un blog canaglia

Tag archive

sinistra

Il contrappasso triste di Roberto Benigni

in politica/società by

Sic transit gloria mundi: anche Roberto Benigni – profeta della sinistra al caviale, colta, illuminata, dotta, la sinistra delle grandi ma piccole cose, dei salotti che si ripetono di non scordarsi degli ultimi, della commiserazione per la deriva morale™ del Paese, è diventato un nemico. Nell’arco di una dichiarazione, da essere la Stella Polare della “resistenza” che il suo humus culturale pensa di vivere e combattere quotidianamente tra un insulto e un’Amaca di Serra, Benigni è stato subissato di offese, insinuazioni e accuse da quell’autoproclamata élite che fino a poco fa lo acclamava sua guida. Ha smesso di alimentare, anche solo per un attimo, la convinzione del suo popolo di essere quello eletto, custode una missione di redenzione e salvataggio del Paese dai propri beceri concittadini. Non sopravviverebbero a tanto, ne sono assuefatti da decine di anni di continua propaganda.

Questa storia – al netto della sgradevole conferma di ciò che già, con preoccupazione, sapevamo – ha il sapore del contrappasso. Per rimanere in tema referendum, lui e altri come lui hanno pasciuto la retorica soffocante della Costituzione intoccabile, inviolabile, perfettissima. Benigni è stato (anzi: è ancora) uno dei ministri che dettano le linee guida di etica ed estetica pubblica: un passo dentro la morale, guardando dentro le mutande di Berlusconi e magnificando le opere di procure e procurette in costante ricerca di un colpevole fino a prova contraria; e un passo dentro l’estetica, tra la stucchevole retorica dell’amore e della poesia, le letture popolari di Dante al popolino che si è scordato da dove veniamo, e “la più bella del mondo”. E adesso, tra un insulto e l’altro dicono che l’ha tradita, la più bella del mondo. Hanno ragione. Il tradimento si è consumato verso quello schema di pensiero che separa la realtà in noi, giusti, e loro, abbietti – ignoranti o in malafede. Se non sei con noi, sei con loro, caro Roberto. Ce lo hai insegnato tu.

Nessuno tocchi Porro

in politica/società by

Non guardo molta tv, tra le altre ragioni perchè non trovo interessanti i talk show, mi annoia la pubblicità, e alla fine se ho tempo libero preferisco impiegarlo in un altro modo.

Capisco però che per molti, per formazione o per il modo in cui occupano le giornate, vi facciano ricorso per informarsi, o per costruirsi una opinione circa le cose del mondo. È così da decenni, e il modo in cui è strutturato Internet da qualche anno a questa parte (ne parla Morcy in un bel post qui, al quale spero avrò il tempo di rispondere) non ha cambiato di molto le cose. Insomma, in qualche modo la televisione ancora conta.

Ora, nella tv di oggi esistono vari personaggi che, in una scala di preferenze che vanno dalla Gabanelli a Paragone, usano lo spazio per propagandare le loro tesi. In entrambi i casi, a mio parere, si tratta quasi sempre di cazzate irrazionali e criminali, di disinformazione e di sensazionalismo, e un direttore editoriale con un minimo di senso della sua professione, di lungimiranza o anche solo di buon gusto chiuderebbe la trasmissione e farebbe un cazziatone ai responsabili. Non è questo, almeno non sempre, il caso degli altri talk show. Che mancano di approfondimento (i tempi televisivi purtroppo quelli sono), di temi interessanti e di ospiti decenti, ma non sono necessariamente delle antenne di propaganda – questo è il caso del programma di Porro, per quanto ho potuto vedere.

Ora, in questi giorni Porro è sotto attacco per aver dato spazio a una serie di ciarlatani intenti a convincere la gente di cose pericolosissime come il non credere mai alla necessità delle vaccinazioni obbligatorie – se ne parla bene qui; la sua difesa, però, merita di essere considerata. Dice Porro, in sostanza, che settori importanti della società hanno iniziato a convincersi di queste follie (vero) alle quali personalmente lui non crede per nulla (bene) ma che l’unico metodo per combatterle è parlare apertamente con gli estensori di queste teorie e metterli di fronte alle loro contraddizioni (verissimo!).

Il problema di molti è il convincersi dell’esistenza di una verità indiscussa e indiscutibile in un numero molto ampio di questioni – la qual cosa si è peraltro estesa dal campo scientifico a quello sociale – senza ammettere alcun tipo di contraddittorio. Purtroppo o per fortuna, in una società democratica questo è un atteggiamento perdente. Chiudersi nella torre d’avorio, facendo trasmissioni come piacerebbero a quei critici, significa non attirare alcuno degli spettatori convinti di queste cose, e spingerli verso le trasmissioni “a tesi” come quelle di Paragone. Una tesi buona, invece, se esiste, può emergere da un dialogo ben strutturato. Poi, certo, esistono quelli che NON BISOGNAVA PERMETTERE A RED RONNIE di esprimersi. E che probabilmente pensavano la stessa cosa degli scienziati contro il referendum sul nucleare, o degli economisti contro il referendum che si è amato definire “dell’acqua pubblica”. Ex malo bonum: se a questi indignati venisse in mente di far partire da questo un movimento per privatizzare la RAI, ditemi dove firmare.

Ma il punto è che a molti non è che stia a cuore la scienza, o il benessere generale, o che altro: gli stanno solo sul cazzo quelli che – ragionevolmente o meno – hanno opinioni diverse dalle proprie, e quindi devono tacere. Peggio ancora se tutto ciò succede in uno spazio esterno al giornalismo pettinato e progressista, come da Porro. È uno dei sintomi di una società che ha rinunciato a parlare oltre le barriere, o a mettere in discussione le proprie certezze, per chiudersi in piccoli recinti di opinioni rassicuranti e coerenti con la propria visione del mondo. Per questo non si può non difenderlo, a prescindere dai suoi limiti e dai suoi demeriti.

Forza Porro.

 

La fortuna di avere un Salvini, la iattura di non saperlo usare

in politica by

Immaginate di sostenere convintamente qualcosa. Qualsiasi cosa. Che ne so, la superiorità dell’acqua frizzante su quella liscia. Poi supponete, come del resto accade spesso, di avere un avversario che cerca di propagandare il punto di vista diametralmente opposto al vostro. Ipotizzate, infine, che il vostro avversario sia uno che ama spararle grosse: tanto grosse da diventare paradossale, grottesco, una specie di caricatura di se stesso. Che ne so, roba del tipo l’acqua frizzante provoca la crisi economica, mette in pericolo la convivenza civile, fa venire l’AIDS.
Ebbene, una situazione del genere dovrebbe senz’altro rallegrarvi: giacché l’enormità di quanto il vostro avversario va blaterando dovrebbe spingere naturalmente verso le vostre posizioni gente che magari, di suo, ci si avvicinerebbe molto meno volentieri: tipo, a me l’acqua frizzante fa cagare, però suvvia, dire che bevendola si perde a burraco mi pare un po’ troppo, a tutto c’è un limite.
Insomma, un avversario così sarebbe una vera e propria manna caduta dal cielo: e quindi, ne sono sicuro, qualunque individuo ragionevole lo coccolerebbe con grande cura per assicurarsi i suoi involontari servigi il più a lungo possibile.
Ecco, Matteo Salvini è un avversario di questo tipo: e il fatto che ci si indigni per lo spazio che gli viene dato sui media, invece di aprire una bottiglia di quelle buone ogni volta che la sua faccia appare in televisione, dice almeno due cose.
La prima, di carattere ormai pressoché storico, è l’endemica incapacità della cosiddetta “sinistra” italiana di affrontare i propri avversari, tantopiù quando si tratta di cabarettisti più che di esponenti politici, opponendo alle loro fregnacce la politica, anziché la semplice indignazione; perché l’indignazione è una cosa seria, da adoperare con parsimonia e soprattutto da spendere nei confronti di chi la merita, per evitare che diventi, paradossalmente, uno strumento di legittimazione; è successo per vent’anni con Berlusconi, sta accadendo di nuovo, pari pari, con Salvini.
La seconda, di ordine più strettamente politico, è che evidentemente la cosiddetta “sinistra” italiana non ce l’ha mica davvero, tutta ‘sta passione per l’ acqua frizzante; anzi, in molti casi la preferisce liscia pure lei, proprio come il suo avversario, dal quale si differenzia esclusivamente per i toni più lievi, soffusi, a volte perfino subliminali, ma non certo per la sostanza, che scava scava rimane, a spanne, la stessa.
Ecco il motivo per cui un personaggio come Salvini, che in linea astratta dovrebbe essere una benedizione, finisce per diventare una iattura: perché fin troppo spesso non rappresenta ciò che si combatte, ma è lo specchio riflesso di quanto non si è capaci di fare, non si è convinti di fare, non si vuole fare.
Vediamo di pensarci, la prossima volta che ci verrà il mal di pancia facendo un giretto sulla sua bacheca.

