un blog canaglia

Tag archive

Prostituzione

Nichi Vendola, un vero leader

in politica/società by

Se crediamo che un vero leader guidi non con le parole ma con l’esempio, Nichi Vendola, in queste ore, si è manifestato come leader più che in tutta la sua precedente carriera politica.

La nascita del figlio del proprio compagno, avvenuta grazie alla maternità surrogata, è, appunto, il perfetto esempio del fatto che, in un (mi scuso per i termini) “mondo globalizzato”, una legislazione restrittiva ha effetto solo su chi non può permettersi di aggirarla andando all’estero.

Perché sia chiaro a tutti che Vendola e il suo compagno non hanno violato alcuna legge visto che a) la normativa americana concede e regolamenta la gestazione conto terzi e b) il padre biologico del bambino è il compagno di Vendola (di cittadinanza canadese). Esattamente come tutti coloro che vanno a prostitute in Olanda, ad abortire in Svizzera, a fare la fecondazione assistita in Spagna e a suicidarsi (di nuovo) in Svizzera. Tutto questo in totale sicurezza fisica e sanitaria, con il necessario conforto psicologico e, sopratutto, in un clima di perfetta normalità lontana anni luce dagli inquisitori da operetta di casa nostra.

E invece i poveri si attaccano al cazzo (scusate per la parola “poveri”, so che non siete abituati): le loro prostitute sono delle schiave, farsi le canne arricchisce la mafia, l’aborto si fa nei cassonetti o in casa di qualche macellaio (a proposito, sapevate che il governo ha depenalizzato l’aborto clandestino ma ha alzato la sanzione amministrativa da 51 a 5000 euro PER LA GESTANTE?), se non puoi avere figli prendi il numeretto e aspetti (e aspetti, e aspetti, e aspetti), e se sei inchiodato al letto, non preoccuparti che qualcuno ti porterà da bere anche se non vuoi.

Metteteci anche che se puoi permetterti passaporto e albergo qualsiasi paese al mondo ti accoglierà a braccia aperte* ma se per caso non è così ti aspettano recinzioni e mazzate.

Quindi grazie mille Nichi: ci hai dimostrato meglio di chiunque altro che l’Italia non discrimina in base a religione, razza, nazionalità o orientamento sessuale ma solo in base al censo. Mi sa che è la cosa più di sinistra che hai fatto in vita tua.

*per modo di dire: mia moglie, cittadina russa trasferitasi in Italia per motivi di lavoro all’interno della stessa azienda multinazionale, è dovuta andare una volta l’anno qui per farsi prendere le impronte digitali nell’evenienza che accoltelli qualcuno.

¡Que viva La Zanzara!

in giornalismo by

Questo è un pezzo di difesa preventiva. Accorata e sentimentale. Difesa di una trasmissione radiofonica, La Zanzara su Radio24, dove martedì sera è andato in onda un nuovo, geniale scherzo telefonico.
Riassunto: un finto Renzi (il bravissimo Andro Merkù) telefona al monsignor Paglia, presidente del pontificio consiglio per la famiglia (sì, esiste una cosa del genere!). Questi rivela al suo interlocutore la presunta insofferenza del pontefice nei confronti del sindaco di Roma, che si sarebbe ‘imbucato’, non invitato, a un incontro del Papa a Philadelphia.

Pochi minuti, dai quali emerge con una vividezza più eloquente di qualunque analisi socio-politica, la fotografia di un’Italietta immobile, in bianco e nero, eternamente democristiana. E di vertici Vaticani che dimostrano di avere, ora come sempre, nei confronti del potere politico una consuetudine sollecita e affettuosa, che tradisce una tradizione di lieta e pacifica sudditanza del secondo nei confronti dei primi.

Ma torniamo alla questione dello scherzo. Il copione, per la trasmissione di Cruciani e Parenzo, non è nuovo: il caso più memorabile è probabilmente quello di Fabrizio Barca che, interpellato nel febbraio 2014 da Merkù/Vendola, si lascia andare a commenti e allusioni poco lusinghieri a proposito del nascente governo Renzi. O la telefonata della finta Margherita Hack (sempre Merkù!) che nel 2013 invita il costituzionalista Onida a sbottonarsi sull’inutilità dei ‘Saggi’ nominati da Napolitano.

All’indomani della telefonata della Hack a Onida, Gad Lerner ha scritto sul suo blog un pezzo durissimo e indignato in cui attaccava “il giornalismo degli insetti”, che sguazza nel suo “campionario di ‘mostri’ consenzienti”, “alla ricerca del bieco, rasentando l’osceno”. Similmente, dopo lo scherzo a Barca, Michele Serra ha vergato un corsivo su Repubblica, lamentando lo stravolgimento dell’ “argine tra notizia e diceria, tra polemica leale e colpo basso”, laddove “tutto finisce in un melmoso streaming che si autopromuove a ‘trasparenza’ anche quando attinge nel torbido”. Più di recente, Famiglia Cristiana se l’è presa con Cruciani (del quale, scrive, “facciamo fatica a citar[e] anche solo una frase, perché nella sua trasmissione il turpiloquio è elevato a sistema”) per via di alcuni interventi odiosamente razzisti di ascoltatori e ospiti della trasmissione.

C’è da aspettarsi, insomma, commenti di analogo tenore anche nei confronti di quest’ultima impresa di Cruciani e Parenzo ai danni del monsignore (o forse no, visto che di questi tempi gettare secchi di merda contro il sindaco di Roma è uno sport che garantisce soddisfazioni bipartisan).

E dunque: da domani, tutti addosso alla Zanzara! Fucina di giornalismo spazzatura, di oscenità allo stato puro, palcoscenico per i peggiori mostri, i razzisti, la famosa ‘pancia’ di un Paese affetto da colite cronica.

Ora, io seguo La Zanzara praticamente da sempre, dai tempi (bui) in cui il co-conduttore era Telese. La seguo soprattutto perché mi fa ridere moltissimo e trovo che sia un format di intrattenimento perfettamente riuscito. Ma ne sono ascoltatore appassionato anche perché sono convinto che sia una trasmissione rivoluzionaria, un unicum assoluto nel panorama italiano, un piccolo angolo di anarchia che dovremmo difendere con le unghie e non dare per scontato.
Certo: Cruciani è notoriamente un provocatore. Le sue opinioni sono a volte male o per nulla argomentate e poco documentate. Spesso io stesso le trovo agghiaccianti. Ma da una trasmissione di opinione non mi aspetto di essere sempre d’accordo con chi la conduce (che noia!): mi auguro piuttosto di ascoltare una voce libera, un punto di vista che scavalchi l’ovvio e mi sorprenda, che possibilmente vada al di là degli steccati ideologici.

La Zanzara è l’unica trasmissione nazionale e di successo dove il conduttore si permette di esprimere, quotidianamente, posizioni risolutamente anti-clericali, prendendo per il culo preti ed esorcisti, ascoltatori beghini e politici baciapile. In cui si assegna la medesima importanza alle parole del Papa e a quelle di Donato da Varese.

Alla Zanzara si è combattuta e si combatte una battaglia radicale, senza mezze misure, per i diritti degli omosessuali, per il matrimonio gay e per l’adozione. Negli anni, sono stati messi alla berlina i peggiori omofobi, se ne sono scoperti di nuovi e insospettabili tra politici, imprenditori, gente comune, e si sono sollevati casi internazionali che hanno contribuito a sensibilizzare milioni di persone (vedi il caso Barilla).

Alla Zanzara si parla quotidianamente di sesso, in maniera libera ed esplicita, in una fascia oraria non protetta. Si intervista Valentina Nappi, si parla di Viagra e Cialis, di vaginismo e piogge dorate, ma anche di legalizzazione della prostituzione, di case chiuse e di transessuali che esercitano la professione più antica del mondo e vorrebbero pagare le tasse a uno stato che glielo impedisce salvo poi perseguitarli con il fisco.

La Zanzara spaventa e scandalizza perché è una trasmissione laica in un paese clericale. Un paese in cui ciascuno, a cominciare da chi si indigna e la attacca, sembra non avere a cuore nient’altro se non la propria, piccola o grande, reale o immaginaria, spirituale o umanissima chiesa.

Marinella

in musica/società by

La storia è arcinota. Nel dicembre 1967, Mina aveva da poco fondato con il padre, Giacomo Mazzini, un’etichetta discografica indipendente con l’obiettivo di pubblicare i successi musicali della Tigre di Cremona in maniera del tutto autonoma . Il primo disco della Platten Durcharbeitung Ultraphone (PDU) di Lugano conteneva dodici tracce di artisti diversi provenienti da varie parti del mondo, il cui unico punto in comune era l’essere stati selezionati da Mina e i suoi collaboratori per il “debutto”.

