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L’insostenibile leggerezza dell’essere (ebreo)

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Credo solo in due cose, il sesso e la morte, solo che dopo la morte non ti viene la nausea.

Ci sono tanti modi per affrontare la morte; fra questi, esserne terrorizzati è sicuramente il migliore. Ma è proprio la paura della morte – non la morte in sé, evento disgustoso e innominabile – a dare luogo a l’espressione più profonda della nostra umanità: ovvero l’umorismo, di cui Allan Stewart Konigsberg, in arte Woody Allen, è il grande interprete contemporaneo.

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Un interprete ha spesso una vita a tratteggiare i contorni di questa ansia universale, traducendola nei termini malinconici dell’ilarità riflessiva. Proprio come nell’umorismo pirandelliano, ridiamo grazie alle opere dell’autore newyorkese con la consapevolezza della miseria della nostra ben limitata natura: Allen si prende infatti gioco della nostra paura più grande non per esorcizzarla (questo è un compito per cabarettisti o filosofi di seconda categoria), bensì per prenderne atto. Non vi è catarsi nella risata, solo consapevolezza – una sorta di Nietzsche al contrario, che ride ancor prima di guardare nell’abisso.

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Un artista della morte ma non per la morte, il caro Woody: nel caos insensato di un’esistenza la cui unica (non-)logica sembra essere l’entropia, l’amore fa capolino per gettare ancora più confusione nella mischia. Possibile che oltre tutto questo dolore e questa paura, esista qualcosa in grado di cambiare le carte in tavola? L’amore non è forse una sorta di magia, che scombina le regole implacabili dell’insensatezza universale per dare agli esseri umani un buon motivo per andare avanti? Nella classica dicotomia freudiana eros/thanatos, pare che per Woody Allen il primo abbia tutto sommato la meglio.

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Certo, non che l’amore non sia causa di problemi, soprattutto quando si tratta di sesso: quel che il corpo ci spinge a fare spesso va contro il buoncostume e gli usi del vivere civile. Prostituzione, incesto e zoofilia mal s’accordano con una società che fonda le proprie basi su ciò che è lecito o meno fare (a letto), ma non per questo Allen rinuncia a sottolineare l’incongruente necessità della perversione amorosa – al punto non solo di raccontarla, ma persino di viverla sulla propria pelle. Il sesso nelle sue manifestazioni più distorte è forse ingiusto e immorale, ma al tempo stesso inevitabile e, soprattutto, dannatamente piacevole.

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E a una società che traccia i confini della moralità Woody Allen risponde con il paradosso ebraico, che è quello della doppia appartenenza. L’ebreo della diaspora vive in due mondi paralleli senza appartenere completamente a nessuno dei due, ed è proprio questa ubiquità imperfetta a permettergli di cogliere le contraddizioni, gli aspetti grotteschi, di entrambe le realtà. Si ride degli ebrei da americano e degli americani da ebreo, nella consapevolezza del proprio posto da osservatore privilegiato – sebbene a tratti un po’ schizofrenico – di questa dimensione caleidoscopica.

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Quel che rimane fisso è invece l’arte, nella sue varie forme (cinema, scrittura, musica), placebo esistenziale che conforta o perlomeno distrae dai mali di questo tempo. Un tempo che però si assottiglia, fino a quasi scomparire, nell’esercizio di una letteratura – intesa in senso ampio, come narrazione della vita – tesa a rivelare la tragica costante delle nostre insoddisfazioni. Woody Allen è inattuale perché non semplicemente relegati all’attualità sono i dubbi e le contraddizioni dell’essere umano. Non che vi sia davvero una risposta agli interrogativi che ci attanagliano da sempre (così come non vi è una reale soluzione alla paura per la morte), tuttavia è proprio l’assurdità del porsi domande senza risposte quel che permette all’artista di andare oltre, nei termini spaziali della propria persona e in quelli temporali di un divenire che non si arresta mai.

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Oggi Woody Allen compie 80 anni. Chissà cosa ne pensa, di questo traguardo un po’ amaro: una ragione in più per aver paura della morte, o un ulteriore incentivo a riflettere, con lacrime e risa, dell’assurdità dell’esistenza?

Ad ogni modo, buon compleanno Woody!

¡Que viva La Zanzara!

in giornalismo by

Questo è un pezzo di difesa preventiva. Accorata e sentimentale. Difesa di una trasmissione radiofonica, La Zanzara su Radio24, dove martedì sera è andato in onda un nuovo, geniale scherzo telefonico.
Riassunto: un finto Renzi (il bravissimo Andro Merkù) telefona al monsignor Paglia, presidente del pontificio consiglio per la famiglia (sì, esiste una cosa del genere!). Questi rivela al suo interlocutore la presunta insofferenza del pontefice nei confronti del sindaco di Roma, che si sarebbe ‘imbucato’, non invitato, a un incontro del Papa a Philadelphia.

Pochi minuti, dai quali emerge con una vividezza più eloquente di qualunque analisi socio-politica, la fotografia di un’Italietta immobile, in bianco e nero, eternamente democristiana. E di vertici Vaticani che dimostrano di avere, ora come sempre, nei confronti del potere politico una consuetudine sollecita e affettuosa, che tradisce una tradizione di lieta e pacifica sudditanza del secondo nei confronti dei primi.

Ma torniamo alla questione dello scherzo. Il copione, per la trasmissione di Cruciani e Parenzo, non è nuovo: il caso più memorabile è probabilmente quello di Fabrizio Barca che, interpellato nel febbraio 2014 da Merkù/Vendola, si lascia andare a commenti e allusioni poco lusinghieri a proposito del nascente governo Renzi. O la telefonata della finta Margherita Hack (sempre Merkù!) che nel 2013 invita il costituzionalista Onida a sbottonarsi sull’inutilità dei ‘Saggi’ nominati da Napolitano.

All’indomani della telefonata della Hack a Onida, Gad Lerner ha scritto sul suo blog un pezzo durissimo e indignato in cui attaccava “il giornalismo degli insetti”, che sguazza nel suo “campionario di ‘mostri’ consenzienti”, “alla ricerca del bieco, rasentando l’osceno”. Similmente, dopo lo scherzo a Barca, Michele Serra ha vergato un corsivo su Repubblica, lamentando lo stravolgimento dell’ “argine tra notizia e diceria, tra polemica leale e colpo basso”, laddove “tutto finisce in un melmoso streaming che si autopromuove a ‘trasparenza’ anche quando attinge nel torbido”. Più di recente, Famiglia Cristiana se l’è presa con Cruciani (del quale, scrive, “facciamo fatica a citar[e] anche solo una frase, perché nella sua trasmissione il turpiloquio è elevato a sistema”) per via di alcuni interventi odiosamente razzisti di ascoltatori e ospiti della trasmissione.

C’è da aspettarsi, insomma, commenti di analogo tenore anche nei confronti di quest’ultima impresa di Cruciani e Parenzo ai danni del monsignore (o forse no, visto che di questi tempi gettare secchi di merda contro il sindaco di Roma è uno sport che garantisce soddisfazioni bipartisan).

E dunque: da domani, tutti addosso alla Zanzara! Fucina di giornalismo spazzatura, di oscenità allo stato puro, palcoscenico per i peggiori mostri, i razzisti, la famosa ‘pancia’ di un Paese affetto da colite cronica.

Ora, io seguo La Zanzara praticamente da sempre, dai tempi (bui) in cui il co-conduttore era Telese. La seguo soprattutto perché mi fa ridere moltissimo e trovo che sia un format di intrattenimento perfettamente riuscito. Ma ne sono ascoltatore appassionato anche perché sono convinto che sia una trasmissione rivoluzionaria, un unicum assoluto nel panorama italiano, un piccolo angolo di anarchia che dovremmo difendere con le unghie e non dare per scontato.
Certo: Cruciani è notoriamente un provocatore. Le sue opinioni sono a volte male o per nulla argomentate e poco documentate. Spesso io stesso le trovo agghiaccianti. Ma da una trasmissione di opinione non mi aspetto di essere sempre d’accordo con chi la conduce (che noia!): mi auguro piuttosto di ascoltare una voce libera, un punto di vista che scavalchi l’ovvio e mi sorprenda, che possibilmente vada al di là degli steccati ideologici.

La Zanzara è l’unica trasmissione nazionale e di successo dove il conduttore si permette di esprimere, quotidianamente, posizioni risolutamente anti-clericali, prendendo per il culo preti ed esorcisti, ascoltatori beghini e politici baciapile. In cui si assegna la medesima importanza alle parole del Papa e a quelle di Donato da Varese.

Alla Zanzara si è combattuta e si combatte una battaglia radicale, senza mezze misure, per i diritti degli omosessuali, per il matrimonio gay e per l’adozione. Negli anni, sono stati messi alla berlina i peggiori omofobi, se ne sono scoperti di nuovi e insospettabili tra politici, imprenditori, gente comune, e si sono sollevati casi internazionali che hanno contribuito a sensibilizzare milioni di persone (vedi il caso Barilla).

