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Quei consiglieri che spendono e spandono, ma che nessuno conosce

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Facciamo un gioco: fate una ricerchina su Google e provate a scorrere i nomi dei consiglieri comunali di Roma degli ultimi quindici anni, non importa se di maggioranza o di opposizione. Leggeteli con attenzione, soffermatevi il giusto su ognuno di essi e poi provate a dire quanti ne avete sentiti nominare almeno una volta per un’iniziativa, una proposta, una dichiarazione. Scoprirete, con una certa meraviglia, che ne conoscete sì e no il 20%. Uno su cinque, diciamo. Sugli altri quattro, buio completo.

Ora fate mente locale su un fatto: quei consiglieri, anche quelli che non avete mai sentito nominare, hanno preso migliaia di preferenze per essere eletti. Migliaia, e a volte decine di migliaia. Ragion per cui, la prima domanda è: come fa uno sconosciuto a prendere migliaia di preferenze?

La risposta, purtroppo, è fin troppo semplice: ed è una delle chiavi, forse la più importante, per comprendere a fondo il disastro di questa città.

Il punto è che spesso e volentieri le preferenze si comprano: e la moneta con cui vengono pagate, naturalmente, consiste nei favori che gli eletti prestano ai loro elettori durante la consiliatura.
In estrema sintesi quello che chiamiamo “sistema clientelare” è tutto in questa spiegazione semplice: e la prova del nove della sua esistenza è il fatto che quasi tutti i consiglieri comunali, che una volta eletti guadagneranno poco più di mille euro al mese, spendono decine (se non centinaia) di migliaia di euro per la propria campagna elettorale. Da cui la seconda domanda: chi è così pazzo da investire centinaia di migliaia di euro per occupare una postazione che gliene restituirà soltanto una minima parte? Voi mi direte: be’, magari si tratta di persone così appassionate di politica, così desiderose di spendersi al servizio della cittadinanza, così sicure dell’importanza del loro apporto per il benessere collettivo da essere disposte a pagare di tasca propria pur di contribuire al bene comune. Cosa che però ci riporta alla domanda iniziale: se le cose stanno davvero così, com’è mai possibile che nessuno conosca questi benefattori del popolo?

La realtà, quella vera, ci è stata mostrata in modo impietoso dall’inchiesta “mafia capitale”, ed è più o meno questa: il problema è proprio il sistema basato sulle preferenze, che consente, anzi incoraggia, comportamenti clientelari come quelli che vi ho appena descritto. E che prima o poi dovremo eliminare, magari sostituendolo con un sistema di collegi uninominali, se vogliamo davvero sconfiggere la piaga che chiamiamo voto di scambio.

E non limitarci, come fanno alcuni, a strillare scompostamente “onestà”.

 

Questo articolo è stato pubblicato anche su Metilparaben.it

E se mandiamo a casa le preferenze e i ladri restano?

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Alessandro ha scritto un bel pezzo sulla questione delle preferenze. Parrebbe un argomento polveroso, ma invece si tratta di una frontiera nuova su quel dibattito, perché si riporta dopo anni a livello locale.
Combatto da anni contro il porcellum e le liste bloccate e credo di aver prodotto ogni argomento di cui, sul tema, sono capace. Ora finalmente uno stimolo nuovo.
Nel merito continuo a restare scettico, perché immagino che eleggere i consiglieri comunali di una città con le preferenze o meno non produca eletti di rango diverso. E in particolare, non mi sento più garantito dal fatto che i consiglieri comunali li scelga il cerchio magico di un partito, piuttosto che i cittadini anche attraverso le drammatiche storture che le preferenze indubitabilmente producono.

Immagino, forse per pessimismo, che cambierebbero solo le coordinate della corruzione. In un caso il problema indica i cittadini che si lasciano corrompere, in un altro invece i cerchi magici dei partiti che si manifestano vocati all’ellisse della corruttela, divisi quindi tra i due fuochi dell’interesse collettivo e di quello particolare.