Nei mesi successivi, una serie di singoli estratti dall’album decretarono il successo commerciale della nuova etichetta, con decine di migliaia di copie vendute in Italia già nei primissimi giorni. Il secondo LP della serie, un 45 giri apparso nel febbraio del ‘68, conteneva sul lato A una ballata dai toni vagamente decadenti la cui versione originale era stata realizzata e incisa tra anni prima da un giovanissimo e semisconosciuto cantautore di Genova, all’epoca appena venticinquenne.

La canzone di Marinella di Fabrizio de André irruppe nelle case della maggior parte degli Italiani quello stesso anno, grazie ai (come li chiameremmo oggi) “videoclip” dei celeberrimi Caroselli Barilla: in poco più di un minuto, in uno stile a metà tra la chanson française e il pop britannico, Mina riuscì a raccontare al Paese intero la passione della sfortunata Marinella e delle sua tragica fine lungo le sponde di un fiume affamato di giovani innamorate.

Fatto curioso, era la seconda volta che Mina portava al successo una canzone il cui testo parlava – sebbene in modo metaforico – di una puttana: nel 1960 era uscito sotto l’etichetta Italdisc Il cielo in una stanza, raccolta di interpretazioni minesche che traeva il titolo dall’omonima canzone di un altro giovane e (all’epoca) altrettanto sconosciuto paroliere genovese, Gino Paoli.

Storie di iniziazioni sessuali ed educazioni sentimentali, La canzone di Marinella e Il cielo in una stanza cercavano in ugual misura di sensibilizzare il grande pubblico italiano al lato umano della prostituzione, attraverso l’esperienza concreta della gioventù genovese e delle sue avventure in via del Campo.

Tuttavia, De André aggiungeva alla poesia da strada una sfumatura a dir poco politica: la storia di Marinella traeva ispirazione da un fatto di cronaca, ovvero il tragico omicidio di una prostituta adolescente il cui cadavere era stato ritrovato sul greto del fiume Tanaro, in Piemonte. La solitudine umana, esistenziale e finanche legale di una categoria ai margini veniva così sbattuta in faccia a milioni di Italiani, normalmente intontiti dal crescente benessere economico e dall’ipocrisia democristiana.

Lunedì 17 agosto 2015: una prostituta di origine rumena che batteva a Volpiano, nei dintorni di Torino, è stata massacrata di botte e ridotta in fin di vita da un cliente “insoddisfatto”. L’ennesimo caso di violenza e abusi nei confronti di una sex worker, tra l’indifferenza generale delle sinistre, dei liberali e di buona parte della Chiesa Cattolica. Paradossalmente, solo quei balordi della Lega sembrano continuare una lotta per la legalizzazione della prostituzione decisamente controcorrente rispetto all’andazzo europeo. Basti pensare alla civilissima Francia socialista dei matrimoni omosessuali, ostinata nel suo progetto di penalizzazione – come se punire i clienti fosse un buon mezzo per garantire sicurezza e dignità a esseri umani che vogliono semplicemente guadagnarsi da vivere. Briciole nascoste sotto il tappeto, e sangue che cola.

A distanza di più di cinquant’anni, Marinella continua a volare in cielo su una stella.

Whoring class hero

in società by

Qualche tempo fa il buon Capriccioli sosteneva che, qualora risultato di una libera scelta, la prostituzione fosse, in buona sostanza, un mestiere come un altro. Ora, nonostante lo shock che  so di stare per causarvi, lo scopo di questo post NON è sviscerare quante e quali nefandezze dialettiche il suddetto Capriccioli abbia commesso per affermare una simile fandonia in quanto sull’argomento in questione sono del tutto d’accordo con lui.

Se, infatti, tralasciassimo un momento le considerazioni di natura morale ed esaminassimo la questione su un livello puramente astratto, apparirebbe evidente come la transazione in atto sia, in buona sostanza, una questione di affari: invece di utilizzare il mio corpo per me ne cedo temporaneamente l’utilizzo a qualcun altro, affinché lo usi per se, in cambio di un compenso, sia esso monetario o meno. Tuttavia, una volta ridotta la faccenda in questi termini elementari, mi risulta difficile individuare differenze, dal punto di vista puramente pratico, tra la prostituzione e qualsiasi altro lavoro “normale”: in effetti basta cambiare la natura della prestazione o, se vogliamo, la parte del corpo che viene “affittata” alla controparte per “passare” da un concetto all’altro senza soluzione di continuità. Questo, ovviamente, a meno che non riteniate che, per qualche motivo, affittare il proprio cervello (intelligenza, creatività, talento e tutto quanto ne consegue) o le proprie braccia a qualcun altro sia più accettabile che cedergli vagina, pene, ano o bocca.

È importante notare che in questo discorso non c’entra nulla il piacere o meno che si può trarre all’interno della transazione: una prostituta che gradisca l’atto sessuale anche con tutti i suoi clienti rimane una prostituta in quanto è la transazione monetaria (o non monetaria) che la definisce tale. In soldoni una puttana è una puttana perché ciò che la motiva sono i soldi. Ma allora la domanda è semplice: voi gratis ci lavorereste?

Di cosa parliamo quando parliamo di puttane

in società by

Tanto per cambiare, nell’elevato (sic) dibattito tra la Biancofiore (“almeno per l’iniziazione, tutti gli uomini sono andati con le prostitute, è sempre stato così”) e i suoi indignati detrattori (“io a puttane? mai!”) manca un particolare, l’unico realmente importante quando si parla di prostituzione.
Chi sono, le puttane di cui ci stiamo occupando?
Perché secondo me senza rispondere a questa domanda non si può dire se sia davvero “squalificante”, per un maschio, pagare una donna in cambio di prestazioni sessuali.
Se le prostitute in questione sono delle schiave vittime di tratta, di quelle portate sul marciapiede a forza di botte e stupri e violenze, non riesco a non vedere i loro clienti come complici di un reato orribile: così come mi sembrano complici, tanto per fare un esempio, quelli che comprano i video pornografici coi bambini, poiché alimentano un mercato che sarebbe il caso di combattere.
Se le meretrici in oggetto, invece, esercitano la professione per libera scelta, non vedo dove sia il problema: e quando dico che non lo vedo intendo dire che ai miei occhi chi va con quelle donne è esattamente uguale a chiunque altro, rilevando la sua predilezione per il sesso a pagamento, perlomeno ai miei occhi, quanto la preferenza per il dentice piuttosto che per l’orata.
Allargando la riflessione, ecco che come al solito al dibattito sfugge questo: il fatto che quando si parla di prostituzione si usa una sola parola per designare due fenomeni completamente diversi; con la conseguenza che tutti i giudizi che ne derivano, non soltanto quello soggettivo relativo agli “utenti”, ma soprattutto quello che dovrebbe tradursi in attività legislativa e di governo, si confondono tra loro fino a non significare più niente.
Viene ignorata da entrambe le parti in causa, questa distinzione: da quelli per cui le “puttane” sono un’istituzione da inizio del secolo scorso (leggasi Biancofiore & Co.: suvvia, la parola “iniziazione” è roba da retrospettiva di Tinto Brass), e da quegli altri, i “moralizzatori”, secondo i quali non è possibile che una donna scelga liberamente di prostituirsi.
Viene ignorata ottusamente, ideologicamente, e questo è un bel guaio: perché per mettere le mani dentro la questione occorrerebbe distinguere ciò che attiene all’ordine pubblico e ciò che invece riguarda il giudizio morale, occupandosi del primo attraverso le forze dell’ordine e astenendosi, come si converrebbe in uno stato di diritto, dal secondo.
Invece no. Si va avanti a parlare di “puttane” così, senza discernimento.
E il risultato è l’unico possibile: le schiave restano per strada e continuano a essere picchiate e stuprate; le professioniste sono costrette all’illegalità; i maschi che vanno con le une o con le altre sono alternativamente dei mandrilli in cerca di iniziazione o dei maiali.
Si può fare un pochino meglio di così, sapete?

