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Siria

Quanti profughi stanno veramente scappando dall’Isis?

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Se il mito del profugo potenziale terrorista viene quotidianamente smentito dai fatti (gli attacchi in Europa degli ultimi mesi sono da attribuirsi a cittadini comunitari o a immigrati di seconda/terza generazione), l’idea di una stretta connessione tra l’azione militare dell’Isis in Medio Oriente e le recenti ondate di profughi nel nostro continente resiste tenacemente nei luoghi comuni mediatici.

La fuga dalla minaccia islamista viene spesso presentata come uno dei motivi principali di questo esodo epocale, una sorta di “attenuante” – legittima nelle intenzioni – a quella che da molti è percepita come una vera e propria invasione: “guardate che questi disgraziati stanno scappando dal nostro stesso avversario, quello che mette le bombe nelle città europee.” Il tipo-profugo costituirebbe, di conseguenza, una sorta di potenziale ma misconosciuto alleato nella guerra di civiltà che vede contrapporsi l’Occidente da un lato, e l’estremismo islamico incarnato dall’Isis/Daesh dall’altro. Il nemico del mio nemico è mio amico, insomma.

Sebbene io comprenda, e condivida, la necessità di spiegare le tragiche necessità che spingono un essere umano ad abbandonare paese natale casa e famiglia per imbarcarsi in imprese al limite della sopravvivenza, mi sembra tuttavia giusto sottolineare che l’affermazione di partenza secondo la quale il rifugiato medio sta scappando dall’Isis è, dati alla mano, semplicemente errata.

Guardiamo allora le statistiche dei rifugiati in Italia e in Europa degli ultimi due anni, con un occhio di riguardo per la componente siriana (indubbiamente quella più implicata nel discorso Isis).

Nel 2014 in Italia è arrivato un numero decisamente impressionante di Siriani, circa 40.000, poco meno di un quarto dei 170.000 extracomunitari in fuga giunti nel nostro paese. D’altronde, a livello continentale, i Siriani rappresentavano il 20% dei 625.000 profughi circa arrivati in Europa, più del doppio rispetto all’anno precedente. Tuttavia, per quanto riguarda il nostro paese, quasi la metà delle richieste d’asilo in quell’anno proveniva dall’area sub-sahariana, in particolare Nigeria, Gambia e Mali (44%).

Nel 2015, il numero di rifugiati in Italia è diminuito di poco (153.842), di cui la maggior parte (circa il 40%) provenivano da Eritrea e Nigeria. I Siriani costituiscono solo il 5% dei profughi (7.444), gruppo minoritario persino rispetto a Somali (12.176), Sudanesi (8.809) e Gambiani (8.123). A livello europeo, una fetta consistente di profughi arriva dal Medio Oriente (Siria in primis), ma vi sono anche nazioni “insospettabili” che hanno largamente contribuito al flusso migratorio: tra queste Kosovo e Albania, con 60.000 unità circa ciascuno su poco più di un milione di rifugiati (quindi il 10-11% del totale). Al calderone multietnico che si sta riversando nel Vecchio Continente vanno poi aggiunti Afghani, Iraniani, Pakistani, Tunisini, Senegalesi, ecc.

L’Africa nera è dunque al cuore del problema rifugiati, perlomeno per quanto riguarda l’Italia. La situazione in paesi come Mali, Somalia e Nigeria non è di certo semplice, e la responsabilità è anche in parte da attribuirsi alla violenza di alcuni gruppi islamisti radicali che si sono affermati negli ultimi anni in buona parte del continente – ad esempio, il famoso gruppo jihadista nigeriano Boko Haram (quello che rapisce le ragazzine, per intenderci). Ciononostante, i fattori che spingono i subsahariani ad abbandonare le loro case sono molteplici, tra cui la componente economica: in Gambia, la fragilissima economia (ulteriormente messa in crisi dal crollo del turismo causa virus Ebola) si regge in buona parte dai soldi inviati a casa dagli emigrati. Inutile dire che, in casi come questo, le bombe dell’Isis non c’entrano niente.

Diverso ma non meno complesso il discorso in Medio Oriente. Daesh, allo stato attuale, controlla una fascia piuttosto ampia della Siria settentrionale orientale e dell’Iraq centrale – nonché alcune roccaforti costiere in Libia. Il territorio del Califfato islamico non comprende invece grandi e medie città come Homs, Latakia, Tartus, Damasco e Aleppo, dove i guerriglieri dell’Isis non ha messo mai piede. Lo scontro nell’occidente e nel sud della Siria riguarda le truppe pro-Assad coadiuvate dall’esercito russo da un lato, e ribelli di varie fazioni e gruppi etnici dall’altro (più o meno appoggiate dalle forze occidentali). In poche parole, la crisi umanitaria che ha travolto la Siria, conseguenza di uno stato di guerra che dura ormai da cinque anni, coinvolge anche quella parte di popolazione che non è stata vittima – perlomeno direttamente – dell’Isis: è quindi lecito pensare che, sebbene al momento sia difficile avere delle cifre attendibili, parte dei rifugiati arrivati in Europa non siano scappati dalle grinfie del Califfato, ma piuttosto dalla violenza degli scontri fra sostenitori e oppositori del regime di Assad. I numeri dei morti civili sembra confermare questa ipotesi: sono quasi 19.000 le vittime dei bombardamenti aerei del governo ufficiale, a cui vanno aggiunti i morti per arma da fuoco (28.000 circa) o per colpi d’artiglieria (26.000). Senza contare ovviamente le centinaia di migliaia di persone all’interno di città sotto assedio che rischiano di morire di fame o disidratazione.

In sostanza, del totale dei rifugiati arrivati in Europa e in particolare in Italia negli ultimi due anni solo una minoranza difficilmente quantificabile (ma non preponderante) sta scappando dall’estremismo islamico. Questo certo non significa che tutti gli altri rifugiati siano potenziali terroristi o estremisti, ma risulterà nondimeno difficile trovare, nell’ideale lotta contro l’Isis, un nucleo compatto di “alleati” all’interno di una massa di persone spinte a emigrare dalle più disparate ragioni economiche e geopolitiche.

Chiaramente, la strada più auspicabile rimane quella del dialogo e del confronto interculturale, in una prospettiva di coesistenza possibilmente pacifica con masse di esseri umani destinate, che ci piaccia o no, a cambiare per sempre il volto del nostro continente.

Ma, per iniziare questo dialogo, bisogna innanzitutto capire da dove proviene il nostro interlocutore.

FONTI:

UNHCR, Limesgiornalettismo.com, west-info.eu, today.it, corrieredellemigrazioni.it, Cir-Onlussmartweek.it, integrazionemigranti.gov.it, europinione.it, greenreport.it, huffingtonpost.itbbc.com, theguardian.com

Parole in libertà

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Grande bulimia di cordoglio e rabbia sui Social dopo l’ennesimo attentato terroristico che ha sconvolto la Francia e Parigi in particolare. Gente che non sa neanche cosa significhi “Stato Islamico” esprime livore contro i musulmani, altri si risvegliano da una granitica superficialità per elargire pietà per le vittime e le vite spezzate, preoccupazione per l’attacco contro i valori e la cultura occidentale.

Libero esce con il titolo Bastardi Islamici, gli altri giornali sottolineano le nazionalità siriane ed egiziane dei passaporti trovati accanto ai corpi degli attentatori. Il messaggio che passa per la maggiore è questo: i musulmani ci invadono, ci fanno gli attentati, ci uccidono, vogliono distruggere il nostro sistema culturale libero, democratico e pacifico, per instaurare il loro, medievale e sottosviluppato, con il sangue e gli attacchi kamikaze.

Pur ammettendo che possa essere così, detto ciò, ad oggi, chi sta veramente fronteggiando l’Isis? Con i fatti dico, sul campo, non con qualche raid aereo dimostrativo ed innocuo per beoti che guardano talk show impacchettati, non con le chiacchiere di qualche pupazzo leccaculo mediatico o con i dati statistici preparati da qualche agenzia pagata per far uscire appunto statistiche favorevoli a chi le ha commissionate. Lo aggredisce Obama? La Nato? Non mi pare proprio.

