un blog canaglia

Tag archive

rom

Zingari poverissimi

in società/ by

Stanno rimbalzando nelle ultime ore di sito in sito le immagini del funerale di Vittorio Casamonica, uno dei capi dell’omonimo clan romano che dagli anni ’70 gestisce una buona fetta del racket capitolino (usura, droga, turbativa d’asta, ecc.). A colpire sono la fastosità del rito e lo sperpero di denaro in quella che appare come una vera e propria apoteosi postuma – nonché una certa spudoratezza da parte dei presenti nello sventolare il passato criminoso del defunto.

Un caso tristissimo fra tanti nell’Italietta dei padrini coppoliani al limite della parodia, se non fosse per l’origine etnica – termine complesso e rischioso ma che per il momento prenderemo per buono – del fu Vittorio Casamonica: questi, come la maggior parte degli appartenenti del suo clan, è un Rom italiano, o per meglio dire un Sinto, di provenienza abruzzese.

Sinceramente, non so se (e quanto) il gruppo familiare di Casamonica abbia conservato della lingua e di certi aspetti “tradizionali” delle realtà sinte italiane (su questo temo consiglio di leggere le belle etnografie di Leonardo Piasere), ma pare certo che esso tuttora mantenga, sebbene all’interno del variegato universo romano, quel che in antropologia viene definito un “regime endogamico”. Ovvero, i Casamonica negli anni hanno continuato a sposarsi con persone provenienti da altre famiglie sinte.

L’esclusione dei Gagé (ovvero i non-Sinti) dal sistema matrimoniale rende abbastanza chiara l’idea che i Casamonica, in termini di costruzione dell’identità, hanno di se stessi. Non sappiamo se si definiscono Sinti, ma di sicuro agiscono come tali attraverso l’esclusione matrimoniale dell’alterità sinta per eccellenza – i Gagé.

Tutto questo per dire che quando si fanno considerazioni generaliste sul rapporto rom-criminalità (come quella che ad esempio trovate qui) bisognerebbe tenere in considerazione non solo le realtà extra-urbane dei cosiddetti campi nomadi, ma anche quelle completamente inserite nel tessuto urbano, sociale e politico delle grandi città – ma non per questo meno rom, meno “zingare”. Affermare quindi che gli ZINGARI rubano perché sono poveri ed emarginati – equazione facilona che nel suo manicheismo non lascia spazio alle riflessioni – significa ignorare (volutamente e ipocritamente) una parte del mondo rom che, evidentemente, delinque non certo per problemi di povertà.

Attenzione, non sto dicendo che i Casamonica delinquono perché “destinati a-” in quanto zingari. Non si tratta qui di evocare le presunte tare razziali e/o culturali di lombrosiana memoria che tanto piacciono ai cretini della Lega. È questione piuttosto di fare attenzione ai termini di insieme che si usano nell’analisi di complicatissime realtà socio-antropologiche: se i Casamonica, come ho cercato di dimostrare poco fa, sono tanto zingari quanto gli abitanti dei campi nomadi, perché escluderli dai ragionamenti sul rapporto rom-criminalità?

Altrimenti, dal buonismo al salvinismo il passo è brevissimo.

Dove sono i complottisti quando si parla dei rom?

in società by

A me, e credo non solo a me, pare che di questi tempi ci sia in giro una formidabile propensione al complottismo, che in alcune circostanze sembra essere diventata perfino un bisogno: a cominciare dall’allunaggio del ’69 e dall’11 settembre, passando per i vaccini e per l’AIDS, fino ad arrivare ai microchip, alle scie chimiche, ai segni nei campi di grano, ai piedi neri e chi più ne ha più ne metta.
Imperversa, insomma, una sorprendente e diffusa disponibilità a prendere per buone ricostruzioni dei fatti fondate su indizi opachi, argomentazioni oscure e prove contorte, a lasciar passare come se niente fosse vistose tautologie e marchiani vizi logici, a far finta di non vedere lacune di pensiero e di documentazione macroscopiche, pur di poter pronunciare almeno una volta la frase che ormai è diventata un mantra, prima ancora che uno slogan: tutto quello che sai è falso.
La cosa curiosa, però, è che quando una volta tanto il “complotto” si manifesta in modo evidente, ragionevole e direi quasi inconfutabile, si tende quasi sempre a rifiutarsi di vederlo: come se la condizione necessaria per rendere una cospirazione interessante non fosse tanto la sua effettiva sussistenza, quanto la fantasiosità degli elementi che la sostengono.
Prendete i rom, ad esempio.
I rom in Italia sono circa 170mila: vale a dire, grosso modo, lo 0,25% della popolazione. Cioè un manipolo di individui numericamente insignificante rispetto al totale: un numero che statisticamente parlando quasi non esiste.
Eppure ci fanno credere da decenni che questa manciata di persone, che tra l’altro non sono né potenti, né ricche, né proprietarie di chissà quali tecnologie all’avanguardia, ma perlopiù malmesse e disgraziate ben oltre i limiti della miseria e dell’indigenza, sia capace di tenere in scacco la sicurezza di un paese intero, al punto da poter essere etichettata addirittura come “emergenza”.
Dite la verità: a voi questo non pare singolare? Sì, dico a voi, che avete fatto dello scetticismo una specie di religione, che prestate orecchio alle teorie più astruse, che dubitate perfino dei vostri familiari più stretti mettendo in conto l’idea che possano essere stati sostituiti da extraterrestri o da infiltrati rettiliani. Non vi suona un tantino strano?
Evidentemente no.
Forse, tiro a indovinare, perché in questo caso le motivazioni della “cospirazione” non sono romanzesche e avvincenti come quelle che sembrano appassionarvi tanto: niente consorterie segrete che dominano il mondo, niente congiure planetarie ordite da personaggi misteriosi, niente laboratori sotterranei, niente piani diabolici, niente fantomatici scienziati.
Banalmente, una politica affamata di consenso, un sistema dell’informazione asservito a quella politica e il cortocircuito che ne scaturisce: i rom, che in realtà sono quattro gatti, diventano strumenti utilissimi a rastrellare voti sia per chi ne agita la pericolosità come se si trattasse di una specie di letale esercito fantasma, sia per chi gli si contrappone con motivazioni apparentemente opposte ma di fatto inefficaci.
Come se non bastasse, i risultati di questo “complotto” non sono collocati nella sfera dello sconosciuto o dell’immaginifico, ma sono proprio davanti ai nostri occhi, al punto che abbiamo potuto vederne tutti i risvolti concreti: mafia capitale, le intercettazioni, i fiumi di denaro pubblico che sono finiti nelle tasche di politici, faccendieri, titolari di cooperative, intermediari e papponi assortiti. Voglio dire: è un “complotto” che si spiega con ragioni pratiche, tangibili, documentate.
Niente.
Nonostante tutto, al contrario delle altre, questa “cospirazione” vi rifiutate di vederla.
Forse, come dicevo, perché è sostenuta da una cosa che si chiama realtà: e la realtà, come tutti sanno, è molto più noiosa della fiction.
No, dico, vogliamo mettere con le scie chimiche?

