini like (l’uomo è un “mi piace” per l’uomo) ma ha anche svilito la capacità dell’arena social di raccontare la realtà. Cioè la possibilità di fare della virtualità un’appendice fondamentale, uno strumento per capirla meglio. Invece è avvenuto l’esatto opposto: abbiamo gettato le cose della vita nel chiacchiericcio e ormai le distinguiamo a fatica dalle altre, quelle virtuali.

È forse anche per via di questo “estremismo della condivisione” che sta silenziosamente montando la necessità di un linguaggio ordinario, di un’esposizione di sé più semplice e genuina. In sostanza, cominciamo ad essere stufi della solfa provocatoria. E la testimonianza più eclatante di questa necessità sulla scena dei social network italiani è senza dubbio la pagina Facebook di Gianni Morandi.

Sia chiaro: chiamarla pagina è decisamente riduttivo. Si tratta piuttosto di un vero e proprio romanzo popolare (cit. Giorgio Cappozzo); di un’epica sincera e disinvolta della normalità; di un’antropologia della quotidianità; di un giornaliero reportage esistenziale. Morandi non è soltanto un famoso cantautore seguito da quasi un milione di utenti Facebook; Morandi è un eroe contemporaneo. Lo è perché ha dimostrato che un altro modo di esserci è possibile; perché ha ribaltato la concezione esibizionistica del mezzo; perché ha stabilito una regola semplice: qui soltanto cose belle ma vere, qui non c’è spazio per le cattive notizie (affermando così il principio della felicità pubblica e del dolore privato), qui non esistono filtri – risponde lui; neanche l’ombra di un social media manager.

Sulla pagina Facebook di Gianni Morandi si possono trovare scene di vita (ormai celebri gli “autoscatti”; e il ricorso all’italiano pare più un atto di umiltà linguistica che un rifiuto dei tempi moderni), piccole riflessioni sull’attualità politica, brevi racconti autobiografici. La semplicità con cui si rivolge ai fans suona familiare, probabilmente perché rinuncia ai fronzoli, proprio come si farebbe con una persona di casa. La distanza dall’altro mondo, quello della truffa identitaria e della piaggeria, è abissale.

Certo, obietterete che anche nell’altro mondo si fotografa il piatto di pappardelle fumanti. Anche lì si pubblicano le foto della vacanza al mare. E anche dall’altra parte si polemizza con i giudizi tranchant di Michele Serra. Innegabile. Ma è tutto finto. Badate: non perché non siamo capaci di sincerità ma perché siamo ormai vincolati a un linguaggio totalitario e a un principio, quello dell’homo homini like, che non permettono passi falsi, pena la débâcle dell’apparenza.

Gianni Morandi è perciò un rivoluzionario: proprio quando tutto sembrava definitivamente perduto, proprio quando la partita sembrava essersela aggiudicata il cinismo social, ha mostrato a tutti un’altra strada percorribile. È esattamente questo – e non i suoi successi musicali passati e presenti – che fa di lui un grande personaggio Facebook: la capacità di riabilitare la normalità. Ora non resta che incamminarsi tutti e vedere dove si va a finire.

15 cose che troverete sempre sulla home page di Facebook d’estate, parte 2

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La scorsa settimana siamo stati perfidi e infami. Gioire insieme nel denigrare chi posta determinate cose sulla home page di Facebook. Che schifo di persone che siamo.
Non ricordate/non l’avete fatto/siete brave persone? Rimediate qui.
Comunque già che ci sono, io finisco la lista.