Il primo problema, secondo me, è nel valutare quanto un sistema – quale che sia – possa fornire ai cittadini una rappresentanza politica diversa da quella che meritano. Un dato che non è chiaramente antropologico ma determinato in larga parte dalla perfida cospirazione ordita da disagio sociale e degrado culturale. Ma quale che sia la matrice, resta chiaro che un monello colpirebbe il passero tanto con la fionda che con la cerbottana, almeno fin quando qualcuno non riesca a fargli capire che proprio non si fa.
Altrettanto chiaro, però, è che bisogna cambiare prima il sistema e poi le persone, come dice Alessandro, perché dando un mitra ai monelli non si farebbe in tempo a cambiarne l’indole prima che gli uccellini siano tutti morti. E dunque, se l’uninominale può fornire un meccanismo di controllo sull’eletto più efficace, allora bisogna provarci. Se è così.

E forse provarci a livello locale potrebbe avere un senso tutto diverso. In ambito cittadino, del resto, il punto non mi spaventa come invece accade a proposito della legge elettorale nazionale. Questo perché, qualunque sistema si confezioni, è difficile che si determini quello scollamento allarmante tra rappresentati e rappresentanti che ha prodotto il porcellum, o quella inconoscibilità politica che – attraverso la nomina – ha ridotto l’elezione su base regionale del Senato a un mero tecnicismo.
Anche l’insidia sul divieto del vincolo di mandato è un problema che, comprensibilmente, a livello locale non si pone. E quindi, nonostante le resistenze concettuali che mi frenano, direi che è una cosa cui non opporrei riserve impedienti. Un eletto e novantamila persone che lo controllano, dice Alessandro. Ottimo, se i novantamila davvero lo facessero. Ma lo farebbero? Considerando che molto probabilmente tra quei novantamila si nascondono molti di quanti oggi “vendono” il loro voto attraverso la preferenza, mi resta qualche dubbio.

Mandare a casa le preferenze, prima dei ladri

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Poi, a un certo punto si tratta di scegliere: o si pensa che gli scandali legati alla corruzione e al malaffare, come quello del “mondo di mezzo” romano, si debbano esclusivamente all’incidentale presenza nelle istituzioni di alcuni delinquenti, di tal che è sufficiente rimuoverli ed eleggere altri al loro posto per sistemare le cose; oppure si è convinti che sia il sistema, così com’è congegnato, a “produrre” le nefandezze cui stiamo assistendo, con la conseguenza che per risolvere la situazione occorre prima cambiare quel sistema, e dopo le persone.
Senonché, c’è in Italia un movimento secondo il quale il sistema è “marcio”: ce lo ha detto e ripetuto fino alla nausea, quel movimento, strillando e scendendo in piazza e stracciandosi le vesti e scrivendo in stampatello coi punti esclamativi su Facebook e dando nomignoli più o meno offensivi a destra e a manca e accusando tutti gli altri, nessuno escluso, di essere in qualche modo “a libro paga” del regime e dei suoi burattinai.
Ora, qual è secondo voi la parte più “marcia” del sistema, cioè quella che più di ogni altra favorisce il voto di scambio, il clientelismo, la corruzione e la collusione della politica con la malavita? A leggere, sia pure superficialmente, le cronache di queste settimane, mi pare chiaro che la risposta si chiama “preferenze“.
Perché è senza dubbio attraverso le preferenze che i signori della politica romana (e non soltanto) controllano i loro “feudi”, erogano prebende, procedono ad assunzioni, regalano incarichi e assegnano cospicui appalti in cambio di voti: è grazie alle preferenze che questi “ras” riescono a controllare minuziosamente e quasi individualmente il comportamento dei loro accoliti, fino a costruire un sistema di scambio perfetto, nel quale consenso e distrazione di risorse pubbliche raggiungono il vertice assoluto della sinergia.
Ebbene, amici del movimento 5 stelle, mi tocca dirvelo: strillare che bisogna mandare a casa i ladri di oggi senza riformare il sistema che ha consentito loro di spadroneggiare significa, di fatto, accogliere a braccia aperte i ladri che prenderanno inevitabilmente il loro posto domani, dopodomani, il giorno dopo e quello dopo ancora. E così via all’infinito.
Eppure la soluzione c’è, e si chiama sistema uninominale: un eletto, novantamila persone che lo controllano. E non ci vuole altro.
Dopodiché, sono d’accordo con voi: mandiamo a casa i ladri; ma prima di loro mandiamoci le preferenze.
Altrimenti diciamo che va bene così, ma a quel punto, se non altro per dignità, smettetela di strillare.

E questi votano anche!

