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Il Pil, la maturità, il mio lanciafiamme

in economia by

(attenzione, il seguente articolo e’ stato scritto con una tastiera giapponese, quindi accenti e apostrofi sono messi a cazzo. Se l’ha accettato il nostro internal grammar nazi, potete farcela anche voi.)

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“Buongiorno, patente e libretto…lo sa a che velocita’ andava?”

“Non so, a PPP? Pro capite? Sia piu’ preciso, dannazione!”

Le indiscrezioni sulla prima prova di maturità che gli studenti italiani delle superiori stanno svolgendo in questo momento parlano di una traccia intitolata: “Il PIL come misura di tutto?”. Se vero, siamo di fronte ad una situazione ridicola, grave e imbarazzante.

Ridicola, perche’ gia’ il titolo (e i contenuti, ma entro piu’ avanti nel dettaglio) presuppone l’accettazione, anzi la legittimazione, di un errore grave da parte della cosiddetta societa’ civile, ossia l’utilizzo a sproposito del PIL come strumento di misura. In altre parole coloro che citano quotidianamente il PIL, soprattutto con declinazioni negative, sono coloro che non hanno nemmeno idea di che cosa sia tale indicatore, quali siano i suoi utilizzi, quali siano i suoi limiti.

Grave, perche’ nelle scuola (tranne forse ragioneria e qualche liceo scientifico) vengono raramente e troppo superficialmente insegnate materie economiche. Quindi, non si capisce perche’ chiedere agli studenti un parere su una cosa di cui non sanno se non per sentito dire. Io capisco che si voglia innanzitutto verificare le capacita’ analitiche e argumentative di uno studente, ma come si puo’ argomentare bene se la tesi e’ campata per aria?

Imbarazzante, perche’ e’ l’ennesimo campanello di allerta riguardo al disinteresse per una materia con la quale ogni cittadino e’ costretto a confrontarsi quasi quotidianamente una volta compiuti i 18 anni. E in una situazione di mancanza di una didattica solida non rimane allo studente che il messaggio di un’opinione pubblica che parla del PIL con la stessa bava alla bocca con cui parla di Soros e delle banghe.

Immancabile, ovviamente, il discorso di Bob Kennedy sul PIL, che e’ veramente l’esempio di un capolavoro di retorica. Cattiva retorica, ma politicamente un capolavoro. Quando lo leggo mi viene voglia di applaudire ma solitamente ho le mani impegnate dal lanciafiamme con cui appicco fuoco al foglio.

I liceali pero’ possono dirsi salvi. Per caso, 4 anni fa scrissi un articolo che calza a pennello per l’occasione, e che riporto qui. Se vogliono, possono copiarlo

Ee farsi bocciare.

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Circa un mese fa Corrado Augias introdusse una puntata del suo programma su Rai Tre con l’arcinoto discorso di Bob Kennedy sul prodotto interno lordo:

Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni. Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, nè i successi del paese sulla base del Prodotto Interno Lordo.

Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana. Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari. Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi. Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta.

Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani.

Ora.

Augias è un gigante della cultura, e non mi sento di non perdonargli il brillio di soddisfazione nei suoi occhi alla fine del discorso. Ma tutti gli altri esseri umani… “Discorsi del genere dovrebbero farli ascoltare dal primo giorno delle elementari fino al giorno della seduta di laurea”, scrive MrBorghes su Youtube. Addirittura, durante lo stage in revisione, ho trovato una copia del discorso incollata dentro un armadio che conteneva le fatture: avrei preferito trovarci un calendario di Brigitte Bardot in versione contemporanea. Kennedy ha generato un incredibile esempio di allucinazione collettiva ottenuta attraverso un discorso manipolatorio che dovrebbe essere incorniciato nel capitolo principale del manuale della cattiva retorica. Basterebbe conoscere il concetto di PIL, la sua triplice natura, la sua composizione in formula. Non stiamo parlando di definizioni filosofiche sulla sostanza, l’anima e l’esistenza di Dio: il PIL è il totale dei redditi/del valore aggiunto generato/della produzione finale di una nazione. Non stiamo parlando di integrali e arcotangenti, ma di una semplicissima addizione proposta a pagina 15 di un qualsiasi libro di macroeconomia.

Chi osanna questo discorso percepisce un messaggio di questo tipo: “Il PIL è sbagliato perchè il suo perseguimento nasconde i veri bisogni e obiettivi delle persone”. Ma l’errore sta nel vedere il PIL (e la sua crescita) come target, mentre invece è un semplice strumento di misura. I meteorologi, quando usano i termometri, non si prefiggono di modificare il clima: quello, al massimo, è il mestiere di chi ha il potere per impattare sull’inquinamento. Come il PIL non misura la bellezza della poesia (posto che chiunque intenda misurare la bellezza della poesia o la gioia dei momenti di svago è un pirla), il termometro non misura il calore umano nei rapporti intrapersonali: non è quello il suo scopo. “Ma cosa scrivi, che su tutti i giornali dicono che l’obiettivo principale è la crescita (del PIL)?”. Certamente, ma di nuovo, il PIL è soltanto uno strumento di misura, e non un manuale di politica economica; ci dice che per farlo crescere basta intervenire su uno di quegli addendi (o sulle loro aspettative, ma non complichiamo le cose), ma non ci dice come intervenire. La spesa pubblica può aumentare sia pagando gli stipendi di centomila soldati che combattono una guerra sbagliata, sia sussidiando centomila disoccupati (tranquilli amici liberali, era solo un esempio). Tocca alle persone che hanno in mano il joystick scegliere come giocare affinchè il gioco duri il più possibile, e non al joystick.

I Bob-allucinati sostengono comunque che cercare soltanto la crescita economica è sbagliato e miope. Essendo il PIL uguale al reddito di una nazione, è una versione alternativa del motto: i soldi non danno la felicità. Sarà anche vero, ma di certo sono due cose altamente correlate. Prendiamo le classifiche dei Paesi per reddito pro capite, e confrontiamole con quelle per i diritti umani, per la libertà di stampa, per la qualità d’informazione, per l’emancipazione femminile. Scommetto che troveremo più o meno gli stessi paesi al vertice, a metà e alla fine di ogni classifica; evidentemente si cresce economicamente intervenendo sull’onestà della pubblica amministrazione, sull’intelligenza dei dibattiti, sulla giustizia dei tribunali. Altrimenti arrendiamoci ad essere inutili come le squadre che non puntano né alla vittoria né alla salvezza; avremo l’orgoglio delle muffe, e il PIL continuerà a dirci tutto di noi. E noi continueremo a non saperlo leggere.

 

Shock presepe: statuine dell’ISIS a scuola

in cultura/ by

Il tema del presepe a scuola viene portato sulla tavola dell’opinione ogni Natale, ma mai come quest’anno. Sulla spinta di quanto accaduto a Rozzano, è nata una costellazione di casi che hanno mosso interesse su scala nazionale. Questa scuola fa il presepe, quella non lo fa, quell’altra lo fa ma organizza anche feste musulmane, ebraiche e induiste. Stavamo cercando anche noi di stilare una sorta di statistica, ma navigando tra i forum degli studenti siamo venuti a conoscenza di un caso eccezionale che sarà destinato a fare scandalo.

Si tratta dell’Istituto Tecnico di Borgo del Prato (TR), dove pare che il Preside, F. Cavani, abbia deciso di inserire nel presepe, tra un pastore e un angioletto, alcune statuine raffiguranti terroristi islamici. Una scelta che lascia interdetti e, immaginiamo, potrebbe provocare non pochi problemi in un momento in cui probabilmente non ce ne sarebbe bisogno. Siamo però riusciti a contattare il Preside, che – lo ammettiamo, sorprendentemente – ci ha invitato nel suo ufficio presso la scuola.

 

Buongiorno Preside. Non giriamoci intorno, questa cosa è parecchio…strana? Provocatrice? Pericolosa? 

“No, è semplicemente l’espressione democratica degli studenti, che hanno scelto deliberatamente dopo un percorso approfondito.”

Non sono sicuro di capire. Partiamo dall’inizio: è vero che verranno messe statuine di terroristi nel presepe? E chi l’ha deciso?

“Si, è vero, e lo hanno deciso gli studenti. Le spiego: ogni anno all’ingresso di questo istituto organizziamo il presepe. Ci sono tutte le statuine classiche, tranne alcuni elementi tratti dalla quotidianità. Riserviamo infatti un posto d’onore a figure nominate nei consigli degli studenti, scelte tra una rosa di personaggi che sono stati ritenuti fondamentali nel corso dell’anno solare. Lo scopo era quello di unire la tradizione alla contemporaneità. Per esempio un anno abbiamo avuto Neymar, un’altra volta Checco Zalone. Diciamo che gli studenti hanno sempre scelto divi dello sport o dello spettacolo, allontanando un po’ lo scopo didattico dell’esperimento”

E quest’anno hanno votato per l’ISIS?

