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Primarie 2013

Le priorità variabili di Matteo Renzi sulle unioni civili

in politica by

Mettiamo un attimo le cose in prospettiva: il governo Renzi è ricorso all’istituto della fiducia parlamentare più di 40 volte per approvare, tra le altre cose, il ddl Delrio sull'”abolizione” delle province, il decreto Poletti, il decreto Lupi, il decreto Madia sulla Pubblica Amministrazione, i decreti Cultura e Competitività, lo Sblocca Italia, la legge delega sul JOBS Act, decreto salva-Ilva, decreto Milleproroghe, decreto Banche Popolari, la Buona Scuola, Italicum, riforma parlamentare, decreto Giubileo, decreto antiterrorismo e ddl Boschi di riforma parlamentare. Poiché l’uso della fiducia è l’estrema ratio cui l’esecutivo ricorre per garantire l’approvazione dei provvedimenti, dobbiamo ipotizzare che tutti le succitate iniziative (34% del totale leggi approvate) venissero ritenute fondamentali per il bene del paese al punto da, in molte occasioni, andare allo scontro anche con membri del proprio partito. Parlo di “ipotizzare” perché, in effetti non possiamo fare altro: Matteo Renzi è stato eletto Presidente del Consiglio non a valle di una campagna elettorale in cui ha presentato il programma del partito di cui è segretario, ma in seguito alle dimissioni del suo predecessore. Non sarebbe pertanto corretto accusarlo di non aver rispettato il programma di governo di fronte agli elettori in quanto, a tutti gli effetti, agli elettori non ha mai dovuto promettere nulla.

Piccola parentesi: a mio modestissimo parere uno dei problemi del nostro sistema di repubblica parlamentare è la scarsa accountability. I nostri cugini presidenzialisti d’oltreoceano, quando tra quattro anni dovranno giudicare il presidente, si ricorderanno di tutto quello che ha proposto in campagna elettorale e su quello lo giudicheranno. Ma in un sistema parlamentare, tra l’altro in assenza dell’uninominale secco, possiamo solo trarre un giudizio sull’operato del partito che abbiamo votato (ammesso che esista ancora).

Dunque può essere questa la soluzione: anche se Matteo Renzi non ha mai fatto campagna elettorale per diventare Presidente del Consiglio nella sua candidatura alla segreteria del PD dovremmo ritrovare tutti gli argomenti di cui sopra. E tuttavia, ad eccezione di qualche vago accenno ai temi del lavoro e della legge elettorale, nel programma dell’epoca si trovano quasi esclusivamente dichiarazioni di intenti senza alcun dettaglio concreto, men che mai i suddetti provvedimenti: provvedimenti i quali hanno in seguito acquisito tanta importanza da dover essere approvati tramite fiducia parlamentare.

In compenso, durante l’unico dibattito con gli altri candidati segretari, a un certo punto successe questo (momento clou a 3:35).

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P.S. qui il video completo: tra i vari momenti LOL segnaliamo “non voglio mandare a casa Letta” (6:52) e “abbassare Irpef, alzare tasse su patrimonio” (50:00)

 

L’uovo ke avanza

in politica/storia by

Se non si torna indietro all’impazzimento ideologico conseguente al compromesso storico e all’eurocomunismo del Pci di Enrico Berlinguer, non si potrà mai capire come sia stato possibile che un  mariadefilippizzato Humpty Dumpty qualsiasi della politica italiana, l’amico uovo del Gatto con gli stivali, sia diventato tutto d’un colpo il capo indiscusso della sinistra, legittimato domani sera dal ‘voto’ di militanti e simpatizzanti.

Esauritasi la fase togliattiana della creazione di un partito ideologico fortemente identitario, attraverso quella che venne definita la ‘via italiana al socialismo’ prima ed ‘eurocomunismo’dopo, il Pci si pose l’obbiettivo di essere lo strumento rappresentativo del graduale processo di integrazione sociale della classe operaia di recente emigrazione, ed il mezzo di modernizzazione e liberalizzazione del costume delle classi popolari e della piccola borghesia. Quest’operazione gli permise di crescere elettoralmente in modo costante dal 1948 al 1979.