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Esterno giorno, intervista modalita’ Tg2 sul caldo estivo, con domande un po’ piu’ impegnative, e intervistati che mostrano una beata ignoranza dei fatti correnti della politica nazionale. Studio di quiz televisivo, concorrente data la presa del potere di Hitler al 1948.  Il vostro Facebook, una persona che conoscete poco posta l’ennesimo video che “prova” l’esistenza delle scie chimiche, causandovi uno scoglionamento piu’ che comprensibile.

matteo

 

A questo punto, inevitabilmente, la ciliegina sulla torta: qualcuno che in vostra compagnia osserva la scena commenta “e questi votano anche“.

E qui mi chiedo: ma tutti quelli che si fanno questa domanda, loro cosa votano? Votano meglio? No, perche’ anche se restringessimo il diritto di voto solo ai possessori di laurea mi pare che l’unico effetto sarebbe riportare in parlamento Sinistra e Liberta’: al di la’ dell’evidenza aneddotica sull’essere un gruppetto di cazzari da salotto, e non e’ poco, compare in tutti gli studi come il partito in cui la sproporzione nell’elettorato tra laureati e non e’ piu’ sbilanciata verso i primi. Poi ci sono quelli che vogliono fare il test agli elettori. Su cosa e per escludere chi, non si capisce. Anche perche’ poi, magari, vai a vedere il track record referendario di questi novelli Platone e scopri che sulla Legge 40 dormivano, la proposta di Guzzetta neanche se la ricordano, al referendum che riguardava l’abolizione delle gare obbligatorie per i servizi pubblici si sono fatti irretire dal populismo dell’acqua pubblica.

In breve, chi si lamenta del diritto di voto altrui, oltre ad esprimere un disprezzo non necessariamente giustificato per i suoi concittadini, non ha compreso un problema fondamentale: che la democrazia serve a rimuovere le elites cattive, non a risolvere i problemi come una specie di mitica volonta’ collettiva da filosofi ginevrini dell’ottocento. Chi si lamenta pensa che un popolo di colti potrebbe indirizzare la politica verso fantomatici paradisi post-ideologici, identificati dal Bene Comune. Insomma, non ha capito un cazzo. E magari, aggiungerete, questo vota anche.

Le preferenze come se fosse antani

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Saper prendere in giro il prossimo non è da tutti. Bisogna saperlo fare. E questi riformatori che da qualche mese sono all’opera dimostrano di avere una certa dimestichezza.
L’ultima novità, che è stata fatta filtrare per vedere l’effetto che fa, riguarda l’antico nodo delle preferenze nella legge elettorale. “Tornano – si legge in giro – ma con i capolista bloccati”.
Leggendo il giornale sotto l’ombrellone, con un occhio al pargolo che non affoghi tra le onde e con una temperatura cranica che garantisce una sufficiente demenza, sembra anche una cosa positiva: “Vabbe’, pensa l’ignaro bagnante, è già qualcosa. L’hanno capita”. E invece è lui che non ha capito niente.

Nelle bozze dell’Italicum risulta che i collegi elettorali saranno circa 120. Ed è ragionevole credere che in ognuno di questi almeno il Pd, il M5S e FI superino lo sbarramento (ora pare al sia 4%). In molti collegi anche altre liste supereranno quella soglia, ma per fare conti facili supponiamo che solo i principali tre partiti ce la facciano ovunque. Se andasse così, i capolista eletti (ovvero nominati come con il Porcellum ) sarebbero 360. Ovvero più del 50% della Camera. E si stratta di una stima molto al ribasso: personalmente credo che i capolista nominati non sarebbero meno di 450.

Di eletti con le preferenze se ne avrebbero quindi poco più 200. Quindi l’annuncio “tornano le preferenze” non è che l’ennesima supercazzola istituzionale elaborata da questi sbandati.
A onor del vero – e bisogna dirla tutta – una modifica del genere inciderebbe significativamente sull’odiosa pratica delle candidature multiple, che è un altro simpaticissimo espediente usato per addomesticare il consenso. Perché per eleggere il maggior numero di capolista telecomandati è ovvio che bisogna candidarne uno diverso in ogni collegio. Un principio che probabilmente varrà per i partiti maggiori, e cui invece potrebbero derogare i partiti minori per evidenti ragioni di bandiera.
Una magra consolazione e che non toglie dignità alla splendida supercazzola istituzionale. Passerà anche questa? O prima o poi accadrà come al Mascetti, che un giorno incontrò il capomastro che gli ruppe il naso? Non resta che stare a guardare. E occhio al pupo che affoga.

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