“Onestamente quest’anno ho dato io una rosa di nomi all’interno dei quali votare. La presenza di star del cinema o del calcio stava diventando ripetitivo e come le dicecvo portava via un obbiettivo importante, cioè quello di capire gli elementi del presente e contestualizzarli nella nostra cultura, nella nostra società, nel nostro vivere quotidiano.”

Chi c’era in nomination?

“L’ISIS, che ha vinto. Poi: Papa Francesco, Angela Merkel, il Presidente Mattarella e Malala, la vincitrice del premio Nobel . Lo sa? L’ISIS ha vinto con grande scarto.”

Non crede che sia una burla da parte degli studenti?

“Può essere, ma d’altro canto gli studenti sono consapevoli delle scelte che fanno, nonostante queste poi possano trasformarsi in qualcosa di irresponsabile. Scegliere di mettere le milizie dell’ISIS al posto dei Re Magi avrà conseguenze significative all’interno del presepe. Come interagiranno tra loro, i pastori e i terroristi? E’ un aspetto che gli studenti hanno considerato. Non c’è ovviamente una risposta precostituita: le statuine jihadiste potrebbero farsi saltare in aria o rinunciarvi per accogliere il significato tradizionale che diamo noi occidentali al Natale: pace e salvezza per tutti. ”

Scusi, non credo di aver capito un passaggio. Le statuine dell’ISIS “potrebbero” saltare in aria?

“Certamente, saranno rivestite di petardi di buona potenza e collegate ad un detonatore. L’attivazione di quest’ultimo sarà del tutto aleatoria e verrà decisa il giorno dell’Epifania da un sistema di calcolo elettronico di cui nessuno conosce il funzionamento. Nemmeno io. L’abbiamo realizzato affinché la macchina decida tutto in maniera completamente randomica. Come per il gatto di Schrodinger.”

Lei vuole distruggere il Natale, se ne rende conto? Il licenziamento, direi, è praticamente garantito.

“Io non voglio distruggere né salvare alcunché. E’ stata fatta una scelta ed ora se ne pagano le conseguenze, se mai la macchina deciderà di accendere la miccia.”

Dio non gioca a dadi, e non lo dico io.

“Una frase senza senso; è la classica, meravigliosa frase retorica a cui si giunge quando si vuole difendere con la poesia ciò che ormai è scientificamente indifendibile. L’infantile speranza che tutto sia determinato da terzi, per cui noi non abbiamo responsabilità. Noi invece ne abbiamo, di responsabilità, perché possiamo scegliere mentre il fato ci accompagna. I dadi danno risultati casuali, ma scegliamo noi se giocare o se smettere. Lei ha paura per il Natale? Venga, la porto a parlare con le statuine. Venga. Eccoci qua. Parli con loro, ascolti cosa hanno da dire”

Parlare con le statuine? Lei è pazzo! 

“Parli, le dico, si rivolga a loro, domandi quel che vuole!”

E cosa mai dovrei dire?! Mi lasci andare, pazzo scatenato.

“AHIA Mannaggia all’agnello!”

Come scusi?

“Non ho parlato io…guardi bene laggiù… lo vede il suonatore di cornamusa che è caduto?”

“Tiratemi su cazzo, e stavolta mettetemi qualcosa sulla pedana sennò tra dieci minuti sono di nuovo per terra. Maledetto made in china, guarda a fare le cose con il culo cosa succede. Ecco grazie, mi metta quel tocco di muschio sotto il piede signor preside, così non cado più, spero.”.

Ma lei parla!

“Si, porca miseria. Ma nessuno mi raccoglie mai da terra, anche se urlo tutto il giorno. Ho più contusioni io di Mike Tyson.”

“Caro suonatore di cornamusa, il signore qui è un giornalista a cui ho spiegato la scelta di quest’anno riguardo ai terroristi al posto dei Re Magi. Ha delle domande a cui preferirei rispondeste voi statuine.”

“Ok, no problemo amigo…quindi?”

Quindi…oddio che assurdità…

“Allora? Cosa vuole domandare?”

Beh, insomma, ma voi non avete paura di saltare per aria?

“Aaaaah, ok, quella cosa lì… Oddio, paura sì, ma alla fine speriamo di poterli convincere a non farlo”

Ma il preside dice che la detonazione avverrà per scelta di una macchina inaccessibile che sceglierà in maniera casuale e imprevedibile!

“Vero, vero, ma è anche vero che i terroristi possono slacciarsi i petardi di dosso. La statuina del fabbro ha già detto che per lui non è un problema martellare via i candelotti scollegando così i cavi, sempre se i terroristi sono d’accordo.”

Ma come potrete mai convincerli?

“Guardi che non sono statuine nuove. In realtà si tratta sempre dei Re Magi, che ora sono coperti da una tuta e da un passamontagna nero. Ma alla fine sono sempre i Re Magi che da anni, ogni anno, portano i doni e ci fanno compagnia. L’unica cosa che un po’ ci turba è che quando c’è stato detto dal preside che qualcuno di noi avrebbe dovuto fare il terrorista dell’ISIS, ecco, loro si sono offerti subito volontari con entusiasmo. Ma c’è ancora tempo per convincerli ad evitare questa seccatura dell’esplosione. Sarebbe meglio per tutti.”

Ma allora c’è una speranza.

“Speranza, speranza, caro amico, ma certo, speranza. In fondo in questa storia c’è stato un po’ di tutto: l’irresponsabilità degli studenti, l’aleatorietà del macchina-Dio, e infine ci sarà la scelta delle statuine. Altro che statuine dei calciatori e dei divi: questo presepe sì che è uno spaccato della vita reale. E ora ci suoni una bella canzone, amico suonatore.”

“Andiamo coi classici Dropkick Murphys, eh signor preside?”

“Vada per i Dropkick Murphys.”

 

Anche a scuola, libertà è partecipazione

in politica/società by

Come spesso accade, da un fatto che poi si è rivelato una fantasia è seguito un interessante ma disordinato dibattito in cui ognuno ha un po’ combattuto coi suoi fantasmi. Absinthe se l’è presa con me, Capriccioli coi preti, e Gino Cornabò con una parte del mio argomento. Ex falso quodlibet.

Ora, io sono notoriamente capriccioliano, e mi turba pure dargli torto, peró credo che la sua antipatia per i preti gli faccia perdere di vista la questione di fondo, che invece Gino Cornabò afferra. Poi non sono d’accordo nemmeno  con Gino Cornabò, e proveró a spiegare dopo perchè, ma va detto questo: separare il campo in due, tra “secolarizzati” e “religiosi” è un errore madornale. Significa mettere qualsiasi religione nel bacino degli intolleranti, e tutti i non religiosi nel bacino dei tolleranti. Sappiamo benissimo che è l’opposto di così, che i grandi massacri degli ultimi 200 anni in Occidente sono avvenuti per mano di regimi parecchio secolari. Se avviciniamo lo sguardo, vediamo che le motivazioni “non religiose” battono quelle religiose anche per i terroristi, in Europa. Ce lo fa notare Ian Bremmer, giusto oggi (link qui):

 

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Ora, il bigottismo di cui parla Alessandro esiste: solo che non c’entra niente con Daesh. E sopratutto è trasversale, appartiene ai non religiosi come ai religiosi, nello stesso modo in cui i religiosi possono essere tolleranti come fanatici. Di certo la storia (non solo il comunismo, anche il terrorismo come da grafico qua sopra) ha dimostrato che non serve credere in un trascendente per essere violenti in questa terra.

Ma, si diceva, il punto è un altro. Il punto è nel post di Gino Cornabò, che riassumiamo nei due concetti:

  1. l’Italia è a tutti gli effetti un paese semi-confessionale dove l’occupazione religiosa (cioè cattolica) degli spazi pubblici è tentacolare e poter dire “no, grazie” al presepe nelle scuole è una forma di disobbedienza quasi liberatoria
  2. Il gioco che Mazzone immagina è quello in cui le regole del calcio sono le solite, i difensori e gli attaccanti se le danno senza remore, e tuttavia l’arbitro indossa la casacca di una delle due squadre nel primo tempo e poi quella della squadra avversaria nel secondo

Il primo argomento è molto pericoloso. È vero, come si diceva in altre occasioni, che la chiesa cattolica mantiene ancora alcuni dei suoi privilegi storici e che questi sono, in uno stato liberale, completamente ingiustificati. Mi pare peró che, dato questo, siano tutti offuscati da una sorta di argomento sostanzialista, non saprei come chiamarlo, per cui se si mette uno spazio a disposizione chi ha più “tela da filare” sono i cattolici, e allora meglio la tabula rasa della competizione aperta. Ancora una volta, si preferisce bandire tutto perchè non si ha fiducia nella possibilità di un campo di gioco che non sia “inclinato”: e infatti lo stesso Gino Cornabò ( in corrispondenza privata, come si dice ) a dichiarare che “allora mi dovete davvero consentire di fare il presepe pastafariano, l’esposizione dei libri dell’UAAR, etc. Se me lo fate fare, come attività estemporanee, allora va bene”. Ma certo, è proprio questo il punto! Ed è proprio per questo che il secondo argomento è altrettanto sbagliato. La scuola non “prende le parti”, e dovrebbe anzi mostrarsi chiaramente imparziale nel ruolo di permettere ai suoi studenti di esprimersi in libertà, senza dover necessariamente fare da grancassa delle pretese dei genitori. Per questo è, secondo me, perfettamente lecito dire “no grazie” all’arcivescovo che si autoinvita a benedire, e anche dire “no grazie” a delle mamme che chiedono di fare i canti, o il presepe. Diverso è se un numero qualsiasi di studenti, fossero anche di sei anni, prende l’iniziativa per tutta la serie delle stesse cose.

