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Quanti profughi stanno veramente scappando dall’Isis?

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Se il mito del profugo potenziale terrorista viene quotidianamente smentito dai fatti (gli attacchi in Europa degli ultimi mesi sono da attribuirsi a cittadini comunitari o a immigrati di seconda/terza generazione), l’idea di una stretta connessione tra l’azione militare dell’Isis in Medio Oriente e le recenti ondate di profughi nel nostro continente resiste tenacemente nei luoghi comuni mediatici.

La fuga dalla minaccia islamista viene spesso presentata come uno dei motivi principali di questo esodo epocale, una sorta di “attenuante” – legittima nelle intenzioni – a quella che da molti è percepita come una vera e propria invasione: “guardate che questi disgraziati stanno scappando dal nostro stesso avversario, quello che mette le bombe nelle città europee.” Il tipo-profugo costituirebbe, di conseguenza, una sorta di potenziale ma misconosciuto alleato nella guerra di civiltà che vede contrapporsi l’Occidente da un lato, e l’estremismo islamico incarnato dall’Isis/Daesh dall’altro. Il nemico del mio nemico è mio amico, insomma.

Sebbene io comprenda, e condivida, la necessità di spiegare le tragiche necessità che spingono un essere umano ad abbandonare paese natale casa e famiglia per imbarcarsi in imprese al limite della sopravvivenza, mi sembra tuttavia giusto sottolineare che l’affermazione di partenza secondo la quale il rifugiato medio sta scappando dall’Isis è, dati alla mano, semplicemente errata.

Guardiamo allora le statistiche dei rifugiati in Italia e in Europa degli ultimi due anni, con un occhio di riguardo per la componente siriana (indubbiamente quella più implicata nel discorso Isis).

Nel 2014 in Italia è arrivato un numero decisamente impressionante di Siriani, circa 40.000, poco meno di un quarto dei 170.000 extracomunitari in fuga giunti nel nostro paese. D’altronde, a livello continentale, i Siriani rappresentavano il 20% dei 625.000 profughi circa arrivati in Europa, più del doppio rispetto all’anno precedente. Tuttavia, per quanto riguarda il nostro paese, quasi la metà delle richieste d’asilo in quell’anno proveniva dall’area sub-sahariana, in particolare Nigeria, Gambia e Mali (44%).

Nel 2015, il numero di rifugiati in Italia è diminuito di poco (153.842), di cui la maggior parte (circa il 40%) provenivano da Eritrea e Nigeria. I Siriani costituiscono solo il 5% dei profughi (7.444), gruppo minoritario persino rispetto a Somali (12.176), Sudanesi (8.809) e Gambiani (8.123). A livello europeo, una fetta consistente di profughi arriva dal Medio Oriente (Siria in primis), ma vi sono anche nazioni “insospettabili” che hanno largamente contribuito al flusso migratorio: tra queste Kosovo e Albania, con 60.000 unità circa ciascuno su poco più di un milione di rifugiati (quindi il 10-11% del totale). Al calderone multietnico che si sta riversando nel Vecchio Continente vanno poi aggiunti Afghani, Iraniani, Pakistani, Tunisini, Senegalesi, ecc.

L’Africa nera è dunque al cuore del problema rifugiati, perlomeno per quanto riguarda l’Italia. La situazione in paesi come Mali, Somalia e Nigeria non è di certo semplice, e la responsabilità è anche in parte da attribuirsi alla violenza di alcuni gruppi islamisti radicali che si sono affermati negli ultimi anni in buona parte del continente – ad esempio, il famoso gruppo jihadista nigeriano Boko Haram (quello che rapisce le ragazzine, per intenderci). Ciononostante, i fattori che spingono i subsahariani ad abbandonare le loro case sono molteplici, tra cui la componente economica: in Gambia, la fragilissima economia (ulteriormente messa in crisi dal crollo del turismo causa virus Ebola) si regge in buona parte dai soldi inviati a casa dagli emigrati. Inutile dire che, in casi come questo, le bombe dell’Isis non c’entrano niente.