Alla Zanzara si parla quotidianamente di sesso, in maniera libera ed esplicita, in una fascia oraria non protetta. Si intervista Valentina Nappi, si parla di Viagra e Cialis, di vaginismo e piogge dorate, ma anche di legalizzazione della prostituzione, di case chiuse e di transessuali che esercitano la professione più antica del mondo e vorrebbero pagare le tasse a uno stato che glielo impedisce salvo poi perseguitarli con il fisco.

La Zanzara spaventa e scandalizza perché è una trasmissione laica in un paese clericale. Un paese in cui ciascuno, a cominciare da chi si indigna e la attacca, sembra non avere a cuore nient’altro se non la propria, piccola o grande, reale o immaginaria, spirituale o umanissima chiesa.

Purple Rain – Prince And The Revolution

in musica by

Purple Rain, il primo film su Prince è diretto dal regista Albert Magnoli, discreto mestierante che in seguito girerà un documentario su Sign of the Times, e finirà per subentrare (uncredited) a Konchalovsky nella direzione di Tango & Cash. A differenza di quanto si potrebbe immaginare, non è il film ad essere costruito attorno alle canzoni, ma il contrario. Come ad un bambino goloso cui si conceda piena libertà di ordinare a suo piacimento in pasticceria, Prince dà a Magnoli facoltà di scegliere tra un centinaio (!) di brani, pronti o solo abbozzati. Il regista ne sceglie velocemente 11 sui dodici previsti per il disco. Poco dopo, però, rimane colpito dalla (ancora rozza) versione di una canzone rock-gospel eseguita da Prince e i Revolution durante una serata al First Ave & 7th St. Club di Minneapolis. Quando chiede a Prince quale sia il titolo del pezzo, si sente rispondere “Purple Rain”. Da quel momento film e disco si chiameranno in questo modo.

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Il First Ave & 7th St. Club di Minneapolis

Il film, girato in 42 giorni tra Minneapolis e Los Angeles, ha un budget di 7 milioni di dollari e finisce per incassarne oltre 68, superando anche le aspettative più sfrenatamente ottimistiche. Per il ruolo di protagonista femminile viene inizialmente scelta Vanity (Denise Matthews) fidanzata di Prince e membro delle Vanity 6, uno dei progetti del Principe che potrebbe essere così sintetizzato: un gruppo di belle ragazze che cantano zozzerie in biancheria intima di gusto discutibile (non per niente il nome della band avrebbe dovuto essere The Hookers, ovvero Le Puttane).

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Al centro, in mutande, la fidanzata del Principe

Prince insiste perché Denise assuma il singolare nome d’arte di Vagina, ma a lei non va l’idea di identificarsi con i suoi – pur rispettabilissimi – organi sessuali esterni. Così Denise diventa Vanity – questo perché Prince, che è sempre stato leggermente narciso, nel volto di Vanity non vede altro che il suo alter ego femminile – nascono così le Vanity 6. Se insistete per sapere perché 6 e non tre, è presto detto: 6 è il numero complessivo di seni totalizzati dalle tre cantanti.

Poco prima dell’inizio delle riprese di Purple Rain: i rapporti tre le componenti della band, già tesi, vengono infatti ulteriormente messi alla prova dalla pubblicazione di una foto di Richard Avedon per Rolling Stone, in cui la sola Vanity viene ripresa in compagnia dell’influente produttore e fidanzato.

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Lo scatto di Avedon che avrebbe fatto imbestialire le altre Vanity 6

A rompere definitivamente gli equilibri è l’allettante contratto che la Motown propone a Vanity, la quale, oltre a lasciare le Vanity 6, rompe anche con Prince. A sostituirla in Purple Rain, dopo il rifiuto di Jennifer Beals viene scelta Apollonia (neé Apollonia Kotero). Kotero subentra a Vanity anche nelle Vanity 6, che da questo momento diventeranno le Apollonia 6 (il numero di tette è invariato).

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Prince ed Apollonia in una delle scene più erotiche mai viste in una pellicola mainstream

Il posto nel cuore (o solo nel letto) di Prince spetta, almeno in questa fase, ad un’altra Vanity 6, Susan Moonsie (Teenage Lolita).

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Teenage Lolita delle Vanity 6, poi Apollonia 6, una delle donne di Prince

C’è chi sostiene invece che nel periodo di lavorazione del film e del disco dedicato alla pioggia viola, Prince stia (ancora) con Susannah Melvoin, gemella di Wendy Melvoin (che assieme alla fidanzata Lisa Coleman milita nei Revolution). Quel che certo è che per Susannah, Prince ha preso a suo tempo una bella cotta – non a caso per lei ha scritto una sciocchezzuola come Nothing Compares to You.

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Susanne e Wendy Melvoin da piccole

L’album

Purple Rain è giustamente considerato uno dei più bei dischi della storia della musica contemporanea: con la sua miscela altamente instabile di new wave, R’n’B, hard rock, pop e psichedelia ha parlato ad un pubblico molto eterogeneo, toccando il cuore di milioni di ragazzi della mia età e facendo muovere culi sui dancefloor di tutto il mondo.

Tra i suoi 12 pezzi, si contano a mio avviso almeno quattro capolavori. Innanzitutto, Computer Blue: nato come un pezzo di quattordici minuti e successivamente ridotto alla più commerciabile taglia di circa 7, è un delirio di saliscendi di synth e di chitarra, con splendide variazioni ed un passaggio centrale particolarmente delicato, scandito da un basso possente; pochissime parole, a descrivere l’impossibilità di esistere senza amore (“There is something wrong in the machinery / Till I found the righteous one / Computer blue“) – a meno che non si tratti di un canto di disperazione davanti alla celebre schermata blu che faceva Windows quando crashava. La versione originale comprende anche il celebre “Hallway Speech”, un soliloquio del Principe sui suoi stati d’animo, che molti fan considerano più importante di quelli di Gesù e di Budda messi insieme.

Segue, ovviamente, Darling Nikki, la canzone che ha turbato la brava signora borghese nella foto qui sotto a causa del suo assai esplicito quanto sconveniente riferimento all’autoerotismo (poiché ovviamente le canzoni pop dovrebbero parlare di api e fiori, e non di manipolazione di genitali).

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“la trovai nella lobby di un albergo, mentre si masturbava con una rivista” … capito, Tipper Gore?

In effetti, Darling Nikki dovrebbe essere censurata, sì, ma solo per lo scarso realismo della scena evocata: vi sembra ragionevole che esista al mondo una tipa talmente allupata da toccarsi nella hall (nella hall!) di un albergo guardando una rivista? In ogni caso, il disco di Prince è stato il primo della storia a dover uscire con questo simpatico adesivo applicato sopra la copertina:

717_1_wandtattoo_parental_advisoryIl pezzo, che viene trattato in studio in modo da sembrare ruvido come un live, è in reltà assai elaborato. Si apre con una intro dal ritmo sbilenco ed ebbro, a base di synth e batteria acustica; poi chitarra e sintetizzatori schizzano nel cielo nero come fuochi artificiali, portando l’emozione al climax; riproducendo il ritmo di un rapporto sessuale, crescendo e plateau, il pezzo continua a stupire anche i fan al milionesimo ascolto: il paradosso che preferisco è l’associazione della doppia cassa (stile metal) alle “botte” di tastiera verso la parte finale. Al di là della premessa irrealistica, Darling Nikki dà vita ad un personaggio femminile impregnato di un erotismo letale: “She took me to her castle / (…) the castle started to spin / or maybe it was my brain / I can’t tell you what she did to me / But my body will never be the same“): il sesso con Nikki ti cambia la vita. Per sempre. Per inciso, provo molta pena ed imbarazzo al pensiero che una nullità come Rihanna abbia osato fare una cover di questo pezzo meraviglioso – immagino fosse alla ricerca dell’ennesimo pretesto per esibirsi una volta di più con la manina sulla sua passera estenuata.

Come dimenticare l’incantevole When Doves Cry? Questa è stata l’ultima canzone aggiunta all’album, e, nonostante il tono malinconico, ha un tiro forsennato che la rende ballabile. Si apre con un assolo di chitarra fiammeggiante su drum machine e vocalismi distorti. Come nella gran parte dei pezzi di questo album, la produzione enfatizza i toni alti, voci, chitarre e tastiere. La canzone aveva originariamente una linea di basso, ma il Principe all’ultimo momento decide di rimuoverla dal mix finale, preoccupato del fatto che la rendesse troppo “convenzionale”. Scelta singolare, per un pezzo dance: ma il genio è anche uno che fa cose strane ed imprevedibili che però funzionano. Farà lo stesso in Kiss, e in entrambi i casi il ruolo delle quattro corde verrà rimpiazzato da un potente riverbero applicato alla grancassa. Inoltre, When Doves Cry ha anche un testo di una dolcezza che ti resta dentro. Io per esempio mi sciolgo ogni volta pensando al “Sogno un cortile / Un oceano di violette in boccio / Mentre animali assumono pose insolite / Sentono il calore / Il calore tra me e te / […] “; oppure: “Toccami per favore lo stomaco / Senti come trema da dentro / Tu ci hai rinchiuso tutte le farfalle / Fai in modo che non debba darti la caccia / Anche le colombe hanno un po’ di orgoglio”.