È diverso perchè è importante trasmettere da subito il messaggio che in società esistono una diversità di idee, e questo rende una scuola diversa da una partita a calcio: in una partita si puó vincere, perdere o al piú pareggiare. In una scuola, da un confronto di idee accade che tutti vincano, ma mai che tutti perdano. Garanzia di questo ne è certamente l’imparzialità della scuola, e una salutare anche se temporanea assenza dei genitori. Oppure, tornando all’inizio del problema, possiamo decidere che una scuola è solo un luogo dove si impara a leggere e far di conto. Come, grossomodo, era il modello dei paesi totalitari, che nel Novecento in molti hanno guardato con invidia perchè invece nelle scuole occidentali ci si divertiva e si cazzeggiava troppo.

Abbiamo visto com’è finita.

 

Il presepe a scuola: ma anche no

in politica/ by

Monta la discussione sul presepe a scuola, e qui su Libernazione, dove sobrietà e pacatezza sono cifre costitutive, volano gli stracci.

Ha iniziato Mazzone, il quale difende il presepe nelle scuole sostenendo che gli argomenti di chi vorrebbe farne a meno si basano su una malintesa idea di integrazione, convivenza e laicità. Un paese veramente laico e tollerante – argomenta Mazzone – è quello in cui le convinzioni – e i simboli che le rappresentano – di individui e gruppi diversi dal proprio si accettano e si discutono, non si nascondono in nome del rispetto e della necessità di non urtare le sensibilità altrui:

L’idea opposta è la stessa idea alla base del safe space, nonchè la stessa idea di base di ogni fondamentalista: ció che mi offende non ha diritto di essere manifestato in pubblico.

Ha ragione Mazzone? Secondo me no. Da un punto di vista pratico, non ha tutti i torti Absynthe quando gli fa notare che l’Italia è a tutti gli effetti un paese semi-confessionale dove l’occupazione religiosa (cioè cattolica) degli spazi pubblici è tentacolare e poter dire “no, grazie” al presepe nelle scuole è una forma di disobbedienza quasi liberatoria. Non ha torto, eppure quest’ultimo modo di argomentare sposta la discussione lontano dai termini in cui Mazzone l’aveva impostata, facendolo incazzare ancora di più.

Io al contrario vorrei soffermarmi esattamente sul punto mazzoniano e provare a mostrare che è sbagliato. Luca è evidentemente molto turbato e giustamente preoccupato per la retorica del safe space che sta invadendo la società anglosassone a partire dai luoghi che più di tutti dovrebbero garantire il libero scambio delle idee per quanto fastidiose e potenzialmente disturbanti, le università. Il problema è che, essendo turbato e preoccupato, sembra aver cominciato a vedere safe spaces ovunque, anche lì dove non ci sono.

Con questo, non voglio negare che, potenzialmente, anche tra i difensori nostrani del principio di laicità potrebbe esserci qualcuno che sarebbe pronto a difenderne esattamente questa interpretazione safe space, in fin dei conti intollerante e fascistella, secondo la quale se qualcosa mi offende va punito prima e bandito poi. Questa idea, secondo me, è semplicemente insostenibile, per la banale ragione che decidere se qualcosa è o meno un’offesa, e con ciò meritevole di biasimo e rimozione, non può dipendere dal mio reputarla tale. Chiunque sano di mente può vedere che, ragionando in questo modo, lo slippery slope per cui ogni cosa è potenzialmente un’offesa è dietro l’angolo.

Ma la difesa della neutralità degli spazi pubblici (a partire dalla scuola) dai simboli religiosi non è la stessa cosa dell’invocazione del safe space. Qui Mazzone fa una confusione cruciale tra quello che ciascuno è libero di fare, dire o esibire in tutti i luoghi (inclusa la scuola) e ciò che l’istituzione scolastica e i suoi rappresentanti sono tenuti a fare, dire o esibire.

Per come la vedo io, il ruolo dell’istituzione scuola e dei suoi rappresentanti (preside e insegnanti) è, limitatamente a questi temi, paragonabile a quello dell’arbitro in una partita di calcio. L’arbitro controlla che lo svolgimento della partita segua determinate regole, sanziona i giocatori che le violano e non prende parte per l’una o per l’altra squadra. Per continuare sulla stessa metafora, l’idea che a Mazzone fa (giustamente) orrore, quella del safe space, è un po’ l’idea per cui quando l’attaccante sta correndo verso la porta il difensore avversario dovrebbe astenersi dal contrastarlo perché, così facendo, potrebbe provocare un danno fisico o psicologico. E il ruolo dell’arbitro, in questa versione folle del gioco, sarebbe quello di garantire che il difensore si attenga a queste direttive e lasci passare l’attaccante avversario senza opporre alcuna resistenza. Questa è naturalmente una follia e il risultato che ne seguirebbe sarebbe nient’altro che la fine del gioco in quanto tale, sostituito da una assurda pantomima.
A me, come a Mazzone, sembra ridicolo che coloro che difendono la retorica del safe space non si rendano conto che è in una simile pantomima che essi, forse inconsapevolmente e in buona fede, vogliono trasformare l’università e la società.

Ma l’idea di Mazzone è altrettanto sbagliata: il gioco che Mazzone immagina è quello in cui le regole del calcio sono le solite, i difensori e gli attaccanti se le danno senza remore, e tuttavia l’arbitro indossa la casacca di una delle due squadre nel primo tempo e poi quella della squadra avversaria nel secondo, e alla squadra che temporaneamente gioca in inferiorità numerica e con l’arbitraggio dichiaratamente a sfavore non si può fare altro che dire: STACCE.

Non è così che funziona, caro Luca. Nella scuola, come in qualunque spazio pubblico, tutti hanno il diritto di indossare la propria casacca, che ci sia disegnato sopra Gesù, Maometto, Satana o Walter White. Ma la scuola stessa, cioè il luogo pubblico, così come l’arbitro di una partita di calcio, deve indossare una casacca di un colore diverso, un colore neutro, che nessuno dei giocatori deve poter sbianchettare e ridipingere con i propri colori, neanche per un secondo.

Stacce.

Piccoli omofobi crescono

in società by

Non so se l’episodio riportato nelle ultime ore dai giornali, in merito alla presunta discriminazione di un ragazzo omosessuale all’interno di un istituto cattolico di Monza, risponda o meno a verità. Saranno le autorità competenti (immagino che in questo caso si tratti del rettorato, perlomeno sul piano “disciplinare”) ad accertare la verità dei fatti, in un evento che rischia di essere un scusa come un’altra per fare un po’ di casino e giocare agli indignati.

Ma chiunque abbia frequentato la scuola dell’obbligo, dall’elementari in su, sa perfettamente che la vita di bambini e adolescenti timidi, effemminati, o persino omosessuali in nuce è caratterizzata da una discriminazione costante  – non saprei come chiamarla altrimenti – da parte dei compagni di classe, sempre pronti a deridere il “diverso” di turno per il solo fatto di essere, appunto, diverso – un discorso che vale anche per le ragazzine “maschiaccio”, quelle che non vogliono vestirsi da fatina e preferiscono giocare a calcetto. L’odio dei bambini è purissimo proprio perché fondato su un’ignoranza assoluta, incontaminata: “frocio”, “finocchio”, “culattone” e varianti varie sono appellativi costanti in quella jungla istituzionalizzata chiamata ricreazione.

Senza voler scadere negli estremi (a volte pretestuosi) dell’ideologia gender, rimane comunque lecito domandarsi da dove provenga tale atteggiamento discriminatorio. Affermare che questo sia insito nel bambino è abbastanza assurdo, così come sarebbe insensato riportare tutto a un semplice discorso di propensione: i bambini sono malvagi, lo sappiamo, ma perché la loro cattiveria si indirizza in una direzione piuttosto che in un’altra? Supporre che vi sia qualcos’altro dietro, che alla base vi sia un discorso più grande che coinvolge, guarda un po’, gli adulti, è tanto scontato quanto inevitabile. Il che ci dovrebbe spingere a considerare il presunto episodio del ragazzo di Monza come la manifestazione caciarona e un po’ grottesca di una situazione generalizzata che, purtroppo, non riguarda solamente le solite teste di cazzo cattoliche. L’ignoranza incontaminata di cui  sopra forse tanto incontaminata non è, soprattutto più in considerazione del fatto che bambini e ragazzi sono sottoposti a un processo di socializzazione costante che continua fino alla fine dell’adolescenza, al termine delle scuole superiori.

