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Anche a scuola, libertà è partecipazione

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Come spesso accade, da un fatto che poi si è rivelato una fantasia è seguito un interessante ma disordinato dibattito in cui ognuno ha un po’ combattuto coi suoi fantasmi. Absinthe se l’è presa con me, Capriccioli coi preti, e Gino Cornabò con una parte del mio argomento. Ex falso quodlibet.

Ora, io sono notoriamente capriccioliano, e mi turba pure dargli torto, peró credo che la sua antipatia per i preti gli faccia perdere di vista la questione di fondo, che invece Gino Cornabò afferra. Poi non sono d’accordo nemmeno  con Gino Cornabò, e proveró a spiegare dopo perchè, ma va detto questo: separare il campo in due, tra “secolarizzati” e “religiosi” è un errore madornale. Significa mettere qualsiasi religione nel bacino degli intolleranti, e tutti i non religiosi nel bacino dei tolleranti. Sappiamo benissimo che è l’opposto di così, che i grandi massacri degli ultimi 200 anni in Occidente sono avvenuti per mano di regimi parecchio secolari. Se avviciniamo lo sguardo, vediamo che le motivazioni “non religiose” battono quelle religiose anche per i terroristi, in Europa. Ce lo fa notare Ian Bremmer, giusto oggi (link qui):

 

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Ora, il bigottismo di cui parla Alessandro esiste: solo che non c’entra niente con Daesh. E sopratutto è trasversale, appartiene ai non religiosi come ai religiosi, nello stesso modo in cui i religiosi possono essere tolleranti come fanatici. Di certo la storia (non solo il comunismo, anche il terrorismo come da grafico qua sopra) ha dimostrato che non serve credere in un trascendente per essere violenti in questa terra.

Ma, si diceva, il punto è un altro. Il punto è nel post di Gino Cornabò, che riassumiamo nei due concetti:

  1. l’Italia è a tutti gli effetti un paese semi-confessionale dove l’occupazione religiosa (cioè cattolica) degli spazi pubblici è tentacolare e poter dire “no, grazie” al presepe nelle scuole è una forma di disobbedienza quasi liberatoria
  2. Il gioco che Mazzone immagina è quello in cui le regole del calcio sono le solite, i difensori e gli attaccanti se le danno senza remore, e tuttavia l’arbitro indossa la casacca di una delle due squadre nel primo tempo e poi quella della squadra avversaria nel secondo

Il primo argomento è molto pericoloso. È vero, come si diceva in altre occasioni, che la chiesa cattolica mantiene ancora alcuni dei suoi privilegi storici e che questi sono, in uno stato liberale, completamente ingiustificati. Mi pare peró che, dato questo, siano tutti offuscati da una sorta di argomento sostanzialista, non saprei come chiamarlo, per cui se si mette uno spazio a disposizione chi ha più “tela da filare” sono i cattolici, e allora meglio la tabula rasa della competizione aperta. Ancora una volta, si preferisce bandire tutto perchè non si ha fiducia nella possibilità di un campo di gioco che non sia “inclinato”: e infatti lo stesso Gino Cornabò ( in corrispondenza privata, come si dice ) a dichiarare che “allora mi dovete davvero consentire di fare il presepe pastafariano, l’esposizione dei libri dell’UAAR, etc. Se me lo fate fare, come attività estemporanee, allora va bene”. Ma certo, è proprio questo il punto! Ed è proprio per questo che il secondo argomento è altrettanto sbagliato. La scuola non “prende le parti”, e dovrebbe anzi mostrarsi chiaramente imparziale nel ruolo di permettere ai suoi studenti di esprimersi in libertà, senza dover necessariamente fare da grancassa delle pretese dei genitori. Per questo è, secondo me, perfettamente lecito dire “no grazie” all’arcivescovo che si autoinvita a benedire, e anche dire “no grazie” a delle mamme che chiedono di fare i canti, o il presepe. Diverso è se un numero qualsiasi di studenti, fossero anche di sei anni, prende l’iniziativa per tutta la serie delle stesse cose.

