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I referendum sull’ambiente sono dannosi alla salute.

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Ebbene sì, i referendum sull’ambiente sono dannosi alla salute. Sicuramente, alla mia. Perché io vi giuro che divento pazzo, pazzo! quando leggo le dichiarazioni dei politici quando si tratta di referendum che coinvolgono temi riguardanti la natura. Che poi la chiave di lettura è una, la stessa di molte altre occasioni, fatto salvo che in questi casi è bella in evidenza e nessuno però la afferra per poi correre a chiudere la gabbia di matti. Oppure non serve una chiave, ma anche solo degli auricolari speciali che trasformano le parole dette in parole sottintese. Per esempio:

“Senta, Onorevole XYZ, cosa voterà al prossimo referendum su questo importante tema ambientale?”

(il pubblico si mette le cuffie magiche)

“VOTEREMO COSI’ SOLO PER OPPORCI A PRESCINDERE AGLI AVVERSARI”

Ma seriamente, perché voi credete che a Renzi, Salvini, Meloni o Di Battista fotta qualcosa delle trivelle? Stiamo assistendo a ribaltamenti concettuali pazzeschi, roba da salto triplo senza rete protettiva. Pertanto, guarda un po’, troviamo tutte le opposizioni serrate a favore di un referendum che, sempre casualmente, è fonte di una decisione del governo, con quest’ultimo come da copione che invece di entrare a gamba tesa e spiegare per filo e per segno perché sia una legge da mantenere, vivacchia e fa finta di niente, complice il (mal)funzionamento del sistema del quorum.

Quindi, per fare un po’ di esempi.

Salvini, Meloni, e M5S si dichiarano favorevoli alla chiusura di centri di produzione italiana, dove lavorano italiani, che pagano le tasse allo Stato italiano. Meglio quindi importare tutto da paesi stranieri (magari quelli arabi!) che tanto la produzione interna è poca cosa. Eh, ma l’olio tunisino allora? “Guai a chi tocca la produzione italiana a favore dei paesi stranieri! Ecco le facce dei criminali che hanno abolito i dazi!”

Dall’altra parte della barricata, stesso identico imbarazzo. Vi ricordate come il PD spalleggiava sornione i movimenti “per l’acqua pubblica”, nonostante lo stesso Bersani fosse favorevole al Decreto Ronchi? E quindi, l’acqua del mare non dev’essere pubblica quanto quella del rubinetto? Il silenzio del Governo di adesso mi ricorda lo stesso identico silenzio di quello del 2011, come già giustamente notato da altri su questo blog.

Pertanto, vi prego, vi scongiuro: fateli questi referendum, ma non chiedete un parere ai politici. Sembrerà assurdo, lo so, ma vi giuro che alla fine vi sentirete meglio.

San Vittore 2041 – Il viaggio nel tempo nelle prigioni

in scrivere/ by

Pubblichiamo le trascrizioni di mail misteriose rinvenute nella nostra casella di posta nella speranza che qualcuno possa fare luce su questo mistero.

 

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DA: ecaironi@polimi.mi.it

A: acavalli@fbmail.com

Oggetto: eureka!

24 Giugno 2040

Mia cara Anna,

Eureka! Ce l’abbiamo fatta, siamo riusciti finalmente a completare la macchina! Ieri sera abbiamo inviato il topolino di cavia indietro nel tempo, esattamente di un mese, e  stamattina è ricomparso nella porta temporale con legato al corpo un messaggio scritto da un mio alter-ego di un universo parallelo, che conferma la ricezione della cavia alla data esatta in cui l’avevamo spedito. Stiamo facendo tutte le verifiche del caso, ma stavolta la scaramanzia la voglio lasciar perdere perché il messaggio riportava esattamente una frase a cui ho pensato in tutti questi anni come prova di verità, e che non ho mai rivelato a nessuno, nemmeno per sbaglio.

Chiamami appena torni a casa, ti racconto per bene al telefono

Non sto più capendo niente dalla gioia

Ti amo

Ettore

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DA: ecaironi@svittore.mi.it

A: giorgio.salati@min.interno.gov.it

Oggetto: RE: installazione impianto S.Vittore

03 Dicembre 2041

Gentile On. Salati,

è con grande soddisfazione che le comunico la buona riuscita dell’installazione dell’impianto di trasferimento temporale all’interno del carcere di San Vittore. Sono convinto che entro la primavera del prossimo anno, una volta conclusa anche la preparazione psicofisica dei soggetti scelti per la sperimentazione, saremo in grado di dare finalmente il via alla fase finale dell’operazione “Rewrite”. Non so ancora come ringraziarla per gli aiuti che ci sono stati dati dal Ministero degli Interni e da quello di Giustrizia, e la prego di ringraziare da parte mia i Ministri Teresiani e Capriccioli per tutto ciò che è stato fatto per questo progetto. Un ringraziamento speciale va ovviamente a Lei; senza il suo aiuto non saremmo stati in grado di giungere così vicini a qualcosa che fino a vent’anni fa era etichettato nella categoria della fantascienza.