Bisognerebbe dunque rivedere il problema dell’omofobia come un discorso più ampio, una questione che coinvolge una fetta della popolazione di portata decisamente maggiore rispetto alla tanto criticata minoranza bigotta – le sentinelle in piedi o i pretucoli infervorati di campagna. Considerazioni che si dovrebbero fare a scanso di qualsiasi umanesimo di facciata: non si tratta di insegnare ai nostri figli ad amare i gay (come non dovremmo insegnare loro a piangere per i negretti che muoiono di fame, gli handicappati dal visino triste o la mamma di Bambi; queste puttanate dell’amore universale lasciamole a Gesù),  quando di educare alla rispetto della diversità, nell’ottica di un rispetto più generale nei confronti delle scelte altrui. Piccolo mio, se al tuo compagno di classe piace giocare alle Barbie e un giorno gli piacerà pure prenderlo in culo, lascialo fare che tanto a te non cambia nulla. E vedi di non scassargli la minchia.

Dietro ogni scemo c’è un villaggio, diceva il poeta. E dietro ogni piccolo omofobo c’è una comunità.

Parlare di deportazione

in giornalismo/politica/società/ by

Non voglio entrare più di tanto nel merito dei provvedimenti sulla scuola del governo Renzi e del suo ministro Giannini. L’impressione, da anni, è di avere a che fare con governi tendenzialmente frettolosi e approssimativi, cui si contrappongono gli interessati, forti di una visione della scuola, dell’impiego pubblico e del Paese talmente fuori di testa da legittimare per differenza le posizioni del governo in carica.

Le due cose più contestate del pacchetto “la Buona Scuola” (maronnapureloroconquestinomi) sono

  1. La “chiamata” degli insegnanti da parte del preside;
  2. Il fatto che le cattedre debbano essere assegnate dove ci sono gli studenti secondo un algoritmo.

Vediamo: in sostanza, gli stessi che di fronte all’assegnazione di un potere discrezionale ma chiaramente attribuito gridavano al clientelismo, al favoritismo, oggi vanno in piazza perchè il metodo più oggettivo e non discrezionale che ci sia (un algoritmo che assegna a una destinazione andando in ordine di punteggio e secondo le preferenze espresse) è disumano ed è analogo a – tenetevi forte – una deportazione? Stiamo parlando della stessa categoria di persone che non si fida dei presidi perchè sono dittatoriali e potenzialmente corrotti,  che fapubbliche lezioni di civismo citando la prima parte della Costituzione (vabbè), che va in piazza “in nome del futuro dei nostri figli” e poi, guardacaso sopratutto al Sud, ci espone al ridicolo internazionale per una discontinuità comica nelle serie dei test di valutazione?

Io, sinceramente, credo che l’Italia abbia da imputare il suo relativo declino a tante, tantissime concause. Alcune non dipendenti da fattori interni. Però, se c’è qualcosa che rallenterà il paese per i prossimi decenni, perchè intoccabile da riforme, regolamenti, direttive, questa è la mentalità degli insegnanti, specialmente del Sud. Un Governo che fosse interessato al futuro del Paese dovrebbe porre il problema di come liberarsi di dipendenti così clamorosamente dannosi, più che improduttivi, e come fare in modo di non rendere cronico l’errore di averne assunti in massa. Oltre a questo, per il futuro, bisognerebbe capire come evitare di assumerne altri, dato lo stato pietosamente lisergico in cui versa gran parte dell’accademia umanistica in Italia, che alla scuola fornisce per forza di cose una buona parte della forza lavoro.

Purtroppo non sembra questa la preoccupazione di nessuno degli attori coinvolti. Bisognerebbe, però, che qualcuno inizi a far notare con molta severità che parlare di deportazione per una assegnazione di cattedra, a prescindere dal modo confusionario in cui la cosa si è venuta a creare, è grottesco e insultante. Sposta, e non era facile, il dibattito pubblico di un altro po’ nella direzione in cui le parole non hanno più alcun significato preciso, se non quello evocativo, partigiano ed emozionale che autorizza a parlare di “invasione” per l’arrivo di decine di migliaia di immigrati in età da lavoro in un paese di sessanta milioni, di “neoliberismo” o “austerità” per più o meno qualsiasi cosa si voglia criticare, di “deriva autocratica” per ogni riforma delle istituzioni, e così via.

Finirà che, a forza di urlare alla deportazione, qualcuno penserà che certi personaggetti in cattedra vadano accompagnati alla porta con meno gentilezza di quanto avrebbe fatto uno Stato civile e democratico. Tanto è uguale, è comunque deportazione. E chi subirà, a quel punto, non si renderà conto di quanto ha contribuito nel tempo a gettare le premesse di questo imbarbarimento reciproco.

 

Come farsi assumere dall’ISIS

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Come ben sappiamo in Italia i giovani faticano a trovare lavoro. Il tasso di disoccupazione giovanile si aggira al 44% e anche quelli che non sono conteggiati perché studenti universitari non hanno da essere felici: le loro prospettive di carriera sono ai minimi storici. Da anni gli atenei offrono incontri con i più importanti recruiter, mentre i giornali accolgono variegati elenchi di “x qualità per aver successo nei colloqui di lavoro”. Già alla fine degli anni ’80, in pieno boom dell’economia giapponese, si importava spudoratamente L’arte della guerra di Sun Tzu per la preparazione delle candidature. Il risultato è che oggi i consigli sono talmente tanti – e spesso in contraddizione tra loro – che chi desidera farsi assumere non sa dove sbattere la testa. Ma spesso, dalle situazioni più buie emergono opportunità incredibili.

Negli ultimi anni numerosi cittadini europei hanno trovato lavoro presso i dipartimenti pubblici di uno Stato che sta senza dubbio puntando ai cervelli cresciuti nei licei e nelle università occidentali. Questo Stato è l’ISIS. Per comprendere meglio i processi che portano alle selezioni e, infine, all’arruolamento, abbiamo parlato con il Dott. Sameh Salem Yasin Tariq, direttore dell’ufficio HR dello Stato Islamico.

 

Innanzitutto ci dica: la cultura islamica è vista spesso come chiusa in se stessa, eppure avete aperto esplicitamente alla forza lavoro cresciuta lontano dai deserti mediorientali. Non è una contraddizione?

“Assolutamente no. Non c’era contraddizione secoli fa, quando i più grandi filosofi, artisti, e scienziati viaggiavano da una corte europea all’altra, e non può esserci nel 2015. Quasi 70 anni fa gli USA chiamarono a sé esperti di fisica e chimica di tutto il mondo, addirittura provenienti da quei Paesi che stavano combattendo nelle trincee europee. Più recentemente lo Stato di Singapore ha attratto numerosi lavoratori occidentali sapendo premiare il loro sacrificio, se di sacrificio si può parlare.”

 

Insomma, accettate una visione internazionale del mercato del lavoro. E cosa potete offrire ai ragazzi che cercano disperatamente un’occupazione?

“Chiariamoci subito, Dan. Noi non stiamo offrendo un’occupazione. L’Occidente è entrato in crisi quando ha pensato che “lavoro” e “occupazione” fossero sinonimi. È così che avete assunto persone del tutto disinteressate alle mission aziendali, o che credono che un posto nel pubblico sia un parcheggio d’oro senza alcuna responsabilità. Avete accettato che le persone trovassero un’occupazione alle loro ore. Per noi non è così. Per noi è fondamentale che il dipendente riconosca in sé i valori di ciò che facciamo, la nostra mission.”

 

Prima scrematura fondamentale, quindi, la condivisione dei valori.

“Assolutamente. E guarda che è già di per sé un premio. Lavorare per qualcosa che veramente ami. Chi può dire seriamente, oggi, di farlo? Se sei semplicemente in cerca di uno stipendio, beh, mi spiace: all’ISIS non interessa la mediocrità.”

 

Su quali altri punti deve fare attenzione il candidato per avere successo nella selezione?

“Ovviamente valgono tutte le regole base sulla composizione del CV e della lettera di motivazione. Non mandateceli in Word! Non mandateci lo standard europeo! E soprattutto non devono scrivere cose false, o del tutto illogiche. Non è possibile avere una conoscenza “buona”, o anche solo “scolastica”, dell’arabo se come unica prova a dimostrarlo è un’estate come animatore in un villaggio turistico a Marsa Alam. Sono cose che fan perdere tempo a noi e fanno imbarazzare i candidati. Una volta è venuto un ragazzo che sosteneva di essere un esperto in combattimento avendo lavorato a Londra sei mesi in un negozio di armi. Gli ho detto “Benissimo, allora non ti dispiacerà spiegarmi come si smonta e rimonta questa Desert Eagle.” e lui risponde veloce:”Sì, dunque, è facilissimo, basta tirare…”. “No, aspetta!” Aggiungo io: “Voglio che tu me lo dica in inglese”. Ci crederete? Ha cominciato a balbettare: “Ah…eh…eh…I…I push…I pull the…the pistol…no?…you throw the carrell…would….should…”. Scrivete cose vere ragazzi. Conoscere i propri limiti permette a voi e al datore di lavoro di indirizzarvi verso il percorso di carriera migliore!”

