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Casaleggio che dice cornuto all’asino

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Cercando su Urban Dictionary la voce “click bait” (letteralmente: “esca per click”), e traducendo il risultato dall’inglese, si ottiene grosso modo questa definizione:

Un link che “acchiappa l’occhio” su un sito web, che incoraggia le persone a continuare a leggere. Spesso è pagato dagli inserzionisti (click bait “pagato”) o genera introiti basati sul numero di click

Si tratta di un fenomeno nel quale prima o poi ci siamo imbattuti tutti, specialmente sui social network: ci si trova davanti un titolo molto enfatico, nel quale vengono spese con grande generosità e disinvoltura, perlopiù in carattere maiuscolo, parole altisonanti come “VERGOGNA”, “SCANDALO”, “INCREDIBILE”, ci si clicca sopra per capire che diamine sia successo e si scopre che in realtà la notizia è molto meno clamorosa di quanto quel titolo lasciasse supporre; a tutto vantaggio degli accessi al sito web che usa questo metodo, il quale ne beneficia in termini di traffico e quindi di influenza, o più semplicemente di soldi.
Ora, voi sapete come la penso: ciascuno è libero di fare le cose come meglio crede. Ragion per cui, se uno vuole mettere su un sito che acchiappa gli accessi in questo modo non ho niente da eccepire, purché sia consapevole di quello che fa e se ne assuma la responsabilità. Voglio dire: vuoi scrivere una canzonetta orecchiabile per vincere Sanremo? Be’, non sarò certo io a giudicarti, accomodati pure. A patto che non ti metti in testa di essere Debussy. E soprattutto che non perculi gli altri, che scrivono canzonette tali e quali alla tua, accusandoli di essere troppo “pop”.
Ebbene, quest’oggi su Twitter sta andando in scena una vibrante polemica proprio su questo fenomeno. Qualcuno sta prendendo pesantemente per i fondelli quelli di FanPage perché a suo dire abusano del bait-clicking, e invita varie testate e giornalisti a sputtanarli anche loro, magari scrivendoci sopra un bell’articolo:

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Ora, voi vi domanderete: che testata autorevole e seriosa sarà mai, quella che denuncia il click bait come una patetica schifezza, indignandosi e sfidando polemicamente mezzo mondo a scriverne? Micromega? Limes? Internazionale?
Manco per niente. Guardate un po’ qua:

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Non so se mi spiego: stiamo parlando nientepopodimeno che di Tze-Tze, cioè del sito di proprietà di Casaleggio che funziona da vera e propria grancassa mediatica per Beppe Grillo e per il Movimento 5 Stelle. E che appena qualche centimetro più in basso, sullo stesso stream di Twitter, presenta le proprie notizie così:

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Allora, capirete, uno rimane un tantino perplesso. Perché passi produrre a manetta titoli smodatamente sensazionalistici e “eyecatching” per indurre la gente a cliccarci sopra, e -guardate che vi dico- passi perfino farlo a scopo di grossolana propaganda politica: però poi, abbiate pazienza, sarebbe quantomeno dignitoso non accusare gli altri di produrre “puttanate acchiappa click e gonzi”. Voglio dire: ci vuole davvero una faccia di bronzo (quella sì) clamorosa, incredibile e scandalosa.
Il punto, probabilmente, è che il pudore funziona senza mezze misure: o lo si ha, o non lo si ha. Quindi, se non si prova il benché minimo imbarazzo a pubblicare gragnuole di titoli esagerati al solo scopo di accaparrarsi qualche click, perché mai se ne dovrebbe avere a prendere per il culo quelli che fanno esattamente, né più né meno, la stessa cosa?
Dopodiché, per completezza, sarebbe appena il caso di aggiungere che fare bait-clicking per racimolare qualche soldo di pubblicità è un tantino più dignitoso che adoperarlo per fare propaganda politica in favore del secondo partito politico italiano. Ma lasciamo correre.
Sia come sia, si vede che le cose stanno così: a noi mortali è concesso di scrivere soltanto roba molto, molto sobria, perché il monopolio assoluto delle pallonate è riservato a Casaleggio e ai suoi amici.
E guai, dico guai, a insidiarlo.

Non ti ho mai amato così tanto: la tormentata love story tra Obama e i progressisti europei.

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“Four more years” – 2012.

Ricordi.