Lo Stato Islamico al momento lo combattono sul campo, seriamente, faccia a faccia,  oltre ai Curdi, l’esercito siriano di Assad (nostro nemico), Hezbollah (nostro nemico), forze di terra dell’Iran (nostro nemico), ciò che rimane del Free Syrian Army e l’esercito Iraqeno. Insomma, musulmani.

Quindi: i curdi combattono contro l’Isis, la Turchia (alleata Nato) combatte contro i curdi. Questi ultimi combattono anche contro Assad che combatte contro l’Isis e contro i ribelli siriani supportati dagli Usa, che a loro volta combattono contro Assad nemico dell’Isis. Poi contro l’Isis interviene Putin in difesa di Assad, bombardando anche i villaggi dei ribelli pro Usa e Nato. Alleati con il mondo occidentale minacciato dallo Stato Islamico, troviamo anche i Sauditi (nostri amici) e il Qatar (nostri amici), che supportano e finanziano, più o meno apertamente, il Califfato.

Detto ciò, al momento, quindi, la stragrande maggioranza degli assassinati e sgozzati dall’Isis sono musulmani, in Siria, in Iraq e Libia.

Solo due giorni fa, due esplosioni rivendicate dai fondamentalisti dello Stato Islamico, causate da quattro attentatori suicidi e  avvenute nella periferia sud di Beirut,  roccaforte del movimento sciita Hezbollah, hanno provocato più di 40 morti e circa 200 feriti. Ovviamente per queste morti nessun cordoglio di rilievo sui social o sui media nazionali ed europei.

Senza entrare, in questa occasione, nel merito geopolitico di una situazione molto complessa e confusa e riguardo al ruolo che lo Stato Islamico sta giocando in tutta questa faccenda che potrebbe tramutarsi in una Danzica al rallentatore, vorrei sottolineare e ricordare agli affranti e tristi indignados dei Social, che l’Isis ammazza soprattutto musulmani.

Sono quasi 50 anni che coabitiamo con atti di terrorismo fondamentalista. Basti ricordare solo gli ultimi sanguinosi attentati in Spagna (un treno fatto saltare con più di duecento morti), in Inghilterra (un assalto alla stazione Victoria e ad un bus), a Parigi  (assalto ad una stazione della metropolitana e strage di Charlie Hebdo). Atti di terrorismo che vengono dimenticati in fretta. Due settimane di facile e sterile indignazione per poi tornarsene avvolti nella routine dell’ovvio ed illusi dal torpore dell’anima e dell’intelligenza, per poi risvegliarsi di soprassalto al rumore di detonazioni sempre più vicine alle proprie case.

Ma questo è quello che accade.

Ed accadrà sempre in quanto abituati a pensare al proprio ombelico per poi gridare impauriti quando lo sentiamo in pericolo.

Soundtrack1:’Mistreated’, Rainbow

Soundtrack2:”I Saw You Shine’, Flipper

Soundtrack3:’Demoni e dei’, Contropotere

Latakia, Ivy Mike e il Casus Belli

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 ” Accettando l’invito ad un incontro faccia a faccia che si terrà a breve, pubblico un altro contributo di

Arik il Rosso:

I cambiamenti fulminei delle condizioni geopolitiche di vaste aree del mondo hanno generato una instabilità negli equilibri geostrategici che si erano consolidati alla fine della “Guerra Fredda”, con la caduta dell’URSS ed il suo successivo salvataggio a suon di dollaroni!!! Tuttavia, in un mondo sempre più “globalizzato” e sempre più interconnesso, ove le condizioni di vita tendono ad un livellamento generale, i rapporti tra Stati cambiano repentinamente. In tal senso, si porti ad esempio come la querelle dell’annessione forzata della Crimea si sia rivelata controproducente all’ascesa della Russia, sia nei rapporti diplomatici e commerciali con l’UE, sia sul fronte dei mercati.

Il 14 luglio scorso a Vienna, USA, Cina, UE e Russia hanno sottoscritto un accordo con cui abolire le sanzioni all’Iran in cambio di una cessazione della ricerca nucleare a scopi militari: “Iran Deal”… Ovviamente Bibi, avendo pienamente ragione, non ha digerito affatto la cosa; sono ben note le intenzioni dell’Iran a riguardo dell’argomento!!! Washington si è rivelata troppo morbida, firmando un accordo ambiguo, che concede troppo spazio di manovra all’Iran per quanto concerne la ricerca nucleare per scopi civili, con sbocchi quasi certi nel campo militare al fine della creazione di un arsenale atomico.

In questa storia s’incunea perfettamente l’azione diplomatica israeliana, gestita con estrema maestria; frapponendosi tra l’unica superpotenza rimasta oggi, gli USA, fautori ad arte della recessione russa ( l’estrazione dell’Ural ha dei costi di gran lunga più elevati rispetto al WTI o allo Shale Oil americano, onde per cui se gli Usa immettono sul mercato cinque volte la domanda di petrolio, come hanno fatto, i prezzi a barile precipitano così in basso che i russi non riuscirebbero neanche a ripagarsi i costi di estrazione, come è successo) e la stessa Russia, ex superpotenza in campo militare ed economico, che non accetta di essere che un semplice elemento di disturbo nel panorama geopolitico mondiale, pur avendo un cospicuo magazzino di spent fuel da riprocessare e con cui ottenere plutonio a basso costo…

Indi per cui il generato “danno” nei confronti di Israele da parte degli USA, in quanto firmatari dell’Iran Deal, ha dato vita ad una compensazione nei confronti di IDF che si potrebbe esprimere sotto forma di elenco: nuovi F35, aerocisterne KC46 Pegasus, convertiplani V22 Osprey e ulteriori sistemi d’arma fin’ora mai esportati dagli Usa, vedi F22 Raptor.

Contemporaneamente, l’appoggio della Russia sotto forma di consulenza militare al governo laico siriano del presidente Assad, ha generato un ulteriore “danno” nei confronti di Gerusalemme; non ci si dimentichi che la Siria è ufficialmente in guerra con Israele, che la Russia è la nazione più vicina all’Iran del presidente Rouhani e che in Israele risiedano stabilmente diverse migliaia di cittadini russi con attività commerciali ben avviate… Siccome a casa mia chi “ Rompe” poi deve pagare e tenersi i cocci, i “ Danni” devono essere risarciti: da qui la decisione della Russia di “agire in Medio Oriente in maniera responsabile, per garantire la sicurezza dello Stato ebraico ed evitare di mettere in pericolo le forze russe dispiegate nella zona, in caso di interventi non necessari da parte delle forze di difesa israeliane”.

Dopo l’incontro con Putin, la delegazione israeliana composta da Bibi, dal comandante del Mossad e dal comandante delle IDF, non ha mancato di “Riferire con dovizia di dettagli all’amministrazione USA, perché i nostri legami con gli Stati Uniti sono di importanza straordinaria”… Come rifarsi l’intero arsenale “yankees” senza spendere un solo shekel e contemporaneamente sfruttare i “mugiki” come guardiani dei “vestaglioni”…

Come avevo anticipato in “Daesh, i Protocolli di Sion e l’arte di ingannare l’avversario”, ciò che è potrebbe non apparire e ciò che appare potrebbe non essere… Per quanto riguarda poi le B61-12 nel Palatinato, rimane un problema di virilità tra Goyim. Per me, adesso, è giunto il mese della meditazione e dell’ espiazione.