È diverso perchè è importante trasmettere da subito il messaggio che in società esistono una diversità di idee, e questo rende una scuola diversa da una partita a calcio: in una partita si puó vincere, perdere o al piú pareggiare. In una scuola, da un confronto di idee accade che tutti vincano, ma mai che tutti perdano. Garanzia di questo ne è certamente l’imparzialità della scuola, e una salutare anche se temporanea assenza dei genitori. Oppure, tornando all’inizio del problema, possiamo decidere che una scuola è solo un luogo dove si impara a leggere e far di conto. Come, grossomodo, era il modello dei paesi totalitari, che nel Novecento in molti hanno guardato con invidia perchè invece nelle scuole occidentali ci si divertiva e si cazzeggiava troppo.

Abbiamo visto com’è finita.

 

Un presepe è oppressivo, ma per i fascisti

in politica/religione/società by

E cosí, un bel giorno, ti svegli e sei un fan di Salvini. Non è uno scherzo, è solo un post dovuto al pensiero un po’ stantío di un “progressista” in totale bancarotta intellettuale, con una ideologia ormai incapace di rapportarsi con la complessità del reale di oggi, che ha bisogno di aggregare al nemico ogni voce critica.

Come dovrebbe aver capito chiunque, io con Salvini non ho niente a che fare. Eppure vengo a lui associato. Vediamo, nel dettaglio, gli argomenti di Absinthe: sono la radice del pensiero polcorr che io critico, e che lui evocando pensa di esorcizzare. Un’ironia forzata quanto inefficace, perchè non si puó diventare meno la caricatura di Paperino se non si fa che parlare come Paperino. Dice, Absinthe:

il punto è che il presepe non è la messa, né l’accensione della chanukkah, né il festeggiamento della fine del Ramadan. Al presepe non si sceglie se partecipare oppure no: il presepe te lo cucchi entrando a scuola. Esattamente come il crocifisso te lo becchi appeso in classe e tutti zitti.

Posto che, per dirne una, la chanukkah una volta accesa rimane accesa da qualche parte, Absinthe cade esattamente nel problema del safe space: lo vedo, mi offende, quindi non dovrebbe essere lí. Non si reclamano spazi di libertà per la manifestazione di una pluralità di idee in luogo dell’opprimente monopolio di una idea sulle altre, ma si chiede una restrizione delle espressioni altrui.

Si dirà che la scuola è uno spazio pubblico, e uno è pur sempre libero di esprimersi come vuole a casa propria. Questo discorso chiama in causa, per l’appunto, proprio l’idea che si ha di “spazio pubblico”, nel senso di uno spazio a cui si provvede con risorse della collettività per fini universali. Bene, lo scopo della scuola è solo insegnare a leggere, scrivere e far di conto? Io non credo. E non lo crede neanche Absinthe, che infatti non si oppone all’educazione civica, all’educazione sessuale, ai momenti di dibattito su questo e quello per i quali i cattolici oltranzisti, altra faccia della medaglia dei fascisti del politicamente corretto, dicono la stessa cosa: che queste cose vengono imposte ai loro poveri figli innocenti.

Perchè, alla fine, hanno sempre avuto ragione i Flaiano: la cifra politica dell’italiano, anche con due libri in casa, è il fascismo. Come nel caso del crocefisso, maldestramente citato da Absinthe – che chiama in causa la CEDU pur se questa gli dà torto: il dibattito è tra chi lo vuole imporre anche in classi che non lo vogliono e chi lo vuole proibire anche nelle classi che lo vogliono. Non esistono spazi intermedi, non esiste un “parlate, discutetene”. Dice, infatti che la presenza di un crocefisso

impone ai miei figli di beccarsi un indottrinamento religioso anche se io non ho intenzione di impartirglielo e sin da quando sono più piccoli e suggestionabili

