un blog canaglia

Tag archive

Presepe

Shock presepe: statuine dell’ISIS a scuola

in cultura/ by

Il tema del presepe a scuola viene portato sulla tavola dell’opinione ogni Natale, ma mai come quest’anno. Sulla spinta di quanto accaduto a Rozzano, è nata una costellazione di casi che hanno mosso interesse su scala nazionale. Questa scuola fa il presepe, quella non lo fa, quell’altra lo fa ma organizza anche feste musulmane, ebraiche e induiste. Stavamo cercando anche noi di stilare una sorta di statistica, ma navigando tra i forum degli studenti siamo venuti a conoscenza di un caso eccezionale che sarà destinato a fare scandalo.

Si tratta dell’Istituto Tecnico di Borgo del Prato (TR), dove pare che il Preside, F. Cavani, abbia deciso di inserire nel presepe, tra un pastore e un angioletto, alcune statuine raffiguranti terroristi islamici. Una scelta che lascia interdetti e, immaginiamo, potrebbe provocare non pochi problemi in un momento in cui probabilmente non ce ne sarebbe bisogno. Siamo però riusciti a contattare il Preside, che – lo ammettiamo, sorprendentemente – ci ha invitato nel suo ufficio presso la scuola.

 

Buongiorno Preside. Non giriamoci intorno, questa cosa è parecchio…strana? Provocatrice? Pericolosa? 

“No, è semplicemente l’espressione democratica degli studenti, che hanno scelto deliberatamente dopo un percorso approfondito.”

Non sono sicuro di capire. Partiamo dall’inizio: è vero che verranno messe statuine di terroristi nel presepe? E chi l’ha deciso?

“Si, è vero, e lo hanno deciso gli studenti. Le spiego: ogni anno all’ingresso di questo istituto organizziamo il presepe. Ci sono tutte le statuine classiche, tranne alcuni elementi tratti dalla quotidianità. Riserviamo infatti un posto d’onore a figure nominate nei consigli degli studenti, scelte tra una rosa di personaggi che sono stati ritenuti fondamentali nel corso dell’anno solare. Lo scopo era quello di unire la tradizione alla contemporaneità. Per esempio un anno abbiamo avuto Neymar, un’altra volta Checco Zalone. Diciamo che gli studenti hanno sempre scelto divi dello sport o dello spettacolo, allontanando un po’ lo scopo didattico dell’esperimento”

E quest’anno hanno votato per l’ISIS?

“Onestamente quest’anno ho dato io una rosa di nomi all’interno dei quali votare. La presenza di star del cinema o del calcio stava diventando ripetitivo e come le dicecvo portava via un obbiettivo importante, cioè quello di capire gli elementi del presente e contestualizzarli nella nostra cultura, nella nostra società, nel nostro vivere quotidiano.”

Chi c’era in nomination?

“L’ISIS, che ha vinto. Poi: Papa Francesco, Angela Merkel, il Presidente Mattarella e Malala, la vincitrice del premio Nobel . Lo sa? L’ISIS ha vinto con grande scarto.”

Non crede che sia una burla da parte degli studenti?

“Può essere, ma d’altro canto gli studenti sono consapevoli delle scelte che fanno, nonostante queste poi possano trasformarsi in qualcosa di irresponsabile. Scegliere di mettere le milizie dell’ISIS al posto dei Re Magi avrà conseguenze significative all’interno del presepe. Come interagiranno tra loro, i pastori e i terroristi? E’ un aspetto che gli studenti hanno considerato. Non c’è ovviamente una risposta precostituita: le statuine jihadiste potrebbero farsi saltare in aria o rinunciarvi per accogliere il significato tradizionale che diamo noi occidentali al Natale: pace e salvezza per tutti. ”

Scusi, non credo di aver capito un passaggio. Le statuine dell’ISIS “potrebbero” saltare in aria?