Oh fascist, where art thou?

in giornalismo/politica/società by

C’è un curioso silenzio questi giorni e non so davvero come interpretarlo. Non lo trovate strano anche voi? Voglio dire, sabato sera, c’è stato un incidente mortale (a Napoli un dj di 29 anni ha preso la tangenziale contromano ubriaco lercio e si è schiantato contro un’altra auto) eppure, fino ad oggi, non ho sentito di nessuna misurata manifestazione di solidarietà, di Matteo Salvini neanche l’ombra, e, so che farete fatica a crederci, i media ne parlano come di un normale incidente stradale.

Eppure sappiamo bene che la reazione appropriata agli incidenti stradali (notare con che classe sono grassettate le parole tre rom zingari) dovrebbe essere ben diversa. Dove sono le torce e i forconi sotto la casa dell'”assassino”? Dove sono le invocazioni di ruspa per le discoteche? Dov’è l’indignazione contro l’alcool? Dove sono le richieste di buttare nel cesso la legge perché laggente vuole il sangue e bisogna placarla? Dov’è il sindaco che si bulla di aver preso i responsabili? Dove sono le pretese di pene esemplari da parte di tutto il sottobosco del politicume vario su su fino al Ministro dell’Interno?

È chiaro che esistono innumerevoli ragioni per cui l’episodio A entra nel frullatore politico/mediatico mentre l’episodio B passa in sordina (d’altronde le vittime di incidenti stradali sono 3.400 all’anno, non è che possono fare notizia tutte); è solo che, a parte l’ipotesi di Billy Pilgrim, non me ne viene in mente nessuna. Ma è il mio animo malfidato che si permette di giudicare chi esprime nobili sentimenti mosso da altruistica commozione e solidarietà: è solo che, come dire, temo che la loro impronta stilistica lasci un po’ a desiderare.

Perchè con MafiaCapitale ti incazzi di meno, Ggggente?

in società by

“E’ una vergogna ed uno schifo che si diano dei soldi ai Rom e agli extracomunitari che rubano e spacciano, mentre agli italiani zero. E’ inconcepibile che lo Stato permetta questo. Non è razzismo, tutto ciò è solamente assurdo. Chi la pensa diversamente è complice di questa situazione”.

E’ questo il mood avvelenato, urlato e livoroso che si ingrossa ad intermittenza negli ultimi tempi e che contagia sempre più persone.

Scomponendo tale ‘immenso’ pensiero, ritroviamo alcuni elementi precisi:

  1. Non è questione di razzismo;
  2. E’ uno schifo che dei soldi pubblici siano dati a chi ruba;
  3. Tutto ciò provoca rabbia, veleno e legittima atti anche forti e decisi;
  4. Chi ruba non merita rispetto e commiserazione;
  5. Chi non la pensa così è un cretino perchè è complice di chi ruba;
  6.  La ggggente non ne può più ed è incazzata nera e lo grida perchè la gggente è ggggente semplice, de core, e chi non lo capisce non è normale.

Ora, prendiamo un attimo la faccenda di MafiaCapitale.

  1. Ci stanno soldi pubblici dati a chi se li ruba? Si.
  2. Quelli che rabbiosi si indignano avvelenati ed urlano contro rom ed extracomunitari e che invocano anche azioni forti e decise e che lo fanno per una questione di giustizia sociale e non di razzismo, stanno in qualche modo protestando con la stessa intensità di fronte la faccenda MafiaCapitale? Assolutamente no.
  3. Quindi, se a rubare sono politici italiani, questi meritano rispetto e commiserazione? Evidentemente si, visto che nessuno si sta indignando con la stessa esasperazione riservata a rom e simili.
  4. E, quindi, questi indignati non protestando e non gridando come fanno contro rom ed extracomunitari, tacitamente, in base al loro percorso logico di cui sopra, si autodefiniscono complici dei politici italiani che rubano? In base al percorso logico che adoperano, si.
  5. E, ancora, se tutta questa gggente de core, genuina, e tutte le stronzate varie, non si incazza, livorosa e con foga violenta come fa con rom ed extracomunitari, con i politici italiani che rubano, tacitamente contraddice se stessa e quindi si autodefinisce non normale? E si pone sullo stesso piano di chi con disprezzo addita come difensore e complice dei rom che rubano? Si.