Niente di meno! Perchè il popolo, come si sa, è minorenne: a maggior ragione se è minorenne anche anagraficamente, allora deve rimanerlo per sempre anche dal punto di vista intellettuale. Non bisogna farlo confrontare con idee differenti da quelle esposte a casa! Argomento, ancora una volta, molto simile a quello dei cattolici oltranzisti. Verrebbe poi da chiedersi: che c’entra la laicità dello Stato? Non stiamo parlando dell’ora di religione coi professori nominati dai vescovi. Là Absinthe avrebbe ragione, ma quella non la mette in discussione. Si parla di una attività che una parte degli studenti, non necessariamente gli unici ad aver qualcosa da proporre, mostra agli altri. Pensa, Absinthe, che sia produttivo rimanere ciascuno nel pfoprio cortile, coi capetti spirituali di ciascuno, e senza nessun confronto? Il futuro è fatto di tante minoranze e di nessuna maggioranza: il confronto è d’obbligo. Fare questa segregazione forzata non serve a nulla.

Dice, Absinthe, che ritenere giusto che esistano spazi dove si esponga un po’ quel che capita, incluso il presepe, è un modo ipocrita per perpetuare l’imposizione oppressiva del presepe. Se si continua la parafrasi si vedrà che l’argomento ricorda molto da vicino certe istanze intolleranti, già ampiamente discusse, presenti negli atenei americani e non solo. In un recente articolo apparso sul Wall Street Journal, un accademico (peraltro parte di una minority) stigmatizza questi ragionamenti dicendo:

protesters may start with valuable observations, but then they drift into a mistaken idea of what a university—and even a society—should be; (…)  (they) happear to miss how Orwellian their terms often sound; the enraged indoctrination sounds like something out of “1984,” not enlightenment. Then again, one can almost hear the protesters responding, “Well, yeah, but we really are right!” They assume that their perspective is a truth that brooks no morally conceivable objection….where the protesters’ proposition is “If I am offended, I am correct,” the proper response is, quite simply, “No.” This and only this constitutes true respect for these students’ dignity.

Questo, credo, è il modo migliore di chiudere la polemica.

In fondo, il politically correct non è il problema piú urgente della nostra società, come non lo è la supposta oppressione clericale a mezzo di pezzi di legno intrecciati e pupazzini col muschio intorno: lo è, peró, la tendenza a far passare pseudo-argomenti come quelli di Absinthe come discorsi seri. È il sintomo di un serio decadimento della qualità del dibattito attorno a un conformismo triste, che accetta la sciatteria intellettuale in cambio dell’intoccabilità di poche, discutibilissime, certezze. Meglio fare uno sforzo.

I migliori lasciano Berlusconi… e si portano Coelho

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La nascita di una nuova casa editoriale è sempre una buona notizia. Questo è anche il caso della Nave di Teseo, progetto di Elisabetta Sgarbi e di una pattuglia di autori che include Umberto Eco, Nesi, Furio Colombo e varia umanità.

Vorrei peró spendere due parole sul clima in cui parte l’avventura dei transfughi della fusione Mondadori-Rizzoli. Sarà colpa della stampa e in particolare di certi giornalisti, che continuano a perpetuare il vizietto della superiorità antropologica (loro) verso “gli altri”, quelli del Paese Reale, quintessenzialmente rappresentati dalla famiglia Berlusconi. Come al solito, il piú abile a rappresentare questa visione è Michele Serra. Ecco qui la sua Amaca:

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Ci sono varie cose che, come si è già detto, non “suonano” bene: il fatto che tratti l’intiera famiglia Berlusconi come parvenu, termine orribile che denota il classismo ingiustificato di chi ha l’unico merito di non aver mai svolto un lavoro “pratico”, il fatto che pensi che Marina sia una manager stupida quando invece è una con due palle così e Mondadori va da dio, in un periodo in cui per l’editoria e la produzione culturale in generale non è che si scoppi di salute, e cosí via.

