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Dove sono i complottisti quando si parla dei rom?

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A me, e credo non solo a me, pare che di questi tempi ci sia in giro una formidabile propensione al complottismo, che in alcune circostanze sembra essere diventata perfino un bisogno: a cominciare dall’allunaggio del ’69 e dall’11 settembre, passando per i vaccini e per l’AIDS, fino ad arrivare ai microchip, alle scie chimiche, ai segni nei campi di grano, ai piedi neri e chi più ne ha più ne metta.
Imperversa, insomma, una sorprendente e diffusa disponibilità a prendere per buone ricostruzioni dei fatti fondate su indizi opachi, argomentazioni oscure e prove contorte, a lasciar passare come se niente fosse vistose tautologie e marchiani vizi logici, a far finta di non vedere lacune di pensiero e di documentazione macroscopiche, pur di poter pronunciare almeno una volta la frase che ormai è diventata un mantra, prima ancora che uno slogan: tutto quello che sai è falso.
La cosa curiosa, però, è che quando una volta tanto il “complotto” si manifesta in modo evidente, ragionevole e direi quasi inconfutabile, si tende quasi sempre a rifiutarsi di vederlo: come se la condizione necessaria per rendere una cospirazione interessante non fosse tanto la sua effettiva sussistenza, quanto la fantasiosità degli elementi che la sostengono.
Prendete i rom, ad esempio.
I rom in Italia sono circa 170mila: vale a dire, grosso modo, lo 0,25% della popolazione. Cioè un manipolo di individui numericamente insignificante rispetto al totale: un numero che statisticamente parlando quasi non esiste.
Eppure ci fanno credere da decenni che questa manciata di persone, che tra l’altro non sono né potenti, né ricche, né proprietarie di chissà quali tecnologie all’avanguardia, ma perlopiù malmesse e disgraziate ben oltre i limiti della miseria e dell’indigenza, sia capace di tenere in scacco la sicurezza di un paese intero, al punto da poter essere etichettata addirittura come “emergenza”.
Dite la verità: a voi questo non pare singolare? Sì, dico a voi, che avete fatto dello scetticismo una specie di religione, che prestate orecchio alle teorie più astruse, che dubitate perfino dei vostri familiari più stretti mettendo in conto l’idea che possano essere stati sostituiti da extraterrestri o da infiltrati rettiliani. Non vi suona un tantino strano?
Evidentemente no.
Forse, tiro a indovinare, perché in questo caso le motivazioni della “cospirazione” non sono romanzesche e avvincenti come quelle che sembrano appassionarvi tanto: niente consorterie segrete che dominano il mondo, niente congiure planetarie ordite da personaggi misteriosi, niente laboratori sotterranei, niente piani diabolici, niente fantomatici scienziati.
Banalmente, una politica affamata di consenso, un sistema dell’informazione asservito a quella politica e il cortocircuito che ne scaturisce: i rom, che in realtà sono quattro gatti, diventano strumenti utilissimi a rastrellare voti sia per chi ne agita la pericolosità come se si trattasse di una specie di letale esercito fantasma, sia per chi gli si contrappone con motivazioni apparentemente opposte ma di fatto inefficaci.
Come se non bastasse, i risultati di questo “complotto” non sono collocati nella sfera dello sconosciuto o dell’immaginifico, ma sono proprio davanti ai nostri occhi, al punto che abbiamo potuto vederne tutti i risvolti concreti: mafia capitale, le intercettazioni, i fiumi di denaro pubblico che sono finiti nelle tasche di politici, faccendieri, titolari di cooperative, intermediari e papponi assortiti. Voglio dire: è un “complotto” che si spiega con ragioni pratiche, tangibili, documentate.
Niente.
Nonostante tutto, al contrario delle altre, questa “cospirazione” vi rifiutate di vederla.
Forse, come dicevo, perché è sostenuta da una cosa che si chiama realtà: e la realtà, come tutti sanno, è molto più noiosa della fiction.
No, dico, vogliamo mettere con le scie chimiche?

Tutti i detenuti italiani hanno il 41-bis

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La polemica, in soldoni, è la seguente: Piero Sansonetti scrive che il 41-bis a Carminati è una misura demagogica, giacché a suo dire non ci sarebbero gli estremi per applicarlo, e da più parti ci si stracciano le vesti e ci si indigna, come del resto è più che lecito aspettarsi in casi del genere.
Senonché, prima di entrare nel merito specifico della questione, sarebbe appena il caso di puntualizzare un paio di cose: il famoso (o famigerato) 41-bis è un articolo della legge sull’ordinamento penitenziario (L. 26 luglio 1975, n. 354) introdotto nel 1986 per disciplinare le situazioni di rivolta nelle carceri, e successivamente integrato dopo la strage di Capaci per ricomprendere i casi di associazione mafiosa e altre fattispecie di particolare pericolosità sociale.
In estrema sintesi, esso prevede che per i detenuti colpevoli di determinate tipologie di reati è possibile sospendere l’applicazione delle normali regole di trattamento, da cui la definizione di “carcere duro” con la quale l’istituto viene comunemente designato.
Ebbene, sapete qual è il punto? Il punto che nel nostro paese le “normali regole di trattamento” sono di fatto “sospese” per la stragrande maggioranza dei detenuti, peraltro senza che alcuna legge lo autorizzi: sono sospese le regole sullo spazio vitale minimo, sulla possibilità di accedere tempestivamente all’assistenza medica, sull’igiene, sulla qualità del cibo e perfino sulla sicurezza degli edifici.
Ne consegue che in Italia quasi tutti i detenuti, in un modo o nell’altro, sono materialmente soggetti a una specie di 41-bis, nella misura in cui non vengono loro applicate le regole che sarebbe obbligatorio applicare: circostanza, questa, che non alberga soltanto nella fantasia di qualche blogger scalmanato, ma è stata rilevata dalla stessa Corte Europea dei Diritti Umani.
Ergo: prima di contraddire Sansonetti sulla questione dell’applicabilità del 41-bis a Carminati sarebbe il caso di domandarsi se esista qualche motivo ragionevole per cui il “carcere duro” venga di fatto inflitto anche a tutti gli altri, rispondersi (evidentemente) di no e di conseguenza spendere qualche riga e qualche parola per sostenere la rimozione delle intollerabili condizioni cui sono sottoposti i detenuti di tutto il paese; posto che tali condizioni, tra l’altro, provocano effetti disastrosi sulla collettività, cosa che è assai agevole verificare dando un’occhiata ai terrificanti tassi di recidiva di chi esce dal carcere dopo aver scontato la pena.
Dopodiché, sul punto, quello che penso è che il dibattito sia fuori centro: qua non si tratta di stabilire se questo o quell’altro detenuto, che si chiami Carminati o Provenzano o Pluto, sia inquadrabile nella casistica del 41-bis; ma di chiedersi, una volta per tutte, se il 41-bis abbia un senso e un’utilità, perlomeno nel modo in cui viene applicato, o se si tratti (come a me pare) di una misura le cui finalità “punitive” superano di gran lunga le esigenze di ordine pubblico per le quali fu concepito; il che ci proietterebbe dritti dritti nel campo della tortura.
Ecco, mi piacerebbe questo: primo, che il “carcere duro” non fosse applicato (come di fatto avviene) a tutti, ma soltanto ai soggetti di cui a quel famoso (o famigerato) articolo di legge: e secondo, che anche per questi ultimi si potesse (finalmente) svolgere una discussione serena, non ideologica e “laica”.
Chiedo troppo?

Il “mondo di mezzo”, e il vostro sconcertante sconcerto

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Quello che mi sconcerta di più, alla fine della fiera, è il loro sconcerto.
Perché noi, noi radicali dico, in consiglio comunale ne abbiamo uno. Uno solo, da un anno e mezzo.
E vabbene, per dire, che quando si cresce alla scuola di Pannella si impara a “leggere” certi segnali in modo più attento, più intuitivo, più smaliziato degli altri: però, via, Magi è una persona assai intelligente, ma non è che sia un marziano, né che possegga un quoziente intellettivo triplo rispetto al resto dei politici italiani. Insomma, è una persona normale: con due braccia, due gambe e un solo cervello, come tutti gli altri.
Eppure, a quanto pare, di questa cloaca se n’era accorto solo lui: perché solo lui, fin dall’inizio, ha cercato di raccontarla.
Il che, sia chiaro, mi fa piacere, perché lavoriamo spalla a spalla da qualche anno, e ciò mi induce a pensare che tutto sommato lavoriamo bene; ma non può non condurmi, parallelamente, a una riflessione speculare: se se n’era accorto solo lui, significa che tutti gli altri non se n’erano accorti.
Nessuno, eh. Nessuno dei politici e dei giornalisti italiani e romani più navigati, più esperti, più pratici dei complicati meccanismi della politica locale.
Proprio nessuno. Perché nessuno ne aveva mai parlato, e adesso tutti si meravigliano.
Voi mi perdonate, vero, se questo lo trovo incredibile? Nell’accezione letterale del termine, dico, nel senso che proprio non ci credo?
Non credo, non posso credere a questo stupore, a questa meraviglia, a questo scandalo che sembra albergare in ogni dove. Come se quello che è successo fosse completamente ignoto a tutti, tra i non indagati, e apprenderlo li avesse colpiti con la forza devastante di un maglio.
E’ un fatto che definire strano sarebbe un eufemismo, e che potrebbe essere giustificato soltanto dalla deduzione di trovarci davanti a una massa di cretini di stupefacente -quella sì- portata.
Cosa che non è, perché è evidente che non lo è.
Ecco, continuo a leggere i particolari del “mondo di mezzo” e quello che trovo più sconcertante è proprio il loro sconcerto.
Sarà che siamo dei maliziosi, noi radicali.
Oppure, chissà, abbiamo un paio di cervelli a testa. E non ce n’eravamo mai accorti.