Ultima beffa a sinistra

in politica by
Ha spiegato l’euronorevole Curzio Maltese, davanti al comitato di redazione del suo giornale, che la legge non gli impone niente. Quindi, quando la direzione del personale di Repubblica ha provato a metterlo in aspettativa senza stipendio, gli è bastata una letterina dell’avvocato per fargli cambiare idea. Pertanto Maltese si tiene sia i dieci e passa mila euro che gli versa ogni mese Repubblica sia i dieci e passa mila euro che gli bonifica ogni mese il Parlamento europeo.

Con buona pace degli elettori della lista Tsipras – che ci speravano – non partirà dunque alcuna lettera di smentita né verso il sito Dagospia (che ha lanciato la notizia), né verso i giornali che l’hanno ripresa. È tutto vero: doppia poltrona e guadagno netto in un mese che un precario non lo vede in due anni. E ciò, finché gli pare e piace. Tanto, come editorialista, Maltese non ha obbligo di presenza in redazione. E se davvero Ezio Mauro dovesse chiedergli un pezzo, non avrebbe problemi a inviarglielo via mali, ovunque si trovi.

La mossa, probabilmente, sistema Maltese a vita: 55 anni compiuti, ne avrà 60 al termine della legislatura europea. Quando pertanto passerà senza soluzione di continuità dal doppio stipendio alla doppia pensione. Per lui, Bingo.

Un po’ meno per gli altri due soggetti in campo: Repubblica e la lista Tsipras.

Per il quotidiano di largo Fochetti, soprattutto in termini retrospettivi: se si comportano così i suoi editorialisti più severi, quelli che per vent’anni hanno dato lezioni di etica al Paese, viene da pensare che in Italia davvero il più pulito ha la rogna; e che comunque questi moralizzatori non siano davvero migliori di quelli che volevano moralizzare. In altre parole il danno d’immagine (leggi: la figura di merda) si estende a tutte le altre penne del giornale. Anche perché la vicenda della doppia poltrona di Maltese segue di pochi mesi l’imbarazzante voltafaccia con cui Barbara Spinelli (altra firma di “Repubblica”) si è abbarbicata al seggio europeo dopo aver gridato ai quattro venti, per tutta la campagna elettorale, che la sua era solo una candidatura di servizio e non avrebbe mai accettato l’elezione.

Per la lista della sinistra radicale, tuttavia, la beffa è ancora maggiore. Già quasi scomparsa dopo il caso Spinelli, è adesso alle pezze. Era nata per combattere contro la povertà e si rivelata in effetti uno strumento vincente in tal senso: peccato che ciò si avvenuto limitatamente allo stipendio di Maltese. Ricapitolando, la sua parabola è stata quella di un cartello elettorale che grazie al culo di una collaboratrice precaria di Repubblica ha arricchito due già potenti e benestanti editorialisti di Repubblica. A occhio e croce, non un trionfo del socialismo

Jovanotti, il guru di cui non c’era bisogno…

in giornalismo by

L’intervista che Jovanotti ha dato a Gramellini per “la Stampa”, sabato scorso, è già scomparsa dai radar, del resto meritatamente.

Il problema però, è che non è scomparsa per motivi “naturali”, e cioè “chissenefrega di quello che pensa Jovanotti”. Sabato scorso era stata accolta con entusiasmo da tutto un sacco di gente che si apprestava – nei giorni a seguire – a menarcela violentemente sui contenuti dell’intervista, che se guardiamo le prime reazioni, avrebbero dovuto non si sa come ispirare i contenuti della politica della sinistra nei prossimi anni, se non secoli.

Già in molti si preparavano a spiegarci come la sinistra debba scrollarsi di dosso la puzza sotto al naso e comprendere come il pensiero di Jovanotti è un pensiero vincente ma anche un pensiero a contatto con “LllaGggenteComune”, prova ne sia il fatto che il pubblico va pazzo di lui! Tutti lo adorano! È un vero fenomeno popolare.

L’intervista, infatti, è uscita un paio di giorni prima della trasmissione di pezzi della tournée dei concerti estivi di Jovanotti. Alla luce del preventivato, incontenibile successo di share della trasmissione, pertanto, i nostri si preparavano ad assillarci, rimproverando alla sinistra tutta il suo inevitabile distacco dal popolo e di ignorare un tale Maestro del rapporto col popolo stesso, cioè Jovanotti.

L’intervista è scomparsa dai radar e nessuno ne parla più per il semplice motivo che la trasmissione ha fatto un flop formato gigante: il 13% di share contro un preventivato 26%. Per intenderci: strabattuta dalla fiction della Ferilli su Canale 5, non dalla finale dei mondiali.

Non per questo abbiamo deciso di interrompere il nostro raffinato lavoro di esegesi dell’intervista del nostro Lorenzone nazionale, che ora trovate qui sotto. È stato eseguito a due mani dall’autore abituale di questo blog e da una sua cara amica nonché musa ispiratrice della cattiveria artistica, che chiameremo la Piccola Vendetta Lombarda.

Ci siamo divisi i pezzi di intervista e ne è venuto fuori un commento abbastanza lungo perché la carne al fuoco – nonostante l’inconsistenza dell’intervista – era tanta: crediamo però che nonostante la lunghezza sia del tutto digeribile.

Partiamo da una considerazione: l’attuale problema della sinistra, e della destra, e di chi legge il giornale in genere, è scambiare un cantastorie per un maître à penser. Jovanotti è solo un “Mast e’ Fest”, espressione che i campani capiscono appieno, ma gli altri forse no. Espressione il cui significato però, come spesso l’intraducibile lessico partenopeo, si lascia intuire.

Non è nemmeno un Mast’ e’ fest dei migliori, ma si, sa fare festa, sa far ballare, sa far divertire. In piccole cose, abbastanza insignificanti se la prospettiva è l’evoluzione della vita sulla terra, è molto bravo. In piccole cose che a volte hanno molto senso, anche, come i viaggi in macchina in cui si canta e si balla sulle tracce di un suo cd. Ma basta.

Come analista politico, si può affermare abbastanza nettamente che è del tutto improbabile. Ma siamo ingenerosi, lui non è un analista politico, anche se si corre il rischio che ci si senta, se si continua a trattarlo come tale.

Il problema della sinistra, che ha bisogno di guru, invece che di leader, di superficialità invece che di autorevolezza, di plastica invece che di vita vera, che parte dagli scritti corsari di Pasolini per arrivare all’ombelico del mondo di Jovanotti, resta sempre lo stesso: ha dimenticato la sua vocazione popolare, ma vuole essere pop.

Chi è il tuo pubblico, Lorenzo? 

«Ho iniziato venticinque anni fa con i bambini. Uscivano da Cristina D’Avena e incontravano me. Ma alla fine il tuo pubblico sei sempre tu».

Eccole già bell’e pronte, le tracce dell’intera intervista: lo spettro dell’infantilismo, che non lo ha mai veramente abbandonato, dopo essere stato una specie di sequel di BimBumBamper quelli della nostra età, e quello, sanguinario, dell’autoreferenzialità.

Che però, vivaddio, vedremo colorarsi di vivaci toni mitomani.

