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silenzio

Quelli che parlano ai concerti

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In questa stramaledettissima società del baccano, sembra che si senta il bisogno di aggiungere rumore al rumore, trambusto al frastuono, cacofonia al suono.

Probabilmente annichilita dall’assedio costante di cachinni tecnologici, logorree social e scoregge musicali, un certo tipo di umanità tenta di rivalersi darwinamente sulla specie più debole, ovvero su tutti coloro che vorrebbero invece ancora godersi il piacere antico del momento auditivo. Quelli che parlano ai concerti sono l’esempio lampante della mortificazione dell’ascolto a cui siamo sottoposti/ci sottoponiamo quotidianamente.

Lo stronzo (o lo stronza) pare possedere il dono dell’onnipresenza: a volte si trova di fronte a te, in altre occasioni è alle tue spalle, molto spesso ti siede a fianco, ma è sempre, sempre, in compagnia di un accompagnatore anonimo, vera e propria spalla tragicomica, il cui unico ruolo è fornire un pubblico, un’audience, al monologhista disturbatore. Monologhista che, in accordo con la tradizione Shakespeariana, è un grado di andare avanti a parlare per ore e ore, senza interruzioni o pause di alcun tipo, apparentemente immune dal bisogno di tirare fiato o reidratarsi – più resistente di un cammello del Gobi. La presenza di un cantante o di una band sul palco non lo turba: basta alzare un po’ la voce quando la musica sale di volume, o urlare durante gli applausi. L’oggetto di tali orazioni è, nelle maggior parte dei casi, velleitario: si passa dal vestito nuovo comprato in saldo all’idraulico che non è riuscito a sostituire la guarnizione, senza dimenticare ovviamente quella troia della Paola che è una settimana che non risponde ai miei messaggi.

Come tutte le forme di vita parassitarie, il disturbatore si adatta a qualsiasi genere musicale: sebbene il suo habitat preferito sia il concerto jazz (musica bassa, birre sul tavolino e brani di cui non frega un cazzo a nessuno), si adatta benissimo anche alla classica (d’altronde parlare tra un movimento e l’altro commentare è praticamente un obbligo), al pop (anche se in questo caso viene spesso sostituto da un’altra, esecrabile figura: quello che canta tutte le canzoni ad alta voce), e al rock (a fine esibizione ha in genere la gola a pezzi dopo aver tentato inutilmente di sovrastare riffs satanici e percussioni apocalittiche). Cercare di interromperli, anche in maniera cortese, è inutile: ti guarderanno in maniera offesa, quasi scandalizzata, non chiederanno scusa e aspetteranno circa mezzo minuto per poi riprendere la loro interessantissima tergiversazione sull’ultima offerta della Vodafone con chiamate illimitate.

Ma dietro questa arroganza di superficie si nasconde, temo, un’insicurezza di fondo – mista a una certa dose di malinconico fatalismo. È forse la consapevolezza più o meno inconscia di aver perso non solo la capacità di ascoltare, ma persino il beneficio di lasciarsi trasportare dal potere del suono armonico. Fratello gemello della musica, il silenzio è un elemento imprescindibile dell’ascolto attivo, quello che ci permette di andare in profondità a livello intellettuale ed emotivo e di godere appieno dell’esperienza attuale – cioè limitata nello spazio e nel tempo – che stiamo vivendo. Quelli che parlano durante i concerti parlano innanzitutto sopra se stessi, nella vana illusione che il suo della voce possa davvero riempire i buchi che hanno nell’animo.

Senza contare la rottura di coglioni per chi sta loro attorno.

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