Vi ricordo che questo è un post interattivo, dunque anche questa settimana usufruiamo della bella musica che il Dio Youtube ci fornisce attraverso l’internet: https://www.youtube.com/playlist?list=PLM0rv43cVZAzE-ozE8PDI5U3O8bLtZ1aH

 

9. La disperata richiesta del ritorno di Giochi Senza Frontiere

Quando io ero bambina, mi sciroppavo qualsiasi cosa alla televisione.
E quando dico qualsiasi cosa intendo QUALSIASI COSA. Dall’Ape Maia a Ken il Guerriero, dalle televendite delle padelle alle repliche di McGuyver alle sette del mattino.
Non poteva mancare, nelle sere d’estate, Giochi Senza Frontiere. I più lo ricorderanno senz’altro, per gli altri vi basti sapere che era una sorta di arena della morte dentro la quale alcune squadre composte da persone di varie nazionalità (c’era il Portogallo, la Bulgaria, la Francia, Muro Lucano di sotto… come ai mondiali) si affrontavano nelle prove più disparate. No, non si trattava di tornei di scacchi o gare di sputi, ma robe sadiche al 100%, come attraversare un ponte sospeso vestiti da lottatori di sumo, superare simpatici percorsi ad ostacoli e altro ancora. Un po’ come nel terzo Indiana Jones, insomma.

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“Solo un uomo penitente potrà passare…”

Allora.
Sono almeno vent’anni che non fanno più Giochi Senza Frontiere.
Lo so, lo rivoglio anch’io, era divertente. La sigla era fichissima (Interrompete un attimo la vostra playlist e ascoltatevela).
TUTTAVIA, AVETE ROTTO IL CAZZO. GIOCHI SENZA FRONTIERE NON TORNERA’ MAI.* BASTA.

Ab aeternam, Denis.
Ab aeternam, Denis.

10. La campagna contro l’abbandono dei cani/gatti

Si dice che il mondo sia diviso in due tipi di persone: quelle che amano i cani e quelle che amano i gatti.
Ma secondo me c’è un’ulteriore divisione: quelle che si accollano coi cani e quelle che si accollano coi gatti.
Sui cani&gatti c’è una sensibilità tale, che non si può esprimere una qualsiasi opinione che non sia “GLI ANIMALI SN MEGLIO DLL XSONE!!!1” se non si vuole essere accomunati a un Hitler T-Rex.

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Ah, internet. Non deludi mai.

So già che siete in agguato sulla tastiera per scrivermi che sono un mostro, ma non sto per dire che gli animali vanno abbandonati.
Tuttavia. Gli animali non devono essere il vostro veicolo di accollo.
Tutti i giorni mi vedo in bacheca CATERVE di foto di cani mozzati, criceti scuoiati, gatti-bonsai imbottigliati. Nel 90% dei casi, oltretutto, sono cose inventate di sana pianta, che la gente si limita a condividere indignata senza verificarne la provenienza, e poi magari esce di casa e butta la gomma da masticare per terra (che Zeus vi fulmini). E io sono una che quando vede il video del gattino che gioca col gomitolo dice “aaaawwww!!” e lo rivede dalle 10 alle 20 volte.
E d’estate ancora peggio: quindicimila foto del cane con gli occhioni e le diciture “io non ti abbandono mai…perché tu sì?”; talmente tante che mi porta a chiedere questi animali, alla fine, chi li abbandona? Apparentemente, su Facebook, nessuno.
Quindi, perché ammorbarci con le foto dei cuccioli spiattellati sull’asfalto? Che è anche di cattivo gusto, via.
Le persone che pubblicano questi annunci:
Hanno abbandonato almeno un animale in vita loro e stanno cercando di rimediare;
Sono gattari/gattare;
Gestiscono il racket delle pensioni per animali.
Sconsigliatissimo, come dicevo, commentare con astio interventi del genere, tipo “avete scassato il cazzo con le foto dei cani spappolati sull’autostrada” verranno comunque letti come un’esternazione di odio verso gli innocenti cuccioli e un incitamento a crudeltà/abbanono. I cani e i gatti, in Italia, sono sacri come le mucche in India.

