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Cronaca di uno scontro mancato

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L’assemblea iniziata con due treni che correvano a rotta di collo, l’uno contro l’altro, si va a concludere senza un botto. Sì, i treni corrono, ma su due binari diversi.

Chi sta con un piede sulla porta ha fatto intervenire Epifani e solo lui: con parole pacate ma nette, ha rivendicato di essere stato leale, corretto e collaborativo e di non aver visto altrettanto nel comportamento di Renzi. Non è suo il compito di annunciare una scissione, ma rende chiaro che tutto è pronto. La maggioranza invece ha archiviato tutti i problemi di questi giorni e ha parlato, con una voce sola, di cose da fare e di cose fatte. Una narrazione vincente dopo due sconfitte, un po’ forzata. Nessuna apertura a chi pensa di uscire, richiami generali all’unità.

Cosa avrebbero poi da dirsi, le due parti? Il nuovo soggetto politico ci sarà, tutto è pronto. Evitare lo scontro è funzionale all’allocazione ottima dei posti: la scissione non ha bisogno di un immediato “o di qua o di là”, anzi; prendendosi i suoi tempi, il nuovo soggetto politico può gestire con tranquillità la nascita dei nuovi ruoli, delle nuove strutture. Ogni corrente e cordata perderà pezzi, ci saranno posti e compiti per nuovi sodali.

Il vincitore è facile da individuare: Matteo Renzi ha resistito ai suoi colonnelli e ha vinto il primo premio, un partito tutto suo. Se un’altra sfida verrà, sarà dall’interno del renzismo. Chi nella minoranza pensa di restare dentro cerca di rassicurarsi immaginando una candidatura di Orlando, ma il dato è chiaro: un’occasione per forzare la mano è passata, e ora il Congresso è tutto in salita.

Orlando, sì. Che ha parlato ai militanti, ha parlato alla sinistra: un bel discorso, una base per una candidatura. La scissione è per lui crisi e opportunità: si allontanano forze che su di lui potevano convergere, ma il loro allontanarsi gli dà una chance di centralità, dopo un’esperienza ministeriale apprezzata e discreta. Oltre a lui, guarda al congresso Emiliano, che dopo aver tuonato sabato contro Renzi ha fatto un intervento pacifico ed ecumenico davanti all’assemblea, sottolineando la sua “fiducia nel Segretario”. Le telefonate notturne fanno miracoli.

Che significa questa conclusione per il Paese? Un PD solo marginalmente indebolito ma con un leader assai più forte rispetto al dopo-referendum. La minaccia di rottura è stata al centro del dibattito mediatico e Renzi ne è uscito a petto in fuori e testa alta. Se qualche voto ulteriore se ne andrà da sinistra, i moderati dubbiosi hanno ritrovato il loro uomo della Provvidenza.

Per l’ennesima volta, la dirigenza della Ditta si è mostrata inadatta a sfidare il Principe: tanta tattica, poca strategia; tante teste, poche idee; tante speranze, poco coraggio. Del mancato scontro finale si avvantaggia chi lo scontro non temeva: Renzi farà leva in ogni crepa per massimizzare il suo vantaggio. Più inadatta ancora della Ditta si è dimostrata l’organizzazione del PD: l’assemblea non è luogo di confronto, pletorica e ingestibile; le dirette streaming impediscono ogni sincerità; chi siede negli organi di Partito scopre le posizioni del suo vicino di banco da interviste ai giornali. Ci sarebbe molto da discutere, in un Congresso vero.

Kuperlos: la legge elettorale di oggi

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Lunedì 23 gennaio Gianni Cuperlo ha presentato una proposta di legge elettorale. Ve la descrivo brevemente, per poi dire tre cosette concentrandomi sulla Camera.

In sintesi, si tratta di una legge elettorale sul modello greco, con un sistema di collegi uninominali per assegnare i seggi. Le liste si sfidano a livello nazionale, con uno sbarramento del 3% alla Camera (o del 4%  al Senato, che è eletto su base regionale per norma costituzionale). Se la prima lista non raggiunge i 340 deputati (richiederebbe un risultato altissimo), le si assegna un premio di 63 deputati (il 10%), che non può portarla oltre i 340 deputati.

I seggi ottenuti da tutte le liste vengono distribuiti nelle circoscrizioni sulla base dei risultati di queste e all’interno delle circoscrizioni vengono eletti deputati i candidati della lista che, nel loro collegio, hanno ottenuto i migliori risultati.

La prima cosa che devo dire sul Kuperlos è che il premio greco non funziona molto bene in Grecia e temo funzionerebbe molto male in Italia. Di per sé, sembra sensato: “diamo a chi arriva primo un po’ di vantaggio per governare meglio”. In realtà, in un sistema multipolare, se chi arriva primo non è coalizzabile per scelta sua o altrui, dargli una sovrarappresentanza che non gli dà una maggioranza autonoma diventa solo un ostacolo per il secondo e il terzo, che magari erano coalizzabili e senza premio avrebbero avuto insieme una maggioranza parlamentare. In Italia, peggio che peggio: una legge del genere spingerebbe alla creazione di listoni misti, volti ad arrivare primi e ottenere il “premio” fatidico, riducendo le scelte degli elettori e cristallizzando i rapporti di forza tra i partiti e preparando il terreno perché le coalizioni elettorali si spacchino alla prova del governo.

La seconda cosa che va detta sul Kuperlos è che lega il voto alla lista al voto al candidato del collegio, a differenza di quanto succede in Germania (dove si vota con due schede e il vincitore del collegio è eletto a prescindere dal risultato del suo partito). Con la legge proposta, l’elettore del partito giallo del collegio A non avrebbe alcuna scelta, per votare il partito giallo, che votare il candidato del partito giallo nel suo collegio, anche se gli fosse sgradito. Il suo voto servirebbe quindi a far ottenere parlamentari al partito giallo a livello nazionale (cosa che gli fa piacere) ma anche a far sì che nella circoscrizione uno dei seggi assegnati ai gialli andasse al suo candidato sgradito del collegio. Questo riparto nazionale, che era il peccato originale dell’Italicum, dona a chi compone le liste elettorali e sceglie i candidati un enorme potere e priva gli elettori di quasi tutti gli strumenti di controllo.

La terza e ultima cosa che va detta sul Kuperlos è che Gianni Cuperlo non lo avrebbe proposto senza confrontarsi prima con l’attuale leadership del PD. Lo si deve quindi leggere come una mediazione, tra Renzi e la parte ‘dialogante’ della minoranza, oppure come una proposta della maggioranza avanzata per interposta persona. Una maggioranza che, quindi, ha archiviato la retorica del “vincitore la sera del voto” ma che rimane molto interessata a controllare ex ante chi saranno i nuovi deputati. Con il Kuperlos, il PD potrebbe eleggere 270 deputati arrivando primo col 30%, o eleggerne 180 arrivando secondo sempre col 30%: in ogni caso sarebbe facile individuare i 100-150 collegi dove il partito ci si aspetta sia più forte e piazzarvi chi “deve” essere eletto. Un’ipotesi che a Renzi piacerebbe assai… se fosse ancora lui, quel giorno, a poter decidere chi sono i candidati.

Le trame intricate di Governo risolte da Evangelion.

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Solitamente le società statali sono gestite da grigi burocrati che non sono altro che l’appendice dei poteri politici esistenti in un dato momento. Se sono diligenti il loro operato rimane nell’anonimato, altrimenti la fama li aspetta sulle pagine di cronaca giudiziaria. Poi ci sono i casi eccezionali in cui la guida è affidata ad un vero leader, la cui indipendenza è garantita dal proprio carisma e da un attaccamento quasi ossessivo all’azienda, tanto da fondere casa ed ufficio in un unico edificio.

Per noi italiani il nome-simbolo è quello di Enrico Mattei, il cui appartamento si trovava racchiuso nella metanopoli di San Donato Milanese, gli uffici dell’ENI come fondamenta e l’eliporto personale come tetto. Nel mondo, invece, il ruolo di colui che subordina lo Stato –  meglio ancora, quell’insieme di Stati comunemente chiamato ONU  – anziché esservi subordinato spetta a Gendo Ikari, comandante dell’agenzia NERV.

Un uomo che secondo alcuni (in fondo in fondo secondo tutti) troppo forte materialmente e troppo debole caratterialmente. Un comandante che ha in mano l’arma più micidiale mai creata e ne consegna le chiavi al figlio quattordicenne. Eppure, a distanza di mesi, il saldo è positivo. “È positivo perché un sottoinsieme non è mai superiore all’insieme che lo contiene, e le perdite umane e materiali, per quanto grandi, non saranno mai preferibili alla fine dell’umanità.” mi dice seccamente, in piedi davanti a me, nel salone più grande della NERV. Gli dico quindi che, se la sua unica paura è la fine dell’umanità, non si farà troppi problemi ad esporre in tutta franchezza il suo parere sulla crisi di governo italiana. Per qualche secondo rimane in silenzio, e mi rendo conto che non ha la minima idea di chi io sia e di cosa ci faccia in quella stanza, uno di fronte all’altro, mentre qualsiasi cosa intorno a noi sembra fluttuare in un mare di enigmi. Lo deduco dal piegarsi delle labbra, ché lo sguardo è come sempre mascherato dai sottili occhiali da sole arancioni scuro. Poi finalmente sorride: “Oh, l’italiano! Ma certo! Ma certo! Venga, andiamo a prenderci un caffè, le va? Vero espresso italiano!” e con un saltello si avvicina bonaccione a battermi sulla spalla. Non mi aspettavo una reazione simile. “Mi scusi eh, ma pensavo fosse l’ennesimo giornalista venuto a sentirsi moralmente migliore per avermi fatto una lezione di etica.”.

La teleferica inizia la sua veloce salita dal Geofront verso la superficie, su, verso Tokyo 3. Gli chiedo se gli piaceva, Renzi. “Ho incontrato diversi premier in questi anni, e credo alla fine di aver capito una legge fondamentale. Quando non sanno di cosa si sta parlando, tirano in ballo il made in Italy. Insopportabile. È successo con Renzi, è successo con Berlusconi, tutti insopportabili. Tranne Monti.” Non le ha parlato del made in Italy? “No, lui addirittura peggio. Mi ha chiesto una stima dei consumi degli EVA in uno scenario di prezzi del petrolio in crescita.”. Quindi tutti da buttare? “No, no. Non mi dipinga anche lei come il tizio che pensa di essere sopra a tutto solo perché ha i robot. Soltanto… tanti calcoli, troppe chiacchiere e poco coraggio. Guardi questa vostra crisi, per esempio.” Ammetto di provare imbarazzo, giunto davanti a lui, nel fargli la banale domanda per cui sono arrivato fin li. Ma, visto che ci vuole coraggio… Cosa consiglierebbe a Renzi? Nel frattempo siamo giunti in superficie. Anche oggi il frinire delle cicale è fortissimo e mi chiedo se non sovrastino la registrazione (tornato a casa, riascoltando l’audio, mi verrà l’amarcord delle vuvuzela dei mondiali in Sudafrica). “Non avrei nessun consiglio, ma una semplice frase, la stessa che dico a mio figlio Shinji ogni volta che non vuole salire su un EVA: o lo piloti tu che sei il migliore e vinci, o ci mando un pilota – bravo, ma non abbastanza bravo – a farsi ammazzare.” Tipo Franceschini. “Tipo chiunque abbia a cuore una vita politica.” Però ci sono i tecnici, quelli apparentemente disinteressati ad un futuro politico. Tipo Grasso, o Padoan. “E questa è infatti la dimostrazione che governare non è una cosa seria, se possono salire al potere persone con un futuro comunque garantito”.

Entriamo in un bar e ci sediamo ad un tavolino. Pesco dal portaposate un fazzolettino umidificato, con l’immancabile insicurezza di un turista che in Giappone non sa se lo si usa solo per lavarsi le mani o anche come tovagliolo per la bocca. Ikari non si scompone: lui indossa immancabilmente i guanti bianchi. Aneddoto: diceva di lui Montanelli che, a causa dell’ossessione per i guanti, se fosse stato un cartone animato sarebbe certamente stato un abitante di Topolinia. “Vorrei rettificare ciò che ho detto: non è vero che governare non è una cosa seria. In fondo esistono persone che ci credono e sacrificano parti anche importanti. Affetti, amicizie.” Gli chiedo un esempio. “Mio figli Shinji era affezionato ad un compagno di classe, Toji. A un certo punto, plagiato, Toji si è ribellato e ha aggredito la NERV, e Shinji è stato costretto ad fermare la minaccia.” E chi sarebbe Toji, in Italia. “Tutti coloro che si sono ribellati. Fini. Civati. Tosi. Quanto spreco di tempo e risorse”. Solo che Toji è  stato vittima innocente di un attacco nemico e meschino, mentre quegli altri hanno fatto scelte personali seguendo i propri ideali. “E infatti Toji sara’ ricordato come martire, Civati e Tosi come degli stupidi perdenti.”.

Gli chiedo cosa ne pensa di Mattarella, del fatto che ha messo un freno alla frenesia collettiva per le elezioni anticipate. Mentre la mia domanda è a mezz’aria tra la mia bocca e la sua comprensione, gli suona il cellulare. In lontananza si sentono le sirene del coprifuoco. La chiamata dura pochi secondi, in cui lui rimane in silenzio. Poi posa il telefono e con la stessa bocca storta di prima, quando non sapeva chi fossi, dice: “è un angelo.”.

 

 

 

 

Foto di copertina presa dalla pagina facebook “I’ve seen some shit”. Poi se l’hanno fatta loro bene, altrimenti pazienza. Il video invece è uscito dall’internet.

Come finire in un pantano senza accorgersene

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La Costituzione da quando è in vigore, in singole parti, è stata modificata almeno 30 volte.

Quando devi vararne una nuova o modificarla ampiamente, lo puoi fare solo a maggioranza allargata, altrimenti, se lo fai da solo, ti suicidi.

Per tale motivo la riforma Boschi passò in Parlamento con la maggioranza dei 2/3.

Ci si arrivò dall’assunto che bisognava cercare una maggioranza ampia. I grillini si sfilarono subito. Silvio, dato per morto dall’esito delle politiche 2013, fiutò l’occasione per restare a galla e diede la sua disponibilità. E Patto del Nazareno fu.

Poi però quel vecchio lupo del Berlusca, per bruciarlo politicamente, come aveva fatto con D’Alema in occasione della Bicamerale, si tirò indietro lasciando il cerino in mano a Renzi. Grillo lo sapeva e non aspettava altro.

A quel punto Renzi o lasciava perdere (ma poteva mai farlo con il timbro efficientista che aveva dato a se stesso ed al suo governo?) o portava avanti la riforma attraverso il referendum, che doveva essere l’unico modo per farla passare, sigillandola con un potenziale ampio consenso elettorale.