In conclusione:

  1. La tenuta logica e ragionante del pensiero riportato in cima al post è pari a zero;
  2. la prossima volta che uno di questi scienziati della genuinità e della semplicità ruspista, che contro questi politici che hanno rubato (che magari ha pure votato) non ha detto nemmeno una mezza “A”, viene e si incazza schiumante di rabbia dicendo che i rom rubano e gli extracomunitari spacciano e che si fottono i soldi pubblici e che è una vergogna ed uno schifo etc etc, chiamare la neuro per un immediato ed urgentissimo Tso diventa quasi un obbligo necessario per il bene di tutti, in primis, ed in secundis per il bene delle persone che, in qualche modo, questo soggetto incontra durante il giorno.

Caro scienziatello dell’indignazione ruspista, sei fregato, perchè, per come ragioni, lo stesso casino e bordello che imbastisci contro rom e simili, lo devi fare contro i politici italiani che rubano, adesso! e subito!, con assembramenti e cartelloni e rotture di cazzo vari!.

Ma tu non lo farai.

E quindi non posso non considerarti alla stessa stregua di uno che 1)ti invita in un ristorante dove preparano solo carne e 2)appena seduti ti dice che aveva detto che voleva mangiare vegano, 3)quindi ti fa alzare, 4)ti porta al vegano, 5)ti siedi e vedi lui che risbrocca perchè aveva detto che voleva mangiare carne e così via all’infinito.

Perchè di questo stiamo parlando, di un modo di ragionare che in confronto il cervello di un dodicenne limitato sembra Leonardo da Vinci.

Insomma, non il massimo della vita.

Soundtrack1:‘Human Genoma Project’, Obake

Soundtrack2:‘Széchenyi’, Obake

Soundtrack3:‘Mooch’ June 44

Soundtrack4:‘It’s a wonderful life’, Sparklehorse

Soundtrack5:‘My black ass’, Shellac

 

L’ebbrezza di diventare stupidi

in società by

Succede, credo, che ciascuno di noi avverta la necessità insopprimibile di diventare tecnicamente stupido in almeno un’area della propria esistenza: un po’ come se si trattasse di una sorta di vacanza del cervello, costretto a lavorare in modo più o meno efficiente tutto il giorno per attendere ai normali compiti della vita e perciò bisognoso di prendersi, di quando in quando, un periodo di black out totale.
Sarà capitato anche a voi, tanto per fare un esempio, di guardare la partita con persone che ritenete mediamente intelligenti e dovervi sorprendere nel rilevare la loro ostinata ritrosia a prendere atto di un fuorigioco o di un fallo da rigore evidentissimi: vi sarà capitato, presumo, e avrete pensato “vabbe’, quando si parla di calcio questo non ragiona, lasciamo perdere altrimenti finisce che ci meniamo”.
Ecco, io credo che accada più o meno la stessa cosa quando si parla dei rom.
Perché sostenere, senza disporre di alcuna nozione specifica, che i rom abbiano una non meglio precisata propensione etnica o culturale alla delinquenza, ignorando contestualmente la palese circostanza che la propensione alla delinquenza, da che mondo è mondo e a qualsiasi latitudine, aumenta in modo esponenziale nelle condizioni di estrema marginalità sociale quali sono quelle in cui i rom sono generalmente costretti a vivere, è un chiaro segnale di spegnimento completo del cervello a beneficio di una beata, pacifica, felice stupidità.
E’ una completa inversione della causa con l’effetto, che declinata in altri ambiti potrebbe produrre effetti grotteschi, paradossali o addirittura devastanti per la propria e l’altrui incolumità: e che quindi ciascuno si guarda bene dal porre in essere, da quando si sveglia fino a quando va a dormire, per evitare di uscire di casa con le mutande al posto del cappello, di mettere il sale nel caffè o di morire fulminato nella vasca da bagno.
Coi rom no. Coi rom si diventa stupidi.
Si afferma, per dire, che siano loro a non volersi integrare, anche se si sa perfettamente che sono costretti a vivere segregati nei campi; si sostiene che non vogliano mandare i figli a scuola, ma quando ne arriva uno nella classe dei propri figli si fa la rivoluzione per cacciarlo via; si arriva a teorizzare che siano tutti ricchi sfondati, e allo stesso tempo ci si lamenta del fatto che chiedano l’elemosina.
Si invocano le ruspe e gli sgomberi contro i campi, crogiuoli di inaudite nefandezze e innominabili atrocità, fingendo di non sapere che quei campi sono stati creati proprio a forza di sgomberi, e quindi di ruspe, con ciò invocando quale rimedio la causa stessa del problema che si denuncia: un po’ come se si decidesse di mettersi nudi sotto una nevicata per farsi passare la broncopolmonite.
Sta di fatto che con la broncopolmonite, comprensibilmente, quelle stesse persone se ne stanno a letto; che si mettono gli occhiali quando ci vedono poco, si fermano col rosso e attraversano col verde, mettono la benzina nella macchina, l’acqua nella caffettiera e il marsala nelle scaloppine. Senza sbagliarsi mai.
Poi, a seconda dei giorni, arriva una partita di calcio. Oppure, ancora meglio, una notizia sui rom.
A quel punto, liberi tutti.
Dopo tanta fatica, si può finalmente spegnere il cervello per qualche minuto: e godersi l’inebriante sensazione di diventare stupidi.