E naturalmente Purple Rain. Il pezzo è stato registrato live il 3 agosto 1983 presso il First Avenue Club di Minneapolis, ad una serata di beneficienza, e successivamente editato e completato con innumerevoli sovraincisioni. Se pure nell’intero album la chitarra è ben presente, qui lo strumento diventa preponderante, sin dalle note iniziali, contribuite dalla chitarrista dei Revolution Wendy – una delle gemelle che vedete sopra ritratte da bambine. Prince, preoccupatissimo dell’assonanza di Purple Rain con Don’t Stop Believing dei Journey (?), realizza una mirabile sintesi tra hard rock e gospel e ha la possibilità di scatenarsi in una serie di assoli orgasmici. Il testo è un inno alle contraddizioni del cuore. Prince sa di aver causato molto dolore: del resto, come sostiene chiaramente in un’intervista a Rolling Stone del 1985 “ho sempre desiderato che la gente capisse che penso di essere una persona cattiva“. Secondo me, si parla di un’amicizia che è diventata qualcosa di più (weekend lover), generando sofferenza in diverse persone (l’amica e il suo compagno, l’amante stesso) . Ma è giunto il momento di fare una scelta, di cambiare le cose; poiché la compagna desidera che sia lui a prendere il controllo (o almeno questo è quello che lui pensa o spera), le chiede di smetterla con i ragionamenti e di farsi guidare da lui attraverso la “pioggia viola” (un’immagine simbolica che può significare cose diverse, dall’età del discernimento all’apocalisse). Questa strofe in effetti contraddice le affermazioni precedenti, in cui Prince si era detto pentito del male procurato ad altri e pronto a rinunciare non solo all’amore, ma perfino all’amicizia. Ma, come già scriveva Ovidio, molto prima di Prince e molto lontano da Minneapolis, Giove si fa beffe degli spergiuri degli amanti.

Pop porno: intervista ad Alberto Abruzzese

in società by

Ogni secondo circa 28mila persone stanno guardando un porno online. Ogni secondo una Verbania di sconosciuti si collega e sceglie il suo genere preferito. Il 70% di maschi tra i 18 e i 24 anni visita almeno un sito porno nell’arco di un mese. ‘Sex’ è la parola più ricercata sui motori di ricerca. Addirittura il 70% del traffico sui siti porno si verifica tra le 9 e le 17, cioè in orario di lavoro. Questi sono soltanto alcuni dati sulla pornografia online, un fenomeno che ormai è entrato a far parte della vita quotidiana di milioni di persone. Un fenomeno che, in qualche modo, si va via via facendo pop.

Ciononostante sembra non esserci molto spazio per la pornografia nel dibattito sulla contemporaneità; ciononostante sembra che il discorso sul porno online sia per la maggior parte degli utenti ancora un tabu. Ma perché non se ne parla? E cosa significa oggi discuterne? Lo abbiamo chiesto al Prof. Alberto Abruzzese, docente di sociologia dei processi culturali e comunicativi, scrittore e saggista, che sulla sua pagina facebook e sul suo blog ha da qualche tempo avviato una riflessione sulla pornografia d’oggi.

Prof. Abruzzese, perché è utile parlare di pornografia?

Per cercare di pensare in modo diverso dal pensiero umano in quanto pensiero occidentale, volontà di potenza del soggetto moderno. Siamo in un’epoca di crisi profonda, globale e locale. Nessun ceto dirigente e nessuna istituzione pubblica e privata sembra essere in grado di risolverla. Ora e nel futuro. Il capitalismo finanziario va distruggendo ogni vecchio strumento di governo del capitalismo storico, compresi gli stati e le loro forme di organizzazione amministrativa e politica. Ogni promessa della civilizzazione moderna sembra essere venuta meno. Ogni “principio speranza” cancellato. A questa crisi di valori e a questo vuoto di responsabilità e capacità nelle classi dirigenti che governano o credono di governare nazioni e mondo, si continua a rispondere facendo riferimento ai valori etici, estetici, religiosi e sociali dell’Umanesimo. Ma c’è da domandarsi: se siamo al punto in cui siamo – là dove è tragedia poiché non c’è più alcun eroe e alcun dio a salvare – la causa non sarà forse proprio avere fatto uso dei valori dell’Umanesimo? La pornografia offre argomentazioni adatte a ragionare su tale dilemma. Ci aiuta a toccare la distanza tra violenza del desiderio di sopravvivenza di ogni cosa vivente e “falsa coscienza” di un essere umano convinto della propria supremazia sul mondo in virtù della propria presupposta “libertà” di linguaggio.

In una recente intervista all’edizione fiorentina de “La Repubblica” ha definito la pornografia d’oggi “uno degli elementi della crisi della civilizzazione, uno di quei fenomeni antisociali a cui il futuro del web sembra sempre più incline”. Se ho ben capito, non si tratta di una riflessione di natura estetica o morale, bensì di una valutazione della pornografia come pratica. Sta forse dicendo che la produzione e la fruizione di materiale pornografico contrastino in qualche modo con i princìpi che governano la vita sociale?

Pensare che la pornografia è una pratica significa dire che essa va affrontata per ciò che produce: l’orgasmo. La pornografia è un insieme di mezzi – carne, pelle, mano, immagini, attrezzi, ecc. – volti a raggiungere un fine specifico: la “piccola morte”. Ma a ragionare così sono in pochissimi (nei più scatta quasi un censura inconscia, una rimozione automatica: ciò che nella pornografia si produce sfugge al pensiero, in realtà è indicibile). Del resto, a volerlo dire in modo più triviale, la pornografia è il mezzo necessario alla “masturbazione”: sappiamo bene quanto tale pratica sia stata ostacolata – inquisita – dalla chiesa, dalla famiglia, dalla medicina e dalla società. E resti oggi, nella più parte dei casi, ridicolizzata o nascosta.

Lei ha appunto parlato di una “erotizzazione sempre maggiore del mondo”. Questo fenomeno modifica il rapporto che gli individui hanno con il sesso – pronunciato e praticato – e quindi con la pornografia, che si va via via ‘normalizzando’, cioè entra sempre più nel quotidiano, in qualche misura si ritualizza. Si può quindi dire che il porno online sia soltanto un elemento, e nemmeno il più importante, di un rinnovamento globale dei costumi sessuali?

L’idea su cui sto lavorando da qualche tempo non è più quella surrealista dell’erotismo in rivolta contro le norme della società. Dimenticare Bataille, potremmo dire. Quell’idea (oggi sopravvissuta nel senso comune dei costumi e del loisir, in culture che potremmo definire piccolo-borghesi, da ceto medio, di “vecchio regime”) ha contato nel primo Novecento, nelle sue avanguardie, ma in realtà dentro il processo di erotizzazione delle merci, processo in cui – come tipico di ogni grande salto di qualità compiuto dalla civilizzazione moderna – hanno agito tanto gli impulsi a trasgredire le regole private e pubbliche della società, quanto la risposta dei regimi di controllo e sorveglianza sulle dinamiche del desiderio. Appunto della volontà di potenza. Al centro, il sesso e la sessualità, ma non soltanto: gli oggetti d’uso. Il sex appeal dell’inorganico. Per me invece ora conviene fare cadere ogni con-fusione tra erotismo e pornografia. Non farsi distrarre dalla convergenza tra un erotismo sempre più erotico e una pornografia sempre più comune… ordinaria.

Ma questa sovrabbondanza di immagini e parole sessualizzate non rischia di sminuire la funzione stimolativa e appagante della pornografia? Se il sesso è ovunque, l’eccezionalità è da ricercarsi in un tipo di materiale sempre più ‘spinto’? Siamo già arrivati alla “banalità dell’anale”?

Al momento a me interessa ragionare sul fatto che l’esasperazione del consumo di pornografia in rete ha un effetto preciso di sottrazione dalla società. A fare sì che non cada la capacità di eccitazione della attuale pornografia, ci penserà lo sviluppo tecnologico di nuove pratiche. Potrà essere accentuando la simulazione tattile o visuale o olfattiva, potrà agire direttamente sui neuroni senza più alcun nesso con il fare sesso, con i generi e con la procreazione. Una pillola o uno spray per venire, e via! Quello che mi pare di potere dire è che c’è un desiderio crescente (la tecnica) di alienazione del proprio corpo – l’individuo, il soggetto sociale – in una radicale morte del sé, nel piacere del suo nulla: sfera organica e inorganica, carne messa in condizione di sprofondare in se stessa.