Si potrebbe obiettare:
1) Renzi ha sbagliato a chiedere referendum. Ma il referendum sarebbe stato chiesto lo stesso dalle opposizioni o da 5 Consigli regionali.
2) Renzi ha sbagliato a personalizzare. Sicuramente si, ma poteva fare diversamente quando aveva ricevuto come obiettivo principale del suo mandato Fare le riforme?

Da capo del Governo, che rappresenta tutto il paese e non una parte soltanto, doveva starsene in disparte. Infatti all’inizio aveva dato incarico alla Boschi che però non si è dimostrata all’altezza del compito di promuoverla e portarla avanti. Renzi, di conseguenza, costretto dalle cose a personalizzare, si è trovato in acque agitate, anche perchè la sua politica economica di stampo blairiano da Terza via anni novanta, giusta o sbagliata ognuno la pensi come vuole, non ha migliorato le condizioni peggioranti di larga fascia della popolazione che, insoddisfatta, di fronte ad una sua narrazione iperottimistica da Milano da bere anni ottanta, è andata a votare e l’ha bocciato.

Come si è arrivati a tutto ciò? Facciamo un passo indietro. Elezioni 2013. Non vince nessuno, entrano in crisi, richiamano Napolitano, il quale dice “ragazzi qua siamo nella cacca quindi dobbiamo fare le riforme”. A quel punto non andando subito di nuovo al voto, i governi (Letta/Renzi) scelti dal rieletto presidente della Repubblica, hanno come obiettivo principale le riforme.

Ma che tipo di riforme? L’errore è stato questo, cioè porre un’ampia riforma della carta costituzionale al centro dell’azione di governo (una roba troppo generica e rischiosa visti i precedenti, perchè se non si sono mai fatte prima un motivo ci sarà ed è la forte contrapposizione politica).

L’errore di Renzi è stato accettare l’incarico da Napolitano. Renzi,divenuto padrone del Pd dopo la disfatta di Bersani, aveva dalla sua l’euforia della novità che porta con sé sempre un certo fascino nell’elettorato. Vinceva le Europee e si sarebbe presentato a nuove elezioni senza il carico impopolare che stare al governo comporta. Molti elettori indecisi che nel 2013 avevano votato Grillo, avrebbero votato per lui. Ma ha pagato i punti deboli degli ambiziosi: l’impazienza e la spavalderia.

L’errore di Napolitano è stato pensare di uscire dall’impasse del risultato elettorale del 2013 attraverso un troppo ampio quanto vago disegno di riforma costituzionale, quando bastava più semplicemente fare una legge elettorale decente. Poteva dare l’incarico ad una personalità superpartes con scopi brevi di ordinaria amministrazione e di riforma della legge elettorale, con un governo che per forze di cose sarebbe stato sostenuto da tutti o quasi i gruppi parlamentari. Incaricando un politico ha innescato la politicizzazione delle riforme e chi non ci è entrato infatti ha potuto gridare al “ladri ladri ladri… non avete vinto elezioni etc etc” criticizzando il contesto ancora di più.

Il Napolitano rieletto ha fatto questa mossa spinto dalla paura di consegnare il paese ai 5 Stelle. Ma da organo di garanzia e terzietà, facendo quindi una mossa da molti percepita  come ‘di parte’ e quindi facilmente strumentalizzabile, ha finito con il caricare la faccenda di una forzatura eccessiva, sporcando un intento pacificatore e stabilizzante, innescando effetti opposti e ulteriormente divisivi.

Ma l’errore principale è stato richiamare Napolitano. La proposta a rieleggerlo è nata all’interno di una rilevante parte di quel mix di mondo liberale nostrano ed ex picisti, che possono essere dei buoni tattici da salotto ma a strategia stanno a zero, capendo da sempre molto poco le dinamiche politiche e sociali della realtà italiana. La rielezione comportava di per sè il mettere sul piatto qualcosa in più per giustificarla, un plus emergenziale e drammatico sproporzionato però a ciò che poi effettivamente poteva essere concretamente realizzato e che bolliva in pentola.

Un più prudente Presidente della Repubblica, magari non condizionato dal carico emergenziale di una rielezione mai avvenuta nei settant’anni di una Repubblica che ha conosciuto momenti molto ma molto più drammatici, avrebbe detto: “Cari parlamentari, siete dei caproni, quindi fate una riforma elettorale decente entro un anno e poi rivotiamo. Inutile fare un ampia riforma costituzionale perché non ne siete capaci né ci sono le condizioni politiche e culturali, e perché se vi concedo questo mandato combinerete un bordello”.

Ed infatti bordello è.

Soundtrack:‘Brothers in arms’, Dire Straits

Cosa pensa l’ISIS del referendum

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Nonostante le difficoltà nel raggiungere Al-Raqqah, o come ci ostiniamo a chiamarla in Italia, “Rakka”, vengo finalmente accolto nel lounge del quartier generale dell’ISIS. Un po’ di panico quando il diligente ometto alla reception controlla il mio tesserino e si trova a guardare una foto di parecchi anni e parecchie interviste fa. Nonostante tutto di ospiti col mio nome ce n’è uno solo, almeno quel giorno, perciò accetta il mio precoce invecchiamento – forse più a fatica di quanto lo stia accettando io – e si avvicina all’interfono. “Mi scusi, è arrivato il Dottor Giornalista” dice con lo stesso ossequio che nella Brianza un portinaio quando dall’altro capo del filo c’è il commendatore.

Mi fa accomodare nell’anticamera, molto luminosa e pulita, e attendo qualche minuto. Percepisco in sottofondo il suono delicato di un flauto traverso che con lo scorrere del tempo diventa sempre più energico nel tentativo di mantenere la guida di altri strumenti e percussioni. Il suono è ovattato e non vedo alcun impianto di diffusione. Poi la musica termina, e pochi secondi dopo la porta si apre e ne esce un signore, scavato e occhialuto, con una custodia e una valigetta nelle mani. Si inchina un’ultima volta verso la stanza da dove è provenuto, e si congeda con un “Arrivederci alla settimana prossima, Assalamu-alaykum“. E si allontana. Pochi secondi dopo vengo chiamato dall’autoproclamato Califfo dello Stato Islamico: Ibrāhīm ʿAwed Ibrāhīm ʿAlī al-Badrī al-Sāmarrāʾī, più semplicemente conosciuto come al-Baghdadi. Ha appena riposto su uno scaffale il suo flauto e mi indica una poltrona stile Chesterfield.

Una musica meravigliosa. In quanti conoscono questa sua dote? “Oh, non è il caso né di chiamarla dote né di farci della pubblicità. Semplicemente vorrei realizzare questo sogno, diciamo extra-professionale, di riuscire a suonare Battle Hymn of the Republic di Herbie Mann. Di suonarlo bene. Forse ci sono quasi.” E’ facile conciliare hobby e califfato? “Me lo chiede con il tono che avevano certi allievi alla scuola coranica quando chiedevano come conciliare certi versetti con altri che appaiono in contraddizione.” E l’imam come rispondeva? “Li cacciava dall’aula costringendoli ad iscriversi ad altri corsi. Tipo musica”, sorride contento di avermi fatto cadere in trappola. “Comunque con questa guerra, è un miracolo di Allah potersi esercitare abbastanza da non peggiorare tra una lezione e l’altra. Pazienza”. Poi con uno scatto si sistema in punta di poltrona e preme un pulsante all’interfono, chiedendo del thé e qualche biscotto. “…Sono …finiti” gracchia l’altoparlante: “Va bene senza, grazie” chiude lui, passando poi al contrattacco “E allora, questo referendum?” Ero venuto per chiederglielo io, a dir la verità. “Addirittura! Li avete fatti passare tutti eh? Dico, voi giornalisti. Scommetto che avete chiesto proprio a tutti, dentro e fuori il confine, cosa pensavano di questo vostro referendum. Chi vi manca ormai solo il Diavolo lo sa”. Veramente ci mancava proprio lui; e ovviamente lei, Califfo. Sorride, divertito dall’essere caduto nella trappola.

“Il PD di Renzi un po’ mi ricorda l’ISIS, eh.” dice adagiandosi e incrociando le mani dietro il turbante, la gamba incrociata col mocassino che tentenna più dei suoi pensieri. Sa, Califfo, una volta con una frase del genere poteva dire addio ad un posto importante in Italia. “Oh beh, si immagini se Grillo dicesse di qualcuno qui, in Siria, che è una scrofa ferita. Che cosa intollerabile, umanamente ancor prima che in un discorso politico.” E come mai il PD le ricorda l’ISIS? “Tanti motivi, alcuni eventi paragonabili, avvenuti addirittura quasi contestualmente. Prenda il 2014 per esempio. E’ stato l’anno di maggiore crescita, penso anche di maggiore espansione per l’ISIS. Ci siamo staccati da vecchi gruppi storici, che nel frattempo erano diventati minori. E’ uscito fuori un leader – Allah ha voluto fossi io, sia lodato il Suo volere – con delle idee chiare, e un team pronto a seguirlo. Via il terrorismo fermo ai blockbuster di Bin Laden, spazio all’HD. Via i messaggi con due soldatini davanti ad un telo sciapo o ad una spelonca preistorica, e giù duri con i caroselli di pickup Toyota che invadono Twitter”. E il paragone col PD? “Eh, beh, le devo ricordare io cosa ha fatto il PD nel 2014?” Ha vinto le europee. “Ha stra-vinto le europee. Da solo, il 40%. Senza i piccoli partiti di sinistra. Segnando il record storico per la sinistra italiana.” Eppure, in due anni, quel 40% sembra così lontano che più che un ricordo è una leggenda a cui si fa fatica a credere. “E Renzi non deve permettere che la gente si dimentichi di questo. Ma le pare che io vada dai fedeli a dire ‘Vi ricordate di quella volta, nell’autunno 2014, quando arrivammo fino ad Ayn al-Arab [Kobane, nda]? Eh, lo so, cari fedeli: roba da non crederci!’? Dico, tanto basta a Renzi? Io non credo proprio. A me non basterebbe.” E forse in un certo senso il paragone prosegue, tra il calo di consensi del governo e il ritiro delle sue truppe. “Esattamente, perché ad un certo punto diventi cosi grande che ovunque ti guardi esistono solo i confini dei tuoi nemici, vecchi e nuovi. Parti da piccolo leader di provincia e trovi Russia e USA, Salvini e l’ANPI alleati a bombardarti. Diventi too big to be loved.” E il leader cosa fa a quel punto? “Il leader deve fare appunto leva su questa accozzaglia, come la chiama Renzi. Chiarire che il NO che esiste non in quanto frutto di alternative ma in quanto pura negazione è ciò che di più debole esista politicamente. E se il fronte del NO prende forza dalla testardaggine anziché dalle idee, il leader accetta più volentieri la sconfitta di una battaglia perché sa quindi di poter vincere la guerra.” Decido di non interromperlo, perché dimostra di aver ben chiaro ciò che pensa. “A quel punto sembra che tu stia facendo respirare gli avversari, ma in realtà ti stai infiltrando nei loro disaccordi. Il fronte del No vincerà col 60%? Bene, che Renzi vada subito alle elezioni a confermare il 40% restante. Con la differenza che col 40% perdi un referendum ma domini le elezioni.”

Sto per chiedergli se anch’egli soffra delle minoranze interne, ma suona il telefono sulla scrivania. Sugli occhi di al-Baghdadi passa una patina che sembra dire “No, oggi no, ti prego, no.” Non sorride più. Si alza, prende il ricevitore. “…Ho capito…era uscito di qui meno di un’ora fa. I loro tiri sono sempre più vicini.”. Poi si rivolge a me. “Niente più hobbies”. Capisco di dover andare. Uscendo mi chiedo se farà mai in tempo ad imparare bene Battle Hymn of the Republic, e se valga la pena chiedergli se lo sa che è un inno americano.

 

 

 

 

 

Attenzione. Vivendo in un momento della civiltà recentemente battezzato “della post-verità” o più semplicemente “dei boccaloni pappagalli creduloni”, è bene specificare che questa intervista non è mai avvenuta e che le opinioni qui attribuite al signor al-Baghdadi sono frutto dell’immaginazione dell’autore

Non importa l’esito del referendum, Renzi potrebbe vincere in ogni caso.

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Una volta alla settimana succede che si finisce a parlare di riforma costituzionale e del referendum annesso. Vuoi perche’ e’ uno dei punti politici piu’ importanti degli ultimi due anni, vuoi perche’ i referendum costituzionali, di portata certamente maggiore rispetto alla maggior parte di quelli abrogativi, sono stati un evento piuttosto raro nella vita della Repubblica. Ma soprattutto, perche’ al suo esito sono state collegate le sorti di questo governo ed in particolare di Matteo Renzi.

Gli ultimi referendum non hanno portato a cambiamenti politici delineati. Quello sulle trivelle per esempio non ha avuto impatti diretti sul governo. Quello sull’acqua pubblica nemmeno, salvo darci i primi segnali dell’arrivo dei 5 stelle. Questo soprattutto perche’ in questi tipi di consultazioni il coinvolgimento delle forze politiche tradizionali e’ sempre piuttosto bassa se c’e’ incertezza, se c’e’ poco da guadagnare o se e’ alta la probabilita’ di essere sconfitti: per esempio il centrodestra non fece di fatto nulla per salvare il Decreto Ronchi, ed onestamente ben pochi hanno idea di chi abbia approvato la legge sulle estrazioni in mare.

Questa volta invece Renzi ha voluto incentrare su di se’ il voto e le opposizioni hanno benedetto questa scelta perche’ ha spostato il dibattito dai temi difficili e noiosi di un testo costituzionale a quelli piu’ vicini al Bar Sport.

Eppure la personalizzazione, per quanto forse controproducente per il PD e per quanto frutto di meri calcoli opportunistici, non e’ stata una scelta sbagliata come molti dicono. Probabilmente Renzi non l’ha fatto apposta, ma di fatto sta rispettando quanto indicato da Napolitano nei giorni caotici nella primavera 2013, quando a seguito delle elezioni non si riusciva a trovare ne’ un governo ne’ un nuovo Presidente della Repubblica. Vi ricordate cosa disse Re Giorgio, nel discorso di apertura del suo secondo mandato? Disse: Imperdonabile resta la mancata riforma della legge elettorale del 2005. Ancora pochi giorni fa, il Presidente Gallo ha dovuto ricordare come sia rimasta ignorata la raccomandazione della Corte Costituzionale a rivedere in particolare la norma relativa all’attribuzione di un premio di maggioranza senza che sia raggiunta una soglia minima di voti o di seggi. […] Non meno imperdonabile resta il nulla di fatto in materia di sia pur limitate e mirate riforme della seconda parte della Costituzione, faticosamente concordate e poi affossate, e peraltro mai giunte a infrangere il tabù del bicameralismo paritario.