Vale tutto

in politica by

Quand’ero un marmocchio, e si giocava a pallone sulla spiaggia per ore e ore, arrivava il momento in cui ci squagliavamo dal caldo, le ginocchia non reggevano più e non vedevamo l’ora di farla finita per tuffarci nell’acqua fresca e toglierci di dosso la sabbia, che nel frattempo ci si era infilata pure nelle orecchie.
A quel punto qualcuno, di solito un ragazzino biondo di cui mi ricordo soltanto che era parecchio intraprendente ancorché più piccolo degli altri, e che per questo era significativamente soprannominato “Bombardino”, prendeva il pallone in mano, si schiariva la voce e strillava forte “VALE TUTTO!”.
Da quel momento in poi, per una decina di minuti, si scatenava l’inferno: un’iradiddio di sgambetti, spinte, calci nel culo, pallonate in faccia e salti a gambe unite sulle schiene altrui; dopodiché, sfiniti e col fiatone, ci buttavamo a mare prendendo la rincorsa, dribblando e schizzando manipoli di bagnanti infastiditi e tuffandoci quando non riuscivamo più a correre perché l’acqua ci arrivava alla vita.
Ecco, mi viene in mente questo quando vedo il leader del partito secessionista più importante del paese, quello che Padania is not Italy e mettiamo un muro da Bologna in giù e mi dichiaro prigioniero politico di Roma ladrona e col tricolore mi ci pulisco il culo, che gira il paese in lungo e in largo allo slogan di “prima gli Italiani” facendo pappa e ciccia coi movimenti nazionalisti, quelli che la patria e Dio e l’unità nazionale e l’inno di Mameli.
Questo, mi viene in mente: Bombardino biondo e pieno di sabbia dappertutto, col pallone in mano, che strilla “VALE TUTTO”.
E il bello è che manco c’è un cazzo di bagnasciuga verso cui correre.

Generatore automatico di slogan di Giorgia Meloni

in politica by

Se tanto mi dà tanto, fare refresh per ottenere nuovi slogan di Giorgia Meloni

 

I rom, una questione italiana

in società by

Sapete com’è, dai e dai uno si abitua perfino a farsi scivolare addosso le parole fastidiose e gli altrettanto fastidiosi luoghi comuni: gli “zingari” che vivono nel “lusso” negli “indecenti campi nomadi”, roba che basta andarli a visitare, quei campi, per rendersi conto che si tratta di storielle prive di fondamento, buone per far addormentare i bambini con la paura dell’uomo nero.
Uno si abitua, dicevo, e si abitua quasi a tutto.
Però, abbiate pazienza, quando si utilizzano argomenti che vanno contro la realtà, quella statistica intendo, allora diventa un’altra storia.
Uomini e donne, “cittadini” che scendono in piazza, “l’italiano” che finalmente si contrappone allo “zingaro” perché le “accuse di xenofobia” non lo scalfiscono più.
Be’, però una cosa diciamola, se davvero vogliamo fare un minimo, ma proprio un minimo di informazione: più della metà dei rom che vivono nel nostro paese sono cittadini italiani. E visto che sono cittadini italiani, mi fate capire che c’entra la “xenofobia”? Mi fate capire, se non chiedo troppo, che senso ha parlare della necessità di aiutare i “cittadini senza casa, senza lavoro, senza speranza”, quando buona parte dei rom cui andrebbero sottratte risorse sono essi stessi cittadini senza casa, senza lavoro, senza speranza? Ha senso, dal punto di vista giornalistico, evidenziare una contrapposizione tra italiani e stranieri perfino quando quegli stranieri non sono tali?
I rom, lo ripetiamo spesso, sono l’ultimo dei nostri tabù, probabilmente il più duro a morire.
Ma dentro questo tabù, come in un gioco di matrioske, se ne nasconde un altro, se possibile ancora più indicibile: il fatto che molti rom sono nostri concittadini. E come tali, perfino volendo affrontare la questione in un’ottica nazionalista, hanno i nostri stessi, identici diritti.
Ragion per cui, nonostante le “persone perbene” che protestano, e nonostante chi cavalca e alimenta la loro protesta, quella dei rom è una questione in buona parte italiana.
Vediamo di ricordarcelo, di quando in quando: e magari, già che ci siamo, di scriverlo.
Chissà, magari dire le cose come stanno potrebbe essere utile.

Il teatrino, i disgraziati e la fabbrica del consenso

in politica by

Voi mi direte: ma come, non eri garantista? Come osi parlare, quando le indagini sono ancora in corso e non si è celebrato neppure un processo?
Giusto. Giustissimo. Ma un conto è pronunciarsi sulle singole responsabilità personali, cosa che non mi permetterei mai nemmeno di immaginare, un altro è prendere atto dell’esistenza di un contesto. Meglio, di un sistema.
Che poi, stringi stringi, a occhio e croce è sempre lo stesso: si prendono dei disgraziati -non importa se siano immigrati, o rom, o sinti, fa lo stesso- che una parte dei cittadini vorrebbe cacciare a calci nel culo e un’altra parte dei cittadini riterrebbe più consono accogliere in modo decente; poi ci si schiera ordinatamente -un po’ con gli uni, un po’ con gli altri e un po’ nel mezzo- e infine si apre il sipario e si dà inizio al teatrino.
Il teatrino dei talk show, dei dibattiti accesi, delle dichiarazioni ideologiche, delle prese di posizione strumentali e dei proclami populisti: insomma tutta quella roba che incidentalmente alimenta e fa crescere un consenso di portata marginale, quello comunemente denominato “d’opinione”, ma serve soprattutto a distogliere lo sguardo di entrambe le fazioni di cittadini da quello che succede davvero.
E quello che succede davvero è semplice: c’è da prestare assistenza ai disgraziati, mentre si litiga; e occorre farlo nel modo più costoso possibile, preferibilmente in condizioni d’emergenza endemica, giacché l’assistenza viene prestata dagli amici e dagli amici degli amici e non si può andare mica tanto per il sottile con bandi e gare d’appalto; il che rappresenta la vera e propria industria clientelare del consenso -quello vero, quello pesante, quello delle decine di migliaia di preferenze-, e chissenefrega se il risultato che si ottiene è uguale a zero, se i disgraziati finiscono per diventare ancora più disgraziati di prima, se nel frattempo si producono -per non dire che vengono alimentate ad arte- tensioni sociali insostenibili che di quando in quando sfociano in vere e proprie rivolte.
Anzi, meglio. Perché quelle tensioni sociali e quelle rivolte aumenteranno la preziosissima percezione dello stato d’emergenza perenne, e quindi potranno essere prese, impacchettate e utilizzate alla grande nel teatrino di prima, che si arricchirà di altri personaggi, imprevedibili colpi di scena, nuovi paladini e ulteriori dichiarazioni, prese di posizione e proclami. E via daccapo, ad libitum.
Ecco, il sistema funziona più o meno così: dietro le quinte si fabbrica il consenso, mentre sul palcoscenico va in scena la fiction. A beneficio di quelli che applaudono, fischiano, protestano o esultano per le battute del copione, mentre da sotto il naso gli sfilano milioni, e milioni, e milioni.
Nel frattempo i disgraziati restano tali: ed è paradossale, perché la produzione di tutto questo ben di dio, in soldi e in voti, si deve soprattutto a loro. Non esseri umani, ma carburante per mandare avanti il motore del sistema, asset trasversale e più che mai redditizio perfino per chi finge di blaterare che dovrebbero andarsene.
Questo, è il sistema.
Altro che discussioni sull’integrazione e sull’identità.