Tu chiamala se vuoi astensione

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Debbo fare una premessa importante: non sono, né ambisco a essere, un politologo.
Cionondimeno, giacché mi ostino a ritenermi un essere pensante, tutto ‘sto dibattito sull’astensione mi lascia parecchio perplesso.
Vedo di spiegarmi: con ogni evidenza il calo dell’affluenza alle urne, preso in sé e per sé, non è né una cosa positiva né una cosa negativa. Voglio dire: se per fare un’ipotesi di scuola dovessimo apprendere che non si sono recati a votare tutti quelli che alle tornate elettorali precedenti lo avevano fatto esclusivamente per ragioni di tipo clientelare, dovremmo salutare il boom dell’astensione come una delle notizie più entusiasmanti nella storia del paese; se viceversa dovessimo accertare che a disertare i seggi sono stati soprattutto gli altri, cioè quelli mossi dalla passione per la politica e per l’impegno civile, si tratterebbe di dover constatare la definitiva sconfitta della politica e la caduta del paese in un baratro dal quale non uscirà mai più.
Si tratta di due esempi accademici ed estremi, naturalmente, nessuno dei quali corrisponderà alla realtà dei fatti, ma che tuttavia mi sembrano utili a evidenziare il punto: commentare il fenomeno dell’astensione elettorale senza avere la minima idea di come sia composto non ha semplicemente alcun senso.
E noi, a quanto mi risulta, quell’idea non ce l’abbiamo. Neppure vaga. Non sappiamo chi siano, quelli che sono rimasti a casa, quanti anni abbiano, cosa avrebbero votato se fossero andati alle urne e perché. Non sappiamo come la pensino, che grado di istruzione abbiano, a che classe sociale appartengano. E non sappiamo quanti di questi, quanti di quelli e quanti di quegli altri.
Insomma, non sappiamo niente.
Epperò tutti commentano. Nessuno escluso. E si sa, quando si discute una cosa che nessuno conosce vale tutto, ma proprio tutto. L’astensione? Un dramma. No, un fatto trascurabile. No, una panacea. Una iattura. Un nostro trionfo. Una vostra disfatta. Il segno della nostra riscossa. L’emblema del vostro fallimento.
Commentano, e i giornali lo scrivono. Come se la cosa avesse un senso. Come se fosse minimamente significativa. Come se si trattasse di un argomento che davvero vale la pena di discutere, e non semplicemente tutto un pescare delle frasi dal buio e buttarle nel mezzo, visto che tanto nessuno può verificarle.
Ecco, io questo lo trovo inquietante.
Perché dà la misura di una propensione alla propaganda priva di sostanza divenuta ormai cronica, irreversibile, incancrenita: un teatrino elettorale permanente, nel quale ognuno dice la sua a proprio uso e consumo anche se (soprattutto se) non dispone di alcun elemento per farlo.
Questo, onestamente, mi pare davvero preoccupante.
Altro che l’astensione.

L’aborto negato, una questione di mala amministrazione

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Succede fin troppo spesso, nel nostro povero paese, che una certa condotta sia prevista obbligatoriamente dalla legge, ma siccome nessuno si perita di adottarla si invochi la necessità di un’altra legge che la preveda di nuovo, magari in modo più puntuale, più dettagliato, più stringente.
Prendete l’obiezione di coscienza sull’aborto, ad esempio. Come tutti sanno, essa è disciplinata dai primi 3 commi dell’art. 9 della Legge 194/1978, che recitano quanto segue:

Il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie non è tenuto a prendere parte alle procedure di cui agli articoli 5 e 7 ed agli interventi per l’interruzione della gravidanza quando sollevi obiezione di coscienza, con preventiva dichiarazione. La dichiarazione dell’obiettore deve essere comunicata al medico provinciale e, nel caso di personale dipendente dello ospedale o dalla casa di cura, anche al direttore sanitario, entro un mese dall’entrata in vigore della presente legge o dal conseguimento della abilitazione o dall’assunzione presso un ente tenuto a fornire prestazioni dirette alla interruzione della gravidanza o dalla stipulazione di una convenzione con enti previdenziali che comporti l’esecuzione di tali prestazioni.
L’obiezione può sempre essere revocata o venire proposta anche al di fuori dei termini di cui al precedente comma, ma in tale caso la dichiarazione produce effetto dopo un mese dalla sua presentazione al medico provinciale.
L’obiezione di coscienza esonera il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie dal compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione della gravidanza, e non dall’assistenza antecedente e conseguente all’intervento.

Sin qui nulla di nuovo.
Senonché, il successivo comma 4 del medesimo articolo stabilisce un principio molto importante:

Gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso ad assicurare lo espletamento delle procedure previste dall’articolo 7 e l’effettuazione degli interventi di interruzione della gravidanza richiesti secondo le modalità previste dagli articoli 5, 7 e 8. La regione ne controlla e garantisce l’attuazione anche attraverso la mobilità del personale.

Quindi: la legge 194 prevede il diritto all’obiezione di coscienza da parte dei ginecologi, ma al contempo precisa che esso non può pregiudicare la concreta possibilità che le donne accedano senza intoppi all’interruzione di gravidanza, e stabilisce chiaramente che ad assicurare questa condizione debbano essere le Regioni.
Ebbene, la domanda è: le Regioni sono adempienti rispetto a tale obbligo?
Mi pare chiaro ed evidente, se è vero che in certe zone del paese non è letteralmente possibile abortire al punto che per poterlo fare occorre sistematicamente “emigrare” in zone diverse, che molte Regioni non lo sono affatto. In barba a quanto prevede la legge.
Il che, in effetti, dovrebbe spostare sensibilmente il punto di vista che siamo abituati ad adottare sul fenomeno; perché qua, più che a un’epocale offensiva fondamentalista capitanata dal papa e dalle gerarchie ecclesiastiche sulla scorta di un grande dibattito sulla vita e sulla morte, siamo di fronte a una situazione di spessore assai più modesto: il solito, consueto, endemico malfunzionamento della pubblica amministrazione che affligge il nostro povero paese.
Si tratta di un problema che tutti conoscono fin troppo bene: giacché a tutti è capitato, prima o poi, di imbattersi nella situazione in cui lo Stato, le Regioni o i Comuni dovrebbero obbligatoriamente fare qualcosa, in base alle norme che essi stessi si sono dati, ma se ne strafottono alla grande e non la fanno, oppure la fanno in modo diverso; senza che ai cittadini sia possibile fare alcunché -salvo intraprendere epiche odissee giudiziarie riservate a una manciata di veri e propri eroi civili- per costringerli ad adempiere il proprio dovere.
In simili circostanze, che sarebbe inutile (e soprattutto troppo lungo) elencare puntualmente, gli enti pubblici si vengono a trovare nella condizione di veri e propri “fuorilegge”: e il guaio è che nel nostro paese ciò accade in modo pressoché sistematico, al punto che ormai tutti ci abbiamo fatto il callo e quasi nessuno se ne meraviglia più.
Ecco, a me pare che il problema dell’aborto negato a causa della cosiddetta “obiezione di coscienza selvaggia” stia quasi tutto qua: nella clamorosa e pervasiva inefficienza della nostra pubblica amministrazione, alla stessa stregua dei tempi geologici della giustizia, del malfunzionamento dei mezzi pubblici, delle città invase dalla mondezza e via discorrendo; e che il tentativo di “nobilitarlo” spostandolo su un piano più elevato, quello del grande dibattito ideale, sia un modo come un altro per ciurlare nel manico.
Come dicevo all’inizio, nel nostro povero paese succede fin troppo spesso che una certa condotta sia prevista obbligatoriamente dalla legge, ma siccome nessuno si degna di adottarla si invochi la necessità di un’altra legge che la preveda di nuovo.
Ebbene, ogni volta che succede io sono un tantino diffidente, perché so che molto probabilmente finché non si rimuovono le condizioni che hanno determinato il primo inadempimento anche la nuova legge verrà disattesa: ancorché più puntuale, più dettagliata, più stringente.
Quindi, tanto per tornare al merito della questione: facciamola pure, la norma che preveda con esattezza le quote di medici obiettori e di medici non obiettori per ciascun ospedale; ma cerchiamo di non illuderci, perché finché qualcuno non si deciderà a mettere le mani nella merda del nostro apparato pubblico, e a mettercele fin sopra i gomiti, probabilmente se ne strafotteranno allegramente anche di quella.
Poi non dite che non vi avevo avvisato, eh.