Sfatiamo il mito secondo cui il porno online sarebbe una faccenda prettamente maschile: le statistiche rivelano infatti che un utente su tre è donna. È la prova che un certo femminismo moralista che definiva (e definisce) la pornografia lesiva della dignità della donna ha fallito?

Concordo. Comunque credo che studiare la pornografia con una attitudine psico-sociologica possa ancora fruttare qualcosa di utile. Non soltanto per sfatare appunto gli stereotipi costruiti su una visione tutta ideologica delle differenze di genere (che tanto ha nuociuto persino nei confronti della donna), ma anche nell’ambito ancora certamente moderno e tuttavia comunque più “civile” di altri contesti antropologico-culturali, in cui la pornografia viene studiata come luogo di maturazione, in sostanza democratizzazione, dei rapporti sessuali in “famiglia”. Nel praticare la pornografia e parlarne, le coppie e ciascuna delle parti vivono processi di emancipazione. Consumando ad esempio video porno in cui si inscena sesso tra donne lesbiche, penso che i giovani di sesso maschile siano sottoposti ad una educazione erotica infinitamente più sensibile rispetto alla educazione ricevuta, o più spesso per nulla ricevuta, nelle famiglie o cerchie amicali della mia generazione (la cui violenza, del resto è facilmente riscontrabile – intatta e oberata di ben altri carichi simbolici e ritualistici – nella più parte dei video etero).

Le ragazze del porno propongono una pornografia al femminile contro “gli ideali di bellezza malati”, il capitalismo e il patriarcato. Ma politicizzare il porno non significa trasformarlo in qualcos’altro?

Sicuramente. Da un lato “Le ragazze del porno” riducono il porno alla stessa funzione socializzatrice – estetica, affettiva, culturale – attribuita alla sfera erotica. Innestandolo sulle ideologie progressiste e democratiche hanno ancora probabili margini educativi, ma si tratta, come si diceva un tempo, di “battaglie di retroguardia”. Il ripescaggio di vecchie utopie liberatorie.

A suo parere, in un futuro prossimo o remoto il genere “amatoriale” potrà essere sdoganato? Come facciamo oggi con le selfie, condivideremo sui social network le nostre prestazioni sessuali? Oppure esiste un limite morale invalicabile tra sfera pubblica e sfera privata?

La tendenza è già in atto. Sino a quando i sistemi di controllo della società civile – nelle sue forme di effettiva o simulata democrazia o deliberata restaurazione autoritaria o di sopravvivenze premoderne – non riterranno troppo pericoloso il porno, avremo magari un ulteriore allentarsi della tolleranza. Ma calamità in rete come il gioco di azzardo e la pornografia non potranno essere tollerate in modo permanente data la crescita virale di questo genere di dissipazioni. Del resto la tolleranza è anche il dispositivo con cui si prepara l’intolleranza, con cui si crea l’allarme necessario a intervenire e a giustificare la radicalità delle misure repressive che si vogliono imporre. Accadrà quando per una serie di più e diverse ragioni (e non solo a causa di una visione bigotta del sesso e dei rapporti sessuali) i sistemi moderni avranno bisogno di frenare la deriva antisociale di una serie complessa di fattori disgregativi di cui il porno potrebbe essere parte e anche emblema. Il divieto delle droghe e l’intreccio tra cause e effetti che produce, lo conosciamo bene. Le grandi manovre mondiali sul divieto del fumo sono riuscite, stanno riuscendo in modo sorprendente. Il porno potrebbe essere la prossima grande manovra a difesa della salute dell’individuo. Della famiglia. Della solidarietà sociale. Delle religioni. Delle caste “nascoste” e “protette” dietro i loro privilegi, la loro intoccabilità. Magari questo salto repressivo potrà accadere inglobando anche una serie di valori che sono stati il frutto di battaglie progressiste: la parità dei sessi, la politica delle famiglie e delle nascite, e via dicendo.

 

Ve lo spiega Rosario vostro

in Chiedi a Rosario tuo by

Alessandro asks:

Disfunzioni erettili dei ratti
I ratti, poveretti, hanno disfunzioni erettili?

Your Answer:

Solo se prima di fare all'amore guardano Porta a Porta.

Luca asks:

Parmigiana
Bisogna pelare le melanzane nella parmigiana?

Your Answer:

Dipende dal tipo di melanzana. Quelle che si trovano in questo periodo hanno la buccia abbastanza dura, quindi è consigliabile pelarle. In estate, invece, quando sono al massimo del loro fulgore, le puoi lasciare anche con la buccia.

anpa asks:

CDP
Caro Rosario mio, volevo sapere cos'è e come funziona la Cassa Depositi & Prestiti, ammesso che sia questo il significato che si cela dietro la sigla in oggetto. grazie e buona settimana

Your Answer:

La Cassa Depositi e Prestiti è una società per azioni il cui controllo è del Ministero dell'Economia e delle Finanze, che ne detiene circa l'80% del capitale. Ha due attività principali: da un lato il finanziamento agli enti pubblici e/o afferenti lo Stato Italiano, finanziato tramite la raccolta del risparmio postale, e dall'altro l'investimento in opere pubbliche infrastrutturali, finanziato mediante l'emissione di bond.

Adriano asks:

Toc toc
Perché?

Your Answer:

Perché sì.

gubane asks:

opzioni e amici degli amici
Perché non esistono le plain pistacchio? Per caso i maggiori produttori di vaniglia siedono al tavolo dei Bilderberg?

Your Answer:

Esatto. E ci siedono pure un sacco di sadomasochisti, eccoti spiegato il collar.

Giovanni Fontana asks:

Rufo
Conosci un giocatore più pippa di Rufo Emiliano Verga?

Your Answer:

Sì, si tratta di Cesar Gomez, su cui ti vado a raccontare questo gustoso aneddoto. Durante un allenamento della AS Roma, un tifoso lo richiamò a gran voce verso la recinzione con carta e penna in mano. Cesar Gomez pensava di dover rilasciare un autografo, così si avvicinò alla recinzione. Mentre si avvicinava, il tifoso gli urlò «A' Cesar Go', vie' qua, too faccio io n'autografo»

Aurelio Ludovico Barilla asks:

Vita
Qual è il sesso della vita?

Your Answer:

Femminile.

Giuseppe asks:

Denaro
Che cos'è il denaro? Perché non possiamo stamparlo quando ci serve? Perché non posssiamo distruggerlo quando crea inflazione?

Your Answer:

Se distruggessimo tutte le banconote del mondo, io domattina non potrei acquistare il mio consueto pacchetto di Marlboro rosse morbide da 20, e ciò sarebbe un enorme problema di ordine pubblico.

Noe asks:

è un po' che volevo domandartelo
Come si chiama il tuo gatto?

Your Answer:

Il mio gatto si chiama Niceforo I il Miciogatto.

Vi sentite migliori di Mary?

in società by

La vicenda, in estrema sintesi, è la seguente: Mary, studentessa di Napoli, in attesa di laurearsi e acquisire la sua indipendenza economica vende le proprie foto hard perché, dice, è l’unico modo che ha per comprarsi uno scooter.
Ora, comprendo benissimo che si tratta di un caso molto “light” rispetto ad altre storie (ben più drammatiche) di cui si legge: però, consentitemi, lo trovo emblematico. O meglio, credo che possano essere emblematiche le vostre risposte a un paio di domande:

  1. Mary è davvero “costretta” a vendere le proprie foto (e quindi, in una certa misura, il proprio corpo)? Magari no, perché lo scooter è un bene voluttuario; o invece magari sì, perché quel veicolo, per qualche ragione, le è indispensabile. Ma la vera domanda è un’altra: ammesso e non concesso che quello scooter le sia assolutamente necessario, o se preferite immaginando che Mary si trovi a dover soddisfare un bisogno primario come mangiare o dormire, decidere di “vendere il proprio corpo” (sia pure in una modalità “mediata”) è sostanzialmente diverso dall’optare per fare le pulizie in un condominio, fare la baby sitter o impartire ripetizioni? E’ meno “dignitoso”? Voglio dire, e questa è la domanda definitiva: esiste un criterio oggettivo per misurare la dignità di una scelta, diverso dalla valutazione individuale di chi la compie?
  2. Nella domande precedente ho usato la parola “decidere”: perché vendere le proprie foto hard, evidentemente, non è che una possibilità tra le tante. Orbene, la seconda domanda è: se capitasse (o se è già capitato) a voi  di trovarvi in difficoltà economica, e decideste (o avete deciso) di procurarvi il denaro senza denudarvi, vi sentireste (o vi sentite) in qualche modo “migliori” di Mary?