Prossimamente: i gatti-tacos
Prossimamente: i gatti-tacos

11. Il video dell’estate

Il video dell’estate è accompagnato, normalmente, dalla canzone dell’estate. È in genere una canzone dance, ricordiamo grandi pezzi che fecero storia come “The Rythm of the Night” di Corona (non Fabrizio, la cantante), “Blue” degli Eiffel 65 (non lo so se è uscita in estate, ma si sentiva in estate, me lo ricordo, avevo 13 anni ed ero grassa e brutta), “Che fico!” di Pippo Franco.
Il video dell’estate viene postato dalle 5 alle 30 volte al giorno da tutti quelli che poi commentano con un “FOMENTOOOOO!” oppure pezzi della canzone seguiti da puntini sospensivi.
Il video dell’estate vuole trasmettere freschezza, libertà, amicizia, ma invece rompe i coglioni. Smettetela di postare ottocento cose uguali rendendomi difficile stalkerare gli ex compagni delle medie sperando che non abbiano avuto successo nella vita.

Il video dell’estate spesso l’hai postato anche te, e se non l’hai postato significa che sei uno degli Eiffel 65.

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12. Le foto in macchina verso il mare

Altro grande evergreen dell’estate facebookiana (non è una parola, me ne rendo conto) sono le foto che si fa chiunque stia andando al mare.
Vanno dalla foto fatta nello specchietto retrovisore all’autoscatto con telefono/reflex/quellocheè appoggiate sul cruscotto, spesso costringendo l’autista a guardare in macchina, e non dalla macchina, come vorrebbe il corretto uso dell’automobile, compiacendosi (e dopodiché, tutti all’ospedale locale).
La foto in macchina ha un senso ben preciso: voglio far vivere ai miei amici l’ebbrezza del mio viaggio verso l’ignoto (Sabaudia).
Le variazioni sul tema di questo tipo di foto sono:
La foto dalla nave: “Road to Sardinia…”;
La foto dal treno, molto amata dai vostri amici hipster;
La foto dalla bicicletta (più complicata, in quanto se si lascia il manubrio 9 su 10 si incontra il brecciolino);
La foto del finestrino dell’aereo, con conseguente lavata di capo dalla hostess grassa e antipatica della Ryanair.
Per rendere più interessanti queste foto, ovviamente, l’autore le compierà con angolazioni strane, non facendo capire un cazzo a chi la guarda, che rimarrà con solo un senso di spaesamento, pensando che il suo amico sia riuscito a caricare il suo ultimo sprazzo di vita dall’orribile incidente automobilistico che ha appena fatto. Oh, ‘sta macchina io la vedo sottosopra.

"Quanto cazzo sono riflessivo e profondo."
“Quanto cazzo sono riflessivo e profondo.”

13. Le foto in piscina

Le foto in piscina, come le foto al mare, sono fatte perché si vuole testimoniare l’arrivo nel luogo tanto agognato dove passare la giornata di sole. Ma la gran differenza è che la piscina, da sempre, è simbolo di potere e ricchezza.
La foto in piscina dimostra infatti che ne avete abbastanza del mare (troppa gente, troppa sabbia, troppi cani) e che avete abbastanza soldi da potervi permettere una giornata alternativa, in un posto dove comunque troverete milioni di bambini urlanti e vi scotterete tantissimo.
La foto in piscina spesso è in combo con la foto del cocktail, cosa che genera il massimo dell’autocompiacimento da social network: la foto dell’aperitivo in piscina.
Simbolo del potere supremo, mostro finale delle immagini su facebook, la foto dell’aperitivo in piscina permette un botto di popolarità pari a quello che fecero i calendari di Max nelle officine dei meccanici.
L’esecutore è molto, molto più rispettato di chi l’aperitivo lo fa in spiaggia, perché sì, la spiaggia sarà più bella, ci sarà il tramonto, le tracine e tutto quanto, ma la piscina evoca sempre una scena tipo il video degli Zebrahead, Playmate of the year.
E dunque vince a man bassa.
Ovviamente l’unica reazione possibile, è l’invidia. Si è così invidiosi di questo tipo di foto, che spesso se scorrendo la bacheca se ne vede una, si inveisce in modo tale che si perde la capacità di giudiz-guarda questo stronzo dove cazzo sta, lui e il suo spritz di merda, c’ha pure 50 like, ma porca puttana; no, un momento, questa foto l’ho messa io ieri.

