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La privacy secondo Severgnini

in economia/giornalismo/politica by

Esce oggi, a firma dell’intellettuale scomodo Beppe Severgnini, un puntuto editoriale in difesa delle libertà civili, dalla parte dei cittadini e del loro diritto ad un limite delle intrusioni governative nelle loro vite private.

Ovviamente stavo scherzando: si tratta del solito pensierino semplificato, con una prosa giovanilista che serve a farlo sembrare cool. Dice, Severgnini:

“Apple rifiuta di sbloccare l’iPhone5 del terrorista autore della strage di San Bernardino (14 morti), come richiesto da un giudice federale negli Usa. Non è solo una sottovalutazione: è una provocazione che l’azienda di Cupertino rischia di pagare cara. Gli Stati Uniti non sono mai stati particolarmente sensibili alle questioni di privacy, come dimostrano i continui litigi tra Google e l’Unione europea sulla raccolta dei dati e il «diritto all’oblio».”

E fin qui tutto bene.

“(…) Da dove viene, dunque, quest’improvvisa sensibilità? La sensazione è che Apple abbia fatto i suoi conti: meglio irritare il proprio governo che spaventare il proprio mercato. Ha scritto Tim Cook: «Il governo ci ha chiesto qualcosa che semplicemente non abbiamo, e consideriamo troppo pericoloso creare. Ci hanno chiesto una versione di iOS (il sistema operativo, ndr) che renda possibile aggirare la sicurezza del telefono creando di fatto un accesso secondario all’iPhone». (…) Risposta: e allora? La protezione dei dati personali è importantissima — come l’Europa tenta da anni di spiegare all’America — ma non è un valore assoluto.”

Iniziano i problemi. Certo che non è un valore assoluto, ma se uno dice “e allora?” senza mostrare di capire il problema, forse per lui non è nemmeno un valore di qualche importanza…

“Prima viene la vita umana. Banale? Forse. Ma la questione è tutta qui.Per fermare l’infezione del terrorismo islamista dobbiamo ricorrere a medicine sgradevoli: lo stiamo scoprendo in tanti, dovunque. Intercettazioni, telecamere, controlli ossessivi negli aeroporti. (…) “

Appunto, non gliene frega nulla. Senza contare il Patriot Act, e il blocco di Schengen, eccetra. Tutta roba, tra quella citata e quella omessa, per la quale il fighetto di Como sembra pensare “e allora?”

“Tim Cook sbaglia quando dice: «Nelle mani sbagliate, questo software avrebbe il potenziale di sbloccare qualsiasi iPhone fisicamente in possesso di qualcuno». Le mani dell’autorità giudiziaria non sono sbagliate. Sono le mani autorizzate dal patto sociale.”

Le mani dell’autoritá giudiziaria non sono sbagliate. Cosí, con la leggerezza di una pattinatrice sul ghiaccio, Severgnini risolve secoli di tensioni tra il diritto ad essere lasciati in pace dal potere giudiziario e il diritto ad ottenerne protezione – o, se vogliamo, tra l’obbligo contrattuale dello Stato a proteggere i cittadini, e l’obbligo pattizio dello Stato a prevenire intrusioni indebite dei suoi apparati nelle vite degli stessi.

Ma che importa, una bella chiosa giovanilistica e passa tutto, anche la voglia di pensare: Severgnini chiude suggerendo che Apple stia facendo il passo piú lungo della gamba (a meno che) Tim Cook pensi di essere il nuovo Thomas Jefferson e voglia cambiare la natura della democrazia in America, e non solo. In questo caso gradiremmo essere informati: basta un messaggio sull’iPhone.
Insomma, Severgnini dice nel suo linguaggio ovattato ciò che vari falchi dell’intrusione statale nella privacy dichiarano in modo piú esplicito: ad esempio il Senatore Repubblicano Tim Cotton, che accusa Apple di privilegiare un terrorista morto rispetto ai cittadini americani. Cercando di prendere sul serio l’argomento di Cotton, Severgnini e tutti gli altri paladini della sicurezza, mi vengono in mente due cose:
La prima la dice lo stesso Tim Cook, nella sua lettera: “the “key” to an encrypted system is a piece of information that unlocks the data, and it is only as secure as the protections around it. Once the information is known, or a way to bypass the code is revealed, the encryption can be defeated by anyone with that knowledge.” C’è bisogno di spiegare a Severgnini che questo non significa solo e soltanto “il giudice” ? Ovviamente un indebolimento della crittografia, come spiega lo stesso Cook, andrebbe a vantaggio di ogni genere di individuo, da quello in un certo senso legittimato ad agire su mandato di un giudice, ai criminali informatici.
Ma c’è di più. Una volta che Apple dovesse provvedere alla soluzione tecnica di un problema che evidentemente le autorità federali non sono in grado di risolvere da sole, cosa potrebbe garantire che queste non cerchino di replicare quella stessa soluzione all’infinito, senza limiti e garanzie? Se qualcuno pensa che questa sia paranoia: è esattamente quello che Snowden ha rivelato con lo scandalo NSA.
Infine, ci tengo a ripetere:  l’FBI e le autorità giudiziarie, quando hanno accesso ad informazioni private senza limiti, sono le mani sbagliate. Come qualsiasi mano. Concentrare troppo potere non è solo una minaccia potenziale molto grave – e in ogni caso irreversibile – alla democrazia. È anche l’esposizione dei privati cittadini a comportamenti umani, troppo umani dei difensori della legge: trovare qualche esempio di sesso, bugie e videotape non è difficile, basta cercare un po’ per scoprire come le debolezze umane possano mettere a rischio i database che l’FBI sta accumulando solo per qualche storia di figa.
Per Severgnini, ovviamente, tutto ciò è secondario. Se chiedete a lui, probabilmente vi dirà che non capisce le vostre preoccupazioni, che lui non ha niente da nascondere. Ok.
Beppe, posso avere le tue password?
P.S. se avete voglia, una discussione estesa e tutto sommato ben fatta anche se non definitiva sul problema della privacy e dell’argomento per cui chi non ha niente da nascondere non ha nulla da temere, è qui.