Il carrozzone italiano del “siamo tutti puttane”.

in società by

Donne-sesso-lavoro-potere sono termini che nel dibattito pubblico italiano vengono presentati in blocco: sbattuti come pezzi di carne sul banco del macellaio, in un groviglio indistinto e grottesco, in uno strillare da fiera del foggiano che mira solo a stordire. Il corpo-della-donna è diventato questa cosa che da una parte (si legga Se non ora quando) deve essere difesa, protetta, rivestita in qualche modo, con indignato pudore; dall’altra (si legga Siamo tutti puttane) è l’oggetto di culto di un’esaltazione priapica che difende a denti stretti anche l’esperienza in ciucciare calippi a fini curriculari. Sarà, ma a me tutto questo stiracchiare di gonne giù fino al ginocchio o su fino all’inguine fa venire in mente la contrattazione di Andreotti con Cicciolina affinché adeguasse il suo abbigliamento ai velluti austeri della Camera: pur di ottenere che la deputata non lesinasse sulla stoffa dei suoi abiti acconsentì a farla chiamare non Staller, ma “Cicciolina” negli appelli in Parlamento “fino al raggiungimento dell’età sinodale”. Non so se esista una questione femminile vera e propria, in ogni caso non la metterei in questi termini: ogni volta che viene aperta una questione (meridionale, razziale, ecc.) si apre un cantiere che ha lo scopo preciso di non essere mai chiuso. Fatto sta che te la presentano così e nei salotti televisivi – anche se non guardi la tv c’è qualcuno che purtroppo queste cose te le racconta o comunque le ripeschi su internet – si vedono le esponenti dell’una e dell’altra fazione beccarsi sotto il doppio mento compiaciuto di qualche navigato conduttore. L’oggetto del disquisire pare, dunque, il semicerchio descritto dall’apertura delle cosce femminili. Le une pretendono di insegnarti come e quando è giusto farlo, buttando via le rivendicazioni di libertà femministe di cui dovrebbero essere le dirette eredi, le altre – cercando di emulare malamente il Principe di Machiavelli – ne fanno semplicemente una questione di mezzi per fini. Così se il dottorato lo vince quella che ha il fegato di coricarsi col vecchio barone con la fiatella, o se dopo anni di stage, Co co pro, ecc. in un’azienda vieni salutato con un arrivederci e grazie perché un’altra o un altro ( le puttane – chiariamolo – possono essere anche maschietti) ha trovato sotto la scrivania la chiave per disporre meglio il padrone di turno, la colpa è solo tua che non hai ritenuto di usare tutti i mezzi a tua disposizione. Delle volte penso che abbiano ragione, che questi baroni questi potenti si meritino di essere trattati per quello che sono, di essere circuiti e rivoltati come calzini. Di essere presi in giro visto che non sono capaci di decidere che in base ad un unico merito. Ma la questione è un’altra. È “la” questione italiana di scambio che vede da una parte un’enorme disponibilità di mezzi (soldi e posti) per cambiare l’esistenza degli altri attraverso l’elargizione di favori (gioielli, buste paga in nero, ruoli politici distribuiti come proprietà privata); dall’altra parte disponibilità ad offrire se stessi (sesso, corpo, voti, corruzione). Il meccanismo è sempre lo stesso: benefici e potere in cambio di prove di sottomissione e fedeltà. Per questo non si tratta di una questione femminile. Ed è anche un problema di meritocrazia. Se io partecipo ad una maratona hanno qualche peso nella classifica le mie abilità culinarie? La bravura di una parrucchiera si giudica dal fatto che è capace di tradurre dal greco antico al latino? No. E allora perché il fatto che io ottenga o meno un assegno di ricerca all’Università o un posto in Parlamento debba dipendere dal giudizio del docente o del politico di turno sulle mie prestazioni sessuali? L’argomentazione appare tanto più paradossale se a proferirla è chi si professa liberale e nello stesso tempo lamenta l’arrancare del “carrozzone pubblico”. Questo tipo di concorrenza, infatti, ingolfa le amministrazioni e impoverisce, e non in senso etico o morale. Lo sapeva bene Berlusconi, tant’è non si è mai sognato di mettere ai vertici della Mondadori un’olgettina, per esempio. Se anche avesse avuto un momento di impazzimento, comunque i suoi figli e i suoi soci non gli avrebbero permesso di mandare a puttane le aziende. Ma in Parlamento sì, le si poteva mandare, e lì non c’era nessuno a fermarlo. E anche all’Università. E anche nelle più varie aziende pubbliche. Perché Berlusconi è solo un volto, nemmeno il più tremendo di tutto questo baraccone. Accavallate pure le gambe, apritele, contorcetevi come vi pare per quella cattedra, per quel microfono, per quell’assessorato, per quella scrivania, ma non venite a dirmi che lo fate perché siamo in un Paese liberale.

Antonella Soldo.

In difesa delle puttane

in società by
Nonostante i vari inviti a liquidare l’ultima (la prima?) fatica letteraria di Annalisa Chirico, Siamo Tutti Puttane, con un “parla per te, ragazza” di malviniana classe, dopo essermi vista spuntare l’autrice in metà dei miei programmi preferiti non posso esimermi.
Chirico pare dare per scontata l’equivalenza tra chi si prostituisce professionalmente e chi usa il proprio corpo per farsi strada nella vita. Per come la intendo io, la prostituzione è un’attività lavorativa per cui una tal persona, uomo o donna, fornisce a dei clienti delle prestazioni sessuali in cambio di soldi. Lo scambio si limita a quella precisa prestazione e il rapporto cessa al compimento della prestazione. Fare la prostituta, al pari di una miriade di altri lavori che trovo soggettivamente sgradevoli (per esempio la babysitter, il becchino, l’anatomopatologo e la domatrice di serpenti) è un mestiere dignitosissimo, che non arreca danno a nessuno (anzi) e che ognuno dovrebbe poter scegliere di praticare legalmente.
La stessa cosa non si può dire di chi usa il proprio corpo per farsi strada in attività che con la fisicità non hanno nulla a che fare. Così su due piedi mi vengono in mente igieniste dentali che fanno carriera in politica per le loro doti di animatrici di festini hard del capo del loro partito o amanti di professori che magicamente passano concorsi nonostante sul loro curriculum rotolino balle di fieno al posto delle pubblicazioni. Questi individui, a differenza di chi si prostituisce, arrecano un danno all’intera società arrivando a ruoli che spetterebbero per merito ad altre persone. La cosa è particolarmente grave quando succede in enti pubblici ma vale anche in società quotate in borsa e in generale in qualsiasi organizzazione che fornisca servizi al pubblico. Questo raginamento vale per chi usa il proprio corpo ma anche per chi usa qualsiasi altra caratteristica personale non attinente al ruolo a cui ambisce, quale la fede politica, religiosa o calcistica. Chirico sembra non capire la fondamentale differenza tra chi si guadagna soldi fornendo prestazioni attinenti al ruolo ricoperto e chi lo fa invece attraverso mezzi non pertinenti. Per cui è perfettamente legittimo per un pornoattore fare strada per i centimentri di dimensione artistica come lo è per una modella farlo grazie ai centimentri di coscia. Non mi pare che se per le stesse doti uno diventa neurochirurgo, consigliere regionale, giornalista o consigliere d’amministrazione non si possa pacatamente protestare senza predersi dei bacchettoni da Annalisa Chirico.

Pedofili a chi?

in società by

Ora, al di là di come ciascuno possa legittimamente pensarla su chi va a letto con le quindicenni, e a prescindere dalla legge che in certi casi consente di farlo se è “a titolo gratuito” mentre lo punisce quando è a pagamento, una cosa bisogna dirla: vi pare appropriato designare con la stessa parola, “pedofilo”, sia chi fa sesso con un bambino di tre anni, sia chi lo fa con un adolescente che magari è tale e quale a un adulto?
Badate: io non sto provando a insinuare che portarsi a letto una minorenne pagandola sia un comportamento tutto sommato veniale. Niente affatto, ritengo che sia una cosa odiosa.
Paradossalmente, e sottolineo paradossalmente, si potrebbe anche sostenere che uno a cui piacciono i bambini piccoli è di fatto un folle, di tal che, per quanto orribili siano gli atti che compie, non può esserne considerato del tutto responsabile: e quindi, più che in carcere, andrebbe ricoverato in un ospedale psichiatrico e curato; mentre chi approfitta dello stato di necessità, o di inquietudine, o comunque di immaturità di una quattordicenne che ha tutto l’aspetto di una donna fatta è un individuo perfettamente lucido, e per questo ben più spregevole.
Ma a prescindere dai paradossi, e comunque la pensiate, converrete con me che si tratta di due fenomeni completamente diversi: e utilizzare la stessa parola per designare due fenomeni può condurre a conseguenze abnormi.
Ad esempio: che c’entra la castrazione chimica proposta dalla Mussolini per i “pedofili” che stuprano i bambini di tre anni (rispetto alla quale tra parentesi io non sono per niente d’accordo) con quello di cui si sarebbe reso responsabile il marito? Lo dico, badate, di là della circostanza (del resto già ottimamente messa in luce da altri) che la Mussolini è la Mussolini e il marito è il marito, di tal che sbeffeggiare la prima in ragione di quello che ha fatto il secondo (tra l’altro, ovviamente, all’insaputa della prima) è del tutto fuori luogo.
No, perché la Mussolini proponeva (ripeto, secondo me sbagliando) di “castrare” i pazzi scatenati che quando vengono colti da raptus “non sono in grado di trattenersi”, mica gli individui privi di scrupoli che pagano le adolescenti.
Quindi, fatemi capire, quale sarebbe il nesso tra le due cose?
E quale logica ha, tanto per fare un altro esempio, l’abitudine di qualificare Berlusconi un “pedofilo” perché andava a letto con Ruby? No, dico, l’avete vista, Ruby? Per quanto possa essere considerato spregevole pagare una minorenne come lei, che diamine c’entra questo con la “pedofilia”?
Facciamo una cosa, vi spiace? Inventiamoci due parole diverse, ammesso e non concesso che non esistano già.
E poi usiamole in modo appropriato.
Altrimenti va a finire che nell’immaginario collettivo tutto si confonde in un mucchio unico.
Il che non è mai un bene, mai.