"LA SCALA!!! LA SCALA, NON FARMI LA FOTO!!"
“LA SCALETTA, DANNAZIONE!!! AGGIUNGI LA SCALETTA, NON FARMI LA FOTO!!”

14. Le foto della frittura di pesce col bicchiere di vino bianco

Lo so che siete esasperati dalle foto, ma andatelo a dire a quelli che vogliono comporre la foto artistica del calice di tavernello con i calamari fritti, che mortacci vostra fanno cinquanta gradi all’ombra e avete il coraggio di andare a pranzo a mangiare la frittura di pesce?
Sì. Perché la frittura di pesce me la mangerei pure nel deserto de Sahara mentre il bue e l’asinello mi fanno aria col phon.
Ciò -attenzione- non significa che io ami trovarmi foto di moscardini dorati ad ogni angolo. Perché? Perché, miseria ladra, sono cose che non si fanno. Non si mettono le foto della roba da mangiare dove può vederle la gente che magari, che so io, è tipo a dieta, o è in ufficio e non può che accontentarsi dello squallido tramezzino della macchinetta automatica, o magari non ha le papille gustative, oppure è allergico al fritto (credo che ne esistano pochi, i più scelgono di porre fine alla propria vita).
Le foto della frittura di pesce col vino vengono scattate, dicevamo, cercando sempre di comporre una sorta di natura morta profumatissima: il bicchiere leggermente di lato, l’inquadratura obliqua come se il fotografo stesse avendo un attacco, la frittura vista attraverso il bicchiere (i più scaltri sanno che si può realizzare anche senza immergere il telefono nel vino, ma ho visto di tutto), il bianco e nero, il filtro vintage, e altre amenità inutili che ti fanno perdere tempo e alla fine ti mangi una frittura che ha raggiunto la consistenza delle patatine fritte di McDonald: è tutto moscio, freddo e deprimente.
Attenzione: se siete fotografi di frittura, assicuratevi sempre, prima di scattare la foto, che la frittura sia solo vostra e che non la dobbiate dividere con altri commensali, perché penso che se io mi trovassi davanti al piatto, e a uno che mi dice “aspetta, oh, devo fare la foto, prima!” gli staccherei le mani a roncolate.

Che mentre fai la foto passi di lì un gabbiano, un pellicano, un barbone, un qualcosa che si mangi TUTTO, vino compreso
Che mentre fai la foto passi di lì un gabbiano, un pellicano, un barbone, un qualcosa che si mangi TUTTO, vino compreso

15. “Estate” di Lil’ Angel$

Ultima, popolarissima cosa che troverete sulla vostra bacheca, sempre, anche nell’anno in cui in un futuro distopico saremo comandati dalle formiche zombi, è questo video.
Lil’ Angel$, è, con tutte le probabilità, il rapper peggiore del mondo. Nel senso che se io mi metto a campionare i versi dei bradipi allo zoo e ci metto una base sotto probabilmente viene fuori una cosa più ascoltabile.
“Estate” è una canzone brutta. Bruttissima. Ascoltarla è un’esperienza allucinante. La voce. Le parole. La metrica. Il video. È un “voglio morire” continuo.
Ma si chiama Estate, e racconta dell’estate, in un certo senso (se riuscite a capire cosa dice), dunque, dall’inizio di luglio in poi, la troverete ovunque, sulle vostre bacheche, se avete degli amici simpatichelli che vogliono fare la gag sul fatto che è una canzone di merda (presentata con la tipica didascalia: “Eeeh, se lo dice lui, che è estate…” oppure con “La canzone dell’estate”, con ironico riferimento al fatto che fa schifo. Io lo so, io la postavo con questa dicitura.)
Provate. Andate a vedere. Scommetto che qualcuno che l’ha pubblicata c’è. Io aspetto.

