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Abolire l’ONU

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Questo articolo citerà sette cose, in ordine sparso, che avrebbero gettato discredito su qualunque organizzazione. Esistono ovviamente decine e decine di inside stories che chi ha lavorato nell’ambiente conosce, quindi la lista non è esaustiva – neanche delle informazioni pubbliche, di cui qui si propone una rassegna evocativa.

Le Nazioni Unite nascono dopo la Seconda Guerra Mondiale per perpetuare su larga scala le inefficienze e gli insuccessi della Società delle Nazioni – se per stoltezza o per malafede dei proponenti, questo non è dato saperlo. Negli anni, oltre alle ambizioni di stabilire una sorta di global legalism (se ancora ci credete forse è il caso di acquistare libri come questo), le Nazioni Unite hanno fondato agenzie dedite al perseguimento degli obiettivi più vari, e dopo la fine della Guerra Fredda hanno provato a giocare un ruolo di peace-keeper.

Il fallimento delle Nazioni Unite, da Vienna a New York, da Ginevra a Parigi, dovrebbe ormai essere evidente. Di seguito sette esempi da usare per convincere gli amici che abolire l’ONU è prioritario.

  • Il fallimento clamoroso di praticamente ogni operazione di peace-keeping
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    I caschi blu sono intervenuti, ad oggi, in 69 conflitti. Un numero considerevole, con il numero degli interventi in crescita negli ultimi anni. A parte due casi di relativo successo – si vedrà quanto, in Sierra Leone e Burundi, terrà la pace – sono ormai storia i soldati olandesi che non muovono un dito di fronte al massacro di Srebrenica (1),  le violenze perpetrate dai soldati stessi durante il fallimentare intervento somalo (2), o la tremenda inazione nel caso del genocidio in Rwanda di cui responsabile fu anche Kofi Annan (3).
  • Gli episodi di corruzione tra il tragico e il ridicolo: i casi Arlacchi e Kofi Annan
    Le Nazioni Unite sembrano, a chi viene da paesi molto corrotti, un’oasi di giustizia e assenza di corruzione. Non si vuole fare del moralismo, ma è utile far notare come dinamiche corruttive da terzo mondo si manifestino a maggior ragione in organismi che mancano di qualsiasi controllo democratico o giudiziale. Valga questo esmepio. Pino Arlacchi viene nominato Executive Director del UN Office for Drug Control and Crime Prevention: un ufficio che tra le altre cose si occupa di corruzione, basato a Vienna. Ebbene, dopo qualche anno  di alterni risultati Kofi Annan è costretto a chiedergli di dimettersi sulla base di una lettera, firmata da parecchi suoi collaboratori in cui si denunciano spese pazze, tra cui una Mercedes, vasi cinesi, decine di migliaia di dollari in consumi personali e altre amenità. Il problema di corruzione sembra non essere sparito con la  dipartita di Arlacchi, si veda (4), il quale nel frattempo era andato a certificare la correttezza delle elezioni azere, salvo venire smentito dall’OCSE e difendersi dicendo che l’ha fatto “per tutelare interessi italiani”.
    Nel frattempo è lo stesso Kofi Annan a trovarsi invischiato nella melma, con il fratello ambasciatore implicato nello scandalo Oil For Food di cui si dirà dopo (5), e la sua famiglia intiera coinvolta in uno scandalo da poracci che ricorda le case di D’Alema, Carla Fracci e le peggiori affittopoli italiane (6).
  • I programmi per la pace che portano alla guerra: il caso Oil for Food
    Lo scandalo Oil for Food dovrebbe essere noto, ma aiuta ricordarne i tratti salienti. Siamo nel 1995, l’idea è quella di aiutare l’Iraq a uscire dall’emergenza scambiando il petrolio con cibo e farmaci. Pur essendo lo scopo iniziale quello di permettere l’applicazione delle sanzioni senza causare emergenze umanitarie, l’esito finale è l’invasione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti dopo le ripetute provocazioni di Saddam (di cui la cacciata degli ispettori fu il punto culminante); nel frattempo, le forniture di cibo si rivelavano per lo più inadatte al consumo umano, ma si è permesso ai burocrati vicini al regime di accumulare somme considerevoli grazie allo spaventoso giro di corruzione alimentato dal programma. (7) – (8)
  • Le agenzie usate come parcheggio dei privilegiati: i francesi all’UNESCO
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    Sarebbe facile citare la FAO, d’altronde Laura Boldrini non è il politico più popolare d’Italia. Più in generale, è noto tra gli insiders che gli uffici nelle città più ambite (Parigi e New York, ma anche Roma, Ginevra) sono pieni di delegati e impiegati dei paesi poveri che hanno la peculiare caratteristica di essere personalmente parenti o prossimi del gruppo al potere nel proprio Paese. Ma i paesi ricchi non sono da meno, specialmente quando le agenzie sono in casa loro: si prenda ad esempio lo scandalo scoppiato a fine anni ’90 dopo che il Guardian ha rivelato un memo in cui si rivelavano le pressioni per far assumere ex membri dello staff presidenziale di Chirac all’UNESCO. I documenti rivelavano la corruzione interna alla struttura; il 40% delle promozioni violava persino le (lasche) regole interne, con una composizione dell’organico così fortemente simile a una piramide inversa da avere troppi capi e non abbastanza dipendenti (nonostante il mezzo miliardo di dollari di fondi ricevuti ogni anno) per portare avanti la maggioranza dei progetti. Praticamente l’ATAC. (8)
  •  I diritti umani questi sconosciuti: il premio Gheddafi a Erdogan, il premio FAO a Maduro
    Se tra gli obiettivi delle Nazioni Unite, specialmente dopo la caduta dell’Unione Sovietica, vi è stata la promozione dei diritti umani, il risultato non è esaltante. Due episodi potrebbero sollevare un po’ di (tragica) ironia. Il primo è quello del premio Gheddafi, istituito dal regime libico qualche decennio prima di essere rovesciato, mantenuto fino alla guerra civile e assegnato a varie personalità e/o soggetti, principalmente con lo scopo di promuovere l’agenda politica di Gheddafi stesso. L’ultimo premio, appunto poco prima della guerra civile, era da assegnarsi al campione dei diritti civili Recep Tayyip Erdogan. Cosa c’entra l’ONU? Niente, sennonchè le intersezioni tra gli advisory committees del premio Gheddafi e dell’ufficio ONU che si occupa di Human Rights non sono nulle, e le pressioni perchè lo svizzero Jean Ziegler si dimettesse sono iniziate solo a regime caduto (9). Più triste, e ancora più paradossale, è la storia del premio dell’agenzia per l’alimentazione (la FAO), assegnato a Maduro – attualmente presidente della repubblica bolivariana (cioè, socialista) del Venezuela. Il premio è stato assegnato nel 2013. Solo due anni dopo, mentre negli zoo gli animali vengono alimentati a mango, questi sono i venezuelani in fila per ricevere la razione di pasto quotidiano, giacchè il paese si appresta a razionarlo come nella vicina Cuba:631x445xline-venezuela.jpg.pagespeed.ic.Bv1UKopon2nohaycomida
  • Gli interventi non tanto umanitari
    In molti casi, parlando con chi lavora nel settore, si guarda con sospetto l’entusiasmo di chi va a lavorare in paesi “difficili” e magnifica l’esperienza. Chi pensava che ciò fosse dovuto unicamente alle condizioni – invero molto vantaggiose – in cui vengono messi gli aid workers UN, potrebbe doversi ricredere sulle persone con cui ha preso una birra. Due storie recenti dovrebbero lasciar supporre che, se non altro per inefficienza, molto spesso si starebbe meglio senza gli interventi umanitari ONU. Recentissima è l’ammissione da parte degli stessi ufficiali delle Nazioni Unite di essere i responsabili dell’ultima epidemia di colera ad Haiti, che nel frattempo miete migliaia di vittime (11); meno recente, ma forse più grave perchè non accidentale, è la storia degli aid workers dediti allo sfruttamento sessuale dei bambini del Sierra Leone (12).
  • Le democrazie non contano, le dittature si coordinano: Israele nemico pubblico
    Un vero problema delle Nazioni Unite è che sono, per quanto riguarda il rapporto tra Stati, invero molto democratiche. Questo porta i blocchi di nazioni non democratiche a ottenere un rimarchevole grado di coordinamento sui temi di interesse comune, mentre le democrazie si dividono e vanno ognuna per la propria strada. Questo finisce per minarne l’efficacia, come accade per i tribunali di giustizia internazionale – ai quali non a caso gli USA non partecipano mai. Un esempio dello straordinario coordinamento delle dittature è dato dalla capacità dei paesi arabi di raccogliere consenso nelle votazioni contro Israele. Sono centinaia le risoluzioni, condanne, e ammonizioni passate dall’assemblea generale (13). In linea generale, ogni anno Israele riceve più attenzione di tutti gli altri paesi del mondo messi assieme. E no, questa non è una battuta: più dell’Iran, più dell’Arabia Saudita, più della Birmania, più del Venezuela. E Cuba? Beh, su Cuba c’è tempo, intanto bisognava condannarne l’embargo.

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    Risoluzioni di condanna da parte dell’UNHRC

    Si potrebbero citare tanti altri motivi per chiudere le Nazioni Unite, a partire dalla gestione opaca dei benefit e dei contributi dei singoli Stati, ma questo magari si potrà proporre per una puntata successiva.

