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Radicali

Partito Radicale for dummies

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Dopo il Congresso del Partito Radicale che ha avuto luogo nel carcere di Rebibbia dall’1 al 3 settembre 2016, alcune persone mi hanno chiesto delucidazioni sui radicali, sul loro assetto, sulle loro proprietà e sulla loro struttura.
Questo post, nel quale non esprimerò pareri personali né considerazioni politiche (riservandomi, eventualmente, di farlo in un secondo momento), è un contributo di conoscenza per chi mi ha posto quelle domande, e per tanti altri che pur non avendomele fatte siano interessati a capire un po’ meglio come stanno le cose.

LA GALASSIA
La cosiddetta “galassia radicale” è organizzata nel modo che segue. Al centro c’è il Partito Radicale Nonviolento Transnazionale Transpartito (PRNTT), registrato dal 1995 come ONG presso il Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite, e attorno ad esso vi sono i “soggetti costituenti”, cioè le varie associazioni territoriali o tematiche che lo costituiscono: Radicali Italiani, Associazione Luca Coscioni, Nessuno Tocchi Caino, No Peace Without Justice, ERA (Esperanto Radikala Asocio), Certi Diritti, Anticlericale.net.
Queste associazioni, fino al Congresso di Rebibbia dello scorso fine settimana (ci torneremo) che ha “sospeso” l’organo, formavano, ciascuna con i suoi due massimi esponenti (leggasi: segretario e tesoriere), il Senato del Partito Radicale, con funzioni di coordinamento e, in taluni casi, di supplenza ad altri organi statutari.

LE QUOTE DI ISCRIZIONE
Questa configurazione a “galassia” ha anche degli importanti risvolti a livello di iscrizioni. Infatti è possibile iscriversi al PRNTT, sia ai singoli soggetti costituenti, con ciò finanziandoli direttamente, ovvero fare la cosiddetta iscrizione “a pacchetto”, che per una cifra forfettaria di 590 euro comporta l’iscrizione contestuale sia al Partito, sia ai soggetti costituenti. La differenza tra i due casi è che l’importo delle iscrizioni “a pacchetto” non viene ripartito tra tutti i soggetti, ma affluisce interamente nelle casse del PRNTT, quale contributo ai “costi comuni” (sede, utenze ecc.).

LE PROPRIETA’
La proprietà dei beni “radicali”, vale a dire degli immobili (la sede di Torre Argentina e la sede della radio di via Principe Amedeo), delle frequenze radiofoniche di Radio Radicale, dell’archivio e dei simboli, non è del PRNTT, come il concetto di “galassia” che ho appena spiegato lascerebbe presumere, ma di altri soggetti.
In particolare, la sede di Torre Argentina è di proprietà di una società chiamata “Torre Argentina Servizi SpA”, mentre le frequenze e la sede di Radio Radicale sono di proprietà di un’altra società chiamata “Centro di Produzione SpA”.
Le azioni di dette società sono così ripartite: la “Torre Argentina Servizi SpA” è (fatti salvi gli spicci) per 3/4 di un’associazione denominata “Lista Politica Nazionale Marco Pannella” e per poco meno di 1/4 della “Centro di Produzione SpA”; mentre la “Centro di Produzione SpA” è di proprietà della suddetta “Lista Politica Nazionale Marco Pannella” per circa il 52%.
Ne consegue che la “Lista Politica Nazionale Marco Pannella”, oltre a essere diventata, di recente, direttamente proprietaria dell’archivio e dei simboli radicali, controlla entrambe le società che a loro volta sono proprietarie degli immobili e delle frequenze. Si tratta di un’associazione alla quale non è possibile iscriversi liberamente, essendo necessaria una delibera di “ammissione” da parte dell’assemblea (e perciò degli altri soci), che prima della morte di Marco Pannella era composta da Marco Pannella stesso e da Laura Arconti, Rita Bernardini, Aurelio Candido e Maurizio Turco, mentre attualmente è composta solo dagli ultimi quattro.

COSA HA DECISO IL CONGRESSO
Il Congresso di Rebibbia non è stato convocato dal segretario del partito (Demba Traoré, che da anni non partecipa all’attività politica), ma attraverso una raccolta firme promossa tra gli iscritti dal primo firmatario Maurizio Turco, come previsto dallo statuto.
La mozione generale approvata in chiusura di congresso non ha eletto le cariche statutarie, ha stabilito di sospendere tutti gli organi del PRNTT (il Segretario, il Tesoriere, il Senato, il Regolamento, l’Assemblea dei Legislatori, il Consiglio Generale, i Congressi di area, il Comitato di Coordinamento, il Presidente d’Onore), con la sola eccezione del Congresso ordinario biennale (che tuttavia a norma di statuto può essere convocato solo dal Segretario, la cui figura, però, è stata sospesa, o in mancanza dal Senato, anch’esso sospeso), di affidare alla Presidenza del Congresso (con il coordinamento di Rita Bernardini, Antonella Casu, Sergio D’Elia e Maurizio Turco) la responsabilità di assumere tutte le iniziative necessarie al conseguimento degli obiettivi, di attribuire la rappresentanza legale del Partito (oltre alla facoltà di proporre ogni azione giudiziaria per la tutela dei diritti e degli interessi del Partito, di nominare avvocati e procuratori) a Maurizio Turco, e di attivare tutte le procedure per la liquidazione (a quanto pare senza la necessità di un ulteriore passaggio congressuale) qualora non venga raggiunto l’obiettivo dei 3.000 iscritti nel 2017 e altrettanti nel 2018: il che comporta, a quanto è dato capire, che in mancanza del raggiungimento di tali condizioni il Congresso ordinario non verrà più convocato.

Perché Virginia Raggi è il candidato meno inadatto a governare Roma

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La mia dichiarazione di voto per il sindaco di Roma l’avevo già fatta in tempi non sospetti e quanto successo in questi mesi non mi ha fatto cambiare idea: domenica entrerò nella mia cabina elettorale, prenderò un bel respiro e metterò una bella x sul nome di Virginia Raggi. E lo farò perché, nonostante condivida buona parte di quanto riportava il mio compare Francesco, c’è il non trascurabile problema che in questo momento le alternative siano di gran lunga peggiori.

E quali sono queste alternative?

  • CaltagironAlfio Marchini: la volpe sindaco del pollaio
  • Giorgia Meloni: Alemanno 2, Electric Boogaloo
  • Stefano Fassina: Fassina chi? Il viceministro del governo Letta che finché è stato nella squadra vincente ha votato la qualunque e col nuovo capo si è scoperto alfiere delle masse sfruttate? Quello che ha formato un partito con più parlamentari che elettori?
  • Roberto Giachetti: Giachetti si potrebbe pure votare se non avesse il lieve inconveniente di non esistere. Candidato in primarie farsa contro gente praticamente raccattata per strada, Giachetti è l’anti-Marino per antonomasia: simpatico a tutti, farà esattamente quello che gli viene detto di fare senza alzate di ingegno o velleità personalistiche (e mi fa morire dalle risate chi si straccia le vesti perché la Raggi risponde solo a Grillo come se Giachetti non rispondesse solo a Renzi). È l’uomo perfetto per gestire l’esistente se non fosse per il piccolo particolare che l’esistente è una fogna a cielo aperto.

Purtroppo l’attuale situazione romana è tale che affidarsi ad una qualsiasi delle suddette persone non solo non risolverebbe il problema ma anzi lo acuirebbe in quanto tali persone sono esse stesse il problema: sono espressione più o meno diretta del (perdonate l’autocitazione) “blob stratificato e putrescente composto da mattone, sanità, monnezza, palazzinari, fascisti, sindacalisti, cooperative, fondazioni, giornalisti e preti noto ai più come scena politica romana”. Potrebbero forse avere i mezzi per tentare di migliorare la situazione ma di certo non ne hanno la volontà.

Per tutto questo in questo momento non c’è alternativa a votare un sindaco 5 Stelle: perché il loro essere estranei a tutto questo rappresenta l’unica speranza per questa città*. Diamo dare loro modo e tempo di acquisire quell’esperienza utile a essere un’alternativa di governo credibile e vediamo se saranno capaci di diventare un soggetto politico vero invece del branco di scimmie urlatrici che sono stati finora.

*Non è esattamente vero: i Radicali sono la perfetta sintesi di competenza e estraneità al malaffare di cui Roma avrebbe un disperato bisogno e semmai Riccardo Magi si candiderà a sindaco lo voterò col veleno. Nel frattempo la next best thing è la loro lista per il consiglio comunale nella quale troverete anche qualche nome noto ai frequentatori di questo blog. Chi ha orecchie per intendere intenda.

Pannella e Scalfari, affinità e divergenze dal conseguimento della maggiore età

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La morte di un politico famoso si sa, è come il dissesto idrogeologico: nessuno in Italia può dirsene immune, e nessuno viene risparmiato dallo straripamento. Sono acque che sgorgano copiose e infestate di coccodrilli, ma niente paura perché sono quasi tutti affettuosi – se non addirittura melensi. Generalmente il tratto comune di questi rettili anfibi è il copione che segue: riconoscimento dei meriti del defunto, aneddoto personale (cose fatte insieme quasi tutte improvvisamente memorabili, tendenzialmente poco interessanti in assoluto, ma di cui è necessario rinfrescare la memoria), giustificazione del perché non si era più d’accordo da tempo, chiusura vagamente commossa ma senza esagerare.