Gli zingari, e i numeri che potrebbero farvi cambiare idea

in società by

Dopodiché, per fortuna, ci sono i numeri. E i numeri, come si dice parlano da soli.
A Roma, nel 2013, sono stati spesi 960 euro al mese a famiglia per il Villaggio della Solidarietà di Lombroso, 1.125 euro per il Villaggio della Solidarietà di Candoni, 1.130 euro per il Villaggio della Solidarietà di Gordiani, 1.490 euro per il Villaggio della Solidarietà della Cesarina, 1.750 euro per il Villaggio di Solidarietà di Camping River, 2.5250 euro per il Villaggio della Solidarietà di Castel Romano, 1.340 euro per il Villaggio della Solidarietà di Salone, 1.230 euro per il Villaggio di Solidarietà La Barbuta, 2.940 euro per il Centro di raccolta rom di via Salaria, 4.530 euro per il Centro di raccolta rom di via Amarilli, 3.090 euro per il Centro di raccolta rom Best House.
Ripeto: al mese, e a famiglia.
Un fiume di soldi sperperati per segregare, letteralmente, le persone in container malridotti, spesso riparati alla buona con materiale di risulta, per stiparle in spazi claustrofobici, senza areazione né luce, con servizi sanitari sotto il limite della decenza e senza cucine, per confinarli quasi sistematicamente in zone recintate e videosorvegliate, in cui bisogna comunicare il proprio numero (il numero, neanche il nome) ogni volta che si entra e che si esce, a chilometri di distanza dal negozio di alimentari, dall’ufficio postale, dalla farmacia più vicini.
Un fiume dei soldi per gestire dei lager.
Ebbene, secondo voi questo sistema funziona? Secondo voi, come dire, aiuta la cosiddetta integrazione? E’ di qualche utilità per la sicurezza collettiva?
E non ricominciamo, per favore, con la tiritera che i rom “non vogliono integrarsi”: sarà una vostra sensazione, ed in quanto tale è rispettabile. Ma via, dite la verità: voi “vi integrereste” se viveste in condizioni simili? Sul serio? Ne siete certi? Riuscite a immaginare, sia pure lontanamente, cosa significhi campare così?
Ebbene, la realtà, quella dei numeri e della cronaca, dice che no, non funziona. Non funziona per niente.
In compenso costa. Costa carissimo, ben più di quanto costerebbe prendere le mille famiglie di rom, sinti e camminanti che vivono a Roma e pagare loro, a ciascuna di loro, una casa: un posto dignitoso in cui vivere, per levarsi di dosso il lezzo del sovraffollamento e potersi fare, finalmente, una doccia o una cacata in grazia di dio; un posto ragionevolmente vicino ai servizi essenziali, in modo che operazioni banali come fare la spesa, andare a scuola, comprare l’aspirina, pagare una bolletta o cercarsi un lavoro non si trasformino in epici attraversamenti di niente suburbano; un posto senza filo spinato, telecamere, recinzioni. Un posto che non sia peggio di una galera.
Aiuterebbe, sapete? Aiuterebbe a “volersi integrare“, per usare un’espressione che a quanto pare vi piace da morire.
E perdipiù sarebbe (lo dico a voi che blaterate “la casa prima agli italiani” e non sapete quello che dite) a costo zero: anzi, rispetto a quello che si spende adesso sarebbe perfino un risparmio.
So bene che certi pregiudizi sono duri a morire. Che magari certe cose nessuno ve le ha mai raccontate. Che trovarsi a cambiare così, su due piedi, la prospettiva che si è avuta per decenni può essere complicato.
Però pensateci. Con calma. Date un’occhiata a quei numeri e rifletteteci un po’.
Nella vita si può anche cambiare idea, sapete?