Il 4 Maggio 2009, qualche mese prima che Obama ricevesse il suo Nobel per la Pace, un bombardiere supersonico di tipo B-1 sganciò un missile sul piccolo villaggio contadino di Granai, nell’Afghanistan meridionale. Circa 140 persone, in maggioranza donne e bambini, furono ridotti in poltiglia e i loro brandelli sparsi in un raggio di centinaia di metri, insieme a ciò che rimaneva di un grande banchetto nuziale.

Il Pentagono, ovviamente, tentò di nascondere ciò che era appena avvenuto. Mentre l’intero paese asiatico era in fiamme per l’indignazione, i militari  accusarono i Talebani di aver ammazzato loro i civili e di aver imbottito con i cadaveri gli edifici che sarebbero stati colpiti. Dopo qualche giorno il Pentagono ammise qualche decina di morti “collaterali”. Infine, puntò all’oblio indotto dai mass media. Per qualche tempo tutto sembrò funzionare.

In Dicembre, quando Obama ritirò l’ambito premio, l’opinione pubblica mondiale reagì con incredulità e scetticismo. Ma non mancarono molti leader progressisti che considerarono “positivo” il riconoscimento: i social-democratici europei, l’economista Mohammed Yunus; Hamid Karzai, il 14esimo Dalai Lama e persino Fidel Castro. Il presidente del comitato per il Nobel tenne a specificare: “Non abbiamo assegnato questo premio per ciò che potrebbe accadere in futuro, ma per quello che Obama ha fatto nell’ultimo anno.”

Evidentemente quasi nessuno considerò il massacro di Granai responsabilità morale della leadership più militarizzata del pianeta.

Una delle poche voci critiche fu quella del Wall Street Journal:

“Quello che questo premio ci suggerisce… è la fine di ciò che fu chiamato l’Eccezionalismo Americano. La visione secondo cui i valori americani hanno applicazione universale e vanno promossi senza scusarsi, e difesi con la forza militare quando necessario. Inserito in questo contesto, ci chiediamo se la maggior parte degli Americani considererà questo premio alla Pace del Futuro come un complimento”

Il giorno della cerimonia, mostrando forse più franchezza di tanti altri, Obama disse: “Non ritengo questo premio un riconoscimento dei miei successi, quando una conferma della leadership americana.” Più risultava impopolare l’occupazione americana in Iraq e in Afghanistan, più sembrava crescere la popolarità di Obama tra i suoi alleati europei e tra i principali giornali progressisti.

Ma non tutto funzionò. Un video del bombardamento di Granai, ripreso proprio dalla telecamera del B-1 da cui era partito il missile, improvvisamente riemerse dall’oblio. Le immagini, che furono decriptate da Wikileaks nel 2010 e pronte per essere rese pubbliche, mostravano senza alcun dubbio un vero e proprio crimine di guerra. Ma a quel punto la propaganda non aveva altro linguaggio se non quello dei muscoli. Obama e la Clinton fecero di tutto per ostacolare la messa in onda del filmato, che fu trafugato e distrutto da un pentito dell’organizzazione di Julian Assange. La principale “talpa”  dell’intera vicenda, il soldato Chelsea Manning, fu rinchiusa in isolamento durissimo per oltre tre anni e infine condannata – proprio nei giorni in cui un altro scandalo di orwelliana memoria turbava la presidenza, il Data-gate –  a trentacinque anni di prigione.

Il background culturale del consenso.

Nel suo libro L’audacia della speranza, Barack Obama si descriveva come un test di Rorschach – il famoso esperimento psicologico dove alle persone viene mostrata una serie di macchie d’inchiostro, e chiesto di identificare ciò che in esse si vede. Non c’è una risposta giusta. Ma ogni risposta, a suo modo, dovrebbe rivelare le ossessioni e le ansietà del paziente.

Uno degli aspetti più interessanti della storia d’amore tra Obama e la sinistra europea non sono le delusioni – che non potevano non arrivare, viste le premesse – quanto la perdurante devozione, culturale e comunicativa, per questa storia d’amore, nonostante le delusioni.

Secondo un sondaggio commissionato nel 2011, in Germania, Francia, Spagna e Gran Bretagna oltre il 70% degli intervistati dichiarava di aver fiducia che Obama avrebbe “fatto la cosa giusta in politica estera”, a confronto del 19% riportato nel 2008 riguardo le politiche di Bush.