Non fa eccezione Eugenio Scalfari, il decano del giornalismo italiano, fondatore di Repubblica e anche del Partito Radicale – correva l’anno 1955 – che di Pannella offre un ritratto sincero e poco arruffone, più teso a sottolinearne le differenze e marcarne l’alterità, che a condividerne i meriti. Niente di stupefacente – ivi compresa la magica abilità di Scalfari di parlare di sé anche quando scrive della morte di un atro – e niente di memorabile, ma apprezziamo il tentativo di trovare un termine di paragone attuale. Ovviamente è un tentativo vano: Pannella era, e naturalmente rimane, tanto indecifrabile quanto irripetibile, e una storia così (proprio come certa musica) poteva nascere solo negli anni 60 e 70.

Esattamente come era lecito aspettarsi, i meriti di Pannella si fermano ai referendum su divorzio e aborto: Pannella, per una certa sinistra che delle personalità complesse ama appropriarsi della proiezione comoda e aderente, muore qui. Delle battaglie dei 40 anni successivi non se ne parla, e se lo si fa se ne accantona il merito, puntando il dito contro i letimotiv circostanziali di sempre: Capezzone, Cicciolina, Berlusconi, Rutelli (per i più barricaderi). Questo non c’è nell’articolo ma per la sinistra, per quella stessa sinistra di sempre, i radicali sono un popolo strambo, pindarico, incomprensibile. Le battaglie sui princìpi, sugli ideali, lontani dalle “reali esigenze della gente”. La sinistra salottiera di cui Scalfari è incarnazione e Gran Maestro di quelle esigenze e quelle vite ha sempre (stra)parlato, Pannella coi suoi istrionici eccessi di quelle esigenze e quelle vite ci si è insozzato e ne ha fatto benzina politica: “Le nostre storie sono i nostri orti”, dopotutto. E poi il settarismo incomprensibile, probabilmente nel linguaggio e nella mitologia, sicuramente nel rapporto col leader. Non a caso infatti, mentre Scalfari nel 1986 intitolava un proprio libro “La sera andavamo in via Veneto”, facendo riferimento alla sua scuola giornalistica e intellettuale irriducibilmente vitellona;  venticinque anni dopo Pannella intitolava un proprio lungo intervento su Il Foglio “La sera non andavamo in via Veneto”: se l’alterigia è stata un tratto comune tra i due decani, certamente è stata declinata in maniera diversa.

Poi, però, c’è l’essere capopopolo senza partito, di cui si attende il verbo la domenica sull’organo ufficiale: puntuale. C’è l’essere saggio, nella saggezza dell’Anziano che ha attraversato buona parte del ‘900, ha conosciuto i Padri della Patria™, e ha lasciato un segno nella storia di questo paese. Dalla parte degli ultimi, degli emarginati. C’è, concediamoci un po’ di bassezza, un libertinismo sessuale comune eppure così diverso: poligamia, promiscuità e le loro intersezioni. Non a caso, c’è l’essere nati di rara e austera bellezza. C’è l’essere guida morale che detta la linea e l’etica, di una moralità che pur nascendo laica ed atea vola alto, diventa necessariamente metafisica, specie sul finale. Arrivando addirittura a dialogare con il Papa. A scriverci insieme un libro. Come dite? Pannella non ha mai scritto un libro con il Papa? Ah ma qui si parlava di Scalfari, non confondetevi.

Ciao, canaglia.

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Quando gli onesti diventano complici dei corrotti

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Grosso modo funziona così: quando viene fuori che i politici hanno rubato, quando scoppia lo scandalo e si alza l’onda dell’indignazione generale arrivano quelli “onesti”, quelli che “adesso basta”, quelli che “tutti a casa”.
E si stracciano le vesti, e scendono in strada e strillano e lanciano monetine, e tutti gli altri dietro a dire hanno ragione, basta, è ora di finirla.
Senonché, per finirla davvero sarebbe necessario capire come sia iniziata: o meglio, quali siano le condizioni che hanno reso possibile quell’inizio. E modificarle.
Osservando le cose che non funzionano, studiando perché non funzionano e inventandone di nuove che funzionino meglio.
Prendete la mafia romana, per esempio. Qualcuno ce li ha pronti, dei progetti alternativi seri per gestire in modo trasparente ciò che finora è stato il terreno di caccia dei delinquenti: dai piani abitativi di inclusione dei rom alla gestione individuale dei servizi alla persona, dall’anagrafe pubblica degli appalti alla razionalizzazione delle società partecipate. Sarebbe il caso di ascoltarlo, di dargli una mano, di lavorare con lui, invece di strillargli in faccia.
Altrimenti va a finire com’è sempre andata a finire: i corrotti se ne vanno “tutti a casa”, e il loro posto viene occupato sistematicamente da nuovi corrotti, che sfrutteranno le stesse condizioni di prima per iniziare a rubare esattamente come facevano gli altri: fino allo scandalo successivo, alla prossima ondata d’indignazione, al nuovo lancio collettivo di monetine.
Spiace dirlo, ma i “partiti degli onesti”, quelli che strillano basta, non servono: anzi, finiscono per diventare perfino controproducenti.
Perché nel marasma della loro collera coi paraocchi, che fa di tutta l’erba un fascio e confonde la merda con la cioccolata, pongono le condizioni affinché quelli (magari pochi) che non hanno mai rubato, e che due o tre buone idee per sistemare le cose le avrebbero pure, vengano travolti insieme a tutti gli altri.
Ecco, quindi, il paradosso: gli onesti, che si indignano contro i ladri, finiscono loro malgrado per diventarne i migliori complici: coprendo con le loro urla le magagne di un sistema che occorrerebbe rifondare con calma, metodo, razionalità.
Con la politica, per dirla sinteticamente: che magari per loro, per gli onesti che strillano, sarà pure una parolaccia.
Epperò, da che mondo è mondo, è l’unico strumento plausibile per venirne fuori.

Lucio, il bandito

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Nell’Italia del 2013 succede questo: un radicale milanese si mette davanti a San Pietro, da solo, con un cartello.
Mica per insultare il papa, badate, ma per denunciare che a Milano stanno rimuovendo alcune tombe paleocristiane per costruire un parcheggio multipiano.
Lo fermano. Lo portano in commissariato. Lo denunciano. Lo rispediscono a Milano con foglio di via obbligatorio. Gli proibiscono di tornare a Roma per due anni, se non previa autorizzazione.
I forconi, nel frattempo, mettono a ferro e fuoco le città, occupano la metropolitana e qualche chilometro più a nord bloccano la frontiere con la Francia. Prima di loro i no-tav, le barricate, gli scontri in centro. Nel frattempo Grillo, per non farsi mancare niente, incita i poliziotti a togliersi il casco e unirsi alla folla.
E mentre tutti -me compreso- si sdilinquiscono sulla pancia del paese, sull’opportunità di comprenderla, sulla disperazione la rabbia la crisi che giustificano, non giustificano, spiegano o non spiegano la violenza, fisica e verbale, l’unico povero cristo che invece di scassare la minchia al prossimo compie un gesto nonviolento viene bandito da Roma come il peggiore dei delinquenti.
Poi dice che non è vero, che in questo paese c’è qualcosa -ma qualcosa di grosso, eh- che non va.

zerovirgolaquarantotto

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Qui a Londra ho un professore tedesco. Ha passato un anno in Italia quando era studente, e si ricorda delle manifestazioni radicali nei primi anni ’90. Quando c’e’ stata l’elezione del presidente della repubblica mi ha chiesto se questa volta ce la facevamo a eleggere Emma Bonino, di cui ha grande stima. Sempre a Londra, qualche tempo fa ho conosciuto un irlandese che si occupa di antiproibizionismo sulle droghe. Gli ho nominato il Partito Radicale Transnazionale e lui subito mi ha detto che lo conosce perfettamente. Poi sono andata a vedere i risultati delle elezioni regionali in Basilicata, dove i radicali correvano da soli con il simbolo della Rosa nel Pugno e il sottotitolo “Ecologisti, Laici, Democratici,Liberali, Credenti”. Questa esperienza segue di poco l’esperienza della lista “Amnistia Giustizia Libertà” alle politiche 2013. Il risultato finale quella volta fu di 64.732 voti pari allo 0,19%. a livello nazionale. Il risultato in Basilicata, dopo quasi un mese di mobilitazione della dirigenza radicale (compreso il ministro degli esteri, che evidentemente non aveva di meglio da fare che prendere armi a bagagli e andare a Potenza a far campagna elettorale) e’ stato di 1215 voti, pari allo 0.48% (con palma dell’ultimo posto tra le liste).
Quando dico al mio professore, o a chiunque altro conosca la tradizione radicale, che alle elezioni i radicali prendono lo zero virgola, rimangono molto sorpresi. Non si capacitano di come un partito la cui fama va ben oltre i confini nazionali possa fare un risultato cosi’ pessimo. Quando la questione viene posta alla dirigenza radicale, le spiegazioni sono di due tipi: 1) le elezioni in Italia non sono democratiche, dunque il REGIME ci impedisce di prendere voti; e 2) l’informazione in Italia fa scomparire i radicali, e dunque la gente non sa che ci siamo. Il tutto di solito condito da strali contro chi ha alzato bandiera bianca e all’ennesima lista ad hoc in cui si usano tutti gli aggettivi di questo mondo eccetto “radicale” e ha risposto con una pernacchia.
Per quanto  non ritenga la democrazia italiana perfetta, io non ce la faccio a dire che un partito fuori dalle stanze dei bottoni (sempre ammesso che i radicali siano un partito e che siano poi cosi’ fuori dalle stanze dei bottoni) non possa affermarsi alle elezioni. L’esperienza del M5S e’ li’ a ricordarcelo. Non credo nemmeno che i radicali non ricevano attenzione da parte dei media. Prova ne e’ che molte, troppe persone sono perfettamente al corrente delle scorribande di Marco Pannella in cui, ormai inintervistabile, perde le staffe e rompe microfoni, beve le sue urine o urla cose incomprendibili a chiunque non sia uno dei suoi badanti.
Forse sarebbe ora, da parte dei dirigenti radicali, di ammettere a loro stessi e al mondo che il motivo per cui le loro liste usa e getta non arrivano all’1% non e’ per  qualche complotto o per la persecuzione dei media. La triste verita’ e’ che se i radicali invece di inventarsi nuovi simboli e slogan esoterici ad ogni elezione, andassero a elezioni come partito radicale, senza farsi mai vedere in giro, prenderebbero piu’ voti. E quando la dirigenza di un partito organizza una campagna elettorale che fa prendere meno voti rispetto a non farla, forse sarebbe meglio che la suddetta dirigenza si dedicasse ad altre attivita’ (pesca, canasta, uncinetto?).