Quindi i rom vanno eliminati fisicamente

in società by

Io non ho alcun motivo di dubitare che gli episodi lamentati dai cittadini di Borgaro siano tutti -drammaticamente- veri; piuttosto, ho più di qualche motivo per farmi una domanda semplice: perché questi episodi accadono?
Ecco, quando si arriva ai perché cominciano i guai: i rom non si vogliono integrare, è la loro cultura, sono fatti così, sono geneticamente delinquenti, non c’è niente da fare.
Sono questi, i perché più “gettonati” delle persone; e a loro, prima che ad altri, verrebbe da chiedere: a prescindere dai problemi innegabili che, data la situazione attuale, questa gente vi provoca, su quali basi vi siete dati queste risposte? Voglio dire: ci sono degli studi in merito? Esistono delle evidenze, anche lontanamente scientifiche, che le cose stiano davvero in questo modo?
Naturalmente no. Non ce ne sono e non ce n’è neppure bisogno, perché tanto “si sa che è così”.
Quelle risposte, cioè, altro non sono che la constatazione dell’esistente: sono comprensibili perché nascono dal disappunto, dal disagio e dalla rabbia, ma la verità è che non vanno a fondo, non spiegano proprio un bel niente, a meno di non voler decidere che sia tornato improvvisamente ragionevole parlare di razze, di predisposizioni genetiche al crimine, di superiorità e inferiorità declinate su basi etniche e compagnia cantando: roba che appena qualche anno fa ha provocato conseguenze che in questa, e in qualsiasi altra sede, sarebbe mortificante dover ricordare puntualmente.
Ebbene, che certe “non risposte” se le dia la gente, che tra l’altro ha i suoi bei problemi per campare, passi.
Ma che la stessa, identica analisi provenga da chi i fenomeni dovrebbe governarli, vale a dire chiedersene le ragioni vere e cercare di risolverle alla radice, lo trovo assai meno accettabile.
In altri termini e per essere chiaro: ritengo che istituire autobus separati per i rom, a Torino così come in qualunque altro posto, non già come misura emergenziale finalizzata a guadagnare il tempo per implementare le necessarie politiche di inclusione, ma ritenendo che quegli autobus siano essi stessi la soluzione del problema, è letteralmente irresponsabile.
Perché il problema, già lo sappiamo, si inasprirà: così come si è sempre inasprito -e la storia parla fin troppo chiaro- ogni volta che la risposta della politica è stata la segregazione.
Ora, gettando lo sguardo qualche metro, qualche anno in avanti, cosa c’è all’orizzonte dopo i campi e dopo la separazione dei bus? Dove credete che conduca, questa spirale, se non all’unico esito possibile dell’esclusione definitiva, della deportazione, dell’eliminazione fisica? Ve ne rendete conto, sì, che è questo il finale ineludibile che state fabbricando?
Be’, allora abbiate se non altro la franchezza di dirlo: sostenere che i rom non possono essere integrati significa affermare, alla lunga, che vanno eliminati. Oppure estinti sottraendo loro i figli e affidandoli ad altri, che poi è un altro modo per ottenere lo stesso risultato: sopprimere del tutto un’etnia perché si è convinti che sia irrimediabilmente “tarata” in ragione di insuperabili questioni genetiche.
Coraggio, ditelo. Non siate timidi.
Poi, con calma, io vi dirò chi mi ricordate.

Quanto ci costa discriminare i rom

in politica by

Oggi, se non vi dispiace, vorrei dedicarmi per qualche riga all’aritmetica.
Allora, Riccardo Magi ci spiega che attualmente a Roma ci sono circa ottomila rom, corrispondenti grosso modo a mille famiglie.
Queste ottomila persone sono distribuite in 7 “villaggi attrezzati” (4.200 persone), 8 “campi tollerati” (1.300 persone), 3 “centri di raccolta” (700 persone) e circa 100 “insediamenti informali” (le restanti 1.800 persone).
Ebbene, dovete sapere (e qua potete verificarlo) che nel solo 2013 i villaggi attrezzati (altrimenti detti “villaggi della solidarietà”) sono costati ai cittadini circa 16 milioni di euro, i centri di raccolta altri 6,5 milioni e le azioni di sgombero dai campi tollerati e dagli insediamenti informali un altro milione e mezzo.
Fanno, se l’aritmetica non è un’opinione, 24 milioni di euro tondi tondi. Ripeto: soltanto nel 2013.
Ebbene, 24 milioni diviso mille fa circa 24mila. Il che significa che una politica consistente nel segregare tutte le famiglie rom in condizioni igieniche vergognose e in spazi inadeguati, o sgomberarle dai posti in cui si trovavano per portarle altrove, non è per niente gratis: anzi, è costata ai cittadini romani circa 24mila euro per famiglia.
Con 24mila euro l’anno, tanto per fare il primo esempio che verrebbe in mente a chiunque, si potrebbe pagare l’affitto di una signora casa: una casa probabilmente idonea ad accogliere una famiglia numerosa (otto persone in media), specie in una zona periferica.
A questo punto la domanda è la seguente: per quali oscure ragioni si preferisce spendere i soldi dei cittadini in questo modo, anziché dar corso a una politica dell’inclusione seria? Voglio dire: perché buttare dalla finestra tutti questi soldi per mantenere i rom in condizioni letteralmente disumane (cosa che, ne converrete, non incentiva certo il percorso verso la cosiddetta “integrazione” e la conseguente “normalizzazione del fenomeno”) anziché impiegarli in modo non soltanto più “umano”, ma soprattutto più efficace e razionale?
La risposta è semplicissima: perché la situazione attuale conviene a tutti.
Conviene a chi si aggiudica gli appalti milionari per la gestione dei servizi nei campi e conviene a chi, stante la situazione di perenne “emergenza”, può allegramente continuare a buttare benzina sul fuoco della “sicurezza”, tenendosi così ben stretto il suo patrimonio elettorale.
Ecco, nel mezzo ci sono i rom.
I rom dileggiati, insultati e maledetti, metà dei quali sono perfino cittadini italiani, che semplicemente con la loro esistenza (e con la vita di merda che sono costretti a fare) arricchiscono di denaro e di consenso la destra, il centro e la sinistra.
I rom contro i quali ci si scaglia con rabbia, astio e violenza, quelli che “non vogliono integrarsi” e che “le case prima agli italiani”; mentre la verità è che integrare i rom non conviene a nessuno, e i soldi di questa fantomatica casa che bisognerebbe dare prima agli altri li stiamo già spendendo, impunemente, anno dopo anno: roba che a quest’ora avremmo potuto dargli dei palazzi, a loro e a tutti gli altri.
Ecco, questa è l’aritmetica: questi, come si dice, sono i numeri.
Il resto sono chiacchiere, per quanto drammatiche.
E come tutte le chiacchiere il vento se le porta.