Quando le “fobie” sono gli alibi della politica

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Con tutto il rispetto che si deve alle vittime di omicidio, di qualunque sesso (presente e passato) esse siano, c’è un fatto che non mi è per niente chiaro: se, come mi par di capire, i numeri diffusi dal Transgender Europe’s Trans Murder Monitoring Project riguardano tutti gli omicidi di tutte le persone transessuali in tutto il mondo, è metodologicamente corretto affermare che tali numeri restituiscano la dimensione di una cosa che si chiama “transfobia”?
Voglio dire: stiamo parlando delle persone transessuali che sono state ammazzate proprio perché tali, nell’ambito di apposite spedizioni punitive organizzate da gruppi all’uopo organizzati o da individui che hanno dichiarato tale intendimento, oppure di omicidi avvenuti per ragioni e in contesti limitrofi ma sostanzialmente diversi?
Tanto per spiegarmi attraverso l’esempio più macroscopico: quante di quelle persone sono state uccise per ragioni legate in un modo o nell’altro al fatto che si prostituivano? Perché quelle vittime, a rigore, dovrebbero essere un capo d’imputazione per le legislazioni proibizioniste o abolizioniste dei vari paesi in tema di prostituzione, che relegano i lavoratori del sesso (transessuali o no) nelle strade alla mercè dei maniaci e dei rapinatori, o magari per l’inerzia di quei paesi nell’attività di contrasto della tratta di esseri umani, anziché costituire le prove di un presunto e diffuso “odio” specifico nei confronti di chi cambia sesso.
Badate, non lo dico per polemizzare gratuitamente, ma perché leggendo notizie del genere mi viene sempre un dubbio inquietante: non è che è molto più facile lagnarsi per una generica e in quanto tale impalpabile “transfobia”, da riferire a una massa indeterminata di soggetti ignoti, piuttosto che attribuire specifiche e stringenti responsabilità ai politici che non si assumono l’onere di governare certi fenomeni nel modo che sarebbe lecito aspettarsi?
Del resto non sarebbe un caso isolato: se è vero, com’è vero, che alle commosse celebrazioni di protesta contro la cosiddetta “omofobia” sono spesso presenti, talora in prima linea, gli stessi politici che si guardano dall’attribuire agli omosessuali i diritti che gli spetterebbero.
Ecco, il dubbio è questo: e inizia a diventare un dubbio ricorrente, perché mi assale sempre quando leggo una parola che finisce per “fobia”.

La pagliuzza della panda rossa e le travi del pd romano

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Se qualcuno di voi avesse una vaga idea (e magari qualcuno ce l’ha) di che razza di roba sia il PD romano, di fronte alla storia delle multe di Marino e all’indignazione che avrebbero suscitato nei suoi compagni di partito avrebbe la mia stessa, identica reazione: si scompiscerebbe, e di brutto, dalle risate.
Perché sarà pure vero che il buon Ignazio, sin qui, è stato abbondantemente deficitario rispetto a quanto sarebbe stato lecito aspettarsi: ma è vero anche (e direi soprattutto) che i vertici del suo partito nella capitale sono stati e continuano a essere protagonisti di situazioni che al confronto la Panda rossa è la scureggina di una zanzara in un campo di calcio.
Non so, vogliamo parlare della vicenda della Metro C, i cui costi sono lievitati negli anni da 3 a 6 miliardi senza che l’opera sia stata completata e senza che se ne conosca ancora il percorso definitivo? O magari, tanto per dirne un’altra, dell’amena consuetudine rispondente al nome di “manovrina d’aula”, grazie alla quale venivano distribuiti milioni di euro ad associazioni scelte direttamente dai consiglieri? Oppure dello scellerato sperpero di denaro pubblico perpetrato anno dopo anno con l’unico risultato di segregare i rom nei campi e nei lager dei centri d’accoglienza? O magari dell’ostruzionismo contro l’anagrafe pubblica dei rifiuti, dell’indifferenza nei confronti del muro” di Ostia e delle dinamiche letteralmente criminali che ne sono il presupposto, dell’arroganza con cui sono state sistematicamente ignorate e mai calendarizzate le delibere di iniziativa popolare, dei patetici equilibrismi per non dover affrontare temi come il testamento biologico o le unioni civili, degli affidamenti di appalti a fornitori esterni effettuati senza gara e senza bando, in barba a ogni normativa nazionale ed europea, dello spaventoso dissesto delle aziende municipalizzate come l’ATAC e l’AMA, ormai ridotte a vere e proprie riserve di caccia elettorale alla faccia dei cittadini e dei servizi cui avrebbero diritto?
Vogliamo parlare di questo, dico, o della Panda Rossa?
No, perché un fatto è sicuro: Ignazio Marino, sia pure in modo “timido”, il becco in queste schifezze ha cercato di mettercelo; e più di una volta, sia pure con la necessità di qualche “stimolo”, ce l’ha messo in modo efficace.
E allora, abbiate pazienza, quando ci si indigna per la Panda rossa, si chiede il “rimpasto” e si chiama il sindaco a riferire in aula non si può proprio fare a meno di rilevare che a volte, nella vita, si verificano delle strane, stranissime coincidenze.
Perché io un’idea -neppure tanto vaga- di che razza di roba sia il PD romano ce l’ho, e siccome ce l’ho non posso fare a meno a scompisciarmi dalle risate.
Per non piangere.

Gli zingari, e i numeri che potrebbero farvi cambiare idea

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Dopodiché, per fortuna, ci sono i numeri. E i numeri, come si dice parlano da soli.
A Roma, nel 2013, sono stati spesi 960 euro al mese a famiglia per il Villaggio della Solidarietà di Lombroso, 1.125 euro per il Villaggio della Solidarietà di Candoni, 1.130 euro per il Villaggio della Solidarietà di Gordiani, 1.490 euro per il Villaggio della Solidarietà della Cesarina, 1.750 euro per il Villaggio di Solidarietà di Camping River, 2.5250 euro per il Villaggio della Solidarietà di Castel Romano, 1.340 euro per il Villaggio della Solidarietà di Salone, 1.230 euro per il Villaggio di Solidarietà La Barbuta, 2.940 euro per il Centro di raccolta rom di via Salaria, 4.530 euro per il Centro di raccolta rom di via Amarilli, 3.090 euro per il Centro di raccolta rom Best House.
Ripeto: al mese, e a famiglia.
Un fiume di soldi sperperati per segregare, letteralmente, le persone in container malridotti, spesso riparati alla buona con materiale di risulta, per stiparle in spazi claustrofobici, senza areazione né luce, con servizi sanitari sotto il limite della decenza e senza cucine, per confinarli quasi sistematicamente in zone recintate e videosorvegliate, in cui bisogna comunicare il proprio numero (il numero, neanche il nome) ogni volta che si entra e che si esce, a chilometri di distanza dal negozio di alimentari, dall’ufficio postale, dalla farmacia più vicini.
Un fiume dei soldi per gestire dei lager.
Ebbene, secondo voi questo sistema funziona? Secondo voi, come dire, aiuta la cosiddetta integrazione? E’ di qualche utilità per la sicurezza collettiva?
E non ricominciamo, per favore, con la tiritera che i rom “non vogliono integrarsi”: sarà una vostra sensazione, ed in quanto tale è rispettabile. Ma via, dite la verità: voi “vi integrereste” se viveste in condizioni simili? Sul serio? Ne siete certi? Riuscite a immaginare, sia pure lontanamente, cosa significhi campare così?
Ebbene, la realtà, quella dei numeri e della cronaca, dice che no, non funziona. Non funziona per niente.
In compenso costa. Costa carissimo, ben più di quanto costerebbe prendere le mille famiglie di rom, sinti e camminanti che vivono a Roma e pagare loro, a ciascuna di loro, una casa: un posto dignitoso in cui vivere, per levarsi di dosso il lezzo del sovraffollamento e potersi fare, finalmente, una doccia o una cacata in grazia di dio; un posto ragionevolmente vicino ai servizi essenziali, in modo che operazioni banali come fare la spesa, andare a scuola, comprare l’aspirina, pagare una bolletta o cercarsi un lavoro non si trasformino in epici attraversamenti di niente suburbano; un posto senza filo spinato, telecamere, recinzioni. Un posto che non sia peggio di una galera.
Aiuterebbe, sapete? Aiuterebbe a “volersi integrare“, per usare un’espressione che a quanto pare vi piace da morire.
E perdipiù sarebbe (lo dico a voi che blaterate “la casa prima agli italiani” e non sapete quello che dite) a costo zero: anzi, rispetto a quello che si spende adesso sarebbe perfino un risparmio.
So bene che certi pregiudizi sono duri a morire. Che magari certe cose nessuno ve le ha mai raccontate. Che trovarsi a cambiare così, su due piedi, la prospettiva che si è avuta per decenni può essere complicato.
Però pensateci. Con calma. Date un’occhiata a quei numeri e rifletteteci un po’.
Nella vita si può anche cambiare idea, sapete?