E’ evidente quindi che qualunque governo sarebbe uscito dalle consultazioni avrebbe dovuto avere nelle priorita’ la legge elettorale e la ristrutturazione delle Camere.

E’ cio’ che e’ avvenuto: un governo di larghe intese (Forza Italia inclusa) ha prodotto l’Italicum e la Riforma Renzi-Boschi. E’ quindi giusto che un’eventuale bocciatura si tramuti in una sconfitta drastica dell’esecutivo, con le relative dimissioni. Per questo Renzi sta facendo di tutto per vincere, comprese promesse ahime’ al limite della cialtroneria quali il “ciao ciao Equitalia”, che ricordano terribilmente le panzane di Berlusconi.

Eppure una strategia piuttosto affascinante esiste, e si rifa’ al discorso di Napolitano. Il governo potrebbe infatti promettere le dimissioni anche in caso di vittoria. Se a questo governo – anzi, se a questa legislatura – e’ stato affidato il compito di portare a casa tali riforme, e’ bene che termini la sua vita sia con una vittoria dei SI che con quella dei NO. Con un annuncio di questo tipo le opposizioni, sia partitiche che gentiste, si troverebbero spiazzate e costrette a parlare esclusivamente della riforma e della difficolta’ di giustificare punti tecnici votate anche da loro.

Un’osservazione finale. L’eventuale sconfitta potrebbe non significare affatto la fine politica di Renzi. Immaginiamo che i NO vincano per il 60%. In una sfida cosi’ altamente personalizzata, vorrebbe dire che i favorevoli a Renzi sono il 40%, tutti compatti. Gli sfavorevoli, invece, sono dispersi in un 60% dato dalla somma di forze di sinistra, di destra, e antisistemiche. Quando nel 2006 ci fu un referendum molto simile e anch’esso piuttosto personalizzato, il governo Berlusconi perse 40 a 60. Lo stesso anno ci furono le elezioni e vinse Prodi e la sua disomogenea ammucchiata, ma con margini risicatissimi. E dopo appena due anni Palazzo Chigi era di nuovo in mano al biscione.

 

Una clava chiamata referendum

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Non è più una questione tecnica, e forse non lo è sostanzialmente mai stata, quella del referendum del 17 aprile. Gli impatti sostanziali, sotto il profilo della politica energetica, di quella ambientale, sotto il profilo ecologico ed economico di ritorno, sono del tutto trascurabili, se dovesse vincere il sì. C’è un altro referendum, poi, in arrivo, e di ben altra portata. Ieri la Camera ha approvato in via definitiva la riforma costituzionale e l’ultimo passo che separa l’Italia dalla più imponente revisione della propria architettura istituzionale è proprio il quesito referendario di ottobre.

La cosa che accomuna questi due eventi, e che peraltro trovo vagamente spaventosa, è lo scollamento che si verifica tra gli effetti reali e quelli dichiarati nei quesiti. A nessuno importa niente dell’impatto energetico o dell’analisi tecnica, per quanto riguarda il 17: chi vota lo fa per opposizione al governo Renzi e a ciò che per alcuni rappresenta, non alle trivelle. Gli effetti prodotti, quelli reali, sono semplicemente politici: se vince il sì il governo ne esce indebolito, e questo fatto sarà il Paese a pagarlo, con un ulteriore abbassamento della qualità delle politiche proposte. Ogni argomento è buono per nascondere quello che, di fatto, si configura come un quesito plebiscitario sul governo, accompagnato dalla retorica (le banche, gli affari, il petrolio, le multinazionali) che lo circonda. Lo stesso vale per il referendum costituzionale: la riforma è buona? Non è buona? Funziona? Le risposte a queste domande, spesso complicate, non hanno niente a che vedere con come si voterà al referendum. Non è stato forse lo stesso anche per l’acqua pubblica?

Ieri, durante le dichiarazioni di voto alla Camera – tanto per citarne un paio – Brunetta ha dichiarato che Forza Italia voterà contro perché il parlamento è illegittimo, facendo riferimento all’incostituzionalità del porcellum; il Gruppo Misto, per bocca dell’on. Roccella, ha annunciato il proprio voto contrario e invitato al no al referendum come ripicca all’approvazione della Cirinnà, leggendo una lettera aperta di Gandolfini, il capoccia del Family Day. Gli esiti dei referendum su argomenti tecnici, ormai, non c’entrano nulla con i temi di cui trattano – siano essi d’impatto impercettibile o rivoluzionario. Ogni pretesto è buono per consumare un fine squisitamente politico o, se vogliamo essere gentili, ideologico. Il petrolio, il papà della Boschi, le intercettazioni della Guidi, le cozze inquinate, la Cirinnà, il porcellum, sono tutti argomenti agitati come clave, e l’epicentro in cui trovano la propria esaltazione sono proprio questi due referendum, con cui nulla condividono. Tanto varrebbe aggiungere che Renzi parla male l’inglese e che fa le facce buffe e magari che non è stato eletto.

Non so voi, ma io provo un lieve senso di vertigine a sapere che è così che si deciderà l’esito della riforma costituzionale, e a seguire la continuazione quindi dell’esecutivo e della stabilità politica dell’intero paese. Dalle trivelle all’architettura istituzionale, si parla di temi tecnici che non andrebbero sporcati con altro. Sarà che “la democrazia è la peggior forma di governo possibile, eccezion fatta per tutte le altre”, come diceva Churchill. Figuriamoci quella diretta.

Trivelle: centralizzare per scelta o per necessità?

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Si vede poca attenzione alle cause profonde che hanno portato al caos istituzionale degli ultimi anni, di cui il referendum sulle trivelle sembra essere solo una conseguenza. Ancora una volta, questa è l’occasione per una chiacchierata telematica con un amico*, qui riportata integralmente, come in altre occasioni.

 

Luca: Direi di partire da qui. Il referendum nasce come un braccio di ferro “simbolico” tra Stato e Regioni. I comitati avevano cercato di raccogliere le firme, con l’appoggio del movimento di Civati e di altre sigle, non ci sono riusciti, e allora sono state varie regioni, più o meno interessate al fenomeno, a prendere in carico la cosa. Si nota, infatti, l’assenza della Regione Sicilia che pure all’estrazione e la raffinazione di idrocarburi non è estranea…

Tommaso:  Esatto. Come ha scritto Michele Ainis all’origine del referendum vi è uno «scontro fra poteri, ancor prima che fra partiti e movimenti». Mai era accaduto, nella storia d’Italia, che alcune regioni si avvalessero di questa facoltà. E già questo rivela, secondo me, un preoccupante logoramento nei rapporti fra Stato e enti locali. Raccogliere mezzo milione di firme non è una passeggiata; ottenere una delibera da cinque Consigli regionali, su questioni macro che riguardino il ‘Sud’ o il ‘Nord’, è più semplice. Il conflitto fra potere centrale e certe aree del Paese potrebbe, in futuro, diventare endemico.


Luca
: Bene. Prima di procedere, su questo ho due domande. La prima: quanto di questo conflitto nasce dalle riforme costituzionali degli ultimi vent’anni, e quanto da una progressiva incapacità dei livelli di governo di prendere decisioni? La seconda: quanto la vicenda delle trivelle è una spia di un assetto istituzionale formale inadeguato? Nella seconda domanda è implicito il giudizio che le istituzioni “informali” – nel caso specifico, il senso dello Stato di chi occupa le cariche – siano in una situazione abbastanza grave. Questo in particolare se è vero, come penso io, che Michele Emiliano è consapevole di tutto quello che stiamo toccando superficialmente qui, ma lo vede unicamente come uno strumento per la sua personale scalata politica.

Tommaso: Dunque: per quanto riguarda le riforme costituzionali, non v’è dubbio che, nel 2001, alle regioni italiane siano state conferite competenze molto ampie, in alcuni casi superiori a quelle dei Länder tedeschi. Questo ha indotto alcuni Presidenti a considerarsi i depositari dell’interesse generale, laddove un ordinamento federale ben funzionante preserva sì le autonomie locali ma crea anche contesti in cui i conflitti inter-istituzionali possono essere risolti, o quantomeno attenuati.
In Italia ciò non è accaduto: un Senato federale sarebbe stato assai utile, e avrebbe prevenuto il boom dei contenziosi. Per quanto riguarda la capacità decisionale, la situazione a livello regionale è eterogenea, e riflette anche la qualità molto varia del ceto politico. Non tutte le regioni sono un peso morto, anzi: il decentramento ha favorito la sperimentazione e permesso l’affermarsi di eccellenze (si pensi alla sanità veneta o emiliano-romagnola).  In merito al referendum di aprile, mi pare si mescolino varie questioni: il rapporto fra poteri, senza dubbio, ma anche le ambizioni dei leader coinvolti (Emiliano, Renzi).

Luca: In che senso, secondo te, il referendum chiama in causa il rapporto tra i poteri? La politica energetica non dovrebbe essere un tema nazionale?

Tommaso:  Premetto, a scanso di equivoci, che considero il referendum popolare uno strumento non idoneo a risolvere una questione tecnicamente complessa e delicata come la durata delle concessioni estrattive: ragion per cui mi asterrò.

Detto questo, il conflitto fra Stato e Regioni sulle c.d. trivelle va inserito in un quadro più ampio, che coinvolge anche la riscrittura del titolo V. La mia impressione è che Renzi si sia convinto che la modernizzazione del Paese richieda uno Stato forte: non necessariamente uno Stato ingombrante, ma sicuramente uno Stato che non è frenato da decisioni assunte a livello substatale. Renzi si considera il sindaco d’Italia e non gradisce che i suoi ‘quartieri’ (ossia regioni e comuni) interferiscano con la sua agenda. Se guardiamo alla riforma costituzionale, il disegno complessivo è chiarissimo. Dopo l’abolizione delle Province e le esenzioni IMU-TASI, viene soppressa anche la competenza concorrente Stato-regioni, rendendo un gran numero di materie (non solo la politica energetica!) di competenza esclusiva statale. Viene inoltre introdotta una clausola di supremazia che permette allo Stato di intervenire in materia regionale “quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale” (una formulazione sufficientemente vaga per permettere ogni genere d’ingerenza e di commissariamento informale). La tassazione locale, poi, dovrà conformarsi “ai fini di coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario” fissati da Roma. E così via. Insomma: agli enti locali (con l’eccezione delle Regioni a statuto speciale, escluse dalla riforma per evitare – suppongo – sollevazioni popolari) spetterà un ruolo residuale, di fatto subalterno alla volontà del governo in carica. Una vera e propria inversione a U rispetto all’orientamento espresso dal centrosinistra quindici anni fa.

È una scelta del tutto legittima, ma a mio parere destinata a produrre esiti fallimentari. L’Italia è un Paese troppo vasto e disomogeneo al suo interno per essere interamente governabile dal centro. Non solo: le regioni più virtuose vedranno inspiegabilmente compressa la loro autonomia decisionale, nonché un probabile abbassamento nella qualità dei servizi. Al tempo stesso, la sindrome NIMBY potrebbe manifestarsi in forme ancor più virulente, perché mancheranno interlocutori istituzionali in grado di incanalare e gestire il dissenso.

Esiste, infine, un interrogativo che i modernizzatori benintenzionati dovrebbero porsi: che succederebbe se, dopo una riforma simile, una forza anti-sviluppo vincesse le elezioni? Vogliamo davvero che tutto dipenda dagli equilibri politici creatisi fra Palazzo Chigi, Montecitorio e Madama, oppure preferiamo un sistema pluralistico, che valorizzi il buongoverno locale (laddove già esiste)?

Luca: Sono d’accordo, in linea di principio. Però, caso per caso, questa idea va applicata anche dove il governo centrale è necessario – ad esempio, appunto, nella politica energetica? Perché in quel caso trovo difficile legittimare la richiesta di decentralizzazione: le Regioni si trovano spesso a prendere scelte di cui poi tutto il paese subisce i costi, senza che questo abbia alcun tipo di ripercussioni tangibili. Il che ovviamente da un lato rende costoso politicamente essere più ambiziosi, dall’altro moltiplica i “filtri” politici e quindi le occasioni di corruzione. Altrove, invece, dovrebbe essere il governo centrale a fare dei passi indietro, permettendo alle best practices di essere adottate localmente, e ai cittadini di avvantaggiarsene spostandosi dentro il territorio nazionale come nel caso della sanità. Ti torna?

Tommaso: Sì, condivido. Conferire competenza concorrente in materia energetica alle Regioni fu, molto probabilmente, un errore. Già nel 2002 un economista serio, Carlo Scarpa, invitava a “riformare la riforma” del titolo V in quest’ambito per ragioni di manifesta irrazionalità economica. Dopodiché, non penso dovremmo essere costretti a scegliere tra un modello in cui il singolo ente detiene il potere di veto su progetti di interesse nazionale e uno in cui l’apertura di un impianto viene stabilita a notte fonda, in base a dinamiche poco trasparenti (l’ultima direzione del PD mi ha ricordato “Rashomon” di Kurosawa: un fatto, ricostruzioni molteplici che non combaciano).

È possibile ipotizzare forme e gradi diversi di coinvolgimento dei territori e degli enti locali, non solo mediante la Conferenza Stato-regioni. Alcuni parlamentari del PD, ad esempio, stanno elaborando una legge modellata sul débat public francese.  Insomma, le terze vie non mancherebbero: a condizione che si riconosca la necessità di fare sintesi fra esigenze talvolta divergenti anziché ripiombare in una concezione romanocentrica dello sviluppo economico.

Al tempo stesso, sarebbe interessante capire perché, in Italia, gli enti locali spesso sposino le tesi dell’ambientalismo più radicale. Ciò non avviene altrove. In Alaska, ad esempio, i rappresentanti dello Stato sono per lo più favorevoli a estendere le trivellazioni (la governatrice Sarah Palin sdoganò uno slogan di successo)  mentre il governo di Washington è tendenzialmente contrario. Ha a che fare con le modalità di assegnazione delle royalties? Forse. È un problema culturale? Anche. Ma è un tema da approfondire e su cui riflettere. In Emilia-Romagna, ad esempio, non mi risulta che le piattaforme abbiano frenato il turismo. Nel piacentino hanno persino inaugurato un museo del petrolio e del gas promosso da Eni ed Edison. Eppure la regione incassa dalle compagnie molto meno che la Basilicata (sia in valore assoluto sia in percentuale), dove le trivellazioni non sembrano essere viste di buon occhio.

 

 

Luca: Mi sembra un ottimo punto. Credo che per alcune classi dirigenti locali – specialmente al Sud – conti più il potere di intermediazione ottenibile o conservabile che non l’interesse dei territori da rappresentare. Per questo, pur capendo la bontà degli argomenti federalisti, sto iniziando a convincermi che ogni passaggio in questo senso debba essere costituito da una serie di griglie definite in modo molto rigido a livello centrale. Costituisce un rischio, casomai dovessero andare al potere i populisti, ma ormai siamo diventati abbastanza propensi al rischio – come un giocatore di poker che ha le ultime fiches e preferisce sopravvalutare le opportunità piuttosto delle possibili perdite.