E tu che pubblico sei?  

«Un pazzo. A me piacciono cose che non stanno insieme nella stessa compilation, Elton John e De André, il pop e Miles Davis. Ricordi quel film dove Nanni Moretti diceva ironicamente: “Ve lo meritate Alberto Sordi”? Il guaio è che a me piacciono sia Moretti sia Sordi».  

Iniziamo proprio da questa perla di cerchiobottismo, cui ne seguiranno molte altre. “A me piacciono sia Moretti che Sordi” è quasi da antologia. È una citazione dotta da Veltroni-Crozza che diceva: “Siamo per la cultura, ma anche per l’ignoranza, crassa, perché va rispettato anche Bombolo”.

Perché oggi come oggi, non si può dire che Sordi non ti piace, specie se per contratto sei obbligato a dire che ti piace Moretti, altrimenti – apriti cielo! – sei un radical-chic! Anche se campi con contratti precari, eh? Anche se guadagni 600 euro al mese, se non ti piacciono Sordi, i Vanzina, Moccia, sei un radical-chic. E noi dobbiamo vendere dischi, mica possiamo passare per radical-chic!

Ti piace proprio tutto.  

«Tutto quello che luccica, che ha una vibrazione. Non ho sovrastrutture ideologiche. Avevo un babbo anticomunista e una zia del Pci. Sotto casa c’erano un ritrovo di fasci e uno di comunisti. A me piacevano le moto dei comunisti e le scarpe dei fascisti. Nella mia testa di bambino non esistevano pregiudizi. Ecco, se guardo queste facce, il mio pubblico è un po’ così». 

E andiamo col cerchiobottismo! Nella testa del Jovanotti-bambino, moto dei comunisti e scarpe dei fasci pari sono. Poi però il Nostro è cresciuto e forse un po’ di distinzioni tra gli uni e gli altri avrebbe senso farle. Ne avrebbe certo l’occasione ma se ne guarda bene: il suo pubblico, si sa, è un po’ cosi…

I cinici dicono che la tua è una donna angelicata.

 

«La canzone realistica mi mette in imbarazzo. La tua donna avrà anche dei difetti, ma se le scrivi una canzone, non glieli metti. È la lezione del Dolce Stil Novo».

Tu hai mai detto a tua moglie quelle frasi meravigliose? 

«Certe cose alla tua donna non le dici. Gliele canti. Era già così nel Cantico dei Cantici».

Il Dolce Stil Novo, si, mi pareva in effetti! E il Cantico dei Cantici, naturalmente. Perché è questo il bello, il suo vero istinto da Elemento Superiore, stipare nella stessa intervista tutta la cultura occidentale, insieme a qualche morso di quella orientale, e antartica, e meridiana, e anche iperuranica: dal Deuteronomio al Darwinismo, dai mistici Cristiani a Gurdjieff, scarpe e motocicletta, ma senza la grazia dello Zen!

Il Papa, Renzi, Berlusconi, le piante parassite, il big bang. Nella sublime denigrazione del personaggio, strenuamente perseguita da malvestite.net, la sua Poetica (a livello di Cavalcanti, per dire) è definita “da Lista Della Spesa”, giustapposizione bislacca di oggetti, cose, sensazioni, la cui unica relazione reciproca è non avere uno straccio di relazione reciproca. Per esempio: bella come una mattina, la foto sul passaporto di un bambino, un tondo, il mondo, l’acqua cristallina, le tasche piene di sassi, altro che Lady Gaga, altro che oceani.

Non è superfluo ricordare che, alla fine,  per Jovanotti, la più alta proiezione politica di tanta ideologia è l’idea di “un Baricco” ministro della cultura.

Ma secondo me nelle canzoni funziona, è un po’ furbetta come tecnica per essere scambiata per Creazione Artistica, ma funziona, è evocativa. Le persone hanno bisogno di liste della spesa, anche nel supermercato dell’emotività, facilitano le cose, non ti fanno dimenticare quello che ti serve, ti guidano nelle corsie dallo scaffale delle dolcezze, ai rigori del banco frigo.

Vendersi come guru della modernità però,  con un bagaglio culturale fatto solo di liste della spesa, la trovo un po’ audace come cosa. E in ogni caso allora conosco dei pensionati in atrofia corticale che le compongono meglio, quelle liste.

 Come inizia un concerto?  

«Sono in piedi nel retropalco, dietro un velo nero. In cuffia contano da 1 a 4. Al 2 mi muovo in avanti, al 4 sono sul palco e non ho tempo di emozionarmi: ho delle cose da fare, come un pilota d’aereo. Altrimenti la sensazione di quella folla è talmente bella che andrei fuori controllo: mi spoglierei nudo, tirerei dei petardi. Poi osservo il panorama. Cerco di guardare le facce. E quando saluto l’ultima fila, guardo veramente l’ultima fila». 

Si prosegue con questa immagine di misericordia: l’infinita pietas di Lorenzo si spinge addirittura a fargli guardare gli sfigati in ultima fila! Insomma, il Mahatma Gandhi je fa ‘na pippa!

 

Ce la possiamo davvero fare?  

 

«Sise diventiamo meno conservatori, se evidenziamo le cose belle che ci succedono, se ci reinventiamo. Il mio spettacolo racconta la storia di un ragazzo che nasce nell’Italia semplice delle famiglie di sei persone con un solo stipendio. Uno che ha un desiderio forte, che cade e si rialza  che è la sua storia, una storia vera. Per farcela non devi per forza diventare un cantante famoso. Ma devi crederci, senza farti condizionare.

 

Ora, si, siamo tutti ammericani, siamo tutti Veltroni, yes we can. E’ un bel tema questo. Esiste il sogno americano? Davvero “basta crederci” nella vita? Ha senso trasportarlo in questa provincia decaduta?

 

Come sempre il punto oscuro è l’integralismo del Jovanotto. Perchè è innegabile che il fatalismo sia tossico, il pessimismo la costellazione di cieli neri senza uscita, che le storie individuali sono cronache di cadute e ferite e anche sorrisi di passi buoni, in cicli imprevedibili in cui a volte c’è il lieto fine ma a volte anche no. Che “la vita è fight”, come ripete caparbia mia zia, emigrata a New York sessanta anni fa, senza soldi, senza una buona istruzione, senza abbastanza pezzi di biancheria intima.

 

Lorenzo però ne fa una questione personale, individuale, come nella storiella liberale del sogno americano (criticando ovviamente l’individualismo, perché è bello tutto, ma a patto che ci sia anche il contrario di tutto). L’antagonismo politico, quello sociale, quello economico, organizzato o spontaneo, ma consapevole e collettivo e generale e solidale, non c’è. Non c’è la prospettiva, non c’è la comprensione. Non c’è il “radicalismo”, che dovrebbe essere corredo genetico della Sinistra, almeno nel senso di “raggiungere la radice delle cose, e così, la loro comprensione”, radicalismo come esatto contrario dell’estremismo, e suo superamento. Capire, l’unico vero faticoso imperativo. Capire perché, nella vita non sempre basta crederci. Perché certi cadono di più, e per certi rialzarsi è meno facile, o perché certi non vogliono nemmeno.  Come per esempio sarebbe meglio cercare di “capire” la complessità dell’Africa postcoloniale e insanguinata invece di leggere le raffinate banalità di Veltroni sull’Africa.

Il più grande spettacolo dopo il big bang è sempre Renzi?  

«Porco cane, se avessimo avuto la forza di mettere un uomo di 38 anni, avrebbe potuto trasformare lo scenario. Il nodo della storia italiana recente sono state le Primarie del Pd. Scegliendo Bersani gli elettori hanno difeso un investimento emotivo fatto nella prima parte della loro vita. Fai fatica a rinunciarci, a pensare che devi parlare con il nuovo che non capisci».  