Fischi, altro che applausi

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Credo che sul caso Cancellieri sia il caso di dire una cosa molto semplice: in una situazione drammatica come quella delle nostre carceri, vale a dire sic stantibus rebus, è ovvio che salvarne uno, a prescindere dal fatto che porti un nome importante, è meglio che non salvarne nessuno.
Nella storia di questo paese disgraziato, tuttavia, è stato proprio il consolidamento della disgustosa abitudine per cui se uno ha un nome importante, in un modo o nell’altro, finisce sempre per cavarsela, a fare in modo che nessuno si degnasse di scrivere, o di di far rispettare, le regole che dovrebbero valere per tutti: determinando progressivamente, nel caso delle carceri ma non soltanto, una situazione sempre più drammatica; al punto che se dovessi definire l’elemento più odioso del cosiddetto “regime” che ha impedito a questo paese di diventare un posto civile, lo identificherei proprio in questa vergogna per cui a chi “conta” viene riservato sistematicamente un trattamento migliore rispetto a quello degli altri.
Ecco, io trovo che episodi del genere altro non siano che la perpetuazione di quell’abitudine, e che quindi non possano che rappresentare un passo nella direzione contraria rispetto a quella che sarebbe lecito augurarsi affinché certe situazioni drammatiche vengano finalmente risolte.
Trovo anche, tanto per dirla tutta, che questo sia un punto di vista autenticamente liberale: molto più liberale di quello dei miei compagni radicali, che a Chianciano hanno applaudito la Cancellieri.
Mentre per come la vedo io, da liberali, avrebbero dovuto fischiarla.
Tutto qua.

Tutte le firme sono uguali, ma alcune sono meno uguali di altre

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Ci fa sapere il nostro onniscente autore Absinthe che ne’ i referendum* radicali su giustizia e carceri ne’ un’aministia o un indulto avrebbero alcun effetto sulle condizioni delle carceri italiane. Forse Absinthe non ha passato svariate serate delle sue vacanze come la sottoscritta a raccogliere quelle firme per strada (ai tavoli radicali), perche’ sembrerebbe non sapere quali fosse l’oggetto dei referendum. Tra i 12 quesiti proposti ve n’erano in particolare tre volti a migliorare la situazione carceraria: uno sulla limitazione della custodia cautelare a casi gravi; uno sull’abolizione del carcere per la coltivazione domestica, il possesso e il trasporto di quantità medie di droga e uno sull’abolizione della legge Bossi-Fini, e dunque del reato di clandestinita’ in esso contenuto.

A mio avviso questi referendum toccavano alcune tra le maggiori cause del sovreffollamento carcerario. La cosa buffa e’ che il nostro autore, dopo aver detto che i referendum radicali non avrebbero avuto alcun effetto, dice che bisognerebbe fare esattamente quello che viene proposto nei referendum stessi: depenalizzare e implementare pene alternative al carcere. Insomma, se c’e’ nel referendum non va bene, se lo dice lui si’.

A pensar bene, si potrebbe ritenere che Absinthe non creda nell’istituto referendario previsto dalla costituzione. In questo caso, su cui sono un po’ scettica, mi auguro che il nostro compare non abbia mai preso parte a nessuna delle passate consultazioni sulle quale la sinistra ha stappato lo spumante (nucleare, acqua pubblica (sic), legittimo impedimento ecc). Se invece volessimo pensar male, il nostro amico, pur partecipando a delle consultazioni referendarie in passato, e’ contrario a queste consultazioni perche’  chi raccoglieva le firme non era di suo gradimento. Viene il dubbio che ragioni secondo il “sono d’accordo su questa cosa, ma siccome le firme le raccolgono i radicali e il PDL, smetto di essere d’accordo”.  Perche’ tutte le firme (e i cittadini che le appongono) sono uguali, ma alcune sono meno uguali di altre. Forse il nostro Absinthe, invece di vaneggiare sul fatto che i referendum sarebbero delle burle perche’ le firme le hanno raccolte pure quelli del PDL per salvare Berlusconi, potrebbe chiedersi che fine hanno fatto le firme promesse e mai raccolte da una parte della sinistra (SEL e socialisti) sui diritti civili.

In fine, sarebbe interessante sapere quali dei quesiti avrebbero salvato Berlusconi, che non mi risulta essere un immigrato clandestino, un consumatore di droghe o piccolo spacciatore, un aspirante condannato all’ergastolo, un possibile detenuto (in carcere non ci andrebbe comunque per questioni di eta’) ne’ una vittima di negligenze da parte dei magistrati.

* Quando si parla in italiano il plurale di referendum e’ referendum. Per dimostrare di conoscere la seconda declinazione neutra in latino accontentiamoci della pagella del ginnasio senza torturare la nostra povera lingua. Vedi cosa dice in merito l’Accademia della Crusca.

pensiero dipendente?

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Tutte le persone di buona volonta’ che abbiano mai fatto parte di un partito/movimento/associazione/blog/ecc hanno certamente provato, nel caso il partito/movimento/associazione/blog/ecc avesse un peso anche minimo nella vita pubblica, l’esperienza di sentirsi dire che loro con la loro testa non sanno pensare. In genere questa accusa viene tirata fuori in mancanza di altre argomentazioni, insomma, quando si sta grattando il fondo del barile. Io, essendo radicale, vengo spesso accusata di non usare la mia testa perche’ su un certo argomento la penso come Pannella (un minuto di pausa per far finire di ridere tutti quelli che conoscono il mio rapporto con Pannella). Non importa se poi su altri 100 argomenti con il suddetto leader radicale mi scorni peggio dei tori di Pamplona con i turisti americani. Se Pannella e’ contro la pena di morte e per il divorzio, e lo sono anch’io, e lui che ha detto a me di pensarla cosi’. Perche’ sapete, il modo in cui io sono diventata radicale e’ il seguente: quando avevo circa 17 anni un angelo, nella notte, mi e’ venuto ad annunciare che io sarei divenatata radicale e che avrei dovuto pensare tutto quello che mi diceva Marco Pannella. Non e’ mica successo che io pensassi delle determinate cose per conto mio, e poi le ritrovassi nelle parole di Pannella e soci. Figuriamoci.
Vorrei solo ricordare a tutti quelli che usano questa tecnica per zittire il prossimo, che farebbero piu’ bella figura ad argomentare nel merito, perche’ anche se fosse che io una cosa la penso perche’ me l’ha detta Pannella, dovete ancora provarmi che quella cosa e’ sbagliata. Poi vi ricordo anche che appartenere a un partito/movimento/associazione/blog/ecc vorrebbe dire assorbirne le idee preconfezionate per voi che siete evidentemente privi di immaginazione e carisma. Ma ci sono molte persone che in un partito/movimento/associazione/blog/ecc ci stanno per lasciarci il segno. Di solito sono quelli che cambiano il mondo, mentre voi state li’ a rosicare.

Berlusconi e i referendum

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Per spiegare come la penso sulla firma dei referendum radicali da parte di Berlusconi procederò per punti, prendendomi la libertà di cominciare dalla fine:

  • se verranno raccolte le firme necessarie gli italiani potranno dire la loro su dodici questioni importantissime che riguardano i diritti civili e il funzionamento della giustizia in Italia: il che sarebbe un bene per i cittadini;
  • se verranno raccolte le firme necessarie il Partito Democratico sarà finalmente costretto a pronunciarsi su quelle questioni, cosa che finora ha accuratamente evitato di fare: il che sarebbe un bene per i cittadini e per il Partito Democratico;
  • se verranno raccolte le firme necessarie anche il Movimento 5 Stelle dovrà dire come la pensa, specie su quei quesiti che sono da sempre i suoi “cavalli di battaglia” (leggasi, ad esempio, il finanziamento pubblico ai partiti), facendoci capire una volta per tutte se le questioni gli interessano in quanto tali o solo quando le promuove lui: il che sarebbe un bene per i cittadini e per il Movimento 5 Stelle;
  • la firma di Berlusconi, e il conseguente impegno nella raccolta delle firme da parte del PdL, potrebbe fare in modo che l”obiettivo dei referendum venga raggiunto, e comunque potrebbe innescare il dibattito di cui sopra anche prima di quel momento: il che sarebbe un bene per il paese;
  • chi afferma che Berlusconi ha firmato i referendum per salvarsi dalle condanne dovrebbe spiegare con una certa precisione quale dei dodici quesiti radicali è tale da garantirgli questo risultato: il che sarebbe un”impresa complicata, visto che quel quesito non esiste;
  • chi reputa ridicolo il fatto che Berlusconi abbia firmato per presentare dei quesiti che si propongono di abrogare leggi approvate dal suo stesso governo (leggasi immigrazione o droga) dovrebbe ricordare che i referendum vengono indetti affinché i cittadini si pronuncino sul loro contenuto, non necessariamente perché si è d”accordo con quello che chiedono: il che equivale a dire che si può benissimo contribuire a presentare dei referendum e poi fare campagna per il no;
  • chi afferma che in realtà Berlusconi ha firmato i referendum in modo strumentale, al solo scopo di tornare ad “esistere” politicamente in un momento nel quale i suoi guai personali lo stanno sommergendo, probabilmente (molto probabilmente) ha ragione, ma ciò non toglie che in ragione della sua firma le positive conseguenze politiche di cui ai primi 4 punti potrebbero prodursi lo stesso: il che equivale a dire che le intenzioni di Berlusconi sono assai meno importanti degli esiti che potrebbero determinare;
  • chi afferma che Pannella, a sua volta, ha “accolto” la firma di Berlusconi in modo strumentale, al solo scopo di tornare ad “esistere” politicamente in un momento in cui il suo partito è ai minimi storici, probabilmente ha ragione anche lui, ma ciò non toglie che i radicali quei referendum li stiano presentando e sono gli unici che continuano a sollecitare un dibattito pubblico su quei temi, dibattito che tutti gli altri si guardano bene dal sollevare: il che vuol dire che quell”esistenza, Berlusconi o non Berlusconi, se la meritano tutta;
  • chi sostiene che i radicali sono dei “voltagabbana” e dei “venduti” perché “parlano” con Berlusconi muove da presupposti che a mio parere sono inappropriati per analizzare la politica;
  • chi ritiene che il Partito Democratico faccia bene a non promuovere i referendum per “non mischiarsi” con Berlusconi   muove da presupposti che a mio parere sono ancora più inappropriati per analizzare la politica;
  • chi, infine, afferma che i referendum siano uno strumento logoro, sopravvalutato, inutile, e quindi che la loro “strumentalizzazione” non sia l”effetto collaterale di un obiettivo politico, ma l”unico obiettivo, pone invece un problema del quale credo sia interessante e utile discutere: anche se sulla questione la penso diversamente.