Diverso ma non meno complesso il discorso in Medio Oriente. Daesh, allo stato attuale, controlla una fascia piuttosto ampia della Siria settentrionale orientale e dell’Iraq centrale – nonché alcune roccaforti costiere in Libia. Il territorio del Califfato islamico non comprende invece grandi e medie città come Homs, Latakia, Tartus, Damasco e Aleppo, dove i guerriglieri dell’Isis non ha messo mai piede. Lo scontro nell’occidente e nel sud della Siria riguarda le truppe pro-Assad coadiuvate dall’esercito russo da un lato, e ribelli di varie fazioni e gruppi etnici dall’altro (più o meno appoggiate dalle forze occidentali). In poche parole, la crisi umanitaria che ha travolto la Siria, conseguenza di uno stato di guerra che dura ormai da cinque anni, coinvolge anche quella parte di popolazione che non è stata vittima – perlomeno direttamente – dell’Isis: è quindi lecito pensare che, sebbene al momento sia difficile avere delle cifre attendibili, parte dei rifugiati arrivati in Europa non siano scappati dalle grinfie del Califfato, ma piuttosto dalla violenza degli scontri fra sostenitori e oppositori del regime di Assad. I numeri dei morti civili sembra confermare questa ipotesi: sono quasi 19.000 le vittime dei bombardamenti aerei del governo ufficiale, a cui vanno aggiunti i morti per arma da fuoco (28.000 circa) o per colpi d’artiglieria (26.000). Senza contare ovviamente le centinaia di migliaia di persone all’interno di città sotto assedio che rischiano di morire di fame o disidratazione.

In sostanza, del totale dei rifugiati arrivati in Europa e in particolare in Italia negli ultimi due anni solo una minoranza difficilmente quantificabile (ma non preponderante) sta scappando dall’estremismo islamico. Questo certo non significa che tutti gli altri rifugiati siano potenziali terroristi o estremisti, ma risulterà nondimeno difficile trovare, nell’ideale lotta contro l’Isis, un nucleo compatto di “alleati” all’interno di una massa di persone spinte a emigrare dalle più disparate ragioni economiche e geopolitiche.

Chiaramente, la strada più auspicabile rimane quella del dialogo e del confronto interculturale, in una prospettiva di coesistenza possibilmente pacifica con masse di esseri umani destinate, che ci piaccia o no, a cambiare per sempre il volto del nostro continente.

Ma, per iniziare questo dialogo, bisogna innanzitutto capire da dove proviene il nostro interlocutore.

FONTI:

UNHCR, Limesgiornalettismo.com, west-info.eu, today.it, corrieredellemigrazioni.it, Cir-Onlussmartweek.it, integrazionemigranti.gov.it, europinione.it, greenreport.it, huffingtonpost.itbbc.com, theguardian.com

Noi e i profughi, legati a filo doppio

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Il triangolo, in linea di massima, mi pare questo: c’è Isis (o Daesh, per meglio dire) da una parte, ci siamo noi dall’altra e c’è nel mezzo una massa traboccante di profughi; ai quali ultimi viene non di rado attribuito un ruolo sul quale mi pare necessario spendere due parole, se non altro per evitare il cortocircuito cui ci tocca assistere sempre più spesso nel miserabile dibattito pubblico che abbiamo davanti agli occhi.

Un fatto, tanto per cominciare, mi pare più sicuro degli altri: quei profughi, o perlomeno la stragrande maggioranza di loro, stanno fuggendo dagli stessi fondamentalisti che mettono bombe in mezza Europa: il che, in linea di principio, dovrebbe caratterizzare noi e loro, noi europei e quella massa di disgraziati, come soggetti che hanno in comune se non altro il nemico.

Questo, naturalmente, in sé e per sé dice poco: se è vero, com’è vero, che avere lo stesso avversario non implica automaticamente la disponibilità immediata di strumenti per combatterlo insieme.
Senonché colpisce, e colpisce molto, non tanto il fatto che questa comunanza non si traduca in una strategia comune (cosa che date le circostanze sarebbe sorprendente), quanto dover constatare come essa finisca per diventare, apparentemente, un ulteriore, e inquietante, elemento di divisione: al punto da indurre un ragazzino in fuga dai suoi aguzzini a chiederci scusa, mediante apposito cartello, per le devastazioni che quegli stessi aguzzini stanno compiendo nelle nostre città.

Non aiutano, in questo contesto, le recenti decisioni europee sull’accoglienza ai rifugiati, che in buona sostanza consistono nel lavarsi le mani della questione appaltandola alla Turchia: non soltanto perché, com’è evidente a chiunque, costituiscono una retromarcia di portata epocale sul fronte dei principi fondanti dell’Unione, e oserei dire della nostra civiltà; ma soprattutto perché finiscono per portare definitivamente a compimento quel cortocircuito, che invece a questo punto (un punto di quasi non ritorno) sarebbe cruciale scongiurare.

Non voglio addentrarmi nel livello tattico del problema, mettendomi a discettare su quanto, e in che modo, la dismissione di fatto dell’accoglienza ai rifugiati possa alimentare un generico sentimento anti-occidentale, ingrossando in tal modo le fila del terrorismo: si tratta di un’analisi scivolosa, controversa e tutto sommato marginale rispetto al cuore della questione.