“Certamente, saranno rivestite di petardi di buona potenza e collegate ad un detonatore. L’attivazione di quest’ultimo sarà del tutto aleatoria e verrà decisa il giorno dell’Epifania da un sistema di calcolo elettronico di cui nessuno conosce il funzionamento. Nemmeno io. L’abbiamo realizzato affinché la macchina decida tutto in maniera completamente randomica. Come per il gatto di Schrodinger.”

Lei vuole distruggere il Natale, se ne rende conto? Il licenziamento, direi, è praticamente garantito.

“Io non voglio distruggere né salvare alcunché. E’ stata fatta una scelta ed ora se ne pagano le conseguenze, se mai la macchina deciderà di accendere la miccia.”

Dio non gioca a dadi, e non lo dico io.

“Una frase senza senso; è la classica, meravigliosa frase retorica a cui si giunge quando si vuole difendere con la poesia ciò che ormai è scientificamente indifendibile. L’infantile speranza che tutto sia determinato da terzi, per cui noi non abbiamo responsabilità. Noi invece ne abbiamo, di responsabilità, perché possiamo scegliere mentre il fato ci accompagna. I dadi danno risultati casuali, ma scegliamo noi se giocare o se smettere. Lei ha paura per il Natale? Venga, la porto a parlare con le statuine. Venga. Eccoci qua. Parli con loro, ascolti cosa hanno da dire”

Parlare con le statuine? Lei è pazzo! 

“Parli, le dico, si rivolga a loro, domandi quel che vuole!”

E cosa mai dovrei dire?! Mi lasci andare, pazzo scatenato.

“AHIA Mannaggia all’agnello!”

Come scusi?

“Non ho parlato io…guardi bene laggiù… lo vede il suonatore di cornamusa che è caduto?”

“Tiratemi su cazzo, e stavolta mettetemi qualcosa sulla pedana sennò tra dieci minuti sono di nuovo per terra. Maledetto made in china, guarda a fare le cose con il culo cosa succede. Ecco grazie, mi metta quel tocco di muschio sotto il piede signor preside, così non cado più, spero.”.

Ma lei parla!

“Si, porca miseria. Ma nessuno mi raccoglie mai da terra, anche se urlo tutto il giorno. Ho più contusioni io di Mike Tyson.”

“Caro suonatore di cornamusa, il signore qui è un giornalista a cui ho spiegato la scelta di quest’anno riguardo ai terroristi al posto dei Re Magi. Ha delle domande a cui preferirei rispondeste voi statuine.”

“Ok, no problemo amigo…quindi?”

Quindi…oddio che assurdità…

“Allora? Cosa vuole domandare?”

Beh, insomma, ma voi non avete paura di saltare per aria?

“Aaaaah, ok, quella cosa lì… Oddio, paura sì, ma alla fine speriamo di poterli convincere a non farlo”

Ma il preside dice che la detonazione avverrà per scelta di una macchina inaccessibile che sceglierà in maniera casuale e imprevedibile!

“Vero, vero, ma è anche vero che i terroristi possono slacciarsi i petardi di dosso. La statuina del fabbro ha già detto che per lui non è un problema martellare via i candelotti scollegando così i cavi, sempre se i terroristi sono d’accordo.”

Ma come potrete mai convincerli?

“Guardi che non sono statuine nuove. In realtà si tratta sempre dei Re Magi, che ora sono coperti da una tuta e da un passamontagna nero. Ma alla fine sono sempre i Re Magi che da anni, ogni anno, portano i doni e ci fanno compagnia. L’unica cosa che un po’ ci turba è che quando c’è stato detto dal preside che qualcuno di noi avrebbe dovuto fare il terrorista dell’ISIS, ecco, loro si sono offerti subito volontari con entusiasmo. Ma c’è ancora tempo per convincerli ad evitare questa seccatura dell’esplosione. Sarebbe meglio per tutti.”

Ma allora c’è una speranza.

“Speranza, speranza, caro amico, ma certo, speranza. In fondo in questa storia c’è stato un po’ di tutto: l’irresponsabilità degli studenti, l’aleatorietà del macchina-Dio, e infine ci sarà la scelta delle statuine. Altro che statuine dei calciatori e dei divi: questo presepe sì che è uno spaccato della vita reale. E ora ci suoni una bella canzone, amico suonatore.”