Arik il Rosso

Andare al Family Day e lamentarsi per i cristiani in Siria

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In buona sostanza è accaduto questo: sabato scorso un numero imprecisato di persone (c’è chi dice addirittura un milione) si è dato convegno a Roma, in Piazza San Giovanni, per sancire il principio in base al quale prima di consentire ad alcuni individui di fare qualcosa che riguarda esclusivamente se stessi occorrerebbe procedere al computo numerico di coloro che quella cosa, per se stessi, non la farebbero, e una volta completato il conteggio decidere se concedere ai primi il permesso richiesto sulla base della numerosità dei secondi.
Questo, a quanto pare, è il concetto che ha ispirato il “Family Day”: poiché la cosiddetta “famiglia tradizionale” è maggioritaria, al punto da poter essere considerata un elemento culturale fondante del nostro paese, ad essa (o meglio, ad una porzione imprecisata, ancorché consistente, di coloro che la incarnano) deve essere concessa l’ultima parola sulla possibilità di introdurre nell’ordinamento modelli di famiglia ad essa alternativi; di tal che, di fronte ad un loro diniego, le istituzioni dovrebbero regolarsi di conseguenza e ritirare senza indugio eventuali progetti legislativi “non conformi”, sulla scorta della considerazione che assecondarli equivarrebbe a danneggiare le “radici culturali” del nostro paese.
Diciamoci la verità: è un principio interessantissimo.
Al punto che verrebbe da domandarsi, tanto per fare un esempio, se ed in quale misura esso sia diverso da quello in gran voga in certi paesi nei quali è diffusa in misura maggioritaria l’adesione ad una religione diversa dal cristianesimo, i cui governi, con l’entusiastico appoggio dei cittadini, hanno l’allegra abitudine di prendersela coi cristiani, sostenendo che concedere loro la possibilità di professare liberamente il credo che si sono scelti mina alle fondamenta la cultura di quel paese, mettendone in serio pericolo l’identità; e dopo essersi risposti che effettivamente si tratta del medesimo principio prendere un attimo da parte gli amici del Family Day e chiedere loro se si rendano conto che con le loro manifestazioni di oceanica protesta stanno legittimando l’atteggiamento contro cui loro stessi si scagliano, una volta riposti i passeggini da manifestazione e tornati alla vita di tutti i giorni, quando leggono sul giornale che in Siria i loro colleghi di religione se la passano male semplicemente perché sono meno degli altri e non si conformano alle loro “radici culturali”.
Ecco, solo questo: domandarglielo.
E poi restarsene là, in silenzio, a goderseli mentre balbettano qualcosa. Aspettando una risposta che non verrà.

Isis, questo sconosciuto

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“La domanda giusta da porsi non è mai: Chi deve governare?, bensì, Come possiamo organizzare le istituzioni politiche per impedire che i governanti cattivi o incompetenti facciano troppo danno?”
Karl R. Popper

  • Intro
  • Sunniti e Sciiti
  • Isis part 1
  • Isis part 2
  • La Grande Israele
  • Conversazione con Haaa Haa
  • Soundtracks

Gli Isis sono stati una band di post metal fondata a Boston nel 1997 e scioltasi nel 2010. Figliocci irregolari dei monumentali Neurosis, attraverso un loro stile pregno di visceralità cangiante e dilatata, riuscivano a mescolare progressive, post rock e sludge metal. Una fusione per molti versi unica nel genere.

Intro 

Per i meno attenti pare opportuno sottolineare che non c’è nessun tipo di legame tra la band bostoniana e lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (Isis), il gruppo islamico sunnita autodefinitosi Stato, protagonista delle cronache mediatiche delle ultime settimane in quanto prossimo ad occupare la capitale dell’Iraq, Baghdad.

Il termine Levante è stato ripreso in quanto collegato al concetto di Grande Siria, l’area cioè del Mediterraneo orientale comprendente Siria, Giordania, Palestina, Libano, Israele e Cipro.

Per i sunniti piu’radicali, infatti, non esistono stati. Esiste solo l’Ummah, ovvero la comunità dei credenti, l’unione di tutti i musulmani che seguono la Sunnah, la consuetudine.

Per questo motivo l’Isis rifiuta nettamente i confini imposti dall’accordo Sykes-Picot, che dopo la prima guerra mondiale ha ridisegnato il medio oriente, in seguito anche alla caduta dell’Impero Ottomano.

Sunniti e Sciiti.

Da secoli è sempre una faccenda di sunniti contro sciiti. (Vedi qui). Entrambi concordano su Allah unico dio, Maometto suo profeta, il Corano come libro sacro ed i cinque pilastri rituali dell’Islam: la testimonianza di fede (الشهادة Shahada), le preghiere rituali (الصلاة Salah o, in lingua persiana, Namāz), l’elemosina croonica  (الزكاة Zakat), il digiuno durante il mese di Ramadan (الصوم Ṣawm o Siyam), il pellegrinaggio a La Mecca almeno una volta nella vita per tutti quelli che siano in grado di affrontarlo (الحج Hajj).

La divisione ebbe origine in seguito alla morte di Maometto, nel 632 d.C., con la contesa per l’eredità religiosa e politica tra Abu Bakr, amico e padre della moglie di Maometto, ed Alì, cugino e genero del Profeta.  Devoti alla tradizione, per i sunniti l’eredità e la guida dell’Islam spettano a coloro che seguono gli insegnamenti di Maometto, senza particolari legami di sangue. Per gli sciiti, invece, il successore di Maometto deve essere necessariamente un consanguineo del Profeta.

Per i primi quindi, il successore doveva essere eletto da e tra l’aristocrazia locale assumendo il ruolo di califfo. Per i secondi, al contrario, l’eredità religiosa e politica del profeta spettavano alla figlia Fatima ed a suo marito Ali, cugino dello stesso Maometto.

Un’ altra importante differenza riguarda la considerazione del clero: per i sunniti gli imam, persone con una profonda fede e altamente preparati sui testi sacri, si basano molto sugli insegnamenti e sulla pratica del profeta. Per gli sciiti gli ayatollah sono gli unici interpreti del Corano, ispirati direttamente da Allah.

Il termine «imam» è importante per comprendere le differenze dottrinali tra sunniti e sciiti. Tutti i musulmani usano questa parola per indicare la «guida della preghiera», chi conduce la congregazione nel culto. Ma la maggior parte degli sciiti, specialmente quelli che appartengono alla Ithna-‘Ashari – i duodecimani, il più grande gruppo all’interno dello sciismo e religione di Stato in Iran, usano il termine imam in un senso più ristretto, per riferirsi al legittimo leader spirituale dell’intera Ummah. (Vedi qui)

I paesi ad egemonia sunnita sono: Arabia saudita, paesi del Golfo, Egitto, Giordania, Turchia. Quelli sciita: Iran, Iraq, Siria, Libano.

I sunniti sono maggioranza tra i fedeli, maggioranza nel Sud-Est asiatico, in Africa e in gran parte del mondo arabo, mentre gli sciiti sono considerati una percentuale variabile tra il 10 e il 15% del totale dei musulmani. Vi è una maggioranza sciita in pochi paesi, per lo più concentrati in una mezzaluna che abbraccia l’area del Golfo Persico estendendosi fino al Caucaso e al Mediterraneo: Iran, Iraq, Libano e Azerbaijan. Il paese con più sciiti al mondo dopo l’Iran è il Pakistan.

Isis part 1

Come al-Qaida e molti altri gruppi jihadisti odierni, l’Isis emerge dall’ideologia dei Fratelli Musulmani, la prima organizzazione islamista al mondo fondata nel 1928 in Egitto.

La figura di Abu Musab al-Zarqawi è decisiva e fondamentale per la nascita e l’origine dell’Isis. Il gruppo si forma nel 2004 con al-Zarqawi come leader con la sigla ‘Organizzazione del Monoteismo e della Jihad’, JTJ. Nell’ottobre del 2004 giurano fedeltà ad Osama bin Laden e cambiano denominazione in ‘Organizzazione della Base della jihad nel Paese dei due Fiumi’, conosciuta come Al-Quaeda in Iraq,  AQI.

