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Generatore Automatico di alternative al Family Day

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Come tutti sappiamo oggi si svolge (di nuovo) il Family Day, una grande manifestazione in “difesa” della “famiglia” “tradizionale” (da cui il “Family”, che in inglese vuol dire “famiglia”, nel nome della manifestazione).

Tuttavia, in quest’epoca sempre più priva di valori, riteniamo necessario difendere altre importanti istituzioni dal logorio della vita moderna: se anche voi ritenete che le tradizioni siano in pericolo, fate refresh per ottenere nuove manifestazioni in difesa dei bei tempi andati.

Pop porno: intervista ad Alberto Abruzzese

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Ogni secondo circa 28mila persone stanno guardando un porno online. Ogni secondo una Verbania di sconosciuti si collega e sceglie il suo genere preferito. Il 70% di maschi tra i 18 e i 24 anni visita almeno un sito porno nell’arco di un mese. ‘Sex’ è la parola più ricercata sui motori di ricerca. Addirittura il 70% del traffico sui siti porno si verifica tra le 9 e le 17, cioè in orario di lavoro. Questi sono soltanto alcuni dati sulla pornografia online, un fenomeno che ormai è entrato a far parte della vita quotidiana di milioni di persone. Un fenomeno che, in qualche modo, si va via via facendo pop.

Ciononostante sembra non esserci molto spazio per la pornografia nel dibattito sulla contemporaneità; ciononostante sembra che il discorso sul porno online sia per la maggior parte degli utenti ancora un tabu. Ma perché non se ne parla? E cosa significa oggi discuterne? Lo abbiamo chiesto al Prof. Alberto Abruzzese, docente di sociologia dei processi culturali e comunicativi, scrittore e saggista, che sulla sua pagina facebook e sul suo blog ha da qualche tempo avviato una riflessione sulla pornografia d’oggi.

Prof. Abruzzese, perché è utile parlare di pornografia?

Per cercare di pensare in modo diverso dal pensiero umano in quanto pensiero occidentale, volontà di potenza del soggetto moderno. Siamo in un’epoca di crisi profonda, globale e locale. Nessun ceto dirigente e nessuna istituzione pubblica e privata sembra essere in grado di risolverla. Ora e nel futuro. Il capitalismo finanziario va distruggendo ogni vecchio strumento di governo del capitalismo storico, compresi gli stati e le loro forme di organizzazione amministrativa e politica. Ogni promessa della civilizzazione moderna sembra essere venuta meno. Ogni “principio speranza” cancellato. A questa crisi di valori e a questo vuoto di responsabilità e capacità nelle classi dirigenti che governano o credono di governare nazioni e mondo, si continua a rispondere facendo riferimento ai valori etici, estetici, religiosi e sociali dell’Umanesimo. Ma c’è da domandarsi: se siamo al punto in cui siamo – là dove è tragedia poiché non c’è più alcun eroe e alcun dio a salvare – la causa non sarà forse proprio avere fatto uso dei valori dell’Umanesimo? La pornografia offre argomentazioni adatte a ragionare su tale dilemma. Ci aiuta a toccare la distanza tra violenza del desiderio di sopravvivenza di ogni cosa vivente e “falsa coscienza” di un essere umano convinto della propria supremazia sul mondo in virtù della propria presupposta “libertà” di linguaggio.

In una recente intervista all’edizione fiorentina de “La Repubblica” ha definito la pornografia d’oggi “uno degli elementi della crisi della civilizzazione, uno di quei fenomeni antisociali a cui il futuro del web sembra sempre più incline”. Se ho ben capito, non si tratta di una riflessione di natura estetica o morale, bensì di una valutazione della pornografia come pratica. Sta forse dicendo che la produzione e la fruizione di materiale pornografico contrastino in qualche modo con i princìpi che governano la vita sociale?

Pensare che la pornografia è una pratica significa dire che essa va affrontata per ciò che produce: l’orgasmo. La pornografia è un insieme di mezzi – carne, pelle, mano, immagini, attrezzi, ecc. – volti a raggiungere un fine specifico: la “piccola morte”. Ma a ragionare così sono in pochissimi (nei più scatta quasi un censura inconscia, una rimozione automatica: ciò che nella pornografia si produce sfugge al pensiero, in realtà è indicibile). Del resto, a volerlo dire in modo più triviale, la pornografia è il mezzo necessario alla “masturbazione”: sappiamo bene quanto tale pratica sia stata ostacolata – inquisita – dalla chiesa, dalla famiglia, dalla medicina e dalla società. E resti oggi, nella più parte dei casi, ridicolizzata o nascosta.