Un fisco a puttane

in economia by

“Sa, io vado a puttane… così non devo parlare di politica, di film, di Proust; quindi siamo ‘felici e clienti’ “ diceva Woody Allen in un suo vecchio film. Un desiderio, quello di non dover fondare un incontro sessuale sul reciproco affabulamento, che, stando ai numeri indicati dall’Università di Bologna, accomunerebbe circa 2,5 milioni di italiani. Un numero considerevole, come del resto quello dell’esercito dei cosiddetti sex workers, i lavoratori del sesso, che si aggirerebbe – anche in questo caso il condizionale è d’obbligo, viste le oggettive difficoltà a reperire dati affidabili – intorno ai 25-30mila operatori.

La continuità storica della prostituzione sta lì a ricordarci che si tratta di un fenomeno sociale estremamente radicato; mentre i numeri ne testimoniano la rilevanza. In Italia, l’approccio giuridico è quello di tenere un occhio chiuso e l’altro aperto: con quello chiuso si nasconde l’entità e la necessità tecnica del fenomeno; con quello aperto si scova e sanziona il cliente (peraltro, per via dell’ambiguità del reato di “favoreggiamento”, sempre più frequentemente con ordinanze sindacali). La prostituzione è infatti paradossalmente legale ma non regolamentata.

Questa tendenza impregnata d’ipocrisia moralistica – ottusa quando si vuole combattere lo sfruttamento violento; ingiustificabile quando ci si trovi di fronte ad una libera scelta – non è tuttavia peculiarità del nostro paese. Siamo in pessima compagnia. Nel novembre scorso, la sinistra socialista francese ha proposto una legge che mira a combattere la prostituzione attraverso la penalizzazione dell cliente. La proposta, che è stata votata ed approvata a larga maggioranza dall’Assemblea Nazionale, dovrà essere discussa in Senato entro il prossimo giugno. E c’è il serio rischio che diventi legge, visto che la lotta contro la prostituzione è riuscita a fare il miracolo: mettere sotto la stessa bandiera puritana Partito Socialista e UMP.

Gli unici a fare una ostinata opposizione alla proposta di legge sono stati proprio loro, i sex workers, che, attraverso lo STRASS (il sindacato dei lavoratori sessuali), sono ripetutamente scesi in piazza per difendere il diritto ad esercitare la professione in condizioni dignitose. Sempre più frequentemente, sono gli stessi operatori del sesso a rivendicare la propria condizione e con essa il diritto di essere regolamentati. Il loro messaggio è chiaro e tondo: il fatto di vendere il proprio corpo, che sia maschile o femminile, riposa sul non negoziabile principio di autodeterminazione individuale.

Se il fenomeno – in Italia, in Francia ed altrove – è limpidamente inarrestabile, anche il volume d’affari che lo riguarda non sembra subire flessioni. Lasciando da parte le organizzazioni criminali che gestiscono una buona fetta del mercato (e che certamente non si combattono con un occhio aperto ed uno chiuso), il mondo della prostituzione è pieno di lavoratori del sesso autonomi, che svolgono la professione in casa o a domicilio. Sono le (o gli) escort, professionisti che offrono servizi talvolta estremamente costosi. I clienti pagano, loro incassano e lo Stato non vede un soldo. Del resto, le escort mica corrispondono le tasse. Non tutte, perlomeno.

Prendiamo il caso di Sandra Yura, cinquantenne brasiliana dal fisico ancora giovane. Intervistata dal Corriere, Sandra racconta di aver più volte tentato di regolarizzare la propria situazione fiscale ma di essere stata puntualmente respinta. Non esistendo infatti alcuna categoria nella quale è inquadrabile la sua attività di escort, le è sempre stata negata la possibilità di aprire una partita Iva. Ebbene, nell’ottobre 2012, Sandra riceve la visita della Guardia di Finanza; senza scomporsi, dichiara di essere una escort e mostra tutta la documentazione che attesta la sua professione. In base agli accertamenti compiuti dall’Agenzia delle Entrate, nel dicembre scorso le vengono notificate sanzioni e interessi per un totale di circa 50 mila euro. In sostanza, le viene riconosciuto lo statuto di “ditta individuale” e con questo tutti i relativi oneri fiscali.

Ed ecco il paradosso: lo Stato chiede a Sandra di pagare le tasse per un’attività non regolamentata. Ciò significa che lei ha il dovere di contribuire in proporzione al suo (elevato) reddito, ma non il diritto di essere riconosciuta come un lavoratore del sesso. Quindi niente assistenza sanitaria, ad esempio. Quindi niente garanzie per i clienti. Quindi, dal punto di vista dei diritti, tutto cambia per restare come prima. Per lei, perché i suoi colleghi continueranno ad esercitare come hanno sempre fatto, ovvero al riparo dalla morale e dal fisco.

Il caso di Sandra crea un precedente e potrebbe indurre un incremento dei controlli e dunque delle sanzioni. D’altronde, in questo momento c’è bisogno di far cassa. “Come sarebbe giusto – dice la escort brasiliana nell’intervista rilasciata al Corriere -, dovrebbero fare pagare le tasse a tutte quelle che fanno il mio mestiere. Si recupererebbero un sacco di soldi per la gioia delle casse dello Stato e dei tanti cittadini che da tempo chiedono che le prostitute paghino le tasse”.

Sì, Sandra, sarebbe giusto. Ma sarebbe pure giusto che l’Agenzia delle Entrate rilasciasse una partita Iva per la categoria “lavoratore autonomo del sesso”, che quel baraccone chiamato Stato non si nascondesse più dietro il dito della castità. Ché tanto ormai è abbastanza chiaro: a puttane ci va pure lui. Con la cartella esattoriale, ma ci va.

Prostituzione for dummies

in società by

La prostituzione rappresenta una forma di sfruttamento, e in molti casi di schiavitù, che non possiamo accettare.
La frase andrebbe riformulata, perché in realtà quello che non possiamo accettare è che qualcuno sfrutti il lavoro delle prostitute o che costringa le donne a prostituirsi: ed in effetti si tratta di comportamenti che debbono essere severamente repressi. La prostituzione in sé e per sé, fuori dai casi di costrizione, mi pare accettabilissima.

D’accordo, ma vendere il proprio corpo è comunque una pratica umiliante per la donna.
Può essere. Ma allora dovremmo considerare altrettanto umiliante lavorare in fabbrica, fare il facchino, esercitare il mestiere di badante. Non lavorano con le mani, le braccia, le gambe, costoro? E quindi non “vendono il loro corpo”? Oppure le parti intime debbono essere considerate più “corpo” delle altre? E che dire di chi svolge un lavoro intellettuale? Di chi, cioè, vende qualcosa di ancora più significativo del proprio corpo, vale a dire il proprio cervello, il proprio pensiero, la propria intelligenza?

Sì, ma io credo che prostituirsi non possa essere una scelta davvero libera: chi lo fa, anche se non è costretto fisicamente da qualcuno, è comunque indotto a farlo da uno stato di necessità.
Anche questo può essere. Così come sono indotti dalla necessità gli operai, i pizzaioli, gli elettricisti. Voglio dire, se la cosa intollerabile è che si svolga un lavoro solo per bisogno bisognerebbe abolirli quasi tutti, i lavori, mica solo quello delle prostitute.

Eh, ma il sesso è una cosa diversa.
In che senso? O meglio, per chi? Per te? E’ possibile. Infatti tu non ti prostituisci, e per sopravvivere fai, supponiamo, la commessa. Invece per un’altra (o per un altro) potrebbe essere il contrario: prova ne sia il fatto che sceglie di offrire sesso a pagamento invece di lavorare da H&M.

Boh, io credo comunque che prostituirsi non possa essere mai una scelta del tutto consapevole.
Stai dando delle incapaci di intendere e volere alle prostitute che affermano di fare quel lavoro per libera scelta? Cioè: stai affermando che tu conosci meglio di loro quello che hanno in testa? Credi di poterti permettere di pensare al loro posto? Non ti pare una pretesa, come dire, un tantino presuntuosa? Non ti pare che sia il tuo atteggiamento, la cosa davvero “inaccettabile”?