 

Tornando al centro del nostro discorso, sono molto sorpreso dal fatto che non si discuta di quale emendamento ha portato alle dimissioni di Federica Guidi. Perchè, alla luce di quanto abbiamo detto, Renzi può avere ragione di difenderlo se, come sembra, vuole ri-centralizzare una parte importante delle decisioni politiche. Cito: “nella Legge di Stabilità 2015, al comma 552, è introdotta l’estensione dell’autorizzazione unica anche per le opere necessarie al trasporto, allo stoccaggio, al trasferimento degli idrocarburi in raffineria, alle opere accessorie, ai terminali costieri e alle infrastrutture portuali strumentali allo sfruttamento di titoli concessori esistenti…”. Cosa sia l’autorizzazione unica credo sia spiegato bene qui.

 

Ora, la questione è: Renzi si sta facendo portatore di una visione ideologica, che in sè non fa male ma è contestabile partendo da altre premesse, o ha pragmaticamente preso atto dell’inadeguatezza delle (sue, visto che ad esprimerle è prevalentemente il PD) classi dirigenti locali? Se fossi a Roma, potrei avere in mente un contesto ottimale di lungo periodo con una maggiore decentralizzazione, ma oggi anche assumermi il rischio di centralizzare delle decisioni pur di procedere nel breve. Ti sembra una prospettiva troppo benevola?

 

Tommaso:  Non saprei. Io dubito che Renzi si sia soffermato a lungo sulle implicazioni istituzionali dello Sblocca Italia. Dal suo punto di vista contano i fini (in questo caso il rilancio di progetti infrastrutturali fermi da anni, il che incide sulla credibilità internazionale del suo governo, dal momento che alcuni investimenti, fra cui quelli per Tempa Rossa, sono esteri) e i mezzi vengono scelti di conseguenza. È lo stesso approccio tenuto nel modificare la legge elettorale: pur di assicurare un vincitore certo dentro l’Italicum è stato inserito di tutto (dal ballottaggio nazionale al premio di maggioranza), senza andare troppo per il sottile.

Sicuramente Renzi ci tiene a non passare per immobilista, il che è un bene, se si considera il contesto in cui opera. Ma certe inclinazioni accentratrici e decisioniste, io credo, servono anche a compensare un deficit di classe dirigente di cui è corresponsabile. Non va dimenticato che il primo Renzi, quello candidatosi alle primarie del 2012, al Sud era debolissimo: in Calabria raccolse il 25%, in Sicilia il 33%. Un anno dopo, anziché puntare su candidati locali propri, archiviò la rottamazione, strinse accordi con i Pittella, gli Emiliano, i De Luca, e le percentuali sotto Roma schizzarono al 55-60%. Poi ha rimpiazzato Letta con le modalità ben note, trovandosi a gestire un gruppo parlamentare non suo e ministri ex berlusconiani in transito. Per puntellare la maggioranza ricorre a Verdini mentre Orfini co-gestisce il partito.

Il mio non è moralismo: la politica si basa anche su compromessi. Ma non c’è da stupirsi se un’ascesa realizzata in questo modo renda più difficile riformare il Paese. Forse l’unica strada, per lui, è davvero concentrare quante più competenze possibili a Roma e cercare di conservare il potere a lungo, scavalcando le élite locali che lo avevano appoggiato. Così facendo, però, rischia di innescare dinamiche centrifughe incontrollabili. Tu accennavi, giustamente, ai costi del decentramento. Beh, seppellire il federalismo significa far riemergere la questione settentrionale, tuttora irrisolta ma mitigata dalla riforma del 2001. La recente conversione all’autonomismo di Luca Zaia è significativa, e potrebbe innescare un effetto domino.  Vedremo. Certo è che il PD, oggi, non sembra spendere troppe energie interrogandosi su questi temi. Le priorità, evidentemente, sono altre.

 

*Tommaso Milani e’ attualmente dottorando in International History alla London School of Economics and Political Science.

 

I referendum sull’ambiente sono dannosi alla salute.

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Ebbene sì, i referendum sull’ambiente sono dannosi alla salute. Sicuramente, alla mia. Perché io vi giuro che divento pazzo, pazzo! quando leggo le dichiarazioni dei politici quando si tratta di referendum che coinvolgono temi riguardanti la natura. Che poi la chiave di lettura è una, la stessa di molte altre occasioni, fatto salvo che in questi casi è bella in evidenza e nessuno però la afferra per poi correre a chiudere la gabbia di matti. Oppure non serve una chiave, ma anche solo degli auricolari speciali che trasformano le parole dette in parole sottintese. Per esempio:

“Senta, Onorevole XYZ, cosa voterà al prossimo referendum su questo importante tema ambientale?”

(il pubblico si mette le cuffie magiche)

“VOTEREMO COSI’ SOLO PER OPPORCI A PRESCINDERE AGLI AVVERSARI”

Ma seriamente, perché voi credete che a Renzi, Salvini, Meloni o Di Battista fotta qualcosa delle trivelle? Stiamo assistendo a ribaltamenti concettuali pazzeschi, roba da salto triplo senza rete protettiva. Pertanto, guarda un po’, troviamo tutte le opposizioni serrate a favore di un referendum che, sempre casualmente, è fonte di una decisione del governo, con quest’ultimo come da copione che invece di entrare a gamba tesa e spiegare per filo e per segno perché sia una legge da mantenere, vivacchia e fa finta di niente, complice il (mal)funzionamento del sistema del quorum.

Quindi, per fare un po’ di esempi.

Salvini, Meloni, e M5S si dichiarano favorevoli alla chiusura di centri di produzione italiana, dove lavorano italiani, che pagano le tasse allo Stato italiano. Meglio quindi importare tutto da paesi stranieri (magari quelli arabi!) che tanto la produzione interna è poca cosa. Eh, ma l’olio tunisino allora? “Guai a chi tocca la produzione italiana a favore dei paesi stranieri! Ecco le facce dei criminali che hanno abolito i dazi!”

Dall’altra parte della barricata, stesso identico imbarazzo. Vi ricordate come il PD spalleggiava sornione i movimenti “per l’acqua pubblica”, nonostante lo stesso Bersani fosse favorevole al Decreto Ronchi? E quindi, l’acqua del mare non dev’essere pubblica quanto quella del rubinetto? Il silenzio del Governo di adesso mi ricorda lo stesso identico silenzio di quello del 2011, come già giustamente notato da altri su questo blog.

Pertanto, vi prego, vi scongiuro: fateli questi referendum, ma non chiedete un parere ai politici. Sembrerà assurdo, lo so, ma vi giuro che alla fine vi sentirete meglio.

Guida al Partito Democratico, corrente per corrente

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Il principale partito politico italiano è il PD. Le dinamiche interne e il modo di formazione della classe dirigente di tale partito sono tra le più articolate nel panorama europeo. Dedicherò a tale partito due contributi. Visti i fatti degli ultimi giorni, una panoramica introduttiva è necessaria per permettere ai non addetti ai lavori di districarsi tra gli attori in campo.

La prima considerazione da fare è che il PD è il principale partito che sostiene il governo attualmente in carica (con maggioranza assoluta alla camera), esprime il Presidente del Consiglio, la maggioranza dei ministri, amministra la gran parte delle regioni italiane oltre che le principali grandi città. Raramente nelle democrazie occidentali si è assistito ad un accentramento di potere tale. Se da un lato questa situazione può dare grande slancio all’attività dell’esecutivo, dall’altro non si può non notare come la sovrapposizione tra Partito e strutture statali sia il frutto di un sistema politico in grande difficoltà. Diversamente da quanto avvenne nella Prima Repubblica, la centralità del PD a tutti i livelli amministrativi è dovuta più all’incapacità politica dei suoi avversari che a un vincolo esterno. Il sistema appare infatti imbrigliato dalla crescente egemonia della Lega nel ex centrodestra e dal “gran rifiuto” del movimento 5 Stelle a fornire appoggi esterni ai governi Bersani e Renzi.

La competizione per il potere si gioca pertanto più all’interno del PD che tra i vari partiti.

La grande divisione che attraversa tutte le correnti del Partito è quella generazionale. Due sono le classi in campo: i sessantenni e i neo quarantenni. La prima è la generazione che arriva dall’onda lunga del sessantotto (formati da una o dall’altra parte della barricata ), l’altra e quella di chi ha iniziato a fare politica negli anni 90. In mezzo esiste qualcosa ma negli anni del riflusso le masse non sono andate in sezione (a dire il vero nemmeno negli anni 90. Ciononostante un nucleo si è formato).

Nel Pci le linee erano tre: i miglioristi, il centro berlingueriano e la sinistra. I Ds avevano i Veltroniani e i Dalemiani. Nella Dc la situazione era molto più complessa e il PD assomiglia molto più a quel partito che al grande partito della sinistra. Con buona pace dei compagni, stanno morendo democristiani. A grandi linee le aree del partito sono le seguenti: il cerchio magico, AreaDem, i prodiani, i giovani turchi, i lettiani, i bersaniani, i dalemiani, i liberal radicali, i cattoDem, l’innominato, la CGIL, i cuperliani e i civatiani . Ogni corrente avrebbe delle sottocorrenti ma ve le risparmierò.

Il fattaccio che ha determinato questa geografia è l’elezione del presidente della Repubblica del 2013. Non sapremo mai chi sono i 101 o, meglio, volendo evitare querele, diciamo che non lo sappiamo. Ad ogni modo, come scriveva Lenin, guarda chi ne trae beneficio e…

Il cerchio magico è composto dai più stretti collaboratori di Renzi, odiatissimi da tutti gli altri renziani dato che il grande capo si fida solo di loro. Chi sono? Lotti, la Boschi e il portavoce Sensi. Appena Renzi sbarcò a Roma, seppur in posizione autonoma, c’era anche Delrio. Quest’ultimo in secondo piano dopo una riforma delle provincie non brillante e performance televisive deludenti. I tre concorrono attivamente alla formazione della linea Renzi. Prima della prova di governo vicini a posizioni liberal e rigoriste si sono trasformati in tenaci sostenitori della flessibilità di bilancio. Rispetto alle origini qualche giravolta anche sui diritti civili, più in generale possiamo dire che la linea politica di Renzi sia “per la maggioranza”. A volte questa maggioranza comincia a partire da redditi più alti, altre volte da quelli a redditi più bassi, certamente non è mai identificabile negli schemi della politica classica.

AreaDem raccoglie una buona parte degli ex margherita e si costituì per supportare Franceschini alla corsa alla segreteria contro Bersani. Gli uomini di Area Dem sono diventati una buona falange del renzismo fornendo al segretario uomini di indubbia esperienza politica come il vicesegretario Guerini,il ministro Franceschini e il capogruppo Rosato. La gran parte di loro convertiti a Renzi all’ultimo minuto hanno raccolto tra le loro fila l’ex segretario DS Fassino già prima del fattaccio. Pare che proprio Fassino sia stato uno degli uomini ponte per l’arrivo di Renzi a Roma. Ideologicamente sono inseribili nell’alveo di cattolicesimo democratico.

I prodiani dopo il fattaccio non esistono quasi più. Sono i fedelissimi dell’ex premier rimasti politicamente vivi. Spariti a livello locale sopravvivono come una bestia rara in parlamento. L’azione di maggior rilievo di questa piccola frangia è stata l’abbandono dell’aula durante voto sull’italicum. Come il loro padre putativo sono rancorosi e filoeuropeisti a prescindere .

I dalemiani ormai si sono ridotti al solo D’Alema e alla sua rete di relazioni. Bolscevico nell’animo, unico ex comunista ad essere diventato premier, ogni sua dichiarazione ha un grande eco mediatico. Stimato internazionalmente è una contraddizione vivente. Critica l’attuale presidente del consiglio per una riforma del lavoro poco di sinistra e a suo tempo approvò il pacchetto Treu, predica politiche fiscali espansive e la frase dopo si vanta dei suoi avanzi primari. Lui si difenderebbe dicendo che è il momento che determina le scelte politiche e che arrivare fuori tempo in politica non è concesso. Alla giuria la difesa non convince…Di recente gli si attribuisce la possibilità di potere” fare saltare il banco” sostenendo liste di sinistra alle amministrative di Roma e Napoli. Non sembrano minacce credibili e se la festa per il PD dovesse finire non sarebbe per merito suo. Odiato dalla grande maggioranza degli italiani, venerato da un non esiguo numero di iscritti è ciò che più si avvicina all’ultimo uomo di Nietzsche.

L’innominato c’è e resterà tale. Sappiate che conta molto.

I bersaniani erano la maggioranza dei parlamentari eletti nel 2013. Notevolmente ridotti dopo il fattaccio hanno di recente subito le defezioni di Fassina e D’Attore. Fabbriche di bersaniani sono state l’Emilia e il Veneto. Il loro leader è Roberto Speranza, ex capogruppo e probabilmente sfidante di Renzi al prossimo congresso (pare che a quest’area non sia piaciuta l’autocandidatura di Rossi). Politicamente socialdemocratici si distinguono più per l’opposizione di principio a Renzi che per i risultati ottenuti dalla mediazione parlamentare. Aspirano a tornare maggioranza nel Partito e per tale motivo cercano alleanze con i lettiani oltre che con ambienti della società civile che poco hanno a che fare con la loro storia. Una presenza non irrilevante nella base.

I Turchi sono una corrente di grande interesse. Provengono dai dalemiani e ne hanno assorbito l’essenza a tal punto da diventare perno della maggioranza di Renzi nonostante avessero sostenuto Gianni Cuperlo all’ultimo congresso. La pattuglia parlamentare turca è capitanata da Orfini, presidente del Partito e commissario di Roma. Non si capisce se la sua linea sia dettata da un particolare acume politico o dal forte astio verso i bersaniani, quello che è certo è che i Turchi si stanno piazzando in posti di tutto rispetto. L’uomo all’Avana dei Turchi è il ministro Orlando, ultimo dei miglioristi. Hanno quasi la totalità dei giovani democratici dalla loro parte. Politicamente questa corrente rappresenta la socialdemocrazia classica, più concentrata a sopravvivere nella lotta di potere che ad altro, ottiene di tanto in tanto qualche emendamento di sinistra.

I liberal radicali sono i pochi liberisti del PD. Peso nel partito quasi nullo. Qualcuno arriva dal PCI, altri dai Radicali. Figura di spicco è Morando. Sono quei profili che hanno giustamente scelto il PD per fare la riserva indiana e per avere un po’ di risonanza. Non si muovono compatti e la mano invisibile non sembra dare grandi risultati in transatlantico. Una volta erano affiancati anche dai reduci repubblicani.