Su questa linea si arrivò alla ricerca di un’alleanza di governo con la sinistra della Democrazia Cristiana, teoricamente basata su una critica non tanto al capitalismo quanto alla società dei consumi di massa e dell’ occidentalizzazione culturale. Alleanza preferita a quella con i socialisti della segreteria craxiana, che si proponevano al contrario come rappresentanti di quell’americanizzazione della società che sarebbe poi diventata egemonica tra la fine dei ’70 e l’inizio degli ’80.

Falliti gli esperimenti del compromesso storico e dell’eurocomunismo, il più grande partito d’opposizione cade vittima di un’assenza di strategia, bloccato da contraddizioni varie che ne sentenziano l’arresto della crescita del consenso elettorale: il voler prendere in mano il governo del Paese con la Dc e non con il partito socialista; il prendere le distanze dall’Urss ma ritenere allo stesso tempo inconciliabile l’adesione alle socialdemocrazie europee; essere il primo gendarme inflessibile contro ciò che accadeva nelle fabbriche e nelle piazze, cercando poi in ritardo di cavalcarne il movimentismo già però esauritosi; il sostituire il leninismo con la battaglia contro la degenerazione del sistema politico del quale però il medesimo partito, con le corporazioni sindacali ad esso connesso, rappresentava uno dei perni nevralgici a livello locale e nell’articolazione burocratica/impiegatizia; il consegnarsi inconsapevolmente al potentato editoriale post-azionista scalfariano, sbandierando una questione morale che cozzava con i finanziamenti ricevuti negli anni dall’Urss, dalla quale prendeva le distanze in occasione dell’ invasione dell’Afghanistan. Salvo poi, col passare degli anni, vedere gli eredi di Enrico Berlinguer votare ed essere a favore della stessa occupazione, ma stavolta ad opera degli Stati Uniti. Mai nemesi storica fu cotanto efficace e beffarda.

Gia’, gli eredi berlingueriani. Il Pci degli anni Ottanta è un partito senza teoria, senza strategia e senza tattica. Non esiste più analisi strutturale delle classi e dei rapporti sociali, ma solo lo sbandieramento dell’onestà e della moralità. Categorie, quest’ultime, che anche i bambini di 2 anni sanno essere estranei alla lotta politica e ad ogni forma di pensiero strategico.

Fai una carrellata e capisci che non poteva finire altrimenti. E capisci anche che alla base del fallimento del comunismo c’è stata la prevalenza di un modello gregario dell’ obbedienza identitaria aprioristica a qualunque svolta tattica e strategica del capo, sul precedente ed originario modello critico ed autonomo di interpretazione delle lotte sociali e delle trasformazioni storiche.

Achille Occhetto, il bambino buono coi baffi, quello che sostituisce tutto d’un fiato la fine delle ideologie con il giustizialismo della magistratura, che pensa che gli italiani ad un certo punto l’avrebbero votato in massa perché lui era ‘pulito ed onesto’. Il Gorbaciov italiano, immemore che Gorbaciov finirà a fare la pubblicità televisiva per la Pizza Hut. Massimo D’Alema, l’incarnazione del detto’la furbizia te se magna’, il leader che morì di tattica. Walter Veltroni, il nulla tattico e strategico per eccellenza, lo scrittore di libri dell’apoteosi del buonismo imbecille televisivo, l’inconsistenza politica allo stato puro, ritratto da Guzzanti in un’imitazione, mai tanto azzeccata, come l’allenatore della squadra di calcio ‘centrosinistra’ che, quando l’arbitro fischia un rigore per il ‘centrodestra’, sostituisce il proprio portiere con una vecchia signora di 90 anni che stenta a muoversi. Piero Fassino, una corda di chitarra ipertesa ed anemica che mentre cercavi di seguirlo mentre lui ti parlava, finivi sempre per andare sovrapensiero e col chiederti:’ma io posso stare a sentire uno così che sembra che stia per morire e dissolversi nell’aria???’. Bersanetor, il buontempone di paese, politicamente parlando, quello che sbaglia il rigore a porta vuota,  l’impeccabile amministratore emiliano onesto e buon padre di famiglia che non si sa perché ma ha tutti collaboratori grassottelli, quello che per sei mesi ‘mai mai mai con Berlusconi’e poi ‘Berlusconi ok, facciamo il governo insieme e come nostro uomo ti mandiamo il nipote del tuo braccio destro’.