“Se avessimo avuto la forza di mettere Renzi”: ma l’occasione c’è stata, alle Primarie, e Renzi ha perso. Gli elettori avranno forse difeso un investimento emotivo ma lui non li ha convinti. E non è che non godesse di buona stampa. Un minimo di riflessione sul perché Renzi abbia pesantemente perso le primarie è proprio fuori discussione? No, perché dare per scontato che candidando Renzi il PD sia destinato a raddoppiare i propri voti, attirando i voti della destra e trattenendo quelli del suo bacino storico potrebbe rivelarsi un azzardo, per quanto il Corriere e il Foglio – che ci azzeccano sempre con le analisi politiche, eh?, basti pensare all’endorsement di Mieli a Prodi o alla lista “No aborto” di Ferrara – diano per scontato il contrario.

Renzi è andato ad «Amici».  

«E ha fatto bene. Però ha fatto un discorso debole. Doveva trasmettere ai ragazzi una visione di cambiamento. Lui ce l’ha». 

Gli elettori del Pd l’hanno bocciata.  

«Ne hanno avuto paura. Paura di una sinistra a vocazione maggioritaria che sappia mettersi in casa anche gente che non è della sua tribù. Gente che porta scarpe che non ti piacciono, che ascolta musica che tu non hai ascoltato mai».  

Un militante ti potrebbe dire: perché devo mettermi in casa un fan di «Amici»?  (Commento alla domanda: anche un non militante, eh?)

«Perché lui cambierà un po’ te, ma tu cambierai un po’ lui».  

Questa è la summa del pensiero politico Jovanottian-veltronian-renziano: se vai ad Amici col giubbotto di pelle sei simpatico e la gente poi ti vota. Inutile mettersi a disprezzare gente che porta scarpe diverse dalle tue o ascolta musica diversa. Inoltre, pensate, se ci mettiamo in casa un fan di Amici potremo cambiarlo.

Ora, ci pare di ricordare che – seguendo questa aurea scuola di pensiero – nel 1999 D’Alema sia andato a fare il risotto da Vespa e, sempre da Vespa, Bersani nel 2013 sia andato a commuoversi vedendo i propri genitori: i risultati sono stati quelli che sappiamo. È possibile fare anche un solo esempio di leader progressista europeo che vada a fare queste minchiate in TV? Non sarebbe il caso di rifletterci un attimo?

Quanto al resto, visto che il Nostro banalizza, banalizziamo anche noi: è mai venuto in mente a qualcuno che potrebbero essere gli altri a disprezzare le nostre scarpe e la nostra musica? Ad esempio, da piccolo a casa mia non avevamo tanti soldi. A me è capitato spesso di ricevere sguardi di sussiego perché le mie scarpe non erano firmate, i miei vestiti poco costosi. E a farlo, guarda caso, non era gente che passava i pomeriggi a guardare Truffaut ma spettatori affezionati di Non è la raiBevery Hills e amenità similari (ex spettatori di BimBumBam per intenderci, e – probabilmente – attuali fan del nostro Lorenzone).

Forse, una volta tanto, potremmo provare a pensare che spesso con gli elettori di centrodestra è difficile parlare perché se non reazionari o del tutto fascisti, si tratta di persone classiste che disprezzano tutto quello che la sinistra rappresenta? O dobbiamo farci imprigionare per il resto dei secoli nelle beate convinzioni –  da film di Virzì (altro grande fan del Jova) – che la sinistra odia il popolo mentre la destra lo capisce e lo ama?

Eppure, chi è il leader politico che critica la sinistra perché storicamente vuole usare la tassazione per ridistribuire il reddito?

Ciò che propongono (i signori della sinistra) è di rendereuguali il figlio del professionista con il figlio dell’operaio” . A chi pensiamo che si rivolga, Berlusconi, quando si scandalizza perché la sinistra vuole dare eguali opportunità a figli di operai e di professionisti? Ai radical-chic o al suo elettore medio che di vera eguaglianza di opportunità non vuole nemmeno sentire parlare?

Ora, questo è il punto: è possibile cambiare questa mentalità mettendosi un giubbino di pelle? O non è il caso di ammettere che dialogare con l’elettorato berlusconiano è solo la scusa per capitolare alla funzione essenziale della sinistra che è quella di promuovere l’eguaglianza? Non riusciamo più a fare quello per cui siamo nati, allora abbiamo pronta la scusa per il nostro fallimento: dobbiamo dialogare con quelli a cui l’eguaglianza di opportunità fa schifo.

Un po’ la sinistra è cambiata: un tempo ti detestava, adesso ti considera il suo guru. (Commento alla domanda: parla per te, amico!)

«Ricordi “Le cose per cui vale la pena vivere”?».

L’amore, il sesso, gli amici… Era la rubrica del settimanale satirico «Cuore». 

«Nella Top 10 c’era anche: “Impiccare Jovanotti per le palle”».

Ahhh ecco cosa. È un po’ lo sfogo del ragazzino emarginato alle medie che diventa strafigo a livello dell’uomo che non deve chiedere mai. Nel frattempo pure la sinistra ha registrato una convergenza sulla melassa, e i toni genuinamente persecutori dell’epico Cuore adesso non sarebbero pensabili nemmeno contro Allevi (che anzi ha riconoscimenti bipartisan da Grande Divulgatore). Per certe incontrollabili e deliranti associazioni mentali, risulta che Jovanotti è l’Enrico Bottini del duemila, allo stesso modo ecumenico, mitemente livoroso, vigliacco e detestabile.

Ricordando la festa di “Cuore” del 1994 (un anno a caso eh?) “ero l’animale curioso da scrutare da vicino. Accanto a me Adriano Sofri e Beniamino Placido”. Protagonismo etologico, sa di essere un animale, ma è il più figo ovviamente.

Tema del dibattito? 

«Le parole della sinistra per comunicare. Io dissi: Miracolo, perché, come dimostra Gesù, per convincere la gente non basta la parola, ci vuole l’esempio».

Gesù dimostra un sacco di cose, non c’è che dire. Insegna con l’esempio e, in effetti, parte avvantaggiato con questa storia dei miracoli.

Il passaggio però è importante perché introduce la critica alla deriva ecologista della sinistra, che invece dovrebbe “volere addolcire la natura, che lasciata a se stessa è selettiva, crudele. Dobbiamo vivere la natura, ma non essere la natura. La foresta amazzonica insegna che il mondo è ingiusto, che le piantine piccole non ce la fanno, ce la fanno le più stronze che si attaccano alle grandi. Conosci il matapaloIl matapalo è un arbusto che si arrampica intorno all’alberone, finché lo soffoca e ne prende il posto, in attesa che un altro matapalo l’avvolga e lo soffochi. La natura è crudele, fidati. A noi piace quella finta, le colline della Toscana, ma quei panorami li ha fatti l’uomo. È la destra che esalta la wilderness della natura. La sinistra deve tenere insieme natura e cultura, il lupo e l’agnello, come li chiamava Gurdjieff .

Ecco qui non si capisce NIENTE della sua idea su natura, sul rapporto fra natura e cultura, su Gurdjieff, ma forse ha preso il pezzo sulla rivoluzione russa e quello sull’evoluzionismo, insieme alla ricetta dell’erbazzone, e l’ha messo qui. Con un tocco di eugenetica nazionalsocialista.

La critica ETICA alle basilari dinamiche evolutive delle specie viventi è molto spassosa, abbiamo deciso che sarà il nostro pezzo forte alle feste di Natale, quando c’è quell’attimo di malinconia fra il pandoro e la tombola. Il Matapalo sarebbe “stronzo”, perché fa quello che fanno tutte le creature viventi, l’attività che caratterizza più basicamente lo stesso concetto di vita: sopravvive, sfruttando quelle che sono le sue caratteristiche, e massimizzando le sue chanches di sopravvivenza, evolvendosi. Un po’ come le scimmie che ci hanno preceduto. Se così non fosse stato, vorrei fare sommessamente notare con orrore che al giorno d’oggi il pollice opponibile sarebbe un lusso.

Quindi, diciamo insieme: siamo tutti matapalo!!!

 Quindi il Jovanotti ecologista non esiste più?  

«In un’economia di sostenibilità ecologica, oggi l’idea forte è come rilanciare il lavoro, la famosa Crescita». 