Ecco, secondo me queste due domande sono emblematiche: perché se la vostra risposta (ad una sola di esse o a entrambe) fosse un sì, per come la vedo io voi (sì, proprio voi) sareste uno degli ostacoli che si frappongono tra le donne e la loro definitiva conquista dell’emancipazione.
Anche se magari siete sinceramente convinti del contrario.

Antigone al Ministero

in società by

Forse e’ inutile riassumere la storia: la famiglia Ligresti (non tutta, uno e’ ancora “ricercato” vivendo a Lugano) viene arrestata il 17 Luglio. Le vicende grossomodo si conoscono: la famiglia e’ solita a comportamenti banditeschi in ambito finanziario e industriale, e forse non solo in ambito finanziario e industriale. Si sa tutto anche delle varie amicizie collegate, sull’asse Virgillito – La Russa – Ligresti – Peluso. Poi c’e’ l’anoressia, il “mettersi a disposizione”, e i berlusconiani che paragonano la telefonata della Cancellieri per Giulia Ligresti a quella di Berlusconi per Ruby.

Cuffaro_cannoli

Insomma, Giulia Ligresti e Annamaria Cancellieri sono cosi’ tanto i perfetti nemici pubblici che tutto sommato un anticonformista per sport non vede l’ora di difenderli. Ecco il motivo dell’argomentatissimo post di Roberto, delle citatissime supercazzole di Manconi, e via fino a scendere nell’inferno della faccia di tolla con gli editoriali cazzari del Foglio.

Seriamente, pero’:  il comportamento di Annamaria Cancellieri e’, prima di tutto, un po’ patetico. Prima telefona, senza aver ricevuto alcuna sollecitazione, “mettendosi a disposizione”. Poi, apparentemente, osserva la vicenda con discrezione, evitando di esporsi troppo. Risponde al messaggio del padre di lei solo con un altro sms un po’ ambiguo. E’ possibile – non capisco da dove traggano la certezza di cio’ coloro i quali lo affermano o lo negano – che Giulia Ligresti fosse comunque nelle condizioni di ottenere i domiciliari senza nessuna “attenzione particolare”. Comunque siano andate le cose, credo che siano possibili solo due ricostruzioni coerenti con quanto ho letto in giro:

– Annamaria Cancellieri si e’ comportata in modo corretto ed equidistante. La vicinanza umana si e’ manifestata solo con comunicazioni personali.

– Annamaria Cancellieri ha effettivamente agito, attivamente anche se discretamente, per aiutare Giulia Ligresti ad ottenere una “corsia preferenziale”.

Mi pare che il primo caso sia stato smentito dalla stessa Cancellieri, quando parla di atto doveroso, gesto umano, e cosi’ via. Avrebbe potuto liquidare la vicenda dicendo che non si era spesa in alcun modo, ma piuttosto che dare un’altra intepretazione a quanto a disposizione del pubblico ha preferito vendere il gesto come “umanitario”.

La seconda interpretazione, ancora, e’ parziale. Se cosi’ fosse, avremmo di fronte una moderna Antigone che si erge a difesa dell’ingiustizia subita dalla povera detenuta, pronta a pagarne le conseguenze. Ma cosi’ non e’: ha fatto le cose a meta’, senza prendersi la responsabilita’ neanche di quella meta’. Perche’ la responsabilita’, che piaccia o meno, la si accetta prendendo atto che un ministro certe cose non le fa: puo’ farle chiunque, e dal punto di vista etico chi e’ in grado di biasimare qualcuno che aiuta un amico d’infanzia in difficolta’ anche per via di errori da lui commessi? Pero’ , se lo fa, ne esce a testa alta solo dimettendosi e urlando “lo rifarei cento volte”.

Questo dovremmo pretendere. Senza acrimonia, senza voler gridare al misfatto, senza farci prendere e senza prenderci per il culo.

Il resto e’ la storia quotidiana di un Paese la cui classe dirigente ritiene di essere cosi’ al di sopra delle regole che in fondo non si e’ mai posta il problema che sotto quelle regole la gente muoia, e non vede l’ora di utilizzare il caso per ribadire che le regole un po’ si’ , un po’ no, ma con moderazione.

Neanch’io

in società by

Gentile senatore Giovanardi, la faccio molto breve: se dovessi dire quale mentalità favorisce effettivamente gli stupri, tra quella che considera il sesso un “semplice divertimento” e quella che -da secoli- lo carica di senso di colpa e nevrosi fino a farlo diventare un’ossessione e un tabù, avrei ben pochi dubbi.
Ella afferma di non meravigliarsi, quando ha notizia di una violenza sessuale.
Considerato quanto sono ancora diffuse nella nostra società le motivazioni che Ella adduce, neanch’io.

Romeo

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Mi chiamo Romeo, sono un gatto e uso facebook. Cosa? Stai pensando che non è possibile? Che un gatto non sa utilizzare un computer e dunque non può usare facebook? Rassegnati: sono proprio un gatto. Un gatto tutto bianco con un padrone vicentino. Sì, lo so cosa dicono sui vicentini ma ti sembra il caso di fare ironia? Cazzo, immagina di dormire nella stanza accanto a quella di un presunto cannibale. Sghignazzeresti allo stesso modo? Non vuoi pensarci, eh ? Bene, almeno la finisci di fare ironia. Dicevo: sono un gatto tutto bianco con un padrone vicentino e mi piace la pizza. Pare che la pizza non faccia bene agli animali ma se anche mi gioco una delle sette vite che c’ho poco male, nella prossima starò più attento. Non conoscevo la pizza prima di farmi il profilo facebook, tutte le foto che pubblicano quelli che vanno a cena fuori mi hanno fatto venir voglia e allora ho provato. Che poi la vera ragione per cui ho deciso di iscrivermi è che un amico gatto romano continuava a dirmi « guarda che ‘sto facebook è pieno de gatte nude, fatte er profilo ». E allora ho fatto il profilo, così per curiosità. Dal momento in cui ho fatto il primo accesso, la mia seconda vita è cambiata. Sono diventato un erotomane (erotogatto sarebbe più appropriato, ma va be’). Ho cominciato a sfogliare gli album pubblici di tutti quelli che hanno un gatto alla ricerca di qualche bella foto sensuale. Ma no, cos’hai capito, mica le foto della vacanza a Ibiza dell’amica dell’amica dell’amica. Le foto delle gattine, naturalmente. Sono un gatto, mica un pervertito. Tutte quelle gatte nude e in pose sensuali… Ce n’è per tutti i gusti: da quella con le zampe sul gomitolo a quella che dorme su un fianco mostrando le parti intime; dalla maliziosa che strizza gli occhi alla timida che nasconde il musetto con le zampe. Così facebook è diventato per me quello che youporn è per voi. Cosa? Un gatto non si eccita con le foto? Lo dici tu! Un gatto si masturba pure, amico mio. In verità, un gatto normale non si masturba, ma quelli che hanno conosciuto facebook pare che abbiano cominciato. It’s Darwin, baby. Sia chiaro: questa storia deve rimanere tra di noi; ché se lo sa Zuckerberg mi censura le foto e addio autoerotismo (autogattismo). Ora scusa ma ho scovato un album di un tizio che scatta foto alle sue gatte mentre fanno pipì. Una roba disgustosa, eh? Disgustosa per te, forse. Questa è roba che migliora la serata! Se non avessi conosciuto facebook, sarei ancora a dormire in quella specie di lettino del cazzo. Starei ancora a fare una vita da gatto.