Il carcere più utile è quello che non c’è

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Non è, vedete, soltanto una questione di dignità dei carcerati. Voglio dire, è evidente che la dignità da sola dovrebbe bastare e avanzare, ma la realtà è che c’è molto, molto di più.
C’è che sarebbe opportuno domandarsi che senso abbia, l’istituzione carceraria, e dopo aver risposto alla domanda trarre le conseguenze del caso.
Ad esempio, è di tutta evidenza che la prigione non serva semplicemente a tenere “separate” le persone che ci finiscono dentro in modo che non possano nuocere al prossimo: cosa che del resto non avrebbe molto senso, dal momento che nella maggior parte dei casi si tratterebbe di una separazione temporanea (tanto per dire, un terzo dei detenuti si trova in carcere per scontare una pena inferiore a tre anni) che non risolverebbe il problema, ma lo riproporrebbe tale e quale, se non in modo peggiore, a scadenze periodiche.
Insomma, mi pare chiaro che debba esserci di più.
Quel di più risponde al nome di “rieducazione” dei detenuti: che detta così pare una roba teorica, buonista e utopistica, ma che in realtà coincide esattamente con il concetto (assai più arido e concreto) di “abbassamento del tasso di recidiva“.
Il carcere, in effetti, dovrebbe servire soprattutto a fare in modo che chi ci entra una volta non debba tornarci più, vale a dire che scontata la pena non si trovi a delinquere di nuovo: a tutto beneficio della collettività, se preferite vederla così, prima ancora che dei diretti interessati.
Ebbene, esiste un sistema per fare in modo che il tasso di recidiva si abbassi?
A quanto pare sì. Se è vero (com’è effettivamente vero) che la media nazionale dei detenuti che una volta usciti tornano a delinquere si attesta tra il 60% e il 70%, mentre in taluni casi particolari precipita a percentuali inferiori al 20%.
Ragion per cui la domanda che dobbiamo porci mi pare la seguente: cosa succederà mai in questi carceri così “speciali”?
Succede, e per saperlo basta leggiucchiare un po’ in giro, che le condizioni di vita dei detenuti sono decisamente migliori rispetto a quelle delle altre prigioni, che vengono implementati percorsi di studio e di inserimento professionale, che viene consentito, ed anzi promosso, il lavoro all’esterno del carcere, spesso e volentieri senza l’utilizzo di strumenti di controllo come i braccialetti elettronici ma sulla base di un rapporto sostanzialmente fiduciario.
Ebbene, sta di fatto che su dieci detenuti che escono da istituti del genere otto non ci tornano più, cioè non commettono più reati; mentre per ogni dieci carcerati che escono dalle prigioni “tradizionali” (quelle col sovraffollamento, la sporcizia, le celle chiuse a chiave, le docce razionate e l’ora d’aria quando va bene, per capirci) sei o sette ricominciano a delinquere appena escono.
E poco importa, dati alla mano, che di quando in quando dalle “carceri modello” qualcuno se la dia a gambe approfittando della fiducia che gli è stata concessa, perché il risultato complessivo è comunque incomparabilmente migliore rispetto a quello conseguito nelle prigioni di tipo “medievale”.
La conclusione? Il carcere è tanto più utile quanto più viene superato: al punto da suggerire l’idea che la detenzione dispiegherebbe la massima utilità laddove, in ogni occasione possibile, venisse addirittura abrogata del tutto.
Badate: sto parlando di utilità e sicurezza collettiva, non solo di dignità dei carcerati.
Anche se la dignità, da sola, dovrebbe bastare e avanzare.

Cucchi, la rabbia, lo stato di diritto

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Mi sono occupato del caso Cucchi, con grande trasporto e talora con rabbia, fin da quando la notizia fu pubblicata per la primissima volta: quindi, come dire, sulla vicenda dovrei potermi concedere il lusso di essere considerato “al di sopra di ogni sospetto”.
Eppure provo un certo disagio nel leggere in giro, dopo le assoluzioni della sentenza d’appello, decine e decine di commenti indignati e sarcastici del tipo “allora non è stato nessuno”, “chi sarà mai stato”, “nessun colpevole”: come se il fatto indubitabile che esista una vittima, unico elemento certo della vicenda, autorizzasse chiunque a farsi girare i coglioni perché quelle persone, voglio dire le specifiche persone investite dalla sentenza, non sono state riconosciute colpevoli di quel delitto, sia pure per insufficienza di prove: e quindi come se per quel crimine non soltanto fosse necessario trovare i colpevoli, ma finisse per diventare sufficiente, pur di placare la nostra ira, che fossero trovati dei colpevoli qualsiasi, purchessia.
Ebbene, delle due l’una: o chi si lamenta dispone di elementi nuovi e certi per affermare che in realtà quelle persone, proprio quelle là, avrebbero dovuto essere condannate e invece sono state assolte, nel qual caso è pregato di tirarli fuori; oppure le lagnanze che costoro mettono in scena, nel modo in cui vengono formulate, altro non sono che invocazioni alla sospensione dello stato di diritto: una sospensione tragicamente, e solo in apparenza paradossalmente, analoga a quella che ha portato alla morte di Cucchi.
Dice: ma dopo le dichiarazioni (agghiaccianti, ma questo è un altro paio di maniche) del SAP sorge il sospetto che siano state inquinate le prove e protetti in modo omertoso i responsabili. Ed è vero. Sorge, eccome se sorge. Ma i sospetti, in uno stato di diritto, debbono essere dimostrati. Altrimenti restano tali: e in quanto tali non sono sufficienti per condannare nessuno. Per fortuna.
Dice: tu stai facendo il garantista “col culo degli altri”. Vorrei vederti, se fossi il fratello di Cucchi. Ed è vero pure questo: se fossi il fratello di Cucchi sarei furibondo, e magari mi balenerebbe in testa un giorno sì e l’altro pure l’idea balzana di farmi giustizia da solo. Senonché, la notizia che debbo darvi è che la legge e lo stato di diritto sono stati inventati apposta per poter ragionare, come dite voi, “col culo degli altri”; perché essere liberi di dar retta al proprio spalanca la strada ai linciaggi, alle vendette trasversali, alle faide, ai pestaggi fondati sugli indizi e alle esecuzioni senza prove. In una parola, al caos. All’assenza di regole e certezze. All’apoteosi incontrollabile dei casi Cucchi, declinati in tutte le salse e ambientati nelle location più disparate.
Di un paio di cose possiamo, e dobbiamo, essere certi: la responsabilità penale è personale. La responsabilità penale viene stabilita dai tribunali.
Mettere in discussione questi capisaldi a colpi di rabbia equivale, che vi piaccia o no, a indebolire ulteriormente lo stato di diritto: vale a dire il sistema che è stato concepito apposta per scongiurare che uno qualunque entri in carcere vivo e ne esca misteriosamente morto.
Se vogliamo che non accada più, se vogliamo che si faccia luce su quanto è successo, teniamo la testa a posto: e diamogli una mano, allo stato di diritto. Non un’altra spinta verso il baratro.
Non lo dico per minimizzare: ma proprio perché la vicenda di Stefano Cucchi, e di tutti gli altri cui sono capitate analoghe tragedie, mi sta particolarmente, e drammaticamente, a cuore.

Volete davvero uno Stato così?

in società by

Vediamo di spiegarci, ché la questione sarà pure delicata, ma non per questo si deve evitare di discuterne.
Dalle nostre parti è opinione diffusa che lo Stato (con la esse maiuscola) abbia il compito di “proteggere” i cittadini da se stessi: a mero titolo di esempio obbligandoli a indossare le cinture di sicurezza o il casco, adottando regimi proibizionisti sulle droghe, scoraggiando il fumo di sigaretta (anche al di là della tutela dei fumatori passivi, che è argomento diverso) e penalizzando le slot machine, che a quanto pare provocano dipendenza patologica.
Già a questo punto un numero non indifferente di individui (tra cui lo scrivente) potrebbe storcere la bocca: perché mai non dovrei poter decidere per conto mio se e come ammazzarmi, qualora desideri farlo? Voglio dire: data per scontata la mia capacità di intendere e volere saranno pure affari miei, se accetto il rischio di spaccarmi la testa sullo scooter o di riempirmi i polmoni di catrame, sbaglio?
Sbagli, dicono loro: ma lo dicono passando per due strade diverse, su cui varrà la pena di soffermarsi qualche secondo.
Sbagli, dicono alcuni, perché secondo me è giusto che lo Stato svolga nei confronti dei cittadini un ruolo di guida e di protezione, promuovendo gli stili di vita che a suo parere ritiene migliori per loro e penalizzando gli altri.
Ebbene, per quanto mi riguarda con costoro il discorso si potrebbe chiudere ancora prima di iniziarlo: io non lo voglio, uno Stato così. Non lo voglio, non lo sopporto, lo fuggo come la peste: giacché non tollero che nessuno (e tantomeno lo Stato, che in qualche modo equivale a dire tutti gli altri) si intrometta nelle mie scelte, le valuti, le giudichi e cerchi di orientarle come pare a lui. Se questa fosse l’unica eccezione, insomma, non soltanto non indosserei la cintura di sicurezza, ma farei di tale rifiuto l’oggetto di una quotidiana attività di disobbedienza civile, andandomene in giro con un cartello con su scritto “io non la metto” e costringendo i vigili urbani a verbalizzare un’infrazione al giorno, finché qualcuno non mi dà retta, inizia a fare come me e alla fine, per disperazione, cambiano la legge.
Senonché, ci sono gli anche gli altri. Quelli che ti dicono che sbagli perché la tua decisione di autodanneggiarti riguarda soltanto te stesso solo in apparenza, ma in realtà impatta anche sul prossimo: perché se sfondi il parabrezza con la testa bisognerà curarti, se ti fai di eroina occorrerà disintossicarti e se ti fai due pacchetti di Marlboro al giorno prima o poi sarai ricoverato, col non indifferente particolare che il costo di queste attività sarà a carico di tutti.
L’obiezione, in effetti, è molto più pertinente della precedente. Ma secondo me, allo stesso tempo, è scivolosissima.
Perché se si dà per buono il principio in base al quale debbono essere scoraggiati i comportamenti individuali potenzialmente suscettibili di danneggiare la collettività, principio estremamente razionale, occorrerebbe perlomeno sforzarsi di compilare l’elenco di quei comportamenti con altrettanta razionalità.
E’ ormai dimostrato, ad esempio, che mangiare schifezze fa male alla salute: come mai, se tanto mi dà tanto, lo Stato non defiscalizza le coltivazioni e gli allevamenti biologici e non carica di accise la valanga di junk food pieno zeppo di grassi idrogenati che invade i nostri supermercati? Come mai, nonostante sia noto che condurre una vita sedentaria è letale per il sistema cardiovascolare, non si obbligano le persone a fare attività fisica? Come mai, visto che sono altrettanto acclarati i danni sul sistema nervoso degli eccessivi carichi di stress, lo Stato non proibisce che si lavori quattordici ore al giorno?
Badate, non si tratta di circostanze marginali: sto parlando di roba che produce ogni anno (proprio come il fumo e gli incidenti stradali) decine di migliaia di malati, anch’essi costosissimi per la collettività, e li produce sulla scorta di scelte di vita individuali, proprio come quella di fumare o non mettere la cintura. Per non dire che mi sono limitato ai primi tre esempi che mi sono venuti in mente: credetemi, avrei potuto continuare a lungo, addentrandomi capillarmente in particolari della vita delle persone che manco ve li immaginate.
Quindi: se voi non volete pagare la mia terapia quando il fumo mi si mangerà i polmoni, perché mai dovrei tirare fuori dei soldi per curarvi se lo stomaco vi si ribellerà per le merendine di cui non potete fare a meno di ingozzarvi, o il cuore vi cederà perché non avete voglia di alzare il culo dalla poltrona, o uscirete di testa perché avete la fissazione di fare carriera?
Dice: ma che c’entra, sei il solito fabbricatore di paradossi.
Mica vero. E’ solo che non guardo, come invece succede ad alcuni, solo quello che mi fa comodo guardare. Cerco, per quanto posso, di guardare tutto, dopo averlo guardato mi permetto di indicarvelo e poi, se me lo consentite, vi domando: siete davvero sicuri, che vi piaccia uno Stato così?