    Fonti:

(1) : https://en.wikipedia.org/wiki/United_Nations_Protection_Force

(2): https://en.wikipedia.org/wiki/Somalia_Affair

(3): http://www.theatlantic.com/magazine/archive/2001/09/bystanders-to-genocide/304571/

(4): http://www.iowatch.org/archive/recentdevelopments/topcorruptioncorrupted.shtml

(5): http://www.defenddemocracy.org/media-hit/un-secretary-generals-brother-kobina-annan-may-have-played-a-role-in-oil-/

(6): http://www.nysun.com/national/mystery-surfaces-over-apartment-of-kofi-annan/45403/

(7): http://news.bbc.co.uk/2/hi/middle_east/4131602.stm

(7): https://en.wikipedia.org/wiki/Oil-for-Food_Programme

(8): https://www.theguardian.com/world/1999/oct/18/jonhenley1

(9): http://www.unwatch.org/icj-advisory-opinion-relied-on-founder-of-gaddafi-human-rights-prize/

(10) : http://www.bbc.com/mundo/ultimas_noticias/2013/06/130616_ultnot_venezuela_maduro_premio_fao

(11): http://mobile.nytimes.com/2016/08/18/world/americas/united-nations-haiti-cholera.html?hp&action=click&pgtype=Homepage&clickSource=story-heading&module=first-column-region&region=top-news&WT.nav=top-news&_r=1&referer=https%3A%2F%2Ft.co%2FLSWVZyxzkm

(12): http://news.bbc.co.uk/2/hi/africa/1842512.stm

(13): https://en.wikipedia.org/wiki/List_of_the_UN_resolutions_concerning_Israel_and_Palestine

Pannella e Scalfari, affinità e divergenze dal conseguimento della maggiore età

in cultura/politica by

La morte di un politico famoso si sa, è come il dissesto idrogeologico: nessuno in Italia può dirsene immune, e nessuno viene risparmiato dallo straripamento. Sono acque che sgorgano copiose e infestate di coccodrilli, ma niente paura perché sono quasi tutti affettuosi – se non addirittura melensi. Generalmente il tratto comune di questi rettili anfibi è il copione che segue: riconoscimento dei meriti del defunto, aneddoto personale (cose fatte insieme quasi tutte improvvisamente memorabili, tendenzialmente poco interessanti in assoluto, ma di cui è necessario rinfrescare la memoria), giustificazione del perché non si era più d’accordo da tempo, chiusura vagamente commossa ma senza esagerare.

Non fa eccezione Eugenio Scalfari, il decano del giornalismo italiano, fondatore di Repubblica e anche del Partito Radicale – correva l’anno 1955 – che di Pannella offre un ritratto sincero e poco arruffone, più teso a sottolinearne le differenze e marcarne l’alterità, che a condividerne i meriti. Niente di stupefacente – ivi compresa la magica abilità di Scalfari di parlare di sé anche quando scrive della morte di un atro – e niente di memorabile, ma apprezziamo il tentativo di trovare un termine di paragone attuale. Ovviamente è un tentativo vano: Pannella era, e naturalmente rimane, tanto indecifrabile quanto irripetibile, e una storia così (proprio come certa musica) poteva nascere solo negli anni 60 e 70.

Esattamente come era lecito aspettarsi, i meriti di Pannella si fermano ai referendum su divorzio e aborto: Pannella, per una certa sinistra che delle personalità complesse ama appropriarsi della proiezione comoda e aderente, muore qui. Delle battaglie dei 40 anni successivi non se ne parla, e se lo si fa se ne accantona il merito, puntando il dito contro i letimotiv circostanziali di sempre: Capezzone, Cicciolina, Berlusconi, Rutelli (per i più barricaderi). Questo non c’è nell’articolo ma per la sinistra, per quella stessa sinistra di sempre, i radicali sono un popolo strambo, pindarico, incomprensibile. Le battaglie sui princìpi, sugli ideali, lontani dalle “reali esigenze della gente”. La sinistra salottiera di cui Scalfari è incarnazione e Gran Maestro di quelle esigenze e quelle vite ha sempre (stra)parlato, Pannella coi suoi istrionici eccessi di quelle esigenze e quelle vite ci si è insozzato e ne ha fatto benzina politica: “Le nostre storie sono i nostri orti”, dopotutto. E poi il settarismo incomprensibile, probabilmente nel linguaggio e nella mitologia, sicuramente nel rapporto col leader. Non a caso infatti, mentre Scalfari nel 1986 intitolava un proprio libro “La sera andavamo in via Veneto”, facendo riferimento alla sua scuola giornalistica e intellettuale irriducibilmente vitellona;  venticinque anni dopo Pannella intitolava un proprio lungo intervento su Il Foglio “La sera non andavamo in via Veneto”: se l’alterigia è stata un tratto comune tra i due decani, certamente è stata declinata in maniera diversa.

Poi, però, c’è l’essere capopopolo senza partito, di cui si attende il verbo la domenica sull’organo ufficiale: puntuale. C’è l’essere saggio, nella saggezza dell’Anziano che ha attraversato buona parte del ‘900, ha conosciuto i Padri della Patria™, e ha lasciato un segno nella storia di questo paese. Dalla parte degli ultimi, degli emarginati. C’è, concediamoci un po’ di bassezza, un libertinismo sessuale comune eppure così diverso: poligamia, promiscuità e le loro intersezioni. Non a caso, c’è l’essere nati di rara e austera bellezza. C’è l’essere guida morale che detta la linea e l’etica, di una moralità che pur nascendo laica ed atea vola alto, diventa necessariamente metafisica, specie sul finale. Arrivando addirittura a dialogare con il Papa. A scriverci insieme un libro. Come dite? Pannella non ha mai scritto un libro con il Papa? Ah ma qui si parlava di Scalfari, non confondetevi.

Cosa cambia dopo Sanders e Trump

in mondo/politica by

Uno scambio di opinioni tra amici. Spoiler: nessuno è esattamente un fan di Trump o Sanders.

Carlo*: C’è qualcosa di tremendamente familiare nelle primarie presidenziali degli Stati Uniti. E c’è, più in generale, molto di familiare nel modo in cui molti americani, negli ultimi anni, hanno iniziato a guardare alla politica.

Ma la familiarità di cui parlo prescinde dal fatto che Trump ci ricordi, in tutto e per tutto, una storia che, nostro malgrado, viviamo senza soluzione di continuità dal 1994. E, allo stesso modo, prescinde dal fatto che il populismo delle proposte di policy di Sanders sia perfettamente sovrapponibile a quello di larga parte dei nostri partiti politici. Queste, banalmente, sono mere conseguenze. Ciò che rende queste primarie molto familiari è la percezione che molti americani comincino a guardare alle presidenziali, e più in generale, alla politica come ad un aspetto cruciale nel tentativo di migliorare la propria condizione.

La questione chiave è che molti di noi sono legittimamente ignoranti rispetto a questioni politiche e soluzioni di policy. Siamo legittimamente ignoranti nella misura in cui abbiamo un lavoro che non ha nulla a che fare con aspetti di politica economica/monetaria o di filosofia morale/politica; abbiamo famiglie ed amici di cui prenderci cura e con cui spendere il nostro tempo libero, luoghi da esplorare, desideri da soddisfare, ecc. Siamo legittimamente ignoranti nella misura in cui capire di queste questioni richiederebbe il sacrificio di tempo prezioso che preferiamo riservare ad altri aspetti fondamentali delle nostre vite.

In generale, ritengo ci siano due modi di essere ignoranti rispetto alle questioni politiche, e, a ciascuno corrisponde una attitudine diversa, che fino a poco tempo fa ha scandito le differenze tra la nostra politica (ma, ovviamente, non solo!) e quella americana. C’è un’ignoranza ‘scettica’ del potere politico, e un’ignoranza entusiasta. Per dare un’idea di questa grossolana semplificazione, pensate alle manifestazioni o alle occupazioni scolastiche negli anni del liceo nel tentativo di promuovere riforme dell’istruzione o di paralizzarne altre. Nel 99% dei casi nessuno aveva la benché minima idea di quale fosse l’oggetto della manifestazione. Eppure, c’erano i secchioni che approfittavano dei giorni di vacanza per ripassare tutto il ripassabile, e c’erano quelli che stavano in prima linea, con i megafoni, a raccontarci di massimi sistemi, di ineguaglianza piuttosto che di famiglia tradizionale (chi vi scrive, in tutta sincerità, era nel gruppo di quelli che andavano al McDonald per un cheesburger e una coca cola).

Sarebbe sbagliato liquidare la differenza tra secchioni e manifestanti come quella tra volenterosi e pigri. Del resto, organizzare o partecipare ad una manifestazione, gestire un’occupazione, investire tempo in una campagna elettorale, non sono attività prive di costi. Spesso e volentieri sono incredibilmente più onerose di un ripasso di 6 ore, e, soprattutto, infinitamente più stressanti (probabilmente è anche più formativo organizzare una manifestazione piuttosto che ripassare la struttura dell’aoristo forte). Sia il secchione che il manifestante vogliono migliorare la propria condizione. Spesso e volentieri vogliono altre cose, molto simili: un ambiente che garantisca delle opportunità a coloro che lo meritano, che crei le condizioni per la prosperità, che migliori le condizioni dei meno abbienti, che favorisca la mobilità sociale. Ciò che li distingue, spesso e volentieri, è il modo diverso con cui guardano al trade-off tra impegnarsi nella sfera privata e impegnarsi nel tentativo di chiedere alla politica di promuovere le condizioni che ci permettono di migliorare.

Non è una differenza da poco perché implica due diverse attitudini nei confronti della politica: una scettica, l’altra entusiasta. I primi credono che le condizioni per la cooperazione sociale e per il benessere derivino in larga parte dall’impegno che ciascuno mette nel proprio quotidiano, nelle piccole cose caratterizzano le nostre vite, nel prodigarsi personalmente per la propria comunità; i secondi, ritengono che cooperazione e benessere siano ottenibili solo attraverso istituzioni formali come leggi, riforme e diritti. I primi sono scettici nei confronti della politica, i secondi ne sono entusiasti.

Liquidare la differenza tra scettici ed entusiasti come quella tra egoisti ed altruisti è drammaticamente sbagliato. Egoisti ed altruisti si trovano in misura più o meno eguale sia tra i primi che tra i secondi. Ci sono scettici che non spenderebbero un solo minuto del loro tempo nel prodigarsi per la propria comunità e entusiasti che sfruttano la politica per ragioni meramente personali. L’attitudine scettica è ciò che ha contraddistinto gli Stati Uniti per moltissimo tempo, quella entusiasta contraddistingue noi. La prima ha reso gli Stati Uniti un paese tendenzialmente ricco e progressista, la seconda ha reso l’Italia un paese iper-burocratizzato, pieno di rendite di posizione, con classi di reddito cristallizzate e con l’amara e assurda convinzione da parte di molti che domandare sempre più politica sia un gioco a somma positiva.