Nell’Obamafilia degli europei – come l’ha definita lo scrittore Gary Younge -, specialmente degli europei di centro-sinistra, c’è qualcosa di più profondo e se vogliamo più inquietante della semplice fiducia simbolica nel primo Presidente Africano-Americano, proveniente da una minoranza storicamente oppressa, che ha sostituito il più mostruoso fenomeno da baraccone mai generato dal Texas. Qualcosa che  sembra mostrarci più le debolezze della cultura politica continentale che i meriti di Obama stesso. Sembra che prevalga la voglia di fantasticare su di un leader carismatico, infinitamente più affascinante, abile nell’oratoria, e persuasivo di qualunque altro politico europeo, a dispetto della reale sostanza della sua politica – interna come internazionale. Non c’entra qui il discorso dell’alternativa – dall’altra parte ci sono gli orridi Repubblicani – quanto quello della suggestione culturale, e del mutamento antropologico avvenuto in questi ultimi venti e trent’anni nella medio borghesia di sinistra.

Obama conquista le prime pagine di tutti i giornali quando parla di controllo delle armi e di innalzamento del salario minimo da $7,25 a $9, e l’europeo applaude, senza sapere o voler capire che anche $9 dollari sarebbero una miseria, per gli standard americani, se non fosse che la maggior parte dei salariati più poveri non sanno nemmeno cosa voglia dire “salario minimo”, in un sistema che si basa interamente sulla barbarie delle mance e sull’economia in nero, e con un esercito di clandestini senza documenti ricattati da uno sfruttamento infame, con la minaccia della deportazione in qualunque momento, per una politica migratoria che in cinque anni Obama non è riuscito o non ha avuto interesse a modificare.

Durante la presidenza Obama i sindacati hanno toccato il loro minimo storico: appena l’11% di rappresentanza nelle imprese private; la spesa per i servizi segreti ha raggiunto l’incredibile cifra di 52 miliardi di dollari e per giustificare gli attacchi illegali con i droni in Africa  il Dipartimento di Stato è arrivato a citare nientemeno che una dichiarazione del 1970 usata per giustificare il bombardamento segreto della Cambogia – eppure niente riesce a scalfire il boato di entusiasmo alla notizia che, durante la presidenza Obama, la Corte Suprema ha sanzionato la definitiva legittimità del matrimonio tra persone dello stesso sesso.

Ogni foto partorita dalla pagina Facebook della Casa Bianca – dopo un’accuratissimo lavoro di selezione, controllo, confezionamento – diventa immediatamente virale, come se non fosse un frutto dell’Establishment che decide il destino dei due milioni di immigrati espulsi ogni anno o degli incarcerati a Guantanamo, ma un segno di spontaneità. E’ cosi’ che il Soft Power si è reso più digeribile alla classe media: non ha bisogno di slogan per l’obbedienza: basta che appaia più familiare alla nostra quotidianità.

Nel Novembre 2012, all’indomani della rielezione di Obama, una foto raffigurante il Presidente americano nell’atto di abbracciare la moglie Michelle, con una didascalia molto semplice: “Four More Years”, demolì qualunque record di diffusione nei social media. Venne ri-postata due milioni di volte su Facebook, oltre un milione su Twitter. Qualche ora prima, al momento di annunciare la sua vittoria, Obama aveva detto, rivolto a Michelle: “Non ti ho mai amato così tanto”.

Il successo mediatico di Obama non si spiega soltanto con un’opposizione impresentabile e un passato recente terribile, ma è il frutto di anni in cui molte aree di conflitto sono state prosciugate da un benessere diffuso in modo iniquo; anni di smarrimento ideologico per i partiti di sinistra incapaci di trovare una piattaforma comune con i movimenti di protesta; anni in cui il radicalismo universitario è stato ridotto al silenzio dalla crisi che costringe tanti a lavori umilianti e deprimenti, mentre città come New York e Los Angeles venivano trasformate in costosissime vetrine militarizzate per il piacere di investitori e turisti – la polizia ha addirittura un ufficio alla New York University, a prevenire eventuali disturbi alla circolazione sulla Quinta Avenue.

E soprattutto, anni in cui la working class, seppur maggioritaria nei numeri, si è trasformata in spettro a livello politico e culturale e mediatico. Ha trionfato al suo posto l’ironia postmoderna, il sarcasmo hipster, il vacuo consumismo narcisista à la Sex & The City imitato da moltissime freelancer europee senza nemmeno la bozza di un contratto, mentre gli scioperi e la classe operaia venivano percepiti quasi come una presenza aliena, un disturbo estetico, un Altro da respingere con fastidio e quasi ribrezzo.