E comunque la prostituzione lede la dignità di tutte le donne. Anche la mia.
Capisco. Quindi stai dicendo che la prostituzione dovrebbe essere vietata perché tu, non si capisce bene in base a quale meccanismo, ti senti lesa nella dignità da chi la esercita. Bene, spiegami una cosa: che differenza c’è tra te e quelli che dicono che il matrimonio gay non si deve fare perché offenderebbe la loro “sensibilità”? No, perché a quella gente diciamo: mica lo devi fare tu, il matrimonio gay, quindi che vuoi? Ecco, a te domanderei: sei forse tu, che devi prostituirti? No? E allora, perdonami, che vai cercando?

Non capisci: la prostituzione è frutto di una mentalità maschilista che vede le donne come oggetti.
Ah, sì? Vediamo se ho capito: prima sostieni che le donne che si prostituiscono non sanno quello che fanno, tant’è che ti permetti di spiegarglielo tu e ti spingi fino a volerglielo impedire, dando loro implicitamente delle galline senza cervello che dovrebbero attenersi alle tue convinzioni, e poi blateri che è la prostituzione ad essere maschilista? Non è che sei tu, il maschilista? Non è che sei tu a considerare quelle donne degli oggetti, mettendo in dubbio la loro capacità di decidere autonomamente?

Parli così perché non sei una donna, e quindi non capisci.
Mah. Ci sono un sacco di donne che la pensano esattamente come me. Debbo dedurne che tu, oltre a essere indubbiamente più “donna” di me, ti senti anche più “donna” di loro?

E i clienti delle prostitute, allora? Non ti fanno schifo?
Non mi pare che lo “schifo” sia una categoria giuridicamente o politicamente rilevante. Ti ricorderei che a molti fanno “schifo” gli omosessuali: ora, dal momento che ci si batte per fare in modo che il loro “schifo” (pure legittimo individualmente) non si trasformi in una legge valida per tutti, perché mai di dovrebbe tutelare il tuo? Cioè, il tuo schifo è più schifo del loro? E perché? Perché è tuo? Ah, no, dimenticavo: perché tu hai ragione. Un tantino tautologico, non trovi?

Insomma, mettila come ti pare ma io trovo inaudito che in un paese civile la prostituzione sia legale.
Sai cosa trovo inaudito io, invece? Trovo inaudito che in un paese civile, come lo chiami tu, si pretenda di decidere al posto degli altri. Lo dico quando si parla di eutanasia, di nozze gay, di contraccezione e di aborto: non vedo perché non dovrei dirlo quando si parla di prostituzione. Piuttosto fattela tu, una domanda: com’è che quando sono i vescovi a voler decidere per te ti fai girare i maroni, e poi tu stesso pretendi di decidere al posto di chi si prostituisce?
Non è un tantino troppo facile, fare il libertario soltanto sulle cose che ti piacciono?

Immorale e autolesionista

in società by

Volevo soltanto far notare che in un periodo come questo, un periodo come dire di completo disastro economico, mentre si cerca di grattare il fondo del barile facendo il gioco delle tre carte tra un’imposta e l’altra, il gettito fiscale della prostituzione e del commercio di droga -i quali andrebbero già legalizzati di loro per un’infinita serie di ragionevoli motivi che vanno dalla tutela dell’autodeterminazione individuale alla lotta contro la criminalità organizzata- porterebbe nelle casse erariali le risorse necessarie ad abolire l’IMU, abbassare l’IVA e ritrovarsi pure con qualcosa di avanzo.
Come dite? È immorale che lo stato “lucri” su attività del genere?
Io dico di no. Io dico che invece  è immorale appaltarle ai delinquenti, quelle attività, ingrassando le mafie e rinunciando pure alle relative imposte.
Immorale e autolesionista, per come la vedo io: ammesso che ci sua rimasto un briciolo di ragionevolezza, naturalmente, e che si possa provare, per una volta, ad usarla al di fuori dei soliti slogan.

Puttane

in politica by

A me fa piacere, davvero, che vi sentiate tutte puttane: e lo dico senza ironia.
Però mi avrebbe fatto ancora più piacere, o per meglio dire vi avrei creduto un po’ più volentieri, se vi foste sentiti tutte puttane pure nel 2008, mentre il ministro Carfagna (si parlava del vostro partito, o sbaglio?) varava un DDL che proibiva la prostituzione per strada, definendo il fenomeno “vergognoso” senza operare alcuna distinzione tra le donne che si prostituivano per scelta e quelle che vi erano costrette in ragione di una vera e propria riduzione in schiavitù, negando il diritto all’autodeterminazione delle prime (voi, i sedicenti “liberali”) e regalando alle seconde l’ulteriore aggravio delle sanzioni; o se vi foste sentiti tutte puttane quando decine di sindaci, a partire da Alemanno qua a Roma, producevano a manetta ordinanze demagogiche aventi l’unico scopo di sottrarre il fenomeno dalla vista dei benpensanti invece di regolamentarlo con il dovuto senso di responsabilità.
Ecco, io credo che avreste dovuto sentirvi tutte puttane allora, non soltanto adesso.
Perché dichiararsi puttane per manifestare solidarietà al proprio capo è un conto: farlo per difendere le puttane, quelle vere, è tutto un altro paio di maniche.

Non voglio pagare il tuo conto

in talent by

di SmxWorld

Una donna col suo corpo può farci quello che vuole, fino a quando le conseguenze delle sue scelte non incidono sulle vite altrui. Se permetti, a me non sta bene che tu fai la puttana e poi il conto dei tuoi clienti lo devo pagare io. “Sono 10.000 euro, che faccio segno? Si si, segni pure che poi passano gli italiani e pagano”. Col cazzo, io il tuo conto non lo voglio pagare. Perché uno dei due problemi delle puttane e dei faccendieri che occupano il Parlamento, o qualsiasi altra istituzione, è proprio questo: che siamo noi cittadini a pagare. E visto che non paghiamo manco una tantum, se permettete, mi rode. E mica poco.

E se vogliamo, questo è l’aspetto meno grave di questa situazione. Già, perché se c’è una persona che si prostituisce (fisicamente o meno) per arrivare in Parlamento, di contro c’è qualcuno che magari quella posizione la meritava. E allora ecco che la mercificazione del tuo corpo, della tua dignità, scelta libera e assolutamente rispettabile se fatta fuori dalle istituzioni, ha delle conseguenze anche sulle vite degli altri.

E non mi si dica che sappiamo in anticipo chi andiamo a votare, che le liste le conosciamo e ne possiamo votare un’altra. Perché innanzitutto, con questa legge elettorale è possibile candidare una persona in qualsiasi circoscrizione. Quindi se candido una puttana di Belluno a Palermo o un venduto di Matera a Venezia, è difficile che gli elettori sappiano chi stanno votando. Per fare due esempi: se il PdL candida Mara Carfagna un dubbio ti viene, ma se ti candida una sconosciuta di nome Patrizia D’Addario, di primo acchito non vai a pensare che sia una delle eleganti signore che allietano le eleganti feste di Berlusconi.

Ed è così che tutto si riduce ai cosiddetti leader. Infatti non si sente mai dire “voto la Finocchiaro”, “voto Ghedini”, “voto Crimi”, ma si parla votare Bersani, Berlusconi, Grillo e via dicendo. È un vulnus di questa legge elettorale (quando la cambieranno sarà sempre troppo tardi).

Poi, se io voglio votare per il PD, non è che voto il Movimento 5 Stelle o il PdL solo perché nel PD magari ci sta una che l’ha data per essere messa in lista. No perché, se io voto il PD è perché magari preferisco il suo programma a quello degli altri, o perché preferisco avere Bersani come Primo Ministro piuttosto che Alfano o qualche sconosciuto proposto da M5S.

E poi, che discorso è dire che “c’è chi ci arriva col cervello e chi con la fica”? Non ho capito, ma le leggi si discutono e si votano col cervello o con la fica? Io mi aspetto che un calciatore arrivi in nazionale grazie al suo talento calcistico, che una cattedra universitaria vada a chi ha i titoli e la capacità di insegnare. So che in alcuni casi non è così, ma non per questo lo giustifico. Non condivido certo la mentalità tutta italiana di provare stima per chi è furbo e raggiunge uno scopo usando delle scorciatoie illegali o al limite della legalità, o che invadono la libertà ei diritti degli altri.

Un’opinione a tutti i costi e forzatamente contro

in talent by

di Barbara Bussolotti

Franco Battiato è un uomo troppo libero per essere compreso da una massa di schiavi. Chi si indigna per il termine “troia” libero non è. Affatto. Né chi traduce la parola stessa, come nel tuo caso, con “prostituta che mercifica il proprio corpo” non è libero. Affatto.
Ad onor del vero, la dichiarazione di Battiato è questa:

[…]Mi rallegro quando un essere non è così servo dei padroni, come queste troie in giro per il Parlamento che farebbero qualunque cosa, invece di aprirsi un casino.