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C’era, visto?
Scusate, ora devo andare a postarla anch’io.

lil

 

JJ

 

* Per quanto, la richiesta ossessiva del ritorno del Winner Taco alla fine ha funzionato alla grande, quindi se mai dovesse tornare pure JSF, chapeau.

Pure sulla monnezza, la presa per il culo! FATe GIRAREEE1!!1!

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Sta girando in queste ore su Facebook un video che mostra due signori italiani che spiegano come in Germania, nei supermercati esistono delle macchinette nelle quali uno inserisce bottiglie di plastica vuote, che verranno riciclate, ricevendo in cambio un buono acquisti il cui valore dipende dal numero di bottiglie inserite.

Il video è accompagnato dalla scritta testuale “aprite l occhi e smettiamo di votare ste merde!!! Tutte!!!” e durante il video uno dei signori dice: “ci fanno credere che in Germania costa tutto di più” mentre invece, se ne deduce, in Germania, al posto di farti pagare le imposte sulla immondizia lo Stato addirittura ti paga se fai la raccolta differenziata. “3 euro per aver buttato la monnezza“, nientemeno!

Ovviamente è falso: le tasse sui servizi locali come la raccolta dell’immondizia in Germania dipendono dai Land, cioè cambiano di regione in regione e non hanno alcun rapporto diretto con la raccolta differenziata.

Soprattutto, lo Stato non ti paga affatto per aver fatto la raccolta delle bottiglie. Funziona così: ogni volta che acquisti una bottiglia di plastica paghi una sorta di cauzione (“Pfand” in tedesco) al massimo di circa 25 centesimi in più rispetto al prezzo della bevanda in bottiglia: se la bevanda costasse diciamo 1,50 Euro,  la bottiglia alla cassa si paga circa 1,70 Euro, cioè si paga la Pfand in aggiunta.

Quando poi tu hai bevuto la bevanda puoi scegliere se riconsegnare la bottiglia di plastica tramite quella macchina che, per ogni bottiglia riconsegnata, ti paga indietro la cauzione che avevi versato all’acquisto.

Capito? Prima paghi di più e poi, se e quando riconsegni la bottiglia, ti restituiscono la Pfand.

E’ un buon sistema, che incentiva di sicuro a fare la raccolta differenziata, ma che non significa che lo Stato ti paghi per fare la differenziata o che non si paghi l’imposta dei rifiuti come si sarebbe portati a credere vedendo il video.

Così, tanto per non farsi prendere per il culo pure sulla monnezza.

Santé

Twitto come un turco

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In un post del giugno 2013 mi ero espresso contro l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea. I miei argomenti si sintetizzavano in cinque punti essenziali: diritti umani; occupazione militare turca di Cipro; repressione della minoranza curda; negazionismo e censura rispetto al genocidio degli armeni; vastità geografica ed entità della popolazione (74 milioni).

Oggi leggo che il premier Recep Tayyip Erdogan ha bloccato Twitter per questioni di sicurezza nazionale. Ebbene sì: dieci milioni di utenti turchi sono attualmente impossibilitati ad accedere alla piattaforma. In sostanza, sostiene Erdogan, il social network sarebbe un covo di dissidenti e favorirebbe la diffusione di informazioni false sul suo conto e sul conto del suo governo. Perciò, senza preoccuzioni rispetto al parere della comunità internazionale (ovvero, almeno in parte, la stessa che, dal 1999, dovrebbe giudicare la richiesta turca di entrare a far parte dell’UE), si è detto pronto ad “estirpare” Twitter e a mostrare “la forza della Turchia”. Detto, fatto. L’Autorità per le tecnologie dell’informazione e della comunicazione (Btk), alla quale sono stati recentemente attribuiti poteri straordinari – ad esempio, quello di bloccare siti senza previa autorizzazione di un giudice -, si è messa all’opera e nel giro di poche ore ha bloccato tutto.