Più o meno è tutto qua: ma mi pare che da discutere ce ne sia già in abbondanza.

Con questi funzionari non vinceremo mai

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Chiariamo una cosa. Che il PD abbia una struttura di funzionari stipendiati è cosa normale. L’iniziativa politica di un partito abbisogna di competenze che meritano di essere organizzate e retribuite.
L’unico guaio è che senza rimborso elettorale pubblico queste non riuscirebbero a mantenersi. Forse, non è detto. Dipende da quanto il pd riuscirebbe a stare sul mercato.

Insomma, discorso che andrebbe fatto ,ad esempio, per tutti i musei d’Italia.

Al momento (a parte quello dei parlamentari ed eletti) l’autofinanziamento del pd è praticamente nullo (a parte quello ricevuto dalla famiglia Riva). Diversamente da Giannino ad esempio, che in una sola campagna elettorale ha raccolto più di un milione di euro, o come da sempre fanno i radicali con una tessera  di 200 euro e la raccolta fondi per le campagne tematiche, oltre che quelle ai tavoli di raccolta firme.

Dopodicchè  fin tanto che il finanziamento è pubblico, non ci dovrebbe essere bisogno di dossier segreti per sapere come vengono spesi quei soldi. Dovrebbe essere regolare, sempre come fanno i radicali, che nel bilancio fossero esplicite le spese sui collaboratori e fornitori. Con nomi cognomi e retribuzioni.
Se questo fosse stato fatto nel PD  sarebbe subito balzato agli occhi, ad esempio, l’imbroglio di Zingaretti, che avevamo spiegato qui.

E ci saremmo risparmiati anche la ridicola giustificazione di Matteo Orfini che ci fornisce la notizia del giorno: il neoeletto gia membro di segreteria di Bersani va a lavoro in metro e viaggia in seconda classe. Domani ci dirà che si allaccia anche le scarpe da solo (ciò che manca di dire Orfini è che il mestiere che faceva fino a ieri, quello che dice per cui era pagato di più, era per  Italianieuropei, la fondazione di Massimo D’Alema. Quella si, come tutte le Fondazioni, meriterebbe di un dossieraggio).

Perchè poi oggi il dibattito intorno all’articolo di Maria Teresa Meli è girato intorno al dossier di Renzi e lo stipendio di Orfini, e non sul cuore della questione. Che è nel titolo dell’articolo di Meli: “gli sprechi del pd”.
Perchè come in ogni cattiva pubblica amministrazione, il problema è che finche i soldi non te li sei sudati e non sono tuoi, li sprechi. E a giudicare dai risultati, Matteo Orfini è per il PD, e quindi per noi cittadini che volenti o no lo finanziamo, uno spreco. E invce il PD lo promuove a parlamentare. Perchè il problema nel PD è che il ruolo di funzionario o parlamentare troppo spesso coincidono, oppure si avvicendano. Perchè nella selezione non vi sono ragioni meritocratiche  o competenze specifiche, ma obbedienza. Come citavamo sempre in quell’articolo su Zingaretti, la strategia del limite dei due mandati serviva al pci per portare i funzionari di parito in parlamento, e dopo due mandati maturato il vitalizio, continuare a fare i funzionari a spese di tutti. Il guaio è che adesso anche prima di diventare parlamentari sono a spese di tutti.

PS: a chi ci chiede “perché secondo voi un privato si metterebbe a finanziare la campagna elettorale o l’attività politica di un partito” chiedo: perchè 3 milioni di privati hanno dato 2 euro per le primarie? o perchè a ogni natale milioni di privati danno altrettanti milioni alla Telethon di Montezemolo?

NB: si ricorda a tutti i giornalisti e commentatori che in questi giorni stanno ricordando che il finanziamento pubblico ai partiti è gia stato abolitito nel 93 con un referendum, che quel referendum non fu autoconvocato, ma fu indetto dai Radicali della lista Pannella, che fecero il primo referendum contro il finanziamento ai partiti nel 1978.
Nel 2011 se n’è accorto Beppe Grillo, nel 2012 Matteo Renzi, nel 2013 il PD ma non tutto.

Il guaio per qualcuno è di essere sempre troppo avanti, e anticipare i tempi con la semina che altri raccoglieranno.

Fino alla fine

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Massì, mettetela un po’ giù come vi pare. Citatemi l’alleanza con Berlusconi, andate avanti con Cosentino, chiudete col taxi elettorale di Storace e nel mezzo metteteci tutti gli errori, tutte le incoerenze, tutte le cazzate che i radicali hanno fatto in sessant’anni di storia.
Fate pure l’elenco, e sappiate che per la maggior parte delle cose sarò d’accordo con voi: tant’è che da quando ho potuto sono stato il primo a denunciarle, là dentro, pigliandomi i rimbrotti degli ortodossi e sentendomi dire che ero un infiltrato del regime, uno che non aveva mai capito una sega, un radical chic.
Dopodiché, per favore, fatevi un giretto su questa pagina e date un’occhiata. E’ una legge di iniziativa popolare per la legalizzazione dell’eutanasia: quella roba indicibile su cui la maggioranza degli italiani è d’accordo ma della quale tutti gli partiti -per inerzia, miseria culturale, pochezza politica, vigliaccheria- si guardano bene dall’occuparsi.
La promuovono i radicali, un’iniziativa così. Una forza politica allo zerodue percento, fuori dal parlamento, fuori dai consigli regionali, fuori da tutto. Mica gli altri. Mica il PD, che si proclama progressista ma fa finta che certi argomenti non esistano. Mica quegli altri, che si dicono liberali ma la libertà non sanno manco dove sta di casa. Mica i grillini, quelli del popolo sovrano e delle azioni dal basso.
Nessuno. Solo i radicali.
I radicali, che forse stanno per morire: ma nel frattempo, nonostante Berlusconi e Cosentino e Storace e tutte le cazzate vere o presunte degli ultimi sessant’anni, continuano ad avere il coraggio di pronunciare parole che per tutti gli altri sono tabù.
Mai slogan fu più azzeccato. In tutti i sensi.
Liberi, fino alla fine.

The new #iovotorosanelpugno

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Insomma, senza stare troppo a sottilizzare che le catene di Giannino sono un gesto simbolico della lotta politica, mentre il metodo gandhiano di Pannella è lotta politica in sè, pare che la rete si sia accorta di quello che i rispettivi adepti si rimbalzano da un po’.

Oscar Giannino ricorda Marco Pannella, senza offesa per nessuno dei due: personalità istrionica, situazionisti per necessità, leadership carismatica  e non elettiva, dunque non contendibile in alcun congresso. Ma anche – sul piano dei contenuti: rivendicazione di terzietà rispetto al regime politico e denuncia di censura da parte del regime mediatico.

Con questi ingredienti, il partitino d’opinione è servito, checché ne dicano i diretti interessati che di essere chiamati “partito” non ne vogliono sapere.

Insomma a dire che #iovotogiannino è il nuovo #iovotorosanelpugno (copyright Claudio Cerasa) si coglie nel segno, probabilmente per motivi diversi da quelli che i più pensano: storicamente si tratta infatti di esperienze molto diverse, l’una nata dal matrimonio elettorale tra Socialisti e Radicali, l’altra dall’interventismo di un gruppo di economisti. Inoltre, il target di elettori è solo parzialmente sovrapponibile, tanto che in questo tornata elettorale puntano su priorità profondamente diverse: 10 punti prevalentemente economici per Fare, un punto solo per la lista di scopo di Pannella (questa volta davvero solo sua, vista la tiepidissima adesione di Emma Bonino) cioè il problema Giustizia e la cura Amnistia.

In molti avevano auspicato, data la complementarietà dei programmi, una convergenza che avrebbe portato un po’ di colore e respiro civile all’efficientismo del programma antideclino, e un po’ di chiarezza alla elaborazione radicale sui temi economici, particolarmente evanescente nell’era post Capezzone.

Il risultato sarebbe stata una forza ugualmente piccola ma genuinamente liberale, capace di compiere la sintesi di cui nessuno dei grandi partiti è capace tra libertà civili ed economiche, invece di tentare di proporsi come foglie di fico progressiste a destra gli uni, a sinistra gli altri.