Quindi i rom vanno eliminati fisicamente

in società by

Io non ho alcun motivo di dubitare che gli episodi lamentati dai cittadini di Borgaro siano tutti -drammaticamente- veri; piuttosto, ho più di qualche motivo per farmi una domanda semplice: perché questi episodi accadono?
Ecco, quando si arriva ai perché cominciano i guai: i rom non si vogliono integrare, è la loro cultura, sono fatti così, sono geneticamente delinquenti, non c’è niente da fare.
Sono questi, i perché più “gettonati” delle persone; e a loro, prima che ad altri, verrebbe da chiedere: a prescindere dai problemi innegabili che, data la situazione attuale, questa gente vi provoca, su quali basi vi siete dati queste risposte? Voglio dire: ci sono degli studi in merito? Esistono delle evidenze, anche lontanamente scientifiche, che le cose stiano davvero in questo modo?
Naturalmente no. Non ce ne sono e non ce n’è neppure bisogno, perché tanto “si sa che è così”.
Quelle risposte, cioè, altro non sono che la constatazione dell’esistente: sono comprensibili perché nascono dal disappunto, dal disagio e dalla rabbia, ma la verità è che non vanno a fondo, non spiegano proprio un bel niente, a meno di non voler decidere che sia tornato improvvisamente ragionevole parlare di razze, di predisposizioni genetiche al crimine, di superiorità e inferiorità declinate su basi etniche e compagnia cantando: roba che appena qualche anno fa ha provocato conseguenze che in questa, e in qualsiasi altra sede, sarebbe mortificante dover ricordare puntualmente.
Ebbene, che certe “non risposte” se le dia la gente, che tra l’altro ha i suoi bei problemi per campare, passi.
Ma che la stessa, identica analisi provenga da chi i fenomeni dovrebbe governarli, vale a dire chiedersene le ragioni vere e cercare di risolverle alla radice, lo trovo assai meno accettabile.
In altri termini e per essere chiaro: ritengo che istituire autobus separati per i rom, a Torino così come in qualunque altro posto, non già come misura emergenziale finalizzata a guadagnare il tempo per implementare le necessarie politiche di inclusione, ma ritenendo che quegli autobus siano essi stessi la soluzione del problema, è letteralmente irresponsabile.
Perché il problema, già lo sappiamo, si inasprirà: così come si è sempre inasprito -e la storia parla fin troppo chiaro- ogni volta che la risposta della politica è stata la segregazione.
Ora, gettando lo sguardo qualche metro, qualche anno in avanti, cosa c’è all’orizzonte dopo i campi e dopo la separazione dei bus? Dove credete che conduca, questa spirale, se non all’unico esito possibile dell’esclusione definitiva, della deportazione, dell’eliminazione fisica? Ve ne rendete conto, sì, che è questo il finale ineludibile che state fabbricando?
Be’, allora abbiate se non altro la franchezza di dirlo: sostenere che i rom non possono essere integrati significa affermare, alla lunga, che vanno eliminati. Oppure estinti sottraendo loro i figli e affidandoli ad altri, che poi è un altro modo per ottenere lo stesso risultato: sopprimere del tutto un’etnia perché si è convinti che sia irrimediabilmente “tarata” in ragione di insuperabili questioni genetiche.
Coraggio, ditelo. Non siate timidi.
Poi, con calma, io vi dirò chi mi ricordate.

Le facce degli innocenti

in giornalismo by

Seguo assai di rado la cronaca nera, e quando mi succede lo faccio con una certa distrazione: per dire, ci sono casi recenti, anche famosi, dei quali non ho mai saputo pressoché niente, al punto che di tanto in tanto devo farmeli riassumere da qualcuno; spesso più di una volta, suscitando una certa ilarità, giacché tendo inesorabilmente a dimenticare nomi, dinamiche, particolari.
Eppure qualche minuto fa, per caso, sono stato folgorato da una consapevolezza improvvisa: io conosco la faccia di Bossetti.
Voglio dire: ho preso coscienza del fatto che se qualcuno venisse da me -come in effetti mi è appena accaduto- e per qualche ragione imponderabile, magari all’interno di un discorso che non c’entra niente, pronunciasse quel nome, io lo assocerei immediatamente, e automaticamente, alle fattezze che gli corrispondono.
Ebbene, debbo dedurre che nelle ultime settimane l’esposizione mediatica di questo tizio sia stata gigantesca, se è riuscita a imprimere il suo volto perfino nella mente di uno come me, che del caso Yara non ho mai letto una riga.
Infatti, riflettendoci, ricordo distintamente di aver visto da qualche parte (forse in tv) l’immagine di Bossetti in manette, anche se non mi sovviene né quando, né dove; e poi ricordo foto, tante foto: foto di fronte, di profilo, a figura intera, primi piani e immagini sgranate catturate da un obiettivo lontano.
E ho come la sensazione che la parte incontrollabile del mio sistema nervoso, mio malgrado, abbia già piazzato quelle immagini nella casellina che si intitola “colpevole”, o “assassino”, o “mostro”; mio malgrado, dico, perché razionalmente di Bossetti non penso un bel niente: eppure sono sicuro che se dovessi incontrare un tizio con le sue sembianze di notte, in un posto isolato, sarei istintivamente percorso da un brivido di paura.
Questo, onestamente, non mi piace.
Anzi, per dirla tutta, mi atterrisce: perché mi rendo conto di aver maturato una sorta di pregiudizio automatico nei confronti di un tizio che non conosco, senza aver letto neppure una riga su quanto gli viene attribuito.
L’esposizione mediatica di Bossetti, dicevo, dev’essere stata enorme, per aver piantato quello sgradevole chiodo nella testa mia e di chissà quanti altri.
Ora, il punto è che un’esposizione mediatica enorme in relazione a un caso di omicidio finisce per diventare “orientata” in sé e per sé, anche se viene presentata nel modo più “neutro” possibile: voglio dire, basta mostrare quella faccia a ripetizione, a prescindere da quello che si scrive nei titoli, nelle didascalie e negli articoli, per ottenere l’effetto; un effetto duro a morire in quanto inconsapevole, profondo, subliminale.
Io credo che questo, al di là degli agghiaccianti effetti collaterali che pure produce, sia semplicemente ingiusto.
A prescindere dal fatto che Bossetti, se e quando succederà, venga assolto o condannato; a prescindere dalla vittima e dai suoi familiari, dal rispetto che si deve loro e che nessuno mette in discussione.
E’ ingiusto, e tanto basta.
Quindi, a malincuore e per quello che vale detto da me, credo sia necessario ripeterlo, ché in uno stato di diritto la questione è cruciale: oggi Bossetti è innocente.
E tale resterà finché un tribunale della Repubblica non l’avrà dichiarato colpevole.
Mi piacerebbe tanto che fino a quel momento, per lui e per tutti gli altri come lui, nessuno mi incasinasse il cervello ficcandoci dentro per forza immagini che neppure ho mai richiesto.