Ma, a differenza di Bin laden intenzionato a fondare una legione straniera sunnita che avrebbe dovuto difendere i territori abitati dai musulmani dall’occupazione occidentale, Zarqawi perseguiva l’idea di provocare una guerra civile su larga scala e per farlo voleva sfruttare la complicata situazione religiosa dell’Iraq, paese a maggioranza sciita ma con una minoranza sunnita al potere da molti anni con Saddam Hussein. L’obiettivo di Zarqawi era creare un califfato islamico esclusivamente sunnita.

Al-Zarqawi venne ucciso nel 2006.

Il 13 ottobre del 2006 venne annunciata la fondazione del Dawlat al-ʻIraq al-Islāmīyah, Stato islamico dell’Iraq, ISI.

Venne formato un governo e Abu Abdullah al-Rashid al-Baghdadi divenne l’emiro di ISI, ma  il potere era detenuto di fatto dall’egiziano Abu Ayyub al-Masri.

Al-Baghdadi e al-Masri vennero entrambi uccisi in un’operazione congiunta di Stati uniti e Iraq nell’aprile del 2010. Abu Bakr al-Baghdadi, che prese il potere successivamente, è l’attuale leader di ISIS.

Il 9 aprile 2013, essendosi espanso all’interno della Siria, il gruppo adottò il nome di Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, conosciuto anche come Stato Islamico dell’Iraq e di al-Sham. Il nome viene abbreviato in Isis o Isil. (Vedi qui)

A fine giugno, dopo aver conquistato parte del territorio siriano e parte dellla regione settentrionale dell’Iraq, viene annunciata la fondazione di un nuovo califfato. Abu Bakr a-Baghdadi viene nominato come suo califfo e il gruppo cambia formalmente il suo nome in Stato Islamico.

Dopo aver combattuto in Siria contro le truppe di Assad e dopo aver conquistato una parte di territorio, si sono diretti in Iraq, conquistato le città di Falluja, Ramadi e Mosul, la seconda città irachena. Si avvicinano sempre più ad Erbil, importante città del Kurdistan iracheno. L’ Isis inoltre, attualmente controlla la frontiera con Libano e Giordania.

Il territorio del califfato, al momento si estende dal governatorato di al Anbar, nell’ovest dell’Iraq, al confine con Giordania, Siria e Arabia Saudita, fino alla provincia di Dyala a est, poco lontano dal confine con l’Iran. E prosegue in Siria, passando per basi strategiche come ar Raqqah, strappata ai jihadisti ed ex alleati di al Nusrah e arrivando a nord di Aleppo e a est di Homs.

Il budget stimato dell’ Isis ammonta a due miliardi di dollari. Nella primavera del 2013, più della metà dei membri di Al Nusrah hanno giurato fedeltà al nuovo Isis e al suo leader Al Baghdadi, portandosi con sé armi, equipaggiamento e fondi raccolti nei due anni precedenti. La galassia di organizzazioni salafite cresciute sotto l’egida di finanziatori siriani esuli, qatarini e sauditi è poi in gran parte confluita nel nuovo Califfato. L’autofinanziamento è imposto alle popolazioni locali, attraverso un sistema di riscossione di imposte tradizionali islamiche, riscatti e confische. A Mosul, ad esempio, tutte le case dei cristiani sono state sequestrate e sono ora parte del patrimonio del Califfato. I loro abitanti, costretti in fretta e furia alla fuga, devono pagare un riscatto per poter rientrare in possesso dei loro beni e tornare a vivere nelle loro case. Ma nella stragrande maggioranza dei casi non ci rientrano proprio per non vivere sotto la “protezione” di un Califfo che li vuole “convertiti o morti”. Introiti arrivano anche da attività criminali quali rapimenti, commercio di armi e di merce di contrabbando in tutto il Medio Oriente. La sola conquista della banca centrale di Mosul è fruttata all’Isis 425 milioni di dollari. I profughi yezidi e cristiani che fuggono verso il Kurdistan sono sistematicamente fermati ai posti di blocco e depredati di tutto, dall’auto ai beni personali. L’isis inoltre ha cominciato a vendere l’elettricità al governo siriano a cui aveva precedentemente conquistato le centrali elettriche. Ha altresì messo in piedi un sistema per esportare il petrolio siriano conquistato durante le offensive militari. (12)

I soldati del neocaliffato sono dotati di armi sofisticate, anche carri armati americani Abrams, abbandonati dall’esercito iracheno in piena disintegrazione.

L’Isis segue un’interpretazione estremamente anti-occidentale dell’Islam. Promuove la violenza religiosa e considera coloro che non concordano con la sua interpretazione come infedeli e apostati e mira a fondare uno stato islamista orientato al salafismo in Iraq, Siria e altre parti del levante.

L’ideologia di Isis trae origine dalla branca dell’islam moderno che mira a ritornare ai primi giorni dell’islam, rifiutando le “innovazioni” più recenti nella religione che sono ritenute responsabili della corruzione del suo spirito originario.

L’obiettivo è quello di strutturare un califfato islamico come governo politico sovranazionale e la shari’ah come legge fondamentale dello Stato. Il termine califfato si riferisce al sistema di governo adottato dal primissimo Islam, il giorno stesso della morte di Maometto e intende rappresentare l’unità politica dei musulmani, la Ummah.

Isis part 2

Queimada è un film del 1969 diretto da Gillo Pontecorvo.

La trama, per certi versi e secondo diverse ricostruzioni, sembra essere stata presa a modello per la creazione del neo califfato islamico. “Queimada è un’isola immaginaria dell’arcipelago delle Antille, da diversi secoli sottoposta alla dominazione politica ed economica del Portogallo. La corona britannica, interessata ad ampliare i propri commerci nella zona, appoggia la causa d’indipendenza della ricca borghesia dell’isola ed invia William Walker, un agente inglese sotto copertura diplomatica incaricato di fomentare la rivoluzione borghese a Queimada. Questi è un uomo pragmatico e intelligente, e riesce a coinvolgere nella rivoluzione anche gli schiavi neri dell’isola, servendosi della leadership di un uomo molto carismatico tra i diseredati di Queimada, José Dolores che lo stesso Walker si è incaricato di indottrinare ideologicamente.

La rivoluzione borghese avrà successo e nell’isola s’instaurerà il debole e incapace governo borghese di Teddy Sanchez. Quando il giovane rivoluzionario José Dolores infiammerà ancora una volta la sua gente per chiedere l’indipendenza economica dall’Inghilterra e l’uguaglianza di tutti gli uomini, sarà ancora Walker, ormai disilluso, l’incaricato di fermare questa nuova rivolta che sarà domata con l’intervento diretto dei cannoni e delle truppe inglesi che bruciando le piantagioni di canna da zucchero faranno uscire allo scoperto i rivoltosi. Ancora una volta l’isola sarà bruciata come dice il suo nome in portoghese: queimada.”

Il vero nome del califfo Abu Bakr al-Baghdadi è “Shimon Elliott”, di genitori ebrei. Il suo nome falso invece è Ibrahim ibn Awad ibn Ibrahim Al Al Badri Arradoui Hoseini.

Secondo il sito americano Veterans Today, al Baghdadi sarebbe stato scelto dall’intelligence israeliana per portare a termine un piano dei servizi americani, israeliani e britannici. Prelevato nel 2004, è stato in custodia per 4 anni  a Camp Bucca nel sud dell’Iraq dove fu sottoposto ad un massiccio indottrinamento politico-religioso-militare. Ha partecipato a varie riunioni con il senatore statunitense Mc Cain. (1, 2,3, 4, 5)

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Secondo alcune ricostruzioni, l’Isis sarebbe stato inventato dagli Stati Uniti con l’aiuto di Israele, Turchia ed intelligence britannico, finanziato ad intermittenza dal Qatar, con lo scopo di fomentare un ‘caos creativo’ favorevole alle varie occasioni di destabilizzazione/stabilizzante dell’area siriana/irachena. In primis, attraverso l’Isis gli Usa possono indirettamente continuare la guerra contro la Siria, ma dall’Iraq. Per Obama obiettivo principale è far cadere il governo iracheno sciita filo-iraniano di al-Maliqi e stabilire un cuscinetto tra Iran e Siria. In questo modo dovrebbe insediarsi un nuovo governo fantoccio favorevole ad accettare batterie di missili antiaerei Usa sul suolo iracheno, consentire agli Stati Uniti di bloccare gli aerei che riforniscono la Siria, far cessare ogni assistenza al governo siriano.