Controllo

in società by

Una volta, parlo di appena una ventina d’anni fa, c’era il telefono e basta.
Quando cercavi qualcuno dovevi chiamarlo a casa: se c’era bene, se non c’era, o se si faceva negare, ciccia. Dovevi riprovare dopo. O aspettare che ti richiamasse. Ammesso e non concesso che a quel punto fossi a casa tu.
Ci si davano appuntamenti precisi: alle undici e un quarto a Porta Pia, sotto al bersagliere; perché se non si specificava finiva che uno si metteva da una parte e uno dall’altra, ed era possibile che non ci si trovasse. Se avevi un contrattempo, per avvertire quell’altro ti toccava aspettare che fosse lui a trovare una cabina e a chiamarti a casa: ammesso che fossi a casa, naturalmente, e che il contrattempo non fosse intervenuto in mezzo alla strada, nel qual caso quello dopo un po’ se ne andava e per spiegarsi si doveva aspettare la sera.
Tutto ciò con un telefono per famiglia, e quindi al netto della linea che a volte poteva essere occupata, e lo era sistematicamente nelle famiglie numerose, nelle quali per fare una chiamata si facevano segni di taglio con le dita, si istituivano turni, si biascicavano anatemi, ci si scannava.
Poi arrivarono i cellulari.
All’inizio non cambiò quasi nulla, perché ce li avevano in pochissimi, molti dei quali lo tenevano spento e lo accendevano solo per telefonare.
Bisognò aspettare qualche anno (non pochi) perché si diffondessero, implementassero gli sms e diventassero uno strumento grazie al quale le persone si potessero effettivamente trovare mentre erano in giro.
Gli appuntamenti diventarono via via più vaghi: ci vediamo verso le undici dalle parti di Porta Pia, poi quando siamo là ci telefoniamo. Si fece più facile avvertire le persone in caso di ritardi e inconvenienti, ma allo stesso tempo diventammo tutti meno puntuali e meno attenti. Quelli che erano già ritardatari si trasformarono progressivamente in individui disastrosamente inaffidabili, capaci di dare tre appuntamenti a tre persone diverse in tre posti lontani chilometri tra loro, tanto poi vediamo ci sentiamo o ci messaggiamo e dio vede e provvede.
Nel frattempo, inesorabilmente, aumentava il controllo.
Fu un processo inevitabile, del quale non ci accorgemmo neppure: però, oggettivamente, poter contattare una persona dovunque fosse, se da una parte si rivelò utile, dall’altra ridusse in modo drastico lo spazio “privato” di tutti noi. Dov’eri? Perché non mi hai risposto? Non hai visto il messaggio? Nascevano in modo naturale, quelle domande. Perlopiù senza malizia. Ma in un modo o nell’altro nascevano, e noi non ci accorgevamo che non ce ne saremmo liberati mai più.
In una manciata di anni la situazione precipitò: segreterie telefoniche, avvisi di chiamata, ricevute di notifica, software che ti dicono se quell’altro ha letto il messaggio, a che ora lo ha letto, quando è online, quando si sconnette, quando ha il telefono in mano, quando lo posa, quando sta scrivendo, quando cancella, quando si ferma e quando riprende.
Tutta roba comodissima, ci mancherebbe. Voglio dire, scrivere una cosa importante a qualcuno e sapere che l’ha letta è obiettivamente utile. Ma al tempo stesso le domande di prima si moltiplicano e tendono a diventare incontrollabili: perché hai letto e non mi hai risposto? Perché mi hai detto che avevi da fare e intanto twittavi? Dovevi essere a Firenze, perché Facebook dice che sei dietro al Pantheon?
La gente discute, litiga e a volte si lascia, per queste domande. Domande che vent’anni fa non avrebbe materialmente potuto porsi. Domande che il più delle volte hanno risposte stupide, banali, innocue: ma che finiscono per diventare un problema a prescindere dalle risposte, per il solo fatto di essere formulate.
Si chiama controllo, il prezzo che paghiamo per le nuove cose utili che abbiamo. E’ un controllo spesso involontario, implicito, perché le informazioni da cui scaturisce ci vengono sbattute in faccia e non possiamo non vederle: però, che ci piaccia o no, in quel controllo ci siamo immersi fino al collo, anche quando non avremmo la minima intenzione di esercitarlo.
E’ una delle cifre dei nostri tempi, forse la più importante.
Non credo sia possibile dire se si tratti di una cosa buona o di una cosa cattiva, se il gioco valga la candela, se essere trasformati in potenziali controllori o controllati sia un prezzo equo per ottenere in cambio la possibilità di comunicare col mondo in tempo reale.
Sta di fatto che a me piacciono ancora gli appuntamenti precisi. Che a volte, se devo incontrare qualcuno a Porta Pia, mi scappa di specificare che ci vediamo sotto al bersagliere. E che quando mi rispondono che poi ci sentiamo, poi ci messaggiamo, poi dio vede e provvede, mi viene sempre un vago senso di nausea.
Che volete, ognuno cerca di difendersi come può.