Operazione fallita in entrambi i casi, evidentemente, col risultato di un effetto dejavù sia delle analisi sul trust informazione-politica che dei (sacrosanti) tentativi di racimolare visibilità come si può, contro gli ubiqui Monti, Berlusconi e Bersani, mentre Grillo se la ride dal suo blog dopo aver ripudiato mamma televisione.

Ora, il dubbio che l’analisi comune a Giannino e Pannella sull’impenetrabilità dell’agenda politica da parte dei piccoli partiti sia esatta, e il sospetto ulteriore che questi partiti siano tanto più piccoli quanto meno esposti nei pastoni e nelle ospitate massvisive, il dubbio e il sospetto la persona di buona fede se lo dovrebbe far venire, perché ha a che fare con l’accessibilità stessa del sistema, cioè con la sua democraticità.

Invece no, e arriva pure quello che dice: colpa dei piccoli se sono piccoli. Posto che “autocritica” è una parola impopolare negli ambienti liberali, nondimeno ad accusare i radicali di improvvisare le campagne elettorali puntando sui conigli dal cilindro di Pannella ci si piglia facile. Il problema organizzativo c’è e si vede, non so se valga lo stesso anche per la start-up degli entusiasti di Fare.

Il punto però per me è ancora un altro: che il pensiero liberale, in Italia, è indigesto e di fatto espulso tanto a destra quanto a sinistra. Non si tratta del semplice fatto che non sia inglobato, ma proprio della necessità storica, dei liberali nostri, di essere terzi perchè malvisti tanto da una destra fondamentalmente cattolica e confindustrialista, resa per di più anomala dall’insediamento di un partito apolitico come quello berlusconiano, quanto da una sinistra scarsamente progressista ma molto corporativista (e cattolica anch’essa). Se poi rispunta anche il centro supercattolico e conservatore, ai liberali non resta che essere quarti, quinti, finanche giustamente marginali. E a noi pur marginalmente rappresentati non resta che ringraziarli per la cocciuta sopravvivenza.

Insomma l’orizzonte del bipolarismo è destinato a restare una chimera finchè il pensiero liberale non troverà asilo in una delle due parti o in ambedue, contaminandole. E ben vengano fino ad allora le modeste percentuali di questi strani animali, che forse sarebbero meno modeste insieme ma non darebbero meno fastidio a chi non sopporta che gli si rompano le uova nel paniere, o che si strappi il copione ben congegnato di una democrazia ormai meno che formale.

Onanismo radicale

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Posso sbagliare, ma sono uno che con le persone ci parla: e a occhio e croce credo che astrattamente i radicali valgano circa il dieci per cento dei consensi. Come dite? Otto? Sette?
Ok, facciamo sette, per tenerci bassi.
Ciò significa che almeno un italiano su quindici è sostanzialmente d’accordo con i temi che caratterizzano il partito, e che quindi -ripeto, astrattamente- sarebbe disponibile a votarlo.
La questione, in concreto, è che alla fine della fiera non lo fa. E questo, per come la vedo io, è un problema del quale occorrerebbe occuparsi: perché -so che si tratta di una banalità, ma nel caso di specie sottolinearla non è inutile- con il sette per cento dei voti si potrebbero portare nelle istituzioni un sacco di persone e perseguire gli obiettivi che ci si prefiggono con maggiori probabilità di realizzarli.
Non è inutile sottolineare questa banalità, dicevo: perché nel caso dei radicali valere il sette per cento e aggiudicarsi a malapena il due non solo non è un problema, ma diventa addirittura un titolo di merito. Per la serie: siamo così intelligenti che nessuno ci capisce, siccome nessuno ci capisce ci votano sempre meno persone, e il tutto -tautologicamente- costituisce la controprova di quanto siamo intelligenti.
Poi, naturalmente, c’è il regime. Il regime che ci ostracizza, ci sabota, ci silenzia. E il fatto di essere su percentuali vicine allo zero è la dimostrazione patente che quel regime esiste e che noi siamo gli unici a combatterlo.
Il calo dei consensi, quindi, lungi dal rappresentare un problema finisce per diventare una doppia libidine, perché da un lato dimostra che la nostra perspicacia cresce e diventa di giorno in giorno più acuta, e dall’altro conferma che quanto andiamo dicendo su questo paese è incontrovertibilmente vero.
Si tratta di un labirinto, naturalmente. Di una trappola onanistica nella quale, mi spiace dirlo, siamo ormai affondati fino al collo come Tarzan nelle sabbie mobili. Si fa fatica a respirare, si annaspa, più ci si dimena più si sprofonda. Finché, dai e dai, si soffoca. E alla fine, inevitabilmente, si muore, dopo aver sperperato un patrimonio politico di valore inestimabile.
Io, per conto mio, non ce la faccio a sentirmi migliore degli altri semplicemente perché gli altri non mi cagano; né sono disponibile a giustificare il fatto che non mi caghino soltanto con il passepartout feticista del regime. Lo trovo un atteggiamento infantile, autistico, irresponsabile.
Se è vero -come credo sia vero- che un italiano su quindici sarebbe d’accordo con noi, e se è vero -com’è incontrovertibilmente vero- che quell’italiano ormai non ci vota più, dev’essere soprattutto colpa nostra.
Sarebbe il caso che ci occupassimo dei nostri errori, invece di lagnarci. Sarebbe il caso che ci rendessimo autenticamente disponibili a correggerli, invece di dare dei coglioni a tutti gli altri. Sarebbe il caso che prendessimo ancora la briga di parlare alle persone, invece di compiacerci della nostra solitudine e di raccontarci un giorno sì e l’altro pure quanto siamo bravi e quanto poco ci capiscono.
Sarebbe il caso di diventare adulti, insomma.
Dopo quasi sessant’anni, credo sia lecito aspettarselo.

Senza il mio voto

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La questione è molto semplice: se un partito prima fa una lista di scopo per l’amnistia e la giustizia, nel contempo continuando a perseguire fini quali la laicità delle istituzioni e la libertà di scelta delle persone, e poi sostiene un tizio secondo cui l’amnistia era roba da incatenarsi in parlamento, e che tra l’altro si tira dietro nientepopodimeno che una delle fondatrici del Movimento per la Vita, dove sta andando quel partito non lo capisco. Anche se è il mio partito. Anzi, forse a maggior ragione perché è il mio.
E quindi, anche se è il mio, quel partito non lo voto. Senza rancore, s’intende. Per una semplice, semplicissima questione politica.
Come dite? E’ una questione di sopravvivenza? Può darsi. Meglio non sopravvivere, allora. Davvero, meglio morire dignitosamente.
Poi, di qui in avanti, sarà tutto un vivamaria di gente che come al solito mi accuserà di non aver capito nulla. Di non essere abbastanza “laico”, politicamente parlando. Di aver dispiegato un’analisi politica non abbastanza complessa, articolata, raffinata.
Pazienza. E’ una tiritera che conosco. Ci ho fatto il callo. Ci posso convivere, insomma.
Ma il punto, ovviamente, non è questo. Il punto è che un’alleanza del genere -ancorché “tecnica”, come viene definita in queste ore- allontana i radicali dallo scopo di cui parlano. Lo scopo di cui alla lista di scopo, intendo. E per inciso pure dagli altri.
Ragion per cui, compagni, se volete sostenete pure Storace, la Tarzia e tutto il resto della combriccola.
Ma lo farete senza il mio voto.
Tutto qua.

Appello ai cittadini che lottano in difesa dell’ambiente di Taranto

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Ad Angelo Bonelli

Alessando Marescotti

Fabio Matacchiera

Annamaria Moschetti

 Rossella Balestra
E tutte le associazioni e i cittadini che lottano in difesa dell’ambiente e della salute di Taranto

Da giorni state compilando e diffondendo black liste con i nomi dei politici antiTaranto. Quelli che hanno votato per il decreto Salva Riva, quelli al telefono con i dirigenti Ilva, quelli che hanno beneficiato dei loro interventi, quelli che nascondono le mappe, che hanno autorizzato la produzione, quelli che hanno omesso i controlli.

Operazione verità la chiamate.

Io vi chiedo, allo stesso modo, di far conoscere e ricordare la white liste. Quelli che anche non tarantini hanno lavorato per le vostre stesse battaglie.

Tra questi ci sono i Radicali, al vostro fianco e portavoci parlamentari di tante vostre lotte, e l’archivio online di radioradicale ne conserva testimonianza.

Solo grazie alla spinta dei deputati radicali si sono avviati in parlamento le iniziative per ostacolare l’allungamento dei termini per la riduzione dei limiti del benzoapyrene, la dura opposizione al rilascio dell’Aia, le denunce su Tempa Rossa, il contrasto all’eolico selvaggio in terra ionica, smisurate sono le interrogazioni, interventi in aula, mozioni e proposte per la salvaguardia dell’ambiente e la salute dei tarantini.

Inoltre solo il gruppo parlamentare radicale ha votato compatto sia alla Camera che al Senato contro il decreto Salva Riva e il Salva Taranto (non avendo fino ad allora, diversamente dall’idv, mai votato contro la fiducia a Monti).

Tutto partendo dalla proposta radicale, risalente gia agli anni 80, di riconversione del sito di Taranto.

Capofila di queste battaglie, e tantissime volte presente ad iniziative comuni sia a Taranto che a Roma, è stata la deputata radicale che voi ben conoscete, la stampa tarantina molto meno, Elisabetta Zamparutti.

E’ lei la capolista alla Camera per la lista che i Radicali presenteranno alle elezioni. Presenteranno perchè prima hanno bisogno di raccogliere le firme. E come sempre tra i pochi a rispettare la legalità in tutti i suoi aspetti, a cominciare dal processo elettorale, i radicali le prendono solo pubblicamente alla presenza di autenticatori e solo a liste complete e pubbliche.