Ora, immaginate se di punto in bianco Renzi oscurasse un social network a caso. Immaginate se di punto in bianco i vostri “Renzi è un incompetente” fossero ritenuti delle menzogne pericolose per la stabilità nazionale e dunque meritevoli di censura. Immaginate se una schermata vi dicesse che non potete più accedere al vostro profilo e scrivere di qualsiasi altra cosa. Probabilmente, gridereste allo scandalo antidemocratico, accusereste il governo di fascismo, riterreste intollerabile il trattamento censorio e scendereste in piazza. E avreste ragione.

Avreste ragione perché, al di là del grave provvedimento liberticida, la matassa democratica sembra ormai inestricabilmente legata all’esistenza dei social network. Essi sono cioè diventati un luogo di dibattito fondamentale e ormai difficilmente aggirabile nella valutazione delle dinamiche politiche e sociali globali. Cosa questo significhi oggi e cosa significherà domani è faccenda complessa e meritevole di ampio spazio; e non è questa la sede per ragionarci sopra. Basti qui segnalare il ruolo certamente ambiguo ma sempre più importante che hanno Twitter e Facebook nella formazione politica degli individui. Molto semplicemente: ci si forma e ci si informa sui social in modo sempre più consistente. Ovvero si declinano i propri diritti politici in una chiave storicamente inedita.

Per questo il provvedimento del governo di Erdogan è un atto doppiamente grave: limita le libertà individuali e con esse la possibilità di partecipare alla vita democratica del paese e al dibattito pubblico internazionale. In poche parole: limita il diritto al presente storico. Fatto che dovrebbe essere intollerabile dal punto di vista di un’Europa che sta valutando l’ingresso della penisola e che fonda la sua esistenza sulla pluralità.

Mi chiedo perciò cos’altro serva per dire un no convinto, per ribadire la distanza liberale tra il progetto politico europeo e la realtà di un paese illiberale. Ma soprattutto mi chiedo cosa ne pensano coloro che fino a ieri si dicevano favorevoli. Avranno oggi il coraggio di andare su Twitter e scrivere i loro 140 caratteri con tanto di hashtag #sìallaTurchiainEuropa?

4 esempi di abiezione da “Social”, ovvero: “La Banalità del Banale”

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I più affezionati lettori ricordano la rubrica “sticazzi al cubo“, antologia di notizie, tratte da giornali vari ed eventuali, di cui non ce ne frega un emerito cazzo.

Oggi però sonderemo abissi ancora  più profondi della irrilevanza molesta: un viaggio ancora più doloroso perché i protagonisti non sono giornali che non sanno come riempire le pagine, ma noi stessi.

Ecco, allora, degli esempi di abiezione dai quali nessuno di noi può dirsi veramente immune.

1) Il video dei 10 anni di Facebook

Qualche settimana fa, per celebrare i dieci anni di Fb, siamo stati funestati dalla visione retrospettiva della vita qualunque di gente qualunque per di più filtrata attraverso quello che la stessa gente qualunque con la loro mente qualunque ha postato negli ultimi anni su Facebook. Ora, tutti sognano di avere un video che riassuma i propri momenti più importanti: il problema è che pochi di noi ne hanno vissuti. Sicché i video retrospettivi inventati da Facebook per celebrare i propri 10 anni ci hanno messo di fronte all’antologia del niente: foto di compleanni, lauree, addii al nubilato, tornei di calcetto, serate karaoke. Pare che nelle settimane successive ci sia stata una corsa allo psicoterapeuta da parte di centinaia di persone in preda all’horror vacui causato dai video di FB. “La nostra vita è davvero così noiosa e priva di eventi?”, si è chiesta la gente? La risposta degli analisti, immancabilmente, è stata: “Si, proprio così! Senza fattura, fanno 150 euro che può lasciare alla mia segretaria”.