Il mirino sembrerebbe puntato sul controllo degli enormi giacimenti di gas al largo delle coste di Siria, Libano e Cipro e relativi oleodotti conseguenti.

Il gas naturale sarà la fissazione geomilitare dei prossimi 25 anni.

Il tutto in chiave di un lento accerchiamento dell’Iran.

Superando le ingenuità conseguenti alla passiva ed idiota dipendenza/sudditanza dall’ufficialità politica/mediatica, ed aggirando forzature complottistiche varie ed abitudinarie, si potrebbe delineare l’ Isis come il prodotto delle prime infiltrazioni di al Qaida, la cui programmazione s’è deteriorata e sfuggita al controllo originario. Nel quadro geopolitico attuale è logico che verrà sfruttato indirettamente ed annientato al momento decisivo, anche perchè grosse sono le opportunità di conquista ed avanzate territoriali che si stanno innescando attualmente in medio oriente.

La grande Israele

Secondo Edward Snowden, l’ex dipendente di Us National Security Agency (NSA)da prendere con le dovute precauzioni in quanto lavorando e parlando dalla Russia ha tutto l’interesse a diffondere disinformazione su Usa & co, l’Isis rappresenterebbe lo strumento iniziale di un piano ben preciso ed a lungo periodo: la creazione della Grande Israele.

Potrebbe accadere che a 68 anni dalla nascita dello stato ebraico, ad affermarsi sarebbe la prospettiva revisionista di Jabotinsky, quella che cioè affida a Israele una sorta di ruolo “messianico”, da popolo eletto; un’ idea per cui a essere centrale è “Eretz Israel”, la sacra Terra d’Israele, piuttosto che “Medinat Israel”, lo Stato d’Israele.

La Grande Israele biblica, che si estende dalla Valle del Nilo all’Eufrate. diventerebbe uno Stato che andrebbe dal Sinai Egiziano, passando per la Giordania, il nord dell’Arabia Saudita, il Libano, parte dell’Iraq e della Siria e la Palestina.

Questo piano strategico prevederebbe innanzitutto la balcanizzazione fratturante degli stati arabi circostanti in stati più piccoli e più deboli, con lo scopo finale della superiorità regionale israeliana.

Secondo vari analisti l’Iraq è stato delineato come il fulcro per tale balcanizzazione del Medio Oriente e del mondo arabo.

L’obbiettivo piu’ importante sarebbe la divisione dell’Iraq in uno stato curdo e due stati arabi, uno per i musulmani sciiti e l’altro per i musulmani sunniti.

Nel contesto attuale, con l’Egitto nel caos, Iraq e Siria sotto la conquista dei jihadisti islamici dell’Isis, Giordania, Libano e Arabia Saudita che sono nel loro mirino, io se fossi in Israele ne approfitterei.

L a guerra in Iraq, la guerra del 2006 in Libano, la guerra 2011 sulla Libia, la guerra in corso in Siria, il processo di cambiamento in Egitto, si innesterebbero a perfezione in tale progetto a livello embrionale.

Nella sua analisi Israel hopes to colonize parts of Iraq as ‘Greater Israel’del 2009, Wayne Madsen, delinea l’oculata operazione espansionistica israeliana che rappresenterebbe una ripetizione del processo di espulsione della popolazione autoctona palestinese dal suo territorio nel periodo del mandato Britannico, prima e dopo della seconda Guerra Mondiale, e l’installazione di comunità israeliane in quei luoghi.

Riportiamo alcuni passaggi dell’articolo:

“E’ noto che gli espansionisti israeliani vorrebbero assumere il controllo totale della Cisgiordania, della Striscia di Gaza, delle alture del Golan (in territorio siriano) ed espandersi nel Sud del Libano, ma ora paiono aver preso di mira anche una porzione dell’Iraq, considerata parte della “Grande Israele” biblica.(…)

(…) Secondo fonti turche gli Israeliani stanno lavorando segretamente con il Governo Regionale Kurdo (GRK) per realizzare l’integrazione dei kurdi e di altri ebrei nelle aree dell’Iraq controllate dal GRK stesso.

(…)Kurdi, iracheni sunniti e turkmeni hanno notato che i kurdi israeliani hanno cominciato a comprare terre nel Kurdistan iracheno – considerato storicamente “proprietà” ebraica – dopo l’invasione statunitense del 2003.

(…)Gli israeliani sono particolarmente interessati ai santuari del profeta ebreo Nahum, che si trova ad al-Qush, a quello del profeta Giona, che si trova a Mossul e alla tomba del profeta Daniele, a Kirkuk. Gli israeliani stanno anche cercando di rivendicare “proprietà” ebraiche al di fuori della regione curda, fra di esse il santuario di Ezechiele, nel villaggio di al-Kifl, in provincia di Babele, vicino a Najaf e la tomba di Ezra, ad al-Uzayr, nella provincia di Misan, vicino a Bassora, entrambi nel Sud dell’Iraq, in territorio sciita. Gli espansionisti israeliani considerano queste tombe e questi santuari parte della “Grande Israele”, alla stregua di Gerusalemme e della Cisgiordania, che loro chiamano Giudea e Samaria. (…)

Gli attacchi degli israeliani e dei loro alleati sono normalmente attribuiti ad “al-Qaeda” e ad altri gruppi della “jihad islamica”.

Lo scopo ultimo di Israele è scacciare la popolazione cristiana di Mossul e dintorni e rivendicare quelle terre come territori biblici appartenenti alla “Grande Israele”. L’operazione israelo/cristiano-sionista è una riedizione dello spopolamento della Palestina al tempo del mandato britannico, dopo la seconda guerra mondiale. (…)”

Dall’inizio dell’occupazione dell’Iraq, nel 2003, sempre secondo Madsen, il Mossad ha preparato i quadri delle milizie curde, i Peshmerga, e dei partiti curdi per alimentare l’indipendenza del Kurdistan rispetto all’Iraq e per far sloggiare gli arabi della zona che risiedono nel Kurdistan iracheno.

La maggiorparte degli analisti ritengono che i dirigenti israeliani abbiano abbandonato questo progetto.

Conversazione con Haaa Haa

Mi confermi che l’Isis e’ una creatura Usa/Mossad che viene utilizzata per soppiantare i fronti politici e militari filo-iraniani in tutto l’arco d’influenza di Teheran e gli Hezbollah lungo il Mediterraneo?

E’ una coincidenza fortuita che l ’ISIS abbia iniziato ad attaccare il Libano proprio quando Israele è in guerra con Gaza e rischia un attacco dal nord da parte dei Libanesi?

Poi, altra considerazione. Dopo gli accordi di Oslo, i palestinesi non contano un cazzo in quanto popolazione. Sono superflui: oppressi ma non sfruttati, dominati ma non necessari. Hanno bisogno di Israele per tutto (cibo, risorse, acqua, energia elettrica) Israele mantiene la Striscia di Gaza e la Cisgiordania come mercati chiusi dove scaricare i suoi stessi prodotti senza che i palestinesi possano avere alcun strumento per determinare un proprio sviluppo economico e politico. Pare sempre piu’ evidente una politica militare di esclusione dei palestinesi dalla Palestina portando all’ eventuale annessione sia della Cisgiordania che di Gaza allo Stato di Israele. Un Palestina depalestinizzata con i palestinesi prossimi a diventare una riserva indiana tipo i pellerossa in america.

Sicuro che non ci sarà una cruenta fase due del conflitto, tipo a settembre/ottobre?