Questa differenza sembra assottigliarsi sempre più. Molti americani sembrano sempre più guardare alla politica come alla soluzione dei loro problemi. E questo indifferentemente dalla preferenza per Trump o Sanders. E indifferentemente rispetto a quanta ineguaglianza riteniamo debba essere permessa all’interno dell’ordine sociale in cui viviamo.

 

 

Luca: Io sono abbastanza d’accordo con le premesse e l’impostazione generale, ma credo che Trump e Sanders rappresentino aspetti molto differenti della dinamica politica americana. La vedo grossomodo così. Ci sono due dinamiche in corso, molto profonde, e che vengono da molto lontano. Una dinamica è strutturale. Alcuni gruppi sociali, per lo più white middle class, hanno perso sicurezze economiche: ci sono dei perdenti nella grande trasformazione della società americana per effetto della globalizzazione, della terziarizzazione e della disintermediazione. Questi non hanno avuto alcun tipo di compensazione e, cosa ancora peggiore, vedono nell’aumentare dei costi per acquisire le competenze necessarie un ulteriore ostacolo al raggiungimento della stabilità e della serenità.

Per di più, hanno perso sicurezze personali, e questo è un fenomeno che ha radici che nelle cause del white flight, perduranti fino allo spopolamento di città come Detroit o Baltimora. Per alcuni le cause di questi fenomeni è il mercato, la Cina, l’immigrazione e l’inferiorità dei neri: sono argomenti stupidi? Forse, ma in democrazia votano sia gli stupidi che gli intelligenti – e non è detto che le opinioni stupide siano un parto degli appartenenti alla seconda categoria.

La seconda dinamica, invece, è culturale – ed è l’emergenza di quella che Robert Hughes quasi trent’anni fa già chiamava culture of complaint, e che oggi è solita chiamarsi political correctness. È in parte dovuta alla difficoltà di elaborare un linguaggio che permettesse di parlare di tutti i problemi sopra citati senza sfociare immediatamente in un conflitto. Per il resto, però, la cultura del politically correct è il frutto di cose come la scomparsa di commentatori e intellettuali non progressisti dalla scena pubblica (per decenni prima del 1990, negli US si ascoltava con curiosità e rispetto, pur permanendo l’ostilità ideologica, gente eccellente in vari ambiti come Milton Friedman, Henry Kissinger, William Buckley, Saul Bellow) e la contemporanea emergenza di un gruppo relativamente compatto e omogeneo di personaggi popolari anche brillanti e di talento, ma portatori di una visione del mondo decisamente spostata a sinistra. Questa trasformazione è stata ancora più estrema nell’accademia; per farsene un’idea, vedere qui e qui . Il risultato è stato, fino ai casi-limite che abbiamo avuto modo di apprezzare, quello di far emergere un modo molto escludente di vedere il mondo, per lo più basato sulle idee dei bianchi benestanti e progressisti della costa Est. I quali, con un misto di sussiego e di mancanza di ironia, finiscono per catalogare qualsiasi atteggiamento, linguaggio, espressione o visione del mondo esterno a quell’insieme come appartenente a un becerume non degno di stare allo stesso livello di rispettabilità sociale.

Ora, e qui torno al problema di partenza, i fan di Trump e quelli di Sanders appartengono a due categorie differenti perchè SONO gruppi con ruoli diversi in questa storia: dietro Trump c’è parte di quell’America bianca “becera” e sconfitta dagli ultimi tempi, che dalla politica vorrebbe non una rivoluzione, ma una marcia indietro nel tempo. Vogliono ricacciare i messicani, tornare a un mondo senza Cina nel WTO, e in cui i russi sono i cattivi peró in un gioco in cui a dettare l’equilibrio ci sono solo loro e gli americani, buttare il bambino delle conquiste civili per minoranze, donne e gay insieme all’acqua sporca  del perbenismo politically correct che vieta i costumi perchè fanno “appropriazione culturale” , del femminismo cretino del “yes means yes”, e delle scemenze gender studies che stanno conquistando gli atenei con gente che, avendo poco altro da fare, farà una brillante carriera amministrativa. Non è difficile trovare, in giro, testimonianze di episodi in cui i sostenitori di Trump vengono umiliati e derisi – un fenomeno che in Italia è avvenuto coi sostenitori di Berlusconi, con risultati non proprio esaltanti.

Dietro Sanders, invece, è cresciuta parte di quell’america bianca “vincente” che effettivamente vuole quello che dici tu: sono lo zoccolo duro di quell’America progressista che vuole davvero rimodellare il mondo anche col linguaggio – e non a caso sono spesso bianchi benestanti e giovani. Chiedono, nei fatti, una socialdemocrazia europea in cui il governo ha poteri molto maggiori in economia, e i checks and balances possono essere messi da parte anche in circostanze non emergenziali se l’esecutivo decide che la materia è “eccezionale”. In questo Obama ha fatto da spartiacque, aggirando l’ostruzionismo repubblicano nelle camere con un numero spaventoso di ordini esecutivi, e accentrando sulla sua persona un potere decisionale, anche in politica estera, con pochi precedenti. I supporters di Sanders sono quelli di cui parlava Hayek: persone molto qualificate convinte che in una società ordinata secondo i loro princìpi, e non “disordinata” secondo il mercato, ci sarebbe più spazio per il merito – inteso in un senso più burocratico/scolastico che accademico.

Sono entrambi, e su questo ti dò ragione, movimenti sostanzialmente rivoluzionari per una società “conservatrice” come quella americana.  Come tali, sono sia incompatibili tra loro che incapaci di giungere ad alcun compromesso con l’esistente. La vera differenza, nel lungo periodo, la fa la visione. Trump rappresenta una frustrazione e una rabbia con un programma rivolto al passato – se dovesse perdere, ed è molto probabile perchè contro di lui sembra coalizzarsi qualsiasi insieme rimanente di forze, lascerebbe una debole traccia per la rabbia che ha rappresentato, e un GOP in macerie che qualcuno avrà il compito di ricostruire. Sanders, invece, non ha bisogno di vincere a questo giro, e in fondo nemmeno lo vuole: il suo intento è quello di costituire un movimento di opinione stabile che influenzi nei prossimi decenni il partito Democratico. Questo è, ovviamente, molto pericoloso: anche perchè, a forza di far disegnare l’architettura istituzionale da gente come Sanders, se poi le elezioni le vince un Trump ci vuole poco a fregarsi per sempre.

 

 

 

* Carlo Cordasco è PhD candidate in Political Science all’Università di Sheffield. Attualmente si trova a Philadelphia, visiting scholar presso University of Pennsylvania.

VOGLIAMO I COLONNELLI

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Tira una brutta aria, in Europa.

Il terrorismo, che ha come obiettivo in primo luogo una svolta in senso autoritario dei governi occidentali, nonchè una spaccatura delle società in gruppi su base etnico/religiosa, sta vincendo tutte le battaglie che può.

Mi si perdonerà se la prendo un po’ larga. Chi ha pronunciato queste parole?

Sta accadendo, e non è la prima volta, che utilizzando come argomento, o meglio, come pretesto, fatti riguardanti il terrorismo o la criminalità organizzata si dice “l’unico modo per tutelare la sicurezza è quello di diminuire le garanzie e di aumentare le possibilità di controllo che le tecnologie rendono sempre più possibile”.
(…) Questa volta si tratta di una spinta molto interna. Però mi consenta di fare una notazione perché in questi anni si è parlato infinite volte di “morte della privacy”: questa è una vecchia storia, perché già negli anni ’90 l’amministratore delegato di Sun Microsistems Scott McNealy diceva , riferendosi alla potenza della tecnologia: “Voi avete zero privacy, rassegnatevi”. La verità è che il rischio non viene dalla tecnologia, viene dalla politica, dalla pretesa di una politica autoritaria di usare tutte le occasioni per poter aumentare il controllo sui cittadini. Controllo di massa, non controllo mirato. Politica in senso lato. Perché sono i governi, le agenzie governative di sicurezza che in questo modo cercano di impadronirsi della maggior quantità di potere possibile.

E chi queste?

In un momento come questo, in cui i Paesi sono impegnati a fronteggiare una minaccia terroristica così sfuggente, l’attività di intelligence assume un’importanza cruciale. Un servizio di informazioni efficiente e coordinato costituisce la prima e più sensata linea di difesa. Sicuramente migliore e più intelligente dei bombardamenti. (…) Il governo ha pensato di togliersi il problema attribuendo ai militari anche funzioni di intelligence, sia all’interno che all’estero. (….) Ma non solo: la maggioranza pretendeva anche che tali nuove funzioni dei militari restassero esclusivamente nelle mani di Palazzo Chigi, lasciando il Parlamento completamente all’oscuro. Una roba da brividi.

Si tratta, rispettivamente, di Stefano Rodotà e di Beppe Grillo. Non proprio due moderati. Due personaggi che, su queste pagine, ho spesso accusato di demagogia, populismo, ignoranza. Eppure stavolta sono nel giusto. Ció non toglie che, se fossero al potere in un qualsiasi paese europeo oggi, forse farebbero le stesse cose. Perchè in questa direzione, pare, stiamo andando – e nessuno ha la forza, o l’autorevolezza, di elaborare direzioni differenti. Eppure questo sarebbe, seriamente, occuparsi di politica.

Ma dove stiamo andando?

