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Di Maio, ma che stai a di’?

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Dopo averci rifilato una dose di schizofrenia niente male sulla questione banche – passando con un’elegante piroetta dagli strepiti di un tempo per l’impiego di denaro pubblico nei salvataggi agli strepiti di oggi per il non-impiego di denaro pubblico negli (stessi) salvataggi –, i grillini oggi ci hanno regalato un’altra notevole serie di castronerie, inesattezze e imprudenze sul medesimo tema.

Il cittadino portavoce on. Luigi Di Maio (con un post su Facebook) e il suo collega cittadino portavoce on. Girgis Giorgio Sorial (con un intervento in Parlamento questa mattina) ci hanno resi edotti dell’ennesimo scandalo di questo governo amico delle banche. Scrive Di Maio su Facebook:

Schermata 2015-12-22 alle 21.16.00

Capisco che non sia mestiere del grillino leggersi le carte, dal momento in cui è impegnato a riportare Ordine e Onestà e Sovranità Popolare nella Repubblica, ma è altresì notevole infilare un così cospicuo numero di inesattezze. Vediamo.

  1. Come ha fatto notare puntualmente Mario Seminerio qui, il “fondo interbancario” non c’entra un tubo. Innanzitutto perché si chiama Fondo di Risoluzione, che è un’altra cosa, e in seconda battuta perché concorre al salvataggio con circa 500 milioni di euro. Contro gli 1,7 miliardi di intervento statale.
  2. I trattamenti riservati al caso italiano e a quello portoghese, stando al comunicato della Commissione Europea sull’operazione, sono stati dello stesso tipo. Si legge infatti:Schermata 2015-12-22 alle 17.01.59
    Questo significa che azionisti e obbligazionisti subordinati hanno contribuito fino in fondo al sostenimento dei costi della risoluzione. Vi ricorda qualcosa? Quindi, stando alle informazioni disponibili finora, i “risparmi” non sono stati salvati. Proprio come in Italia.
  3. Si legge che il governo portoghese ha impiegato 1,7 miliardi di fondi pubblici per salvare Banif. È vero, ed è successo perché l’intervento del Fondo di Risoluzione non è stato sufficiente. In Italia il circuito bancario ha sborsato, per il salvataggio delle 4 banche, circa 3,6 miliardi di euro. In proporzione al PIL dei due paesi, però, Banif è una banca molto più grossa e importante delle quattro italiane (ha attivi per circa il 7% del PIL): i soldi del Fondo non sono bastati, e quindi si è deciso di utilizzare denari pubblici. Da noi questo non è successo, perché i soldi messi dalle altre banche sono stati sufficienti, e non vedo proprio cosa ci sia da lamentarsi. Ribadisco anche qui: stando al comunicato della CE, questo intervento non è stato sostitutivo dell’aggressione di azioni e obbligazioni subordinate.
  4. L’UE non ha effettivamente permesso l’utilizzo del Fondo Interbancario di Tutela dei depositi, com’è scritto nero su bianco in più di un documento, non ultima l’audizione di Carmelo Barbagallo (capo del dip. di vigilanza bancaria e finanziaria della BdI) in Commissione Finanze alla Camera del 9 dicembre scorso. Quindi, per semplice conseguenza logica, è falso dire che questo non sia vero.

Insomma, un gran pasticcio. Il problema è che nessuno si assumerà, ancora una volta, la responsabilità della disinformazione, pericolosa e dannosa, fatta anche in questo contesto. Capisco le esigenze politiche, ma servirebbe decisamente più cautela da chi si fa paladino della trasparenza: ché tra dire le cose sbagliate e non dirle, bisognerebbe pensare bene a cosa scegliere.

No: non stanno salvando le banche con i soldi dei risparmiatori

in economia by

L’emendamento 42.73 alla Legge di Stabilità a firma del Governo reca norme di procedimento per agevolare l’implementazione del cd. “decreto quattro banche”, già approvato dal Consiglio dei Ministri domenica 22 novembre e convertito in legge la settimana immediatamente successiva (A.C. 3446).

Non entrerò nei dettagli del design dell’intervento, ma mi preme soffermarmi sul rapporto con risparmiatori e correntisti, dal momento in cui in giro si legge di tutto: “salvataggio dei banchieri sulle spalle dei finanziatori”, “Governo amico delle banche”, “bomba da 2 miliardi: 130mila risparmiatori sul lastrico”, e così via.

Cerchiamo allora di fare un po’ di ordine su questa vicenda, nella maniera più semplice possibile.

  1. La manovra non coinvolge soldi pubblici. Neanche un centesimo. Questo perché, riducendo all’osso, in osservanza delle direttive europee viene implementata una leggera variazione sul tema del cd. bail-in: non è la fiscalità generale a intervenire, ma –in prima istanza– i detentori di capitale di rischio e di capitale di debito non garantito. Il bail-in vero e proprio diventerà operativo per tutte le operazioni di questo tipo dal 1 gennaio 2016, ma il Governo ha ritenuto utile intraprendere una strada molto simile anche nei confronti delle quattro banche.
  2. Le perdite che queste banche hanno accumulato nel tempo vengono assorbite dagli strumenti d’investimento a maggior rischio: azioniobbligazioni subordinate. Ricordiamo che queste ultime sono esposte al rischio d’impresa. Chi le acquista, cioè, accetta il rischio che possano succedere il genere di cose che stanno accadendo proprio ora, sapendo –fin da subito– che non sarà tutelato.
  3. Questo salvataggio tutela, invece,  tutti i risparmi di famiglie e imprese detenuti nella forma di depositi, conti correnti e obbligazioni ordinarie. Ripeto: neanche un centesimo detenuto in questa forma verrà intaccato dalla manovra.
  4. La parte di onere eccedente azioni e obbligazioni subordinate è a carico dell’intero complesso del sistema bancario italiano, che alimenta a mezzo dei propri contributi il cd. Fondo di Risoluzione.
  5. Il salvataggio è, in effetti, prevalentemente a carico del sistema bancario italiano, che si sobbarca di 3,6 miliardi di oneri complessivi.
  6. Dunque questa manovra non è esattamente quello che si potrebbe definire un “regalo alle banche”: non a caso quelle stesse banche, per voce dell’ABI, non sono esattamente entusiaste della cosa.

Quindi, in estrema sintesi, l’intervento non coinvolge un centesimo di denaro pubblico ed è completamente a carico dei detentori di attività rischiose degli istituti in sofferenza e del vituperato sistema bancario italiano.

Adesso. Io capisco che vedere le proprie attività finanziarie svalutate sia un colpo durissimo per molti bilanci, che apre scenari difficili per la stabilità economica di una famiglia o di una piccola impresa. Però, se domani investissi in un’impresa che mostra pessime performance nei prossimi, che so, cinque anni, senza tutelarmi, e quell’impresa dovesse fallire, con chi me la dovrei prendere? Con lo stato che non mi ha salvato dalle mie cattive scelte d’investimento?

Può anche essere una risposta, per carità. Discutiamone. A me, come punto di partenza, basta che sia chiaro ciò di cui stiamo parlando.

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