I lettiani sono dormienti. II loro capo è a Parigi e aspetta un passo falso del rivale Renzi. In molti lo hanno abbandonato, o forse è solo una tattica. Lettiani di punta sono la De Micheli e Boccia. Sognano una grande manovra con i bersaniani e in caso di una debacle alle amministrative sperano di ricompattare tra le loro fila anche Area Dem. Politicamente europeisti e vicino alla Troika non godono di ampio consenso nella base.

I cuperliani. Esigua minoranza. Legati a Gianni Cuperlo sono stati in bilico tra i turchi e i bersaniani per poi assecondare questi ultimi nell’opposizione intransigente a Renzi. Guidati da un signore d’altri tempi i cuperliani sono destinati all’esaurimento e all’assorbimento nei bersaniani.

I civatiani sono usciti quasi tutti dal Partito (vedi Civati e Mineo). Linea politica vaga: forte opposizioni a Renzi, al governo di grandi intese, al Jobs Act e alla riforma costituzionale. Avevano ottenuto un risultato non irrilevante al congresso ma quel capitale politico sembra andato in fumo definitivamente. Vedremo alle prossime amministrative il peso reale di questa area.

I cattoDem non sono una vera e propria corrente, si compatta ogni qualvolta si deve votare su temi eticamente sensibili. Recentemente attivi contro il ddl Cirinnà, si deve più ad Alfano che a loro lo stralcio della stepchild adoption.

La CGIL ha per anni fornito quadri al PDS-Ds. Storicamente mal sopportati dai dalemiani e dall’apparato della sinistra, oggi ai ferri corti con i renziani, si trovano anch’essi ad un bivio: uscire o tacere. Additati da Renzi come uno dei principali problemi del paese il loro malumore cresce di giorno in giorno. Se uniti possono fare male, in Liguria i renziani ne sanno qualcosa… Tolti i quadri di riferimento storici come Cofferati (uscito dal Partito), Epifani e Damiano non sembrano produrre nuove leve in grado di acquisire potere nel partito.

Presentate le squadre nel prossimo contributo un’analisi della politica del PD negli ultimi due anni, di come si finanzia e come forma i propri quadri.

La Cirinnà e le critiche dell’Italia Migliore

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Neanche il tempo di approvarla, questa “mezza Cirinnà” che già ovunque è tutto un fiorire di dotte analisi politologiche, critiche feroci, aggressioni verso i protagonisti: Alfano, Verdini, Renzi, il Governo, il PD – e un’inspiegabile, vi giuro inspiegabile, santificazione dei Cinque Stelle.

Insomma, il mostro di tutta la faccenda è chi, alla fine, questa legge l’ha approvata. Non è un granché, certo, ci piaceva di più prima, certo, ma è un primo passo. C’è una leggina sulle unioni civili che è passata al Senato. Per molto meno è caduto più di un governo. Però, addosso. Altrimenti non siete sufficientemente progressisti, ché l’importante è ribadire che Alfano è retrogrado e puzza – e invece pensate un po’ ha votato la fiducia sul provvedimento. Ha chiesto qualcosa in cambio? Certo, così funzionano i parlamenti. Sapete chi invece non ha fatto proprio nulla per questo piccolo traguardo, se non un mortale, micidiale, continuo e inarrestabile casino, come da copione? Il MoVimento 5 Stelle. Che però erano a favore, eh, ci mancherebbe. Però sì, poi no, poi il canguro, l’sms, il controcanguro, mi si nota di più se vengo o non vengo, ma la democrazia signora mia, e le analisi di Dibba secondo cui è tutto un modo per nascondere il dissenso interno al PD (nascondere a chi, Dibba, che lo sanno pure le pietre?). Però, non si capisce come, secondo molti di questa storia non c’è niente per cui rallegrarsi, manco una briciola, e i grillini sono gli integerrimi salvatori della Coerenza, con la “C” maiuscola.

Verdini non è simpatico a nessuno, vi assicuro, è un politicante della peggior specie, ed è anche piuttosto abile nel fare questo mestiere. Però, sapete, la politica è anche (proprio?) questo: è compromesso. È continuo compromesso e mediazione – io do qualcosa a te, tu dai qualcosa a me, però prima lascia che ti convinca della bontà della mia idea e tu mi dirai della tua. I governi, ripeto, cadono su provvedimenti come questo in paesi come questo. Questo ha tenuto, e ha portato a casa il risultato. Non è il risultato migliore? Capita. Spesso, in politica. Se non vi sta bene, in effetti, l’approccio squadrista del MoVimento è ottimo per voi, lì si mantiene barra a dritta e pedalare.

Che poi alla fine, a chi oggi critica il PD per esaltare i 5 stelle, di fondo, delle unioni civili non gliene importa proprio nulla. L’importante è sentirsi persone migliori di Renzi e Alfano e dare addosso al Partito Democratico, alla politica brutta brutta del compromesso, mentre si sta comodi nei propri divani. È l’Italia Migliore, amici miei: c’era con Berlusconi e non se n’è ancora andata.

Generatore automatico di incarichi per Raffaele Cantone

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Renzi ha annunciato: Cantone si occuperá degli arbitrati sulle presunte truffe operate dagli istituti bancari ai risparmiatori di cui si è giá parlato qui.

Se tanto ci dá tanto,



fare refresh per ottenere una nuova nomina per Raffaele Cantone

La questione Boschi sta curiosamente sfuggendo di mano

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. “Ti faccio vedere i sorci verdi, Fighetta!”
Ocio, Jerry Calà

Oggi che siamo tutti felicemente renziani, a certe cose non facciamo più caso.

Pensiamo se su un fatto simile avessero colto Berlusconi, Grillo o Salvini:

Chi pensa di strumentalizzare la morte delle persone, personalmente mi fa schifo!“, urlava l’altro giorno Matteo Renzi dal palco della Leopolda.

Peccato che anche a lui è capitato di “utilizzare” morti.

Ecco un passaggio del discorso alla Festa dell’Unita di Milano, durante il quale, sul teleschermo venivano proiettate le fotografie del piccolo Aylan, il bimbo siriano di tre anni trovato senza vita sulla spiaggia di Bodrum.

Oppure:

«Questa vicenda mi lascia un senso di tristezza addosso. Il problema non sono le dimissioni del ministro, il problema è che è in gioco la fiducia verso le istituzioni. Io al suo posto mi sarei dimessa, c’è un punto grave in questa vicenda (…) ed è che ancora una volta si è data l’immagine di un Paese in cui ci sono delle corsie preferenziali per gli amici degli amici. Oggi abbiamo perso un’occasione di fronte ai cittadini». E’ il 16 novembre 2013, puntata di Ballarò, ed a parlare è Maria Elena Boschi, riguardo la vicenda Cancellieri, all’epoca Guardasigilli del governo Letta. Il ministro della Giustizia non era indagata ma solo in grave imbarazzo per via di una telefonata ricevuta, dopo la retata della famiglia Ligresti, dalla compagna di Don Salvatore, che l’aveva chiamata per segnalarle le condizioni di salute della figlia.

Già immagino la levata di scudi dei renziani più esaltati che con sorrisetto derisorio scriverebbero:”ma guarda che ormai cambiare opinione è normalità, l’eccezionalità perdente è essere coerenti. La coerenza se non diventa incoerenza non è di sinistra, non è figa, è roba per gufi.

E come dargli torto, anche perchè come ci dicono da anni ormai, o ci teniamo Renzi oppure il paese è finito.

Il premier però alla Leopolda era nervoso. Urlava quasi con livore e risentimento e questo non è da lui.

Si è messo anche a fare gratuitamente pubblicità al Fatto Quotidiano che, da domenica, dopo la Leopolda, è divenuto nell’immaginario collettivo l’unico baluardo della libertà di stampa a cui i potenti vogliono chiudere la bocca.

E poi c’è la questione Boschi.

I due, per la prima volta, sembravano lontani, divisi.

Ora, non dovremmo mai dimenticare il fatto che ad un certo punto questi bravi ragazzetti li mettono dove stanno perchè dinanzi al caos risultano i più affidabili a rappresentare e difendere l’establishment politico, finanziaro ed imprenditoriale. E non c’è niente di male in tutto ciò. Sono cose che accadono da secoli.

Li scelgono perchè sembrano i migliori per la missione. E’ come quando a scuola le teste calde stanno prendendo il sopravvento, intervengono insegnanti, genitori e presidi e scelgono i più “svelti” tra ubbidienti, bacchettoni e sfigati e cercano di farli diventare fighi e potenti. La cosa, spalleggiata da tutti, funziona. Le teste calde vengono isolate, la situazione si calma, i genitori degli ubbidienti bacchettoni sfigati sono felici, gli insegnanti si compiacciono di aver raggiunto il risultato sperato. Gli unici che finiscono male, sotto psicofarmaci, odiati sia da una parte che dall’altra, sono però i prescelti, fatti fuori a lavoro ultimato.

Un sistema di potere veramente solido e sicuro, di fronte allo scandalo ultimo delle banche, avrebbe consigliato e convinto la Boschi a presentare le dimissioni, far passare qualche settimana prima di votarle e respingerle, far scemare la cosa.

Invece questa roba sta sfuggendo di mano.

Prima l’incontro con Bruno Vespa, ora l’intervista della madre. Tutto sotto Natale. Che bello. Bello si, ma per chi?

Le finte dimissioni non ci sono state non perchè non ci abbiano pensato, ma perchè non si sono fidati l’un dell’altro, perchè c’è aria di scollamento, sospetti e diffidenza.

Ci sono mosche nel latte.

Loro sono/erano forti perchè spalleggiati da una alleanza di cose diverse che decidono di unirsi di fronte al disordine di due anni fa.

Adesso, raggiunti certi obiettivi, con un cambio di fase e nascenti frizioni conseguenti all’accaparramento di spazi confliggenti ottenuti, stanno iniziando a venir fuori con forza le varie diversità e quell’alleanza non è più solida come prima.

Leggendo Contro Star Wars, una saga mediocre, che è diventata una religione, trovo questo passaggio folgorante assai: “La fanciullezza è un’epoca parecchio strana, lo sappiamo tutti, ci siamo passati. È un’epoca di folli innamoramenti e di folgoranti passioni, ma anche di sonore fregature. Tutto diventa un culto e acquista una dimensione talmente potente e mitica da stordire il nostro senso estetico anche a distanza di decenni.

Siamo pronti a credere a qualunque cosa: che siamo nati tutti sotto le foglie di un cavolfiore; che un vecchio ciccione vestito di rosso porti, a noi e ad altri milioni di bambini in tutto il mondo, i regali che abbiamo chiesto ai nostri genitori; che i cartoni animati giapponesi siano veramente animati; che i Goonies fossero il più grande film di sempre e si potrebbe andare avanti a lungo. È un’epoca magica, ed è bellissimo sia così. Ma siamo tutti d’accordo che continuare a credere in queste cose sia un po’ ridicolo, una volta cresciuti.”

Le mode passano. I cetrioli restano.

Rimanere coerenti è diventato ridicolo, impossibile.

I Renzi e le Boschi facciano ciò che vogliono, stare al potere senza abusarne non avrebbe senso.

L’establishment si difenda ed attacchi pure, faccia tutte le alleanze ed i cambi di strategia che ritiene più utili per sè ed i propri cari.

Per tutti gli altri, invece, una domanda pare d’obbligo: quando passerà la moda dell’incoerenza e della fanciullezza, cosa resterà, se non i cetrioli?

Soundtrack1:”Luca lo stesso”, Luca Carboni

Sondtrack2:”Gomorra”, Mokadelic

Soundtrack3:”Troppo poco intelligente”, Scisma

Soundtrack4:”Starless”, King Crimson

Soundtrack5:”Roundabout”, Yes

Soundtrack6:”Empire State of Mind”, Jay Z feat Alicia Keys

I contanti, gli evasori, e noi

in economia/politica by

Renzi, che già circa due anni fa si era detto favorevole ad alleggerire il vincolo sull’utilizzo del contante, ha finalmente deciso di fare sul serio. È un provvedimento di buon senso, che purtroppo, nell’isteria assoluta che pervade il dibattito italiano sul tema, sembra impossibile affrontare razionalmente. Eppure si dovrebbe.

Punto primo. Porre limiti all’utilizzo del contante è giustificato dal fatto che favorisce l’evasione e il riciclaggio. Non è, il pagamento con contante, un male in sè. Come ho cercato di dire in altre occasioni, mi piacerebbe che si ragionasse di piú sul fatto che sanzionare comportamenti che in sè sarebbero leciti, ma che vengono penalizzati perchè “contigui”, o “di passaggio” verso comportamenti illeciti, non è il massimo della civiltà giuridica. Si è arrivati, in qualche comune, a multare chi guida in un certo modo, a una certa velocità, nella presunzione che questo comportamento preluda al tirar su una prostituta.

NEL DUBBIO VIETA.

E di divieto in divieto si muove, uno Stato già in grande difficoltà nel far rispettare norme piú condivise, complicando la vita agli onesti e rendendola del tutto identica a chi giá vive nell’illegalità. Invertendo l’ordine del ragionamento: tale comportamento è praticato dagli evasori, quindi lo vieto, perchè danneggeró gli evasori. I non-evasori non esistono, non hanno voce in capitolo. E chi si lamenta forse ha qualcosa da nascondere.

Punto secondo. Porre limiti all’utilizzo del contante non serve a granchè, se l’obiettivo è il contrasto all’evasione. Sfido chiunque a dimostrare l’esistenza un qualsiasi impatto positivo del limite ai contanti sui conti pubblici. In compenso, potrebbero non mancare gli effetti negativi: alcune transazioni che avrebbero potuto avvenire in contanti (ma non in nero), col limite sono state costrette al nulla di fatto o al nero. Un affarone. Vietare comportamenti comuni in zone grigie dell’economia e della società ha di solito effetti opposti a quelli desiderati, spingendole ancora di piú nella marginalità. Non a caso, un limite all’utilizzo di contante cosí stringente esiste solo in alcuni fortunati Paesi: Italia, Francia e Portogallo. Chissà come faranno gli altri, dalla Svizzera al Regno Unito, passando per Svezia e Germania. Pieni di evasori che comprano Lamborghini con pezzi da 20.

Punto terzo. Porre limiti ancora piú stringenti all’utilizzo del contante (lo ha proposto il partito dell’assemblea del liceo, a Giugno) ha costi sociali. E sono molto piú rilevanti dei benefici. Come ricorda Francesco Lippi, il 15% degli italiani non ha un conto corrente. E il contante è utilizzato, in generale, come mezzo prevalente da milioni di persone oneste. Riprendendo Lippi, “tassare il contante per combattere l’evasione e’ un po’ come riempire l’autostrada di dossi per far rispettare i limiti di velocità”.