Le intercettazioni spiegate a mio figlio

in giornalismo by

Io non ce l’ho mica un figlio, ma se ce l’avessi e se un giorno lui, ancora piccolo, mi chiedesse papà mi spieghi che cosa sono le intercettazioni, io quel giorno gli spiegherei così.

Vedi Emiliano (io se avessi un figlio l’avrei sempre chiamato Emiliano) fino a pochi anni fa i giornali in Italia, diciamo alcuni giornali, pubblicavano i testi delle telefonate di alcune persone, e la gente comprava i giornali per leggerle. Pubblicavano, i giornali, i testi delle telefonate tra le persone che si mettevano d’accordo per fare delle cose sbagliate insieme, che la polizia però li stava ascoltando e loro non lo sapevano e poi li arrestavano. E il giornale pubblicava questo testo magari prima che poi li arrestavano e tu dicevi “Ecco, lo vedi? Han fatto bene ad arrestarlo (poi)!”.

E poi a un certo punto i giornali, alcuni giornali, pubblicavano anche le conversazioni di telefonate di persone che forse erano cattive o forse no e dicevano delle cose brutte, ma non si capiva mica tanto bene se si stavano mettendo d’accordo per fare qualcosa di sbagliato oppure eran li che dicevano solo delle sciocchezze. Per esempio pubblicavano le conversazioni di uno che diceva a un suo amico che gli piaceva un’altra donna, anche se era sposato con sua moglie. Cose così insomma. Cose private.

Vedi figliolo c’è stato un tempo in cui anche tuo padre leggeva le intercettazioni sui giornali. Tutti i giorni. A volte anche 2, 3 volte al giorno. Non guardarmi così Emiliano, era giovane il papà allora, cosa ci vuoi fare. Insomma a volte papà leggeva i giornali delle intercettazioni, quei giornali che la mamma si arrabbia se li leggi.

Comunque.

Comunque Emiliano un giorno il papà ha letto la storia del figlio di uno che stava passando dei guai per delle partite di calcio che pensavano che eran truccate, uno antipatico forte eh, e insomma un giornale ha pubblicato la storia del figlio di questo diceva che lui aveva speso tanti soldi per portare a cena in aereo a Parigi questa giornalista, che a lui gli piaceva, ma lei gli aveva detto no grazie.

Questo, figliolo, che una signora ti dica no grazie, questo prima o poi capita a tutti, ma se capita a te nessuno lo scrive in prima pagina, perché è una cosa tua personale. Perché vedi figliolo portare fuori a cena una signora, anche se sei sposato, non è un reato. È sbagliato forse, è poco elegante, ma non è un reato. E quindi secondo me il giornale non deve scriverlo, perché son cose sue private, e devono restare tra lui e lei (e la moglie,  forse).