La scedenza per la consegna è fissata per lunedì 21, se entro quella data non avremo tutte le firme necessarie Elisabetta Zamparutti, il deputato tarantino Maurizio Turco (capolista Senato), e tutti i Radicali non potranno neppure candidarsi alle elezioni.
Vi chiedo di aiutarci nella raccolta per continuare a difendere Taranto, la democrazia e lo Stato di diritto.

A Taranto è possibile firmare presso l’ufficio elettorale in via Plino, e sabato pomeriggio presso il centro commerciale Auchan.

Sabato mattina invece raccoglieremo le firme presso il Carcere di via Speziale, perchè anche i detenuti hanno diritto alla salute.

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Lo spazio di Marco Pannella

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Dev’esserci uno spazio praticabile, tra la valutazione -quale che essa sia- del significato di un’iniziativa politica e l’ineludibile senso di colpa nei confronti di un padre che rischia di creparsela.
Dev’esserci uno spazio, dico, perché io mi ci ritrovo dentro da qualche ora e ne sto esplorando i contorni per scoprire dove comincia, dove finisce, cosa c’è dentro: e cerco di scriverne, anche se scriverne è una delle imprese più complicate con cui mi sia capitato di misurarmi.
C’è, tanto per cominciare, l’intruglio tra fronte politico e piano personale che costituisce il marchio di fabbrica di ciascun radicale: e che rappresenta, per come la vedo io, la vera invenzione rivoluzionaria di Marco Pannella, quella che ha consentito a un partito grande uno sputo di tirar fuori da questo paese risultati inimmaginabili.
L’abbiamo maledetta tutti, quell’invenzione. Più di una volta. Ce ne siamo sentiti vittime e abbiamo rimpianto il giorno in cui abbiamo messo piede a Torre Argentina invece di cambiare strada, andarci a comprare un libro da Feltrinelli e dimenticarcene per sempre.
Ci siamo sentiti tutti, almeno una volta, strumentalizzati da quell’intruglio. Per poi accorgerci, subito dopo, che il confine tra essere strumentalizzati e farsi strumento è labile, incerto, impalpabile. Che forse quel confine non esiste, nella misura in cui la vita non è fatta di scatole con sopra un’etichetta, ma di cose che sfumano l’una dentro l’altra senza soluzione di continuità.
E’ così che nei momenti più imprevedibili siamo tornati a benedire quell’invenzione, che ha cambiato per sempre la nostra vita e ci ha trasformato in persone diverse da quelle che eravamo.
Io l’ho benedetta ogni volta che ho pescato da chissà dove il coraggio di dire quello che pensavo, la forza di spiegarlo per quanto sembrasse inutile, la pazienza di cercare un’altra strada quando sembrava che non ce ne fossero più; ogni volta che mi sono trovato immerso fino al collo in situazioni grottesche che avrebbero indotto chiunque a darsela a gambe e mi sono scoperto capace di guardarle, muovermici dentro, prenderle in mano e provare a farne qualcosa.
Dev’essere questo, lo spazio in cui sono. Lo spazio in cui politico e personale si intrecciano in modo inestricabile, al punto da non riuscire più a capire dove comincia l’uno e finisce l’altro.
Lo spazio che Marco Pannella ha creato dal nulla, condannandoci a fare politica pure quando andiamo a pisciare e a sentirci dire, spesso e volentieri con più di una ragione, che non la facciamo mai.
Che mi piaccia o no, è dentro quello spazio che mi ritrovo.
E credo che in un un modo o nell’altro non ne uscirò mai più.

Taranto libera. Dai piazzale Loreto.

in Articolo by

IL 15 dicembre sarò in piazza a Taranto a manifestare contro il Decreto Salva Riva.

Contro un atto eversivo compiuto con il beneplacito del Presidente della Repubblica.  Manifesterò perché non può e non deve passare inosservato come fatto compiuto ed indiscutibile, la decisione del Governo che dissequestra gli impianti mortali dell’Ilva, sequestrati da un gip per fermare il disastro in corso. Mi auguro che un dibattito e una presa di coscienza si manifesti e si arrivi presto a constatare che tutta questa abilissima costruzione politica sta precipitando il nostro Paese in una spaventosa crisi di legalità.

Manifesterò da Radicale. Quale sono. Iscritta al Pd. Non per questo non mi sento membro della società civile alla quale gli organizzatori della manifestazione hanno rivolto l’appello, non volendo bandiere e simboli.

Gli organizzatori conoscono, perchè spesso condotte insieme, le posizioni e la lotta dei radicali sulla questione Taranto, da anni. Dalla legge per i limiti del benzoapyrene, al contrasto all’Aia, alle denunce su Tempa Rossa, alla decennale proposta di riconversione.

Gli stessi organizzatori della manifestazione che stanno raccogliendo ufficiali “Black list” e “white list” in un cui inseriscono i politici in base alle loro posizioni, hanno diffuso quella del voto alla pregiudiziale di costituzionalità sul decreto salva Riva in cui solo 15, tra cui tutti i deputati radicali, hanno votato contro il decreto.

Sono radicale, e sono fiera del voto dei miei compagni in aula. E ho anche apprezzato l’intervento di alcuni deputati del PD, su tutti l’on. Alessandro Bratti, che non condividendo il decreto ha provato nel miglior modo possibile a recuperarne qualcosa di utile per l’ambiente la salute e la vita.

E non capisco perchè adesso dovrei nascondere la mia bandiera. E sono contraria alle liste. Bianche nere o gialle. Rievocano uno stampo anch’esso eversivo e altrettanto pericoloso di regimi passati.

I manifesti e gli slogan che ho visto girare anche alle scorse, importanti, manifestazioni a Taranto: “Clini un tumore ti cambierebbe le idee”, “arrestateli”, “non votateli”, “vergogna”, a segnare come caccia alle streghe i volti di politici e istitituzioni,  possono banalmente trasformarsi nel preludio di nuovi piazzali Loreto. Quella banalità del male che ci descrisse Hannah Arendt.

Parteciperò da Radicale, ma non sarò dietro quei manifesti e lotterò contro quel fascismo dell’antifascismo che qui e ora rischia precipitosamente di diventare fascismo dell’ambientalismo.

ll nostro urlo deve essere vita, suscitando e governando responsabilità, speranza e dialogo.

Per prima cosa occorre diventare la proposta per evitare che nuovi Piazzali Loreto appaiano necessari, giusti, inevitabili.

Occorre mostrare che qui a Taranto è possibile (e che lo si vuole, dopo più mezzo secolo) voltare pagina, con la forza e la civiltà della nonviolenza, della ragionevolezza, della giustizia, della legalità. E non della vendetta.

Offrendo a quelli che dovranno pagare per i loro errori, contemporaneamente, la prova che saranno anch’essi chiamati a dare una mano alla così difficile costruzione del nuovo, della vita, della legge, se lo vorranno, se lo sapranno.

 

striscione manifestazione taranto
striscione manifestazione taranto
Volantino di un gruppo degli organizzatori della Manifestazione Taranto Libera 15 dicembre
Volantino di un gruppo degli organizzatori della Manifestazione Taranto Libera 15 dicembre
volantino cittadini e lavoratori liberi e pensanti
volantino cittadini e lavoratori liberi e pensanti
Volantino di Fabio Matacchiera, uno degli organizzatori della manifestazione
Volantino di Fabio Matacchiera, uno degli organizzatori della manifestazione

 

 

Ricominciare

in giornalismo by

Che le forze radicali siano ad oggi agonizzanti e senza prospettive credibili lo dimostra l’esito dell’ultimo congresso di Radicali Italiani, davvero povero nella sua mozione conclusiva e senza particolari fattori di discontinuità rispetto ad una precedente gestione che, nel complesso, non si può certo definire gravida di risultati. E questo brucia doppiamente nella misura in cui basta aprire il supplemento domenicale del Sole 24 ore di oggi per leggere, in un interessante articolo di presentazione dell’epistolario tra Mario Pannunzio e Leo Valiani, cosa potrebbe ancora dare il pensiero radicale se riuscisse ad uscire da quella struttura barocca e avvitata su se stessa che è la “galassia radicale”.

Perchè, compagni, diciamocelo pure: siamo fighi, ma siamo anche stronzi. Abbiamo un patrimonio politico e culturale di primo piano, intellettuali finissimi che hanno militato nelle nostre fila apportando contributi tra i più costruttivi nella storia del pensiero nazionale, eppure la nostra impostazione movimentista ci fa mobilitare solo per le grandi battaglie, le infibulazioni, la cannabis, i matrimoni gay, l’amnistia…tutte cose giustissime, per carità, ma che abbiamo portato avanti isolandoci da un contesto nel quale c’è la richiesta, paradossalmente inevasa, di una rappresentanza “normale”, con ceti produttivi e sociali che non riusciamo ad intercettare pur pensando le stesse cose in tema di stato laico, liberale, rispettoso degli individui.

Io credo che la sopravvivenza di noi radicali e, cosa più importante, delle idee di cui solo noi radicali siamo portatori, non possa che passare per una conversione, in primo luogo antropologica, del nostro modo di fare politica. Oltre a proseguire le giuste lotte che fanno parte della nostra storia, dobbiamo iniziare a sporcarci le mani con le questioni biecamente concrete, rapportandoci con i ceti produttivi e sociali nei termini di una disponibilità nostra a farci latori delle loro istanze in una prospettiva di governo, l’unica che consente ad una forza politica di esistere e di dare concreta applicazione ad idee e concetti che, purtroppo, i digiuni o le manifestazioni di piazza non riescono più a rendere di concreta attuazione.