Gli zingari sono migliori di noi

in società by

Poi, un giorno, ti viene voglia di prenderne due o tre a caso, tra quelli che “sì, sei bravo tu a parlare, si vede che non abiti vicino a un campo, qua la gente non ne può più e tu li difendi pure, proprio bravo”. Prendere due o tre di quelli là, che a volte sono pure amici, persone che stimi e a cui vuoi bene, metterli seduti, offrire loro un caffè e con grande gentilezza chiedere: noi come la prenderemmo?
Noi come la prenderemmo, per dire, se ci fosse toccato in sorte di nascere in mezzo alla mondezza in un posto di merda, e senza fare manco in tempo a sporcare il primo pannolino ci trovassimo catapultati a calci nel culo in un altro posto di merda, in mezzo ad altra mondezza, durante una procedura che risponde al significativo nome di “sgombero” tra urla, pianti, povere cose buttate in mezzo alla strada e manipoli di disgraziati che le raccattano?
Come la prenderemmo, se dovessimo crescere con dei genitori che siccome “non hanno voglia di lavorare” e “tanto rubano” nessuno si fida di farli lavorare, finché non si chiude mirabilmente il circolo vizioso e allora la vulgata che non hanno voglia di lavorare diventa verosimile e il fatto che rubano, inevitabilmente, diventa vero, di tal che tutte le mattine dovessimo alzare il culo, pur essendo ancora dei marmocchi alti così, per procurarci i quattro soldi che servono a dar da mangiare a tutti gli altri?
Come li prenderemmo, gli sguardi scostanti di quelli che passano mentre chiediamo l’elemosina, gli sguardi carichi d’odio di quelli a cui strappiamo un portafoglio o uno zaino perché morire di fame no grazie, gli sguardi spaventosi di quegli altri che zingarella vieni qua, ti faccio toccare qualche cosa che ti piace, tanto dalle tue parti siete abituati?
Come la prenderemmo, se ci toccasse di passare l’infanzia in un postaccio dove c’è solo un filo d’acqua per decine, centinaia di persone, roba che lavarsi non ci si può lavare e allora si puzza, e poi quando si va a scuola gli altri ti schifano perché puzzi finché a scuola non ci vuoi andare più, perché mica è bello entrare in un posto e starsene in mezzo a bambini come te che un po’ ti temono, un po’ prendono per il culo, e ai loro genitori che protestano col preside per mandarci in un’altra classe?
Come la prenderemmo, se fossimo costretti a crescere a forza di espedienti, a vivere in loculi puzzolenti quando va bene e in spiazzi abusivi che puzzano di piscio in tutti gli altri casi, portando abiti smessi, circondati da mosche e polvere e sorci e spazzatura e residenti del quartiere che ci odiano e firmano petizioni, se ci fosse stata negata la prospettiva non dico di un’esistenza luminosa, ma delle gioie banali di una vita modesta, di un segreto col compagno di banco e del primo bacio senza lingua con quella della fila dietro?
Come la prenderemmo, se all’età nella quale le persone normali si affacciano al mondo fossimo già piegati, stremati, rotti a tutto, con in bocca la metà dei denti, la fedina penale che è diventata lunga come un rosario e tra le gambe uno sciame di ragazzini da sfamare, o peggio dai quali essere sfamati?
Come la prenderemmo, se arrivati a quarant’anni ci rendessimo conto che la nostra vita, grosso modo, è finita là, che da quella vita non abbiamo fatto in tempo a prendere niente di bello, che ci sarà capitato di farci una dormita o una cagata in pace, senza essere circondati dal sudore e dal fiato di altri disgraziati come noi, sì e no una decina di volte in tutto, che alla fine siamo diventati, nostro malgrado, la feccia che gli altri andavano dicendo che fossimo fin dall’inizio?
Come la prenderemmo se guardandoci indietro, attraverso le generazioni, non vedessimo che sgomberi, persecuzioni e deportazioni di massa?
La prenderemmo male, io penso.
La prenderemmo così male che molti di noi, forse io per primo, andrebbero fuori di testa. Impazzirebbero, proprio. Altro che chiedere l’elemosina o rubare in qualche appartamento. Individui senza scruopli, branchi di belve assetate di sangue, diventeremmo, disposti alle peggiori nefandezze pur di prenderci per forza tutto quello che ci è stato negato, pur di far esplodere la nostra rabbia, come una granata, su tutto quello che ci ha ridotto così.
La verità è che gli zingari, come li chiamate voi, sono fin troppo pacifici rispetto a quello che subiscono. Da secoli, mica da ieri. Come diceva De André, meriterebbero il premio Nobel, perché da sempre girano il mondo disarmati e spogli dai propositi di vendetta che probabilmente animerebbero chiunque altro al posto loro.
Gli zingari danno fastidio, rubano, non lavorano. E’ tutto vero.
Ciononostante, continuo ad avere la sensazione che siano molto migliori di noi.

Zingari for dummies

in società by

Gli zingari in Italia sono un problema più grave che altrove, perché sono di più.
Falso. In Italia la popolazione complessiva di rom, sinti e camminanti è pari a circa 150mila persone. Cioè, più o meno, lo 0,25% della popolazione complessiva. Nell’Unione Europea ne vivono complessivamente 15 milioni, pari circa al 2% della popolazione. Quindi, se tanto mi dà tanto, chissà cosa dovrebbe succedere da quelle parti…

Vabbe’, però con tutte le disgrazie che hanno gli italiani non è che possano farsi carico pure di questi che chissà da dove vengono.
Sarà. Sta di fatto, però, che la metà dei rom, sinti e camminanti che vivono in Italia sono cittadini italiani. Come voi, tipo. Anzi, niente tipo: uguali uguali. Che vi piaccia o no.