Richiederà mesi di combattimenti, durante i quali la Striscia sarà attaccata quartiere per quartiere, con un prezzo elevatissimo in vite umane sia di soldati delle forze armate israeliane che di civili palestinesi.

Il ruolo dell’Egitto mi sembra decisivo. La cacciata di Morsi ed il giro di vite contro il movimento islamico non ha solamente lasciato Hamas senza un alleato chiave regionale. La smobilitazione, repressione e disarticolazione della rivoluzione da parte dell’esercito e delle elite egiziane hanno anche lasciato i palestinesi senza il sostegno popolare egiziano di cui hanno bisogno per resistere e fronteggiare l’occupazione israeliana. Il regime egiziano, di conseguenza, ha avuto mano libera per soffocare Gaza quanto voleva, sia economicamente che geograficamente, contribuendo a bloccare il suo accesso al mondo esterno.

Poi Arabia. Il più grande sostenitore di Israele nella regione rimane l’Arabia Saudita. Incatenata all’alleanza con gli Stati Uniti, l’Arabia Saudita vede Israele come una risorsa nella sua lotta regionale non solo contro il nazionalismo arabo, ma anche contro l’attuale aumento del potere iraniano e sciita nella regione.

Infine rimango spettatore autistico della ‘stranezza Qatar ‘,che appoggia Hamas, ma compra 11 miliardi di dollari di armi dagli Stati Uniti ed ospita la più grande base militare statunitense nella regione. Recentemente gli Emirati Arabi, il Bahrain e l’Arabia Saudita hanno ritirato i propri ambasciatori dal Qatar perché questo ha infranto la clausola di non ingerenza negli affari interni dei paesi arabi, finanziando la Fratellanza Musulmana, Hamas, i jihadisti dell’Isis e le milizie islamiche in Libia.

“Platano, per tutto ciò che riguarda Isis non non mi esprimo… !!! … La storia della grande Israele è una cazzata mediatica; vedila così: Piu’ questi mussulmani si ammazzano tra loro meno rompono il cazzo allo stato d’Israele… Ti faccio un esempio… Se per caso una milizia sunnita ufficialmente finanziata da un emirato vicino noto per ospitare leader di organizzazioni jihadiste o movimenti di resistenza, comincia a scontrarsi e a destabilizzare vari scenari politici a gestione sciita, magari pseudoregimi che mirano ad ottenere una deterrenza atomica; non vedo perché uno o molteplici stati, che vogliano vivere in santa pace senza rompimenti di scatola religiosi, non debbano approfittare di questa situazione…

Ti ricordi quale era l’assunto iniziale di tutto??? Se per caso L’iran dovesse raggiungere una nuclear nuke capability, quali sono gli stati, o meglio i califfati e gli emirati, che avrebbero da perderci ??? A chi conviene di più avere una regione destabilizzata a livello politico in cui incuneare un elemento a forte connotazione diversiva??? E questi ultimi, pur avendo ingenti capitali con cui finanziare, hanno la capacità organizzativa, tecnica e logistica per portare avanti questo progetto???

Accantoniamo volutamente, da parte mia, il capitolo isis & co, tornando alla questione Gaza…. Hamas e’ un movimento terroristico che ha esaurito la propria spinta propulsiva, e’ stato, in più riprese soppiantato da elementi jihadisti che, come un animale feroce ferito mortalmente che prima di esalare l’ultimo respiro cerca di azzannare inutilmente il suo uccisore , ormai l’unica chance che gli rimane per sopravvivere politicamente e’ disarmare le sue brigate e accettate di far gestire la striscia all’anp di mazen!!! Prima lo capiscono e meglio e’!!! Ormai l’hamas non conta piu’ niente per ciò che riguarda la gestione dell’affaire stato palestinese!!! E lo sa bene….”

Secondo te quindi non ci sara’ una fase due da parte di Israele per risolvere la questione una volta per tutte?

“Non credo !!!! Queste cose non si fanno mai sotto i riflettori!!! Adesso bisogna vedere se hamas accetterà di smilitarizzare le sue brigate armate senza alcun tipo di mentalità tattica e ancor meno strategica, per rimettersi nelle mani dell’anp… Un capitolo a parte sarà la liquidazione dei gruppi jihadisti, concorrenti della stessa hamas… Li bisognerà applicare altri tipi di tattiche a basso impatto, low profile… E come ben sai, in questo campo, Israele è all’avanguardia!!!! D’altronde non dobbiamo dimenticare che si ha a che fare con terroristi che si fanno scudo di donne e bambini e di civili in genere, gente che non  combatte vis a vis ma che è capace solo di nascondersi in tunnel…. Vedremo Vedremo ….”

Soundtrack1:’A sun that never sets’, Neurosis

Soundtrack2:’So did we’, Isis 

Soundtrack3 :’Parabola’, Tool

Soundtrack4:’Frankie Teardrop’, Suicide

Soundtrack5:’Up against the wall’, The icarus line

Soundtrack6:’Il seno’, Edda

Soundtrack7:’Domina’, Ritmo tribale 

Soundtrack8:’Watchfire’, Neurosis

 

 

 

Miss Sarajevo

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Io invece credo sia giusto ricordare che l’assedio di Sarajevo è durato quasi quattro anni e che un bombardamento di trenta giorni della Nato sulle postazioni serbo-bosniache che martoriavano la città ci fu solo dopo la strage del 28 agosto ’95. Solo così furono salvati molti civili e solo così fu poi possibile costringere Milosevic a firmare il parziale accordo di Pace di Dayton. Senza avere indebolito l’esercito di Milosevic, quella pace, per quanto precaria, non sarebbe stata possibile.

Faccio mie queste considerazioni che il radicale Matteo Mecacci ha usato in una lettera destinata ad Emma Bonino, per argomentare l’opportunità di un intervento armato in Siria.

Pur non condividendone le conclusioni, è un buono spunto per chiedere a chi si dichiara contro la guerra “senza se e senza ma”, se ritengono ad esempio che in Bosnia sia stato giusto aspettare così tanto per intervenire. Se sia stato giusto mandare i caschi blu, ma solo come spettatori in prima fila a Srebrenica. Se le immagini dei campi di prigionia e le notizie degli stupri e delle esecuzioni di massa (tante e tutte troppo documentate per non essere considerate attendibili), consentissero sonni tranquilli.

La guerra fa schifo, senza se e senza ma, tuttavia a volte sembra essere una risposta più concreta ed efficace che provare a convincere gente del calibro di Milosevic con canzoni tipo quella del titolo, oppure (o mio Dio) “Il mio nome è mai più”.

Obama, il Nobel e il pacifismo pret a porter

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Insomma, succede che un dittatore, uno come ce ne sono tanti in giro, un giorno decide di reprimere le contestazioni con la forza, colpendo la popolazione civile, contestatori e non. Cominciano allora in Occidente le lacrime, le sbrodolate di appelli, le foto di bambini dilaniati, la conta delle migliaia di morti. Per l’amor del cielo, tra quei morti ci saranno anche inividui poco raccomandabili, gente pronta a rovesciare un regime per metterne su un altro ancora piu’ terribile (vedi la misera fina delle primavere arabe). Ma di sicuro il fatto che questi non siano la versione siriana del Mahatma Gandhi non giustifica che vengano trucidati. Allora il presidente della piu’ grande democrazia del mondo aspetta, sperando che sia possibile una mediazione senza un intervento militare. Le speranze muoiono ben presto. Il regime rifiuta la mediazione e comincia a usare armi chimiche sui ribelli. A qualcuno non e’ chiaro perche’ ammazzare con le armi chimiche sia peggio di ammazzare con le armi normali. Non sanno che l’utilizzo di armi chimiche mette il regime dalla parte del torto a prescindere, il che fa una bella differenza quando se ne discute all’ONU? In ogni caso, il presidente della piu’ grande democrazia in circolazione, quella per intenderci che ci salverebbe il culo in caso di necessita’, comincia a ventilare un intervento in Siria. Apriti cielo, i pacifisti pret a porter cominciano a strapparsi le vesti, accusando la solita America di voler conquistare il mondo. Notare che molti sono gli stessi che postavano foto di bambini dilaniati e contavano i morti.