Un caro saluto

Ettore Caironi

 

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DA: ecaironi@svittore.mi.it

A: acavalli@fbmail.com

Oggetto: mi chiami?

6 Marzo 2042

Anna,

potresti chiamarmi appena arrivi a casa? Mi è appena arrivata una notizia che non saprei se definire tragica o allucinante. Devo rispondere a delle persone ma prima vorrei confrontarmi con te, che mi fai sempre venire in mente le parole giuste. Ti dico solo che, come temevamo, le elezioni politiche e il nuovo governo hanno avuto impatti seriamente negativi sul lavoro.

Baci

E.

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DA: ecaironi@svittore.mi.it

A: mmaroni@min.giustizia.gov.it

Oggetto: RE: RE: progetto temporale S. Vittore

7 Marzo 2042

Egregio On. Maroni

ho letto la Sua risposta in merito al progetto temporale da me installato e gestito presso il carcere di San Vittore e non posso nasconderle preoccupazione e una certa difficoltà nel trovare, complice il mio stupore, le parole adatte per spiegarle la fallacia delle sue deduzioni in merito al progetto e il perché le decisioni prese dal Ministero possano impedire il raggiungimento di uno dei più grandi sogni nella storia dell’umanità.

Cercherò di spiegarle sinteticamente le mie argomentazioni, nella speranza di poter incontrare di persona il Ministro Cazorla il prima possibile, magari presso il laboratorio, in modo da convincerlo davanti all’evidenza dei fatti.

I viaggi temporali che abbiamo intenzione di realizzare non hanno scopo turistico né di scopo ludico. Forse siamo visti, agli occhi della politica, come gli scienziati pazzi che la letteratura fantascientifica ha descritto in passato, ma La prego di credere che non è così. Abbiamo voluto dare lo strumento definitivo ai sistemi detentivi per permettere loro di raggiungere l’obbiettivo principale, che è quello rieducativo e non, come molti tendono a credere, puramente punitivo. E da qui lo scopo dei viaggi: permettere ai carcerati di tornare indietro nel tempo ed impedire che i loro crimini vengano commessi.

Quando si affronta un viaggio indietro nel tempo, si crea automaticamente un universo parallelo che, al momento dell’arrivo del viaggiatore, è assolutamente identico al mondo da questi lasciato. In altre parole, se uno volesse tornare ad un mese fa, giungerebbe in un nuovo mondo assolutamente identico a quello presente nell’universo d’origine un mese prima della partenza. Dall’arrivo in avanti, invece, il nuovo universo prende una strada diversa da quello originario grazie alle scelte compiute dal viaggiatore e dalla sua interazione con le persone che lo circondano. Ivi comprese le vittime dei crimini per cui il viaggiatore è incarcerato. L’unica persona che scompare al loro arrivo è il loro stesso alterego. Non possono esserci due persone identiche nello stesso universo, e le nostre pubblicazioni dimostrano che, all’arrivo del viaggiatore, il suo alterego scompare ed egli ne prende il posto, nel punto esatto in cui si trovava. Per esempio, se tra un mese volessi tornare a questo istante in cui le scrivo la mail, mi troverei in un universo parallelo esattamente dietro all’alterego di questo mio computer, con le mani appoggiate all’alterego della tastiera.

Per anni, prima del viaggio, i detenuti scelti per affrontare il viaggio ricevono una rieducazione importante e una soprattutto una preparazione psicologica volta a due obbiettivi. Il primo: sapere con esattezza in che luogo, e durante quale situazione, il viaggiatore “atterrerà” nel nuovo mondo. Abbiamo ritenuto che la scelta più semplice sia di farli arrivare di notte, così che sia solo necessario sapere dove e con chi dormivano all’epoca. Il secondo, e più importante: avere la certezza che non commetteranno più alcun crimine e che gli alterego delle vittime siano, nel mondo parallelo, sane e salve.