Un movimento politico che doveva rovesciare ed invertire i rapporti di forza dentro la società italiana, si è invece ritrovato con dei leader che hanno scelto di integrarsi allo status quo per miopia teorica e politica o per carrierismo ed aspirazione personale, finendo con l’essere sgretolati loro stessi e risucchiati nel sistema. L’antiberlusconismo sbandierato, così come l’anticraxismo dei decenni passati, il vuoto e parolaio riformismo di cui ci si riempie tanto la bocca, il moralismo giustizialista, altro non sono che il gemito del morente, l’alibi giustificazionista che in realtà è la coperta di un fallimento strategico e politico di un ceto politico professionale autoreferenziale, di una classe dirigente impreparata, superficiale, che ha fatto strada non per meriti dialettici e di preparazione sostanziale, ma perché stava nella cricca giusta.

Hanno fatto la fine del gatto con gli stivali, quando scopre la crudele verità e cioè che i suoi compari HumptyDumpty  e Kitty erano sempre stati in combutta fin dall’inizio con Jack e Jill e gli abitanti di San Ricardo, e che avevano ordito l’astuto piano di condurlo lì e farlo arrestare, vendicandosi del passato che fu.

Soundtrack1:’Adius’, Piero Ciampi

PERCHÉ ANCORA RENZI

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Un anno fa dichiaravo urbi et orbi la mia intenzione, da radicale, di votare Matteo Renzi alle primarie della coalizione di centrosinistra. É passato un anno ma sembra un secolo. Dalle elezioni, drammaticamente perse dal buon padre di famiglia Bersani, abbiamo visto l’invasione dei grillini, lo psicodramma della (non) elezione del nuovo Presidente della Repubblica e la decadenza di Berlusconi con annessa scissione e lancio di stracci da una parte all’altra del centrodestra. Un anno dopo, io mi ritrovo qui, sempre da radicale, a sostenere ancora una candidatura di Matteo Renzi. Questa volta lo sostengo per segretario del PD e a differenza dello scorso anno, il PD è diventato il mio partito*.

In molti hanno passato queste settimane prima delle Primarie a fare il tiro al piccione contro Renzi. Dicono che lo spirito non e’ piu quello dello scorso anno, come se lo scorso anno quelli che lo criticano oggi lo avessero votato. Dicono che Renzi ha dovuto imbarcarsi pezzi di Apparato per vincere o alternativamente che anche se vincesse non riuscirebbe a controllare il PD perche’ non e’ sufficientemente vicino all’Apparato. Oppure dicono che Renzi ha idee meno rivoluzionarie dello scorso anno perche’ ha paura dell’Apparato o alternativamente che ha idee troppo rivoluzionarie per poterle portare a compimento. Insomma, qualsiasi cosa faccia o dica, per i suoi detrattori Matteo Renzi sbaglia sempre. Si sbaglia sempre quando si prova a fare qualche cosa davanti al naso di chi prima di noi ha fallito.

In quest’anno molte cose sono cambiate, ma non il mio sostegno al progetto di Matteo Renzi, che e’ un sostegno non tanto al personaggio (che non mi provoca ne’ particolare istinto di adorazione ne’ allergia come a molti altri) ma alle sue idee. Certo, stare con chi parte da perdente, come Renzi lo scorso anno e Civati quest’anno, e’ una cosa molto piu’ romantica. Ma Civati** non ha le idee di Renzi, e oltre alle barba incolta e le battute pronte io vedo tante proposte economiche vecchie o irrealizzabili e un accordo elettorale con SEL che farebbe scappare a gambe levate moltissimi elettori.

Dunque mi rivolgo a voi, amici che lo scorso anno non siete andati a votare alle primarie e poi dopo le elezioni mi avete detto “se fossi andato a votare Renzi sarebbe stato meglio”. Ecco, venite a votare quest’anno perche’ se non venite questa volta magari non ce ne sara’ una prossima. 

 

* La mia scelta di fare la tessera del PD e stata una scelta difficile, dettata dalla fine della poltica radicale a livello nazionale. É una scelta difficile perché non entro nel PD assieme ai miei compagni di una vita, di cui penso il PD avrebbe un gran bisogno, ma ci entro da sola. Anche se difficile, la scelta e’ pero’ molto convinta.

**La candidatura di Cuperlo viene egregiamente analizzata qui.
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