Che molti a sinistra considerano una parola orribile.  

«Io la trovo bellissima. Non si cresce solo in estensione, anche in profondità». 

Non ti spaventano otto miliardi di persone?  

«Il mondo è vuoto. Sorvolalo in aereo e te ne accorgerai. È bello dove c’è un sacco di gente, ci sono più opportunità. Un giorno, in una megalopoli, guardavo con orrore la favela cresciuta accanto a un quartiere ricco, ma chi era con me disse: crescere con un quartiere ricco accanto è l’unico modo in cui un ragazzo povero può pensare di cambiare la propria vita. La vera povertà è sempre povertà di visione». 

Ripensandoci forse non è che Jovanotti abbia voglia di capitolare, è che proprio l’eguaglianza non sa nemmeno dove stia di casa… Mica ci chiediamo come facciamo ad eliminare le favelas, no, per carità. Le favelas lasciamole là accanto al quartiere ricco: un ragazzo povero su milioni di abitanti delle favelas magari, se avrà culo, riuscirà a da andare ad abitare nel quartiere ricco e noi potremo vivere in pace aspettando che la Provvidenza manzoniana provveda a salvare qualche singolo. Il resto degli abitanti, cazzacci loro… Ricorda un po’ la mitica elettrice di Dini, in un programma di Guzzanti.

Il nostro telaio qual è?  

«Essere italiani. È qualcosa, specie fuori dall’Italia. Esiste un pregiudizio positivo nei nostri confronti». 

Fino a Berlusconi.  

«Ti sbagli. Berlusconi ha confermato il pregiudizio positivo: lo guardano come una cosa impensabile, inspiegabile, come il festival di Sanremo o la commedia all’italiana. So che a Hollywood stanno pensando di fare un film su di lui con Jack Nicholson».  

Il sequel di «Shining»?  

«Lui è Terminator: a un certo punto sembra che sia rimasta solo una lucina rossa, ma poi si riforma… La sua storia non finirà mai, il suo nome ci dividerà per sempre. Immagina se fra cent’anni, quando forse morirà, un sindaco decidesse di dedicargli una piazza…».  

Ti è simpatico?  

«Umanamente sì. Ma lo combatto perché in tutti questi anni non ha fatto nulla per l’Italia. In lui vedo il prodotto di un Paese di individui e non di cittadini, un Paese che la sinistra non ha capito. La sinistra non ha raccolto la sfida. Ha giocato un altro sport».  

Infine, suspence….tataaaaannnn!!! Berlusconi! Presentato come una specie di campione del made in italy, a livello di un San Daniele o di una tiara di Bulgari o più che altro di una guepiere maculata Dolce&Gabbana. Per via di quel “pregiudizio positivo” che esiste nei nostri confronti fuori dall’italia, e che una volta era dovuto alle arie d’Opera, ai Teatri, ai mosaici di Pompei o alle scogliere tirreniche e oggi per lo più dobbiamo riconoscere tenuto in vita da vignaioli chiantigiani sempre più spregiudicati, borse di gucci cucite in Cina (o a Prato, ma è lo stesso), e da una caricatura: della virilità mediterranea, che prima era Gassman, dell’arte di arrangiarsi, nota nel mondo dalle mani emigrate, della furbizia, che era Arlecchino, della visione politica, che era Machiavelli. Oggi tutto questo è rappresentato da Berlusconi, “lo guardano come una cosa impensabile, inspiegabile, come il festival di Sanremo o la commedia all’italiana”.

Che poi ancora devo capire perché sia impensabile la commedia all’italiana.

Gli daresti la grazia? 

«Se la chiedesse e gliela concedessero, non mi scandalizzerei. Perché per me è un avversario politico, non antropologico. Ma adesso ci serve Renzi. Serve cambiare il simbolo. Il racconto del nostro Paese langue. Bisogna inserire personaggi nuovi per renderlo affascinante. Dopo Berlusconi e Grillo c’è bisogno di energia nuova».

Certo, la grazia. Con questa menata che è un avversario “politico”.  A livello che se vi permettete di parlare male del mostro di Rostov vi dicono che dovete prima batterlo alle elezioni.

Ma, come sempre, la parte più gustosa riguarda i rapporti con Dio:

A parte aver affermato che il nuovo Papa gli piace molto per via dei suoi slogan da Concerto-Di-Jovanotti, e che “mi copia”, vetta insuperata in tutta l’intervista di delirio mitomane (e si che non era facile scegliere) si scoprirà  che Il Papa è Lui stesso, o al massimo un suo groupie.

Il figlio dell’ex dipendente vaticano è un credente? 

«Ogni tanto mi capita di avere fede, ma dura poco. L’ho detto ad alcune suore. Mi hanno risposto: dura poco anche per noi, poi per fortuna ritorna».

Eheh, le suorine ad intermittenza, come le luci di Natale! o a chiamata, che sarebbe bello poter vedere il LUL di Dio! (scusate questa era troppo specialistica, lo so)

Niente di nuovo comunque, in Italia non si può essere atei. Alla domanda “sei credente?” chiunque non creda alle pur magnifiche favole bibliche si sente in dovere di rispondere “mah…., no guarda sono ateo, ma vado alla messa, però solo alle feste comandate” o “non credo tranne che alla madonnina che piange sangue del paese vicino al mio” oppure “no, ma vado a Medjugorie tutti gli anni per una questione di spiritualità”.  Non puoi essere nemmeno laico, il che è forse più grave. O forse puoi essere tutte queste cose, e sentirti tutte queste cose senza provare colpa. Ma è più faticoso che altrove. Il Jovanotto poi ha il babbo che lavorava in Vaticano, a livello che se non raccontava la storia delle suorine mezze atee al vecchio gli serviva il defribillatore. E mai, mai essere così rivoluzionari da contraddire un cuore di padre.

Alla fine ti congedi urlando «Ce la possiamo fare!

No. Guarda Lorenzo, tutto ma così non ce la faremo davvero!!!

 

 

De Gregori, la sinistra (e la destra?).

in politica by

Leggo su social network e siti vari commenti entusiasti per l’intervista data al Corriere di oggi da De Gregori.

Più che i contenuti dell’intervista mi affascinano i commenti di persone da convinzioni politiche differenti (democristiani, liberali, liberisti, montiani ed altra varia umanità che mi pregio di frequentare) ma tutte accomunate da unico pensiero politico comune: l’astio che sconfina nell’odio per qualunque cosa sia, appaia o abbia vagamente l’odore di sinistra.

Tutti esultano entusiasti alle parole di De Gregori(*) che dice di non riconoscersi più nella sinistra italiana.

Francamente, quello di De Gregori è un atteggiamento comprensibile, considerata la desolazione politica che la parola “sinistra” rappresenta oggi nel nostro Paese; molto meno comprensibile l’atteggiamento dei suoi autoscopertisi fan di oggi, che si eccitano all’idea che un'”icona” della sinistra italiana batta un colpo e critichi la sinistra stessa.

Ora, io penso che il vero problema della politica italiana non sia il disastro della sinistra, ma il deserto culturale esistente fuori dalla sinistra, in una parte della società assolutamente maggioritaria politicamente ma del tutto incapace di avere propri punti di riferimento culturali ed intellettuali e che quindi deve accontentarsi delle briciole che avanzano dal sempiterno dibattito autocritico della sinistra.

Non esistendo un dibattito culturale al di fuori di quell’area politica – basti pensare che altrove si cerca di far passare il Foglio per una pubblicazione significativa e Ferrara come raffinato intellettuale – le persone di cui sopra non hanno altra soddisfazione intellettuale che esaltare un signore che, essendosi comprensibilmente rotto le scatole di una certa sinistra, infila sul Corriere un greatest hits di banalità cicciate e ricicciate dai più triti luoghi comuni leggibili ogni giorno da almeno 20 anni sul Corriere stesso (lo sapete, vero, che sono banalità disarmanti? Non prendiamoci in giro, si che lo sapete!).