Come vede, solo per descriverle queste considerazioni preliminari e necessarie ho dovuto impiegare molte parole, ed è perciò che insisto affinché i Ministri dell’Interno e della Giustizia, nonché le rispettive commissioni parlamentari, vengano a San Vittore affinché possa spiegare con maggiore efficienza e alle persone di competenza il perché sia necessario proseguire lungo il percorso seguito fino ad oggi, considerando quanto è breve la distanza dall’arrivo.

In attesa di una Sua cortese risposta, la ringrazio per l’attenzione e le auguro una buona giornata.

Distinti Saluti

Prof. Ettore Caironi

 

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DA: ecaironi@svittore.mi.it

A: giorgio.salati@camera.parlamento.it

Oggetto: saluti

20 aprile 2042

Caro Giorgio,

considera questa come l’anticipo alla lettera di dimissioni che lascerò domani al Centro di Ricerca, allegando in copia Maroni e Bonamini, i loro viceministri e i presidenti delle commissioni. Non pensavo di dover arrivare a tanto, quando mancava così poco al successo. Ricordi quando siete venuti qua a San Vittore a vedere il laboratorio? Mai avrei pensato che tutte le informazioni e la totale trasparenza da parte mia venisse utilizzata poi dal governo per avere più punti su cui aggredirmi, addirittura pubblicamente.

Lo sai vero che mi hanno pure invitato – “caldamente” invitato – a partecipare ad un dibattito serale su Canale 5, per confrontarmi in pubblico con Salvini? Ho già visto come lui e i suoi uomini di governo hanno trattato in televisione la mia ricerca. Quali errori, quali falsità! E io dovrei rendermi ridicolo, farmi massacrare da queste macchine della retorica mentre il pubblico compiacente urla quando prendo parola? Ricercatori, docenti e politici di tutto il mondo fanno la fila per vedere il laboratorio ma il Ministro degli Interni mi ha vietato di confrontarmi con chiunque al mondo, con tanto di minacce poco mascherate.

Ho studiato per anni a questo programma. Ho provato a raccogliere tutte le falle che potevano emergere. Ho definito una linea etica rigida e severa. A chi temeva che i prigionieri scappassero nel mondo parallelo ho spiegato che il dispositivo di ritorno prevede un rientro inflessibile nel mondo originario, che non può essere rimosso a meno che il viaggiatore voglia venire nullificato (come possono far finta di non sapere che il dispositivo è l’unico strumento che permetta al viaggiatore “intruso” di non essere “mangiato” dall’universo ospitante? L’ho detto e scritto milioni di volte, e ancora ieri Il Giornale diceva che aiutavo i prigionieri ad evadere!).

Salvini e i suoi peones continuano a ripetere che questo sistema non riporta indietro le vittime. È vero, ma crea mondi in cui queste possono continuare a vivere, addirittura rimuovendo i loro carnefici, ché una volta che il viaggiatore ritorna nel mondo originario non esiste più traccia né di lui né del suo alterego parallelo in nessun universo esistente.

Mi arrendo. La macchina è pronta e funzionante. Ovviamente loro non vogliono usarla per questo fine ma figurarsi se vogliono distruggerla: chissà quali biechi utilizzi hanno in mente. Ovviamente ho preso le giuste precauzioni e nessuno oltre a me è in grado di farla funzionare, e nel caso di ripararla.

Addio, Giorgio, non credo che ci rivedremo ancora. Ti ringrazio, è grazie a te e ad Alessandro se sono arrivato così vicino ad un sogno. Nonostante l’epilogo, ti devo moltissimo.

Abbi cura di te

E.

 

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DA: ecaironi@svittore.mi.it

A: acavalli@fbmail.com

Nessun Oggetto

20 aprile 2042

Anna,

io in questo mondo non posso più vivere. Me ne vado lasciandoti un ricordo di egoista. Continuerò ad amarti altrove, ma tu non potrai più amare me. Ricorda che in un altro luogo io sto abbracciando Anna, la stessa che sei tu.

Ti amo

Ettore.

A casa loro!

in Articolo by

In questi giorni Salvini ha annunciato un viaggio in Nigeria assieme al fido Toni Iwobi, nigeritaliano responsabile delle politiche di immigrazione di Via Bellerio. Porterà con sé un gruppo di imprenditori italiani, interessati ai potenziali investimenti nella nazione con la più alta crescita economica in Africa. L’obbiettivo non è altro che uno degli slogan storici della Lega: “Aiutiamoli a casa loro”. Uno slogan che, nella storia trentennale del partito, non aveva mai portato a risvolti pratici: tolti i diamanti in Tanzania, non ho memoria di un solo euro (o lira) leghista destinata a favore dei Paesi sottosviluppati. Del resto, dei quattro governi Berlusconi durante i quali il Ministero degli Interni era quasi sempre presidiato da Maroni, non è stato promosso alcunché volto ad “aiutarli a casa loro”; in compenso ci ricordiamo tutti quanto fatto per “rovinarli a casa nostra”.