“Andiamo coi classici Dropkick Murphys, eh signor preside?”

“Vada per i Dropkick Murphys.”

 

Il presepe a scuola: ma anche no

in politica/ by

Monta la discussione sul presepe a scuola, e qui su Libernazione, dove sobrietà e pacatezza sono cifre costitutive, volano gli stracci.

Ha iniziato Mazzone, il quale difende il presepe nelle scuole sostenendo che gli argomenti di chi vorrebbe farne a meno si basano su una malintesa idea di integrazione, convivenza e laicità. Un paese veramente laico e tollerante – argomenta Mazzone – è quello in cui le convinzioni – e i simboli che le rappresentano – di individui e gruppi diversi dal proprio si accettano e si discutono, non si nascondono in nome del rispetto e della necessità di non urtare le sensibilità altrui:

L’idea opposta è la stessa idea alla base del safe space, nonchè la stessa idea di base di ogni fondamentalista: ció che mi offende non ha diritto di essere manifestato in pubblico.

Ha ragione Mazzone? Secondo me no. Da un punto di vista pratico, non ha tutti i torti Absynthe quando gli fa notare che l’Italia è a tutti gli effetti un paese semi-confessionale dove l’occupazione religiosa (cioè cattolica) degli spazi pubblici è tentacolare e poter dire “no, grazie” al presepe nelle scuole è una forma di disobbedienza quasi liberatoria. Non ha torto, eppure quest’ultimo modo di argomentare sposta la discussione lontano dai termini in cui Mazzone l’aveva impostata, facendolo incazzare ancora di più.

Io al contrario vorrei soffermarmi esattamente sul punto mazzoniano e provare a mostrare che è sbagliato. Luca è evidentemente molto turbato e giustamente preoccupato per la retorica del safe space che sta invadendo la società anglosassone a partire dai luoghi che più di tutti dovrebbero garantire il libero scambio delle idee per quanto fastidiose e potenzialmente disturbanti, le università. Il problema è che, essendo turbato e preoccupato, sembra aver cominciato a vedere safe spaces ovunque, anche lì dove non ci sono.

Con questo, non voglio negare che, potenzialmente, anche tra i difensori nostrani del principio di laicità potrebbe esserci qualcuno che sarebbe pronto a difenderne esattamente questa interpretazione safe space, in fin dei conti intollerante e fascistella, secondo la quale se qualcosa mi offende va punito prima e bandito poi. Questa idea, secondo me, è semplicemente insostenibile, per la banale ragione che decidere se qualcosa è o meno un’offesa, e con ciò meritevole di biasimo e rimozione, non può dipendere dal mio reputarla tale. Chiunque sano di mente può vedere che, ragionando in questo modo, lo slippery slope per cui ogni cosa è potenzialmente un’offesa è dietro l’angolo.

Ma la difesa della neutralità degli spazi pubblici (a partire dalla scuola) dai simboli religiosi non è la stessa cosa dell’invocazione del safe space. Qui Mazzone fa una confusione cruciale tra quello che ciascuno è libero di fare, dire o esibire in tutti i luoghi (inclusa la scuola) e ciò che l’istituzione scolastica e i suoi rappresentanti sono tenuti a fare, dire o esibire.

Per come la vedo io, il ruolo dell’istituzione scuola e dei suoi rappresentanti (preside e insegnanti) è, limitatamente a questi temi, paragonabile a quello dell’arbitro in una partita di calcio. L’arbitro controlla che lo svolgimento della partita segua determinate regole, sanziona i giocatori che le violano e non prende parte per l’una o per l’altra squadra. Per continuare sulla stessa metafora, l’idea che a Mazzone fa (giustamente) orrore, quella del safe space, è un po’ l’idea per cui quando l’attaccante sta correndo verso la porta il difensore avversario dovrebbe astenersi dal contrastarlo perché, così facendo, potrebbe provocare un danno fisico o psicologico. E il ruolo dell’arbitro, in questa versione folle del gioco, sarebbe quello di garantire che il difensore si attenga a queste direttive e lasci passare l’attaccante avversario senza opporre alcuna resistenza. Questa è naturalmente una follia e il risultato che ne seguirebbe sarebbe nient’altro che la fine del gioco in quanto tale, sostituito da una assurda pantomima.
A me, come a Mazzone, sembra ridicolo che coloro che difendono la retorica del safe space non si rendano conto che è in una simile pantomima che essi, forse inconsapevolmente e in buona fede, vogliono trasformare l’università e la società.