Lei ha appunto parlato di una “erotizzazione sempre maggiore del mondo”. Questo fenomeno modifica il rapporto che gli individui hanno con il sesso – pronunciato e praticato – e quindi con la pornografia, che si va via via ‘normalizzando’, cioè entra sempre più nel quotidiano, in qualche misura si ritualizza. Si può quindi dire che il porno online sia soltanto un elemento, e nemmeno il più importante, di un rinnovamento globale dei costumi sessuali?

L’idea su cui sto lavorando da qualche tempo non è più quella surrealista dell’erotismo in rivolta contro le norme della società. Dimenticare Bataille, potremmo dire. Quell’idea (oggi sopravvissuta nel senso comune dei costumi e del loisir, in culture che potremmo definire piccolo-borghesi, da ceto medio, di “vecchio regime”) ha contato nel primo Novecento, nelle sue avanguardie, ma in realtà dentro il processo di erotizzazione delle merci, processo in cui – come tipico di ogni grande salto di qualità compiuto dalla civilizzazione moderna – hanno agito tanto gli impulsi a trasgredire le regole private e pubbliche della società, quanto la risposta dei regimi di controllo e sorveglianza sulle dinamiche del desiderio. Appunto della volontà di potenza. Al centro, il sesso e la sessualità, ma non soltanto: gli oggetti d’uso. Il sex appeal dell’inorganico. Per me invece ora conviene fare cadere ogni con-fusione tra erotismo e pornografia. Non farsi distrarre dalla convergenza tra un erotismo sempre più erotico e una pornografia sempre più comune… ordinaria.

Ma questa sovrabbondanza di immagini e parole sessualizzate non rischia di sminuire la funzione stimolativa e appagante della pornografia? Se il sesso è ovunque, l’eccezionalità è da ricercarsi in un tipo di materiale sempre più ‘spinto’? Siamo già arrivati alla “banalità dell’anale”?

Al momento a me interessa ragionare sul fatto che l’esasperazione del consumo di pornografia in rete ha un effetto preciso di sottrazione dalla società. A fare sì che non cada la capacità di eccitazione della attuale pornografia, ci penserà lo sviluppo tecnologico di nuove pratiche. Potrà essere accentuando la simulazione tattile o visuale o olfattiva, potrà agire direttamente sui neuroni senza più alcun nesso con il fare sesso, con i generi e con la procreazione. Una pillola o uno spray per venire, e via! Quello che mi pare di potere dire è che c’è un desiderio crescente (la tecnica) di alienazione del proprio corpo – l’individuo, il soggetto sociale – in una radicale morte del sé, nel piacere del suo nulla: sfera organica e inorganica, carne messa in condizione di sprofondare in se stessa.

Sfatiamo il mito secondo cui il porno online sarebbe una faccenda prettamente maschile: le statistiche rivelano infatti che un utente su tre è donna. È la prova che un certo femminismo moralista che definiva (e definisce) la pornografia lesiva della dignità della donna ha fallito?

Concordo. Comunque credo che studiare la pornografia con una attitudine psico-sociologica possa ancora fruttare qualcosa di utile. Non soltanto per sfatare appunto gli stereotipi costruiti su una visione tutta ideologica delle differenze di genere (che tanto ha nuociuto persino nei confronti della donna), ma anche nell’ambito ancora certamente moderno e tuttavia comunque più “civile” di altri contesti antropologico-culturali, in cui la pornografia viene studiata come luogo di maturazione, in sostanza democratizzazione, dei rapporti sessuali in “famiglia”. Nel praticare la pornografia e parlarne, le coppie e ciascuna delle parti vivono processi di emancipazione. Consumando ad esempio video porno in cui si inscena sesso tra donne lesbiche, penso che i giovani di sesso maschile siano sottoposti ad una educazione erotica infinitamente più sensibile rispetto alla educazione ricevuta, o più spesso per nulla ricevuta, nelle famiglie o cerchie amicali della mia generazione (la cui violenza, del resto è facilmente riscontrabile – intatta e oberata di ben altri carichi simbolici e ritualistici – nella più parte dei video etero).

Le ragazze del porno propongono una pornografia al femminile contro “gli ideali di bellezza malati”, il capitalismo e il patriarcato. Ma politicizzare il porno non significa trasformarlo in qualcos’altro?