Mentre l’Europa in stallo economico si provincializza -e americanizza- sempre di più, sognando oratori plastificati, metropoli iper-controllate (vedi il percorso di Londra, Barcellona, Berlino, Milano…)  e ignorando ciò che avviene al di fuori dalla sua fortezza, l’America si europeizza sempre di più nella progressiva accettazione della propria decadenza: non più New York (o Roma) ma Costantinopoli: uno spettro dell’Impero che fu, ancora ansimante e con un forte potere decisionale, e che tuttavia continua a irrorare il suo fascino nei bifolchi che lo frequentano – quasi sempre per i motivi più sbagliati.

Le due sponde.

Secondo Zucconi e la maggior parte dei corrispondenti italiani de’ sinistra a New York, il mio è una tipo di anti-americanismo viscerale e cieco. Me ne farò una ragione: vivo a lavoro qui da due anni e non ho sentito un solo americano dirmi che ero troppi “anti”.

Ma perché devo considerare buono e giusto, tanto per dirne una, che la Clinton – icona femminista del XXI secolo – baci e abbracci un criminale di guerra come Kissinger – uno che pianificò scientificamente il golpe in Cile, appoggiò apertamente il regime di Videla in Argentina, mentì al pubblico sull’uso di armi chimiche in Vietnam e sul bombardamento segreto della Cambogia – senza che nessuno dei sopracitati fans obamiani protesti, o faccia una riflessione sui nostri tempi?

E perché quando Murdoch e Bloomberg fanno comparsa in un ristorante da tre stelle Michelen c’è la fila di ragazze che vogliono farsi una foto con loro, mentre quando Berlusconi strinse la mano a Gheddafi  – rifiuto ogni tipo di autoritarismo, ma come ignorare il passato coloniale e monarchico che ha preceduto il dittatore libico? – mi sono dovuto sorbire l’editoriale sarcastico dei Serra, dei Sofri, dei Merlo?

Non ci appartengono, nemmeno per sogno, i deliri dei nostalgici che si sono precipitati da Assad in segno di solidarietà contro l’Impero. Ma perché devo farmi fare la lezioncina sul “nazismo” di Putin – che tra i tanti orrori almeno ha contribuito a dimezzare il numero di poveri in Russia – dai cantori del “guerriero riluttante” Obama, mentre questo paese è alleato con vere e propri lager a cielo aperto come l’Arabia Saudita e il Qatar, dove uno dei giochi preferiti dei ricchi è scannare gli immigrati come polli?

La verità è che il moralismo di questi liberal si attiva solo quando glielo impone l’agenda dei loro padroni (invisibili, come tutti i veri padroni), e chi non ha una voce altrettanto forte non deve sentirsi intimorito né impaurito dall’essere ricacciato in un angolo.

Io non mi sento solo. Con me, anche solo virtualmente, ci sono tanti altri ragazzi, giovani e meno giovani, che protestando e lavorando in spazi minoritari non si sentono affatto turbati dall’accusa di essere troppo “anti” qualcosa. Meno che mai del loro paese: sono americani, lavorano in America e qui hanno vissuto quasi tutta la loro vita. Anche questa è l’America di Obama. Il dibattito mainstream, qui come in Italia, è totalmente tossico, ed è in mano a chi porta Saviano e Yoani Sanchez a tenere lezioni di felicità e giustizia negli atenei. La mediocrità impera tanto tra i benpensanti americani come tra quelli europei. Non illudiamoci di trovare a New York grandi dibattiti sull’Italia che prescindano dal parlare di burrata e mozzarella; proprio come in Italia raramente troveremo in tv qualcosa di meglio di un’analisi del taglio di capelli di Michelle.

La differenza, fondamentale, dolorosa, è che qui gli spazi minoritari possono sopravvivere con più aria, più fondi , più strumenti per agire e farsi sentire, senza elemosinare uno stage o una colonna gratuita in qualche blog da due soldi. Alla libreria Bluestockings di Brooklyn incontri sull’Autonomia degli anni Settanta sono frequenti e fanno il pieno anche in una uggiosa serata invernale. Professori universitari che non temono di parlare di “lotta di classe”, aggiornandola ai nostri tempi, come Joshua B. Freeman, sono letti e ascoltati senza subire minacce. I libri di storia di Howard Zinn sono ancora diffusissimi. Molte organizzazioni volontaristiche cristiane sono attive nelle metropoli e riescono a tenere lezioni sugli effetti dell’Agente Orange in Vietnam e il silenzio di Carter in piccoli centri culturali del Bronx, senza che (quasi) nessuno ne parli.