Quanto ci costa discriminare i rom

in politica by

Oggi, se non vi dispiace, vorrei dedicarmi per qualche riga all’aritmetica.
Allora, Riccardo Magi ci spiega che attualmente a Roma ci sono circa ottomila rom, corrispondenti grosso modo a mille famiglie.
Queste ottomila persone sono distribuite in 7 “villaggi attrezzati” (4.200 persone), 8 “campi tollerati” (1.300 persone), 3 “centri di raccolta” (700 persone) e circa 100 “insediamenti informali” (le restanti 1.800 persone).
Ebbene, dovete sapere (e qua potete verificarlo) che nel solo 2013 i villaggi attrezzati (altrimenti detti “villaggi della solidarietà”) sono costati ai cittadini circa 16 milioni di euro, i centri di raccolta altri 6,5 milioni e le azioni di sgombero dai campi tollerati e dagli insediamenti informali un altro milione e mezzo.
Fanno, se l’aritmetica non è un’opinione, 24 milioni di euro tondi tondi. Ripeto: soltanto nel 2013.
Ebbene, 24 milioni diviso mille fa circa 24mila. Il che significa che una politica consistente nel segregare tutte le famiglie rom in condizioni igieniche vergognose e in spazi inadeguati, o sgomberarle dai posti in cui si trovavano per portarle altrove, non è per niente gratis: anzi, è costata ai cittadini romani circa 24mila euro per famiglia.
Con 24mila euro l’anno, tanto per fare il primo esempio che verrebbe in mente a chiunque, si potrebbe pagare l’affitto di una signora casa: una casa probabilmente idonea ad accogliere una famiglia numerosa (otto persone in media), specie in una zona periferica.
A questo punto la domanda è la seguente: per quali oscure ragioni si preferisce spendere i soldi dei cittadini in questo modo, anziché dar corso a una politica dell’inclusione seria? Voglio dire: perché buttare dalla finestra tutti questi soldi per mantenere i rom in condizioni letteralmente disumane (cosa che, ne converrete, non incentiva certo il percorso verso la cosiddetta “integrazione” e la conseguente “normalizzazione del fenomeno”) anziché impiegarli in modo non soltanto più “umano”, ma soprattutto più efficace e razionale?
La risposta è semplicissima: perché la situazione attuale conviene a tutti.
Conviene a chi si aggiudica gli appalti milionari per la gestione dei servizi nei campi e conviene a chi, stante la situazione di perenne “emergenza”, può allegramente continuare a buttare benzina sul fuoco della “sicurezza”, tenendosi così ben stretto il suo patrimonio elettorale.
Ecco, nel mezzo ci sono i rom.
I rom dileggiati, insultati e maledetti, metà dei quali sono perfino cittadini italiani, che semplicemente con la loro esistenza (e con la vita di merda che sono costretti a fare) arricchiscono di denaro e di consenso la destra, il centro e la sinistra.
I rom contro i quali ci si scaglia con rabbia, astio e violenza, quelli che “non vogliono integrarsi” e che “le case prima agli italiani”; mentre la verità è che integrare i rom non conviene a nessuno, e i soldi di questa fantomatica casa che bisognerebbe dare prima agli altri li stiamo già spendendo, impunemente, anno dopo anno: roba che a quest’ora avremmo potuto dargli dei palazzi, a loro e a tutti gli altri.
Ecco, questa è l’aritmetica: questi, come si dice, sono i numeri.
Il resto sono chiacchiere, per quanto drammatiche.
E come tutte le chiacchiere il vento se le porta.

Il popolo? Che si fotta

in politica by

E’ passato un anno, un anno esatto dopodomani, da quando la legge di iniziativa popolare sull’eutanasia legale promossa dall’Associazione Luca Coscioni fu depositata alla Camera, corredata da 67mila firme a fronte delle 50mila richieste dalla legge.
Ebbene, pensate che i nostri amici che siedono in parlamento l’abbiano dibattuta? O perlomeno che l’abbiano calendarizzata?
Manco per niente. Come non ricevuta.
Voi mi direte: c’è altro in agenda, l’argomento non è urgente e con questi chiari di luna non si può dar retta a tutti.
Ma davvero ve la sentite di dire che è marginale, una questione che riguarda la vita e la morte di migliaia di persone? E poi, quand’anche fosse marginale, non ci sarebbe proprio stato il tempo di parlarne, accanto alle questioni più “importanti”? Neppure una conferenzina stampa di cinque (dicasi cinque) minuti per dire “ehi, pazientate un attimo, abbiamo ricevuto la proposta e appena abbiamo un momento ce ne occupiamo”?
Ma soprattutto: in un’epoca in cui ci si riempie la bocca di espressioni come “iniziativa popolare”, “politica dal basso” e “democrazia diretta”, possibile che una proposta di legge che viene dai cittadini venga ignorata in questo modo? Dobbiamo desumere che un’iniziativa sia “popolare” e si debba rispettarla come tale solo se si esercita cliccando qualche secondo su un sito, mentre non vale più niente quando viene portata avanti a norma di legge, andando in mezzo alla strada e facendosi il culo per raccogliere le firme?
Io, da parte mia, un sospetto ce l’ho.
Secondo me non vogliono parlarne, di questa roba. Perché parlarne li costringerebbe da un lato a sbilanciarsi, a dire come la pensano, magari scontentando qualcuno che sarebbe il caso di tenere buono e calmo; e dall’altro a verificare in modo non più contestabile che il “paese”, il famoso “paese” che viene citato ogni tre minuti quando citarlo non costa nulla, su questi temi è molto più avanti di loro. E chiede loro una risposta.
Gli fa paura, parlare di eutanasia. Una paura fottuta. E allora, semplicemente, tacciono: ignorando allegramente le (tante, tantissime) persone che vorrebbero disporre della propria esistenza da esseri umani liberi, come si converrebbe in uno stato di diritto, e fregandosene altrettanto allegramente del “popolo” che chiede loro di pronunciarsi.
Quel popolo, oggi, non serve. Anzi, a dirla tutta infastidisce, imbarazza, fa paura.
Che si fotta.

Mai una cazzata?

in società by

Ci vorrà tempo per capire con esattezza la dinamica della morte di Davide Bifolco: ce ne vorrà, e io non ho la minima intenzione di precorrerlo.
Però mentre leggevo per cercare di capirne di più mi è venuta in mente una cosa: non ricordo, a memoria, un solo episodio nel quale quelli delle forze dell’ordine abbiano convocato una conferenza stampa, si siano presentati col capo chino e abbiano detto “ci dispiace, stavolta abbiamo fatto un errore madornale e non abbiamo scusanti”.
Ripeto: non so se sia questo il caso, e magari verrà fuori che non lo è.
Però, diosanto, una volta o l’altra questi l’avranno fatta pur fatta una cazzata ingiustificabile, no? Una, dico, in mezzo a una selva di episodi controversi, di supposti insabbiamenti, di polemiche prima, durante e dopo i processi, di applausi postumi e di rivendicazioni a metà tra il politico e il corporativo.
No, pare di no. A sentire loro non è mai successo.
Da Cucchi a Uva, da Sandri alla Diaz, da Bianzino a Aldrovandi e via andare, ripercorrendo l’interminabile rosario di morti più o meno famosi che a volerli elencare riempirebbero la pagina, c’è sempre qualche distinguo, qualche giustificazione, qualcosa che non è vero non è andata così è una macchinazione un complotto dei media una strumentalizzazione politica.
E’ strano, non trovate? E’ strano statisticamente, proprio.
Così strano che a uno, gira gira, finisce per venire in mente un’ipotesi: non è che costoro si comportano in questo modo perché pensano che ammettendo le proprie responsabilità perderebbero credibilità e autorevolezza? Non è, insomma, che fanno così per evitare che la gente smetta di fidarsi?
E’ solo un’idea, naturalmente. Un sospetto. Il quale sospetto, perlomeno dentro di me, comincia tuttavia ad essere abbastanza fondato da meritare un’ulteriore considerazione: guardate, amici miei, che l’autorevolezza la perdete proprio in questo modo. Voglio dire, è per colpa di questo sistematico auto-giustificazionismo, che la gente smette di fidarsi di voi. Avrebbe più fiducia, sono disposto a scommetterci, se percepisse chiarezza e trasparenza, anche e soprattutto nell’ammettere le proprie colpe, invece che fiutare quest’ariaccia viziata di di non detto, di sottaciuto, di chiuso.
Le persone di cui ci si fida non sono quelle che non sbagliano mai, ma quelle capaci di ammettere responsabilmente i propri errori, scusarsene, subirne le conseguenze e farne tesoro per il futuro.
Date retta, pensateci.
Secondo me vi conviene.

Zingari for dummies

in società by

Gli zingari in Italia sono un problema più grave che altrove, perché sono di più.
Falso. In Italia la popolazione complessiva di rom, sinti e camminanti è pari a circa 150mila persone. Cioè, più o meno, lo 0,25% della popolazione complessiva. Nell’Unione Europea ne vivono complessivamente 15 milioni, pari circa al 2% della popolazione. Quindi, se tanto mi dà tanto, chissà cosa dovrebbe succedere da quelle parti…

Vabbe’, però con tutte le disgrazie che hanno gli italiani non è che possano farsi carico pure di questi che chissà da dove vengono.
Sarà. Sta di fatto, però, che la metà dei rom, sinti e camminanti che vivono in Italia sono cittadini italiani. Come voi, tipo. Anzi, niente tipo: uguali uguali. Che vi piaccia o no.

D’accordo, ma loro sono nomadi, quindi non rompano i coglioni e facciano i nomadi.
Cazzate. Tutti gli studi recenti confermano che il nomadismo è un fenomeno ormai molto marginale. I rom, i sinti e i camminanti sono stanziali. Nei posti di merda in cui li confinano, ma stanziali. Al punto che l’OSCE ha invitato l’Italia a non designarli più con la parola “nomadi”. Ma tanto si sa, quelli dell’OSCE sono una massa di black bloc senza ritegno, no?

Sì, ma rubano. Negli altri paesi se ci provano gli fanno il culo, invece qua siamo troppo tolleranti.
Gli altri paesi? Sicuri, che vogliamo parlare degli altri paesi? No, perché ho la sensazione che non vi convenga. Ok, se ci tenete tanto parliamone. Allora, in Italia solo il 6% dei rom arriva al diploma di scuola media o superiore. Invece la media della Comunità Europea è il 67%. C’è una certa differenza, o sbaglio?

Si vede che quelli che vivono qua non ci hanno voglia di mandare i figli a scuola.
Ah, no? Cosa sarà, l’aria? Il clima mite? I maccheroni? Oppure, dico per dire eh, il fatto che altrove hanno promosso delle politiche di inclusione come cristo comanda e qua no?