Punto quarto. L’evasione è un fenomeno che va capito, studiato, e affrontato in maniera razionale. La follia del dibattito italiano, con la folla che grida “repressione” neanche fossimo in un film di Elio Petri, è non capire che a fronte dello stato di polizia tributario che già è presente, le aree sviluppate del Paese hanno un tasso di evasione fiscale molto piú basso della media UE 15. Ma questo non è privo di costi per cittadini e imprese, costretti a spendere notevoli quantitá di tempo e denaro per far fronte a una mole crescente di adempimenti giustificati dalla caccia agli evasori. Dovrebbe far riflettere, ma sull’argomento nessuno è disposto a farlo, contano solo gli slogan. Aiuterebbe, invece, chiedersi in quali settori l’evasione è prevalente. Basta una ricerca su Internet per scoprire che – non sorprenderá nessuno – i piú gettonati sono edilizia, servizi alla persona, ristorazione, ecc. Ovviamente è piú difficile evadere se sei McKinsey o Mapei. Ora, in Italia l’evasione è molto elevata al Sud. Il mio sospetto è che una delle ragioni di questo fatto sia anche la composizione: ossia, che avendo il Sud una economia privata paragonabile a quella di Colombia e/o Serbia, ne condivida anche l’incidenza dell’economia informale. Nessun limite ai contanti sarà rilevante in luoghi dove tutta la catena delle transazioni avviene senza scontrini, registri, bilanci. Ovviamente, se si vuole spezzare questa catena si puó intervenire con la repressione, o magari creando le condizioni perchè anche il Sud abbia una economia compatibile col terzo millennio. Scegliete voi. Ma parlare del pizzo (che pure viene ancora pagato dalla maggioranza di aziende ed esercizi commerciali), della burocrazia criminale e corrotta, dell’incertezza del diritto, del perdurante analfabetismo di massa (di cui NON SI DEVE SAPERE) e della lentezza dei processi, tutti fattori che rendono il Sud un relitto del mondo avanzato, fa meno fico che urlare agli evasori.

Punto quinto. Piaccia o non piaccia, il contante regola le attività illegali che non spariranno mai. O meglio, potrebbero sparire come attività illegali, per essere operative alla luce del sole. Ma siccome non vedo all’orizzonte liberalizzazioni di massa sul fronte prostituzione, per non dire droga, per non dire una vera apertura dei mercati del credito, esiste una massa imponente di transazioni di cui tener conto. Esistono poi altre piccole attività abusive (tassisti, parrucchiere, etc) che in alcuni casi sono abusive perchè così è loro imposto a mezzo di restrizione della concorrenza – vedi i tassisti abusivi – in altri perchè altrimenti non varrebbe la pena di lavorare. Tutte insieme, queste attività non violente fruttano redditi a individui. Questi redditi, secondo i nostri paladini della legalità fautori di limiti alla circolazione di valuta in stile argentino, dovrebbero continuare ad essere spesi come sono stati generati: in nero. Perché così, non a caso, funziona in Argentina. Un capolavoro su tutta la linea!

Questo, più o meno, è quello che penso sul tema. Per i più, ovviamente, è la prova che sto dalla parte degli evasori, perché questo è il livello del dibattito. Purtroppo, a quanto si scende in basso, un limite non lo si può mettere.

Una giornata particolare

in politica by

Vladimir Vladimirovič Putin, Presidente della Federazione Russa (2000-2008, 2012-in corso). Un bilancio:

26 ottobre 2002: le forze speciali russe, sotto ordine diretto di Putin, fanno irruzione nel teatro Dubrovka di Mosca uccidendo 33 terroristi ceceni e 129 ostaggi di nazionalità varia. Più di 700 persone rimangono avvelenate dal gas usato dai militari nel corso del blitz.

25 ottobre 2003: il magnate del petrolio Michail Borisovič Khodorkovskij viene arrestato per frode fiscale e condannato a nove anni di prigione. Pochi mesi prima dell’arresto,  aveva accusato di corruzione l’entourage di Putin nel corso di una trasmissione televisiva.

7 ottobre 2006: Anna Stepanovna Politkovskaja, giornalista del quotidiano Novaja Gazeta, viene assassinata a causa delle indagini che stava conducendo sulle violenze e gli abusi commessi in Cecenia dalla forze filo-putiniane.

23 novembre 2006: l’ex-agente segreto Aleksandr Val’terovič Litvinenko muore in seguito all’avvelenamento da radiazione da polonio 210 somministrategli da ex colleghi del KGB durante una cena in un ristorante londinese. Litivinenko aveva da poco accusato pubblicamente il presidente Putin di essere il mandante dell’omicidio di Anna Politkovskaja.

9 agosto 2008: la Federazione russa invade la Georgia. Alla fine del conflitto viene instaurato un governo fantoccio in Ossezia del Sud e Abcasia.

17 agosto 2012: Le attiviste politiche Maria Vladimirovna Alyokhina e Nadežda Andreevna Tolokonnikova, membri del collettivo punk Pussy Riot, vengono condannate dal Tribunale distrettuale di Mosca a due anni di lavori forzati in Siberia per aver inscenato una protesta anti-Putin nella cattedrale moscovita del Cristo Redentore.

26 febbraio 2014: le forze armate russe, indossando uniformi di copertura e spacciandosi per milizie locali, danno inizio all’occupazione della penisola di Crimea, regione appartenente all’Ucraina.

22 agosto 2014: migliaia di soldati privi di insegne e artiglieria pesante proveniente dai territori russi varcano il confine ucraino a sostegno ai separatisti filo-russi delle regioni di Donetsk, Luhansk e Kharkiv. Dall’inizio delle ostilità in Ucraina orientale (6 aprile 2014) si stimano circa 6.000 vittime tra militari e civili.

27 febbraio 2015: il politico liberale Boris Efimovič Nemzov, da anni oppositore di Putin, viene ucciso in un agguato nelle strade di Mosca mentre rientrava da una cena in compagnia della fidanzata.

15 marzo 2015: nel corso di un’intervista al documentario Crimea: the road to Motherland, Putin dichiara di essere stato pronto a mettere in allerta le forze nucleari del Paese in caso di intervento americano nella crisi di Crimea.

 

E così via.

Ora, io capisco la diplomazia, la realpolitik, il partenariato economico, la politica di distensione, ecc. Però che il nostro Presidente del Consiglio abbia il coraggio di ridere e scherzare con un personaggino del genere…ecco, a me mette un po’ i brividi.

Il principe alla guerra

in politica/società by

Correggetemi se sbaglio, ma credo che sia la prima volta in Italia che un presidente del consiglio si presenta davanti alle telecamere in tenuta mimetica, come ha fatto Renzi durante la visita agli Alpini della brigata Julia in missione in Afghanistan. Tecnicamente, non ne avrebbe alcuna ragione: il capo delle forze armate è il Presidente della Repubblica – ve lo immaginate Mattarella in mimetica? – mentre la sovraintendenza dell’esercito è nelle mani del Ministero della Difesa. L’eventualità, i tempi e le modalità di intervento da parte dei militari vengono poi stabiliti dal Parlamento. In tutto ciò, insomma, la presidenza del consiglio dei ministri c’entra ben poco.

Ma buon lettore del Machiavelli (e direi anche da grande appassionato di House of Cards), Renzi ha colto l’essenza moderna del potere carismatico: il principe è innanzitutto un condottiero, la testa – caput – dell’esercito. E come tale deve indossare elmo e armatura per affermare la retorica del generalissimo che passa in rassegna le sue truppe prima della grande battaglia.

D’altronde la storia ci insegna come ogni potere in via di consolidamento – o in crisi – cerchi una legittimazione attraverso la metafora militare. Anche quei capi che non nascono come condottieri (avendo avuto accesso al potere vuoi per discendenza, vuoi per intrallazzi politici di varia natura, vuoi per culo) a un certo punto della loro carriera hanno avuto la necessità di mostrarsi in abiti bellici, per ribadire una posizione di preminenza a discapito di tutte quelle forze esogene che ne minacciano gli intenti egemonici.

Senza scomodare casi troppo vetusti (a titolo d’esempio basti pensare alle innumerevoli rappresentazioni dei sovrani europei con spadone e cavallo), si può semplicemente rammentare la recente apparizione mediatica di un incazzatissimo re di Giordania Abdallah in uniforme da combattimento impegnato a vendicare la morte atroce di un suo soldato per mano degli aguzzini dell’Isis. In un mondo islamico lacerato da conflitti fratricidi, l’erede di Maometto ha ricordato al mondo chi è che porta i calzoni in casa Allah.

La veste guerriera, oltre a segnalare un tempo di crisi, segue un obbiettivo ben preciso: quello dell’accentramento del potere. Quando il rappresentante di un organo legislativo e/o esecutivo si addossa anche la prerogativa della guerra – o perlomeno della sua simbologia – la pluralità propria delle realtà nazionali si contrae nell’immagine egocentrica del monarca assoluto. Il celodurismo della retorica militare è l’essenza stessa dell’ambizione politica che pensa in grande.

Il messaggio di Renzi è dunque ben chiaro: l’État c’est moi, bitch. E sbrighiamoci a fare ‘sto cazzo di selfie.

Suggerimenti per Italia Liberale con Francesca Pascale leader

in politica by

Italia Liberale con  Francesca Pascale leader verrà softly announced questa sera da Fabio Fazio. E’ la nuova grande intuizione dada-avanguardistica di Silvio Berlusconi. Finalmente nasce una forza massificata, un post partito massa  che ribalta il banco e diventa contenuto di flusso sessuale sano e liberato, conquista ed affermazione del proprio corpo, in contrapposizione al flusso danneggiato dai complessi cattosinistri del Partito democratico.

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Il Pd purtroppo oramai è divenuto uno strumento parassitario di potere, degenerazione terminale di una deleteria non intuizione della classe dirigente  berlingueriana, ovvero il compromesso storico. 1)Il senso di insufficienza maggioritaria della dirigenza della sinistra, 2)questo dover divenire qualcos’altro da ciò che si era, o che l’altro dovesse diventare o essere diverso da ciò che era, incorporato come cruccio impossibile da risolvere, 3)vissuto come  dramma esistenziale che la leadership capiva ma che non riusciva a ribaltare, ha avuto come approdo il cadere nelle sabbie mobili di un compromesso storico 2.0. Il corpo partitico post comunista che, pare, viene fagocitato dai sornioni e lenti apparati digerenti democristiani.

Questo complesso che per sedurre non si era capaci o monchi, è stato poi aggravato da successivi traumi quali il dramma della Bolognina, l’ Occhetto che perde con il novizio Berlusconi, Prodi fatto cadere da Bertinotti, D’Alema che spreca l’occasione, Fassino pizzicato al telefono con la storia della banca, Veltroni che non ha la massificazione necessaria per vincere, Bersani che sbaglia il rigore a porta vuota. Per risolvere il dilemma, si inventano il modello interclassista, il partito nazione che rappresenta tutti i settori della società, che vuole nascondere la conflittualità, finendo di conseguenza col diventare essenzialmente uno strumento di potere parassitario e trasversale, animato da primarie che altro non sono che vere e proprie guerre tra bande voraci di potere e poltrone.

Il partito di massa è un’altra cosa. La connessione sentimentale del leader e/o del partito con un proprio popolo è un’altra roba.

Un pugnettaro inibito sicumeroso potrebbe dire: ma quindi secondo te Renzi non è un leader?

Renzi è un decisionista. Ottimo. Perfetto. Intelligente. Realista. Ma, appunto, un decisionista, non un leader. Certo, è logico per la sinistra che non è abituata ad averne, scambiare un decisionista per un leader. Ma così è. Renzi rimane pur sempre un Fioroni grillizzato. La contingenza attuale maschera questa essenza, ma ciò inevitabilmente verrà fuori.

Italia Liberale con la Pascale leader (requisito necessario ed inevitabile) dovrà attenersi a delle linee semplici e praticabilissime:

  • Essere, appunto, una forza liberale, laica fattualmente (e questo è possibile in quanto per ora tutto il vaticanesimo  è confluito nel renzismo), una forza dada-avanguardista dove, come Publitalia negli anni ottanta, confluirà, per esserne valorizzata e lasciata fare pienamente, la maggiorparte della  devianza geniale e trasversale esclusa dalla bacchettonaggine parassitaria del nuovo compromesso storico;
  • Il liberismo più spinto e sfrenato come pratica di giustizia sociale da utilizzare però non alla Renzi che va a colpire categorie protette ma deboli (pensionati, malati, professori, pubblici dipendenti di medio e basso livello), ma le fondazioni bancarie, l’alta burocrazia pubblica, il parassitismo di alto livello del parastatale e quello delle municipalizzate;
  • Il suo bersaglio non dovrà essere Renzi, ma chi crede in e vota  Renzi. Chi lo vota deve essere in qualche modo accusato e dipinto come uno che crede all’asino che vola e chi crede all’asino che vola deve essere riconsegnato nell’immaginario quotidiano come pericoloso per sè e per le persone che gli stanno accanto;
  • Evitare il confronto pubblico con esponenti democratici. Contro di loro lasciare i grillini o il reparto guerrigliero dell’estrema sinistra o, ancora più efficacemente, la realtà spiacevole che emerge sempre. Renzi fa le cose per poterle dire in tv. Fa, non importa cosa, perché contro l’interlocutore lui obietta che ha fatto, mentre prima non si era mai fatto e lo accusa, sempre in modalità difensiva di passivo aggressivo, di non aver fatto mai o di non voler fare. Paraculaggine comunicativa che fa imparare a memoria ai  burattini che manda nei talk show che mentre la ripetono a comando sollevano il mento di 45° verso l’alto e guardano  un punto fisso. Che poi, chi cazzo se li guarda i talk show.

E’ solo una mostra di fattismo fine a se stesso. Smentito poi ad esempio dai dati reali dell’economia e della disoccupazione.

Infatti qua viene il bello.

L’economia, nella sua procedura contemporanea, riparte in un solo modo e cioè quando in un dato territorio, cittadini e non cominciano a spendere soldi, a comprare merci e servizi. Più spendi e compri più si vende, più si vende più si produce, più produci più crei occupazione, più crei occupazione più si spende e si consuma. Un governo deve risolvere questo. Questo Parlamento ha incrementato questa tendenza? No.

Si pensi al dato dell’aumento (positivo certamente) dei contratti di lavoro a tempo indeterminato che però va di pari passo con l’aumento della disoccupazione. Mentre la disoccupazione aumenta si sbandiera in giro che aumentano i contratti a tempo indeterminato. E quindi?

Tutto fantastico, per un film di David Lynch.

Questo perchè Jobs Act e riforma art. 18 sono strumenti inutili contro la disoccupazione in quanto l’indice di protezione del lavoro, essendo un onere sulla distribuzione delle risorse lavorative, influenza i flussi di assunzioni e licenziamenti, ma non l’ammontare degli occupati e dei disoccupati.

Altro dato fantastico, ma sempre e solo per un film di David Lynch: il + 0,3% del Pil festeggiato come la cosa più importante mai successa all’umanità.