E dice ben altro. A meno che non si resti attaccati come sanguisughe alle strutture sociali delle quali si è inesorabilmente costituiti, orbi a tal punto da isolare da un contesto più ampio una ed una sola dannata parola come un grido nel deserto, sordi da non accorgerci che nel frattempo tutto un mondo perbenista e finto progressista e falso rivoluzionario grida allo scandalo e all’oltraggio. Ed altri drammi così.
È un peccato che tu riduca ad una sola immagine un universo di significato: una donna che vende il proprio corpo. Che ha tutta la libertà di farlo, in barba alla cultura patriarcale e maschilista e medievale e tutto il resto. Senza parlare del fatto che sullo stesso livello etico, semmai, si trovino coloro che quel sesso lo comprano. Ma noi siamo liberali, per noi è ovvio che sia sacrosanta la libertà dell’una di vendersi (se non sfruttata come una schiava) e dell’altro di comprare i di lei servigi per un quarto d’ora o un giorno intero.
È un peccato che tutti coloro che sono schiavi del loro stesso forbito linguaggio ci vedano questo: la prostituzione di un corpo.
Quel “troie” sta per “mal costume”. Un insieme di consuetudini marce e stantie e schifose, che come uno dei peggiori cancri serpeggia visibile e invisibile nella nostra società da sempre: la mercificazione di sé al fine di mettere il proprio culo su una sedia di prestigio e godere dunque di un punto di vista e di azione privilegiato, togliendola (e qui sta il cuore della questione) a qualcun altro ben più capace e meritevole.
Queste sono le “troie” che nessuno vuole. Queste sono le “troie” di cui parla Battiato. Questa è la prostituzione che fa schifo a tutti: vendersi ad un padrone, per diventare chi non si potrebbe mai essere se non per le proprie reali capacità. Politiche, professionali, personali.
Quindi basta con tutti questi sofismi da Social Network, che sono una nuova forma di schiavitù digitale due punto zero. Basta con quest’aria da femminismo forzato anche quando alle donne non si fa minimamente menzione, solo perché la parola termine in “e” ed è plurale. Basta con i puntini sulle “i”, che stanno bene solo nella scrittura in corsivo. Basta con questo parlare di aria fritta, quando non si hanno contenuti pieni di bellezza da aprire e condividere col mondo.
Nelle tue righe ci leggo soltanto un’opinione a tutti i costi, un polemizzare per forza, un essere contro per principio. Pure forzato e scritto da un traduttore mal funzionante, roba ben peggiore della (semmai) noia che desta in te un poeta qual è Battiato, appunto.
Siamo tutti diventati opinionisti precari eppure sicuri. Mentre io mi chiedo, perplessa: dove sono emigrate le persone comuni?

Offendere le puttane

in società by

Delle due l’una: o chi fa la puttana lo fa per scelta, e allora merita rispetto in quanto svolge una professione come tante altre, oppure lo fa perché è vittima di tratta, e allora oltre al rispetto merita pure di essere salvata dalla sua condizione con ogni mezzo possibile.
Ebbene, quando nei giorni scorsi qualcuno ha evocato la figura delle “troie” per denunciare alcuni difetti della nostra politica, si sono offesi un po’ tutti: parlamentari, rappresentanti delle istituzioni, altre cariche dello stato, opinionisti; mentre le prime che avrebbero dovuto offendersi, per essere state paragonate al clientelismo, alla corruzione, allo spregio nei confronti dei cittadini e compagnia cantando, avrebbero dovuto essere proprio le puttane.
Battiato non dovrebbe vergognarsi per quello che ha detto ai politici, ma per quello che ha detto a loro.

Che tengono contro le troie?

in società by

“In parlamento ci sono le troie”.
Ebbè? Hai fatto la scoperta dell’acqua calda, si sarebbe risposto una volta, a Battiato.
E invece Laura Boldrini l’ha considerato un “oltraggio”: “Neanche il suo prestigio lo autorizza ad usare espressioni così indiscriminatamente offensive. Da Presidente della Camera dei Deputati e da donna respingo nel modo più fermo l’insulto che da lui arriva alla dignità del Parlamento.”
E perche mai?

Le troie in Parlamento, a differenza di Battiato assessore, sono state elette.
Le liste le conosci prima, se non ti piace ne voti un’altra. Ma quando voti sai cio che eleggi.
E’ un loro diritto esserlo, al pari di qualunque altro cittadino che fa un altro mestiere.

Secondo Battiato “dovevano aprire un casino”.  E secondo me lui doveva scrivere canzoni (anzi neanche, che è noiosissimo).
Ma non era il periodo della società civile questo, contro i mestieranti della politica?
E allora, qual ‘è il problema se ci sono le troie in parlamento?
Laura Boldrini, non è stata scelta presidente della Camera proprio perchè non era una politica di professione, tanto che non aveva neppure fatto le primarie?

O forse per Boldrini fare la parola troia è un offesa in sè, un insulto?
Come quelli che, ad esempio, ce lo vedono nella parola frocio?
L’insulto c’è per chi lo vuole vedere. E io continuerò ad usare la parola troia e frocio finchè non ci sarà piu nessuno che le reputerà un’offesa.

La Troia, cara Boldrini, se una donna sceglie di farla non arreca male a nessuno. E’ il suo corpo, e ne fa cio che vuole. E anche venderlo rientra tra le libertà personali garantite dalla Costituzione  e meritevoli di tutela nei limiti in cui non incidano sulla pari libertà altrui. Per questo sarebbe il caso di regolamentarla, la prostituzione.

Il sesso libero non è un reato, è una cosa bella. E dovremmo finircela di considerare un insulto tutti gli aggettivi legati alla sfera sessuale, liberandoci di una cultura bigotta, puritana e sessuofobica elevata a morale di stato.

Finchè è il popolo sovrano, non esistono degli impresentabili da non candidare in parlamento,  e a nessuno deve essere preclusa la possibilità di essere eletto, siano dipendenti onu, cantanti o troie (una sola eccezione andrebbe fatta per i magistrati).

Forse Battiato ci vuole dire che c’è gente come Boldrini che ci è entrata col cervello, e chi con la fica. Sono parti del corpo uguali, ognuno usa cio che meglio sa.

E solo che a Boldrini, dallo scranno con aureola incorporata che le hanno fornito, e a Battiato, nessuno va ad insultarli.

banner_donneperbene

I’m not a prostitute

in mondo/società by

Okay, la barra a destra dei quotidiani online italiani è il nuovo retro dell’edicola, quello in cui si esponevano le riviste un po’ sporcaccione, ma non sottovalutiamo: ci si trova di tutto, dal momento che alla strategia del nudo ricorre ormai chiunque voglia promuovere qualunque cosa, perchè un paio di tette fanno notizia a prescindere dalla forma, dal colore e dal movente.

E così questa estate tra le Sare Tommasi, le wags europee e i fondoschiena olimpici, non è passato praticamente giorno senza che le ragazze di Femen potessero tenersi la maglietta addosso, il che per altro sarebbe un peccato (dai dati pervenuti, sembrerebbe trattarsi del primo movimento politico che seleziona gli attivisti con gli stessi criteri di Enzo Mirigliani).

Perchè se di ingiustizia nel mondo ce n’è a bizzeffe, la panacea è drastica: scoprirsi le tette. Eccole dunque a Kiev, in una raffica di tette di fuori contro l’aumento della prostituzione causato dai tifosi degli Europei di calcio: 1 2 3 4 5. Subito dopo, correre a imbruttire il patriarca della chiesa russa: 6. Instancabili, eccole scoprirsi le tette a Londra contro la partecipazione alle Olimpiadi degli stati che applicano la Sharia: 7. E non c’è tempo neanche per una pausa a ferragosto, perchè tocca salvare le sorelle Pussy Riot con l’arma ben nota alle signorine da calendario e alle rockstar senza doti canore: tette fuori più immagine sacra 8.

Ora, per allontanare il giubilo dei lettori di Famiglia Cristiana, urge puntualizzare che qui nessuno è turbato dal nudo, men che meno dall’accostamento del nudo a croci o icone religiose: qui nessuno è turbato da quasi nulla, non fosse che l’uso markettaro del corpo finisce per alimentare la prurigine che circonda i nostri attributi sessuali primari e secondari, con la spiacevole conseguenza che poi, se uno vuol fare il bagno nudo per un privato piacere che non vi sto a raccontare quant’è un piacere, senza alcun secondo fine insomma, senza voler vendere un giornale nè una campagna politica , ecco, individui dalla morbosità continuamente sollecitata si sentono indebitamente disturbati. Ma questo è un altro discorso.