Chi, poi, abbia stabilito che si debba dare per scontato che il signor Berlusconi Silvio, nel suo privato, non debba godere del bello, includendo con ció anche la lettura, non si è capito. Mi capita di dissentire con varie persone, ma non per questo devo negare loro l’umanità, e quindi la capacità di apprezzare ciò che un animo sensibile può cogliere. Fin qui i problemini, diciamo, che vengono dalla formazione comunista di Serra, incapace di separare il privato dal pubblico, l’avversario dal nemico, il diverso dall’inferiore antropologicamente.

Poi c’è Umberto Eco, che comunista non è mai stato, ma a Berlusconi diceva che dopo una certa ora, lui, sottintendendo lui e tutta la gente perbene, “legge Kant”. Perchè, ça va sans dire, se uno paga delle donne per il sesso non può capire la Critica della Ragion Pura. In fondo, anche i grandi intellettuali possono rivelare vizi piccoloborghesi. Cosa dice Umberto Eco di questa avventura? Prendiamo la recente intervista a Repubblica:

Elisabetta (Sgarbi) ha spiegato a Marina che cosa significa “l’appiattimento dell’identità per un editore” e perché “i libri dei grandi autori raramente sono usciti da imprese gigantesche e perché i movimenti letterari più importanti della storia sono stati sostenuti e sviluppati da piccole realtà editoriali…” . Dice Eco: “Qualsiasi cosa avesse detto, Marina non avrebbe capito”.

Non-avrebbe-capito. Perchè, signora mia, Marina Berlusconi non è mica Franca Sellerio, non è certamente una donna di lettere, non è una di noi. È una che parla di “azienda” – perchè una casa editrice, si sa, non è una azienda.

Eppure non vorrei essere cosí severo con Umberto Eco. Ho letto tre dei suoi romanzi: Il Pendolo di Foucault, che mi appassionó parecchio a 17 anni. Oggi troverei tutto quello sfoggio di erudizione un poco stucchevole, ma credo mi piacerebbe ancora se lo scoprissi da zero. Il nome della rosa, che lessi subito dopo e consolidó il mio apprezzamento per Eco, e poi anni dopo anche (chissà perchè) la misteriosa fiamma della regina Loana, un romanzo cosí cosí, in cui emergono tratti autobiografici e piú superficialmente autocompiaciuti dell’uomo. Tra le altre cose, la sua passione per il whisky. Ora, questa passione è universalmente documentata, ed è una passione che apprezzo e condivido. Fui perció colto da grande sorpresa e curiosità quando, trovandomi in un alimentari del centro di Milano qualche anno fa, vidi entrare proprio Umberto Eco. Vediamo che bottiglia chiede, pensai, visto che chiedeva il whisky. Ed ecco una bottiglia di J&B. Che non è malaccio, peró insomma, neanche una cosa così da intenditori. Mi ricordava, sopratutto, i film di gangster italiani degli anni ’70 – in Milano Calibro Nove il J&B era onnipresente.

Quel giorno sono uscito dall’alimentari fischiettando il motivetto dell’inizio di Milano Calibro Nove, e pensando che uno può essere Umberto Eco, darsi grandi arie di intenditore di whisky, e poi comprare un umanissimo, normalissimo J&B. Ci ripenso oggi, quando vedo con che toni Eco e i suoi compagni di viaggio parlano del loro nuovo progetto editoriale, disprezzando la casa editrice che abbandonano come un gourmet snob parlerebbe di una bottiglia mainstream.