 

Concretamente, quale piano di inserimento offre l’ISIS ai neoassunti?

“Posso affermare – e lo dico con una nota d’orgoglio, avendo lavorato tanto su questo – che la nostra è una struttura che capisce le necessità dei lavoratori e per questo offre diverse possibilità di carriera. Abbiamo infatti sviluppato tre percorsi diversi. Il primo è l’assunzione standard, con inserimento immediato in presso gli uffici centrali o periferici, con assegnazione del ruolo per cui è stata fatta la candidatura. Il secondo, nella tradizione dei graduate program, prevede un contratto di internship di un anno nel corso del quale la risorsa va a conoscere funzioni diverse (da quella di Pubblic Relations a quella Finance), lavorando per sei mesi nell’HQ di Al-Raqqa e per sei mesi in una filiale estera. Ritengo che questo inserimento sia di alto valore aggiunto: la dirigenza del futuro deve sapere leggere i report finanziari di un pozzo petrolifero sequestrato ai siriani, così come avere la sensibilità comunicativa nel produrre comunicati efficaci.”

 

Parlava di tre percorsi. Il terzo?

“Il terzo è il cosiddetto si basa sul franchising. Su questo, lo ammetto, ho tratto pienamente dalla mia precedente esperienza in Tupperware. Capiamo perfettamente che non tutti quelli che vogliono lavorare con noi hanno la possibilità di venire a vivere per sempre in Siria o in Iraq. Ci sono motivi comprensibili di adattamento e non vogliamo forzare nessuno né tantomeno chiudere la porta a risorse preziose, tanto meno in una strategia di forte incremento della presenza all’estero. Per questo motivo forniamo direttamente i mezzi produttivi e finanziari a chiunque voglia aprire un’attività ISIS nel proprio Paese d’origine. Ovviamente le condizioni sono tre per il candidato: deve vivere in un Paese con interesse strategico, deve partecipare – gratuitamente – ai i nostri corsi di preparazione ad Al-Raqqa e soprattutto deve identificarsi nella nostra mission.”

 

Un’ultima domanda. Perché i candidati dovrebbero scegliere voi e non, diciamo, altri Big del settore?

“Non credo sia corretto fare confronti, e preferisco parlare semplicemente dell’ISIS e del suo modello. Noi cerchiamo candidati per offrire loro ruoli tanto sfidanti quanto formativi, grazie al fatto che le persone nell’ISIS sono sempre al centro dei progetti, mai isolate o ai margini. Senza dubbio molti dei nostri attuali dipendenti provengono da esperienze presso realtà simili, all’interno delle quali si stavano burocratizzando troppo. Da noi hanno riscoperto la dinamicità prodotta dall’implementazione di ambienti informali all’interno di un network internazionale.”

 

La ringrazio e le auguro un buon lavoro. Chissà ci si veda in Italia.

“Può essere Dan, puntiamo sempre a migliorarci. Grazie a te.”

 

 

 

Attenzione! Ogni riferimento a fatti e/o persone è puramente casuale. L’autore e il sito non sono terroristi, non conoscono terroristi, non hanno mai comunicato con terroristi, né con persone appartenenti, affiliate, collegate o aventi qualsivoglia relazione con gruppi terroristici.

Chiediamo inoltre comprensione a chiunque si sia sentito diffamato o comunque offeso per l’articolo sopra riportato. Sappiamo che tenete al vostro onore e quanto siate terribilmente pericolosi se infastiditi o oltraggiati. Quindi, cari amici dell’HR, vi chiediamo scusa anticipatamente.

Come i mammuth

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La prima e unica volta che partecipai a un’occupazione a scuola fu tipo a 16 anni. Credo. perché nel frattempo ho i capelli bianchi e, sinceramente, pensavo che le occupazioni a scuola si fossero estinte come i mammuth. Sbirciando tra le notizie, scopro che non è così, ma che, come vent’anni fa e come prima di noi i nostri debosciati genitori sessattontini, si svolgono ancora.

Ora, dovete sapere che faccio parte di quella generazione di mezzo, quella nata tra la metà degli anni ’70 e l’inizio degli ’80, quella per intenderci che con i nostri genitori a fare gli hippie e a guardare dal vivo i Beatles, ci suggerivano di seguire le loro orme, quelle cioè del dopo woodstock quando loro si erano divertiti come matti e poi avevano messo su famiglia, università, lavoro bla bla bla. Così dovevamo fare anche noi, a parte aver avuto i cartoni animati giapponesi e a vent’anni le Spice Girls invece tipo dei Doors, e oggi come allora niente, è ancora così. Ti dicono, laureati e poi fai il lavoro per cui hai studiato o quello che c’è ma da avere uno stipendio fisso mensile e che non sia tipo operatore ecologico che fa brutto. Al massimo va bene anche quella cosa con il computer. Che tradotto sarebbe tipo il visual designer.

Peccato che all’alba dei quaranta e nonostante si sia studiato tanto, la metà della gente che conosco e che è cresciuta con me abbia perso il lavoro o sia in cassa integrazione in gioco a una crisi che nessuno, davvero nessuno, poteva immaginare ci saremmo ritrovati. Avremmo dovuto essere nel fiore delle nostre carriere, avremmo dovuto essere realizzati e lontani dalle crisi esistenziali e adolescenziali, avremmo dovuto avere una stabilità economica che oggi è un miraggio nell’oasi che è questo paese.

Quella notte, all’inizio degli anni ’90, ci ritrovammo accompagnati dai genitori o chi per conto suo con il motorino muniti di un kit imprescindibile composto da sacco a pelo, patatine e coca-cola. Fu una decisione pacifica, quell’occupazione. non avevamo chissà che gran motivo per protestare, a pensarci adesso vivevamo in una bambagia che quasi oggi rimpiango. Vedevamo che gli altri istituti protestavano, nelle grandi città protestavano, il liceo classico dove studiava mia sorella protestava, noi piccolo liceo peraltro privato sulla superstrada di San Marino cresciuti in una ridente cittadina sul mare volevamo protestare anche noi per un motivo indefinito e del quale non avremmo accusato nessuna conseguenza. E infatti nacque così: sul ricordo di un consiglio d’istituto molto all’americana, decidemmo i rappresentanti di classe (che poi erano quelli che avevano 9 in condotta e fondamentalmente i più coraggiosi). Li mandammo in segreteria dal preside, stilammo chissà quali motivazioni campate in aria e lui ce lo concesse. Che poi anche i rappresentanti di classe erano assolutamente inutili perché durante quel consiglio la scuola disse solo che per rispetto verso la guerra in Kuwait quelli di quarta non potevano andare in gita a Parigi e scelsero Vienna, della serie la guerra c’è e ci dispiace e tra le righe, cioè ciò che nessuno ammetteva: meno male che è lontana e non sta succedendo a noi. Se penso che mi accompagnò mio babbo, c’è da non crederci. Avete presente quando i genitori ti assecondano per le tue innocue puttanate? Mamma, voglio il Millennium Falcon della Lego! E loro alzano gli occhi al cielo sconsolati così come quando tornai a casa e dissi che dormivo a scuola. Fecero la stessa cosa e davvero mio babbo mi accompagnò e, come sempre, con quel suo accento romagnolo a mangiarsi le parole: staatenta!

Ora, dovete anche sapere che ero brava a scuola e che chiedevo il permesso ai miei anche per uccidere una zanzara. Tant’è che l’occupazione non la volevo fare perché si rimaneva indietro con il programma. Poi le amichette del tempo mi convinsero, non foss’altro perché c’era il ragazzino carino che mi piaceva. Naturalmente mai conquistato.

Quella notte non fu per niente gloriosa, anche perché avevano pagato uno dei tre terribili bidelli che avevamo per badarci. Sembrava dovessimo fare chissà quale nottata indimenticabile e invece finimmo con il giocare a carte, qualcuno addirittura studiava, altri crollarono verso le 22 e alle 23 il liceo era in un silenzio tombale.

Cambiò qualcosa la nostra protesta?
Ovviamente no.
Oggi, quando guardo una protesta o un’occupazione ripenso sempre a quella notte.
Forse eravamo noi a essere diversi, forse avevamo davvero tutto e protestare era inutile perché avevamo già capito che se si vuole qualcosa se lo si va a prendere e ce lo si conquista.

Ecco perché per noi, per quelli della mia età la crisi ci sta fottendo. Perché ci hanno tolto anche la possibilità di andarci a prendere le cose.
Ecco perché l’occupazione, come non serviva a noi, non serve nemmeno ai giovani di oggi.
Perché se noi abbiamo ancora la speranza del miraggio di cui sopra, loro non hanno nemmeno quello.