Poi vi chiedete perché la politica italiana sia catatonica? Iniziate a occuparvi di una destra inesistente (al di fuori del berlusconismo e, se vi basta il berlusconismo, auguri!) e smettetela di maramaldeggiare su una sinistra moribonda. Magari qualcosa di buono ne ricavate. Santè

 

(*) Francesco, io ti amo e continuerò ad amarti comunque. Sei sempre stato antipatico durante tutti i concerti cui sono venuto a pagarti soldi sonanti ed ho continuato ad amarti. Figurati se smetto oggi per un’intervista a Cazzullo.

Per chi suona la campana

in società by

Non ho mai sopportato un certo umanismo di sinistra, quello filantropico fino al midollo che si respira agli incontri letterari organizzati nei centri sociali. Non l’ho mai sopportato perché è egualitario a chiacchiere ed umanitario ad intermittenza, perché è contraddittorio – come ogni pensiero che stia onestamente nel mondo, del resto – e pretende di non esserlo, perché grida “fascisti!” a ogni piè sospinto con una faccia che in confronto i gerarchi veri sembravano dei liceali di buona famiglia. Ma soprattutto non l’ho mai sopportato perché, almeno in senso ideologico, è mortifero, forcaiolo e violento. Cioè tutto il contrario di quello che dice di essere. E’ l’umanismo di Piazzale Loreto come lavacro politico e culturale necessario, per intenderci; ma è anche l’umanismo pacifista che si scaglia contro le guerre in Afghanistan e in Iraq. E’ l’umanismo resistenziale che festeggia il 25 aprile con la bandiera rossa; ma è anche quello che si tappa le orecchie quando si discute delle brutalità titine sul confine orientale. Insomma, è quell’umanismo un poco togliattiano e un poco stradiano buono per tutte le stagioni, che sta bene sia nei salotti radical chic che nelle manifestazioni di piazza.

Perciò, quando ieri ho appreso della morte di Giulio Andreotti, non ho avuto dubbi sul fatto che gli umanisti umanitari filantropi pacifisti egualitari di sinistra avrebbero fatto festa. Non li ho avuti perché c’è una forma di ripetitività e dunque di prevedibilità nella contraddizione; basta saperla cogliere per capire quando pressappoco ricorrerà. E la morte del nemico è lo scenario perfetto per guardarla in faccia, che è poi la faccia ghignante e soddisfatta di coloro che ieri hanno brindato. E’ la faccia grondante umanitarismo di coloro che, dopo la faticosa ma fruttuosa giornata, sono tornati a casa, si sono sdraiati sul letto e, aprendo un vecchio quaderno di appunti, hanno trovato quel meraviglioso sonetto di John Donne, quello che dice:

Nessun uomo è un’Isola,
intero in se stesso.
Ogni uomo è un pezzo del Continente,
una parte della Terra.
Se una Zolla viene portata via dall’onda del Mare,
la Terra ne è diminuita,
come se un Promontorio fosse stato al suo posto,
o una Magione amica o la tua stessa Casa.
Ogni morte d’uomo mi diminusce,
perché io partecipo all’Umanità.
E così non mandare mai a chiedere per chi suona la Campana:
Essa suona per te.

Generatore automatico di reazioni allarmate "de sinistra" alla vittoria di Grillo

in Generatori Automatici by

Istruzioni: fare refresh per ottenere nuove reazioni allarmate “de sinistra” alla vittoria di Grillo

Ora che Grillo ha vinto metteranno una tassa sul possesso di libri e a Roma reintrodurranno i sesterzi. Mi consolerò guardando a oltranza Il Fascino Discreto della Borghesia di Truffaut.

Magari

in politica by

Va bene che in campagna elettorale uno deve spararle un po’ più grosse di quelle che sono.
Però, andiamo, arrivare a sostenere che se in Italia vincesse la sinistra (cioè il PD, non so se avete presente) ci ritroveremmo con le “sale del buco per la droga di Stato” (ahahah) e i “matrimoni gay” (ahahahahahah) , e aggiungere che ciò avverrebbe anche se la sinistra dovesse farcela “attraverso la stampella Monti” (uahuahuahuahuah oddio mi piscio sotto), non è semplicemente un’enormità, ma è fantascienza allo stato puro.
Io la capisco, presidente Gasparri. Capisco l’esigenza di dipingere un nemico brutto e cattivo per guadagnare qualche brandello di consensi qua e là. Davvero.
Ma l’amara verità è che dopo aver letto (e riletto, ché all’inizio pensavo di aver capito male) la sua fantasiosa dichiarazione mi è affiorata sulle labbra una sola parola.
Magari.
Dia retta, non c’è pericolo.

Appunti per una destra libertaria (1) – L’individuo

in politica/società by

Definirsi apertamente di destra è oggi un’operazione pericolosa. Lo è perché in Italia siamo ancorati ad una concezione statica e storicamente pigra del pensiero politico e dunque la parola evoca spettri novecenteschi, che a loro volta hanno prodotto stereotipi contemporanei. Sentirsi di destra è un fatto personale, che riguarda la sfera psicologica, oltre a quella etico-morale e culturale in senso ampio. Dunque, la cosa in sé non sarebbe degna di particolare attenzione, se non fosse inscritta all’interno di un discorso più complesso, ovvero nella dimensione della rappresentatività, della capacità degli attuali partiti di tradurre e rilanciare le idee di una certa fascia di elettorato. Il peso dello scarto tra le idee e la pratica politica si fa sentire per alcuni più che per altri: ci sono propositi che sono stati nel tempo traditi più di altri. Si tratta di una questione tutt’altro che filosofica; è anzi questo spostamento a favore della pratica (partitopratica, si potrebbe dire) che ingrossa l’esercito di coloro che non trovano una patria politica, che finiscono per ripiegare su se stessi e il proprio universo di valori.

Si tratta di una questione tutt’altro che marginale, perché lo svuotamento del senso del discorso politico è strettamente legato al disinteresse per la procedura democratica; l’incapacità di produrre immagini condivise e riconoscibili non può che rinforzare quella che Piero Calamandrei definiva “desistenza”, che è l’opposto dialettico della resistenza democratica. In sostanza, meno si è rappresentati più le rappresentazioni deperiscono. Questo naturalmente vale a destra come a sinistra. Essendo però io interessato alla sopravvivenza (o forse alla riscoperta) di una certa destra, voglio spendere due parole per definirla. Non ho pretese particolari, se non quella di fare un po’ di chiarezza, in primo luogo a me stesso. Per farlo non mi sembra inutile fare accenno al suo elemento fondante: l’individuo.

In Italia, ci troviamo oggi di fronte sostanzialmente a due diverse realizzazioni del pensiero di destra: una autoritaria legata all’apparato ideologico, all’immaginario ereditato dal ventennio fascista e rimodellato in senso costituzionalmente accettabile dal MSI (con tutte le relative varianti teoriche e pratiche); l’altra, sedicente liberale e più recente, nata dal pasticcio berlusconiano, che ha messo insieme coscienze politiche di varia natura in un coacervo ideologico essenzialmente privo di elementi liberali (le eccezioni, soprattutto in una prospettiva numerico-parlamentare, non contano granché). Vi sono poi delle nuove o nuovissime compagini, che si potrebbero collocare nell’emisfero destro del parlamento, che hanno nel loro bagaglio strumenti e approcci più o meno vicini al nucleo originiario del liberalismo (Fermare il declino, la lista di Mario Monti). Tuttavia, queste finiscono col perdersi nel monotrofismo, cioè finiscono col cibarsi di un unico alimento politico-ideologico, dimenticando quanto sia invece necessario un istinto, un approccio onnivoro per una forza che voglia davvero definirsi liberale: Diritto e diritti e libertà civili, politiche, sociali ed economiche sono il pasto imprescindibile per la ricerca e l’affermazione di una democrazia compiutamente liberale. Tutto il resto è noia o fuffa o lista di scopo.

Questo quadro si presenta avvilente per tutti coloro che, come me, sentono di appartenere idealmente al mondo della destra liberale ma si vedono costretti a ricercare punti di riferimento – o perlomeno riferimenti elettorali – in altre aree politiche (in un paese dotato di una vera forza liberale, Renzi non avrebbe suscitato tutto questo entusiasmo da parte di elettori lontani anni luce dalla sinistra postcomunista e filovaticana italiana).