Diversamente

in talent by

di Barbara Bussolotti

Si vede da come lo guarda: lei pensa che il piacere lo provino quasi tutti. Lui vive in quel quasi vago e sfumato, seduto su una sedia a rotelle. È smagrito, le gambe sembrano un disegno più che un’estensione fisica reale, lo sguardo è spento. Come se avesse un bottone da qualche parte, l’unico con il quale possa controllare volontariamente una parte di sé e ci spegne lo sguardo.
Il sesso è un’abilità e lui è diversamente abile. Dunque il sesso è diversamente sesso. Gli si avvicina con movimenti lenti ed indecisi, senza sapere bene cosa fare.
Si vede da come lo guarda: lei pensa che a lui il sesso non serva. È abituata a chi sa fare da sé, a chi si spoglia rapidamente e si regala un’ora di piacere silenzioso e gridato ad occhi chiusi e vissuto in un altrove ogni volta differente e pagato, sì, perché funziona così.
– Il mio amico olandese ha un’assistente sessuale. Una donna avvenente ed esperta che conosce la disabilità, oltre all’arte del piacere. Mi dispiace per te, invece.
Lui è diverso. Diverso da tutti i clienti di sempre, diverso da quelli che camminano eretti su due gambe ben piantate. Non le era mai capitato di dover spogliare qualcuno, usando grazia nel sollevargli quelle gambe assenti di gravità. Di sganciare i braccioli della sedia e farli scivolare lateralmente. Di spostargli le natiche più in avanti, quel po’ che le avrebbe consentito di sedersi su di lui.
– Il mio amico non la deve pagare. È un suo diritto, il sesso. Il piacere. Provarlo. È come quello di vivere la vita. Il sesso fa parte del corpo, dunque della vita, no?
Si vede da come continua a guardarlo: lei non sa che dirgli. Che è dispiaciuta, quello sì, glielo direbbe. E pure che non sa come si fa a maneggiare la sua esilità, perché sa solo spalancargli le gambe sopra. Lei è lì per farlo godere.
Gli attimi si susseguono incerti, mentre lui la aiuta a completare la penetrazione. Lei sì che ha le curve molto belle, mentre le sue, pensa, le sue sono dritte, quel dritto giusto per incassarsi nella sedia a rotelle.
Il piacere si consuma lento, in un tempo surreale e diverso per l’uno e per l’altra. Lui chiude gli occhi e viaggia in un luogo di estasi, fatto di penombra e di fisicità diversamente estesa. Gli piace. Ansima. Lei è sta lì impacciata e manca di parole e concentrazione. Conta i minuti alla rovescia, dicendosi che prima o poi lui sarebbe arrivato al suo orgasmo e lei si sarebbe potuta rivestire.
Il piacere è servito. Lui si asciuga, lei si affretta a rindossare i suoi panni. Lo vede goffo ed in difficoltà e si allunga per aiutarlo. Lo riveste, ritira su i braccioli, lo aiuta a sistemarsi con la schiena poggiata perbene sullo schienale.
Lo guarda ancora una volta incredula prima di andarsene. Sì, il sesso è un diritto di tutti. Non è che un disabile non voglia godere, no. Questo è un maledetto luogo comune, vero solo in virtù di una maggioranza che sta in piedi e scopa muovendosi autonomamente. Non è affatto comune. È un luogo fatto diversamente, in cui si vive di quasi vaghi e sfumati.

Donnanana

in humor by

– No, no, fermo.
– Sono fermo, non mi muovo.
– Mi stavi facendo male.
– Ho notato, cosa faccio?
– Aspetta, mi giro.
– Ok.
– Prova così. Ok, ok, ok, NO! FERMO!
– Se urli mi fai prendere un colpo.
– Scusa, fa male anche così. Possiamo continuare coi preliminari?
– Va bene, però non chiamarli preliminari.
– Come devo chiamarli?
– Dopo due ore chiamali come ti pare ma non preliminari, chiamali armadillo.
– Stai facendo lo stronzo, non fare lo stronzo.
– Scusa. Non ci avevo mica creduto quando mi ha detto della vagina piccolissima.
– Lo so, non ci crede nessuno, pensano che esageri.
– Adesso ci credo.
– Ma dai?
– Dev’essere per quel detto, donna nana…uno si crea delle aspettative.
– Ti sembra una cosa bella da dire?
– No, però non sei altissima.
– Nana ci sarà tua mamma.
– Quanto sei?
– Uno e cinquantuno.
– Eh.
– “Eh” cosa?
– Niente, andiamo avanti coi preliminari?
– No, proviamo alla fiamminga.
– Alla fiamminga?
– Non conosci la posizione?
– No.
– Alla fiamminga è: stesi sul fianco, tu dietro di me.
– Ah. Si dice “a cucchiaio” non “alla fiamminga”.
– Io sapevo fiamminga.
– No, davvero, è il cucchiaio.
– Perché il cucchiaio?
– Oh, non saprei, perché sembra un cucchiaio?
– Un cucchiaio con un cazzo sopra?
– Non ne ho idea del perché.
– È volgare.
– Non l’ho inventata io, si chiama così. “alla fiamminga” allora?
– Hai presente i fiamminghi?
– Si.
– Credo che si riferisca ad una tecnica bellica usata durante la guerra dei cent’anni.
– Una tecnica bellica?
– Si.
– Una tecnica bellica tipo come?
– Non lo so, una tecnica bellica fiamminga.
– Una tecnica bellica fiamminga?
– Si.
– Comunque il cucchiaio non può funzionare, te lo dico subito.
– Perché no?
– Perché stante questa tua, diciamo, peculiarità, l’aiuto della forza di gravità è condizione minima e indispensabile. Nella posizione del cucchiaio la gravità influisce zero.
– Allora torno sopra?
– Si.
– Va bene, ok, piano! Ok. Piano! Fermo!
– Più fermo di così vado in tanatosi.
– Puoi ammorbidirlo un po’?
– Se posso ammorbidirlo?
– Un po’.
– Un po’ quanto? Due atmosfere? Ti sembra un canotto?
– Gesù, non potevo nascere con una vagina capiente, vero? Troppo facile.
– …
– Maledetta vagina minuscola!
– …
– Vuoi dire qualcosa? Devo parlare da sola?
– Credo si stia ammorbidendo.
– Davvero? Fantastico!
– Eh. Vedrai che divertimento.
– Dai che ce la facciamo, dai, dai, ok, ok così…no.
– …
– No.
– …
– No, così è troppo morbido.
– Ma pensa, davvero?
– Si, adesso è troppo morbido, puoi irrobustirlo un po’?
– No, santodio, non ho un quadro comandi. Non funziona così.
– Però non me lo avevi detto che avevi questo problema.
– Quale problema?
– Dell’impotenza.
– Ma fai sul serio? Son due ore che sta dritto come un cristo impagliato.
– Quindi adesso è colpa mia?
– No, figurati, è mia.
– È di quella puttanata che hai detto prima sulle donne basse, vi aspettate tutti che là sotto ci sia un’hangar militare. (piange)
– Però adesso non fare così.
– Sono tre anni che non scopo. Tre!
– Tre anni sono un sacco di tempo.
– Dio che voglia che ho!
– Si. Senti, allora io andrei.
– Non vuoi rimanere?
– No, preferisco di no.
– Magari fra un po’ ti torna duro.
– Appunto.
– …
– Allora io vado eh.
– …
– Ciao.

One Billion rising

in società by
Stop alla violenza sulle donne

 

                                Stop alla violenza sulle donne!

                                Ma quindi sugli uomini, se po fa?

Stop alla violenza sulle donne
Annarita Digiorgio
stop alla violenza sulle donne

Il reato di incesto ha un senso?

in società by

La vicenda, in estrema sintesi, è la seguente: nell’approvare il testo unico che eguaglia i diritti dei figli nati all’interno del matrimonio a quelli dei figli nati al di fuori di esso (by the way: meglio tardi che mai, eh?), la Camera ha modificato anche l’articolo 251 del Codice Civile, prevedendo che anche i figli nati da rapporti incestuosi possano essere riconosciuti dai genitori.
La cosa, com’era prevedibile, ha scatenato le reazioni indignate di alcuni politici cattolici come la Binetti e Mantovano, secondo i quali il provvedimento legittimerebbe, e addirittura sacralizzerebbe, “uno dei crimini più gravi che si conoscano”.
Ok, che ne dite se facciamo un po’ d’ordine?
L’incesto, vale a dire il rapporto sessuale “con un discendente o un ascendente (madre/figlio, padre/figlia), o con un affine in linea retta (suocero/nuora, suocera/genero), ovvero con una sorella o un fratello”, è attualmente punito con la reclusione da uno a cinque anni dall’articolo 564 del Codice Penale; tuttavia -badate bene- esso costituisce reato soltanto nel caso in cui “ne derivi pubblico scandalo”: il che conduce a pensare, se l’italiano non è un’opinione, che dell’incesto consumato in segreto non frega una minchia a nessuno, con ciò suggerendo che la ratio della norma non è quella di impedire un comportamento in sé e per sé, ma piuttosto di evitare che la comunità ne venga informata e -povera comunità, com’è sensibile- abbia ad infastidirsene.
Ciò premesso (e non è poco, ma lasciamo correre), vorrei provare ad operare una distinzione: per come la vedo io un conto è l’incesto consistente -ad esempio- nella violenza sessuale di un padre nei confronti della figlia minorenne, un altro è quello consumato tra adulti maggiorenni e consenzienti che decidono, per le ragioni più svariate, di trombare tra loro.
Nel primo caso, ne converrete, il problema non consiste tanto nel rapporto tra consanguinei in sé e per sé (né, mi si consenta, il “pubblico scandalo” che potrebbe scaturirne), quanto nel fatto che trattasi di stupro, già punito altrove dal nostro diritto penale, nel caso di specie aggravato dalla particolare relazione di parentela tra i due soggetti che ne sono protagonisti, e quindi dai rapporti di forza che potrebbero scaturirne rendendo più odiosa -perché più difficile da contrastare e denunciare- la violenza e più gravi i danni psicologici che ne derivano.
Nel secondo caso, invece, sono decisamente più perplesso. Perché mai la legge dovrebbe vietare a un fratello e una sorella, a un suocero e una nuora, o perfino a una madre e a un figlio, qualora siano entrambi maggiorenni e capaci di intendere e volere, di avere rapporti sessuali tra loro? Per evitare il “pubblico scandalo” che potrebbe conseguirne? Mi pare poco. Pochissimo. Mi pare che in questo caso l’unica spiegazione plausibile del divieto sia un moralismo del quale, francamente, nel 2012 non si sente alcun bisogno.
Riassumendo: mi pare che da una parte abbiamo la violenza sessuale, casomai aggravata dalla parentela tra chi la opera e chi la subisce; e dall’altro, semplicemente, le libere scelte delle persone, che in quanto tali -poiché non danneggiano nessun altro- andrebbero rispettate e lasciate stare.
In quest’ottica il reato di “incesto” in sé e per sé mi risulta abbastanza incomprensibile: se non, lo ripeto, quale aggravante di uno stupro, che però è cosa assai diversa.
Forse varrebbe la pena di fare una battaglia per abrogarlo.
O, perlomeno, iniziare a ragionarci un po’.