Ma l’idea di Mazzone è altrettanto sbagliata: il gioco che Mazzone immagina è quello in cui le regole del calcio sono le solite, i difensori e gli attaccanti se le danno senza remore, e tuttavia l’arbitro indossa la casacca di una delle due squadre nel primo tempo e poi quella della squadra avversaria nel secondo, e alla squadra che temporaneamente gioca in inferiorità numerica e con l’arbitraggio dichiaratamente a sfavore non si può fare altro che dire: STACCE.

Non è così che funziona, caro Luca. Nella scuola, come in qualunque spazio pubblico, tutti hanno il diritto di indossare la propria casacca, che ci sia disegnato sopra Gesù, Maometto, Satana o Walter White. Ma la scuola stessa, cioè il luogo pubblico, così come l’arbitro di una partita di calcio, deve indossare una casacca di un colore diverso, un colore neutro, che nessuno dei giocatori deve poter sbianchettare e ridipingere con i propri colori, neanche per un secondo.

Stacce.

Un presepe è oppressivo, ma per i fascisti

in politica/religione/società by

E cosí, un bel giorno, ti svegli e sei un fan di Salvini. Non è uno scherzo, è solo un post dovuto al pensiero un po’ stantío di un “progressista” in totale bancarotta intellettuale, con una ideologia ormai incapace di rapportarsi con la complessità del reale di oggi, che ha bisogno di aggregare al nemico ogni voce critica.

Come dovrebbe aver capito chiunque, io con Salvini non ho niente a che fare. Eppure vengo a lui associato. Vediamo, nel dettaglio, gli argomenti di Absinthe: sono la radice del pensiero polcorr che io critico, e che lui evocando pensa di esorcizzare. Un’ironia forzata quanto inefficace, perchè non si puó diventare meno la caricatura di Paperino se non si fa che parlare come Paperino. Dice, Absinthe:

il punto è che il presepe non è la messa, né l’accensione della chanukkah, né il festeggiamento della fine del Ramadan. Al presepe non si sceglie se partecipare oppure no: il presepe te lo cucchi entrando a scuola. Esattamente come il crocifisso te lo becchi appeso in classe e tutti zitti.

Posto che, per dirne una, la chanukkah una volta accesa rimane accesa da qualche parte, Absinthe cade esattamente nel problema del safe space: lo vedo, mi offende, quindi non dovrebbe essere lí. Non si reclamano spazi di libertà per la manifestazione di una pluralità di idee in luogo dell’opprimente monopolio di una idea sulle altre, ma si chiede una restrizione delle espressioni altrui.

Si dirà che la scuola è uno spazio pubblico, e uno è pur sempre libero di esprimersi come vuole a casa propria. Questo discorso chiama in causa, per l’appunto, proprio l’idea che si ha di “spazio pubblico”, nel senso di uno spazio a cui si provvede con risorse della collettività per fini universali. Bene, lo scopo della scuola è solo insegnare a leggere, scrivere e far di conto? Io non credo. E non lo crede neanche Absinthe, che infatti non si oppone all’educazione civica, all’educazione sessuale, ai momenti di dibattito su questo e quello per i quali i cattolici oltranzisti, altra faccia della medaglia dei fascisti del politicamente corretto, dicono la stessa cosa: che queste cose vengono imposte ai loro poveri figli innocenti.