L’occupazione delle scuole e le palestre della politica

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Ricordo che qualche anno fa, ai tempi della vicenda Englaro, noi radicali ci recammo sotto alla Camera dei Deputati per un presidio: insieme a noi manifestavano anche gli amici di SEL, che a un certo punto, forse nel tentativo di dare maggiore evidenza all’iniziativa, proposero di bloccare il traffico. Noi radicali, ovviamente, ci dichiarammo contrari: e anzi cercammo di impedire l’occupazione della strada, al punto che ne seguì un diverbio piuttosto acceso e volò anche qualche parola non precisamente gentile.
Racconto questo episodio per premettere una cosa: da nonviolento sono contrario a qualsiasi forma di lotta politica che pregiudichi l’esercizio di diritti da parte degli altri; e sono convinto, per averlo sperimentato, che si possano far valere efficacemente -anzi, direi ancora più efficacemente- le proprie ragioni senza per questo dover rompere i coglioni al prossimo.
Senonché mio figlio grande, quello che ha quindici anni, è uno dei ragazzi che ieri ha partecipato all’occupazione del liceo Tasso.
Naturalmente lo scorso fine settimana, quando mi ha raccontato che la faccenda era nella fase di progettazione, ne abbiamo parlato un bel po’: sia delle motivazioni della protesta, sia dello strumento con cui essa si sarebbe svolta. E io, che sono abituato a dire quello che penso anche -e a maggior ragione- ai miei figli, non ho potuto fare a meno di comunicargli due cose: primo, che i motivi per cui aderiva all’iniziativa mi parevano deboli, vale a dire che secondo me non ne era sufficientemente informato; secondo, che non ritenevo l’occupazione uno strumento adeguato, giacché avrebbe inciso anche su quelli che non erano d’accordo, impedendo loro di andare a scuola.
Dopodiché, quando ci ha chiesto il “permesso” di farlo comunque, io e sua madre ci siamo sentiti al telefono e glielo abbiamo accordato; anzi, per dirla tutta ci ho tenuto a precisare che non era neppure una questione di “permettere”, ma di pura e semplice autodeterminazione: insomma, io ti ho detto come la penso, poi se vuoi andare a occupare lo stesso vacci e basta.
Ma non è ancora tutto. Voglio dire: il profilo della responsabilità individuale non esaurisce le ragioni per cui ho ritenuto opportuno consentire a mio figlio di fare quello che aveva intenzione di fare.
Credo, infatti, che a elaborare e a fare propri concetti obiettivamente complessi come la nonviolenza ci si debba arrivare; che il percorso per arrivarci sia lungo, e tutt’altro che agevole; che per iniziare a compiere quel percorso sia pressoché ineludibile imparare a relazionarsi anche con strumenti diversi, conoscerli e metterli in discussione dopo averli praticati.
Insomma: io non penso, come il sottosegretario Faraone, che l’occupazione delle scuole sia una “grande esperienza di partecipazione democratica”; anzi, credo sia uno strumento che per certi versi, nel suo piccolo, procede in una direzione opposta a quella della democrazia. Sono convinto, tuttavia, che allo stesso tempo possa rappresentare una preziosissima palestra politica: cioè un’esperienza che avvicina i ragazzi all’idea che occuparsi di politica sia una cosa gratificante, utile, nobile, perfino se alcuni elementi determinanti per quell’avvicinamento con la politica non hanno niente a che fare.
Ecco, io credo che bisognerà spiegarlo, a quei ragazzi, perché l’occupazione è uno strumento da abbandonare: ma credo che lo si potrà fare in modo molto più efficace quando quei ragazzi, anche attraverso iniziative discutibili come l’occupazione, avranno acquisito un’alfabetizzazione politica sufficiente per comprenderne le ragioni, metabolizzarle e poi operare delle scelte consapevoli.
L’occupazione è un “grande sviluppo per la coscienza politica di ognuno di noi”, hanno detto gli studenti del Tasso in un comunicato: usando una parola un tantino ingenua, che fa un po’ tenerezza e che oltretutto è insidiosa, ma tuttavia dimostrando di aver colto nel segno ancora più del sottosegretario Faraone.
Mi piacerebbe discuterne con loro, di quella parola, così come mi piacerebbe ragionare insieme sugli strumenti che utilizzano, sulle possibili alternative e su quanto i mezzi, per dirla come va detta, prefigurino i fini: ed è una cosa che farò, con mio figlio e con i suoi amici che mi capiterà di incontrare.
Nel frattempo, però, sono felice che quella “coscienza” ci sia. O perlomeno che loro ne percepiscano l’importanza e l’urgenza: perché col tempo quel desiderio di partecipazione potrebbe trasformarsi in una ricchezza non soltanto per loro, ma anche -e soprattutto- per il paese in cui vivono.
Il resto, se lo lasciamo crescere adoperando un minimo di comprensione, crescerà.

I gay, prima malati e adesso trendy

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Al di là dei casi puntuali come questo, sui quali credo che ormai valga la pena di soffermarsi soltanto a livello aneddotico, un fatto mi pare chiaro: quelli di Santa Romana Chiesa devono aver capito che la storiella secondo la quale i gay sarebbero una massa di pervertiti e di malati da curare e da recuperare non regge più nemmeno con l’Attack; ragion per cui, a quanto pare, hanno deciso di cambiare completamente strategia.
Ci avrete fatto caso anche voi: ultimamente i nostri amici fondamentalisti parlano sempre più spesso, e con aria sempre più preoccupata, di “cultura gay”, “ideologia del gender”, “indottrinamento”, come se l’omosessualità fosse riconducibile più che altro a una scelta delle persone, o a una sorta di condizionamento “culturale” che esse subiscono, magari a partire dalla scuola.
La cosa singolare è che questa impostazione, evidentemente dettata dalla necessità di trovare un minimo appiglio cui continuare ad aggrapparsi dopo la caduta in disgrazia delle vecchie cantilene, è per molti versi esattamente opposta alla precedente: laddove si parlava di patologia, e quindi di un’obiettiva condizione -ancorché “disfunzionale”- degli individui, oggi si denuncia la “delegittimazione della differenza sessuale”, additando un fenomeno prettamente intellettuale, appartenente alla sfera dell’opinione e dei convincimenti personali più che a quella della fisiologia o della psiche.
Le persone diventerebbero gay, insomma, per una scelta di tipo culturale, per moda o perché qualcuno le convince a farlo: come se le proprie preferenze sessuali (perché di sesso, ancorché in senso lato, stiamo parlando) potessero dipendere da elementi del genere.
Badate, anche su questo bisogna essere “laici”, e non negare ideologicamente che certe situazioni possano effettivamente essere riscontrate. Voglio dire: a me per primo, occasionalmente, è capitato di avere notizia diretta o indiretta di qualche caso di “omosessualità di tendenza”, specie in età adolescenziale e in ambienti particolarmente “progressisti”; ma obiettivamente si tratta di casi così marginali, sporadici e limitati nel tempo da rappresentare un campione letteralmente insignificante ai fini di un ragionamento complessivo.
Insomma, se la vecchia strategia era priva di una gamba, quella del riscontro scientifico, mi pare che a quella nuova manchi anche l’altra, cioè la verifica empirica che tutti compiamo ogni giorno attraverso l’esperienza personale.
Chissà, magari i nostri amici credono che per avvicinarsi al cielo sia utile formulare teorie campate per aria.

Dimme che me voi mena’

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Una faccenda del genere è successa anche a me, qualche anno fa, quando il maggiore dei miei due figli andava alle elementari.
In quel caso i bambini rom in classe erano soltanto due: eppure molti genitori manifestarono insofferenza, minacciarono di voler cambiare classe ai loro figli e qualcuno addirittura fece fuoco e fiamme finché non glielo consentirono; anche se nella maggioranza dei casi l’appartenenza a un quartiere “liberal” di Roma, e la conseguente esigenza di “salvare la faccia” nei confronti della comunità sul piano del “progressismo” prevalse, sia pure piuttosto faticosamente.
La tragedia è che si tratta di un meccanismo senza via d’uscita: da un lato si attaccano i rom sulla scorta del luogo comune che “non mandano i figli a scuola” per sguinzagliarli a chiedere l’elemosina e a rubacchiare; dall’altro, quando i figli a scuola ce li mandano, ci si rivolta e si trasferiscono altrove i propri.
Nel film “Delitto sull’autostrada” Bombolo diceva a Tomas Milian: «Si t’ariconosco me meni, si ‘n t’ariconosco me meni uguale, dimme che me voi mena’».
Ai rom, oltre ogni ragionevole dubbio, je vojono proprio mena’.

Questo non è un post garantista

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Questo è un post che non parla di garantismo, anche se potrebbe. Non parla neanche di maschilismo e femminismo, anche se vorrebbe, ma si limita a riportare un episodio e i commenti che ha generato. Ognuno ne pensi ciò che vuole.

Qualche giorno fa i carabinieri di Conversano, in provincia di Bari, hanno arrestato un insegnante di liceo, accusato di aver “indotto alcune alunne a frequentare lezioni private nell’istituto e presso la sua abitazione per poi molestarle con palpeggiamenti e baci in più parti del corpo. Abusando dei suoi poteri avrebbe minacciato una delle ragazzine costringendola a riprendere le ripetizioni da lei interrotte. In caso contrario la vittima avrebbe perso l’anno scolastico riportando un debito nella sua materia”. Questo stando alle indagini dei carabinieri e alle testimonianze di quattro studentesse.