E poi altre volte i giornali pubblicavano le intercettazioni diciamo dei reati, e vicino delle altre intercettazioni delle stesse persone che non parlavano di nessun reato, ma che facevano fare la figura dei cattivi a queste persone che alla fine la gente diceva “Ecco vedi, uno così deve essere colpevole per forza!”.

Perché vedi al mondo non ci sono mai solo i buoni buoni da una parte e i cattivi cattivi dall’altra. A volte lo so che è strano, ci sono i colpevoli che ti sembran tanto simpatici e quelli antipatici che invece non hanno fatto niente di male. E un giorno, quando sarai un po’ più grande, anche tu vorrai leggere una intercettazione, lo so. Non ti devi vergognare. È normale alla tua età.

Ma cerca di ricordarti quando sarà la prima volta, che non ti devi preoccupare se un calciatore al telefono insulta la memoria di un servitore dello Stato, perché saranno tutti molto pronti a puntargli  il dito contro e a dirgli “cattivo!”. Preoccupati invece quando un politico, senza bisogno di essere intercettato, dimostra di non capire bene chi sono i servitori dello Stato, e non tutti punteranno il dito.

Delusione

in internet/mondo by

Franz, non sono contento di te, davvero: tutto quel tempo su Facebook a guardare le foto della tua ex. L’app che ti garantisce un sonno efficace mi ha fatto sapere che ti sei addormentato alle 2:35. Stamattina, come del resto immaginavo, non eri di umore particolarmente gioviale, così mentre bolliva l’acqua del caffé mi sono preoccupata di farti vedere sullo schermo di casa solo notizie divertenti e foto di belle montagne innevate prese in posti remoti. Ho fatto in modo che la pubblicità alla fermata dell’autobus ti mostrasse solo cose che in passato ti sono piaciute: a quanto sembra, quel tablet non lo vuoi comprare più, peccato, era in offerta proprio in un negozio dietro casa tua, ah sì, certo, anche in un centro commerciale a sei minuti e trentatré secondi dal portone dell’ufficio, alla tua solita andatura. Te l’ho detto che oggi Sabrina ha visitato il tuo profilo su Facebook? Pare che tu abbia fatto colpo, specie grazie a quella foto in cui sorridi affabile in costume da bagno. Sabrina, sì, la controller del sesto piano, quella con i capelli rossi e quel bel tatuaggio sulla natica sinistra. Come faccio a saperlo? Che sciocco, sei, Franz: credi di essere l’unico a postare foto su Facebook: guarda, fammi controllare, i colleghi hanno un database di 60 miliardi di immagini che gente come te e lei non vi stancate mai di caricare. Uhm, Sabrina, fareste una bella coppia: tra l’altro, i suoi esami genetici mi dicono che il suo DNA è di buona qualità, è di idee conservatrici come te, e, Franz, lascia che ti dica che la sua dichiarazione dei redditi non è niente male… Beh, per la verità, quando era all’università ha interrotto una gravidanza, e in un video di una videocamera di sorveglianza piazzata in un corridoio ho visto che scambiava un campione di urine con quello di una sua compagna di dormitorio… insomma, sospetto che ci sia stato qualche – magari piccolo e transitorio – problema di droga. Non fare il bacchettone, adesso, dai. Ieri sera ti sei fatto almeno tre bar; ah bene, finalmente mi hai dato retta, ti sei fatto vedere al Pier 31, Scenetap dice che è pieno di fica bianca, come piace a te (di pollastrelle carine ne ho contate 14). Con tutto quello che ti sei bevuto (Scenetap mi dice: tre birre e uno scotch) non avresti dovuto metterti in macchina: e, se proprio non potevi farne a meno, avresti potuto per lo meno evitare di farti la tangenziale a 106,6 migia l’ora: se lo so io, ora lo saprà anche la polizia. O meglio lo saprebbe, se, come al solito non ti avessi parato il culo modificando il colore della foto della tua macchina e alterando il numero di targa. Franz, sei proprio amorfo, tutto il fine settimana buttato su un divano a fumare quella roba e bere whisky. Potresti uscire e comprare qualche cosa: se non un tablet, un magnifico orologio con la bussola (così almeno farei meno fatica a starti dietro tutto il santo giorno), o una felpa hip-hop. Niente, sei una noia, non riesco a venderti niente di interessante. Adesso passo il codice segreto del tuo home banking a quel farabutto razzista che si scopa la tua ex ragazza (come l’ho scoperto? ho fatto una semplice scansione delle tue onde cerebrali – e tu che pensavi si trattasse di un videogioco…), così si potrà godere il tuo gruzzolo quando tu ti sarai levato dalle scatole. Questo semaforo è l’ideale, stai arrivando a 82 chilometri orari, mi basta sostituire il verde con il rosso per qualche secondo: fatto.

 

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