Attenzione – non c’è mica niente di male a comprare un whisky che, peraltro, ha un ottimo rapporto qualità/prezzo.   Solo che, alla fine, il catalogo della Nave di Teseo includerà anche Sandro Veronesi e Paolo Coelho. A dimostrazione che, nell’editoria come nella vita, capita di dire che si beve un ottimo whisky per leggere Kant la sera, ma alla fine si è pur sempre umani, attenti al portafogli e desiderosi di cose semplici, e si torna a comprare il buon vecchio J&B. E la diversità antropologica, se dovesse andar male, si potrà sempre tirare fuori per dire che gli italiani “non ci hanno capiti“.

La lista dei razzisti: una barbarie

in politica/società by

Cos’hanno in comune Stefano Dolce, Domenico Gabbana, Carlo Tavecchio, Angelino Alfano, Rosi Bindi, le sentinelle in piedi, Povia e Salvini? Sono iscritti a un club, stavolta per davvero a loro insaputa.

Capisco: i personaggi citati non sono simpatici, e poca simpatia riscuoterebbe ogni tentativo di difenderli, specialmente perchè vengono chiamati in causa per affermazioni stupide, sbagliate, odiose. Eppure. La crescita di un sito del genere presenta aspetti inquietanti: potrebbe bastare avere un minimo di notorietà, fare una battuta che irrita i gestori della lista, per trovarsi l’appartenenza a questi elenchi: e mancherebbe solo la lettera scarlatta marchiata a fuoco sulla schiena, a quel punto. L’idea che sta alla base è la seguente: invece di criticare una idea, c’è bisogno di canalizzare odio verso chi è accusato di sposarla. Per intimorire chi sta nel mezzo, chi in fondo non lo pensa tanto ma a questo punto ha paura ad esprimersi per paura di irritare questi nuovi Torquemada. Perchè, alla fine, una dichiarazione estemporanea può essere equiparata ad una iscrizione al “partito dei cattivi”, esattamente come una reiterata abitudine a riversare odio contro determinate categorie.

La paura di essere associati alle Binetti, ai Tavecchio, ai Povia, è probabilmente sufficiente per prestare piú attenzione possibile ad esprimersi secondo i canoni del politicamente corretto. Ma questo, se all’inizio priva del gusto per il becero, nel lungo periodo finisce per rendere certi argomenti simili a un campo minato, perchè ogni affermazione (in un senso o nell’altro) può alla fine irritare qualcuno. Siamo, sempre e comunque, in un intorno della pretesa di un diritto a non sentirsi offesi, una pretesa assurda che ha conseguenze grottesche. Non auspico che sia un giudice a chiudere il RIRO: la libertà di espressione è appunto più importante anche delle preoccupazioni circa le sue conseguenze, e tanto mi basta. Ma spero che gli attivisti dei movimenti gay, i piú organizzati e visibili, dicano chiaramente che non è rispondendo all’odio di alcuni con odio cieco e indiscriminato che intendono vincere le loro battaglie.

Sarebbe molto facile stare dalla loro parte, a quel punto.

Ferretti è “fascista” da sempre

in società by

Osservo, con un misto di commiserazione e stupore, le reazioni ormai prevedibili ad ogni manifestazione pubblica in cui Giovanni Lindo Ferretti esprime la sua vicinanza ad ambienti della destra conservatrice, clericale, eccetra.

Per molti è come se una persona altrimenti a modo, entrando in un consesso elegante e civilizzato, iniziasse a dare in escandescenze, o a mantenere un comportamento totalmente inappropriato. Sembra di vedere delle signore d’altri tempi scandalizzate dalla perdita di contegno di un noto gentleman. Perchè, diciamocelo, il punto era questo: Ferretti, come cantante dei CCCP/CSI/PGR, faceva parte del pantheon dei cantanti impegnati di sinistra. E in certi contesti, l’idea che uno possa non far parte della tribù ha qualche cosa di scandaloso.