Perchè, alla fine, hanno sempre avuto ragione i Flaiano: la cifra politica dell’italiano, anche con due libri in casa, è il fascismo. Come nel caso del crocefisso, maldestramente citato da Absinthe – che chiama in causa la CEDU pur se questa gli dà torto: il dibattito è tra chi lo vuole imporre anche in classi che non lo vogliono e chi lo vuole proibire anche nelle classi che lo vogliono. Non esistono spazi intermedi, non esiste un “parlate, discutetene”. Dice, infatti che la presenza di un crocefisso

impone ai miei figli di beccarsi un indottrinamento religioso anche se io non ho intenzione di impartirglielo e sin da quando sono più piccoli e suggestionabili

Niente di meno! Perchè il popolo, come si sa, è minorenne: a maggior ragione se è minorenne anche anagraficamente, allora deve rimanerlo per sempre anche dal punto di vista intellettuale. Non bisogna farlo confrontare con idee differenti da quelle esposte a casa! Argomento, ancora una volta, molto simile a quello dei cattolici oltranzisti. Verrebbe poi da chiedersi: che c’entra la laicità dello Stato? Non stiamo parlando dell’ora di religione coi professori nominati dai vescovi. Là Absinthe avrebbe ragione, ma quella non la mette in discussione. Si parla di una attività che una parte degli studenti, non necessariamente gli unici ad aver qualcosa da proporre, mostra agli altri. Pensa, Absinthe, che sia produttivo rimanere ciascuno nel pfoprio cortile, coi capetti spirituali di ciascuno, e senza nessun confronto? Il futuro è fatto di tante minoranze e di nessuna maggioranza: il confronto è d’obbligo. Fare questa segregazione forzata non serve a nulla.

Dice, Absinthe, che ritenere giusto che esistano spazi dove si esponga un po’ quel che capita, incluso il presepe, è un modo ipocrita per perpetuare l’imposizione oppressiva del presepe. Se si continua la parafrasi si vedrà che l’argomento ricorda molto da vicino certe istanze intolleranti, già ampiamente discusse, presenti negli atenei americani e non solo. In un recente articolo apparso sul Wall Street Journal, un accademico (peraltro parte di una minority) stigmatizza questi ragionamenti dicendo:

protesters may start with valuable observations, but then they drift into a mistaken idea of what a university—and even a society—should be; (…)  (they) happear to miss how Orwellian their terms often sound; the enraged indoctrination sounds like something out of “1984,” not enlightenment. Then again, one can almost hear the protesters responding, “Well, yeah, but we really are right!” They assume that their perspective is a truth that brooks no morally conceivable objection….where the protesters’ proposition is “If I am offended, I am correct,” the proper response is, quite simply, “No.” This and only this constitutes true respect for these students’ dignity.

Questo, credo, è il modo migliore di chiudere la polemica.

In fondo, il politically correct non è il problema piú urgente della nostra società, come non lo è la supposta oppressione clericale a mezzo di pezzi di legno intrecciati e pupazzini col muschio intorno: lo è, peró, la tendenza a far passare pseudo-argomenti come quelli di Absinthe come discorsi seri. È il sintomo di un serio decadimento della qualità del dibattito attorno a un conformismo triste, che accetta la sciatteria intellettuale in cambio dell’intoccabilità di poche, discutibilissime, certezze. Meglio fare uno sforzo.

STACCE TU, ovvero “dei presepi che non c’entrano nulla”.

in politica by

Ora, rispunta la questione del presepe a scuola, a margine di un’iniziativa che in realtà nulla aveva a che fare con il presepe ma, si sa, né i leghisti né i loro difensori fighetti sono abituati al pensiero complesso.

Ora, a me i presepi da sempre piacciono molto ma non si capisce cosa c’entrino davvero con la scuola o, meglio, si capisce che non c’entrino nulla. Perché si debbano imporre dei simboli religiosi solo di alcuni in un luogo, per definizione, di tutti non è chiaro.