    1. Vogliamo i colonnelli. La limitazione di libertà fondamentali, inclusa la privacy, è ormai abitudine. Lo scandalo NSA in USA ha avuto eco limitata in Europa, dove pure la sorveglianza di massa è fatto acquisito. Eppure non se ne parla, si accetta. Le trasmissioni televisive danno eco alla paura dei cittadini in momenti di crisi, in una spirale di supporto a misure sempre piú restrittive: 10474654_10153639527035991_7796129176182949177_nHollande, in uno slancio di interventismo patetico, dichiaró dopo gli attentati che avrebbe chiuso le frontiere, o imposto controlli. La cosa non si puó decidere dalla sera alla mattina, e infatti sei ore dopo verificavo in prima persona che nessuna macchina veniva fermata all’ingresso in Francia. In compenso, la retorica securitaria pone le premesse per fare passi indietro su uno dei pochi veri successi dell’integrazione europea: il trattato di Schengen.
    2. Zitti tutti! Se la reazione (ipocrita) dopo Charlie Hebdo è stata quella di difendere la libertà di espressione come fattore costitutivo dell’Occidente, poco si è scritto dei fatti dei mesi successivi, sopratutto quando gli stessi autori di Charlie Hebdo hanno infine ceduto alla minaccia degli intolleranti. D’altronde, se è vero che le èlites anglosassoni stanno recentemente avendo un revival fascistello circa la libertà di espressione (si veda qui, o qui), la loro opinione pubblica è ancora saldamente piú ancorata alla libertà di espressione di quanto non lo sia quella dell’Europa continentale. Torna sempre utile un bel bagno di realtà – e a questo servono le splendide infografiche di Pew:

Views of Free Expression Worldwide

Support for Free Speech, Press Freedom and Internet Freedom

Insomma, se il terrorismo è una strategia criminale per ottenere obiettivi politici, per contrastarlo bisogna anche occuparsi di politica. Non è solo sicurezza, non è solo protezione. Contano i princìpi. Forse, dando per scontate molte cose, vivendo in una bolla o portando avanti molte battaglie settarie tanti nei paesi occidentali hanno dimenticato come si fa a mettere princìpi generali di fronte a tutto ciò. Riproviamoci. E partiamo da queste due libertà fondamentali: la privacy e la libertà di espressione. Darle via ottenendo in cambio la sicurezza da Al Baghdadi non è, per nulla, un buon affare.

Sperando davvero non finisca cosí, neanche nei nostri peggiori incubi.

“Marino dimettiti!”, tra miseria e nobiltà

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È in atto, proprio mentre scrivo, un sapido psicodramma, di quelli in cui l’accezione di pietoso assume la sfumatura della misericordia più che dello scherno. È il canto del cigno di Ignazio Marino, che spegne la propria goffa carriera da sindaco (chissà quella da politico, se mai ci sia stata, che fine farà) travolto dall’unica cosa con cui si può travolgere il niente: il niente a sua volta.

Marino è diventato nelle ultime settimane il parafulmine ultimo di qualsiasi problema cinga la Capitale in tempi recenti: da quelli enormi, irrisolvibili, ai più ridicoli. Un tiro al bersaglio che è riuscito a trasformarsi, nel sentimento suscitato, dalla rabbia iniziale ad una lenta, morbida tenerezza, mano a mano che ci si rendeva conto del fatto che il Sindaco è, di fondo, materia inerte. È forse su questo che andrebbe attaccato, nella sua mediocrità non cattiva, compassata, mai sotto né sopra le righe, ma comunque colpevole. È la medietà dell’uomo che nasce piccolo e diventa minuscolo, sovrastato da un mondo che non gli appartiene, in cui inciampa continuamente. È la sua incomunicabilità, la sua incapacità di spendersi mediaticamente, di non risultare inopportuno e ingenuo, di non mostrare il fianco senza saper reagire, di non sapersi guardare dai nemici e soprattuto, come sempre, dagli amici compagni di partito. E dunque mi sta bene, Marino dimettiti, ma non perché i ventimila euro, l’inchiesta, il malaffare, la mala gestione, l’immobilismo. Dimettiti perché non è roba per te.

La politica (quella romana, poi!) non è sport in cui bastano cuore e coerenza, è una disciplina che non perdona chi adopera la leggerezza dell’autoconvincersi di essere dalla parte giusta, solo perché – forse, in effetti – lo si è. È vero che la politica locale è amministrazione,  problemi concreti, è ordinanze e interventi mirati, roba che insomma un chirurgo sentirebbe propria, ma qui siamo a Roma. Qui la linearità non esiste, e si gioca in serie A: ognuno è pronto a farti le scarpe, senza troppi riguardi, alla prima occasione utile. Non basta essere onesti: bisogna essere accorti. Accorti non solo per salvarsi le penne, ma per poter ottenere un qualche risultato diverso da quello di vedersi ricoperti da una colata di cemento. Roma ha bisogno di bravi amministratori che siano bravi politici, e di bravi politici che sappiano amministrare bene la complessità terribile e magnifica della Capitale.

Di Marino, nel suo essersi rivelato –forse– un medio amministratore e un pessimo politico, non possiamo che avere allora un po’ di compassione. Essere sì contenti di un cambio; avere la consapevolezza che è probabile che andrà anche peggio, per com’è popolato l’orizzonte oggi; ma non credere di avere risolto niente, con questo. Marino forse è stato l’uomo sbagliato nel posto sbagliato, è vero: temo però che la soluzione non comparirà aspettando, affacciati alla finestra, che passi l’uomo buono.

Tangentopoli e l’albero genealogico dell’antipolitica

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Non sono d’accordo con Alessandro Capriccioli, per cui i 5stelle sarebbero i figli di Tangentopoli. O meglio, forse sono d’accordo ma con molte precisazioni.

La prima: Tangentopoli come fenomeno politico sociale da cui è scaturito (anche) il lancio delle monetine, va tenuto distinto dai vari filoni di inchiesta di “Mani Pulite”. Quelle inchieste e quei processi, piaccia o non piaccia, anche se svolti con metodi criticabili e spesso eccessivi, erano  inevitabili e dovuti di fronte a un sistema di gestione pubblico quasi interamente caratterizzato da livelli di corruzione elevatissimi e ormai intollerabili in un regime democratico. Se a “Tangentopoli” va data la colpa, Tangentopoli va intesa come fenomeno mediatico-politico che includeva giornalisti perennemente accampati fuori da procure e tribunali (remember Paolo Brosio?) o opinionisti – vedi l’Indipendente di Feltri – o i programmi di Funari, non solo a meccanismi di spettacolarizzazione giudiziaria e politicizzazione delle figure dei magistrati, Di Pietro in primo luogo.

Qualche anno dopo, Montanelli ebbe l’onestà intellettuale di assumersi una parte di colpa e di accusare degli effetti peggiori di Tangentopoli proprio i giornalisti.

 

La seconda, io non credo che il problema dei 5 Stelle si possa ridurre alla loro idea per cui “la politica altro non sarebbe che una parata di onesti in pompa magna tutti protesi a puntare il dito sui mascalzoni” .

Penso che il problema sia più ampio e sia parte di un vizio che non riguarda solo i 5 Stelle; anzi, i 5 Stelle hanno imparato da altri a pensare che in politica esistano soluzioni semplicissime a problemi complicati: il pensiero da bar, per cui “se ci fossi io in Parlamento, questi problemi si risolverebbero in cinque minuti”.

Questo, non  il manettarismo becero, è il contrario esatto della politica, credere che questioni complesse possano risolversi con pochissimo tempo e risorse e che, se non si risolvono, è colpa della “casta” o, dall’altra parte, dei “gufi rosiconi” oggi come di “Berlusconi” o dei “comunisti” fino a poco tempo fa.

Ora, questa tendenza all’ipersemplificazione è presente in tante democrazie pure mature ma è stata portata al culmine del potere, in Italia, proprio da Berlusconi, per poi essere  ripresa anche dai suoi avversari che, seguendolo nel campo dove lui era più forte, si sono suicidati.

Il “ghe pensi mi”,  il Berlusconi che “aggiusta l’Italia, come aggiustava le televisioni” e, dall’altra parte, l’antiberlusconismo à la Di Pietro (e dei molti che ci son cascati) sono i figli di Tangentopoli e hanno ammazzato la politica, insieme a una buona dose di scandali bipartisan, non va dimenticato. Questo ha convinto la Ggente che bastava avere l’uomo giusto al posto giusto – o gli “uomini onesti” al posto giusto – per risolvere in un lampo tutti “i problemi dell’Italia”.

I grillini vengono dopo, sono i nipotini di Tangentopoli, non i figli. In più, da qualche parte di questo bell’albero genealogico, fra i loro antenati c’è anche il giornalismo di cui sopra (con le sue manifestazioni più recenti, tipo “la Casta” di Rizzo e Stella e il loro raffinato seguito da bar). E la tara dell’ipersemplificazione dei problemi e del “basterebbe un attimo a risolvere tutto” non ce l’hanno certo solo i poveri, ormai cloroformizzati, grillini.

Santé

 

 

L’eredità più catastrofica di Tangentopoli

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Com’era prevedibile, l’uscita della serie “1992” ha rilanciato, in modo particolare sui social network che quando si tratta di litigare non si fanno mancare mai niente, il dibattito su Tangentopoli, scatenando orde di giustizialisti da una parte e manipoli più sparuti (ancorché, mi pare, in leggero e progressivo aumento) di garantisti dall’altra.
A me, lo dico subito, lo scontro coi manettari non appassiona in sé e per sé: anche perché se c’è qualcuno (e per esserci, c’è) che si fa scendere una lacrimuccia di nostalgia ricordando antichi lanci di monetine (peraltro effettuati in ottima compagnia), criticare la loro smania di godimento è conclamatamente inutile, per non dire controproducente. Eppoi, diciamocelo, ognuno è libero di eccitarsi come gli pare, dal glory hole all’arresto in tv: il che, occorre ammetterlo, è un bell’affresco sulla multiforme varietà dell’animo umano, che tutto sommato ci consente di guardarci intorno senza doverci annoiare anche dopo aver passato i quaranta.
A interessarmi di più, invece, è un’altra delle innumerevoli conseguenze di Tangentopoli, forse la più sottovalutata ma al tempo stesso la più attuale: l’idea, secondo me proveniente direttamente dai giorni immortalati nella fiction di Sky, che esista la possibilità di fare politica limitandosi a pretendere il rispetto della legge.
Pensateci un attimo: di chi sono figli, se non di Tangentopoli, i movimenti che negli ultimi decenni si sono moltiplicati, culminando drammaticamente (essì, ragazzi, è un’opinione, portate pazienza) nell’orgia urlante e forcaiola dei 5 Stelle, a parere dei quali la politica altro non sarebbe che una parata di onesti in pompa magna tutti protesi a puntare il dito sui mascalzoni? Da dove proviene, se non da là, questa stramba concezione della politica che nega se stessa, occupando le postazioni che alla politica sarebbero destinate ma contestualmente premurandosi di proclamarsi altro? Da dove sbuca fuori l’ossessiva abiura delle ideologie, la fiera negazione di destra e sinistra e la conseguente introduzione di incomprensibili indicazioni spaziali alternative quali “oltre”, “al di là”, “più in alto”, “di lato”?
Questa, a me pare, è stata la conseguenza più catastrofica di Tangentopoli: aver ficcato nella testa delle persone l’alzata d’ingegno, sorprendentemente perdurante negli anni ed anzi rafforzatasi col passare delle generazioni, che siccome la parola “politica” è diventata una sorta di insulto, allora occorre iniziare a fare politica senza fare politica, ripudiando tutto ciò che della politica sarebbe prerogativa (la visione del mondo, il cambiamento dell’esistente, la contrapposizione delle idee e, sentite che dico, finanche delle ideologie) e attestandosi su competenze a metà tra quelle del giornalismo scandalistico di terz’ordine e quelle delle forze di polizia.
E’ una iattura, sapete? Perché senza politica, vi do questa notizia, non si va da nessuna parte.
E disconoscere la politica per il solo fatto che alcuni (molti) politici siano, o siano stati, disonesti, è il modo migliore per non arrivare mai a sostituirli, quei politici: perché per farlo occorre progettare una realtà diversa, cioè rivendicare il proprio ruolo politico in modo ancora più forte anziché negarlo in nome dell’onestà; non basta semplicemente gridare che c’è qualcuno che deve andare al gabbio.
Questo, mi interessa davvero.
Di chi si eccita appena sente il suono delle manette, francamente, chissenefrega.