2) Bitstrips 

Gli inventori di bitstrips finiranno dritti all’inferno per l’eternità! Nessuna punizione terrena è davvero adeguata per i creatori di un programma che consente ai peggiori scassacazzi di trasformarsi in cartoni animati e raccontarti in un inglese maccheronico episodi insignificanti della loro quotidianità: “Anna legge il giornale mentre Peppe fa la cacca“, “Eleonora si sente figa“, “Vincenzo e Maria Concetta guardano la loro serie preferita sul divano“. Il tutto aggiunto al fatto che normalmente i cartoni dei bitstrips sono molto più fichi di quanto siamo in realtà, per cui passi mezz’ora a capire che quel fusto palestrato e dalla chioma fluente che compare nelle strisce rappresenterebbe il tuo “amico”
Ciccio, che nella realtà è alto un metro e una banana, pesa 809 chili e, ai capelli, ha il riporto tenuto lungo e unto.

3) l neonati social

“Guardate che la natura v’ha dotati dell’ottundimento ormonale perché non buttiate i neonati nell’umido, non perché ce li ammolliate su FB”. Questa rara perla di saggezza di Guia Soncini riassume il tutto più di decine di trattati. Prima dei social network, gli eccitamenti dei neogenitori per i loro neonati era inflitti probabilmente alla ristretta cerchia di amici e parenti stretti. Adesso, invece, tutti noi siamo costretti a beccarci le foto dei pargoli, accompagnate spesso da notizie dettagliate su vagiti, rigurgiti, notti in bianco, dentini e primi passi. I più arditi neogenitori arrivano a ritenere che il mondo intero sia interessato al giornaliero “Bollettino della cacca” o agli aggiornamenti orari che i genitori si scambiano sui sorrisini dei babies. A tutti gli altri, per fortuna, FB concede il privilegio di nascondere i futuri aggiornamenti. Recenti studi storici dimostrano che Re Erode abbia deciso di procedere come sappiamo per un improvviso blocco della funzione “hide” sul suo Facebook.

4) Neknomination

Cosa sono è presto detto: si tratta di video in cui qualcuno, solitamente già brillo, raccoglie la sfida rivoltagli da altri alcolizzati a filmarsi mentre beve uno o più drinks e a nominare altri geni che dovranno a loro volta procurarsi una cirrosi epatica filmandosi. Insomma, un florilegio della sfigataggine, tipicamente accompagnato da frasi sconnesse piene di tags, tipo: “Nominato da Carlo Maria, raccolgo il guanto di sfida, avendo come testimone quel vecchio pazzo di Franco e nominando a mia volta Maria Carmelina e mio cugino Pinuccio“; segue bevuta, con faccia rubizza e occhio lucido e, nelle migliori esibizioni, mezzo rutto dissimulato alla fine. Un vero must, la sfida alcolica trasgressiva, che i più avevano superato una volta finita la quinta ginnasio ma che è ritornato prepotentemente a galla grazie a questa imperdibile finzione di divertimento e coolness.

Santé

Non mi rompete le palle.

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Solo quest’anno, il mio facebook si è riempito di link, status a lutto, foto strappalacrime in occasione della morte di: Franco Califano, Mariangela Melato, Giuliano Gemma, Jimmy Fontana, Zuzzurro, Lou Reed e non ricordo quanti altri.

Della fenomenologia del social network quando muore “uno famoso” ha già trattato autorevolmente Zerocalcare.

Se, in occasione delle suddette morti, tu fai presente che sì, ti spiace, ma in fondo non te ne frega niente e che in fondo ci sono tante altre tragedie che passano inosservate, passi per il solito radicalchic (accusa per tutte le stagioni) insensibile con la puzza sotto il naso.