A questo punto mi piacerebbe concludere non con un’affermazione ma con delle domande: Come allearsi? Come trovare giustizia insieme, unendo i persuasi e i non-alienati tra le due sponde?  Per una nuova, più sana e feconda storia d’amore.

 

Il bluff del cittadino De Vito sui derivati

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Il primo atto del candidato a sindaco di Roma del Movimento 5 Stelle, avvocato cittadino Marcello De Vito, e’ stato il deposito di una istanza di accesso agli atti sui derivati stipulati dal Comune di Roma tra il 2003 e il 2007, in piena amministrazione veltroniana: una iniziativa che, è tutto dire, può vantare meno originalità che tempestività.

E’ abbastanza noto infatti che un gruppo di associazioni variamente interessate alla questione lanciarono l’allarme sui derivati sospetti di Veltroni nel 2009 e presentarono una istanza uguale ricevendo il diniego alla visione dei contratti.

Lo stesso gruppo, insieme all’associazione Radicali Roma, riuscì poi a recuperare alcuni estratti dei contratti negati dalla relazione della Corte dei Conti del 2010 e li sottopose all’analisi dei consulenti finanziari indipendenti dello studio LSAdvisor, ricevendo il responso derivato per derivato.

L’operazione per cui l’avvocato cittadino Marcello De Vito si agita tanto, dunque, è già stata svolta. Strano che chi si candida a sciogliere la matassa della gestione finanziaria capitolina non abbia perso mezzora su Google per informarsi sul lavoro fatto da altri sullo stesso tema, magari per riprenderlo da dove si era interrotto.

A chi fa notare su Twitter che quella di De Vito è una inutile operazione fotocopia, risponde piccato il grillino Claudio Sperandio, rivendicando di essere stato il primo a presentare una simile istanza nel 2008.

 

Dunque la stessa istanza è stata presentata almeno due volte negli ultimi cinque anni, e due volte respinta. Nel frattempo nel merito della regolarità dei derivati si sono attivate sia la Procura di Roma che la Corte dei Conti con due inchieste separate.

L’accesso agli atti di De Vito si configura pertanto un vero e proprio bluff: sa già che l’esito della sua “operazione trasparenza” sarà negativo almeno sul fronte derivati.

L’aspetto politicamente valido dell’iniziativa resta quello più ampio della trasparenza degli atti del commissario al debito Varazzani, il cui spazio di dialogo con i cittadini sul sito di Roma Capitale è una pagina civetta il cui link è addirittura scomparso dalla homepage.

Già. Peccato che i 5Stelle, con 109 eletti alla Camera e 54 al Senato, invece di fotocopiare iniziative di sicuro insuccesso, la trasparenza potrebbero esigerla eccome: direttamente dal Commissario e direttamente in Parlamento.

Perchè non l’abbiano ancora fatto è una domanda di cui dobbiamo temere la risposta: probabilmente non sanno di poterlo fare e – soprattutto – non sanno in base a quale legge.

Che dite, glielo diciamo o no?

 

Magari

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Va bene che in campagna elettorale uno deve spararle un po’ più grosse di quelle che sono.
Però, andiamo, arrivare a sostenere che se in Italia vincesse la sinistra (cioè il PD, non so se avete presente) ci ritroveremmo con le “sale del buco per la droga di Stato” (ahahah) e i “matrimoni gay” (ahahahahahah) , e aggiungere che ciò avverrebbe anche se la sinistra dovesse farcela “attraverso la stampella Monti” (uahuahuahuahuah oddio mi piscio sotto), non è semplicemente un’enormità, ma è fantascienza allo stato puro.
Io la capisco, presidente Gasparri. Capisco l’esigenza di dipingere un nemico brutto e cattivo per guadagnare qualche brandello di consensi qua e là. Davvero.
Ma l’amara verità è che dopo aver letto (e riletto, ché all’inizio pensavo di aver capito male) la sua fantasiosa dichiarazione mi è affiorata sulle labbra una sola parola.
Magari.
Dia retta, non c’è pericolo.

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