I’m not a prostitute

in mondo/società by

Okay, la barra a destra dei quotidiani online italiani è il nuovo retro dell’edicola, quello in cui si esponevano le riviste un po’ sporcaccione, ma non sottovalutiamo: ci si trova di tutto, dal momento che alla strategia del nudo ricorre ormai chiunque voglia promuovere qualunque cosa, perchè un paio di tette fanno notizia a prescindere dalla forma, dal colore e dal movente.

E così questa estate tra le Sare Tommasi, le wags europee e i fondoschiena olimpici, non è passato praticamente giorno senza che le ragazze di Femen potessero tenersi la maglietta addosso, il che per altro sarebbe un peccato (dai dati pervenuti, sembrerebbe trattarsi del primo movimento politico che seleziona gli attivisti con gli stessi criteri di Enzo Mirigliani).

Perchè se di ingiustizia nel mondo ce n’è a bizzeffe, la panacea è drastica: scoprirsi le tette. Eccole dunque a Kiev, in una raffica di tette di fuori contro l’aumento della prostituzione causato dai tifosi degli Europei di calcio: 1 2 3 4 5. Subito dopo, correre a imbruttire il patriarca della chiesa russa: 6. Instancabili, eccole scoprirsi le tette a Londra contro la partecipazione alle Olimpiadi degli stati che applicano la Sharia: 7. E non c’è tempo neanche per una pausa a ferragosto, perchè tocca salvare le sorelle Pussy Riot con l’arma ben nota alle signorine da calendario e alle rockstar senza doti canore: tette fuori più immagine sacra 8.

Ora, per allontanare il giubilo dei lettori di Famiglia Cristiana, urge puntualizzare che qui nessuno è turbato dal nudo, men che meno dall’accostamento del nudo a croci o icone religiose: qui nessuno è turbato da quasi nulla, non fosse che l’uso markettaro del corpo finisce per alimentare la prurigine che circonda i nostri attributi sessuali primari e secondari, con la spiacevole conseguenza che poi, se uno vuol fare il bagno nudo per un privato piacere che non vi sto a raccontare quant’è un piacere, senza alcun secondo fine insomma, senza voler vendere un giornale nè una campagna politica , ecco, individui dalla morbosità continuamente sollecitata si sentono indebitamente disturbati. Ma questo è un altro discorso.

Tornando a Femen, più seriamente, il metodo del ribaltamento dell’uso del nudo femminile dal commerciale al politico in senso femminista è un esperimento interessante, anche se non originalissimo: la donna si spoglierebbe in quanto soggetto per sottrarsi al maschio in quanto oggetto. E pazienza se poi i click sui giornali provengono dallo stesso pubblico che clicca sul solito topless di Kate Moss a Saint Tropez. Dico davvero, pazienza: se la nudità muove i fili della comunicazione globale, non avrete da me nessun motivo di ordine morale per non usarla.

Va detto inoltre che leggere la questione femminile dell’Europa dell’Est con le lenti italiane è cosa difficile. Tutto quello che so l’ho appreso dai racconti delle donne che si sono avvicendate come badanti dei miei vecchi o per le pulizie di casa. Alla luce di questi racconti sono portato a pensare che la questione sia femminile quanto maschile, cioè legata alla condizione economica che accomuna i paesi post-comunisti. Molte di loro mi hanno inoltre riferito di violenze subìte da parte dei loro uomini perchè alcolisti. Anche questa mi sembra una preoccupante questione femminile E maschile.

Al di là di queste mie ingenue aspirazioni alla risoluzione intergenere delle violazioni di diritti umani e a un approccio meno situazionista e più politico ai problemi del lato B dell’Europa, l’istanza di Femen che proprio non mi convince è quella contro la legalizzazione della prostituzione e favorevole all’introduzione della responsabilità penale per chi usufruisce dei servizi proposti dall’industria del sesso. E’ al grido di Ukraine is not a brothel and I’m not a prostitute che le ragazze di Femen si sono raccolte, dal 2008 in poi, intorno alla giovanissima fondatrice Anna Hutsol, oggi ventottenne. Come se ci fosse qualcosa di male, ad essere una prostituta. Come se i bordelli fossere un male in sè.

Io non so se il femminismo nostrano sia poi riuscito a sciogliere il nodo del moralismo, mi è capitato di imbattermi in un dibattito alla Casa Internazionale delle Donne in cui qualcuno indicava la prostituzione come il gradino più basso delle condizioni femminili, ma magari si è trattato di un accidente e l’opinione non era largamente condivisa. So che su questi temi il confronto è difficilissimo tra donne diversamente femministe, praticamente impossibile tra femministe alla Femen e uomini.

Ma forse non è inutile proporre ancora una volta la semplice equazione che il diritto e la possibilità di scegliere di non prostituirsi si conquista insieme – non in opposizione – alla libertà di poterlo fare legalmente, senza coercizioni, come si sceglie di fare – che so – la commessa o l’insegnante o l’avvocato.

Che il turismo sessuale è largamente dovuto al proibizionismo degli stati occidentali, e che a una maggiore criminalizzazione in Europa corrisponderebbe un incremento dello sfruttamento sessuale in altri paesi.

Che distinguere tra prostituzione volontaria e schiavitù è necessario per poter, da un lato, contrastare efficacemente la schiavitù e, dall’altro, regolare quello che schiavitù non è.

Ignoro se il nuovo trend femminista preveda un dibattito su scala transnazionale e intergenere, se preveda un dibattito tout-court o se sia inesorabilmente avviato sulla strada dell’happening e del merchandising: è già on line il sito Femenshop per chi non potendo andare tette in fuori si accontenti di supportarle acquistando una maglietta o una tazza da esporre accanto a quella di Starbucs. Noi siamo sgamati, sappiamo che il marketing è uno degli strumenti della politica e che la necessità di autofinanziarsi sviluppa il senso degli affari.

Il claim del sito, tuttavia fa sperare molto male. We came, we stripped, we conquered : ragazze, è tutto al passato, quando è ancora tutto da fare.

 

Fermiamo il declivio – Dieci umili proposte per la collina Italia

in economia/politica/società by

Ho letto le dieci proposte di Fermare il declino. Da liberale di destra sono molto felice che si crei dibattito intorno a questioni così importanti. Tuttavia, pur essendo consapevole dei limiti che un’esposizione per punti possa avere, ritengo che le proposte del neonato movimento debbano essere accompagnate da una più consistente riflessione sulle libertà individuali, sui temi etici e sui diritti civili. Quelle che seguono sono le mie dieci umili proposte per la collina Italia, che lanciano il mio nuovo movimento. La maggior parte di queste non sono certamente novità, ma credo che formulate tutte insieme possano essere utili per riaprire la discussione. Fermiamo il declivio.

1)Legalizzazione delle droghe leggere. Le politiche proibizioniste sono evidentemente fallimentari e funzionali alle dinamiche commerciali di natura illegale, intraprese a livello macro dalle grandi organizzazioni criminali e a livello locale dalla microcriminalità. Legalizzare significa combattere il mercato illegale e allo stesso tempo produrre posti di lavoro e “fare cassa”.

2)Politiche dell’immigrazione e politiche per gli immigrati. L’immigrazione è da trent’anni una risorsa per l’economia del nostro paese e continuerà ad esserlo. Occorre sostituire le attuali pratiche temporanee di regolarizzazione (sanatorie) con strumenti permanenti, che permettano la valutazione individuale della condizione del migrante. Il lavoro nero degli immigrati – uno dei cancri del sistema economico italiano – e il loro ingresso in circuiti criminali si combattono anche modificando i vincoli imposti ai rifugiati politici e ai richiedenti asilo, che per il loro status non possono svolgere regolari attività lavorative. L’ha capito Obama, vediamo quanto ci mette la sinistra italiana. Last but not least, le attuali norme in materia d’immigrazione (Bossi-Fini) sono del tutto inadeguate, l’introduzione del reato di clandestinità e la precarietà alla quale è sottoposta la condizione di immigrato regolare (che può diventare irregolare se non mantiene un posto di lavoro) sono un tipico caso di produzione istituzionale di illegalità. Ah, dimenticavo: introduzione del principio dello ius soli: chi nasce in Italia è italiano.