Ma smettila, tanto si sa che questi non gliene frega niente di lavorare, rubano e basta.
Interessante opinione, sapete? No, perché invece risulterebbe che in Italia i rom che lavorano non sono mica così pochi. Quasi il 40%. Quando li fanno lavorare, s’intende. Quando riescono ad acquisire qualche qualifica. Quando non li tengono nei lager, che solo a vederli vi verrebbe la depressione, figuratevi a viverci. Quando riescono a studiare tre cose, per dire. Oddio, nella UE la media è quasi il 60%, quindi parliamo di un’altra galassia. Ma magari, chissà, sarà colpa dei maccheroni pure questo.

Ecco, bravo. Allora stai a vedere che adesso ci tocca pure spendere dei soldi per fare le “politiche di inclusione”. Con la crisi che c’è.
Be’, sapete cosa? I soldi li spendiamo già. E ne spendiamo tanti. Il Comune di Roma, tanto per fare un esempio, spende milioni e milioni di euro ogni anno per tenere soltanto 300 persone ammucchiate in loculi senza finestre nel lager di Via Visso.

Seh, vabbe’. Adesso viene fuori che si potrebbe spendere meno…
…e ottenere risultati molto migliori. Certo che sì. La cosiddetta “emergenza rom” è una fregnaccia tutta italiana. La realtà è che non c’è alcuna emergenza: se non quella che si vuole creare ad arte per poter spendere (e quindi distribuire) soldi a palate, fomentando l’opinione pubblica con la politica degli sgomberi, tenendo migliaia di esseri umani in condizioni indecenti e continuando a papparci sopra allegramente.

Bravo, bravo. Diamogli le case, allora. Mettiamogli i tappeti rossi. E intanto questi rubano.
Rubano, eh? Abbiate pazienza, spiegatemi una cosa: com’è che in tutta europa i rom fanno i medici, i professionisti, i parlamentari e in Italia no? Ve lo chiedo di nuovo: cos’è, il clima? Oppure in questo paese c’è qualcosina che non va?

Ecco, sta’ a vedere che adesso è colpa nostra.
Be’, questa è una bella semplificazione. Però in effetti sì, volendo sintetizzare è soprattutto colpa nostra. O, per meglio dire, di chi ci ha governato negli ultimi decenni: a cui noi, tuttavia, abbiamo concesso un credito infinito e ingiustificato, bevendoci qualsiasi cazzata ci raccontassero e guardandoci bene dall’informarci per capire quali fossero i dati reali.

Oh, a me dei dati reali non me ne frega niente. Io so solo che c’è un campo dalle mie parti, che questi entrano nelle case e che non se ne può più.
E continueranno a farlo, finché le cose vanno così. Perché, vedete, c’è necessità che lo facciano: giusto per non privarsi di uno strumento perfetto per prendere voti sobillando il terrore della gente e allo stesso tempo ingozzarsi a più non posso spartendosi milioni e milioni di euro. Dite la verità: vi pare che ci rinuncerebbero così facilmente?

I complici della barbarie

in società by

Siccome mi pare che il dibattito stia infuriando più vibrante che mai, colgo l’occasione di puntualizzare un paio di cosette.
La prigione non ha lo scopo di dare a chi non ruba la soddisfazione di sapere al fresco quelli che hanno rubato (soddisfazione, sia detto per inciso, che mostra alcuni tratti inquietanti, ed in taluni casi letteralmente patologici): serve, o dovrebbe servire, a fare in modo che chi ha compiuto dei reati possa essere recuperato alla convivenza civile, nel frattempo essendogli preclusa la possibilità di delinquere ulteriormente.
Ebbene, siccome sotto il profilo della rieducazione l’istituto del carcere sembra aver completamente disatteso il proprio scopo, sarebbe il caso di iniziare a discutere sull’eventualità di accantonarlo definitivamente, perlomeno nei casi in cui ciò sia materialmente possibile: piuttosto che indignarsi quando a questo o a quel condannato (ammesso e non concesso sia tale, e non, come troppo spesso accade, detenuto in attesa di giudizio) vengano concessi gli arresti domiciliari.
Non rileva, a tale riguardo, la locuzione “come tutti gli altri”, che spesso si accompagna alle invettive di questi scalmanati contro le misure alternative concesse ai potenti: giacché la constatazione dell’evidente sperequazione di trattamento tra quelli che contano e quelli che non contano niente dovrebbe casomai condurre a promuovere una battaglia per consentire che i domiciliari vengano accordati quanto più spesso possibile anche ai secondi, invece che a una crociata per mettere dietro le stesse sbarre i primi.
La sensazione (che ormai, per quanto mi riguarda, è assai vicina ad essere una certezza) è che dietro le crescenti ed accorate invocazioni alle manette, alle celle e alle chiavi da buttare via si nasconda una malcelata (o meglio, a questo punto neppure più celata) smania di vendetta: ed è sin troppo banale sottolineare che vendetta e giustizia non coincidono che nelle collettività primitive, per intenderci quelle con le pene corporali, le torture e le lapidazioni, mentre nei posti civili i due concetti divergono al punto da diventare non soltanto assai distanti, ma l’uno antitetico all’altro.
E’ fin troppo banale, dicevo. Eppure gran parte dell’orda manettara che sta animando questi giorni con le sue lamentazioni sembra ignorarlo allegramente.
Se ne deve dedurre, quindi, che sia proprio questo ciò che costoro vogliono: la vendetta. Non in modo inconscio, badate, ma consapevolmente, senza vergognarsene ed anzi facendosene vanto, come se brandirla li elevasse al rango di esseri umani più onesti, più retti, migliori degli altri.
Non ho alcun timore a dire che questa gente mi spaventa: e mi spaventa di più, molto di più, di quelli che delinquono. Perché da questa gente, quella che erge con disinvoltura la vendetta a giustizia, arriva un messaggio che è chiaramente (ed in modo incontrovertibile) contrario ai fondamenti stessi della nostra convivenza: quelli, per intenderci, in base ai quali milioni di persone si fidano quotidianamente ad attraversare la strada col semaforo verde e ai familiari delle vittime di un reato viene impedito di procedere sommariamente al linciaggio di chi lo ha commesso.
Dopodiché, io dubito fortemente che sia vero quello che dicono: che i garantisti, cioè, finiscano per fiancheggiare chi ha derubato sistematicamente il paese delle sue risorse.
Ma anche ammettendo, per amor di discussione, che abbiano ragione, è certo che costoro si stanno rendendo complici di una cosa assai peggiore: la discesa sfrenata nel baratro che conduce a una nuova, luminosa era di barbarie.
Direi che mi basta e mi avanza, per scegliere da quale parte stare.

Perché non voto Grillo

in politica by

In questi giorni ho potuto constatare che ci sono almeno una dozzina di motivi diversi per cui le persone voteranno Grillo alle europee: non soltanto gli attivisti della prima, della seconda e della terza ora, i consueti appassionati del qualunquismo e i sempre più numerosi delusi dai partiti: parlo di gente che la politica l’ha masticata, e in certi casi la mastica ancora; spesso e volentieri in posti molto lontani dal Movimento, per cultura, principi e pratiche.
Dicono: costringeranno questi politici imbelli e immobili a darsi una mossa. Tra i tanti, ne eleggeranno sicuramente qualcuno in gamba. Susciteranno perlomeno un dibattito nel paese. Sfasceranno tutto, eppoi si vedrà come ricostruire.
Ebbene, io alcune di queste motivazioni le capisco. A volte, perfino, le condivido nell’analisi.
Però, perdonatemi, non mi bastano.
Non ce la faccio, non ce la faccio proprio a sparare nel mucchio, a far saltare tutto e poi starmene a guardare quello che succede dopo la catastrofe: perché dei poi vediamo, dei ci si penserà dopo, dei tanto peggio tanto meglio non mi fido per niente; perché quello che abbiamo, anche se spesso è corrotto e marcio e certe volte perfino putrefatto, non è per niente poco (ma proprio per niente), e prima di cambiarlo con qualcosa di diverso vorrei capire con un certo dettaglio di che si tratta, come verrà declinato e con quali strumenti lo vogliono implementare.
Io vi capisco, cosa credete? Riparare le cose che non funzionano costa fatica, tempo e dedizione: con un tasso di insuccesso altissimo, molto vicino al cento per cento. Mentre sfasciare tutto e poi vediamo è una tentazione che più di una volta è venuta anche a me: è facile, non impegna e apre la strada a un luminoso futuro che assume i contorni del mitologico, per quanto è indefinito.
Però sapete che c’è? E’ proprio questo futuro indefinito, che mi spaventa; molto più della merda in cui stiamo per annegare. Perché ci sono stati tempi in cui quel futuro è diventato una carogna, quando si è cominciato a intravedere che roba fosse attraverso la polvere delle allegre macerie: e il più delle volte era già troppo tardi per tornare indietro.
Io penso che abbiate ragione, quando lo dite: vincerete voi.
Ma abbiate la bontà di non contare su di me.