Eppure lo slogan ha una logica efficace: lo scenario migliore sarebbe quello di rendere ogni luogo del mondo un posto dove vivere serenamente. Per questo vedere Salvini fare un primo passo per ridurre l’immigrazione attraverso un sensibile miglioramento dei luoghi di origine, appare cosa buona e giusta. Mi si perdonerà tuttavia la scarsa fiducia che ripongo nel leader del Carroccio, considerando che è dal 1983 che la Lega dice “Aiutiamoli a casa loro”, e solo 32 anni dopo affronta un viaggio per capire di cosa hanno bisogno.

Per quanto concerne gli slogan la Lega è a mio parere insuperabile rispetto a qualsiasi altro partito italiano. Il suo responsabile marketing meriterebbe un premio anche solo per la foto dell’indiano d’america con sotto scritto: Loro hanno subito l’immigrazione / ora vivono nelle riserve”. Purtroppo l’opposizione del partito non è mai andata oltre queste poesie, e mai una volta che le abbia trasformate in proposte precise e dettagliate. Un esempio su tutti è l’idea di Salvini di fare come l’Australia, ovvero convogliare tutti i migranti in un’isola del Mediterraneo. Quale sia questa isola, ovviamente, non è dato sapere.

Per fortuna che la direzione delle politiche estere in Via Bellerio è affidata a Iwobi, il quale afferma su Facebook che 1.5 milioni di Nigeriani sfollati scappano da Boko Haram per cui – deduce secondo un percorso logico che mi lascia un po’ “WTF I DON’T EVEN” –  i migranti nigeriani che arrivano in Italia sono secondo Iwobi “al 90% migranti economici”.

A questo punto, ritengo che il contributo migliore che Salvini e Iwobi possano dare è quello di fermarsi in Nigeria, zappa e cazzuola in mano, per qualche mese. Aiuteranno loro a casa loro, e noi a casa nostra.

 

 

 

Ps: per i più coraggiosi qui c’è l’intervista in cui Salvini dice che “la reaganomics resta il riferimento fondamentale sui temi delle tasse e della concorrenza, e che il riferimento della Lega va a chi pensa l’economia in questo modo.”

Zingari poverissimi

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Stanno rimbalzando nelle ultime ore di sito in sito le immagini del funerale di Vittorio Casamonica, uno dei capi dell’omonimo clan romano che dagli anni ’70 gestisce una buona fetta del racket capitolino (usura, droga, turbativa d’asta, ecc.). A colpire sono la fastosità del rito e lo sperpero di denaro in quella che appare come una vera e propria apoteosi postuma – nonché una certa spudoratezza da parte dei presenti nello sventolare il passato criminoso del defunto.

Un caso tristissimo fra tanti nell’Italietta dei padrini coppoliani al limite della parodia, se non fosse per l’origine etnica – termine complesso e rischioso ma che per il momento prenderemo per buono – del fu Vittorio Casamonica: questi, come la maggior parte degli appartenenti del suo clan, è un Rom italiano, o per meglio dire un Sinto, di provenienza abruzzese.

Sinceramente, non so se (e quanto) il gruppo familiare di Casamonica abbia conservato della lingua e di certi aspetti “tradizionali” delle realtà sinte italiane (su questo temo consiglio di leggere le belle etnografie di Leonardo Piasere), ma pare certo che esso tuttora mantenga, sebbene all’interno del variegato universo romano, quel che in antropologia viene definito un “regime endogamico”. Ovvero, i Casamonica negli anni hanno continuato a sposarsi con persone provenienti da altre famiglie sinte.

L’esclusione dei Gagé (ovvero i non-Sinti) dal sistema matrimoniale rende abbastanza chiara l’idea che i Casamonica, in termini di costruzione dell’identità, hanno di se stessi. Non sappiamo se si definiscono Sinti, ma di sicuro agiscono come tali attraverso l’esclusione matrimoniale dell’alterità sinta per eccellenza – i Gagé.