Tornando a Femen, più seriamente, il metodo del ribaltamento dell’uso del nudo femminile dal commerciale al politico in senso femminista è un esperimento interessante, anche se non originalissimo: la donna si spoglierebbe in quanto soggetto per sottrarsi al maschio in quanto oggetto. E pazienza se poi i click sui giornali provengono dallo stesso pubblico che clicca sul solito topless di Kate Moss a Saint Tropez. Dico davvero, pazienza: se la nudità muove i fili della comunicazione globale, non avrete da me nessun motivo di ordine morale per non usarla.

Va detto inoltre che leggere la questione femminile dell’Europa dell’Est con le lenti italiane è cosa difficile. Tutto quello che so l’ho appreso dai racconti delle donne che si sono avvicendate come badanti dei miei vecchi o per le pulizie di casa. Alla luce di questi racconti sono portato a pensare che la questione sia femminile quanto maschile, cioè legata alla condizione economica che accomuna i paesi post-comunisti. Molte di loro mi hanno inoltre riferito di violenze subìte da parte dei loro uomini perchè alcolisti. Anche questa mi sembra una preoccupante questione femminile E maschile.

Al di là di queste mie ingenue aspirazioni alla risoluzione intergenere delle violazioni di diritti umani e a un approccio meno situazionista e più politico ai problemi del lato B dell’Europa, l’istanza di Femen che proprio non mi convince è quella contro la legalizzazione della prostituzione e favorevole all’introduzione della responsabilità penale per chi usufruisce dei servizi proposti dall’industria del sesso. E’ al grido di Ukraine is not a brothel and I’m not a prostitute che le ragazze di Femen si sono raccolte, dal 2008 in poi, intorno alla giovanissima fondatrice Anna Hutsol, oggi ventottenne. Come se ci fosse qualcosa di male, ad essere una prostituta. Come se i bordelli fossere un male in sè.

Io non so se il femminismo nostrano sia poi riuscito a sciogliere il nodo del moralismo, mi è capitato di imbattermi in un dibattito alla Casa Internazionale delle Donne in cui qualcuno indicava la prostituzione come il gradino più basso delle condizioni femminili, ma magari si è trattato di un accidente e l’opinione non era largamente condivisa. So che su questi temi il confronto è difficilissimo tra donne diversamente femministe, praticamente impossibile tra femministe alla Femen e uomini.

Ma forse non è inutile proporre ancora una volta la semplice equazione che il diritto e la possibilità di scegliere di non prostituirsi si conquista insieme – non in opposizione – alla libertà di poterlo fare legalmente, senza coercizioni, come si sceglie di fare – che so – la commessa o l’insegnante o l’avvocato.

Che il turismo sessuale è largamente dovuto al proibizionismo degli stati occidentali, e che a una maggiore criminalizzazione in Europa corrisponderebbe un incremento dello sfruttamento sessuale in altri paesi.

Che distinguere tra prostituzione volontaria e schiavitù è necessario per poter, da un lato, contrastare efficacemente la schiavitù e, dall’altro, regolare quello che schiavitù non è.

Ignoro se il nuovo trend femminista preveda un dibattito su scala transnazionale e intergenere, se preveda un dibattito tout-court o se sia inesorabilmente avviato sulla strada dell’happening e del merchandising: è già on line il sito Femenshop per chi non potendo andare tette in fuori si accontenti di supportarle acquistando una maglietta o una tazza da esporre accanto a quella di Starbucs. Noi siamo sgamati, sappiamo che il marketing è uno degli strumenti della politica e che la necessità di autofinanziarsi sviluppa il senso degli affari.

Il claim del sito, tuttavia fa sperare molto male. We came, we stripped, we conquered : ragazze, è tutto al passato, quando è ancora tutto da fare.

 

Fermiamo il declivio – Dieci umili proposte per la collina Italia

in economia/politica/società by

Ho letto le dieci proposte di Fermare il declino. Da liberale di destra sono molto felice che si crei dibattito intorno a questioni così importanti. Tuttavia, pur essendo consapevole dei limiti che un’esposizione per punti possa avere, ritengo che le proposte del neonato movimento debbano essere accompagnate da una più consistente riflessione sulle libertà individuali, sui temi etici e sui diritti civili. Quelle che seguono sono le mie dieci umili proposte per la collina Italia, che lanciano il mio nuovo movimento. La maggior parte di queste non sono certamente novità, ma credo che formulate tutte insieme possano essere utili per riaprire la discussione. Fermiamo il declivio.

1)Legalizzazione delle droghe leggere. Le politiche proibizioniste sono evidentemente fallimentari e funzionali alle dinamiche commerciali di natura illegale, intraprese a livello macro dalle grandi organizzazioni criminali e a livello locale dalla microcriminalità. Legalizzare significa combattere il mercato illegale e allo stesso tempo produrre posti di lavoro e “fare cassa”.

2)Politiche dell’immigrazione e politiche per gli immigrati. L’immigrazione è da trent’anni una risorsa per l’economia del nostro paese e continuerà ad esserlo. Occorre sostituire le attuali pratiche temporanee di regolarizzazione (sanatorie) con strumenti permanenti, che permettano la valutazione individuale della condizione del migrante. Il lavoro nero degli immigrati – uno dei cancri del sistema economico italiano – e il loro ingresso in circuiti criminali si combattono anche modificando i vincoli imposti ai rifugiati politici e ai richiedenti asilo, che per il loro status non possono svolgere regolari attività lavorative. L’ha capito Obama, vediamo quanto ci mette la sinistra italiana. Last but not least, le attuali norme in materia d’immigrazione (Bossi-Fini) sono del tutto inadeguate, l’introduzione del reato di clandestinità e la precarietà alla quale è sottoposta la condizione di immigrato regolare (che può diventare irregolare se non mantiene un posto di lavoro) sono un tipico caso di produzione istituzionale di illegalità. Ah, dimenticavo: introduzione del principio dello ius soli: chi nasce in Italia è italiano.

3)Regolamentazione della figura professionale di sex worker. L’industria del sesso è una realtà, che piaccia o no ai moralisti cattolicheggianti e ad un certo femminismo. La realtà tedesca, che si affida ad un modello regolamentarista, in cui la prostituzione è legale e regolamentata, dimostra chiaramente i vantaggi di questo sistema. Ancora una volta, si può combattere l’economia sommersa che ne deriva (i sex worker sarebbero sottoposti, come qualunque altro lavoratore autonomo, ad un regime di tassazione particolare e dunque contribuirebbero a “fare cassa”). Il modello tedesco zittisce i detrattori della regolamentazione che sostengono l’eccessiva spesa per i controlli: i costi di polizia si abbattono in un tempo ragionevole e c’è solo da guadagnarci. In ultimo, c’è la questione igienico-sanitaria, che si può affrontare soltanto con la regolamentazione.

4)Ognuno ha il diritto di scegliere la propria fine. Lo Stato Etico pretende di scegliere per noi. L’istituzione di un registro delle dichiarazioni di fine vita (o testamento biologico) conseguentemente ad una legge che tuteli la libertà di scelta individuale paiono la soluzione più ragionevole. Come per l’immigrazione, lo Stato produce illegalità: sono tanti gli italiani che ogni anno decidono di varcare i confini per andare a morire, sono tanti i medici consenzienti che aiutano i pazienti ad avere una fine che loro ritengono dignitosa.

5)Amnistia e depenalizzazione dei reati minori. Che sia strutturale oppure no, l’amnistia è l’unico provvedimento che io conosca capace di ripristinare una condizione legale e ragionevole per il nostro sistema giudiziario: in Italia ci sono infatti 9 milioni di processi arretrati e ben 170 mila che ogni anno cadono in prescrizione. Il nostro paese detiene il triste primato per quanto riguarda le sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo rimaste inapplicate. Il danno, oltre che per coloro che sono coinvolti direttamente, è enorme anche per l’economia: chi mai può investire in un paese dove i tempi di un processo sono lentissimi e non vi è certezza di avere giustizia? L’amnistia da sola però non basta, bisogna che sia accompagnata da una riforma del sistema giudiziario e dunque dalla depenalizzazione di alcuni reati minori come la detenzione di stupefacenti (negli ultimi anni, il numero di tossicodipendenti in carcere è cresciuto in modo consistente, tanto che nel 2011 essi erano il 29% del totale della popolazione carceraria), nonché il reato di clandestinità. D’altra parte, il punto 2, ponendo fine alla produzione istituzionale di illegalità e attraverso politiche per gli immigrati, può potenzialmente favorire la diminuzione della presenza di immigrati nelle carceri italiane (ben il 38% dei detenuti sono stranieri).