Sicuramente. Da un lato “Le ragazze del porno” riducono il porno alla stessa funzione socializzatrice – estetica, affettiva, culturale – attribuita alla sfera erotica. Innestandolo sulle ideologie progressiste e democratiche hanno ancora probabili margini educativi, ma si tratta, come si diceva un tempo, di “battaglie di retroguardia”. Il ripescaggio di vecchie utopie liberatorie.

A suo parere, in un futuro prossimo o remoto il genere “amatoriale” potrà essere sdoganato? Come facciamo oggi con le selfie, condivideremo sui social network le nostre prestazioni sessuali? Oppure esiste un limite morale invalicabile tra sfera pubblica e sfera privata?

La tendenza è già in atto. Sino a quando i sistemi di controllo della società civile – nelle sue forme di effettiva o simulata democrazia o deliberata restaurazione autoritaria o di sopravvivenze premoderne – non riterranno troppo pericoloso il porno, avremo magari un ulteriore allentarsi della tolleranza. Ma calamità in rete come il gioco di azzardo e la pornografia non potranno essere tollerate in modo permanente data la crescita virale di questo genere di dissipazioni. Del resto la tolleranza è anche il dispositivo con cui si prepara l’intolleranza, con cui si crea l’allarme necessario a intervenire e a giustificare la radicalità delle misure repressive che si vogliono imporre. Accadrà quando per una serie di più e diverse ragioni (e non solo a causa di una visione bigotta del sesso e dei rapporti sessuali) i sistemi moderni avranno bisogno di frenare la deriva antisociale di una serie complessa di fattori disgregativi di cui il porno potrebbe essere parte e anche emblema. Il divieto delle droghe e l’intreccio tra cause e effetti che produce, lo conosciamo bene. Le grandi manovre mondiali sul divieto del fumo sono riuscite, stanno riuscendo in modo sorprendente. Il porno potrebbe essere la prossima grande manovra a difesa della salute dell’individuo. Della famiglia. Della solidarietà sociale. Delle religioni. Delle caste “nascoste” e “protette” dietro i loro privilegi, la loro intoccabilità. Magari questo salto repressivo potrà accadere inglobando anche una serie di valori che sono stati il frutto di battaglie progressiste: la parità dei sessi, la politica delle famiglie e delle nascite, e via dicendo.

 

Don’t dream it, be it

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C’è questa nuova tendenza: almeno due attrici pornografiche si sforzano di convincere i media di avere un cervello appetitoso, nascosto dentro i loro bei corpi. Sembrerebbe una cosa tanto ovvia che non occorrerebbe nemmeno dimostrarla, ma non è così. Ovviamente penso a Sasha Grey, passata in un batter d’occhio dal SM estremo ad una multiforme nuova carriera di dee-jay, cantante e scrittrice. Gli uomini, credo, potranno anche gioire del cambiamento, che in effetti rischia di rendere la vera intimità della giovane californiana più disponibile di quanto non lo fosse in forma di pixel. Ma c’è chi, come la collega campana Valentina Nappi, la ha criticata per questa scelta, vista come un tradimento del sacro voto al servizio del sesso, voto che questa Vestale sui generis afferma di prendere sul serio (“voglio finire come quella vecchia padrona di bordello di Napoli che, perfino alla sua età, ancora si dà da fare”, ha dichiarato a Linus che la intervistava a “Il Grande Cocomero”). Valentina Nappi, dunque, con le sue tirate contro le “fiche di legno”, con il suo atteggiamento contrario ai ruoli precostituiti tra i sessi (immediatamente bollato  “antifemminismo”), e il suo libertarismo da salotto, pendant ideale alla flemma catatonica di certi conduttori e alle sopracciglia inarcate di altri .

Non entro nel merito della qualità delle espressioni culturali della Grey o della solidità del sistema filosofico di Valentina Nappi, né della sincerità con la quale quest’ultma lo va sbandierando in televisione. Mi limiterò a dire che, al di là dell’artificiosità della persona messa in scena dalla Nappi, le ho sentito esprimere concetti ovvi, ma sui quali ci si sofferma secondo me troppo poco. A Luisella Costamagna che – il sarcasmo trattenuto a fatica – le chiedeva se non ritenesse riprovevole “vendere il suo corpo” (*), Valentina rispondeva con quella sua aria saputella, più o meno così: un muratore non vende il proprio corpo? una persona che fa un lavoro che odia per soldi non vende se’ stesso? un musicista che svilisce la sua arte non è un prostituto? – lo dicevo, provocazioni piccine picciò, niente di sconvolgente, eppure cose che varrebbe la pena non archiviare in cassetto poco usato del cervello, una volta svanita l’effervescenza che bagna (senza lavarlo) il quotidiano conformismo.

