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Quelli che puzzano

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La civiltà di un popolo, diceva un tale, si misura dal consumo del sapone.  Aggiungerei che pure il deodorante ha una sua certa importanza.

Mi son sempre considerato abbastanza liberale, perlomeno nei principi. Sigarette, alcol, consumo di droga, aborto, eutanasia, unioni omosessuali: tutti temi sui cui per me varrebbe la regola del “perché no?”, dato che il rispetto per la volontà di una persona adulta – qualunque siano le sue scelte – è innanzitutto rispetto per se stessi. Persino l’obbligo delle cinture di sicurezze mi crea un certo disagio: non abbiamo forse il diritto di mettere a repentaglio la nostra vita quando e come vogliamo?

Banalità per banalità, il contrappunto della libertà individuale assoluta è, chiaramente, la presenza di altre individualità e libertà: la mia libertà finisce dove comincia la tua, ovvero “tu non rompere il cazzo a me che io non lo rompo a te”.

Sappiamo perfettamente che la semplice ovvietà del ragionamento in questione risulta difficilissima da tradurre nel vivere quotidiano, soprattutto in una componente (maggioritaria?) della popolazione che non si pone minimamente il problema dell’auto-determinazione universale. Eppure, questa stessa componente non si fa problemi ad affermare la propria “individualità”, anche a discapito degli altri (leggasi: prepotenza).

Succede quindi che la maggior parte delle biblioteche italiane – ma vi assicuro che anche all’estero la situazione non è migliore – siano infestate da gente che puzza. Quante volte si è presentato al vostro tavolo il tizio (o la tizia) con l’ascella unta di un catrame dall’odore indescrivibile? Quanto avete stramaledetto lo stronzo dai calzini spaiati che sotto il tavolo, ogni volta, si toglie le scarpe  inondando così l’intera biblioteca di un tanfo orrifico di lovecraftiana memoria? Quanto avete odiato quelli che non ti devi voltare ma già li senti entrare, hanno una sorta di aura malefica, e tu preghi che non si siedano vicino a te, che vadano avanti in un’altra stanza, qui è tutto pieno cazzo, e puntualmente, proprio in quel momento, si libera il posto di fianco al vostro?

Non parlo certamente di situazioni limite, stanze affollate di gente e condizionatori rotti (a luglio si suda e si soffre in silenzio), ma di una tranquilla giornata qualunque con temperature accettabili. La vita dello studente – o del ricercatore – è un tragico destino di puzze immeritate.

Lo stesso discorso purtroppo vale per la maggior parte degli edifici pubblici (scuole, uffici, poste, banche, ecc.): la presenza di uno o più esseri umani dalle scarse abitudini igieniche rende la vita di tutti gli altri presenti un vero inferno. Il che ci porta a considerare quanto detto in precedenza: l’individuo liberissimo di puzzare quanto vuole in contesti privati tende ad estendere questo privilegio in contesti in cui, ahimè, quello che prima era un sacrosanta affermazione della propria individualità diventa fonte di disturbo per gli altri. Dal diritto si passa alla prepotenza.

Car@ amic@ puzzon@: la tua ascella smette di appartenerti nel momento stesso in cui esci di casa per unirti alla società degli uomini. Non ti odio perché puzzi (d’altronde puzziamo tutti), ma perché non ti curi minimamente del mio naso, che ha tanto valore quanto il tuo. E se non sei nemmeno in grado di fare questo piccolo sforzo, cioè di domandarti se il tuo comportamento stia recando o no disturbo al tuo prossimo, allora mi sa che pure per le questioni più grandi – quelle veramente importanti – rischi di reiterare un certo tipo di comportamento. E questo, per il vivere comune, è sicuramente un problema.

Il rispetto per gli altri passa (anche) attraverso il deodorante.

 

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