un blog canaglia

Tag archive

serie tv

Les Revenants: il ritorno dei ritorna(n)ti

in televisione/ by

In francese, il termine “revenant” indica, in maniera generica, un’entità proveniente dal mondo dei morti. La parola può infatti riferirsi indifferentemente a creature malevole o benigne, ectoplasmi innocui e senza voce, spettri infestanti, vampiri o, persino, zombie. Ed è proprio a partire da questa ambiguità etimologica che Les Revenants, serie televisiva francese apparsa per la prima prova sui canali d’Oltralpe nel novembre 2012, costruisce un intreccio tanto appassionante quanto difficilmente inquadrabile in una categoria specifica.

I protagonisti della storia, persone decedute che ritornano “in vita” così sconvolgendo vite e destini degli abitanti di un’anonima cittadina sulle Alpi, camminano sul confine incerto tra horror e racconto drammatico, romanzo gotico e zombie movie americano: ora sono normali esseri umani coinvolti dal vortice delle passioni, mangiano dormono e fanno l’amore, il momento dopo sono mostri deturpati da piaghe purulente e arti in cancrena, e un attimo dopo ancora sono creature inquietanti a metà tra il demoniaco e l’angelico, freaks dotati di poteri paranormali e capacità profetiche. Molti di loro sono confusi, e ancor più confusi sono gli “altri”, i viventi, invischiati in storie familiari, drammi d’amore e oscuri segreti del passato che credevano ormai sepolti: i morti in vita fanno un gran casino per il solo fatto di essere ritornati, figurati se ci aggiungi pure la carta esoterica, il mistero nel mistero.

Anzi, i morti non sono ritornati, stanno ritornando. La goffa traduzione del remake americano realizzato quest’anno per il pubblico anglofono, The returned, non restituisce la continuità del participio presente dell’originale francese: quello dei “ritornanti” è un processo in corso per tutta la prima stagione, un vero e proprio incipit d’Apocalisse in cui i primi defunti escono dalle loro tombe per annunciare la venuta di molti altri, l’approssimarsi inquietante di un’orda di non-morti. D’altronde, l’elemento biblico ed escatologico è fortemente presente nell’opera, un aspetto che getta nello sconforto i protagonisti e crea ancor più confusione nello spettatore: siamo di fronte alla resurrezione dei morti alla Fine dei Tempi, o a una rivisitazione europea del classico di George Romero?

L’horror caciarone americano sfuma dunque nell’introspezione esistenziale del Vecchio Continente; la cifra stilistica per eccellenza del cinema francese, la LENTEZZA, contribuisce a fare delle serie un vero e proprio stravolgimento di genere: laddove ci aspetteremmo urla, fughe deliranti, telecamere impazzite e sangue a fiotti, abbiamo lunghi silenzi, inquadrature di paesaggi, primi piani dei volti (bellissimi) dei personaggi e persino qualche lacrimuccia. Il risultato, inaspettatamente, è lungi dall’essere pedante – merito anche della buona scrittura dell’ideatore della serie, Fabrice Gobert, e del  co-sceneggiatore Emmanuel Carrère, noto romanziere.

Un prodotto a tratti eccellente che  sul finale della prima stagione (parliamo di sedici episodi da cinquantadue minuti l’uno) soffre, sfortunatamente, di quella maledetta patologia catodica nota come “sindrome di Lost”: della miriade si segreti, enigmi e misteri che si accumulano di puntata e puntata, alla fine non ne viene chiarito manco uno. Non che ci si aspettasse il manuale di istruzioni per una storia che punta tutto sul fascino etereo dell’Inconoscibile, eppure il gusto manierista del mistero per il mistero – à la J. J. Abrams – sfrutta in maniera un po’ vigliacca l’ovvia curiosità dello spettatore avido di risposte. Della serie: “Vuoi saperne di più? Ti aspettiamo alla prossima stagione.”