Tutto questo per dire che quando si fanno considerazioni generaliste sul rapporto rom-criminalità (come quella che ad esempio trovate qui) bisognerebbe tenere in considerazione non solo le realtà extra-urbane dei cosiddetti campi nomadi, ma anche quelle completamente inserite nel tessuto urbano, sociale e politico delle grandi città – ma non per questo meno rom, meno “zingare”. Affermare quindi che gli ZINGARI rubano perché sono poveri ed emarginati – equazione facilona che nel suo manicheismo non lascia spazio alle riflessioni – significa ignorare (volutamente e ipocritamente) una parte del mondo rom che, evidentemente, delinque non certo per problemi di povertà.

Attenzione, non sto dicendo che i Casamonica delinquono perché “destinati a-” in quanto zingari. Non si tratta qui di evocare le presunte tare razziali e/o culturali di lombrosiana memoria che tanto piacciono ai cretini della Lega. È questione piuttosto di fare attenzione ai termini di insieme che si usano nell’analisi di complicatissime realtà socio-antropologiche: se i Casamonica, come ho cercato di dimostrare poco fa, sono tanto zingari quanto gli abitanti dei campi nomadi, perché escluderli dai ragionamenti sul rapporto rom-criminalità?

Altrimenti, dal buonismo al salvinismo il passo è brevissimo.

Vincere, e vinceremo

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Come ben sappiamo grazie ad un infaticabile Mentana, ormai a dire la verità ben lanciato verso i limiti del grottesco in quella che sempre più è uno spettacolo da tendone più che una diretta, domenica si è votato per le regionali. Non sono un grande appassionato dei tecnicismi elettorali (altre sono le questioni politiche che mi solleticano e affascinano), per cui ho lasciato che fossero i mitologici media, a traghettarmi come novelli Caronte verso la sponda della Comprensione. Ecco quello che mi è stato spiegato, in innumerevoli interviste e dichiarazioni.

  • Ha vinto il PD, visto che ha conquistato 5 regioni su 7. Cioè la maggioranza. Di solito, quando succede questo, ti danno una coccarda, o qualcosa. La vittoria è incontrovertibile, sono i numeri a dirlo.
  • Ha vinto FI, perché comunque i numeri, si sa, sono cose per freddi tecnici chiusi nelle loro muffite stanzette: nonostante lo scarso risultato quantitativo, hanno strappato il feudo ligure al PD. Qualcosa di storico, sotto un profilo politico. Netta vittoria.
  • Ha vinto il M5S, che tutti davano per spacciato ma che ha avuto un’ottima tenuta in ogni regione, nonostante lo scarso coinvolgimento diretto del leader-non leader (ogn1 vale 1) Beppe. Se non è una vittoria questa.
  • Ha vinto la Lega Nord, i cui voti sono vertiginosamente aumentati grazie al carisma da autotrasportatore del leader Salvini, che per l’occasione ha anche indossato una splendida maglietta che recitava “RUSPE IN AZIONE”. Vittoria indiscussa e un punto extra per l’abbigliamento.
  • Ha vinto FdI, o almeno così qualcuno ha detto in varie interviste, per l’ottimo risultato e per essere stati l’ago della bilancia in molte situazioni (boh). Vittoria evidente, d’equilibrio.
  • Ha vinto la minoranza del PD, perché comunque ha espresso candidati vincenti e perché ha destabilizzato la maggioranza PD, che infatti ha vinto. Se qualcosa non vi torna di questo giro, prendetevi del tempo per pensarci. Comunque, palese vittoria.

Ora, io trovo tutto questo molto bello, declinato in un mondo meraviglioso, senza sconfitti, in cui ognuno raggiunge il proprio obiettivo e torna a casa felice e soddisfatto. Oggi si sorride, ognuno è contento, e magari domani io un giro di Superenalotto me lo faccio: sia mai che qualche portavoce politico non sappia rendere anche il mio, di sogno, realtà. Mi accontento anche del 5+1.

Ei fu

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Ma dov’è finito Berlusconi?

Va bene, ok, ogni tanto ne sentiamo ancora l’eco, tipo quando deve scusarsi per Dudù o vendere il Milan, oppure quando richiama ai ranghi il Giudice di De André. Ma si tratta, per l’appunto, di un’eco, una sorta di rumore di fondo dallo spazio profondo, qualcosa di ben diverso dalla sostanziale, immanente, fisica presenza quotidiana nelle nostre vite a cui eravamo ormai abituati da tempo.

