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Come si vive, nei campi che ho fatto anch’io?

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Io ci sono stato, a Castel Romano: 42mila metri quadri di campo situato a più di 30 chilometri dal centro di Roma, con la fermata del bus più vicina a 4 chilometri di distanza, in parte senza energia elettrica, dotato come da copione di mondezza assortita ammucchiata in ogni dove e perfino di cinghiali che grufolano in giro, vicino alle persone. Il più grande insediamento “istituzionale” d’Europa.
Ebbene, sta di fatto che il campo rom (o per dirla come la dicono loro il “Villaggio della Solidarietà”) di Castel Romano è stato progettato e inaugurato nel 2005, dalla Giunta Veltroni.
Lo stesso Veltroni, a quanto mi risulta, che in una scena particolarmente “toccante” della sua ultima fatica cinematografica, “I bambini sanno”, chiede (con voce grave e commossa) a un bimbo rom come si viva in un posto del genere (riferendosi evidentemente a un campo, che non è dato sapere se sia quello di Castel Romano oppure un altro, ma evidentemente ai fini del ragionamento fa lo stesso), e se non sarebbe più felice di abitare in una casa vera (domanda peraltro molto acuta, un po’ come chiedere a uno costretto a mangiare cibo per cani se non preferirebbe, magari, dell’aragosta).
Ora, sui campi rom possiamo legittimamente pensarla in modo diverso: ma comunque la si veda, ne converrete, è un po’ singolare (e almeno altrettanto fastidioso) che uno che ha creduto in quel modello, al punto da adottarlo nella città che amministrava, qualche anno dopo ne denunci gli esiti degradati e degradanti attraverso la trovata da libro Cuore dell’intervista a un bambino.
Singolare e fastidioso. Ma anche drammaticamente emblematico di una classe dirigente che ha perpetuato scelte catastrofiche per decenni, alla faccia di chi già allora si permetteva di rilevare sommessamente che quelle scelte avrebbero condotto a conseguenze sempre più disastrose, e che a distanza di neanche troppo tempo finisce miracolosamente per non pagarne le conseguenze neppure a livello mediatico, arrivando addirittura al paradosso di collocarsi nell’area “di opinione” di quelli che dissentono, si rattristano, non sono d’accordo.
Responsabilità, si chiama, e di quando in quando sarebbe il caso di adoperarla. Magari, dico per dire, prendendosi la briga di fare la domanda giusta: tu che dici, bambino, ho fatto una cazzata a credere che posti di merda come quello in cui sei costretto a vivere fossero plausibili, immaginabili, concepibili nella città che governavo?
Come si dice: basterebbe poco, ma quel poco è tutto.

Gli zingari, e i numeri che potrebbero farvi cambiare idea

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Dopodiché, per fortuna, ci sono i numeri. E i numeri, come si dice parlano da soli.
A Roma, nel 2013, sono stati spesi 960 euro al mese a famiglia per il Villaggio della Solidarietà di Lombroso, 1.125 euro per il Villaggio della Solidarietà di Candoni, 1.130 euro per il Villaggio della Solidarietà di Gordiani, 1.490 euro per il Villaggio della Solidarietà della Cesarina, 1.750 euro per il Villaggio di Solidarietà di Camping River, 2.5250 euro per il Villaggio della Solidarietà di Castel Romano, 1.340 euro per il Villaggio della Solidarietà di Salone, 1.230 euro per il Villaggio di Solidarietà La Barbuta, 2.940 euro per il Centro di raccolta rom di via Salaria, 4.530 euro per il Centro di raccolta rom di via Amarilli, 3.090 euro per il Centro di raccolta rom Best House.
Ripeto: al mese, e a famiglia.
Un fiume di soldi sperperati per segregare, letteralmente, le persone in container malridotti, spesso riparati alla buona con materiale di risulta, per stiparle in spazi claustrofobici, senza areazione né luce, con servizi sanitari sotto il limite della decenza e senza cucine, per confinarli quasi sistematicamente in zone recintate e videosorvegliate, in cui bisogna comunicare il proprio numero (il numero, neanche il nome) ogni volta che si entra e che si esce, a chilometri di distanza dal negozio di alimentari, dall’ufficio postale, dalla farmacia più vicini.
Un fiume dei soldi per gestire dei lager.
Ebbene, secondo voi questo sistema funziona? Secondo voi, come dire, aiuta la cosiddetta integrazione? E’ di qualche utilità per la sicurezza collettiva?
E non ricominciamo, per favore, con la tiritera che i rom “non vogliono integrarsi”: sarà una vostra sensazione, ed in quanto tale è rispettabile. Ma via, dite la verità: voi “vi integrereste” se viveste in condizioni simili? Sul serio? Ne siete certi? Riuscite a immaginare, sia pure lontanamente, cosa significhi campare così?
Ebbene, la realtà, quella dei numeri e della cronaca, dice che no, non funziona. Non funziona per niente.
In compenso costa. Costa carissimo, ben più di quanto costerebbe prendere le mille famiglie di rom, sinti e camminanti che vivono a Roma e pagare loro, a ciascuna di loro, una casa: un posto dignitoso in cui vivere, per levarsi di dosso il lezzo del sovraffollamento e potersi fare, finalmente, una doccia o una cacata in grazia di dio; un posto ragionevolmente vicino ai servizi essenziali, in modo che operazioni banali come fare la spesa, andare a scuola, comprare l’aspirina, pagare una bolletta o cercarsi un lavoro non si trasformino in epici attraversamenti di niente suburbano; un posto senza filo spinato, telecamere, recinzioni. Un posto che non sia peggio di una galera.
Aiuterebbe, sapete? Aiuterebbe a “volersi integrare“, per usare un’espressione che a quanto pare vi piace da morire.
E perdipiù sarebbe (lo dico a voi che blaterate “la casa prima agli italiani” e non sapete quello che dite) a costo zero: anzi, rispetto a quello che si spende adesso sarebbe perfino un risparmio.
So bene che certi pregiudizi sono duri a morire. Che magari certe cose nessuno ve le ha mai raccontate. Che trovarsi a cambiare così, su due piedi, la prospettiva che si è avuta per decenni può essere complicato.
Però pensateci. Con calma. Date un’occhiata a quei numeri e rifletteteci un po’.
Nella vita si può anche cambiare idea, sapete?