Dynasty

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Paese che vai, pudore politico che trovi. Esattamente come per i costumi, difatti, ogni latitudine vanta le maschere e i pulcinella che merita. E strano sarebbe, se non fosse così. A cavallo dei tempora e surfando sui mores, il discorso regredisce alla sintesi sulla moralità e i codici etici. Roba brutta brutta.

Esempi facili si possono estrarre da paralleli di ogni tipo. E tra questi uno molto efficace insiste sulle differenze tra i costumi politici italiani e quelli statunitensi. Ci sono infatti comportamenti che purtroppo distinguono la vita pubblica del nostro Paese e che gli americani non riuscirebbero mai a comprendere. Infatti non lo fanno e ci sfottono.
E’ chiaro, il fenomeno non riguarda solo gli americani, ma anche altri: un simbolo utile a rappresentare il fenomeno lo si trova in “Aprile” il film di Moretti nel quale il regista si fa intervistare da un giornalista francese. Stimolato sul conflitto di interessi Moretti ammette il fatto, e il giornalista commenta: “Ma è molto singolare, molto pittoresco”.
L’esempio magari è un po’ forzato, perché il conflitto di interessi di Berlusconi non era pittoresco solo per i francesi, ma anche per molti italiani: ma il pudore politico evidentemente conosce ranghi che prescindono le latitudini geografiche.

Tornando però ai nostri amici americani, anche loro vivono come normali atteggiamenti che noi italioti probabilmente non accetteremmo. Le dinastie politiche, per esempio, sono una cosa che in una certa forma ci sono per il momento ancora sconosciute.
Negli States non è motivo di scandalo (al punto di inficiare il consenso) il fatto che un presidente nomini ministro un fratello di nome Bob, né che questo poi si ricandidi – morto il primo – alla presidenza. Ma lasciamo stare i Kennedy, perché è evidente che gli omicidi hanno giocato il loro ruolo sul fenomeno.
Ma con i Clinton come la mettiamo? In Italia che avremmo detto della moglie di un presidente che prova a succedergli nel medesimo ruolo?
E della famiglia Bush, che pare – dopo George e George W. – ci voglia addirittura provare per la terza volta, che vogliamo dire?

L’affare si presta a considerazioni di vario genere, anche costituzionale, perché è chiaro che le famiglie cercano di perpetuarsi nel potere per aggirare il limite del secondo mandato. E’ questo – similitudine tra le differenze – è invece molto italiano. Se però si trascura questo aspetto, la domanda è spontanea e irrinunciabile: ma è possibile che la selezione dei leader del mondo libero, nel corso degli ultimi decenni, sia stata caratterizzata così decisamente da due sole famiglie? La politica americana è davvero così povera?

D’accordo, anche da noi si è parlato di qualcosa del genere, ventilando l’ipotesi della candidatura di Marina Berlusconi. E infatti abbiamo reagito male, ma non tutti. Questo infatti non contraddice il difetto: semmai conferma che se c’è qualcosa di cattivo da imparare, in Italia siamo sempre pronti. God bless us.

Cara Valentina

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Questo, si sa, è un paese maschilista: e uno dei mille possibili portati della cultura maschilista consiste nel ritenere che una donna, solo perché fa l’attrice porno, non possa avere un cervello pensante che le consente di essere curiosa, di studiare, di esprimere la propria opinione e magari di farlo anche in modo efficace.
Sta di fatto, occorre precisarlo, che sin qui di pornostar col pallino di commentare pubblicamente la politica e la società in cui viviamo mica ne abbiamo viste tante: ragion per cui, probabilmente, oltre ad essere maschilisti non siamo neppure troppo preparati ad accogliere nel modo più adeguato un’eventualità del genere.
Ebbene, oggi un’attrice porno che interviene a più riprese nel dibattito pubblico c’è, e credo la conosciate tutti: si chiama Valentina Nappi. E io, lo dico onestamente, superato un primissimo momento di stupore (sono pur sempre un maschio italiano) mi sono reso immediatamente disponibile ad ascoltare quello che aveva da dire: talora essendo d’accordo con lei, talaltra (debbo dire, un tantino più spesso) avendo l’impressione che sparasse delle minchiate, cosa che del resto capita non di rado anche a chi svolge professioni assai diverse dalla sua.
Senonché, il punto è un altro.
Ultimamente ho come la sensazione che alla Nappi si tenda a dar retta non tanto, o non soltanto, in ragione di quello che dice, ma soprattutto perché lo dice facendo la pornostar: come se quell’iniziale, immotivata diffidenza riconducibile al suo lavoro si fosse trasformata in una speculare e altrettanto immotivata attenzione dovuta alla medesima ragione.
Il che, a ben guardare, altro non è che lo stesso, identico riflesso maschilista di prima, stavolta declinato esattamente all’opposto.
Ebbene, io sono convinto che Valentina, che scema non mi pare, non soltanto costituisca la rotella più importante di questo curioso meccanismo, ma che ne sia la principale ideatrice e artefice: e che se la sia costruita e se la goda, la possibilità di sfruttare questo “bug” culturale, ergendosi a maître à penser e interloquendo sull’intero scibile umano con chi le pare, spesso ai massimi livelli.
Il che, ci mancherebbe, non è affatto uno scandalo. Voglio dire: ciascuno sfrutta quello che ha, e non vedo perché l’amica Valentina dovrebbe far eccezione.
Io, però, continuo ad essere perplesso. E mi sorprendo sempre più spesso a guardare con un misto di tenerezza e fastidio quelli (e ce ne sono tanti) che l’ascoltano a bocca aperta e che le danno spazio su giornali, riviste e rotocalchi come se si trattasse di un oracolo, a prescindere dal fatto che dica cose condivisibili o che spari minchiate. E ne spara, di minchiate.
Il tutto solo perché fa la pornostar.
Via, ragazzi, diciamoci la verità: a fare i “moderni” in questo modo sono buoni tutti.

Perché non voto Grillo

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In questi giorni ho potuto constatare che ci sono almeno una dozzina di motivi diversi per cui le persone voteranno Grillo alle europee: non soltanto gli attivisti della prima, della seconda e della terza ora, i consueti appassionati del qualunquismo e i sempre più numerosi delusi dai partiti: parlo di gente che la politica l’ha masticata, e in certi casi la mastica ancora; spesso e volentieri in posti molto lontani dal Movimento, per cultura, principi e pratiche.
Dicono: costringeranno questi politici imbelli e immobili a darsi una mossa. Tra i tanti, ne eleggeranno sicuramente qualcuno in gamba. Susciteranno perlomeno un dibattito nel paese. Sfasceranno tutto, eppoi si vedrà come ricostruire.
Ebbene, io alcune di queste motivazioni le capisco. A volte, perfino, le condivido nell’analisi.
Però, perdonatemi, non mi bastano.
Non ce la faccio, non ce la faccio proprio a sparare nel mucchio, a far saltare tutto e poi starmene a guardare quello che succede dopo la catastrofe: perché dei poi vediamo, dei ci si penserà dopo, dei tanto peggio tanto meglio non mi fido per niente; perché quello che abbiamo, anche se spesso è corrotto e marcio e certe volte perfino putrefatto, non è per niente poco (ma proprio per niente), e prima di cambiarlo con qualcosa di diverso vorrei capire con un certo dettaglio di che si tratta, come verrà declinato e con quali strumenti lo vogliono implementare.
Io vi capisco, cosa credete? Riparare le cose che non funzionano costa fatica, tempo e dedizione: con un tasso di insuccesso altissimo, molto vicino al cento per cento. Mentre sfasciare tutto e poi vediamo è una tentazione che più di una volta è venuta anche a me: è facile, non impegna e apre la strada a un luminoso futuro che assume i contorni del mitologico, per quanto è indefinito.
Però sapete che c’è? E’ proprio questo futuro indefinito, che mi spaventa; molto più della merda in cui stiamo per annegare. Perché ci sono stati tempi in cui quel futuro è diventato una carogna, quando si è cominciato a intravedere che roba fosse attraverso la polvere delle allegre macerie: e il più delle volte era già troppo tardi per tornare indietro.
Io penso che abbiate ragione, quando lo dite: vincerete voi.
Ma abbiate la bontà di non contare su di me.