Ciò naturalmente non potrà che passare tramite scelte dolorose, soprattutto in termini di leadership e di rivisitazione di una struttura associativa paradossalmente totalitaria ed antidemocratica laddove anche l’elezione delle cariche di Radicali Italiani è apparsa quanto mai pleonastica visto che le decisioni grosse, quelle di indirizzo politico, vengono prese in altre sedi e da Venerati Maestri che non sentono neanche più l’esigenza di far votare le proprie prerogative da un congresso perchè ormai le ritengono acquisite per diritto divino-naturale. E l’epifenomeno di questa realtà distorta l’ha fornita lo stesso Marco Pannella quando, in spregio all’ordine dei lavori e al diritto dei congressisti di dire la loro dal palco, ha parlato per ore, peraltro devo ancora capire a che titolo visto che lui dovrebbe essere, come me, un semplice iscritto. Una brutta scena per chi, come lo scrivente, è radicale da solo un anno e con nessuna precedente esperienza congressuale dei radicali alle spalle.

Comunque il travaglio è iniziato. La cancellazione dei radicali da qualunque ruolo elettivo darà la stura ad una messa in discussione ormai inevitabile di certi assetti alla cui riforma sarà necessario partecipare tutti con il massimo impegno. Le idee per cui combattere ci sono, basta riprendere Pannunzio, Valiani e tutti i “primi radicali” di cui parla oggi Il Sole. Perchè è bello e rasserenante, cari compagni, camminare sulle spalle dei giganti.

Un anno che non dimenticherete

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Verrebbe voglia di mollare tutto, dopo un congresso così.
Verrebbe voglia di farlo, e forse sarebbe saggio. Dare retta a quelli che ti ripetono che non c’è niente da fare. E magari, dal loro punto di vista, hanno pure ragione.
Ma c’è che sono radicale. C’è che so, lo so, che senza i radicali di alcune cose non parlerebbe più nessuno, ma proprio nessuno. C’è che alcuni compagni hanno avuto ancora fiducia in me, hanno scritto il mio nome su un pezzo di carta prima di ficcarlo in quella scatola, e così facendo mi hanno chiesto di rimanere. C’è che smettere coi radicali vorrebbe dire smettere di fare politica, perché quel posto è l’unico in cui, in un modo o nell’altro, ritrovo le cose in cui credo. Nonostante la pesta da cui è infestato pure lui. Nonostante l’odore di putrefazione che ci si respira dentro. Nonostante tutto. C’è che l’alternativa, l’unica, sarebbe mettere su un bel sorrisetto cinico. Accodarmi alla carovana di quelli che tanto è tutto inutile, non c’è speranza, non ne vale la pena. Dimenticare e dedicarmi ad altro.
Io, però, sono fatto così. Preferisco combattere finché posso invece che addormentarmi. Morire vivo, piuttosto che vivere da morto. E ce ne sarà, a questo punto, da combattere. Senza soggezione, senza paura, a viso aperto.
Ci vediamo in comitato, compagni. Sarà un anno che non dimenticherete facilmente.
Promesso.

Italian Restaurant Satyagraha

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Menu’ del giorno del ristorante Satyagraha:

  • sciopero della fame e sciopero della sete lisci;
  • bis di sciopero della fame e della sete (alternati);
  • sciopero della fame con cappuccino mattutino;
  • sciopero della sete con deglutizione di urine;
  • sciopero della fame e della sete a termine;
  • sciopero della fame con sospensione per vacanze estive del Parlamento, perchè se la politica è un mestiere, anche le lotte democratiche hanno diritto alle vacanze

Questi sono solo alcuni esempi dell’ampia scelta di Satyagraha Italian-style. Gli autori di questo post sono pero’ dei puristi in fatto di Satyagraha almeno quanto lo sono in fatto di cibo: per noi lo sciopero della fame implica la sospensione di ogni forma di alimentazione e l’accettazione delle conseguenze, anche estreme, di questo strumento di lotta. Farlo a tempo, solo nei giorni pari, sospendendolo qua e la’ o peggio concluderlo senza aver conseguito alcun risultato tangibile (più tangibile, intendiamo, di una pacca sulla spalla dell’interlocutore di turno) non solo sminuisce la battaglia che si porta avanti ma anche lo strumento in se’. Ecco perche’ in questi giorni i casi di Giachetti e dei cinque dirigenti radicali impegnati in quattro scioperi diversi non ci scaldano il cuore. Alla luce di questo, sarebbe salutare non praticare scioperi della fame a meno di casi davvero estremi (avete presente Gandhi, le suffragette o i dissidenti cubani? Ecco), specialmente se non si ha nessuna intenzione di lasciarci le penne. Lo dobbiamo alle nostre cause e lo dobbiamo alla nonviolenza.

Radicali for dummies

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DISCLAIMER. Questo post non è un’apologia dei radicali: tant’è che chi lo scrive, pur essendo radicale fino alla punta dei capelli, è il primo a dissentire spesso e volentieri con svariate persone del suo partito, a cominciare dal capo. Però, abbiate pazienza, di sentire e leggere certe fregnacce davvero non se ne può più: se proprio dovete criticare i radicali -cosa che io, da radicale, faccio fin troppo spesso-, fatelo almeno per i motivi giusti.

I radicali sono delle puttane che fanno comunella con chiunque prometta loro qualcosa (aka: i radicali sono dei voltagabbana).
Falso, perlomeno in questi termini. I radicali, da sempre, ritengono che le buone idee e le buone iniziative politiche siano tali a prescindere dal nome e dal cognome di chi le sostiene: ragion per cui, se perseguono un obiettivo e trovano dei compagni di strada -anche occasionali- che possano dar loro una mano, non hanno paura di mettere in campo quelle iniziative insieme a loro. Chiunque siano. Al contrario di chi, sostenendo le cose soltanto se sopra c’è il “bollino” giusto, dimostra che di quelle cose, alla fine della fiera e malgrado ciò che proclama, gliene frega poco o niente.

I radicali sono velleitari (aka: marginali, ininfluenti, ridicoli).
Sarà. Però, malgrado lo scarso peso elettorale che hanno -quasi- sempre avuto negli ultimi decenni, i radicali sono stati i promotori -spesso e volentieri unici- delle più importanti conquiste civili che il nostro paese abbia conosciuto: conquiste delle quali moltissimi cittadini si sono avvantaggiati allegramente, per poi blaterare che chi gliele ha assicurate non conta un cazzo.

I radicali sono dei piagnoni che stanno sempre a lamentarsi di essere censurati.
Può essere. Però, con ogni evidenza, se non ci fossero i radicali di certi argomenti non parlerebbe nessuno: perché nessuno si prende la briga di rivendicare il diritto all’eutanasia e al suicidio assistito, di rilevare che la giustizia italiana è uno schifo senza precedenti, di denunciare che i diritti delle donne sul proprio corpo vengono sistematicamente violati, che il proibizionismo ingrassa le mafie con il benestare dello stato, che l’Italia è praticamente un paese confessionale e via discorrendo. Nessuno. Se avete piacere che questa roba continui ad essere ignorata, prendeteci pure per il culo perché nessuno ci manda in televisione a parlarne. E auguroni.

I radicali si sono alleati con Berlusconi.
Certo. Perché -sbagliando, e ci fu chi lo fece rilevare- ritennero che Forza Italia potesse essere un veicolo per promuovere alcune istanze riformatrici di stampo liberale e libertario. A prescindere dal resto. Ripeto, sbagliarono: ma se dovessimo fare l’elenco di tutte le inaudite cazzate che hanno commesso negli anni quelli che oggi li criticano, bisognerebbe abbattere due o tre foreste solo per procurarsi la carta necessaria.

I radicali sono i promotori della cause perse.
Falso. I radicali sono gli unici -ripeto: gli unici- che hanno avuto il coraggio di mettere le mani dove nessuno osa metterle. Di toccare ciò che tutti ritengono intoccabile. E non è vero che alla fine abbiano sempre perso. Forse l’obiezione andrebbe riformulata: i radicali sono i promotori delle cause difficili: dalle quali tutti gli altri si tengono ben lontani, perché vincere facile assicura loro poltrone e privilegi.

I radicali hanno salvato Cosentino.
Non dite fregnacce: i radicali non hanno “salvato” nessuno e non hanno fermato nessun processo. Hanno ritenuto, dopo aver letto le carte come la legge imponeva loro di fare, che non vi fossero i presupposti per la carcerazione preventiva. Tutto qua. Che dire degli altri, che hanno votato a favore della carcerazione ideologicamente senza aver letto neanche una riga? Sono meglio loro? Se davvero lo pensate, abbiate pazienza, fate paura.

I radicali non hanno mai rubato niente solo perché non hanno mai avuto la possibilità di farlo.
Falso. I radicali, nel corso dei decenni, hanno occupato posizioni grazie alle quali avrebbero potuto sbafare allegramente come tutti gli altri. E non lo hanno fatto. Lo dimostra -ultimo in ordine di tempo- il caso del consiglio regionale del Lazio, nel quale i radicali -soli, ancora una volta- hanno denunciato lo schifo che stava succedendo con il benestare di tutti gli altri partiti. Inventarsene un’altra, please.

I radicali danno lavoro ai terroristi.
Vero. I radicali annoverano tra le loro fila ex terroristi -rossi e neri- che hanno scontato la loro pena e che hanno cambiato vita e modo di vedere le cose: esemplificando in tal modo -unici, manco a dirlo- il principio -costituzionale, detto a beneficio di quelli che stanno sempre a fare gne-gne con la costituzione ma poi ci si puliscono il culo- che la rieducazione è la finalità principale delle condanne e delle pene detentive. La cosa vi sconcerta? Be’, riprendetevi: si chiama stato di diritto, ed è una cosa un tantino più seria delle vostre farneticazioni.