Berlusconi è uno zio, quello zio bastardo che ti ha fregato i soldi dell’eredità della nonna, quello zio di cui non puoi fare a meno di parlare tutte lo domeniche a pranzo, stronzo maledetto.

E poi lo zio scompare.

O meglio, si spegne, si spegne lentamente. Ecco, forse è proprio questo che mi lascia un po’ così, stordito, persino deluso: per B. mi aspettavo un finale scoppiettante, un terzo atto wagneriano, una caduta roboante degna di una divinità norrena. Dai, almeno una fine à la Craxi.

Invece no, niente esplosioni, niente fuochi d’artificio, niente drammi collettivi. L’abbiamo visto assottigliarsi, scomparire lentamente ma inesorabilmente dai nostri telegiornali, da internet, dagli strepiti indignati dell’anima e a un certo punto, forse non ce ne siamo neppure accorti, è scomparso dai nostri pranzi domenicali.

Qualcuno ne profetizza il ritorno. Si tratta pur sempre di una figura cristologica, si sa che prima o poi il Messia tornerà a fare i conti con noi peccatori – e saranno cazzi amarissimi. D’altronde, non sarebbe nemmeno la prima volta che Berlusconi sorprende tutti, emergendo improvvisamente dall’ombra e facendo “BUH!” ai politichini ignari e ai commensali della domenica.

Eppure. Eppure c’è Renzi ora. Ci sono Grillo e Casaleggio. C’è Salvini. Tanti bruttissimi, lombrosianamente brutti, burattini 2.0 che gli stanno rubando la scena. L’attenzione ora sembra essersi spostata su altro e, non so il perché, mi immagino Berlusconi come un vecchio Pierrot dalla lacrima perenne che aspetta che cali una volta per tutte il sipario. Tanto vale persino occuparsi dei diritti degli omosessuali, nel frattempo. Che noia.

La noia. La noia che mi assale ogni volta che accendo la televisione, assieme a un pensiero inquietante a cui mi vergogno a dar voce…

Non sarà mica che, sottosotto, Berlusconi mi manca?

Charlie Hebdo e gli istantanei paladini della libertà di parola

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Cari i miei razzisti del “padroni a casa nostra”, che finalmente avete un motivo per riempire di insulti i musulmani senza che nessuno vi dica nulla perché – forza ragazzi, “siamo tutti Charlie Hebdo!” – vi fate scudo della libertà d’opinione.

Cari i miei bigotti promotori dell’Editto Bulgaro, paladini della libertà di opinione mentre mettevate giù la cornetta dopo una bella telefonata ai vertici AGCOM e che ora vi stracciate le vesti per mostrare sotto la scritta “Siamo tutti Charlie Hebdo”.

Cari i miei giornali e giornalisti, che già ora lanciate appelli “Siamo tutti Charlie Hebdo”, mentre sui vostri schermi e sulle vostre pagine scorrono le vignette di Charlie Hebdo unicamente rivolte all’Islam (qualcuno su RaiNews24 ha detto, mandandomi ai pazzi: “Charlie Hebdo non mancava di fare satira pesante anche sulla religione cristiana, per esempio su Papa Ratzinger” “Si, ma si percepiva sempre la tenerezza nelle vignette.”), quelle stesse immagini che vi cagavate addosso a pubblicare quando fu Calderoli a mostrarle e anzi condannavate chi, tra i media, le ripubblicava.

Ecco, carissimi, se volete un po’ di tenerezza pubblicate sui vostri profili, siti, giornali, televisioni questa vignetta di Charlie Hebdo.

Perché difendere la libertà d’opinione vuol dire accettare i messaggi di cui siamo antagonisti, non dare libero sfogo alla vostra bestialità solitamente frenata dal vostro essere quotidianamente benpensanti.

 

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Politici Primi (o il gioco delle frasi fatte)

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Avete presente quella puntata dei Simpson in cui, il giorno del matrimonio di Homer, nonno Abe lascia al figlio l’assurda ma provvidenziale raccomandazione di mai, mai e poi mai interferire con ciò che è intorno a lui nel caso dovesse viaggiare nel tempo? Beh, tempo fa uno dei miei colleghi qui a Libernazione mi diede un consiglio che potremmo ascrivere tra le perle di saggezza geniali ma ben poco utilizzabili nella quotidianità. Mi disse infatti che per capire se un opinionista contribuisce alla formazione di un pensiero critico basta prendere le sue frasi, numerarle, fare una selezione casuale (solo le frasi pari, la successione di Fibonacci, la Tetranacci…) e leggere quanto ne risulta. Se il discorso appare comunque logico e si comprende il messaggio, allora significa che l’opinionista usa frasi fatte, cioè inutili concetti spot del tutto adattabili in qualsiasi contesto.