Di seguito, senza ulteriori considerazioni, alcuni dei commenti alla notizia pubblicata sul sito di un giornale locale, Fax.

Adriano Innamorato:
Fax scandaloso e poco professionale!
Non si può scrivere un articolo così delicato con 4 paroline e termini tipo “stando alle indiscrezioni”.
Siete un giornale o una delle anziane comari che si possono trovare nei vari borghi antichi?
L’informazione dovrebbe essere il vostro mestiere, non il gossip!
Un messaggio ai commentatori giudici qui sotto: Non spetta a voi giudicare, per quello ci sono gli organi competenti.
Un messaggio alle generazioni post 90: siete dei bimbiminkia assurdi!!
Arrivare a denunciare un professore per un debito o una bocciatura è scandaloso!!!
Ragazzi, ma soprattutto ragazze, state perdendo la testa e i valori morali che la vostra famiglia DOVREBBE insegnarvi!!!!
Detto questo l’uomo in questione è un UOMO tutto d’un pezzo, un professore professionale, e serio.
E un uomo così non poteva che costruire una famiglia coesa e dai forti valori morali!!!
Non giudicate chi non conoscete!
Dovreste solo trarre esempio dalla sua persona!

Barbara Boccuzzi:
UNO DEI POCHI PROFESSORI CHE CREDONO DAVVERO NELL’INSEGNAMENTO, CHE SI PRODIGANO PER GLI ALUNNI, A CUI INTERESSA DAVVERO FORMARE I RAGAZZI, NON SOLO SCOLASTICAMENTE. PURTROPPO OGGI I RAGAZZINI SONO TROPPO PRESI DA ALTRO E NON RIESCONO A VEDERE TUTTO QUESTO. MI DISPIACE PER QUANTA IGNORANZA CI SIA IN GIRO.
IO SUGGERISCO SOLTANTO A CHI NON LO CONOSCE DI EVITARE COMMENTI DI CIRCOSTANZA.

Vittoriana Dilorenzo:
chi lo conosce sa… io mi rifiuto di crederci e soprattutto di commentare.

Maria Alexia Colaprico:
io non ci credo e non ci crederò MAI!i carabinieri sanno solo fare questi spettacoli…e basta…e intanto hanno rovinato la vita ad un uomo che ha sempre svolto il suo lavoro con professionalità e con passione..e mai e dico MAI ha dimostrato la tendenza a certi atteggiamenti nei confronti delle alunne del liceo..è duro nell’insegnamento ma allo stesso tempo simpatico..Mi rifiuto di pensare che si possa rovinare la vita così a qualcuno!e queste ragazzine di oggi…beh….dovrebbero imparare innanzitutto ad essere NORMALI…non aggiungo altro…!

Magda Chiantera:
Un professore straordinario. Capace di far amare le sue materie a tutti i suoi alunni,capace di scherzare con i suoi alunni e allo stesso tempo dandogli dei consigli,in grado di preparare i ragazzi alla vita e a superare le difficoltà che si incontrano tutti i giorni,affrontandole nn aggirandole! Un vero professore, sempre disponibile quando c’erano difficoltà nel capire l’argomento, lo rispiega tante volte da fartelo capire x forza. Io nn ci credo e non ci crederò mai!

Paoletta Rutigliano:
ERA IL MIO PROFESSORE…COME HO ODIATO LUI..GIURO…NESSUNO MAI!!!NONOSTANTE CIO’…METTO LA MANO SUL FUOCO CHE LA SUA NON L HA MAI POGGIATA SU NESSUNA STUDENTESSA!…

Camilla Dipierro:
Penso che in un momento del genere è meglio lasciar parlare solo chi l’ha davvero conosciuto. Io posso permettermi di dire che per 3 anni è stato non solo il mio professore, ma anche maestro di vita. L’ho sempre ammirato e 4 chiacchiere infondate non mi faranno di certo cambiare idea su di lui. Io spero che in tutto questo lui possa sorridere nel leggere tutte le cose belle scritte su di lui…Ma non ci si poteva aspettare che queste reazioni dagli ex ed attuali studenti: innumerevoli elogi per una persona meritevole e che personalmente mi ha trasmesso moltissimo, e che non saranno 4 stupide ragazzine a mettere KO….

Jillian F. Potent:
Non ci credo, se è il professore che mi hanno detto si tratta di un uomo straordinario, bravo nel suo difficile mestiere di insegnante, dotato di ironia e dispensatore di buoni consigli. Una spiegazione c’è sicuramente e potevano evitare di fare sta scenata teatrale a scuola, per evitare di screditare la sua dignità in questo modo, perchè anche se si tratta di un errore (e da ex alunno sono sicuro che sia solo un gran fraintendimento) sarà difficile che le persone non tengano più conto di ciò.

Maria Rosaria Liuzzi Lpfc:
infatti , io so chi e’ , e sono sicura della sua innocenza, per cortesia non distruggete una persona senza prove…..

Nancy Sozio:
mi rifiuto di credere a questa storia! NON CI CREDO E NON CI CREDERO’ MAI!

Rossella Giannuzzi:
Io nn ci credo!!!e chi come me lo conosce,non può crederci..un professore così bravo non si vedeva dalla notte dei tempi ed io avrei pagato pur d mandare la mia sorellina nel suo corso..purtroppo peró le ragazzine di oggi nn sanno riconoscere la professionalità e la bravura..magari travisano una battuta PULITA fatta per alleggerire le lezioni!che schifo!spero si dimostri la sua ovvia innocenza 🙁

Adriano Innamorato:
Sabri dici così perchè non conosci il prof.
Conoscendo invece a cosa sono pronti i ragazzini di oggi non mi stupirei che si fosse inventata tutto per giustificare la sua bocciatura!

Debora Resta:
assurdo…è il prof più in gamba, professionale e serio che abbia mai avuto!!!poi la denuncia dopo una bocciatura mi pare proprio ridicolo! i carabinieri dovrebbero raccogliere altre testimonianze…sicuramente più serie ed evitare di mettere alla gogna la gente prima di aver appurato il vero!!!

Margherita Dibari:
Non conosco il prof ma prima di giudicare bisogna vedere i fatti xchè ci sono tante ragazzine che inventano castelli solo vedicarsi di un voto o quant’altro.Quindi lasciamo il compito a chi di dovere e non alle chiacchiere

Giuseppe Campanella:
Le ragazzine di quell’età e di questi tempi, ovviamente non generalizzo, sarebbero capaci di corrompere anche un prete! Io non credo alla sua colpevolezza. Non ci crederò per nulla al mondo. Conosco perfettamente la persona in questione e sono sicura di poter dire che si tratta di una persona straordinaria. Una delle poche persone che ho incontrato sul mio percorso di studi che mi ha davvero insegnato qualcosa. Qui c’è qualcosa sotto. Non può essere tutto ridotto a una cosa così squallida.

Angelica De Tomaso:
E’ UNO DEI POCHI PROFESSORI CHE HA SEMPRE PRESO A CUORE IL SUO LAVORO E LA FORMAZIONE DEI RAGAZZI… GRANDE ESEMPIO DI PROFESSIONALITA’ E AUTOREVOLEZZA. NON SI PUO’ INFANGARE UNA PERSONA IN QUESTO MODO, ROVINARE UNA CARRIERA CHE CON FATICA CI SI E’ COSTRUITI. SICURAMENTE SONO ACCUSE INVENTATE DA RAGAZZINE… NON CREDO ASSOLUTAMENTE A TUTTO CIO’. SPERO CHE LE INDAGINI SIANO PORTATE A TERMINE AL PIU’ PRESTO…

Antonio Bellantuono
Professori !!!!abbiate il coraggio di denunciare anche voi le studentesse che tentano di sedurvi!!! per essere promosse!!perchè poi alla fine i colpevoli siete sempre voi!!!!e ci rimettete oltre alla reputazione anche il posto di lavoro!!!!mentre loro vengono beatificate!!!cercate di fregarle voi ogni tanto così forse sto vizio se lo toglieranno…

Mariagrazia Mangini:
ora siamo senza professore…..lui era in classe mia quando è stato arrestato e ora devo vedere tutti i giorni quella …… che l’ha denunciato per sbarazzarsi del professore…cosa si fa per un debito o per una bocciatura…ma si mettesse a studiare invece di pettinarsi i capelli e di guardarsi davanti allo specchio…le basterebbe essere anche sfiorata da un uomo per andare in giro dicendo che è stata molestata…ma va va….

Antonio Bellantuono:
questi episodi accadono sempre a quelle tipe non serie e che si vestono sempre in maniera sconcia e provocante fino ad istigare chi cè dall’altra parte…ad una ragazza seria non accadono mai episodi del genere!!!nessun professore si permetterebbe palpeggiamenti e tentate violenze se non gli si fa credere che la tipa ci sta!..poi dopo aver fatto l’inguacchio ci ripensa si tira indietro e denuncia il professore!! troppo comodo così!!purtroppo a volte vengono educate dai genitori e se non le prendono a schiaffi loro quando escono con le mutande di fuori chi dovrebbe farlo??……

Beatrice Murro:
NN CI POSSO CREDERE E NN VOGLIO CREDERCI !!! IO DUBITEREI DI QUALCUN ALTRO MIO VECCHIO PROF MA NN DI LUI!