E così, tre anni dopo la messa in onda del primo episodio, eccoci qua ad attendere con sciocca speranza la seconda stagione, in debutto stasera (28 settembre) sulla rete francese Canal+ e domani sera in Italia su Sky Atlantic. Risposte alla marea di quesiti della prima parte della storia temo non ne avremo, tanto più che l’attrattiva della serie verte, in buona parte, sul disorientamento provocato dall’apparente mancanza di logica nella costruzione dell’intreccio. E se i produttori francesi conoscono la triste lezione Twin Peaks, dovrebbero sapere che non c’è niente di meglio (o peggio) per affondare una serie che rivelare chi ha ucciso Laura Palmer.

Staremo a vedere. D’altra parte, quando i morti ritornano è davvero difficile rimanere indifferenti.

True Puttanata

in cinema/televisione by

Si è conclusa ieri sera negli Stati Uniti la seconda stagione di True Detective, la serie a cicli autoconclusivi creata dal giovane scrittore e regista Nic Pizzollato – un nome da mafioso italo-americano con un destino da creatore di crime stories, a quanto pare.

Niente spoiler sul finale, tranquilli. Al netto della stagione, mi limiterò a dire che il crollo del rating di puntata in puntata è ampiamente giustificabile con la scarsa qualità del prodotto nel suo insieme. E la conclusione non è da meno.

Insomma, True Detective è davvero brutto. Ma brutto-brutto. Anzi, fa proprio cagare.

Le faccette di Colin Farell. Cristo, le faccette di Colin Farell.

E le faccette di Vince Vaughn. Le faccette di Rachel McAdams. La faccetta – perché capace di una sola espressione – di Taylor Kitsch. I monologhi filosofici totalmente decontestualizzati. Una regia piattissima che quando prova a risollevarsi scade nel ridicolo involontario. Una trama assolutamente sconclusionata che fa di tutto per gettare lo spettatore nella confusione più totale. Dialoghi al limite del masochismo. Un senso generale di “ma perché?” tra una scena e l’altra. Le faccette di Colin Farell.

Elementi forse già presenti in nuce nella celeberrima prima stagione, ma che venivano in un qualche modo attenuati da piccoli, coraggiosi momenti di bellezza che ti facevano voglia di andare avanti, nonostante tutto: la sigla meravigliosa dei The Handsome Family, l’interpretazione di Woody Harrelson, i bei piani sequenza delle (poche) scene d’azione, lo sfondo alienante e lovecraftiano delle paludi della Louisiana, i riferimenti colti alla letteratura di genere, un intrigo semplice ma avvincente, e così via.

Ecco, se nella prima stagione l’insieme funzionava a discapito dei pipponi insopportabili di quel cane di Rust/Matthew McConaughey (a mio avviso l’attore più sopravvalutato della sua generazione) e di una certa pesantezza generale, si potrebbe dire che l’intera seconda stagione fallisce nel suo intento – quale? boh – proprio perché siamo di fronte a quasi otto ore di brodo di Rust senza capo né coda.

Il cinema si sta spostando in televisione, ormai lo sanno anche i sassi. Registi e attori dello Star System hollywoodiano si accalcano per partecipare a produzioni “minori” sul piccolo schermo in nome di una rivoluzione annunciata che, a quanto sembra, cambierà per sempre il modo di intendere l’intrattenimento. La qualità è il prossimo passo delle serie televisive, dicono.

Ma la qualità, purtroppo, non viaggia mai da sola. L’altra faccia del buon cinema, il brutto cinema, è in agguato dietro questa grande migrazione di massa da un mezzo all’altro. Scopriremo tra poco che i grandi nomi non bastano a fare un buon prodotto, e che l’impegno artistico va ben al di là delle premesse autoriali. Sappiamo tutti di cosa è capace il “grande” cinema americano. Le puttanate sono in agguato, sempre.

E True Detective, temo, è solo l’inizio.

Go to Top