I paladini della tortura

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Ebbene, sì: uno che è in carcere per aver ucciso la compagna con 16 coltellate ha dei diritti.
Ve lo chiedo per favore: evitate di fare la solita manfrina del tipo “ah, bravo, e allora il diritto di quella che è stata ammazzata?”, perché si tratta di un’argomentazione del tutto priva di senso.
Il punto è che la legge e i regolamenti carcerari stabiliscono con un certo dettaglio le condizioni minime di vita che spettano a ciascun detenuto, e quindi per ciascun detenuto costituiscono un diritto: se quella legge e quei regolamenti carcerari non vi piacciono, fate quello che potete per cambiarli; per introdurne di diversi, voglio dire, magari con condizioni minime più dure.
Ma sappiate che, se e nella misura in cui l’impresa dovesse riuscirvi, quando anche quelle condizioni verranno meno ci troveremo daccapo in presenza di diritti violati: né più, né meno.
Invece il problema, a quanto pare, è che molti di voi la vedono in modo diverso: un detenuto che ha ammazzato la compagna con sedici coltellate non può averne, di diritti. Non può averne e basta, perché è un criminale efferato, e perché “allora i diritti delle vittime ecc. ecc.” e quindi, in estrema sintesi, dei suoi diritti possiamo sbattercene.
Allora, ne converrete, si spalanca una strada diversa, che è quella per cui delle condizioni minime di vita dei detenuti stabilite dalla legge e dai regolamenti carcerari, quali che esse siano, non è necessario occuparsi: il che equivale a dire che tanto varrebbe non stabilirle proprio.
Eccoci, dunque: chi si straccia le vesti quando un detenuto si cuce la bocca per protesta, additando alla pubblica indignazione il fatto che perfino a un brutale assassino sia consentito rivendicare dei diritti, in pratica vorrebbe delle prigioni completamente prive di regole, nelle quali sia lecito trattare i detenuti in modo arbitrario senza doverne dare conto a nessuno.
Questo, per quanto cerchiate di vendercelo in modo diverso, è il vostro punto d’approdo: la tortura.
Il resto sono chiacchiere, e il vento se le porta.

Beppe, non sei a disagio?

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Boldrini sei una GRAN PUTTANA!”, “Perché non la chiamate Baldraca”, “Brutta troia, lesbica vacci a succhiare il pisello a la checca del tuo padrone vecchia zozzona”, “Gli metterei in mano il battacchio..altro che la campanella. quello lo sa usare bene”, “Manganello e olio di ricino?”, “Propio una grandissima zoccola”, “E’ da prenderla a calci in faccia questa quà !!!”, “Zoccola!!!!”, “Ma questa sarebbe la presidente della camera? Questa deve stare nella camera a gas”, “Che faccia di puttana”, “Boldrini più ti guardo e ti ascolto e più mi rendo conto che sei una vera maiala”, “Basterebbe guardarla in ogni minimo dettaglio, questa non lo riceve da un po’”, “Che brutta faccia. due calci in bocca aggiustano tutto”, “Direi metodo boldracca e non mi scuso per il turpiloquio”, “Io spedirei lei, la kyenge, coucky, letta e tutto il pd in africa assieme ai loro amici rom, clandestini,e gay e costringerli a vivere la”, “Ho appena finito di mangiare e mi fate vedere sta zoccola! Ora vomito tutto!”, “Vacca di merda”, “Troia..scommetto ti piace prenderlo solo nel culo puttANA”, “Una gran troia….se vuoi denunciami. Merdaccia del caxxo”, “Questa e una povera depressa lesbica”, “Giuro che non so piu come offenderti…..baldraccha da marciapiede”, “Hai detto pompini?”, “Zoccola torna nella fogna da cui sei uscita”, “Che faccia di merda che è la bocchini… Ops la boldrini”, “Auguro a sta faccia di merda della boldracca morte lenta e lunga agonia”, “Non la voglio neanche sentire la troia”, “Ha proprio una faccia da pompinara!!!!”; “Faccia di merda…non pubblicate più certe foto il trauma è troppo grosso! troia troia troia”, “Sta vecchia zoccola manco é bona più a fa pompini, almeno il porco di Berlusca se le piglia sotto ai 25”, “Faccia da bocchinara”, “Con quella bocca può fare ben altro!!!!!!!!!!!!!!!”, “Fai schifo anche a fare pompini….zoccola!!!”, “Troia vienimelo a succhiare”, “Sei brutta come una ZINGARA nn ti si può guardare”, “Questa cozza l’ha vista mio nipote e si è spaventato! Mi ha detto: nonno se le donne sono così mi faccio prete”, “Ho un tubo da 6 pollici che aspetta Il suo kulo….

Questi non sono i commenti al post Facebook sulla pagine di Grillo del quale oggi parlano tutti i giornali: sono una parte minima (ma minima, davvero) delle migliaia e migliaia di improperi contenuti nei commenti agli altri post. A tutti gli altri post.
Dalla pagina Facebook di Grillo (andatela a vedere per verificare) trabocca una sequela interminabile di insulti e ingiurie che spuntano praticamente dappertutto: roba che quelli del M5S si lamentano di come vengono trattati dai giornali mentre dovrebbero ringraziarli in ginocchio, perché di questo andazzo danno conto una volta ogni tanto, anche se ci sarebbe materiale in abbondanza per scriverne sei volte al giorno.
Al di là di questo, però, mi piacerebbe chiedere una cosa a Beppe Grillo: come ci si sente, ad avere una pagina Facebook nella quale la gente riversa tonnellate di questa roba? No, perché se succedesse a me, onestamente, mi sentirei di merda. Inviterei più e più volte i commentatori a esprimersi in modo diverso. Cancellerei tutte le frasi insultanti. Censurerei pubblicamente i loro autori. Li inviterei a non farlo più. Chiederei scusa, col capo cosparso di cenere, ai destinatari.
Tu, Beppe, non sei a disagio? Nemmeno un pochino? Cioè, su quella pagina c’è il tuo nome. Non so, ‘sta roba ti aggrada? Ti rende felice? Voglio dire, vai fiero di ospitarla? Credi che consista in questo, la “rivoluzione digitale” che dici di voler fare?
Insomma, dalle tue parti volano più insulti che congiunzioni e a te va bene così?
Evidentemente sì. D’altra parte ognuno ha i suoi gusti.
E, come si dice, raccoglie quello che semina.

Teoricamente no

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Poi uno legge che Salvini dice che la norma “Salva-Lega” non c’è e che la Lega non ha bisogno dell’aiuto di nessuno, e allora quelli del PD gli rispondono che invece c’è e se non se la pianta di dire che non c’è prendono e gliela tolgono, e gli pare di risentire la lite di qualche giorno fa tra quelli che abitano al palazzo di fronte, con lei che diceva non mi dai mai una mano in casa e lui che rispondeva ah sì allora la prossima volta te li carichi tu i mobili di Ikea e lei che gli dava dello stronzo e lui che le dava della rompicoglioni e lei che intimava vattene e lui che rispondeva vattene te che questa è casa mia e lei che minacciava guarda che lo faccio e lui che gridava voglio proprio vedere se lo fai.
Solo che le liti tra quelli della casa fronte, a parte il volume delle voci, in fin dei conti sono cazzi loro.
La legge elettorale, teoricamente, no.

Vietare i baffi a chi non ha i baffi perché non ha i baffi

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In buona sostanza, se la logica non è un’opinione, dicendo di no alle unioni civili (e al matrimonio gay, aggiungo io) si intende impedire che quelle forme di unione, diverse dal cosiddetto “matrimonio tradizionale”, assumano una qualche forma di “rilevanza pubblica”.
Fin qui ci siamo, o sbaglio?
Bene, perché il bello viene quando qualcuno, incredibilmente, ha l’alzata d’ingegno di motivare il proprio no alle unioni civili (e al matrimonio gay) adducendo, paradossalmente, il fatto che non sarebbe giusto riconoscere le stesse “tutele” del matrimonio a forme di unione che non comportano “precisi diritti e doveri di fronte alla legge con rilevanza negoziale pubblica”.
Allora, per favore, mettiamo un po’ d’ordine e vediamo di non ciurlare nel manico: quando qualcuno chiede l’istituzione delle unioni civili (e del matrimonio gay, insisto) lo fa proprio per conferire alla propria unione una rilevanza “pubblica” superiore a quella che ha già: altrimenti, con ogni evidenza, non chiederebbe un bel niente e se ne resterebbe tranquillo e beato così com’è, stante il fatto che per essere fidanzati con chi ci pare e piace, per fortuna, non c’è (ancora) bisogno di chiedere il permesso agli altri.
Sono proprio coloro che si oppongono al riconoscimento di quelle unioni, invece, a fare in modo che esse restino prive di qualsivoglia rilevanza “pubblica”: e poi, come se niente fosse, hanno la faccia tosta di utilizzare tale mancanza, da loro stessi provocata, come argomentazione per continuare ad opporsi al riconoscimento.

Come dire: vuoi farti crescere i baffi? Be’, non puoi. E sai perché? Perché non hai i baffi.

Suvvia, mi pare un tantino troppo, o sbaglio?

Lucio, il bandito

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Nell’Italia del 2013 succede questo: un radicale milanese si mette davanti a San Pietro, da solo, con un cartello.
Mica per insultare il papa, badate, ma per denunciare che a Milano stanno rimuovendo alcune tombe paleocristiane per costruire un parcheggio multipiano.
Lo fermano. Lo portano in commissariato. Lo denunciano. Lo rispediscono a Milano con foglio di via obbligatorio. Gli proibiscono di tornare a Roma per due anni, se non previa autorizzazione.
I forconi, nel frattempo, mettono a ferro e fuoco le città, occupano la metropolitana e qualche chilometro più a nord bloccano la frontiere con la Francia. Prima di loro i no-tav, le barricate, gli scontri in centro. Nel frattempo Grillo, per non farsi mancare niente, incita i poliziotti a togliersi il casco e unirsi alla folla.
E mentre tutti -me compreso- si sdilinquiscono sulla pancia del paese, sull’opportunità di comprenderla, sulla disperazione la rabbia la crisi che giustificano, non giustificano, spiegano o non spiegano la violenza, fisica e verbale, l’unico povero cristo che invece di scassare la minchia al prossimo compie un gesto nonviolento viene bandito da Roma come il peggiore dei delinquenti.
Poi dice che non è vero, che in questo paese c’è qualcosa -ma qualcosa di grosso, eh- che non va.

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