Nella visione di Mazzone il presepe serve a scassare il cazzo a chi non lo vuole, soprattutto ai laici: insomma il presepe come arma contundente contro l’asfissiante cappa del politicamente corretto. Basterebbe questo per far inorridire ogni vero religioso, prima ancora dei laici.

(A margine, siamo il paese dove un vicepresidente del Senato dava dell’orango a un ministro di colore e il segretario del suo partito, che ora va in giro a dispensare presepi a chi ne ha bisogno, cantava che i napoletani puzzano, mentre altri ci informano che le parlamentari di opposizione fanno i bocchini. Ma il politicamente corretto, signora mia, ci seppellirà tutti!)

Comunque, al di là del disprezzo che Salvini e, a ruota, Mazzone e gli altri suoi fan mostrano nei confronti del presepe stesso, il punto è che il presepe non è la messa, né l’accensione della chanukkah, né il festeggiamento della fine del Ramadan. Al presepe non si sceglie se partecipare oppure no: il presepe te lo cucchi entrando a scuola. Esattamente come il crocifisso te lo becchi appeso in classe e tutti zitti. Non cambia niente, a differenza di quanto sostenga Luca, a meno di sostenere che quelli del presepe rappresentino semplici pupazzetti di plastica tipo i Master o i soldatini, cosa che, nuovamente, se la racconti a un cattolico vero, quello si incazza e ha ragione.

Ora, non ci vuole la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (che pure già si è espressa in merito) per capire che questo impone ai miei figli di beccarsi un indottrinamento religioso anche se io non ho intenzione di impartirglielo e sin da quando sono più piccoli e suggestionabili.

Il tutto mentre non mancano affatto, a chi vuole, i metodi per impartire la dottrina cristiana ai propri figli: basta mandarli al catechismo, in parrocchia o all’oratorio.

Ma questo tuttavia non passa per la mente dei Nostri: sono occupati a far sì che gli altri accettino i punti di vista altrui senza far tante storie. È il sale della convivenza sociale, ci dicono: “Non sei d’accordo? Beh: stacce!”.

E sin qui hanno ragione. Il piccolo problema è che non si chiedono mai quando è che ai cattolici si dica: “stacce!”. In Italia ci sono chiese e oratori praticamente a ogni isolato. La televisione, specie la TV pubblica, è strapiena oltre che di notizie sul Papa, di serie TV di soggetto cattolico, programmi religiosi e messe. Nessun governo della storia della repubblica è stato privo di ministri provenienti da partiti politici cattolici.

In questo contesto, avere uno spazio pubblico, la scuola, in cui questa presenza sia limitata – certo non eliminata, visto tra l’altro insegnamento opzionale della religione cattolica – non sarebbe un modo di annientare il diverso, sarebbe un modo di far capire ai cattolici che il loro credo non ha diritto di essere onnipresente: possono anche esserci spazi pubblici al di fuori della loro portata.

E, in effetti, il casino di quest’anno non è iniziato dal presepe ma da due mamme che volevano entrare nella scuola a insegnare anche canti religiosi ai bambini: avrebbero potuto imparare qualcosa dal rifiuto ma no, loro avevo il DIRITTO di difendere i canti natalizi a scuola!

 

Alle mamme in questione sentirsi dire un colossale “No, grazie. STACCE!” avrebbe fatto un gran bene. Come farebbe bene al Fronte Nazionale di Imposizione del Presepe sentirsi dire: “No grazie, magari fatelo a casa vostra o in parrocchia”.

Con buona pace del suddetto Fronte, il presepe nell’atrio non dà alcuna scelta: è un’imposizione. Ed è l’ennesima sanzione che non esiste posto pubblico in cui si possa stare al riparo non “dalle idee altrui” ma dall’imposizione di quella unica e sola idea altrui che in Italia viene riproposta dovunque. E se questa imposizione nemmeno proviene da un dirigente scolastico ma dal segretario di un partito politico, che decide di portare un presepe fino alla scuola di Rozzano, la cosa è molto più grave.

Ovviamente però è più urgente difendersi tutti dal politicamente corretto.

Santé

 

Go to Top