Ma la verità, nel caso di Feretti, è ancora più scandalosa delle appartenenze tribali. Ed è che Ferretti non è mai cambiato. La sua poetica non è mai stata progressista, nè tollerante, nè altro che reazionaria. Per i CCCP, il comunismo era una risposta estetica al “disordine” morale del liberalismo occidentale, ed etica allo sganciamento della morale pubblica dalle prescrizioni sulla condotta individuale. Non è un caso che, oltre che per l’Unione Sovietica, Ferretti manifestasse una fascinazione evidnte per l’Islam politico, totalitario e reazionario.

Ferretti, come il protagonista di un recente film di Ermanno Olmi , non vive serenamente la modernità, il progresso, la libertà altrui: vive tutte queste cose come una imposizione, non a caso cedendo alla retorica dell’economia e del mercato che “si impongono” sull’uomo, retorica tipica degli uomini che vorrebbero piuttosto imporre agli altri le prorie idee di ordine, disciplina e morale. Questa mentalità non è rara a sinistra come a destra, e se fino a vent’anni fa era prevalente tra i comunisti, oggi è prevalente tra i post-fascisti e i leghisti. Resiste in ambienti di estrema sinistra, che però sono diventati numericamente residuali. Non è quindi un atto di conversione, quello di Ferretti, e men che meno un tradimento: Ferretti esprimeva la convinzione profonda, e radicata, di certa cultura comunista, come oggi esprime la visione del mondo delle Meloni, dei Salvini, dei Socci. Con la stessa scadente qualità di analisi, la stessa sciatteria politica e filosofica.

L’errore, allora come ora, fu nel valutare le canzoni di qualcuno in base alle appartenenze che si credeva avesse. Forse, in retrospettiva, questo ha generato una enorme sopravvalutazione artistica del personaggio. Forse no. Ma se vi piaceva ieri per quello che diceva, eravate reazionari, o fascisti, ieri. E se non siete più d’accordo con lui, avete cambiato idea voi. Lui è sempre lì, nel marcio della vostra coscienza.

 

P.S. c’è un tale, un certo Lucio se ricordo bene, che cantava malinconico “i CCCP non ci sono più”; ecco, nel suo caso è solo sciatteria, banalità e abuso di idees reçues.

Io non piango Pietro Ingrao

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O meglio, al netto delle emozioni che ogni essere umano sano di mente prova al pensiero della fine di un’altra vita, non penso che sia oggi morta una figura degna di grandi commemorazioni pubbliche.

La stampa, i politici, gli intellettuali, tutti scriveranno grandi cose di Ingrao in questi giorni: della sua coerenza, della sua ostinazione, della sua onestà intellettuale. Dimenticheranno di dire che Ingrao aveva scelto una parte della storia, una precisa parte, e quella parte non era giusta, da qualsiasi lato si guardi quella scelta. Ingrao era e rimase un comunista senza dubbi di sorta, passando attraverso Stalin, Kruscev, Mao, Pol Pot, l’invasione sovietica in Ungheria e in Repubblica Ceca, le deprivazioni a cui sono costretti i cubani e i nordcoreani. Lui ha osservato tutto questo, e ha continuato a dire: a questa tradizione io appartengo, di questa tradizione io sono interprete. La sua critica non era rivolta al comunismo, ideale violento e totalitario, quanto a chi ne dava una interpretazione compatibile con la liberaldemocrazia occidentale e pensava di far fare al PCI una svolta socialdemocratica.

Ogni opinione politica ha diritto di essere espressa, e ogni vita umana ha un valore inestimabile. Di questo io sono convinto, rispetto alle idee e alla persona di Pietro Ingrao. Purtroppo, se ci fossimo trovati in molti degli scenari del Novecento in cui la sua parte ha avuto la meglio, Ingrao non avrebbe detto le stesse cose delle mie idee e della mia vita.

Basterebbe per non piangerlo con lacrime di Stato.