L’eterno ritorno

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Il Presidente scese dall’automobile, avvertendo una fitta di dolore sordo in mezzo alla schiena. Accennò un mezzo saluto al giovanotto in divisa che gli teneva aperto il portone, lo imboccò, coprì velocemente la distanza che lo separava dall’ascensore e ci si infilò dentro.
Si guardò allo specchio e fu preso alla sprovvista: un vecchio pallido, cadente, stremato. Come se tutti i sorrisi dispensati durante la trasmissione di quella sera gli fossero cascati addosso in un colpo solo, uno sopra all’altro, schiacciandolo con un peso insostenibile.
Entrò in camera, si tolse la giacca, la gettò a terra. Si sedette sprofondando sul letto, mentre il corpo gli doleva ormai dappertutto. Respirò a fondo, come cercando di riprendere fiato dopo un’immersione.
Ottant’anni non erano uno scherzo, per niente.
Ma bisognava resisterne altri quattro o cinque, come minimo. Almeno un’altra campagna elettorale, oltre a quella che era appena iniziata. Più le tornate amministrative in giro per l’Italia. Salvo crisi di governo impreviste.
Poi, forse, sarebbe finita.
Si portò alla bocca il bicchiere d’acqua leggermente gasata che Agata, silenziosa come sempre, gli aveva appoggiato sul comodino. Ci si bagnò appena le labbra, quel poco che bastava per sciogliere la sensazione di avere la bocca impastata, di biascicare leggermente le parole.
Prese il telefono accanto al letto, lo alzò, compose tre numeri.
“Sì”.
“Mario, sono io. Portami l’apparecchio, per favore”.
“E’ sicuro, Presidente? E’ un po’ tardi, non vorrei che…”
“Ho detto portamelo, non discutere”.
“Come vuole”.
Passarono due minuti. Poi bussarono alla porta. Mario, un omone grande e grosso sulla cinquantina con una folta barba brizzolata gli porse un oggetto quadrangolare che pareva un cellulare dei primi anni ’90. Mario emanava un disgustoso odore di pino silvestre. Uno non cambia mai, pensò il Presidente, per quanti soldi gli si possano mettere in tasca. Cafone era, cafone sarebbe rimasto. Ma era l’unico di cui si fidasse, ormai.
Il Presidente storse il naso, prese in mano il telefono, gli parlò sottovoce senza neppure girarsi.
“Vai pure”.
Sentì la porta della stanza che si chiudeva, sospirò.
Un vecchio, ecco cos’era diventato. Un vecchio disfatto, che ormai cadeva a pezzi.
Premette l’unico bottone dell’apparecchio. Un impulso invisibile iniziò ad attraversare gli ottocentonovantaquattro chilometri di cavo pazientemente e segretamente posati un metro dopo l’altro, tra il 1993 e il 1994, fino a quella residenza svizzera. Linea dedicata, non intercettabile.
Il piccolo led verde lampeggiò. A quel punto si trattava aspettare altri cinque minuti, fino all’accensione di quello rosso.
L’idea era stata sua, naturalmente. Come tutte le idee migliori. Perché era uno che guardava avanti, lui. Molto avanti. Gli tornarono alla mente i sorrisi ironici di allora, lo scetticismo il giorno dell’intervento, le accuse di follia da parte di quelli che gli erano più vicino.
Ma lui sapeva che giorni come quello che stava vivendo sarebbero arrivati, che sarebbe arrivata quella stanchezza, la sensazione delle cose che sfuggono di mano e non hai più la forza di tenerle.
E sapeva che quell’idea, la sua follia, sarebbe stata l’unica risposta possibile.
Una sala operatoria. Un ricovero, ma solo per precauzione. D’altronde non si trattava che di un piccolo prelievo di cellule. Poi una provetta. Poi anni di pazienza. Di lavoro. Di attesa.
Ripeté la parola sottovoce. Una parola impronunciabile per tutti gli altri, allora. Ma non per lui. Non per il Presidente, che non aveva mai avuto paura né delle parole né delle loro conseguenze.
Clonazione. Non era mica difficile da dire. Ammesso che uno non avesse la bocca impastata, naturalmente. Che non biascicasse, com’era successo a lui quella sera in televisione.
Ripensò alla domanda clou della trasmissione. Una domanda concordata, come tutte le altre. Del resto era così che funzionava. Per tutti, non solo per lui.
“E’ vero quello che si dice, che sarà sua figlia a prendere il suo posto in politica?”
Ripensò alla sua risposta, che lasciava intravedere qualcosa di impalpabile. Dire e non dire. Lasciare il dubbio, il fiato sospeso.
Sorrise. Quel giornalista non poteva immaginare. Come tutti gli altri, del resto.
Per un attimo, ma solo per un attimo, gli era balenata in testa l’idea di rispondere sinceramente.
Come dice? Mia figlia? No, non mia figlia. Altro che mia figlia.
Io.
La vedo perplesso, caro conduttore. Le sfugge qualcosa?
Io, ho detto. O meglio, un altro me. Che poi significa me, ha presente?
Del resto, chi meglio di me?
Gli scappò di bocca una risata rauca, stanca.
Ventun anni l’altroieri.
E nessuna festa di compleanno, nel posto blindato in cui lo stavano preparando al suo destino: prendersi il paese, tenerselo, combattere per sessant’anni ancora.
Ventun anni l’altroieri.
E l’altroieri, come da accordo siglato davanti a un notaio lussemburghese, un nuovo prelievo, una nuova provetta, un’altra residenza segreta nella quale far crescere premurosamente un altro lui. Un lui di lui. Il terzo. E poi il quarto, il quinto e poi all’infinito, nei secoli dei secoli amen.
Ventun anni l’altroieri.
Ne mancavano altri quattro o cinque anni e avrebbe potuto anche morire.
A quel punto lui, l’altro lui, sarebbe stato pronto.
Resistere, bisognava. Con ogni mezzo possibile. Tra poco si sarebbe potuto riposare.
La spia rossa si accese.
Dal microfono vennero fuori due parole.
“Sono io”.
Era la sua voce, sessant’anni fa.

Gli altri

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Succede che i grillini, di questi tempi, si stanno accorgendo che la tanto vituperata “libertà di coscienza” dei parlamentari non è sempre una truffa ai danni degli elettori; che non tutte le assunzioni di persone conosciute possono essere allegramente qualificate come “parentopoli“; che a volte rifiutarsi di lavare i panni sporchi dentro una casa di vetro può rispondere a ragioni diverse dall’opacità, dall’inciucio, dal complotto.
Qualcuno direbbe: si stanno accorgendo di essere “come gli altri”.
Io invece credo, o forse spero, che si stiano rendendo conto di una cosa molto più interessante: vale a dire del fatto che essere come “gli altri” non significa automaticamente essere dei corrotti, dei truffatori, dei banditi; che a volte “gli altri” hanno delle ragioni comprensibili, per comportarsi come si comportano; che la politica, così come la vita, consiste in un insieme di sfumature difficilmente riconducibili a un paio di maxicategorie prefabbricate; che tenere conto di quelle sfumature, guardarle, sperimentarle e infine comprenderle è indispensabile per interpretare la complessità del reale, della quale la politica deve necessariamente occuparsi.
Spero si stiano rendendo conto, insomma, che il punto vero non è essere o non essere come “gli altri”: ma che “gli altri”, così come loro li hanno rappresentati fino ad oggi, non esistono.
Lo spero per loro, naturalmente: perché credo che la sfida su cui si giocheranno il futuro, al di là dei redde rationem a giorni alterni, sia proprio questa.

Diventare leghisti a propria insaputa

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Ieri è passato l’emendamento di due portavoce senatori del Movimento 5 Stelle sull’abolizione del reato di clandestinità. (…) Non siamo d’accordo sia nel metodo che nel merito. (…) Nel merito questo emendamento è un invito agli emigranti dell’Africa e del Medio Oriente a imbarcarsi per l’Italia. Il messaggio che riceveranno sarà da loro interpretato nel modo più semplice “La clandestinità non è più un reato“. Lampedusa è al collasso e l’Italia non sta tanto bene. Quanti clandestini siamo in grado di accogliere se un italiano su otto non ha i soldi per mangiare?
Beppe Grillo, Gianroberto Casaleggio.

Lasciando da parte per qualche riga il “metodo” e concentrandoci sul “merito”, mi pare che il post di ieri sul blog del comico genovese sia uno spartiacque decisivo, perché sancisce un concetto fondamentale: sull’immigrazione Grillo e Casaleggio si collocano esattamente sulla stessa linea dei leghisti.
Il che, manco a farlo apposta, ci riporta daccapo alla spinosa questione del “metodo”: i parlamentari che hanno presentato l’emendamento sarebbero disponibili, qualora la cosiddetta “piattaforma” dovesse attestarsi sulle posizioni di Grillo e Casaleggio, a fare retromarcia? Accetterebbero di buon grado l’idea di trasformarsi improvvisamente da detrattori del reato di clandestinità in leghisti fatti e finiti per adeguarsi alla volontà della “maggioranza”?
In altri termini: quei parlamentari sono davvero disposti a fare semplicemente da “portavoce”, oppure si ritengono portatori di idee, valori e punti di vista propri? E in quest’ultima ipotesi, trovandosi in disaccordo con la “base”, dovrebbero dimettersi? E se si dimettessero, quelli che dovessero subentrare sarebbero, a loro volta, dei semplici “portavoce”? E che succederebbe se anche loro, in una circostanza diversa non specificata nel “programma” (ce ne saranno mille), si trovassero in contrasto con l’orientamento della “piattaforma”? Dovrebbero dimettersi pure loro?
Insomma, in cosa consiste esattamente questo “metodo”? Nella scelta obbligata tra l’adeguamento passivo alle indicazioni provenienti dalla “base” e una serie interminabile di dimissioni, subentri, dimissioni, subentri e ancora dimissioni, e così via all’infinito? Vi pare che possa funzionare, un “metodo” del genere? Vi pare che si possa andare a votare un movimento politico che domani, o dopodomani, potrebbe collocarsi su posizioni del tutto imprevedibili in ragione dell’imponderabile decisione di una “piattaforma” che si pronuncia in modo estemporaneo su un tema qualsiasi che non era “contenuto nel programma”?
Vi stuzzica davvero l’idea di diventare leghisti, o fascisti, o comunisti, o liberali, o socialdemocratici, o marxisti da un giorno all’altro, a vostra insaputa, perché all’improvviso la “base” ha deciso di pronunciarsi così?
Contenti voi…

Jovanotti, il guru di cui non c’era bisogno…

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L’intervista che Jovanotti ha dato a Gramellini per “la Stampa”, sabato scorso, è già scomparsa dai radar, del resto meritatamente.