D’accordo, ma loro sono nomadi, quindi non rompano i coglioni e facciano i nomadi.
Cazzate. Tutti gli studi recenti confermano che il nomadismo è un fenomeno ormai molto marginale. I rom, i sinti e i camminanti sono stanziali. Nei posti di merda in cui li confinano, ma stanziali. Al punto che l’OSCE ha invitato l’Italia a non designarli più con la parola “nomadi”. Ma tanto si sa, quelli dell’OSCE sono una massa di black bloc senza ritegno, no?

Sì, ma rubano. Negli altri paesi se ci provano gli fanno il culo, invece qua siamo troppo tolleranti.
Gli altri paesi? Sicuri, che vogliamo parlare degli altri paesi? No, perché ho la sensazione che non vi convenga. Ok, se ci tenete tanto parliamone. Allora, in Italia solo il 6% dei rom arriva al diploma di scuola media o superiore. Invece la media della Comunità Europea è il 67%. C’è una certa differenza, o sbaglio?

Si vede che quelli che vivono qua non ci hanno voglia di mandare i figli a scuola.
Ah, no? Cosa sarà, l’aria? Il clima mite? I maccheroni? Oppure, dico per dire eh, il fatto che altrove hanno promosso delle politiche di inclusione come cristo comanda e qua no?

Ma smettila, tanto si sa che questi non gliene frega niente di lavorare, rubano e basta.
Interessante opinione, sapete? No, perché invece risulterebbe che in Italia i rom che lavorano non sono mica così pochi. Quasi il 40%. Quando li fanno lavorare, s’intende. Quando riescono ad acquisire qualche qualifica. Quando non li tengono nei lager, che solo a vederli vi verrebbe la depressione, figuratevi a viverci. Quando riescono a studiare tre cose, per dire. Oddio, nella UE la media è quasi il 60%, quindi parliamo di un’altra galassia. Ma magari, chissà, sarà colpa dei maccheroni pure questo.

Ecco, bravo. Allora stai a vedere che adesso ci tocca pure spendere dei soldi per fare le “politiche di inclusione”. Con la crisi che c’è.
Be’, sapete cosa? I soldi li spendiamo già. E ne spendiamo tanti. Il Comune di Roma, tanto per fare un esempio, spende milioni e milioni di euro ogni anno per tenere soltanto 300 persone ammucchiate in loculi senza finestre nel lager di Via Visso.

Seh, vabbe’. Adesso viene fuori che si potrebbe spendere meno…
…e ottenere risultati molto migliori. Certo che sì. La cosiddetta “emergenza rom” è una fregnaccia tutta italiana. La realtà è che non c’è alcuna emergenza: se non quella che si vuole creare ad arte per poter spendere (e quindi distribuire) soldi a palate, fomentando l’opinione pubblica con la politica degli sgomberi, tenendo migliaia di esseri umani in condizioni indecenti e continuando a papparci sopra allegramente.

Bravo, bravo. Diamogli le case, allora. Mettiamogli i tappeti rossi. E intanto questi rubano.
Rubano, eh? Abbiate pazienza, spiegatemi una cosa: com’è che in tutta europa i rom fanno i medici, i professionisti, i parlamentari e in Italia no? Ve lo chiedo di nuovo: cos’è, il clima? Oppure in questo paese c’è qualcosina che non va?

Ecco, sta’ a vedere che adesso è colpa nostra.
Be’, questa è una bella semplificazione. Però in effetti sì, volendo sintetizzare è soprattutto colpa nostra. O, per meglio dire, di chi ci ha governato negli ultimi decenni: a cui noi, tuttavia, abbiamo concesso un credito infinito e ingiustificato, bevendoci qualsiasi cazzata ci raccontassero e guardandoci bene dall’informarci per capire quali fossero i dati reali.

Oh, a me dei dati reali non me ne frega niente. Io so solo che c’è un campo dalle mie parti, che questi entrano nelle case e che non se ne può più.
E continueranno a farlo, finché le cose vanno così. Perché, vedete, c’è necessità che lo facciano: giusto per non privarsi di uno strumento perfetto per prendere voti sobillando il terrore della gente e allo stesso tempo ingozzarsi a più non posso spartendosi milioni e milioni di euro. Dite la verità: vi pare che ci rinuncerebbero così facilmente?

Dimme che me voi mena’

in società by

Una faccenda del genere è successa anche a me, qualche anno fa, quando il maggiore dei miei due figli andava alle elementari.
In quel caso i bambini rom in classe erano soltanto due: eppure molti genitori manifestarono insofferenza, minacciarono di voler cambiare classe ai loro figli e qualcuno addirittura fece fuoco e fiamme finché non glielo consentirono; anche se nella maggioranza dei casi l’appartenenza a un quartiere “liberal” di Roma, e la conseguente esigenza di “salvare la faccia” nei confronti della comunità sul piano del “progressismo” prevalse, sia pure piuttosto faticosamente.
La tragedia è che si tratta di un meccanismo senza via d’uscita: da un lato si attaccano i rom sulla scorta del luogo comune che “non mandano i figli a scuola” per sguinzagliarli a chiedere l’elemosina e a rubacchiare; dall’altro, quando i figli a scuola ce li mandano, ci si rivolta e si trasferiscono altrove i propri.
Nel film “Delitto sull’autostrada” Bombolo diceva a Tomas Milian: «Si t’ariconosco me meni, si ‘n t’ariconosco me meni uguale, dimme che me voi mena’».
Ai rom, oltre ogni ragionevole dubbio, je vojono proprio mena’.

Go to Top