Quanto ci costa discriminare i rom

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Oggi, se non vi dispiace, vorrei dedicarmi per qualche riga all’aritmetica.
Allora, Riccardo Magi ci spiega che attualmente a Roma ci sono circa ottomila rom, corrispondenti grosso modo a mille famiglie.
Queste ottomila persone sono distribuite in 7 “villaggi attrezzati” (4.200 persone), 8 “campi tollerati” (1.300 persone), 3 “centri di raccolta” (700 persone) e circa 100 “insediamenti informali” (le restanti 1.800 persone).
Ebbene, dovete sapere (e qua potete verificarlo) che nel solo 2013 i villaggi attrezzati (altrimenti detti “villaggi della solidarietà”) sono costati ai cittadini circa 16 milioni di euro, i centri di raccolta altri 6,5 milioni e le azioni di sgombero dai campi tollerati e dagli insediamenti informali un altro milione e mezzo.
Fanno, se l’aritmetica non è un’opinione, 24 milioni di euro tondi tondi. Ripeto: soltanto nel 2013.
Ebbene, 24 milioni diviso mille fa circa 24mila. Il che significa che una politica consistente nel segregare tutte le famiglie rom in condizioni igieniche vergognose e in spazi inadeguati, o sgomberarle dai posti in cui si trovavano per portarle altrove, non è per niente gratis: anzi, è costata ai cittadini romani circa 24mila euro per famiglia.
Con 24mila euro l’anno, tanto per fare il primo esempio che verrebbe in mente a chiunque, si potrebbe pagare l’affitto di una signora casa: una casa probabilmente idonea ad accogliere una famiglia numerosa (otto persone in media), specie in una zona periferica.
A questo punto la domanda è la seguente: per quali oscure ragioni si preferisce spendere i soldi dei cittadini in questo modo, anziché dar corso a una politica dell’inclusione seria? Voglio dire: perché buttare dalla finestra tutti questi soldi per mantenere i rom in condizioni letteralmente disumane (cosa che, ne converrete, non incentiva certo il percorso verso la cosiddetta “integrazione” e la conseguente “normalizzazione del fenomeno”) anziché impiegarli in modo non soltanto più “umano”, ma soprattutto più efficace e razionale?
La risposta è semplicissima: perché la situazione attuale conviene a tutti.
Conviene a chi si aggiudica gli appalti milionari per la gestione dei servizi nei campi e conviene a chi, stante la situazione di perenne “emergenza”, può allegramente continuare a buttare benzina sul fuoco della “sicurezza”, tenendosi così ben stretto il suo patrimonio elettorale.
Ecco, nel mezzo ci sono i rom.
I rom dileggiati, insultati e maledetti, metà dei quali sono perfino cittadini italiani, che semplicemente con la loro esistenza (e con la vita di merda che sono costretti a fare) arricchiscono di denaro e di consenso la destra, il centro e la sinistra.
I rom contro i quali ci si scaglia con rabbia, astio e violenza, quelli che “non vogliono integrarsi” e che “le case prima agli italiani”; mentre la verità è che integrare i rom non conviene a nessuno, e i soldi di questa fantomatica casa che bisognerebbe dare prima agli altri li stiamo già spendendo, impunemente, anno dopo anno: roba che a quest’ora avremmo potuto dargli dei palazzi, a loro e a tutti gli altri.
Ecco, questa è l’aritmetica: questi, come si dice, sono i numeri.
Il resto sono chiacchiere, per quanto drammatiche.
E come tutte le chiacchiere il vento se le porta.

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