Parlare di deportazione

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Non voglio entrare più di tanto nel merito dei provvedimenti sulla scuola del governo Renzi e del suo ministro Giannini. L’impressione, da anni, è di avere a che fare con governi tendenzialmente frettolosi e approssimativi, cui si contrappongono gli interessati, forti di una visione della scuola, dell’impiego pubblico e del Paese talmente fuori di testa da legittimare per differenza le posizioni del governo in carica.

Le due cose più contestate del pacchetto “la Buona Scuola” (maronnapureloroconquestinomi) sono

  1. La “chiamata” degli insegnanti da parte del preside;
  2. Il fatto che le cattedre debbano essere assegnate dove ci sono gli studenti secondo un algoritmo.

Vediamo: in sostanza, gli stessi che di fronte all’assegnazione di un potere discrezionale ma chiaramente attribuito gridavano al clientelismo, al favoritismo, oggi vanno in piazza perchè il metodo più oggettivo e non discrezionale che ci sia (un algoritmo che assegna a una destinazione andando in ordine di punteggio e secondo le preferenze espresse) è disumano ed è analogo a – tenetevi forte – una deportazione? Stiamo parlando della stessa categoria di persone che non si fida dei presidi perchè sono dittatoriali e potenzialmente corrotti,  che fapubbliche lezioni di civismo citando la prima parte della Costituzione (vabbè), che va in piazza “in nome del futuro dei nostri figli” e poi, guardacaso sopratutto al Sud, ci espone al ridicolo internazionale per una discontinuità comica nelle serie dei test di valutazione?

Io, sinceramente, credo che l’Italia abbia da imputare il suo relativo declino a tante, tantissime concause. Alcune non dipendenti da fattori interni. Però, se c’è qualcosa che rallenterà il paese per i prossimi decenni, perchè intoccabile da riforme, regolamenti, direttive, questa è la mentalità degli insegnanti, specialmente del Sud. Un Governo che fosse interessato al futuro del Paese dovrebbe porre il problema di come liberarsi di dipendenti così clamorosamente dannosi, più che improduttivi, e come fare in modo di non rendere cronico l’errore di averne assunti in massa. Oltre a questo, per il futuro, bisognerebbe capire come evitare di assumerne altri, dato lo stato pietosamente lisergico in cui versa gran parte dell’accademia umanistica in Italia, che alla scuola fornisce per forza di cose una buona parte della forza lavoro.

Purtroppo non sembra questa la preoccupazione di nessuno degli attori coinvolti. Bisognerebbe, però, che qualcuno inizi a far notare con molta severità che parlare di deportazione per una assegnazione di cattedra, a prescindere dal modo confusionario in cui la cosa si è venuta a creare, è grottesco e insultante. Sposta, e non era facile, il dibattito pubblico di un altro po’ nella direzione in cui le parole non hanno più alcun significato preciso, se non quello evocativo, partigiano ed emozionale che autorizza a parlare di “invasione” per l’arrivo di decine di migliaia di immigrati in età da lavoro in un paese di sessanta milioni, di “neoliberismo” o “austerità” per più o meno qualsiasi cosa si voglia criticare, di “deriva autocratica” per ogni riforma delle istituzioni, e così via.

Finirà che, a forza di urlare alla deportazione, qualcuno penserà che certi personaggetti in cattedra vadano accompagnati alla porta con meno gentilezza di quanto avrebbe fatto uno Stato civile e democratico. Tanto è uguale, è comunque deportazione. E chi subirà, a quel punto, non si renderà conto di quanto ha contribuito nel tempo a gettare le premesse di questo imbarbarimento reciproco.

 

Bella, ciao…

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Sarebbe interessante sapere cosa pensano quelli che gridano all’assalto alla libertà di pensiero perché una ragazza di 20 anni raccoglie firme per chiudere il programma di Belen, della decisione del prefetto di Pordenone di vietare il canto di Bella Ciao in piazza durante la manifestazione del 25 aprile.