Quello che mi premeva dire, però, è altro, e magari anche un po’ contorto. Queste due ragazze, note fino a poco prima solo per i propri exploit amatori, sembra che vogliano dire al mondo: vedete? non sono solo un pezzo di carne, ho un cervello, io! La donna che vive la sua sessualità senza inibizioni e ignorando serenamente il giudizio degli altri è percepita come un pericolo per la società, forse solo perché è, apertamente, esattamente, quello che la gran parte degli altri sogna di essere, quell’altro stufo di starsene rinchiuso in cantina per non turbare il buonsenso, l’ordine e spesso pure alcuni pretesti. Di qui lo stigma della Zoccola, la femmina diviene trinità semovente di orifizi facilmente accessibili, nervi senza cervello, riflessi senza identità. Un retaggio ancestrale e non credo poi solo maschile, odioso e difficile da rimuovere come una macchia di petrolio – se si pensa che una donna libera e consapevolmente promiscua che dice il fatto suo in un talk show (vestita come quelle “perbene”)  diventa “personaggio del giorno”.

(*) Oddio, ma si usano ancora queste espressioni in pieno Ventunesimo Secolo?

YouPorn Premio Nobel per la Pace

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C’è un velo di ipocrisia che copre il tema della pornografia online. Una specie di pudore autocensorio che impedisce ogni seria e genuina discussione. Si preferisce generalmente catalogare la questione come un affare di pochi e di pochi neanche troppo puliti. La sozzura della visione, della fruizione, della strumentale esperienza delle proprie fantasie fatte video è spesso rincondotta alla depravazione, ad una inguaribile stortura morale di alcuni membri dell’umanità. Chi guarda il porno è un maiale (o una maiala). Suina equazione che, come frequentemente accade, tende a nascondere, ad eliminare il dato reale a favore di un ideale di vita, di società, di cultura.

Ogni secondo, circa 28mila persone stanno guardando un porno online. Ogni secondo una Verbania di sconosciuti si collegano e scelgono il loro genere, la loro fantasia del giorno, il loro spunto per una gioia improvvisa e necessaria. Tra questi utenti sporcaccioni e goderecci, uno su tre è una donna. Fatto, quest’ultimo, che nega i facili argomenti di coloro che bollano la faccenda come esclusivamente maschile. E’ bene chiarirlo una volta per tutte: anche le donne fanno uso della pornografia online.

Il porno non riguarda una piccola parte della società. Esso è al contrario un fatto di pubblico dominio, sul quale molti potrebbero esprimersi ma pochi lo fanno. L’uomo medio sembra preferire essere accusato pubblicamente di aver preso tangenti piuttosto che essere scoperto nell’impuro atto di farsi le pippe guardando YouPorn. La terribile vergogna per questo umanissimo bisogno, per questa necessità di dare corpo alla propria immaginazione, ha finito con l’ammazzare la riflessione intorno al potenziale di pacificazione dello strumento. Se è vero che le dinamiche sociali sono l’aggregazione delle azioni individuali, l’individuo che placa i propri istinti, che pone fine alla frustrazione o sublima la propria gioia, interviene direttamente sul mantenimento della pacifica convivenza.

YouPorn rappresenta nell’immaginario collettivo la controparte zozza di YouTube; quel luogo virtuale in cui il sesso si afferma e si contraddice grazie alla sua meravigliosa indeterminatezza; quel paradiso della fantasia dove quasi tutto è concesso e in cui quindi è possibile ricercare una individuale dunque collettiva pace. In questo senso, esso non è soltanto il territorio della goduria, ma anche il paesaggio dell’appagamento non violento.

Per tutte queste ragioni; per aver favorito la distensione e l’erezione delle coscienze nell’epoca della frenesia; per il suo ruolo di educazione alla comprensione delle proprie preferenze in materia sessuale; per la sua opera di mediazione etnica e culturale; per aver incentivato lo slancio liberatorio della morale e quindi la conoscenza dell’altro nella sua dimensione più intima, quella sessuale; per la diffusione di un principio di pace fondato sul piacere

Libernazione propone YouPorn come Premio Nobel per la Pace 2014.