Quello che, a mio avviso, è il vero e più grave deficit del panorama politico italiano è la totale negligenza rispetto alla dimensione individuale come forma e luogo e fine del diritto e della libertà. Indro Montanelli sosteneva che il liberalismo è “una civiltà che, annidata nei cromosomi, permea di sé sia le Destre che le Sinistre” ma che in Italia, “quando cerca di uscire dalle esigue elites che ne hanno fatto sangue del proprio sangue, a sinistra diventa ciarlataneria piazzaiola, a destra manganello”. Questa deficienza di “civiltà liberale” è indubitabilmente ascrivibile anche al modo in cui è stato interpretato il posto dell’individuo nell’azione programmatica e nei riferimenti ideologici dell’ampia gamma di partiti e partitini che hanno imperversato sulla scena della nostra Repubblica. Per questa ragione, a destra come a sinistra, si rileva un sempre maggiore bisogno di portare finalmente l’attenzione sul singolo come universo di senso e di valori; cioè come patria e oggetto dell’impegno istituzionale. Una destra libertaria, così come me la figuro, dovrebbe perciò considerare la sfera sociale senza il fardello collettivistico (specchietto per le allodole utile a certa destra e a certa sinistra per imporre valori e regole del gioco democratico); dovrebbe quindi pensare la società come il risultato dell’aggregazione delle istanze e delle azioni individuali.

Attualmente, ad eccezione dei Radicali (i quali per storia e alleanze non possono però essere considerati di destra), non vi è una forza politica che utilizzi questo approccio, che si faccia agente di un cambiamento in senso liberale. Non vi è una destra in grado di adoperare in sede legislativa i principi liberali nell’unica forma possibile ed auspicabile, ovvero nella loro forma originaria: quella dei Beccaria, dei Locke e dei Kant; quella dell’uguaglianza formale dei cittadini nella dinamica legislativa e davanti al suo prodotto, la legge; quella secondo cui le libertà economiche devono essere parte del processo di liberazione e possono esserlo solo se strettamente legate alla scienza della libertà; quella che considera lo Stato come garanzia di libertà e non detentore (o detonatore) di verità morali.

Perciò, la destra che vorrei dovrebbe proporre una visione imperniata sul rispetto della differenza individuale attraverso il più importante strumento che abbiamo a disposizione, il Diritto, e sull’opposizione al silenziamento delle minoranze (seme e testimonianza di ogni democrazia liberale), che è elemento comune a tutte le legislature repubblicane. Per andare al sugo e alla carne della questione: temi quali la libertà di scelta sul fine vita, la legalizzazione delle droghe leggere e la regolamentazione della prostituzione non sono e non possono essere tabù per una destra che si dica libertaria, dacché le ragioni che supportano la loro difesa sono figlie di quel razionalismo illuministico a fondamento del liberalismo: laicità e libertà di coscienza; riduzione del rischio e dei danni; tutela della scelta individuale e lotta alla coercizione.

Il posto dell’individuo è il posto della ragione come principio democratico, il posto che la sinistra e la destra italiane hanno storicamente negato subordinando lo Stato di diritto alla Ragion di Stato, piegando i diritti individuali ai valori collettivi. Questo, a mio parere, dovrebbe essere il più importante compito di una destra libertaria: riportare col rigore della scienza e il sentimento di una visione del mondo (Weltanschauung) gli individui al centro della cosa pubblica. Ed è la mancanza di tutto ciò che mi spinge costantemente a ripiegare su me stesso.

Abrogare la parola omofobia

in politica/società by

Sarò breve: finché non attribuiranno agli omosessuali gli stessi diritti degli eterosessuali -ivi compreso quello di sposarsi e di adottare dei bambini-, il problema della cosiddetta omofobia non verrà mai risolto.
Dico “cosiddetta” per un motivo molto semplice: la parola “omofobia”, che pure risponde ad un significato letterale comprensibile e drammatico, è diventata la scusa che consente alla politica -ed in particolare alla politica che si dichiara “progressista”- di trasformare la discriminazione dei gay in un problema di ordine pubblico: con ciò sfuggendo alla responsabilità di sconfiggerla attribuendo diritti e assicurandone la praticabilità.
Sapete cosa? Io sarei per abrogarla, la parola “omofobia”: perché con essa abrogheremmo anche l’illusione che le aggressioni, le mortificazioni, le umiliazioni dei gay si possano scongiurare delegando il problema alla polizia e alla magistratura.
Il problema è tutto politico: e la responsabilità di affrontarlo e risolverlo, amici “di sinistra” che ciurlate nel manico, incombe su di voi.
Piantatela di lavarvene le mani nascondendovi dietro alle parole.

Una cagata pazzesca!

in giornalismo/internet/politica/società/sport/ by

Per me, la corazzata Kotiomkin è una cagata pazzesca“. Tutti conoscono il grido di dolore di Ugo Fantozzi, contro il film russo la cui visione – al posto di una partita della Nazionale – viene imposta a lui, colleghi e famiglie dal perfido Guidobaldo Maria Riccardelli.

Era in realtà il grido di dolore di Paolo Villaggio nei confronti dell” abitudine culturale italiana del tempo – diffusa soprattutto negli ambienti di sinistra radicale – di magnificare opere (film, libri, pitture) noiose e spesso incomprensibili, per il puro gusto di andare controcorrente.

Il grido di Fantozzi/Villaggio era del tutto salutare ma ha avuto delle controindicazioni.

Ad oggi, se hai la sfortuna – – di essere di sinistra, appena ti azzardi a dire: “quel film è una scemenza”, “non mi piacciono molto i cinepanettoni”, “il calcio non mi interessa” vieni subito azzannato. “Ecco la sinistra radicalchic, il solito snob! Non gli interessa il calcio, parla male dei cinepanettoni. Va” pure a vedere la Corazzata Kotiomkin (che poi sarebbe Potёmkin, ma vabbe…)”.

Il conformismo si è totalmente rovesciato: sei costretto a dire che apprezzi i B-Movie anni “70, che trovi il neorealismo noioso e che ti piace Moccia, altrimenti sei uno snob!

Sicuramente esagero ma non troppo: ogni qualvolta si mette in discussione o si mostra scarso interesse per un fenomeno nazionalpopolare salta sempre fuori il genio che ti dà dello snob, preferibilmente radicalchic.

Francamente, io mi sono rotto e quindi questo post è il mio grido di dolore fantozziano al contrario. Solo che ne ho diversi di gridi; eccoli:

“I CINEPANETTONI MI FANNO CAGARE!”

“I B-MOVIEs ANNI “70 NON MI FANNO RIDERE! SI SALVA AL MASSIMO QUALCHE SCENA DI “VIENI AVANTI CRETINO” E “FRACCHIA E LA BELVA UMANA“. IN PARTICOLARE, I FILM DI ABATANTUONO MI PROCURANO ORCHITI ACUTISSIME. I FILM CON EDVIGE FENECH, INVECE, SONO OTTIMI: MA SOLO PER FARTI LE PIPPE A 13 ANNI!”

“NON ME NE FOTTE NULLA DELLA NAZIONALE E NON PERCHÉ I CALCIATORI SIANO STRAPAGATI MA PERCHÉ TROVO IL CALCIO PALLOSISSIMO!”

“UNA DELLE SCENE COMICHE CHE PREFERISCO DEL CINEMA ITALIANO È IL BALLETTO DEL PASTICCERE TROTZKISTA DI NANNI MORETTI E NON ME FOTTE NIENTE SE RIDIAMO SOLO I QUATTRO!”

“NON COMPRO IL TELEVISORE PERCHÉ TUTTI I PROGRAMMI CHE GUARDO LI DANNO IN STREAMING E SE NON GUARDO I PROGRAMMI MEDIASET NON È PERCHE È LA TV DI BERLUSCONI MA PERCHÉ NON MI INTERESSANO!”