L’idea in realtà risale a un articolo del 2009 di Noise from Amerika, che sperimentò il metodo su un articolo di Alberoni, con risultati significativi. Come si fa tra accademici, io stesso testai il metodo ripetendo l’esperimento su Alberoni, Gramellini, Severgnini, Rodotà (figlia), e Facci, tutti giornalisti o quasi. Anche nel mio caso i risultati furono soddisfacenti, e quindi quest’anno voglio provare ad alzare il tiro, rifacendo l’analisi sui discorsi dei politici.

Sappiamo benissimo che i politici usano frasi ad effetto quando parlano, visto che la loro funzione è di conquistare prima di spiegare, o analizzare, o criticare costruttivamente (cosa che ci si aspetta invece da un serio opinionista). Tuttavia non voglio – ma credo di trovarmi d’accordo con voi lettori – arrendermi ad una visione della retorica come puro sollazzo per mancati teleimbonitori, e per questo motivo eccovi il metodo applicato su alcuni monologhi o risposte rilasciate in televisione (senza altre persone in studio oltre all’intervistatore) dai principali politici italiani del momento: Salvini, Renzi, e un misterioso membro del M5S (il perché del mistero ve lo spiego dopo). Riporterò direttamente la sequenza di frasi selezionate, con un link che rimanda all’intervista. La serie matematica scelta è quella dei numeri primi; in altre parole, vi riporto soltanto la 2a, 3a, 5a, 7a, 11a, 13a (eccetera) frase della parte d’intervista selezionata. L’effetto è che per un discorso di 30 frasi, ne ho selezionate solo 10. In uno di 40, soltanto 12. Se prendeste un discorso accademico o un’analisi critica di un problema sociale non capireste nulla. Coi politici invece…

Piccola nota (poi partiamo, ve lo prometto). La complicazione nell’applicare il metodo alle interviste dei politici è che non si sa quando finiscono le frasi (non c’è effettiva punteggiatura). Lo ammetto, sono andato ad orecchio e ciò non vota alla scientificità dell’esperimento. Avevo chiesto a Capriccioli di usare i fondi di Libernazione per comprare un software per il riconoscimento vocale ma lui se l’era già speso in cibo per gatti.

Quindi! Pronti, partenza, via…

 

Matteo Salvini (prima parte dell’intervista a Porta a Porta, 12 novembre 2014, 34 frasi di cui 11 selezionate, cioè il 32% del discorso).

L’anno scorso seduto su questa poltrona mai mi sarei sognato di commentare una Lega al 10% / Stando ai sondaggi / C’è un centro destra fermo che io mi propongo di rilanciare da nord a sud perché non mi piace che ci sia qualcuno a casa che dice o Renzi o niente / E io dico che c’è un’alternativa più seria di Renzi. Non penso che i francesi siano impazziti / Ora per la prima volta gli italiani secondo un sondaggio europeo hanno capito in maggioranza che l’euro è un problema / Non è semplice, ci sono dei rischi / penso alla gran bretagna, sarà un caso che in nove paesi che crescono di meno al mondo hanno l’euro in tasca / Ma è una moneta tarata per il nord europa, per i tedeschi / tutta l’europa è disegnata su, sulle multinazionali, sulle banche. 

 

Matteo Renzi (parte a caso del monologo al convegno dei Giovani Democratici, minuto 11:00, 12 frasi su 39, il 31%).

Perché? / Perché? Adesso attraverso gli strumenti di comunicazione e tecnologia tu adesso puoi essere il padrone. / You. L’uomo dell’anno sei tu. /Non potete far finta di non vedere cosa sta accadendo in Libia / Che oggi vede situazioni diversificate / Quella che noi riteniamo periferia del mondo / Ecco perché in questo anno abbiamo scelto innanzitutto di stare in una grande famiglia europea / Non perché non ne vediamo i limiti / Come si combatte il terrorismo islamico? / “Non sono le bombe, sono le scuole, e l’educazione”. / Come fanno i nostri soldati in Afghanistan / A livello politico e diplomatico innanzitutto.

 

Il misterioso politico del M5S (44 frasi, 13 scelte, quasi il 30%). Qui la questione è seria, perché il metodo non solo vuole verificare il livello di frasi fatte all’interno del discorso, ma anche un’altra cosa. Quale? Voi leggetevi la selezione di frasi qui sotto, e fatevi un’idea. Più sotto – un bel po’ più sotto, così nello scrolling avete il tempo di riflettere – vi spiego la peculiarità della questione.