Il problema però, è che non è scomparsa per motivi “naturali”, e cioè “chissenefrega di quello che pensa Jovanotti”. Sabato scorso era stata accolta con entusiasmo da tutto un sacco di gente che si apprestava – nei giorni a seguire – a menarcela violentemente sui contenuti dell’intervista, che se guardiamo le prime reazioni, avrebbero dovuto non si sa come ispirare i contenuti della politica della sinistra nei prossimi anni, se non secoli.

Già in molti si preparavano a spiegarci come la sinistra debba scrollarsi di dosso la puzza sotto al naso e comprendere come il pensiero di Jovanotti è un pensiero vincente ma anche un pensiero a contatto con “LllaGggenteComune”, prova ne sia il fatto che il pubblico va pazzo di lui! Tutti lo adorano! È un vero fenomeno popolare.

L’intervista, infatti, è uscita un paio di giorni prima della trasmissione di pezzi della tournée dei concerti estivi di Jovanotti. Alla luce del preventivato, incontenibile successo di share della trasmissione, pertanto, i nostri si preparavano ad assillarci, rimproverando alla sinistra tutta il suo inevitabile distacco dal popolo e di ignorare un tale Maestro del rapporto col popolo stesso, cioè Jovanotti.

L’intervista è scomparsa dai radar e nessuno ne parla più per il semplice motivo che la trasmissione ha fatto un flop formato gigante: il 13% di share contro un preventivato 26%. Per intenderci: strabattuta dalla fiction della Ferilli su Canale 5, non dalla finale dei mondiali.

Non per questo abbiamo deciso di interrompere il nostro raffinato lavoro di esegesi dell’intervista del nostro Lorenzone nazionale, che ora trovate qui sotto. È stato eseguito a due mani dall’autore abituale di questo blog e da una sua cara amica nonché musa ispiratrice della cattiveria artistica, che chiameremo la Piccola Vendetta Lombarda.

Ci siamo divisi i pezzi di intervista e ne è venuto fuori un commento abbastanza lungo perché la carne al fuoco – nonostante l’inconsistenza dell’intervista – era tanta: crediamo però che nonostante la lunghezza sia del tutto digeribile.

Partiamo da una considerazione: l’attuale problema della sinistra, e della destra, e di chi legge il giornale in genere, è scambiare un cantastorie per un maître à penser. Jovanotti è solo un “Mast e’ Fest”, espressione che i campani capiscono appieno, ma gli altri forse no. Espressione il cui significato però, come spesso l’intraducibile lessico partenopeo, si lascia intuire.

Non è nemmeno un Mast’ e’ fest dei migliori, ma si, sa fare festa, sa far ballare, sa far divertire. In piccole cose, abbastanza insignificanti se la prospettiva è l’evoluzione della vita sulla terra, è molto bravo. In piccole cose che a volte hanno molto senso, anche, come i viaggi in macchina in cui si canta e si balla sulle tracce di un suo cd. Ma basta.

Come analista politico, si può affermare abbastanza nettamente che è del tutto improbabile. Ma siamo ingenerosi, lui non è un analista politico, anche se si corre il rischio che ci si senta, se si continua a trattarlo come tale.

Il problema della sinistra, che ha bisogno di guru, invece che di leader, di superficialità invece che di autorevolezza, di plastica invece che di vita vera, che parte dagli scritti corsari di Pasolini per arrivare all’ombelico del mondo di Jovanotti, resta sempre lo stesso: ha dimenticato la sua vocazione popolare, ma vuole essere pop.

Chi è il tuo pubblico, Lorenzo? 

«Ho iniziato venticinque anni fa con i bambini. Uscivano da Cristina D’Avena e incontravano me. Ma alla fine il tuo pubblico sei sempre tu».

Eccole già bell’e pronte, le tracce dell’intera intervista: lo spettro dell’infantilismo, che non lo ha mai veramente abbandonato, dopo essere stato una specie di sequel di BimBumBamper quelli della nostra età, e quello, sanguinario, dell’autoreferenzialità.

Che però, vivaddio, vedremo colorarsi di vivaci toni mitomani.

E tu che pubblico sei?  

«Un pazzo. A me piacciono cose che non stanno insieme nella stessa compilation, Elton John e De André, il pop e Miles Davis. Ricordi quel film dove Nanni Moretti diceva ironicamente: “Ve lo meritate Alberto Sordi”? Il guaio è che a me piacciono sia Moretti sia Sordi».  

Iniziamo proprio da questa perla di cerchiobottismo, cui ne seguiranno molte altre. “A me piacciono sia Moretti che Sordi” è quasi da antologia. È una citazione dotta da Veltroni-Crozza che diceva: “Siamo per la cultura, ma anche per l’ignoranza, crassa, perché va rispettato anche Bombolo”.

Perché oggi come oggi, non si può dire che Sordi non ti piace, specie se per contratto sei obbligato a dire che ti piace Moretti, altrimenti – apriti cielo! – sei un radical-chic! Anche se campi con contratti precari, eh? Anche se guadagni 600 euro al mese, se non ti piacciono Sordi, i Vanzina, Moccia, sei un radical-chic. E noi dobbiamo vendere dischi, mica possiamo passare per radical-chic!

Ti piace proprio tutto.  

«Tutto quello che luccica, che ha una vibrazione. Non ho sovrastrutture ideologiche. Avevo un babbo anticomunista e una zia del Pci. Sotto casa c’erano un ritrovo di fasci e uno di comunisti. A me piacevano le moto dei comunisti e le scarpe dei fascisti. Nella mia testa di bambino non esistevano pregiudizi. Ecco, se guardo queste facce, il mio pubblico è un po’ così». 

E andiamo col cerchiobottismo! Nella testa del Jovanotti-bambino, moto dei comunisti e scarpe dei fasci pari sono. Poi però il Nostro è cresciuto e forse un po’ di distinzioni tra gli uni e gli altri avrebbe senso farle. Ne avrebbe certo l’occasione ma se ne guarda bene: il suo pubblico, si sa, è un po’ cosi…

I cinici dicono che la tua è una donna angelicata.

 

«La canzone realistica mi mette in imbarazzo. La tua donna avrà anche dei difetti, ma se le scrivi una canzone, non glieli metti. È la lezione del Dolce Stil Novo».

Tu hai mai detto a tua moglie quelle frasi meravigliose? 

«Certe cose alla tua donna non le dici. Gliele canti. Era già così nel Cantico dei Cantici».

Il Dolce Stil Novo, si, mi pareva in effetti! E il Cantico dei Cantici, naturalmente. Perché è questo il bello, il suo vero istinto da Elemento Superiore, stipare nella stessa intervista tutta la cultura occidentale, insieme a qualche morso di quella orientale, e antartica, e meridiana, e anche iperuranica: dal Deuteronomio al Darwinismo, dai mistici Cristiani a Gurdjieff, scarpe e motocicletta, ma senza la grazia dello Zen!

Il Papa, Renzi, Berlusconi, le piante parassite, il big bang. Nella sublime denigrazione del personaggio, strenuamente perseguita da malvestite.net, la sua Poetica (a livello di Cavalcanti, per dire) è definita “da Lista Della Spesa”, giustapposizione bislacca di oggetti, cose, sensazioni, la cui unica relazione reciproca è non avere uno straccio di relazione reciproca. Per esempio: bella come una mattina, la foto sul passaporto di un bambino, un tondo, il mondo, l’acqua cristallina, le tasche piene di sassi, altro che Lady Gaga, altro che oceani.

Non è superfluo ricordare che, alla fine,  per Jovanotti, la più alta proiezione politica di tanta ideologia è l’idea di “un Baricco” ministro della cultura.

Ma secondo me nelle canzoni funziona, è un po’ furbetta come tecnica per essere scambiata per Creazione Artistica, ma funziona, è evocativa. Le persone hanno bisogno di liste della spesa, anche nel supermercato dell’emotività, facilitano le cose, non ti fanno dimenticare quello che ti serve, ti guidano nelle corsie dallo scaffale delle dolcezze, ai rigori del banco frigo.

Vendersi come guru della modernità però,  con un bagaglio culturale fatto solo di liste della spesa, la trovo un po’ audace come cosa. E in ogni caso allora conosco dei pensionati in atrofia corticale che le compongono meglio, quelle liste.

 Come inizia un concerto?  

«Sono in piedi nel retropalco, dietro un velo nero. In cuffia contano da 1 a 4. Al 2 mi muovo in avanti, al 4 sono sul palco e non ho tempo di emozionarmi: ho delle cose da fare, come un pilota d’aereo. Altrimenti la sensazione di quella folla è talmente bella che andrei fuori controllo: mi spoglierei nudo, tirerei dei petardi. Poi osservo il panorama. Cerco di guardare le facce. E quando saluto l’ultima fila, guardo veramente l’ultima fila». 

Si prosegue con questa immagine di misericordia: l’infinita pietas di Lorenzo si spinge addirittura a fargli guardare gli sfigati in ultima fila! Insomma, il Mahatma Gandhi je fa ‘na pippa!

 

Ce la possiamo davvero fare?  

 

«Sise diventiamo meno conservatori, se evidenziamo le cose belle che ci succedono, se ci reinventiamo. Il mio spettacolo racconta la storia di un ragazzo che nasce nell’Italia semplice delle famiglie di sei persone con un solo stipendio. Uno che ha un desiderio forte, che cade e si rialza  che è la sua storia, una storia vera. Per farcela non devi per forza diventare un cantante famoso. Ma devi crederci, senza farti condizionare.

 

Ora, si, siamo tutti ammericani, siamo tutti Veltroni, yes we can. E’ un bel tema questo. Esiste il sogno americano? Davvero “basta crederci” nella vita? Ha senso trasportarlo in questa provincia decaduta?

 

Come sempre il punto oscuro è l’integralismo del Jovanotto. Perchè è innegabile che il fatalismo sia tossico, il pessimismo la costellazione di cieli neri senza uscita, che le storie individuali sono cronache di cadute e ferite e anche sorrisi di passi buoni, in cicli imprevedibili in cui a volte c’è il lieto fine ma a volte anche no. Che “la vita è fight”, come ripete caparbia mia zia, emigrata a New York sessanta anni fa, senza soldi, senza una buona istruzione, senza abbastanza pezzi di biancheria intima.