Un pò pochino se si pensa alle irripetibili circostanze favorevoli esterne (prezzo del greggio, deprezzamento del cambio dell’euro, crollo dei rendimenti obbligazionari) che sono alla base del sin qui modesto impulso espansivo di cui l’Eurozona sta oggi godendo, dopo anni di carestia.

Italia Liberale dovrà poi partire da una analisi cruda dell’attuale dinamica parlamentare:

  • Il governo non cadrà perché ancora i parlamentari non hanno maturato i tempi per prendere pensione e vitalizio. E’ questo il motivo per cui tutti i parlamentari eletti, espressione della segreteria bersanianana e dalemiani vari, sono divenuti tutti renziani ed antidalemiani. Bisogna martellare su questo argomento e cioè sulla svalutazione dei valori della sinistra subordinati ai vantaggi di carrierismo parassitario e personale dei suoi rappresentanti;
  • Il governo inoltre si regge grazie all’accordo trasversale con i verdiniani di Forza Italia che gli garantiscono soccorso sicuro nei momenti di criticità numerica. Bisognerà criminalizzare anche questo accordo come segno di svilimento della vita politica e democratica e additare agli elettori i protagonisti del patto;
  • Della mollezza e bonacceria della sinistra Dem inutile parlarne, anche se in prospettiva eroderà consensi e porterà la dirigenza democratica a dover accettare compromessi al ribasso che creeranno insofferenza e reazioni deleterie che acuiranno contraddizioni e la precarietà di molti accordi;
  • Insistere sulla malafede dei giornali che hanno fatto la morale a Bellluscone sulle vicende del cd. bunga bunga, mentre oggi si abbandonano ad una propaganda imbarazzante che viene utilizzata come strumento per leccare il culo al governo incensandolo all’esasperazione perché altrimenti hanno  paura che gli levino i finanziamenti pubblici.

Italia Liberale con Francesca Pascale leader dovrà anche tener presente l’attuale fase storica segnata dalle pressioni di forze che mirano a smantellare la democrazia, perché costa. Costava anche negli anni ’30, motivo per il quale le centrali finanziarie dell’epoca (che poi sono le attuali) plaudirono all’avvento di Hitler e Mussolini, salvo poi toglierseli di torno quando l’etica dell’austerità aveva avvitato il mondo in una spirale deflattiva che poteva essere risolta solo con una energica manovra keynesiana: la II Guerra Mondiale.

E quanto sia vero questo solo Silvio lo può sapere. Quanto abbia pagato l’amicizia con Putin e Gheddafi, con i quali era riuscito a chiudere accordi a vantaggio del proprio paese, o essersi rifiutato di accettare le direttive Bce che, giuste o meno poco importa, andavano ad alterare le procedure democratiche ed a subordinare il parlamento italiano a logiche esterne.

C’è un primo Renzi ed un secondo, quello attuale.

Renzi è parte e prodotto della Questione Privata che la sinistra ha con se stessa e con la classe dirigente che per anni l’ha guidata tradendola, deludendola e mentendole. Bersani ha votato il pareggio di bilancio in costituzione e andava dicendo che la Fornero era un esempio per i suoi figli, mentre lei fabbricava esodati a volontà, sofferenza fisica e psichica a delle persone già deboli. Per sfinimento e rabbia è logico che l’avvoltoio Renzi abbia avuto consenso nel vilipendiare il cadavere. Ma di quel popolo è un estraneo. E’ un killer capitato per caso e quindi ad un certo punto assoldato per far fuori quei padri che avevano chiesto fiducia e che hanno deluso. Ma non fa parte di quell’automatismo che per decenni ha portato consenso al Pds-Ds. Prendi la questione scuola. Quelli sono oramai voti persi. Ma sempre voti sono.

La faccenda scuola tra l’altro ci aiuta a capire che Renzi sia un decisionista e non un leader che ha rapporti sessualmente granitici con il popolo che dovrebbe rappresentare. Senza entrare nel merito della riforma, dei presidi e dell’invalsi, molti insegnanti se la prenderanno nel culo. Li si lascia in mezzo alla strada. Che ci può anche stare, per l’amor di dio. Ma per tutti questi, un leader di un partito di sinistra, come lui si definisce, con valori cristiani e solidaristici, una parola poteva pure spenderla. E’ quasi un’ovvietà. Se sei un liberale conservatore te ne puoi anche fregare, i tuoi stessi elettori lo comprenderebbero immediately. Ma lui per come si presenta e vuol presentare il suo partito, si contraddice, crea disaffezione che emergerà nel tempo. Un leader di sinistra dovrebbe sobbarcarsi quelli che rimangono fuori e fargli attraversare il deserto. Un leader con una prospettiva, va da quello messo in mezzo alla strada e gli dice che gli darà il reddito di cittadinanza che non sarà pagato con tagli alla pensione o alla sanità. E’ una questione tecnica. Se non lo fai, sei un’altra cosa. Magari stai facendo bene, ma sei nel posto sbagliato e questo presto o tardi lo paghi.

Il fattismo renziano è fine a se stesso. Deve dimostrare che fa perché gli altri prima non facevano. Lui fa, a differenza degli altri che non facevano. Questo fattismo sovrastrutturale si esaurirà per sovrabbondanza di rumore senza efficacia. Si finirà per non ascoltare più per saturazione dell’udito. L’immagine sarà quella di un robot che gira a vuoto da solo perché i bambini sono andati a giocare a pallone da tutt’altra parte. 

Renzi ha colpito i protetti. Giusto. Ma ha colpito una parte di protetti, i protetti deboli, che tra l’altro votavano Pds e Ds e primo Pd. I protetti forti, i privilegiati veri, gli alti parassiti, non li ha nemmeno sfiorati, anzi con questi si siede a tavola e stringe alleanze. Lo ha fatto perché ha ragionato così: questi qua anche se glielo metto in culo votano sempre per il partito come da decenni ormai, poi mi prendo pure i voti di confindustria, me la compro facendo tutte le leggi a loro favore, ed in più mi fotto i voti di Silvio che tra processi ed aziende deve volare basso sennò lo rovino.

Ha toccato fondazioni bancarie? No. Ha toccato gli sprechi dell’alta burocrazia e delle municipalizzate? No. Ha strigliato il mondo confindustriale che da decenni ottiene benefici e sconti e che in cambio non restituisce che le solite lamentele e pretende sempre di più senza dare niente in cambio se non la minaccia di delocalizzare? No.

Quali interessi difende?

Per esempio, nel sistema bancario ha reso tutta una serie di istituti bancari italiani acquistabili da grandi banche internazionali.

Pensiamo all’ atteggiamento con il quale ha favorito aziende multinazionali come la Whirlpool, venute in Italia in teoria a risolvere i nostri problemi, mentre adesso invece licenziano le persone a migliaia.

Renzi risponde agli interessi nazionali, si o no?

https://www.youtube.com/watch?v=BCrX59lyg2k

Insomma, il renzismo si fonda su una montagna di contraddizioni. Le regionali serviranno a capire la temperatura del loro grado di maturazione e cioè se sono già pronte ad esplodere o ancora in fieri. Quando saranno mature, le forze con cui si è alleato per prendere il potere lo abbandoneranno e pugnaleranno alle spalle. Anche perchè sono da sempre le stesse. E sempre in tal modo si sono comportati, dal Gran Consiglio del fascismo che si incula Mussolini dopo averlo sempre appoggiato, sino a Craxi, Andreotti e lo stesso Silvio.

Silvio però può giocarsi un’ultima carta e restituire qualche sassolino accumulato: Italia Liberale con Francesca Pascale leader. Ma solo ed esclusivamente con la Pascale, una geniale anomalia dada-avanguardistica che andrà a raccogliere tutte le devianze trasversali escluse dall’apparato di potere parassitario bacchettonesco raccoltosi nel Partito Democratico.

Silvio lo può fare. Renzi conosce una sola zona del potere, quella del vento a favore, da sempre. Silvio al contrario sa anche cosa significhi subirlo, conosce il prezzo che si paga ad aver cercato di modificare i rapporti di forza. Questo fa di lui un vero leader, con una connessione sessuale con il suo popolo. Lo conosce nelle sue parti più intime. Ne è l’autobiografia. E Francesca Pascale ne è la sua più degna erede.

Soundtrack1:‘Vivere di conseguenza’, Verdena

Soundtrack2:‘Contro la ragione’, Verdena

Soundtrack3:‘Inno del perdersi’ Verdena

Soundtrack4:‘Going my way’, Paul Weller

Soundtrack5:‘577’, Motorpsycho

Soundtrack6:‘Barleycorn’, Motorpsycho

Soundtrack7:‘Rilievo’, Verdena

Soundtrack8:‘Diluvio’, Verdena

Soundtrack9:‘Puzzle’, Verdena

Soundtrack10:‘Pyre’, O.R.K

Post scriptum:

https://www.youtube.com/watch?v=hQrtyFvUA9c

 

 

Il coccodrillo come fa?

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Berlusconi teme la deriva autoritaria quando l’autoritario non è lui o, almeno, quando non è un suo amico. L’ex Cavaliere non ha torto nel denunciare lo squilibrio istituzionale che si va delineando, ma è certamente l’ultimo a poterne parlare: perché è complice di tutto quanto è avvenuto. E nulla sarebbe cambiato se il successore di Napolitano fosse stato eletto con una larga maggioranza, perché l’equilibrio di un sistema non può fare affidamento sul fatto che il Capo dello Stato non impazzisca improvvisamente.

Berlusconi ora si dice preoccupato dal quadro che risulta dalle riforme che dimezzano il numero di parlamentari e dalla legge elettorale che ne garantisce in larga parte la nomina. Tutto giusto, ma più ora denuncia il fatto e più manifesta la sua cattiva fede e la sua totale inaffidabilità. Il sistema che fin qui ha contribuito a impostare, tanto per fare un esempio, scongiura in modo assoluto che mai più l’elezione di un Presidente della Repubblica avrà bisogno della convergenza tra diverse forze politiche. Se per eleggere Mattarella il Pd ha avuto bisogno di qualche rinforzino, la prossima volta il partito egemone avrà – per definizione – i numeri per eleggere l’arbitro che preferisce senza alcun bisogno di condividere la scelta con altri. Per Berlusconi, che ora versa lacrime da coccodrillo, sarebbe stata in ogni caso – e a prescindere dai limiti anagrafici – l’ultima trattativa per il Colle. Se ne lamenta solo perché non sarà a lui a goderne.

Il due di coppe nuovo Presidente della Repubblica?

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La vittoria di Syriza in Grecia prenderà per un paio di giorni il sopravvento sulla politica italiana e quindi vedremo ad es. Il Foglio scrivere che il vero protagonista del successo greco e’ stato Renzi; Repubblica e Corriere punteranno tutto sul fatto che Tsipras dovrà fare un’alleanza con la destra come si è fatto in Italia altrimenti potrebbero arrivare dallo spazio gli alieni fascicomunazisti a squartare donne e bambini inermi; Il Giornale e Libero che stanno arrivando i cosacchi russi assetati di sangue e vendetta; ed infine qualche altra testata comincerà a fare interviste al supremo esempio di inconsistenza politica degli ultimi 30 anni, ovvero Bertinotti.

Attenzione perché gente tipo Bertinotti o Veltroni possono essere utilissimi in quanto si prende ciò che dicono e da lì a considerare l’opposto come giusto, fattibile, serio, reale, il passo non solo è breve ma anche facilissimo.

Ma vedrete che subito il tema dell’elezione del nuovo Presidente della Repubblica tornerà alla ribalta, toccando livelli eccelsi e stratosferici fino a qualche anno fa assolutamente inimmaginabili nemmeno sotto gli effetti drastici e sfavillanti di Lsd e derivati vari.

Pensate un po’, quella che fino a qualche mese/anno fa era (doveva essere) la figura più alta di garanzia e serietà istituzionale del paese, adesso sembra sia stata ridotta ai livelli del due di coppe quando la briscola è a spade. Questo è il prodotto di patti segreti tra personaggi oscuri, giochini di ruolo, sondaggi online, dichiarazioni esilaranti di leaders vari.

Lasciate perdere i manuali di diritto costituzionale, l’art. 87, la costituzione materiale, il Mortati o il Crisafulli, i lavori dell’assemblea dei padri costituenti. Il nuovo ruolo del Presidente della Repubblica italiana, Presidente del Csm e del Consiglio supremo di difesa nonché comandante delle forze armate, sembra essere divenuto quello di un funzionario senza autonomia di pensiero né decisionale piazzato lì in base ad un accordo gestito da Lotti e Verdini per realizzare due cose ben precise: 1)sciogliere le camere ed indire nuove elezioni quando Renzi lo vorrà e 2)non opporsi alla norma ‘Salva Silvio’.

Tutto ciò è meraviglioso. Per l’amor di Dio, niente da dire sulla ‘Salva Silvio’ o sul fatto che a Renzi serva un volto amico nelle sue mani per andare al voto quando conviene a lui. Il potere è il potere bellezza!, e questi giochetti ci sono, ci sono stati e sempre ci saranno.

Certo, la si poteva combinare un po’ meglio, preservare un minimo la forma o perlomeno un confine residuo per arginare l’accusa di una potenziale delegittimazione fattuale del nuovo Presidente.

Il prodotto di tutto ciò sarà un presidente della Repubblica bollato nell’immaginario della situazione italiana come ‘condizionato’ e non pienamente libero né pienamente garante di tutti e quindi niente affatto super partes.

Con l’accordo segreto del nazareno così com’è stato gestito, il nuovo presidente rischia di essere segnato alla nascita da un peccato originario e di dover per questo portarsi addosso per tutti i sette anni il marchio di essere stato piazzato lì come mero esecutore di volontà altrui o, peggio ancora, con in potenza la per lui necessità o l’orgoglio di volersi e doversi sottrarre da tale accusa e smarcarsi da tale confinamento.

Tutto ciò rende tale operazione politica un fallimento plateale dell’infantilizzazione che come un brand invincibile ed inarrestabile sta contagiando tutti i protagonisti della partita, in campo e fuori.

Per adesso, nell’attesa, concediamoci tutti quanti, in nome del popolo italiano, una bella partita a briscola.