6)Abolizione del meccanismo dei rimborsi elettorali. I rimborsi elettorali rappresentano il frutto più evidente della reazione allergica del sistema dei partiti ai processi democratici. Un referendum promosso dai Radicali nel 1993 aveva decretato (col 90% dei voti a favore dell’abrogazione della norma) la fine del finanziamento pubblico. Gli hanno semplicemente cambiato nome e hanno ripreso serenamente a succhiare soldi dalle casse dello Stato.

7)Per uno Stato concretamente laico. Abolizione del Concordato e quindi dei privilegi garantiti alla Chiesa cattolica. Dunque, niente più otto per mille, pagamento dell’Imu per gli immobili della Chiesa e niente più ora di religione a scuola (tra l’altro, gli insegnanti di religione vengono reclutati direttamente dalle Curie ma retribuiti dal Ministero dell’Istruzione).

8)Intensificare i rapporti tra la Scuola, l’Università e le aziende. Almalaurea è una buffonata, occorre un sistema che faccia concretamente da ponte tra il mondo accademico e le aziende. Il conservatorismo e la mentalità sinistrorsa rispetto all’Università hanno sempre impedito una riflessione seria sul meccanismo dei finanziamenti privati e sulla possibilità di formulare (a parte singole virtuose iniziative) accordi tra gli Atenei e le imprese italiane e straniere. Bisogna uscire dalla dimensione provinciale in cui hanno rinchiuso i nostri dipartimenti e aprirsi al mercato del lavoro internazionale. Gli istituti professionali sono qualitativamente scarsi e non garantiscono l’accesso al mondo del lavoro. Uno strumento su tutti: l’apprendistato sul modello tedesco. Il 49% dei ragazzi che svolgono il periodo di apprendistato presso un’azienda tedesca, al termine della formazione, trova un posto di lavoro fisso e un contratto presso l’impresa dove ha svolto il servizio e quindi imparato il mestiere. Lo so che l’Italia non è la Germania, ma almeno riflettiamoci.

9)Incentivare l’accesso alla cultura. Due esempi su tutti: i musei e l’Opera. Nonostante i musei italiani siano in condizioni pietose, sono molto cari e dunque poco frequentati. Una tra le possibili misure? Ingresso gratis o a prezzo “simbolico” per gli studenti. L’Opera è un lusso che pochi facoltosi appassionati possono permettersi, mentre altrove (provate a indovinare dove) tutti possono permettersi una serata in compagnia del barbiere di Siviglia o del Rigoletto. Dove trovare i soldi per effettuare miglioramenti strutturali ed agevolare l’accesso a prezzi ridotti? Da tutti i provvedimenti che suggerisco qui sopra.

10)Più pilu per tutti. Una ricerca della Northwestern University School of Law firmata dal prof. Anthony D’Amato ha dimostrato che, negli ultimi venticinque anni, negli Stati Uniti l’incremento dell’accesso alla pornografia è stato accompagnato da un declino del tasso di violenze sessuali. Negli stati in cui la pornografia ha avuto maggiore espansione, si è rilevata una forte riduzione di crimini a sfondo sessuale; mentre in quelli in cui essa ha avuto difficoltà ad affermarsi tali crimini sono aumentati. Ora, forse la questione è stata semplificata un po’ e si espone a critiche metodologiche, però ritengo che meriti una certa attenzione. La prendo alla larga per dire che è necessario ripensare le politiche moralizzatrici a favore di un’incentivazione della discussione sulla sessualità in genere. Credo che introdurre una vera educazione sessuale nelle scuole ed aprire un serio dibattito pubblico sulle questioni relative la sfera sessuale possa produrre benefici sotto l’aspetto della consapevolezza del proprio corpo e delle proprie scelte. Portiamo i preservativi nelle scuole e facciamogli vedere qual è il verso giusto.

Né ronde né case chiuse

in politica/società by

Come ho già scritto molte volte, non vedo nulla di censurabile né nell’esercitare la prostituzione, né nell’usufruire dei servizi delle prostitute: mentre ritengo che il vero problema sia lo sfruttamento delle lavoratrici del sesso, che spesso e volentieri si traduce in una situazione di schiavitù bella e buona.

Partendo da queste premesse -e lasciando da parte i soliti moralismi da quattro soldi ancora molto in voga perfino nell’anno di grazia 2012-, mi pare che né la lotta alla prostituzione in strada tout court, né l’ipotesi di riaprire le case chiuse, possano costituire approcci plausibili alla questione: il primo perché -come sta già accadendo da qualche anno a questa parte- non sortisce altro effetto che sottrarre alla vista -e quindi rendere ancora più sotterraneo e clandestino- il dramma della tratta di esseri umani; il secondo perché finirebbe per configurare -sia pure in termini meno brutali di quelli che caratterizzano il mercato illegale- una situazione di sfruttamento dalla quale, per una ragione o per l’altra, potrebbe diventare difficile affrancarsi.

In contrapposizione a questi due modelli, che sembrano occupare interamente l’immaginario collettivo senza alternative, auspicherei una legalizzazione dell’esecizio della prostituzione che valorizzasse l’elemento “personale” dell’attività -eventualmente consentendo che venga svolta in forma cooperativa- e tendesse ad escludere, o perlomeno a limitare, l’impiego di ingenti capitali da parte di investitori, che potrebbero di fatto rappresentare delle forme di sfruttamento -per non dire di schiavitù- legalizzate; sul modello, per capirci, dell’impresa artigiana, che è ammessa a godere di tale qualifica -e quindi dei benefici fiscali e contributivi che la legge le attribuisce- a patto che l’opera personale dell’imprenditore sia prevalente rispetto alle risorse finanziarie investite.

Dopodiché, me ne rendo conto, sarebbe tutto un fiorire di moralismi variamente assortiti, a partire da quelli di stampo cattolico, tutti incentrati sui concetti di peccato e di decenza, per arrivare fino al bigottismo ancora più insidioso di certa sinistra, sempre pronta a sostenere che la prostituzione consapevole è una contraddizione in termini e costantemente impegnata ad applicare agli altri i criteri che governano il proprio stile di vita.

Sta di fatto, però, che continuare a ignorare il problema della schiavitù delle donne, o peggio illudersi di risolverlo con lo sfruttamento di stato, o peggio ancora nasconderlo come si fa quando si con la polvere sotto il tappeto, significa semplicemente aggravarlo, ingarbugliarlo, incancrenirlo.

I benpensanti di ogni provenienza riflettano: e poi ci dicano, una volta per tutte, se è un prezzo che vale il sollievo di tacitare la propria coscienza.

Si vede a occhio

in politica/società by

Uno degli argomenti che più rimbalzavano oggi sui vari social network è stata la partecipazione del sindaco di Roma, Gianni Alemanno, alla ronda nottura antilucciole. Rimbalzava un po’ perché effettivamente farsi fotografare sulla moto nera nera a mo’ di Dark Knight renderebbe ridicolo chiunque tranne Christian Bale, un po’ perché ormai Alemanno (come il PD, Domenico Scilipoti, Daniela Santanché, Fausto Bertinotti, Sara Tommasi e Antonio Cassano) “fa ridere” a prescindere. Penso si chiami “perdita di credibilità”, quello strano fenomeno che interessa ogni essere umano che inanella una serie di minchiate (a parte Silvio Berlusconi).

Ma stiamo divagando.

Il punto è che grazie a questo tam tam, sono arrivato alla galleria di foto che Repubblica.it ha avuto la cortesia di pubblicare. Quella che mi ha colpito di più, al di là di quelle di spirito coreano in cui il potente di turno guarda con lo sguardo serioso dipendenti pubblici che lavorano, è la seguente

dove possiamo vedere quattro ragazze che vengono condotte in un furgoncino.

Immagino che tali ragazze siano state condotte in quel furgoncino in quanto prostitute. O, quanto meno, perché si presume che siano prostitute. Perché sono quattro, e credo sia un po’ difficile supporre che tutte e quattro, nello stesso momento, siano state colte in flagranza di reato. In effetti, se stai girando di notte per le strade di Roma con quel tipo di abbigliamento, o stai andando a Roma Vintage oppure ti stai prostituendo, è difficile immaginare altro.

Eppure, io dico. Ma è possibile privare della libertà personale, seppur per poche ore (almeno, spero siano solo poche ore, purtroppo non so quale sia l’iter di questo tipo di azioni), una persona solo su delle supposizioni? A parte la mia scempiaggine su Roma Vintage, seriamente, queste ragazze sono state colte in flagranza di reato? O sono state davvero sbattute in un furgone solamente perché abbigliate in modo discutibile e ferme di notte al lato di una strada?

“Vabbe’, dai, ma è evidente cosa stavano facendo. C’era davvero bisogno della flagranza del reato? Si vede da come sono vestite, dal fatto che si trovano in un luogo dove non dovrebbero stare”.

Ah sì? Beh, se la mettiamo su questo piano…

Go to Top