3)Regolamentazione della figura professionale di sex worker. L’industria del sesso è una realtà, che piaccia o no ai moralisti cattolicheggianti e ad un certo femminismo. La realtà tedesca, che si affida ad un modello regolamentarista, in cui la prostituzione è legale e regolamentata, dimostra chiaramente i vantaggi di questo sistema. Ancora una volta, si può combattere l’economia sommersa che ne deriva (i sex worker sarebbero sottoposti, come qualunque altro lavoratore autonomo, ad un regime di tassazione particolare e dunque contribuirebbero a “fare cassa”). Il modello tedesco zittisce i detrattori della regolamentazione che sostengono l’eccessiva spesa per i controlli: i costi di polizia si abbattono in un tempo ragionevole e c’è solo da guadagnarci. In ultimo, c’è la questione igienico-sanitaria, che si può affrontare soltanto con la regolamentazione.

4)Ognuno ha il diritto di scegliere la propria fine. Lo Stato Etico pretende di scegliere per noi. L’istituzione di un registro delle dichiarazioni di fine vita (o testamento biologico) conseguentemente ad una legge che tuteli la libertà di scelta individuale paiono la soluzione più ragionevole. Come per l’immigrazione, lo Stato produce illegalità: sono tanti gli italiani che ogni anno decidono di varcare i confini per andare a morire, sono tanti i medici consenzienti che aiutano i pazienti ad avere una fine che loro ritengono dignitosa.

5)Amnistia e depenalizzazione dei reati minori. Che sia strutturale oppure no, l’amnistia è l’unico provvedimento che io conosca capace di ripristinare una condizione legale e ragionevole per il nostro sistema giudiziario: in Italia ci sono infatti 9 milioni di processi arretrati e ben 170 mila che ogni anno cadono in prescrizione. Il nostro paese detiene il triste primato per quanto riguarda le sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo rimaste inapplicate. Il danno, oltre che per coloro che sono coinvolti direttamente, è enorme anche per l’economia: chi mai può investire in un paese dove i tempi di un processo sono lentissimi e non vi è certezza di avere giustizia? L’amnistia da sola però non basta, bisogna che sia accompagnata da una riforma del sistema giudiziario e dunque dalla depenalizzazione di alcuni reati minori come la detenzione di stupefacenti (negli ultimi anni, il numero di tossicodipendenti in carcere è cresciuto in modo consistente, tanto che nel 2011 essi erano il 29% del totale della popolazione carceraria), nonché il reato di clandestinità. D’altra parte, il punto 2, ponendo fine alla produzione istituzionale di illegalità e attraverso politiche per gli immigrati, può potenzialmente favorire la diminuzione della presenza di immigrati nelle carceri italiane (ben il 38% dei detenuti sono stranieri).

6)Abolizione del meccanismo dei rimborsi elettorali. I rimborsi elettorali rappresentano il frutto più evidente della reazione allergica del sistema dei partiti ai processi democratici. Un referendum promosso dai Radicali nel 1993 aveva decretato (col 90% dei voti a favore dell’abrogazione della norma) la fine del finanziamento pubblico. Gli hanno semplicemente cambiato nome e hanno ripreso serenamente a succhiare soldi dalle casse dello Stato.

7)Per uno Stato concretamente laico. Abolizione del Concordato e quindi dei privilegi garantiti alla Chiesa cattolica. Dunque, niente più otto per mille, pagamento dell’Imu per gli immobili della Chiesa e niente più ora di religione a scuola (tra l’altro, gli insegnanti di religione vengono reclutati direttamente dalle Curie ma retribuiti dal Ministero dell’Istruzione).

8)Intensificare i rapporti tra la Scuola, l’Università e le aziende. Almalaurea è una buffonata, occorre un sistema che faccia concretamente da ponte tra il mondo accademico e le aziende. Il conservatorismo e la mentalità sinistrorsa rispetto all’Università hanno sempre impedito una riflessione seria sul meccanismo dei finanziamenti privati e sulla possibilità di formulare (a parte singole virtuose iniziative) accordi tra gli Atenei e le imprese italiane e straniere. Bisogna uscire dalla dimensione provinciale in cui hanno rinchiuso i nostri dipartimenti e aprirsi al mercato del lavoro internazionale. Gli istituti professionali sono qualitativamente scarsi e non garantiscono l’accesso al mondo del lavoro. Uno strumento su tutti: l’apprendistato sul modello tedesco. Il 49% dei ragazzi che svolgono il periodo di apprendistato presso un’azienda tedesca, al termine della formazione, trova un posto di lavoro fisso e un contratto presso l’impresa dove ha svolto il servizio e quindi imparato il mestiere. Lo so che l’Italia non è la Germania, ma almeno riflettiamoci.

9)Incentivare l’accesso alla cultura. Due esempi su tutti: i musei e l’Opera. Nonostante i musei italiani siano in condizioni pietose, sono molto cari e dunque poco frequentati. Una tra le possibili misure? Ingresso gratis o a prezzo “simbolico” per gli studenti. L’Opera è un lusso che pochi facoltosi appassionati possono permettersi, mentre altrove (provate a indovinare dove) tutti possono permettersi una serata in compagnia del barbiere di Siviglia o del Rigoletto. Dove trovare i soldi per effettuare miglioramenti strutturali ed agevolare l’accesso a prezzi ridotti? Da tutti i provvedimenti che suggerisco qui sopra.

10)Più pilu per tutti. Una ricerca della Northwestern University School of Law firmata dal prof. Anthony D’Amato ha dimostrato che, negli ultimi venticinque anni, negli Stati Uniti l’incremento dell’accesso alla pornografia è stato accompagnato da un declino del tasso di violenze sessuali. Negli stati in cui la pornografia ha avuto maggiore espansione, si è rilevata una forte riduzione di crimini a sfondo sessuale; mentre in quelli in cui essa ha avuto difficoltà ad affermarsi tali crimini sono aumentati. Ora, forse la questione è stata semplificata un po’ e si espone a critiche metodologiche, però ritengo che meriti una certa attenzione. La prendo alla larga per dire che è necessario ripensare le politiche moralizzatrici a favore di un’incentivazione della discussione sulla sessualità in genere. Credo che introdurre una vera educazione sessuale nelle scuole ed aprire un serio dibattito pubblico sulle questioni relative la sfera sessuale possa produrre benefici sotto l’aspetto della consapevolezza del proprio corpo e delle proprie scelte. Portiamo i preservativi nelle scuole e facciamogli vedere qual è il verso giusto.

Qualsiasi schifezza, ma il sesso no

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Non so se avete capito: il problema non è che le casse dei supermercati siano circondate da caramelle contenute in scatolette di plastica che pesano il doppio di quello che contengono, e allora tocca spiegare ai bambini che non gliele compri, perché la plastica inquina e per quanto si può bisogna cercare di non contribuire; non è neanche che siano piene di barrette, cioccolatini, snack ipercalorici che fanno male solo a guardarli, e allora tocca spiegare ai bambini che non glieli compri perché è meglio una fetta di ciambellone che a prepararlo insieme ci vuole mezzora e per giunta ci si diverte; e non è nemmeno che siano piene, le casse dei supermercati, di cianfrusaglie inutili collocate strategicamente in quel posto per stimolare il cosiddetto acquisto “di impulso”, consistente nel sovreccitare i bambini spingendoli ad acchiappare qualsiasi cazzata capiti loro a tiro esasperando i genitori già carichi della spesa e generando copiose discussioni con tanto di pianti, castighi e riconciliazioni al grido di vabbene ti compro ‘sta cosa che non so manco a che cazzo serve basta che smetti di farti venire le convulsioni.

No. Il problema è che vicino alle casse dei supermercati ci sono i sex toys. Quello è il problema. Perché va pure bene che i bambini crescano incivili, obesi, viziati, piagnoni, ma che vengano a conoscenza del fatto che esiste una cosa che si chiama “sesso” e che gli adulti ci si divertono perché è una gioia e che poi un giorno la scopriranno anche loro è intollerabile. Altro che plastica, schifezze e capricci.

E poi hanno pure il coraggio di lamentarsi che in questo paese le cose non vanno come dovrebbero andare.

In mezzo alla strada

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A Firenze un uomo e una donna fanno sesso in pubblico.

Un esponente della Lega si indigna, fotografa la scena e si lamenta del fatto che in giro non ci fossero poliziotti.

Vista l’aria che tira, dico io, meglio così: del resto, se tanto mi dà tanto, trombare non è certo la cosa più abietta che si possa fare in mezzo alla strada.

C’è di molto, ma molto peggio.

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