Così per sapere se la libertà di manifestazione del pensiero la si tira fuori sempre e solo strumentalmente, contro i presunti benpensanti “presuntamente” di sinistra, oppure se la si difende anche quando un’autorità pubblica decide di vietare di festeggiare la Liberazione cantando una delle canzoni simbolo della Resistenza (di tutta la Resistenza, Bella Ciao non è riconducibile a una specifica frazione politica della Resistenza a differenza, ad esempio, di Fischia il Vento).

Se la si difende anche in questo secondo caso, sarebbe quindi il caso di domandarsi il perché di questo silenzio da parte degli altrimenti solerti difensori della libertà di manifestazione del pensiero.

Forza Belen!

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Non ho visto il programma di Belen. Non me ne frega niente del programma di Belen. Considero Belen una ragazza in gamba, in grado di conquistarsi ampi spazi grazie alla sua personalita’ – che e’, rispetto alla media, piu’ rilevante del suo essere una donna avvenente.

Ma tutto questo non c’entra. Se anche Belen Rodriguez fosse una coprofaga, una cafona, una negazionista, difenderei il suo diritto di resistere alla censura. Specialmente se la censura viene da una benpensante, tale Camilla, che in nome della difesa dal pensiero “omologato e omologante” non trova di meglio che proporre un bel bavaglio. Neanche si rende conto di avere tra le mani una gigantesca contraddizione. Come gli ayatollah, che ritengono o quantomeno dichiarano di agire in difesa della dignita’ della donna quando ne limitano le liberta’, certe femministe ritengono naturale combattere modelli da loro non condivisi umiliando la liberta’ di chi, senza esservi costretta, fa riferimento ad altri valori, schemi, stili di vita.

Io, che forse ho ed avro’ sempre valori differenti e condurro’ una vita mossa da motivazioni sideralmente lontane da quelle del giro di Belen, non posso comunque che sentirmi offeso da iniziative come quelle di questa tale Camilla. Siamo in grado, da soli, di stabilire cosa ci vada meglio. Possediamo – chi di noi ha il televisore – anche un telecomando. E se possiamo utilizzarlo per evitare di deliziarci con la farfallina di Belen, non possiamo di sicuro utilizzarlo per sottrarci all’intolleranza totalitaria di certe teste vuote.

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Il sonno della ragione produce Zeman

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In noi idealisti per cosi’ dire temperati quantomeno da medio raziocinio, la caduta degli dei di Utopia genera sempre una sottile, ma non mascherabile, soddisfazione.
E cosi’, nelle quattro sventole rimediate ieri sera da sor Zeman, come nei fischi della curva come reazione al gol romanista che chiudeva l’incontro sul 2-4, abbiamo visto una riedizione gustosa e non sanguinaria del crollo di molte utopie disastrose e stupide.

Come i comunisti, e come tutti gli utopisti criminali e velleitari d’ogni epoca, Zeman vende ai suoi adepti un mondo immaginario, in cui ogni cosa funzionerebbe alla perfezione, e con grande godimento di tutti, se non fosse per un fastidioso elemento di disturbo: che nel caso di Zeman e’ l’esistenza di un avversario, nel caso delle Utopie totalitarie l’ostinata ossessione degli esseri umani di rispondere agli incentivi, adattando il loro comportamento alle regole esistenti, invece di comportarsi come il Romantico Pianificatore vorrebbe.

Ovviamente, come crollano i muri costruiti per trattenere gli uomini loro malgrado dentro Utopia, crollano anche le scazzate difese di Zeman, e crollano le sue squadre nelle classifiche di ogni tempo. Ma i nostri cari zemaniani, indomiti, sanno bene che il principio di ogni fanatico e’ lo stesso: se i fatti e la teoria (meglio sarebbe: l’utopia) non concordano, al diavolo i fatti.
Il che spiega il motivo per cui, in fondo, Zeman piace tanto alla stampa di sinistra di questo disgraziato paese.

 

Il sonno della ragione

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