I radicali rimettono in circolazione i delinquenti con l’amnistia.
Falso. I radicali denunciano da sempre -soli, tanto per cambiare- lo stato indecente non solo delle carceri -cosa che di per sé sarebbe già ampiamente sufficiente-, ma della giustizia italiana: rilevando che si tratta di un problema così essenziale da diventare prodromico rispetto a tutti gli altri. Se poi a voi piacciono i processi che durano vent’anni e la tortura, al punto che preferite detenere un essere umano come un animale piuttosto che ripristinare un minimo di legalità, beati voi. Auguratevi di non finire mai dentro, neppure per sbaglio.

I radicali sono contrari al finanziamento pubblico ma lo intascano come tutti gli altri.
Vero, e per quanto mi riguarda è un problema aperto. Però, contrariamente agli altri, hanno sempre impiegato quei quattrini esclusivamente per fare iniziativa politica. La discrasia di fondo, secondo me, rimane: ma comunque c’è una bella differenza.

I radicali sono di destra.
Falso. I radicali sono un gruppo di persone estremamente diverse tra loro: liberisti, socialisti, socialdemocratici, anarchici e chi più ne ha più ne metta, i quali tuttavia hanno presente un fatto: in questo paese non esistono le condizioni minime per esercitare la democrazia. Ripristinate le quali, con ogni probabilità, si dividerebbero, andando ciascuno per la sua strada quale che essa sia.

I radicali sono di sinistra.
Vedi sopra.

I radicali sono dei laicisti.
Vero. E ci mancherebbe altro.

I radicali hanno rotto il cazzo.
Lo so. Hanno rotto il cazzo a quelli che non hanno voglia di chiamare le cose col loro nome. Hanno rotto il cazzo a chi continua a illudersi che le cose siano semplici. Hanno rotto il cazzo ai benpensanti di destra e di sinistra, a quelli che si scandalizzano facile, a chi evita accuratamente di spingersi oltre il limite che rende le cose impopolari. E’ vero: i radicali hanno rotto il cazzo. Del resto sono là apposta per questo.

Subsidenza politica, ecologica ed economica

in economia/politica/società by

Ieri mattina ascoltavo il Comitato nazionale di Radicali Italiani su RR e tra i tanti interventi mi è capitato di ascoltare quello di un amico, Enrico Salvatori, uno di quei radicali rompicoglioni che mettono faccia, tempo e corpo per portare alla luce gli obbrobri amministrativi e le mafiette locali, per gridare a chi dovrebbe farsi carico della gestione di un territorio che i disastri politici vanno a braccetto – quando non ne sono responsabili – coi disastri sociali e ambientali.

Enrico parla della situazione politica e ambientale della provincia est di Roma, dei dissesti (che lui definisce ecologici, economici e politici) provocati da anni di sfruttamento di un territorio ormai fragile da ogni punto di vista. Dice che i famosi Luther Blisset definirono la zona che comprende i comuni di Tivoli e Guidonia come una “fascia di scarto”. Chi vive in una provincia dimenticata può capire benissimo cosa significa.

Trovo che nel suo intervento ci sia una parola chiave, una di quelle parole che col suono indicano già il loro significato: subsidenza. La subsidenza è un lento e progressivo abbassamento del piano campagna (quello su cui poggiamo i piedini) e può essere di due tipi: naturale, cioè dovuta alla porosità del suolo, che tende a sprofondare su se stesso, e indotta, ovvero provocata da qualche attività umana. Le cause più diffuse di quest’ultima – cito da Wikipedia – “sono essenzialmente lo sfruttamento eccessivo delle falde acquifere, l’estrazione di idrocarburi, le bonifiche idrogeologiche”.

Riporto integralmente il suo intervento (che potete vedere e ascoltare qui) perché credo sia interessante ed efficace. Perché c’è una subsidenza fisica, politica e informativa che va combattuta con ogni mezzo.

“Quello che succede a Guidonia e Tivoli non va assolutamente declassato come locale o localistico. Ce lo dicono i dati, ce lo racconta questa cronaca della quale voglio rendervi partecipi. Stiamo parlando di un territorio di 150.000 abitanti circa. Solo Guidonia è la terza città del Lazio ed è il più grande centro di produzione e coltivazione del travertino – il travertino più famoso e pregiato al mondo, quello del colonnato di san pietro e della cava bernini per intenderci. Accade quindi che su questi territori pesano dei gravissimi debiti ecologici, economici e politici. Cominciamo da uno dei tre dissesti, quello idrogeologico.

Ad un certo punto, in questo territorio così vasto e scartato, i cittadini da qualche anno avevano incominciato ad accorgersi che qualcosa non andava: scosse di terremoto, boati, voragini improvvise, emissioni di gas velenosi dai tombini delle città e delle frazioni circostanti, acque che scorrono nei canali cambiando colore e infine abbassamenti e innalzamenti improvvisi dei Laghi. Proprio come in un film di fantascienza.

Quindi cedimenti strutturali di abitazioni, fabbricati chiese e strade, e questa oscillazione continua della falda nei comuni di Guidonia e Tivoli. Così, uno studio del CERI commissionato dalla Regione e voluto fortemente dai sindaci (il CERI è il Centro di Ricerca per la Previsione, Prevenzione e Controllo dei Rischi Geologic) dichiarava in un documento inquietante che in questi territori ci si trovava in una “situazione di criticità tale da imporre l’assunzione di provvedimenti urgenti ed indispensabili per la tutela della pubblica e privata incolumità”.

Nel 2004, un altro studio commissionato sempre dalla Regione e realizzato dal professor Nolasco annunciava un disastro imminente, un disastro che si sarebbe verificato di lì a poco, se le condizioni di sfruttamento delle risorse sarebbero rimaste le stesse. Quali risorse? In breve cerco di farvi capire. Le attività diciamo responsabili di questo stress del territorio sono due: travertino e acque albule. Una attività difesa storicamente dal comune di Guidonia, quella dei travertini, per evidenti squallidi conflitti d’interesse. E l’altra attività, quella delle acque albule, difesa dal comune di Tivoli. Sempre per più che evidenti, sfacciati, conflitti d’interesse. Entrambe le attività, sia quella dei travertini che quella delle acque albule, si occupano di emungere acqua dal terreno. La società Acque Albule perché ha bisogno di quell’acqua per le piscine, per le terme. Le società di travertino perché, quando il travertino – ad esempio, ai trenta metri – è finito e sono costrette con i macchinari a scendere a quaranta o cinquanta trovano ovviamente l’acqua e, non potendo estrarre il travertino, ne pompano 5000 litri al secondo per favorire le loro estrazioni. Poi con questi 5000 litri al secondo che ci fanno? Niente, li buttano nell’Aniene, contnuando ad alterare le acque di quel fiume, che tra l’altro, se non sbaglio, è già il più inquinato d’Italia.

Quindi potete immaginare la lotta tra queste 80 aziende di travertino e le acque albule, perché le acque albule comunque denunciano i “travertinari” di sottrargli acqua. Ma al di là di queste lotte fatte di denunce, di ricorsi e tribunali, chi ha pagato e continua a pagare negli anni gli effetti disastrosi del pompaggio di 5000 litri di acqua al secondo (pompaggio che continua ad avvenire tuttoggi fuori da ogni regola, da ogni controllo)? Chi continua a pagare negli anni questi effetti disastrosi sono i cittadini: gas velenosi, abbassamento pericolossissimo dei laghi che creano subsidenze, voragini improvvise, crepe nelle case.

E così arriviamo al debito economico.

Ad oggi sono stati spesi circa 60 milioni di euro per la messa in sicurezza degli immobili. Circa 200 famiglie hanno subìto danni, di cui 50 hanno subìto danni molto gravi (molti non vivono più nelle loro abitazioni, aspettano da troppi anni i contributi previsti dalla Regione, quando venne decretato lo stato di emergenza – cioè parliamo di quasi 10 anni fa). Contributi mai arrivati e smarriti nelle stanze della Regione e dei comuni. Molte famiglie sono state costrette a farsi carico dei lavori di messa in sicurezza delle abitazioni. E tutto questo mentre società di travertino ed acque albule continuano a pompare acqua, nonostante il CERI – pagato sempre dai cittadini – abbia dato delle soluzioni specifiche: ridurre almeno del 30% gli emungimenti; bloccare le edificazioni in quella zona; considerare il trasferimento della popolazione e rottamazione edilizia.
Altrimenti le conseguenze potrebbero essere, e cito testualmente, “CATASTROFICHE”.

Ma tutto ciò avviene perché la politica ha lasciato un vuoto. Un debito negli anni, in tanti anni. La Regione Lazio, che doveva approvare il PRAE (il Piano Regionale delle Attività Estrattive), che avrebbe regolamentato le estrazioni di travertino, non ha approvato proprio niente. Ma è andata avanti con leggi-proroga prorogabili e così non prendendo assolutamente decisioni e scaricando di Consiglio in Consiglio le responsabilità. Perché all’interno del Consiglio regionale del Lazio sono evidenti le presenze di gruppi, lobby e potentati legati sia alle società di travertino che alle acque albule.
Ad esempio, l’ormai ex sindaco di Tivoli, Marco Vincenzi, durante il suo mandato è stato dirigente della società Acque Albule Spa. Marco Vincenzi è assessore ai lavori pubblici della Provincia di Roma. Quindi, Giunta Zingaretti.
Se Zingaretti sarà presidente di Regione, Marco Vincenzi, ex sindaco di Tivoli ora assessore in Provincia, punterà – e ve lo dico quasi con certezza – a risultare di essere, proprio come un Batman dell’Aniene, tra i primi degli eletti”.

 

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