Ma allora, cari amici che la-guerra-e’-brutta-sempre, mi spiegate che volete da Obama? Se non fa nulla, e’ uno stronzo perche’ non interviene in Siria (magari dicendo che non lo fa perche’ la Siria non ha petrolio). Se comincia a pensare di fare qualche cosa, e’ uno stronzo premio Nobel per la pace guarrafondaio (come se la pace si ottenesse sempre senza fare prima una guerra e il premio Nobel fosse un premio all’antimilitarismo). Cari amici pacifisti, se siete tanto bravi, convincete voi Assad a fare l’amore e non fare la guerra.

Io, non ho problemi ad ammeterlo, non lo so cosa bisognerebbe fare per la Siria. Non sono sicura che l’intervento sia la soluzione migliore, specialmente se gli Stati Uniti non sono disposti ad invadere ma solo a bombardare. Ma dei pacifisti pret a porter che criticano gli Stati Uniti a prescindere, sia che intervengano che non intervengano, ne farei volentieri a meno.

Estremamente semplice! (reading list per confonderci le idee sulla Siria)

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Uno passa giorni a tentare di raccapezzarsi sulla situazione siriana, a comprendere le parti in gioco, a riannodare i fili, a capire come la cosiddetta primavera araba sia diventata – in Siria – guerra civile prima, massacro di civili poi, minaccia di guerra totale oggi.

Poi vai sul blog di Beppe Grillo, averci pensato prima!, e scopri che “la situazione invece è estremamente semplice“.

Apposto, okay: sono il solito imbecille.

Dice “è la televisione che ci confonde le idee” quando sarebbe tutto chiarissimo: io in TV guardo solo Gambero Rosso Channel, per il resto mi informo sul web ma ho le idee confuse lo stesso, deve essere per via delle ricette di Giorgione che d”estate in effetti buttano pesante.

Insomma sto Mario Albanesi che firma il post te la dice dritta, senza indugiare in fatti storici e fonti bibliografiche:

Quale interesse avrebbe avuto il governo siriano ad ammazzare civili, se non guadagnarsi impopolarità? Quindi sono stati gli Stati Uniti a fornire ai tagliagole questo gas letale.

Elementare, Watson.

Che poi quando quelli (gli ammerigani) dicono “abbiamo le prove” in effetti non è che proprio uno dovrebbe fidarsi, visto che di tutti i colori pur di andare a piantare una bella guerra in Iraq.

La prima a saperlo è proprio il ministro della Difesa Emma Bonino, alla quale è stata somministrata alla nausea la fondamentale inchiesta di Marco Pannella su quella che ormai è indubbiamente la menzogna del decennio.

E” anche per questo che possiamo contare sul fatto che i piedi della Farnesina sono piombati, come emerge dalle dichiarazioni del ministro che spiazzano il fronte pacifista sempre pronto a rinfacciarle il sostegno all”intervento in Kosovo. Stavolta non ci muoveremo senza l”ONU, assicura la Bonino.

Però laggiù in Siria la situazione è bruttina da mo”, a parte il gas nervino dello scorso weekend, al punto che qualche commentatore azzarda la domanda “perchè solo adesso” quando a giugno si contavano già 100.000 morti nel conflitto civile.

Quindi quale interesse potrebbe avere il governo siriano ( Hezbollah, ricordiamo) ad ammazzare un po” in giro non è così oscuro, che poi magari se non fosse stato il governo ma si trattasse di paglia sul fuoco buttata dagli stessi ribelli, il fuoco resta, è lì, e semmai è troppo che facciamo finta che non ci sia.

Il punto è capire se e come intervenire, e toglierci il dubbio che qualsiasi soluzione sia sbagliata, se ci riusciamo (anche quella di restare a guardare come abbiamo fatto finora, la Storia ci perdoni).

Certo è tutto più facile, col passpartout del complottismo alla Grillo, anche diventare in pochi minuti – da fini giuristi che eravamo – esperti di geopolitica, ma c”è l”altra cosa a cui servono i blog oltre a dare ricette per una conversazione da bar di sicuro successo, ed è condurci da una domanda a un”altra.

Tanto per cominciare, ecco un paio di cose che potremmo leggere prima di convincerci che le cose siano estremamente semplici.

Poi magari vi convincete lo stesso, in ogni caso ci vediamo al bar:

1. L”america indispensabile (Lucio Caracciolo su Limes)

2. Russia contro America, peggio di prima (AA. VV. su Limes)

3. Syria rebels get libyan weapons (NY Times)

4. Syrian Free Press

5. Who has interest in using chemical weapons in Syria? (People Daily ndr: il giornale di Stato cinese)

6. The dilemma of humanitarian intervention (Council on foreign nations)

7. Le ragioni di Putin (Bernard Guetta su Internazionale)

8. Il live blog di Internazionale

9. Dottor Bashar, Mister Assad (Anna Momigliano su Panorama)

10. La devastazione di Aleppo (Amnesty International)

MORE

11. Middle East”s enemies and allies, visualized in one chart (Chris Kirk su Slate)

12. A Very Busy Man Behind the Syrian Civil War’s Casualty Count (NY Times)

13. Appello della Premio Nobel Mairead Maguire all’Italia: “Non boicottate la pace”

De-Orientalizzare il nostro sguardo sulla Siria e la Turchia

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Orientalismo. Titolo del celeberrimo saggio di Edward Said pubblicato nel 1978. Da Wikipedia: “Utilizzando e rielaborando il pensiero di Gramsci e Foucault tra gli altri, Said mette in luce il carattere di parzialità, quando non mistificatorio o privo di fondamenti oggettivi, contenuti nella nozione di “Oriente”, le sue determinazioni storiche e i suoi presupposti ideologici. L””Oriente” […], non sarebbe il nome di una qualche entità geografica o culturale concretamente determinabile, ma uno strumento utilizzato dalle culture di matrice europea innanzi tutto per poter costruire la propria identità di “Occidente” e, in parallelo, per ingabbiare le cosiddette culture orientali in formule stereotipe e generalizzanti, quando non disumanizzanti.”
Due modeste riflessioni sul nostro ruolo di “spettatori” rispetto a quanto succedendo in Siria e in Turchia.
1.
Partiamo dai nostri vicini più prossimi, i giovani turchi. Non e” questo lo spazio adeguato per analizzare nel dettaglio le ragioni della loro protesta. Ma ci basti immaginare se quanto accade oggi a Istanbul fosse successo in una città italiana. Il primo passo sarebbe stato – ne sono sicuro – , far scrivere a Sofri, a Saviano o a Calabresi un papello lungo così sulla necessità di distinguere i manifestanti pacifici dalle  “poche centinaia di idioti” che egemonizzerebbero le proteste:
“I passamontagna, i sampietrini, le vetrine che vanno in frantumi, sono le solite, vecchie reazioni insopportabili… Poliziotti isolati sbattuti a terra e pestati da manipoli di violenti: è una scena che non deve più accadere.” (Fra” Roberto da Santachiara, La Repubblica, dicembre 2010)
Pretendendo di stabilire una divisione fra buoni e cattivi, salvo poi usare toni ben diversi – ma ugualmente banali – quando si tratta di osservare ciò che avviene in contesti Altri da noi, al di fuori dell”Italia e dell”Unione Europea: “Ogni post, ogni tweet, ogni foto e ogni telecamera difende i manifestanti turchi dalla repressione della polizia autoritaria di Erdoğan. Ogni luce è una resistenza, ogni ombra è un arresto, una tortura, un disperso.”
Ma lasciamo  pure stare la mediocrità” di certi santoni mediatici. In generale si potrebbe ben tracciare una sorta di Teoria dell”Accettazione Democratica, per cui la distanza dai luoghi di rivolta e” direttamente proporzionale alla “democraticita” ” dei rivoltosi.
Come ha spiegato brillantemente lo scrittore Federico Campagna su Facebook, paragonando le critiche ricevute dai NOTAV e la diversa percezione degli scontri per Gezi Park:
“Al di la’ del simile casus belli parco/montagna, la somiglianza principale sta nello scontro tra l”autismo di un governo centrale, che si esprime soprattutto attraverso la sua polizia, e quella che una decade fa si sarebbe chiamata la ‘moltitudine’: ovvero una sezione del corpo sociale che si presenta e rappresenta come il popolo insorgente. Sia in Val di Susa che a Istanbul, l’autorita’ centrale si rapporta militarmente con una ‘moltitudine’ la cui insorgenza non e’ militare (non vogliono fare la rivoluzione), ma essenzialmente riformista (vogliono espandere gli spazi esistenti di democrazia). La cosa buffa e triste, e’ che sono proprio i cosiddetti ‘riformisti’ centro-sinistri italiani (che in realtà non hanno voglia di riformare proprio un bel niente) a dare man forte alla repressione poliziesca dei veri riformisti insorgenti. In Turchia, certo, dietro Erdogan c’e’ anche la palude religiosa che in Egitto si esprime tramite i fratelli musulmani e affini – ma e’ davvero cosi’ diversa dalla palude democristiana che tuttora appesta l’Italia? Le vacche nere restano nere anche di notte.”