Il punto, mi pare, è che siamo in guerra, come qualcuno continua a ripeterci credendo chissà perché che la circostanza non ci sia ormai chiarissima: ed è evidente, senza neppure scomodare Sun Tsu, che per vincere le guerre occorre da un lato valorizzare al massimo le armi di cui si dispone, e dall’altro evitare, per quanto possibile, di combattere sul terreno scelto dal nemico.
Ebbene, non credo che la nostra civiltà disponga di armi diverse rispetto a quelle che le hanno consentito, nei secoli, di diventare un modello vincente: quella armi si chiamano libertà e stato di diritto. Dei quali, sarà bene precisarlo, l’accoglienza ai profughi non è che un corollario, una conseguenza, una declinazione.

Deporre quelle armi e decidere di scimmiottare i nostri nemici sul terreno del loro fondamentalismo, della loro attitudine ad imporre i propri principi con la forza, della loro propensione alla chiusura e all’esclusione, non è soltanto una scelta drammatica sul piano etico: ma anche, e direi soprattutto, un’idea strategicamente suicida; perché si tratta, molto semplicemente, di un terreno sul quale loro sono infinitamente più forti di noi.

Disinnescare quel cortocircuito, nel quale il nemico comune finisce per creare conflitto anziché produrre coesione, diventa quindi una questione di vita o di morte: perché, che ci piaccia o no, credo che la sopravvivenza di quei profughi e la nostra siano legate tra loro a filo doppio.
Prima ne prendiamo atto, meglio è per tutti.

La fantasmagorica puttanata dei “migranti economici”

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La domanda è una domanda semplice, ed è più o meno questa: date le premesse che spingono (o dovrebbero spingere) i paesi economicamente “sviluppati” all’accoglienza dei migranti, esiste un motivo ragionevole per cui riteniamo che chi scappa dalla guerra, da una calamità naturale o da un regime illiberale debba essere accolto, e invece chi fugge dalla fame, dalla miseria e dalla disperazione no?
Voglio dire: la disgrazia di dover condurre un’esistenza segnata dalla povertà è oggettivamente meno drammatica, e quindi meno meritevole di tutela, rispetto a quella consistente nella persecuzione politica o nei bombardamenti?
Onestamente, a me non sembra.
Eppure, come tutti ben sappiamo, attualmente la distinzione esiste, ed è una distinzione tutt’altro che marginale: se è vero, come purtroppo è vero, che da essa discende la cospicua differenza di trattamento che passa tra l’accoglienza da un lato e i cosiddetti “respingimenti” dall’altro.
Sul piano lessicale abbiamo risolto questa ingiustificata disparità inventando la locuzione “migranti economici”: una formula, ne converrete, alquanto blanda, che sembra essere stata concepita apposta per neutralizzare e normalizzare i contorni di un fenomeno che nella realtà non è affatto meno grave e meno penoso degli altri.
Così gli affamati, i denutriti, i disperati che arrivano dalle nostre parti per non crepare di stenti, di miseria e di malattie, sono diventati semplicemente “migranti economici”, pronti per essere metabolizzati dal cosiddetto immaginario collettivo come una massa di rompicoglioni che si possono rispedire al mittente senza troppe manfrine, con buona pace delle coscienze di tutti.
La realtà, quella vera, è che si tratta di una distinzione giuridicamente fondata, in nome delle convenzioni internazionali che proteggono i rifugiati, ma nella sostanza assai povera di nesso logico, che declinata come la stiamo declinando finisce per assumere le spaventose sembianze dell’arbitrarietà: un po’ come se un giorno o l’altro decidessimo di accogliere solo gli immigrati che superano un certo peso e di rispedire a casa tutti gli altri, dopo averli graziosamente battezzati “migranti leggeri”.
Dietro quella  distinzione si nasconde un concetto di accoglienza ipocrita e peloso, che si barrica dietro il paravento degli accordi tra stati in modo meschino, dimostrando nei fatti di aver completamente smarrito le ragioni per cui le società avanzate ne hanno concepito l’esistenza e teorizzato la necessità; un concetto distorto e monco, il cui unico spirito autentico consiste ormai nella frenesia difensiva di demoltiplicare, ridurre i numeri, escludere.
Di questo passo, prima o poi, finiremo inevitabilmente per pulirci il culo anche con la convenzione di Ginevra.
È solo questione di tempo, e di inventare qualche parola nuova di zecca per poterci dimenticare pure quella. 