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Più porno per tutti

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Il primo film porno della mia vita si intitolava “Dolce e piccante”. La trama era piuttosto semplice: in un’America degli anni Trenta dei signori e delle signore ben vestiti si incontravano in un appartamento adibito a bordello e trombavano come assatanati. Ricordo ancora la splendida colonna sonora suonata dal pianista nel salone, tra cosce, collane di perle e vestiti gessati lanciati sul pavimento. L’aveva registrato in piena notte mio cugino di nascosto dai suoi; era ancora l’epoca delle videocassette e una volta gliene rimase una incastrata nel videoregistratore, così suo papà, riparando l’aggeggio, scoprì quale simpatico passatempo si era trovato. Da allora, la mia vita pornografica si è modificata con il procedere della tecnologia: prima qualche dvd, poi i primi siti a pagamento (io guardavo i trailer perché non avevo soldi) e infine i fantastici e modernissimi aggregatori come youporn, apetube etc. Insomma, un’evoluzione come quella che interviene in qualsiasi campo dell’esistenza.

A questo punto, già vedo che qualche bacchettone/a storce il naso. Ma andiamo avanti. Stamattina, mentre ero nel métro per andare a seguire un seminario (ebbene sì, quelli che guardano porno sono persone che studiano, lavorano, fanno sport, leggono e talvolta – ma non è il mio caso – vanno pure in chiesa), ricapitolando i punti di un lavoro che devo consegnare mi sono lasciato sorprendere da un’immagine di un film di Tinto Brass che ho visto quando non avevo ancora la barba. Lei, giovane vergine della campagna romagnola, è distesa sul letto e si tocca guardandosi allo specchio. Ecco tutta la grandezza emancipatrice di Brass in una scena: la ragazza si masturba, si procura del piacere proprio come noi maschietti e per giunta davanti ad uno specchio, oggetto di verifica e individuazione del sé. Fu così che, giovincello, capii che la sessualità femminile non è soltanto quella maschile trasposta in una coppia e accettata passivamente, bensì un universo di senso (o meglio: di sesso) completamente differente e perciò suscitava curiosità: andava esplorato.

Giorni fa ho letto che l’Islanda, considerata da diversi indicatori come il posto migliore in cui può vivere una donna, ha cominciato la sua crociata contro il porno online, l’ultimo muro da abbattere, dacché nel piccolo paese del nord Europa (320mila abitanti, praticamente un quartiere di Roma) la stampa e la distribuzione della pornografia, nonché gli strip club, sono vietati già da tempo. Pare che il primo ministro, madame Jóhanna Sigurðardóttir, forte sostenitore della legge contro l’esibizione di nudo femminile per scopi commerciali e primo presidente dichiaratamente omosessuale della storia, abbia preso a modello nientepopodimenoche la democratica Cina, paese in cui il governo filtra i contenuti per gli adulti (ma anche notizie più sobrie come le dimissioni – abdicazione! – del Papa).

“All’esame delle autorità islandesi c’è la proposta di bloccare l’accesso ai siti hard e rendere illegale l’uso delle carte di credito islandesi per accedere agli indirizzi a pagamento delle pagine con contenuto offensivo”, scrive il sito del Corriere. Una bella legge liberale, dunque, che sta per fare diventare l’Islanda la prima democrazia occidentale a vietare completamente la pornografia. Tuttavia, l’isoletta dei geyser non è la sola ad avere grandi idee sull’argomento. Alla fine del 2011 infatti, il primo ministro britannico David Cameron aveva fatto sfoggio della sua anima di conservatore cominciando una battaglia per oscurare il porno online. Ma poi, rivelandosi l’impresa titanica dal punto di vista tecnico e dispendiosa,  dovette rinunciarvi, per la gioia degli spettatori e delle spettatrici d’oltremanica.

Sì, perché il porno non è soltanto utile alla società (vi propongo di leggere questo studio del giurista italo-americano Anthony D’Amato, in cui si dimostra che negli Stati americani dove l’accesso alla pornografia è più facile le violenze sessuali sono statisticamente meno frequenti) ma piace pure alle donne. E allora basta con questo spirito censorio ammantato di pariopportunismo nordico e di emancipazionismo filofemminista  – sì, lo so che le femministe non sono tutte uguali, ma ci siamo capiti. Forse sarebbe più onesto dire che impedire agli altri di guardare video hard non è il frutto di un ragionamento così elaborato e socialmente impegnato. Forse sarebbe più onesto dire che è il frutto di un neopuritanesimo liberticida, che è purtroppo largamente legittimato dal silenzio che avvolge questo tema.  Che avvolge un oggetto caro a molti ma che è ancora considerato tabù.

 

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