XFACTOR MI FA CAGARE! AVETE CAPITO? MI FA CAGARE! SE VI PIACE GUARDATELO, MA SE A ME FA SCHIFO NON È PER UN ATTEGGIAMENTO INTELLETTUALOIDE: ME NE FOTTO DEI TALENT SHOW!”

Ecco. Sono solo una minima parte delle mie paturnie ma mi sento già molto molto meglio! Santè

 

Renzi, Marchionne e l'innovazione prêt-à-porter

in giornalismo/politica/società by

Cosa hanno in comune Matteo Renzi e Sergio Marchionne, che oggi hanno dato prova di sé dalla distanza?

Uno, manager di un”enorme azienda ex italiana, ora semi-globale, italocanadese residente in svizzera, self-made man.

L”altro, ex imprenditore, sindaco di Firenze, figlio d”arte della politica (non certo un homo novus).

Sembrano non aver niente in comune, eppure il loro litigio confonde e crea spaesamento: anche perché, fino a poco tempo fa, Renzi si dichiarava strenuamente dalla parte di Marchionne.

Il casino è causato solo dal cambio di opinione un po” strumentale del sindaco di Firenze e dalla pessima risposta di Marchionne sulla stessa città o c”è dell”altro?

Secondo me è più complesso: Renzi e Marchionne sono visti, e sono stati visti, come degli innovatori che vogliono uscire dagli schemi e che per farlo non possono che abbattere il “muro della conservazione” costituito rispettivamente dalla dirigenza PD – e da una certa cultura “tradizionale” della sinistra italiana – e dalla CGIL.

Sono, o sono stati, portati in palmo di mano da una certa opinione politica trasversale – gli autoproclamatisi “riformisti” – che divisi in schieramenti e partiti politici differenti, cordate varie ed eventuali litigiose tra di loro, insieme ai loro media di riferimento, non hanno nulla in comune se non l”attacco continuo e spesso povero di contenuti contro una non meglio specificata “sinistra conservatrice”.

Ecco perché lo scazzo Renzi-Marchionne è spaesante per alcuni. Sono entrambi figurine simbolo che quell”area politica eleva ad esempi di innovazione, salvo poi abbandonarli, come successo in passato con altre figurine, quando alla lunga queste si rivelano per quello che sono: colossali “bolle di sapone“!

Marchionnismo e Renzismo sono malattie senili del riformismo alla italiana: appena trovata una nuova e più efficace figurina anti-sinistra verranno archiviati. E ci romperanno le balle con qualche altro innovatore prêt-à-porter: non c”è scampo! Santè

 

Amaca Chips /5 – La porta del Male

in giornalismo/internet/società by

Lui è tornato da appena un mese e già si annoia al punto da cercare sollievo nel bene rifugio della rete, ossia le notizie trash nella barra a destra. Pensate, si annoia a tal punto del suo stesso lavoro che non trova niente di meglio da scrivere che raccontarci questa incredibile esperienza con la foto del tatuaggio di Rihanna.

Esperienza che ha coinvolto “le persone intorno a lui” che supponiamo essere la redazione di Repubblica e che ci immaginiamo dunque avvinte da questo cazzeggio ermeneutico su un paio di tette tatuate. La Repubblica delle Idee, ammàzza.

Insomma come al solito volevo prendere per il culo questa ultima inutile Amaca (il nostro si annoia a morte, e si vede), poi la cosa è diventata seria, terribilmente. Perchè Michele prima non capisce, se la sghignazza coi colleghi, poi però ha un rigurgito di perbenismo. E s’incazza, diamine: la foto l’ha scattata lei, l’ha messa in giro gratis e per questo è BRUTTA. E il brutto è la porta del Male, chiosa soddisfatto.

L’articolo si conclude con questa sottospecie di luogo comune, uno dei più frequentati tra gli intellettuali e i politicanti di una certa sinistra, che li fa sentire come piace a loro: nello stesso tempo colti ma popolari.

Ecco, io volevo dire una volta per tutte che questa storia che il Brutto è Male è una stronzata emerita, e non vale la pena neanche scomporre i termini della questione, che il Brutto è concetto variabile, che non si può vietare il Brutto, nè multarlo eccetera. Che poi Repubblica.it pubblichi roba trash è risaputo ed è altro discorso.

L’orogenesi di questa montagnosa cazzata è antichissima, so che la recente vulgata recitata da Luigi Lo Cascio in una sequenza de I 100 Passi (film dai grandi meriti, tra cui non quello della profondità) ha avuto grande successo e viene citata a rotta di collo e a spropositissimo come panacea a tutto. Il Bello è il nuovo Graal: quando le città saranno belle allora vivremo meglio, la politica si misura dal grado di bellezza e “bisognerebbe obbligare le persone a rendere belle le facciate delle loro case”.

Se volete litigare con me, fate un discorso così: perchè io lo rivendico il diritto al brutto, all’irregolare, al disturbante.

Poi (facciamo che di Platone parliamo n’altra volta, ok?) voglio solo farvi presente che la bellezza è stato il volto surrettizio di tutti i regimi, che l’estetica di Stato è sorella dell’etica di Stato, e sono sorelle che vanno molto d’accordo.

Ora, il punto è che voi potete essere fighetti e patinati a piacimento, tutto quello che vi chiediamo di fare è non rompere il cazzo. E che non vi passi per la testa che essere belli e fare cose belle sia un obbligo, non lo è e potete sempre guardare altrove. Anzi: fàtelo.

Gunnàit.

 

 

 

La sinistra e l’esclusiva del garantismo

in politica by

Leggendo la miriade di commenti -spesso e volentieri indignati- alle vicende di Breivnik e di Vallanzasca ho messo a fuoco una questione che avevo in testa da un po’, sia pure in modo non del tutto consapevole.
Si direbbe, a giudicare dal dibattito che si è scatenato in rete, che secondo l’opinione maggioritaria l’attenzione alle condizioni di vita dei detenuti, la convinzione che si debba cercare di recuperarli alla società civile piuttosto che punirli tout court, il tentativo di separare il concetto di giustizia da quello di vendetta siano concetti “di sinistra”; mentre al contrario siano “di destra” l’idea che per certi crimini occorrerebbe buttare via la chiave, che chi li ha commessi dovrebbe essere considerato in qualche modo irrecuperabile, che il carcere debba consistere essenzialmente in un castigo -per non dire una tortura- senza alcuna finalità rieducativa.
Ebbene, io -da uomo di sinistra quale mi considero- ritengo che questa visione delle cose sia profondamente inesatta: e che in ragione di tale errore la sinistra italiana -spesso e volentieri intrinsecamente manettara e giustizialista, com’è agevole rilevare da alcuni recenti accadimenti che hanno avuto luogo nel nostro paese- finisca per vedersi attribuita una posizione più attenta degli altri alla tutela dello stato di diritto senza alcuna ragione plausibile: come se i garantisti -per qualche ragione che mi appare francamente inspiegabile- dovessero collocarsi “naturalmente” da quella parte, al punto da configurare una vera e propria rendita di posizione che a ben guardare si rivela tanto suggestiva quanto virtuale.
Io, personalmente, non credo che il garantismo -nell’accezione ampia che si vuole attribuire al termine in questo post- sia una cosa “di sinistra”; sia in termini astratti, giacché la destra liberale è -o dovrebbe essere- da sempre particolarmente attenta a questi temi, sia in termini concreti, perché dandomi un’occhiata alle spalle e posando uno sguardo volante alla storia degli ultimi decenni ho la sensazione che la carenza endemica di garantismo -cioè, per capirci, l’atteggiamento vagamente ma palpabilmente illiberale- costituisca uno dei punti deboli della sinistra italiana, vale a dire uno degli elementi che -faccio il mio esempio personale- mi ha portato progressivamente ad allontanarmene.
Dopodiché, naturalmente, ognuno è libero di pensare quello che vuole: purché non si arroghi -come mi pare stia accadendo negli ultimi tempi- il monopolio di battaglie che di cui non ha l’esclusiva.
Né in teoria, né in pratica.

Go to Top