Mentre sono gli Altri, in Oriente, a meritarsi una rivolta diffusa e spesso violenta (e la nostra solidarietà virtuale), da questo lato del Mediterraneo il nostro sviluppo economico, la nostra cultura retrospettiva, il nostro essere “Occidente democratico” indurrebbero maggiore diversificazione, riflessione, un”accurata suddivisione delle ragioni della protesta.

Guardando più a fondo nelle nostre piaghe, quello che sta succedendo ad Istanbul è a mio avviso una buona lezione anche per chi di noi e” nato in Meridione. Quante volte ci siamo sentiti dire: “Sì al Sud abbiamo tanti problemi, ma il clima, il cibo e bellezza ci impigriscono, ci rammolliscono?” E in fondo, la povertà endemica è limitata ad alcune zone dimenticate da Dio…

Eppure oggi la città ad essere esplosa e” Istanbul, un megalopoli di strepitosa bellezza che nulla ha da invidiare a Napoli o Palermo, con una cucina fantastica, un clima splendido. E un”economia invidiabile. Le ingiustizie e le disuguaglianze non mancano, ma di certo a Catanzaro, Palermo e Foggia non ci sono meno motivi per scendere in strada e spaccare tutto. Altro che Gezi Park. Il contesto ambientale influenza sicuramente la nostra psicologia e la nostra socialita”, ma non puo” tirato in ballo per de-responsabilizzare l”individuo dalle sue scelte, dal suo coraggio o dalla sua vigliaccheria.

Insomma un buon esercizio per il futuro potrebbe essere quello di non orientalizzarci da soli – per usare il termine reso celebre da Said -, di non giustificare la nostra rinuncia, la nostra depressione politica e la nostra mentalità pezzente tirando nel mezzo il romanticismo e la dolcezza del paesaggio.

2.

A proposito della Siria, sembra invece in funzione l”eterno giocattolo a molla dell”Emergenza Umanitaria: dalla parte dei “ribelli” o del Dittatore? Chissà quando si romperà” questo giocattolino. Si ruppe per qualche tempo durante nel 2003, quando in decine di milioni scesero in piazza contro l”intervento in Iraq – e ugualmente vinsero i falchi, e questo pure dovrebbe far riflettere sull”utilità delle sfilate colorate e pacifiche.

Anche nella scelta semantica si percepisce la rozzezza dello sguardo orientalista: se i ribelli insorgono contro Assad o contro Erdogan sono sintomo di qualche “primavera”. In Occidente, invece, a Londra come a Roma, essi vengono suddivisi in minuziosi compartimenti: ci sono i pacifici e ci sono le minoranze violente, i girotondini e la marcia di Assisi da un lato, gli anarchici e i blac bloc dall”altro etc.

Oggi la Siria e” diventata insieme al Messico il primo fornitore mondiale di orrori immortalati in video. Ogni giorno emergono impietosi filmati in cui i presunti “Ribelli” scaraventano dai tetti degli ospedali donne e bambini, fucilano adolescenti davanti agli occhi dei genitori, praticano cannibalismo alla luce del sole. Cosa a che fare tutto questo Vi potrei allegare qualche link ma le piattaforme in cui scrivo mi bannerebbero per l”eternità”.

Triste pensare che un connazionale sia andato fino in Siria per immolarsi in nome di Maometto anziché di qualche sacrosanto principio socialista o terzinternazionalista. Qui non c”e” spazio per approfondite analisi geopolitiche ma la verità e” che in questa guerra civile – tra le più” schifose che si siano mai viste  – dovremmo rivalutare il nostro ruolo di “osservatori passivi”, con le nostre ansie da “presa di posizione” “- quando non sono annegate nel disinteresse e nella manipolazione totale. L”unica posizione che potremmo prendere, a ben pensarci, e” quella di non prendere posizione.

Chiunque vinca, tra Assad e i “ribelli”, a perdere saranno i siriani e qualunque causa di giustizia per gli oppressi. Toccherebbe a noi privilegiati, nei limiti dei nostri mezzi, auspicare la loro fuga, e per quanto ci riguarda respingere la propaganda strisciante che ci troviamo in casa.

Ancora una volta, acuminare lo sguardo, de-orientalizzarlo, rifiutare il discorso sull” “eccezionalismo” di quanto accade all”Altro e conviverci, piuttosto, che l”Altro potremmo essere noi.

Perché hanno rotto il cazzo

in società by

Leggono Il Fatto Quotidiano, sono dichiaratamente e fieramente antiberlusconiani e conoscono a menadito le carte del processo Ruby. Negli ultimi tempi, quando li chiamano al telefono per i sondaggi politico elettorali, gran parte di loro si affretta a dire che voterà il Movimento 5 Stelle. Perché l’attuale classe (o casta) politica ha rotto il cazzo.

Sono antifascisti, antirazzisti, tendenzialmente di sinistra; gente che non ama i poteri forti ma che vorrebbe uno Stato più presente nelle questioni economiche, un welfare più consistente. Perché le banche hanno rotto il cazzo.

Sono novelli giacobini coi calli sulle dita e i gomiti arrugginiti, che odiano il mercato e inveiscono contro quello sporco capitalista di Oscar Giannino, che misurano il grado di ammissibilità di una dichiarazione a seconda dello schieramento politico. Perché i fascisti come Giannino hanno rotto il cazzo e se le meritano le uova addosso.

Sono democratichini che aggiornano quotidianamente le liste di coloro che hanno il diritto di parola (e che magari parlano pure “bene”) e di quelli che invece devono stare zitti. Sono fan sfegatati dei magistrati romanzieri e pubblicisti alla Ingroia (nelle loro librerie, non a caso, non c’è Sciascia ma Saviano), che puliscono i vetri (quando va bene) con Il Foglio ma che non l’hanno mica mai letto. Non l’hanno mai letto perché ha rotto il cazzo, naturalmente.

Sono quelli che “Piazzale Loreto è stata vera giustizia”, pollastri che commentano l’intervista di Grillo su Israele, Iran e Siria e fanno fare bella figura pure a Capezzone e Cicchitto. Socratici che sposano, senza mai alcuna esitazione, anche se non conoscono l’argomento, l’esatto contrario di ciò che dicono gli avversari, perché è matematico che se una logica c’è, sia sempre all’opposto del loro pensiero (e quindi dalla propria parte).

Ieri erano dipietristi e vendoliani, oggi sono grillini, domani sempre e comunque rivoluzionari da tastiera. Gente che, in tutta sincerità e col cuore liberale in mano, mi ha un po’ rotto il cazzo.

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