Soundtrack1:‘Third day of a seven day of binge’, Marilyn Manson

Soundtrack2:‘Hai rotto il catso’, J-Ax

Soundtrack3:‘La favola di Adamo ed Eva- Lasciarsi un giorno a Roma – Salirò’, Fabi/Gazzè/Silvestri

Politici Primi (o il gioco delle frasi fatte)

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Avete presente quella puntata dei Simpson in cui, il giorno del matrimonio di Homer, nonno Abe lascia al figlio l’assurda ma provvidenziale raccomandazione di mai, mai e poi mai interferire con ciò che è intorno a lui nel caso dovesse viaggiare nel tempo? Beh, tempo fa uno dei miei colleghi qui a Libernazione mi diede un consiglio che potremmo ascrivere tra le perle di saggezza geniali ma ben poco utilizzabili nella quotidianità. Mi disse infatti che per capire se un opinionista contribuisce alla formazione di un pensiero critico basta prendere le sue frasi, numerarle, fare una selezione casuale (solo le frasi pari, la successione di Fibonacci, la Tetranacci…) e leggere quanto ne risulta. Se il discorso appare comunque logico e si comprende il messaggio, allora significa che l’opinionista usa frasi fatte, cioè inutili concetti spot del tutto adattabili in qualsiasi contesto.

L’idea in realtà risale a un articolo del 2009 di Noise from Amerika, che sperimentò il metodo su un articolo di Alberoni, con risultati significativi. Come si fa tra accademici, io stesso testai il metodo ripetendo l’esperimento su Alberoni, Gramellini, Severgnini, Rodotà (figlia), e Facci, tutti giornalisti o quasi. Anche nel mio caso i risultati furono soddisfacenti, e quindi quest’anno voglio provare ad alzare il tiro, rifacendo l’analisi sui discorsi dei politici.

Sappiamo benissimo che i politici usano frasi ad effetto quando parlano, visto che la loro funzione è di conquistare prima di spiegare, o analizzare, o criticare costruttivamente (cosa che ci si aspetta invece da un serio opinionista). Tuttavia non voglio – ma credo di trovarmi d’accordo con voi lettori – arrendermi ad una visione della retorica come puro sollazzo per mancati teleimbonitori, e per questo motivo eccovi il metodo applicato su alcuni monologhi o risposte rilasciate in televisione (senza altre persone in studio oltre all’intervistatore) dai principali politici italiani del momento: Salvini, Renzi, e un misterioso membro del M5S (il perché del mistero ve lo spiego dopo). Riporterò direttamente la sequenza di frasi selezionate, con un link che rimanda all’intervista. La serie matematica scelta è quella dei numeri primi; in altre parole, vi riporto soltanto la 2a, 3a, 5a, 7a, 11a, 13a (eccetera) frase della parte d’intervista selezionata. L’effetto è che per un discorso di 30 frasi, ne ho selezionate solo 10. In uno di 40, soltanto 12. Se prendeste un discorso accademico o un’analisi critica di un problema sociale non capireste nulla. Coi politici invece…

Piccola nota (poi partiamo, ve lo prometto). La complicazione nell’applicare il metodo alle interviste dei politici è che non si sa quando finiscono le frasi (non c’è effettiva punteggiatura). Lo ammetto, sono andato ad orecchio e ciò non vota alla scientificità dell’esperimento. Avevo chiesto a Capriccioli di usare i fondi di Libernazione per comprare un software per il riconoscimento vocale ma lui se l’era già speso in cibo per gatti.

Quindi! Pronti, partenza, via…

 

Matteo Salvini (prima parte dell’intervista a Porta a Porta, 12 novembre 2014, 34 frasi di cui 11 selezionate, cioè il 32% del discorso).

L’anno scorso seduto su questa poltrona mai mi sarei sognato di commentare una Lega al 10% / Stando ai sondaggi / C’è un centro destra fermo che io mi propongo di rilanciare da nord a sud perché non mi piace che ci sia qualcuno a casa che dice o Renzi o niente / E io dico che c’è un’alternativa più seria di Renzi. Non penso che i francesi siano impazziti / Ora per la prima volta gli italiani secondo un sondaggio europeo hanno capito in maggioranza che l’euro è un problema / Non è semplice, ci sono dei rischi / penso alla gran bretagna, sarà un caso che in nove paesi che crescono di meno al mondo hanno l’euro in tasca / Ma è una moneta tarata per il nord europa, per i tedeschi / tutta l’europa è disegnata su, sulle multinazionali, sulle banche. 

 

Matteo Renzi (parte a caso del monologo al convegno dei Giovani Democratici, minuto 11:00, 12 frasi su 39, il 31%).

Perché? / Perché? Adesso attraverso gli strumenti di comunicazione e tecnologia tu adesso puoi essere il padrone. / You. L’uomo dell’anno sei tu. /Non potete far finta di non vedere cosa sta accadendo in Libia / Che oggi vede situazioni diversificate / Quella che noi riteniamo periferia del mondo / Ecco perché in questo anno abbiamo scelto innanzitutto di stare in una grande famiglia europea / Non perché non ne vediamo i limiti / Come si combatte il terrorismo islamico? / “Non sono le bombe, sono le scuole, e l’educazione”. / Come fanno i nostri soldati in Afghanistan / A livello politico e diplomatico innanzitutto.

 

Il misterioso politico del M5S (44 frasi, 13 scelte, quasi il 30%). Qui la questione è seria, perché il metodo non solo vuole verificare il livello di frasi fatte all’interno del discorso, ma anche un’altra cosa. Quale? Voi leggetevi la selezione di frasi qui sotto, e fatevi un’idea. Più sotto – un bel po’ più sotto, così nello scrolling avete il tempo di riflettere – vi spiego la peculiarità della questione.

Adesso miriamo a vincere le elezioni europee con un programma di rottura che porterà in parlamento uno tsunami / Certamente esiste una differenza di trattamento riservato a Renzi e ad altri esponenti del potere costituito rispetto a noi / Ci siamo stati nella chiusura della campagna elettorale delle nazionali / Così anche la Bignardi, che gli ha dato quello spazio / Evidentemente è un po’ frustrato per il fatto che lui e la sua generazione di intellettuali non ha minimamente inciso sul bene collettivo / Grillo è così da trent’anni, io sono così anche da prima di questa esperienza/ Il punto è che con Grillo c’è un ottimo rapporto perché siamo due persone sincere / in rete funziona cosi / Io ho visto Grillo in giacca e cravatta, e io senza né giacca né cravatta / ma uno vale uno non significa che siamo tutti uguali / No assolutamente questo è un movimento postideologico che ha scelto di stare dalla parte delle persone oneste / però ci sono molto nostri colleghi, cito sempre Vincenzo Caso, della commissione bilancio, è lui che ha scoperto la presenza dei lobbisti nella commissione / Si ricorda quando parlava di Parmalat e tutti lo prendevano in giro e poi aveva ragione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ci siete ancora? Beh, il mistero è subito svelato. Il discorso appena letto è l’unione di due interviste, fatte rispettivamente da Di Maio (a Porta a Porta, pubblicata il 1 maggio 2014, 20 frasi) e Di Battista (rilasciata a Scanzi e pubblicata il 25 marzo 2014, 24 frasi). La selezione è avvenuta unendo tutte le frasi su Excel, elencandole per ordine alfabetico (cosa che faciliterebbe l’uscita di un discorso sconclusionato) e applicando la solita serie dei numeri primi. In particolare l’ordine è il seguente (Di Maio = DM, Di Battista = DB)

DM / DB / DM / DB / DB / DB / DM / DM / DB / DM / DB / DM / DB / DM

Vi erano sembrate la stessa persona? Ah, non guardate me, lo state dicendo voi, mica io!

Landini, non ci provare

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Non è chiaro se e quanto Landini si renda conto del danno che arreca ai lavoratori che rappresenta. Deve comunque trattarsi, se  ne ha contezza, di un danno inversamente proporzionale al vantaggio che immagina di ricavarne. In particolare, Landini ha chiaro che interpretare l’adesione a uno sciopero come l’equivalente perdita del consenso di un Governo non ha senso? Certo, in qualche misura è anche vero, ma a un sindacalista non dovrebbe minimamente importare.

Quella folla che si raccoglie andrebbe letta come la legittima contestazione a un provvedimento, anche a un’intera politica, ma nessuno autorizza Landini o altri a estrarne un sondaggio sulle intenzioni di voto degli italiani. Ma lui invece invita Renzi a guardare gli scioperanti raccolti e a comprendere di non avere il consenso della maggioranza degli italiani. E qual è lo scopo di un’affermazione del genere? Non è chiaro. Mentre è chiarissimo l’effetto che produce: far cadere le braccia a chi, come il sottoscritto, difende la legittimità delle manifestazioni pacifiche e la necessità di prestarvi ascolto.

Non creda infatti Landini che se qui non si risparmiano strali per chi formula l’abominio del divieto di sciopero per i dipendenti pubblici, altrettanto non si risparmiano cazziatoni a chi fa confusione tra tutela dei lavoratori e pressione sul consenso. Non creda che le sue dichiarazioni avventate siano l’antidoto alla minaccia reazionaria della precettazione. E non creda, insomma, che come ci guardiamo da Renzi non ci guardiamo da lui.

Cene eleganti 3.0

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La minoranza Pd sta utilizzando la fantomatica presenza di Buzzi alla cena di finanziamento del partito per attaccare Renzi. Come si usa nel caso degli #epicfail, potremmo commentare con un laconico “lo stai facendo nel modo sbagliato”. Potremmo, ma non abbiamo nulla di meglio da fare, quindi spiegheremo anche il perché la sinistra a vocazione minoritaria sta dando un’ulteriore dimostrazione della propria inadeguatezza al ruolo di opposizione interna.

il problema principale
non è infatti rappresentato da una presenza in qualche modo imbarazzante, come pare sia considerata quella di Buzzi, a una cena elettorale. Più “divertente” è invece rilevare come l’ospite ingombrante pare non risulti nella lista dei paganti. Sul punto sono state formulate diverse ipotesi: i mille euro di Buzzi mancano perché era un ospite di riguardo? Perché si è imbucato per scroccare l’allegra compagnia? Sono state versati da altri ma per suo conto? Oppure la sua quota è stata assorbita da quella di un finanziatore particolarmente prodigo che ha pagato per un intero tavolo se non per più?

La disattesa trasparenza sull’evento
, che in molti lamentano, non consente di approfondire. E quindi si procede nel campo delle ipotesi. E tra le varie quella del finanziatore di gruppo è certamente la più inquietante. Questo perché quella forma di finanziamento del partito, promossa non a integrazione ma in sostituzione di una tradizionale campagna di tesseramento, finirebbe così per avere oltre ai suoi peculiari difetti (la mancanza di partecipazione popolare), anche i peggiori che si attribuiscono, e non a torto, alla vecchia alternativa. Perché se nell’era di Bersani, per dire dell’ultimo leader del vecchio conio democratico, il partito era governato dai signori delle tessere che le acquistavano a interi pacchetti, ora si potrebbe affermare che il partito è finito nelle mani dei signori delle cene, che a pacchetti questa volta acquistano interi tavoli e relativi coperti.

E’ un aspetto importante, e che sfugge alla minoranza Pd perché il fenomeno – ancorché perpetuato in altre forme – risulta geneticamente familiare. Al punto che ora che potrebbero adoperare l’argomento contro l’avversario, neanche gli viene in mente. Non certo per coerenza, perché affatto l’hanno dimostrata in più occasioni, ma per assoluta e manifesta incapacità. Le cene eleganti 2.0, in definitiva, non possono essere considerate una stortura renziana, ma solo la riformulazione degenere di una pratica immutata al di là dei riti e delle giravolte della comunicazione. Ed è davvero insopportabile sentire i veri responsabili dell’ascesa di Renzi urlare come verginelle violate dal vassallo.

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Quirinale? Zitti e Muti

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Non è vero che è del tutto ininfluente chi va al Quirinale:  il supermandato di Napolitano sta lì a dimostrarlo in modo abbastanza chiaro. Ed è avendo ben presente questo che spunta il nome del direttore d’orchestra Riccardo Muti. A proporlo sarebbe stato Renzi, che avrebbe anche già incassato l’ok di Berlusconi e Salvini. Un pettegolezzo? Non sembra: a raccontarlo ai giornalisti è stato – secondo quanto riporta l’Huffington Post – proprio il figlio del maestro, che poi, interrogato in prima persona sul punto, non ha voluto smentire.

La strategia è perfetta, non c’è nulla da dire: un bel profilo da senatore a vita, rispettato in Italia e ancor più noto all’estero. E soprattutto politicamente innocuo. Del resto è difficile immaginare che un personaggino come Renzi possa lasciare che al Quirinale arrivi una personalità politicamente ingombrante: con Muti al Quirinale, il rottamatore rimarrebbe l’unico direttore d’orchestra. E a Berlusconi può bastare che non ci arrivi qualcuno che, se non disposto a concedergli la grazia, almeno non gliel’abbia giurata.
La prima carica dello Stato, ma caricata a salve. Un presidenzialismo a costituzione invariata con un Parlamento di nominati. E’ semplicemente perfetto: un’oligarchia dolce, una dittatura democratica, una supercazzola inebriante.

Ma i liberisti italiani sono scemi?

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Rinfacciare ai liberisti italiani, o a molti di quelli, di aver votato e sostenuto supinamente per più di vent’anni Berlusconi è indelicato. Però è necessario per capire un po’ meglio come ragionano. Certo, nessuno avrebbe mai avuto ragione di aspettarsi il contrario: che potevano fare, votare Prodi e Bertinotti? Certo che no. Votare i radicali? Dài, siamo seri per un attimo, poi dopo cazzeggiamo.

Il fatto è che Berlusconi ha per tutti questi anni ripetuto fino alla noia che i politici italiani, se fossero stati chiamati ad amministrare delle imprese, visti i risultati sarebbero stati tutti rimossi e mandati a casa. Un principio al quale i liberisti aderiscono spontaneamente e che include che anche il voto e il sostegno politico siano da considerare e affrontare come un investimento. E se è vero, come è possibile che i liberisti italiani abbiano investito tanto male, rischiando addirittura di finire nella mani di Salvini?

Certo, non è quello che accade, perché ora c’è Renzi che li garantisce ampiamente: ma quest’ultimo è il frutto degli investimenti sbagliati degli elettori di sinistra. E sia ben chiaro che si tratta di un incidente, o una fortuna (dipende dai punti di vista), che i liberisti non potevano in alcun modo prevedere e in virtù del quale non possono certo sentirsi assolti. Tanto è vero che partecipano anche di quell’altro investimento collettivo, nutrito da destra a sinistra, che ci ha fatto rischiare l’ipotesi concreta di un Grillo più ingombrante di quanto già sia.

Insomma, che non ci si potesse fidare di sindacalisti, frociaroli e costituzionalisti ci era stato stato spiegato. Non ci abbiamo creduto, d’accordo, ma ora nessuno può far finta di niente e cadere dalle nuvole. Però che anche i liberisti, oltre che un po’ stronzi, fossero anche scemi e inaffidabili, nessuno ce lo aveva detto, almeno non in questi termini e fino a questo punto.

In definitiva è meraviglioso notare come tutti abbiano avuto torto a dispetto delle proprie scelte, e ragione in forza degli incidenti degli altri. Sembra un disegno regolato, per quanto è folle (scie chimiche a parte, s’intende).

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