Sensibilità femminile ‘sto cazzo

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La mia spiccata sensibilità/si contrappone al tuo gretto materialismo maschilista.

Per quanti anni ce l’hanno menata con l’importanza dell’apporto del Femminile – sì, con la F maiuscola – in politica e in società, in nome di una presunta virtù innata delle donne in quanto madri, mogli, suorine della carità?

Secondo questa fin troppo abustata retorica, la Donna, così diversa dall’Uomo per il suo essere intimamente legata a una sfera emotiva dell’esistenza, sarebbe istintivamente portata a un’umanizzazione della politica, destinata a chiudere una volta per tutte il cerchio dello scandalo patriarcale della Storia grazie all’Amore uterino, l’istintiva solidarietà ginecea, la sorellanza universale.

Bene, nella giornata di ieri, il cancelliere tedesco Angela Merkel, di indubbio sesso femminile (checché ne dicano Berlusconi&Soci), dopo aver ascoltato la storia strappalacrime di una bambina rifugiata palestinese con gli occhioni da Bambi che richiedeva il diritto a studiare in Germania, ha risposto picche. Nein. Non c’è spazio per tutti.

E la bambina è scoppiata in lacrime. Che cazzo, sarei scoppiato in lacrime pure io.

Non voglio entrare nel merito della questione sull’immigrazione in Germania e in Europa, e chissà, forse per certi versi la Merkel ha pure ragione – realpolitik, bitch. Ma la freddezza dimostrata di fronte a un essere umano, perlopiù minorenne, di fronte a una testimonianza fatta col cuore in mano, con tutta la purezza e l’innocenza (l’ingenuità?) di un bambino, è la dimostrazione del fatto che il Femminile in politica non ha apportato nulla di nuovo in termini di emozioni e sentimenti.

Anzi, il Femminile non esiste proprio. È un’enorme cazzata. L’identità sessuale e di genere di una persona non ha niente a che fare con la sensibilità personale, le qualità di una persona, l’empatia del singolo.

Viviamo in un mondo fatto di individui, ognuno con la propria storia personale, ciascuno dotato di un bagaglio umano ed emotivo che lo rende unico e irripetibile. L’arricchimento della politica e della società passa attraverso il contributo che possiamo apportare nella nostra specificità, non per mezzo della stereotipizzazione o della generalizzazione sessista, classista, razzista.

E se sei uno stronzo essere nato uomo o donna non fa alcuna differenza.

Spostare all’indietro il confine del buonismo

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Se ci provavi vent’anni fa, a dire che gli esseri umani perseguitati nei loro paesi dovevano essere accolti tutti, in modo tempestivo e assicurando loro le migliori condizioni di vita possibili, ti davano al massimo dell’idealista, con ciò intendendosi l’atteggiamento di chi dice una cosa condivisibile nella teoria ma assai complicata da realizzare nella pratica.
Oggi, se ti azzardi a proporre lo stesso concetto, in otto o nove casi su dieci vieni bollato direttamente come “buonista”.
Si tratta, con ogni evidenza, di uno scarto sostanziale: qualunque cosa significhi la parola, il confine del buonismo è stato preso e spostato una spanna all’indietro; di tal che, se un tempo era buonista chi diceva -tanto per fare un esempio qualsiasi- che i reati commessi dagli immigrati dovessero essere considerati meno gravi degli altri, poiché generati non tanto dall’intenzione di coloro che li commettevano quanto dalle condizioni di marginalità e di miseria in cui essi versavano, di questi tempi sono etichettati come buonisti perfino quelli che cercano di ribadire concetti elementari contenuti nelle carte costituzionali e nei trattati internazionali.
E’ uno scarto sostanziale, dicevo, perché nella percezione collettiva il passaggio che lo spostamento del confine si porta dietro contiene un evidente e brutale declassamento: dalla nobiltà, per quanto ingenua, che viene riconosciuta all’atteggiamento del sognatore alla stupidità, e quindi al disprezzo, che si attribuisce all’autolesionismo ottuso del buonista.
Messa così, la faccenda assomiglia molto da vicino a una vera e propria campagna di delegittimazione culturale, prima ancora che politica: grazie alla quale l’avversario non è più soltanto uno con cui non si è d’accordo, ma più banalmente un coglione, che apre bocca per dare fiato ai suoi fantasmi e che non merita neppure l’attenzione vagamente ironica e la disincantata tenerezza normalmente riservate a chi ha la testa piena di idee tanto belle quanto irrealizzabili.
Questo, mi pare, sta succedendo.
E quando succede questo, ci vuole molto poco perché da un momento all’altro possa succedere di tutto.

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