Bene, ieri 7 operai cinesi sono crepati bruciati vivi in una fabbrica a Prato. Nessuno organizzerà minuti di silenzio negli stadi, verosimilmente, nessuno ha fatto girare link sul tema, i social network tacciono sul punto e persino sui giornali online la notizia non occupa più la prima posizione. Eppure sette persone sono morte del loro lavoro, arse vive.

Ora, io non voglio imporre minuti di silenzio, celebrazioni di lutto o attimi di raccoglimento a nessuno: li trovo francamente ipocriti.

Vi chiedo solo una cosa: la prossima volta che muore di morte naturale qualche “persona famosa” ed io mi dichiaro indifferente, non mi rompete le palle. Almeno questo, ecco. Santé

Perchè il Brasile? Perchè Ora?

in mondo by

Ricevo da un amico e volentieri pubblico.

Si parla di quello che sta succedendo in Brasile in questi giorni, può essere utile confrontarlo con la situazione in Turchia.

E per prendersi una pausa da Beppe Grillo. Grazie Michele. 

Erano settimane tranquille, seguivo con interesse gli scontri in Turchia quando, apriti cielo, tutti i miei amici di San Paolo, dove ho vissuto tre anni, incominciano a postare su facebook e su twitter le loro proteste contro l’aumento del costo del biglietto di autobus e metro: da 3 R$ a 3,20 R$.

Proteste legittime, 1,10 € per il trasporto pubblico in Brasile è davvero un furto, ma pensavo la cosa finisse lì. E invece no.

Nelle notti a seguire proseguono i resoconti dei miei amici con foto, video, reportage sui social network degli scontri tra manifestanti e polizia: violenza gratuita delle forze dell’ordine contro la stampa, contro gli studenti, i professori, i gruppi dei centri sociali, a fronte di qualche atto di vandalismo, che, detto tra noi, nella metropoli post-moderna di San Paolo avvengono ogni santa notte, tra un omicidio ed una rapina, niente di cui scandalizzarsi.

E invece no, le proteste non sono solo a San Paolo, ma anche a Rio de Janeiro, a Brasilia, e si estendono: la stampa condanna le abitudini da dittatura dolce che la polizia brasiliana non ha mai perso, anche perchè, a parte gli studenti  figli di papà ed i “negros senz”anima”, non aveva mai manifestato nessuno. Ma non questa volta.

Dall’estero, come al solito, si capisce poco: chi dice che la ragione delle proteste siano i trasporti pubblici, chi dice siano contro i mondiali del 2014 e l’uso di soldi pubblici per finanziare le inesistenti infrastrutture, c’è chi dice una cosa, chi un altra.

E invece no. Non è niente di tutto ciò, le proteste sono confluite in grandi manifestazioni, ma manifestazioni di cosa?

E’ la nuova classe medio-bassa, quella che ha ricevuto finalmente un po’ di scuola di base, un po’ di sicurezza sul lavoro, un po’ di protezione dall’inflazione, un po’ più ospedali, quella insomma che dalla sussistenza è passata ad una vita quasi normale. Quasi.

Quasi perchè anche nella straricca San Paolo pochissimi hanno l’allacciamento del gas. Quasi perchè la metà della popolazione non ha accesso al sistema fognario, quasi perchè la scuola pubblica è un disastro, per non parlare degli ospedali.Quasi, perchè il ceto medio in Brasile non è mai esistito, ed ora sta manifestando, non contro questo o quello, ma sta dicendo CI SIAMO, ed è ora di finirla con questi metodi da dittatura sud americana, è ora di finirla con gli ultra ricchi e gli ultra poveri.

Ci siamo, e non vogliamo niente. O meglio, adesso vogliamo tutto, e come corre il cinguettio su twitter: O gigante acordou! … il gigante si è svegliato

Era ora.

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