Adesso miriamo a vincere le elezioni europee con un programma di rottura che porterà in parlamento uno tsunami / Certamente esiste una differenza di trattamento riservato a Renzi e ad altri esponenti del potere costituito rispetto a noi / Ci siamo stati nella chiusura della campagna elettorale delle nazionali / Così anche la Bignardi, che gli ha dato quello spazio / Evidentemente è un po’ frustrato per il fatto che lui e la sua generazione di intellettuali non ha minimamente inciso sul bene collettivo / Grillo è così da trent’anni, io sono così anche da prima di questa esperienza/ Il punto è che con Grillo c’è un ottimo rapporto perché siamo due persone sincere / in rete funziona cosi / Io ho visto Grillo in giacca e cravatta, e io senza né giacca né cravatta / ma uno vale uno non significa che siamo tutti uguali / No assolutamente questo è un movimento postideologico che ha scelto di stare dalla parte delle persone oneste / però ci sono molto nostri colleghi, cito sempre Vincenzo Caso, della commissione bilancio, è lui che ha scoperto la presenza dei lobbisti nella commissione / Si ricorda quando parlava di Parmalat e tutti lo prendevano in giro e poi aveva ragione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ci siete ancora? Beh, il mistero è subito svelato. Il discorso appena letto è l’unione di due interviste, fatte rispettivamente da Di Maio (a Porta a Porta, pubblicata il 1 maggio 2014, 20 frasi) e Di Battista (rilasciata a Scanzi e pubblicata il 25 marzo 2014, 24 frasi). La selezione è avvenuta unendo tutte le frasi su Excel, elencandole per ordine alfabetico (cosa che faciliterebbe l’uscita di un discorso sconclusionato) e applicando la solita serie dei numeri primi. In particolare l’ordine è il seguente (Di Maio = DM, Di Battista = DB)

DM / DB / DM / DB / DB / DB / DM / DM / DB / DM / DB / DM / DB / DM

Vi erano sembrate la stessa persona? Ah, non guardate me, lo state dicendo voi, mica io!

Ma i liberisti italiani sono scemi?

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Rinfacciare ai liberisti italiani, o a molti di quelli, di aver votato e sostenuto supinamente per più di vent’anni Berlusconi è indelicato. Però è necessario per capire un po’ meglio come ragionano. Certo, nessuno avrebbe mai avuto ragione di aspettarsi il contrario: che potevano fare, votare Prodi e Bertinotti? Certo che no. Votare i radicali? Dài, siamo seri per un attimo, poi dopo cazzeggiamo.

Il fatto è che Berlusconi ha per tutti questi anni ripetuto fino alla noia che i politici italiani, se fossero stati chiamati ad amministrare delle imprese, visti i risultati sarebbero stati tutti rimossi e mandati a casa. Un principio al quale i liberisti aderiscono spontaneamente e che include che anche il voto e il sostegno politico siano da considerare e affrontare come un investimento. E se è vero, come è possibile che i liberisti italiani abbiano investito tanto male, rischiando addirittura di finire nella mani di Salvini?

Certo, non è quello che accade, perché ora c’è Renzi che li garantisce ampiamente: ma quest’ultimo è il frutto degli investimenti sbagliati degli elettori di sinistra. E sia ben chiaro che si tratta di un incidente, o una fortuna (dipende dai punti di vista), che i liberisti non potevano in alcun modo prevedere e in virtù del quale non possono certo sentirsi assolti. Tanto è vero che partecipano anche di quell’altro investimento collettivo, nutrito da destra a sinistra, che ci ha fatto rischiare l’ipotesi concreta di un Grillo più ingombrante di quanto già sia.

Insomma, che non ci si potesse fidare di sindacalisti, frociaroli e costituzionalisti ci era stato stato spiegato. Non ci abbiamo creduto, d’accordo, ma ora nessuno può far finta di niente e cadere dalle nuvole. Però che anche i liberisti, oltre che un po’ stronzi, fossero anche scemi e inaffidabili, nessuno ce lo aveva detto, almeno non in questi termini e fino a questo punto.

In definitiva è meraviglioso notare come tutti abbiano avuto torto a dispetto delle proprie scelte, e ragione in forza degli incidenti degli altri. Sembra un disegno regolato, per quanto è folle (scie chimiche a parte, s’intende).

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