Fermiamo il declivio – Dieci umili proposte per la collina Italia

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Ho letto le dieci proposte di Fermare il declino. Da liberale di destra sono molto felice che si crei dibattito intorno a questioni così importanti. Tuttavia, pur essendo consapevole dei limiti che un’esposizione per punti possa avere, ritengo che le proposte del neonato movimento debbano essere accompagnate da una più consistente riflessione sulle libertà individuali, sui temi etici e sui diritti civili. Quelle che seguono sono le mie dieci umili proposte per la collina Italia, che lanciano il mio nuovo movimento. La maggior parte di queste non sono certamente novità, ma credo che formulate tutte insieme possano essere utili per riaprire la discussione. Fermiamo il declivio.

1)Legalizzazione delle droghe leggere. Le politiche proibizioniste sono evidentemente fallimentari e funzionali alle dinamiche commerciali di natura illegale, intraprese a livello macro dalle grandi organizzazioni criminali e a livello locale dalla microcriminalità. Legalizzare significa combattere il mercato illegale e allo stesso tempo produrre posti di lavoro e “fare cassa”.

2)Politiche dell’immigrazione e politiche per gli immigrati. L’immigrazione è da trent’anni una risorsa per l’economia del nostro paese e continuerà ad esserlo. Occorre sostituire le attuali pratiche temporanee di regolarizzazione (sanatorie) con strumenti permanenti, che permettano la valutazione individuale della condizione del migrante. Il lavoro nero degli immigrati – uno dei cancri del sistema economico italiano – e il loro ingresso in circuiti criminali si combattono anche modificando i vincoli imposti ai rifugiati politici e ai richiedenti asilo, che per il loro status non possono svolgere regolari attività lavorative. L’ha capito Obama, vediamo quanto ci mette la sinistra italiana. Last but not least, le attuali norme in materia d’immigrazione (Bossi-Fini) sono del tutto inadeguate, l’introduzione del reato di clandestinità e la precarietà alla quale è sottoposta la condizione di immigrato regolare (che può diventare irregolare se non mantiene un posto di lavoro) sono un tipico caso di produzione istituzionale di illegalità. Ah, dimenticavo: introduzione del principio dello ius soli: chi nasce in Italia è italiano.

3)Regolamentazione della figura professionale di sex worker. L’industria del sesso è una realtà, che piaccia o no ai moralisti cattolicheggianti e ad un certo femminismo. La realtà tedesca, che si affida ad un modello regolamentarista, in cui la prostituzione è legale e regolamentata, dimostra chiaramente i vantaggi di questo sistema. Ancora una volta, si può combattere l’economia sommersa che ne deriva (i sex worker sarebbero sottoposti, come qualunque altro lavoratore autonomo, ad un regime di tassazione particolare e dunque contribuirebbero a “fare cassa”). Il modello tedesco zittisce i detrattori della regolamentazione che sostengono l’eccessiva spesa per i controlli: i costi di polizia si abbattono in un tempo ragionevole e c’è solo da guadagnarci. In ultimo, c’è la questione igienico-sanitaria, che si può affrontare soltanto con la regolamentazione.

4)Ognuno ha il diritto di scegliere la propria fine. Lo Stato Etico pretende di scegliere per noi. L’istituzione di un registro delle dichiarazioni di fine vita (o testamento biologico) conseguentemente ad una legge che tuteli la libertà di scelta individuale paiono la soluzione più ragionevole. Come per l’immigrazione, lo Stato produce illegalità: sono tanti gli italiani che ogni anno decidono di varcare i confini per andare a morire, sono tanti i medici consenzienti che aiutano i pazienti ad avere una fine che loro ritengono dignitosa.

5)Amnistia e depenalizzazione dei reati minori. Che sia strutturale oppure no, l’amnistia è l’unico provvedimento che io conosca capace di ripristinare una condizione legale e ragionevole per il nostro sistema giudiziario: in Italia ci sono infatti 9 milioni di processi arretrati e ben 170 mila che ogni anno cadono in prescrizione. Il nostro paese detiene il triste primato per quanto riguarda le sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo rimaste inapplicate. Il danno, oltre che per coloro che sono coinvolti direttamente, è enorme anche per l’economia: chi mai può investire in un paese dove i tempi di un processo sono lentissimi e non vi è certezza di avere giustizia? L’amnistia da sola però non basta, bisogna che sia accompagnata da una riforma del sistema giudiziario e dunque dalla depenalizzazione di alcuni reati minori come la detenzione di stupefacenti (negli ultimi anni, il numero di tossicodipendenti in carcere è cresciuto in modo consistente, tanto che nel 2011 essi erano il 29% del totale della popolazione carceraria), nonché il reato di clandestinità. D’altra parte, il punto 2, ponendo fine alla produzione istituzionale di illegalità e attraverso politiche per gli immigrati, può potenzialmente favorire la diminuzione della presenza di immigrati nelle carceri italiane (ben il 38% dei detenuti sono stranieri).

6)Abolizione del meccanismo dei rimborsi elettorali. I rimborsi elettorali rappresentano il frutto più evidente della reazione allergica del sistema dei partiti ai processi democratici. Un referendum promosso dai Radicali nel 1993 aveva decretato (col 90% dei voti a favore dell’abrogazione della norma) la fine del finanziamento pubblico. Gli hanno semplicemente cambiato nome e hanno ripreso serenamente a succhiare soldi dalle casse dello Stato.

7)Per uno Stato concretamente laico. Abolizione del Concordato e quindi dei privilegi garantiti alla Chiesa cattolica. Dunque, niente più otto per mille, pagamento dell’Imu per gli immobili della Chiesa e niente più ora di religione a scuola (tra l’altro, gli insegnanti di religione vengono reclutati direttamente dalle Curie ma retribuiti dal Ministero dell’Istruzione).

8)Intensificare i rapporti tra la Scuola, l’Università e le aziende. Almalaurea è una buffonata, occorre un sistema che faccia concretamente da ponte tra il mondo accademico e le aziende. Il conservatorismo e la mentalità sinistrorsa rispetto all’Università hanno sempre impedito una riflessione seria sul meccanismo dei finanziamenti privati e sulla possibilità di formulare (a parte singole virtuose iniziative) accordi tra gli Atenei e le imprese italiane e straniere. Bisogna uscire dalla dimensione provinciale in cui hanno rinchiuso i nostri dipartimenti e aprirsi al mercato del lavoro internazionale. Gli istituti professionali sono qualitativamente scarsi e non garantiscono l’accesso al mondo del lavoro. Uno strumento su tutti: l’apprendistato sul modello tedesco. Il 49% dei ragazzi che svolgono il periodo di apprendistato presso un’azienda tedesca, al termine della formazione, trova un posto di lavoro fisso e un contratto presso l’impresa dove ha svolto il servizio e quindi imparato il mestiere. Lo so che l’Italia non è la Germania, ma almeno riflettiamoci.

9)Incentivare l’accesso alla cultura. Due esempi su tutti: i musei e l’Opera. Nonostante i musei italiani siano in condizioni pietose, sono molto cari e dunque poco frequentati. Una tra le possibili misure? Ingresso gratis o a prezzo “simbolico” per gli studenti. L’Opera è un lusso che pochi facoltosi appassionati possono permettersi, mentre altrove (provate a indovinare dove) tutti possono permettersi una serata in compagnia del barbiere di Siviglia o del Rigoletto. Dove trovare i soldi per effettuare miglioramenti strutturali ed agevolare l’accesso a prezzi ridotti? Da tutti i provvedimenti che suggerisco qui sopra.

10)Più pilu per tutti. Una ricerca della Northwestern University School of Law firmata dal prof. Anthony D’Amato ha dimostrato che, negli ultimi venticinque anni, negli Stati Uniti l’incremento dell’accesso alla pornografia è stato accompagnato da un declino del tasso di violenze sessuali. Negli stati in cui la pornografia ha avuto maggiore espansione, si è rilevata una forte riduzione di crimini a sfondo sessuale; mentre in quelli in cui essa ha avuto difficoltà ad affermarsi tali crimini sono aumentati. Ora, forse la questione è stata semplificata un po’ e si espone a critiche metodologiche, però ritengo che meriti una certa attenzione. La prendo alla larga per dire che è necessario ripensare le politiche moralizzatrici a favore di un’incentivazione della discussione sulla sessualità in genere. Credo che introdurre una vera educazione sessuale nelle scuole ed aprire un serio dibattito pubblico sulle questioni relative la sfera sessuale possa produrre benefici sotto l’aspetto della consapevolezza del proprio corpo e delle proprie scelte. Portiamo i preservativi nelle scuole e facciamogli vedere qual è il verso giusto.

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