 

Lorenzo però ne fa una questione personale, individuale, come nella storiella liberale del sogno americano (criticando ovviamente l’individualismo, perché è bello tutto, ma a patto che ci sia anche il contrario di tutto). L’antagonismo politico, quello sociale, quello economico, organizzato o spontaneo, ma consapevole e collettivo e generale e solidale, non c’è. Non c’è la prospettiva, non c’è la comprensione. Non c’è il “radicalismo”, che dovrebbe essere corredo genetico della Sinistra, almeno nel senso di “raggiungere la radice delle cose, e così, la loro comprensione”, radicalismo come esatto contrario dell’estremismo, e suo superamento. Capire, l’unico vero faticoso imperativo. Capire perché, nella vita non sempre basta crederci. Perché certi cadono di più, e per certi rialzarsi è meno facile, o perché certi non vogliono nemmeno.  Come per esempio sarebbe meglio cercare di “capire” la complessità dell’Africa postcoloniale e insanguinata invece di leggere le raffinate banalità di Veltroni sull’Africa.

Il più grande spettacolo dopo il big bang è sempre Renzi?  

«Porco cane, se avessimo avuto la forza di mettere un uomo di 38 anni, avrebbe potuto trasformare lo scenario. Il nodo della storia italiana recente sono state le Primarie del Pd. Scegliendo Bersani gli elettori hanno difeso un investimento emotivo fatto nella prima parte della loro vita. Fai fatica a rinunciarci, a pensare che devi parlare con il nuovo che non capisci».  

“Se avessimo avuto la forza di mettere Renzi”: ma l’occasione c’è stata, alle Primarie, e Renzi ha perso. Gli elettori avranno forse difeso un investimento emotivo ma lui non li ha convinti. E non è che non godesse di buona stampa. Un minimo di riflessione sul perché Renzi abbia pesantemente perso le primarie è proprio fuori discussione? No, perché dare per scontato che candidando Renzi il PD sia destinato a raddoppiare i propri voti, attirando i voti della destra e trattenendo quelli del suo bacino storico potrebbe rivelarsi un azzardo, per quanto il Corriere e il Foglio – che ci azzeccano sempre con le analisi politiche, eh?, basti pensare all’endorsement di Mieli a Prodi o alla lista “No aborto” di Ferrara – diano per scontato il contrario.

Renzi è andato ad «Amici».  

«E ha fatto bene. Però ha fatto un discorso debole. Doveva trasmettere ai ragazzi una visione di cambiamento. Lui ce l’ha». 

Gli elettori del Pd l’hanno bocciata.  

«Ne hanno avuto paura. Paura di una sinistra a vocazione maggioritaria che sappia mettersi in casa anche gente che non è della sua tribù. Gente che porta scarpe che non ti piacciono, che ascolta musica che tu non hai ascoltato mai».  

Un militante ti potrebbe dire: perché devo mettermi in casa un fan di «Amici»?  (Commento alla domanda: anche un non militante, eh?)

«Perché lui cambierà un po’ te, ma tu cambierai un po’ lui».  

Questa è la summa del pensiero politico Jovanottian-veltronian-renziano: se vai ad Amici col giubbotto di pelle sei simpatico e la gente poi ti vota. Inutile mettersi a disprezzare gente che porta scarpe diverse dalle tue o ascolta musica diversa. Inoltre, pensate, se ci mettiamo in casa un fan di Amici potremo cambiarlo.

Ora, ci pare di ricordare che – seguendo questa aurea scuola di pensiero – nel 1999 D’Alema sia andato a fare il risotto da Vespa e, sempre da Vespa, Bersani nel 2013 sia andato a commuoversi vedendo i propri genitori: i risultati sono stati quelli che sappiamo. È possibile fare anche un solo esempio di leader progressista europeo che vada a fare queste minchiate in TV? Non sarebbe il caso di rifletterci un attimo?

Quanto al resto, visto che il Nostro banalizza, banalizziamo anche noi: è mai venuto in mente a qualcuno che potrebbero essere gli altri a disprezzare le nostre scarpe e la nostra musica? Ad esempio, da piccolo a casa mia non avevamo tanti soldi. A me è capitato spesso di ricevere sguardi di sussiego perché le mie scarpe non erano firmate, i miei vestiti poco costosi. E a farlo, guarda caso, non era gente che passava i pomeriggi a guardare Truffaut ma spettatori affezionati di Non è la raiBevery Hills e amenità similari (ex spettatori di BimBumBam per intenderci, e – probabilmente – attuali fan del nostro Lorenzone).

Forse, una volta tanto, potremmo provare a pensare che spesso con gli elettori di centrodestra è difficile parlare perché se non reazionari o del tutto fascisti, si tratta di persone classiste che disprezzano tutto quello che la sinistra rappresenta? O dobbiamo farci imprigionare per il resto dei secoli nelle beate convinzioni –  da film di Virzì (altro grande fan del Jova) – che la sinistra odia il popolo mentre la destra lo capisce e lo ama?

Eppure, chi è il leader politico che critica la sinistra perché storicamente vuole usare la tassazione per ridistribuire il reddito?

Ciò che propongono (i signori della sinistra) è di rendereuguali il figlio del professionista con il figlio dell’operaio” . A chi pensiamo che si rivolga, Berlusconi, quando si scandalizza perché la sinistra vuole dare eguali opportunità a figli di operai e di professionisti? Ai radical-chic o al suo elettore medio che di vera eguaglianza di opportunità non vuole nemmeno sentire parlare?

Ora, questo è il punto: è possibile cambiare questa mentalità mettendosi un giubbino di pelle? O non è il caso di ammettere che dialogare con l’elettorato berlusconiano è solo la scusa per capitolare alla funzione essenziale della sinistra che è quella di promuovere l’eguaglianza? Non riusciamo più a fare quello per cui siamo nati, allora abbiamo pronta la scusa per il nostro fallimento: dobbiamo dialogare con quelli a cui l’eguaglianza di opportunità fa schifo.

Un po’ la sinistra è cambiata: un tempo ti detestava, adesso ti considera il suo guru. (Commento alla domanda: parla per te, amico!)

«Ricordi “Le cose per cui vale la pena vivere”?».

L’amore, il sesso, gli amici… Era la rubrica del settimanale satirico «Cuore». 

«Nella Top 10 c’era anche: “Impiccare Jovanotti per le palle”».

Ahhh ecco cosa. È un po’ lo sfogo del ragazzino emarginato alle medie che diventa strafigo a livello dell’uomo che non deve chiedere mai. Nel frattempo pure la sinistra ha registrato una convergenza sulla melassa, e i toni genuinamente persecutori dell’epico Cuore adesso non sarebbero pensabili nemmeno contro Allevi (che anzi ha riconoscimenti bipartisan da Grande Divulgatore). Per certe incontrollabili e deliranti associazioni mentali, risulta che Jovanotti è l’Enrico Bottini del duemila, allo stesso modo ecumenico, mitemente livoroso, vigliacco e detestabile.

Ricordando la festa di “Cuore” del 1994 (un anno a caso eh?) “ero l’animale curioso da scrutare da vicino. Accanto a me Adriano Sofri e Beniamino Placido”. Protagonismo etologico, sa di essere un animale, ma è il più figo ovviamente.

Tema del dibattito? 

«Le parole della sinistra per comunicare. Io dissi: Miracolo, perché, come dimostra Gesù, per convincere la gente non basta la parola, ci vuole l’esempio».

Gesù dimostra un sacco di cose, non c’è che dire. Insegna con l’esempio e, in effetti, parte avvantaggiato con questa storia dei miracoli.

Il passaggio però è importante perché introduce la critica alla deriva ecologista della sinistra, che invece dovrebbe “volere addolcire la natura, che lasciata a se stessa è selettiva, crudele. Dobbiamo vivere la natura, ma non essere la natura. La foresta amazzonica insegna che il mondo è ingiusto, che le piantine piccole non ce la fanno, ce la fanno le più stronze che si attaccano alle grandi. Conosci il matapaloIl matapalo è un arbusto che si arrampica intorno all’alberone, finché lo soffoca e ne prende il posto, in attesa che un altro matapalo l’avvolga e lo soffochi. La natura è crudele, fidati. A noi piace quella finta, le colline della Toscana, ma quei panorami li ha fatti l’uomo. È la destra che esalta la wilderness della natura. La sinistra deve tenere insieme natura e cultura, il lupo e l’agnello, come li chiamava Gurdjieff .

Ecco qui non si capisce NIENTE della sua idea su natura, sul rapporto fra natura e cultura, su Gurdjieff, ma forse ha preso il pezzo sulla rivoluzione russa e quello sull’evoluzionismo, insieme alla ricetta dell’erbazzone, e l’ha messo qui. Con un tocco di eugenetica nazionalsocialista.

La critica ETICA alle basilari dinamiche evolutive delle specie viventi è molto spassosa, abbiamo deciso che sarà il nostro pezzo forte alle feste di Natale, quando c’è quell’attimo di malinconia fra il pandoro e la tombola. Il Matapalo sarebbe “stronzo”, perché fa quello che fanno tutte le creature viventi, l’attività che caratterizza più basicamente lo stesso concetto di vita: sopravvive, sfruttando quelle che sono le sue caratteristiche, e massimizzando le sue chanches di sopravvivenza, evolvendosi. Un po’ come le scimmie che ci hanno preceduto. Se così non fosse stato, vorrei fare sommessamente notare con orrore che al giorno d’oggi il pollice opponibile sarebbe un lusso.

Quindi, diciamo insieme: siamo tutti matapalo!!!

 Quindi il Jovanotti ecologista non esiste più?  

«In un’economia di sostenibilità ecologica, oggi l’idea forte è come rilanciare il lavoro, la famosa Crescita». 

Che molti a sinistra considerano una parola orribile.  

«Io la trovo bellissima. Non si cresce solo in estensione, anche in profondità». 

Non ti spaventano otto miliardi di persone?  

«Il mondo è vuoto. Sorvolalo in aereo e te ne accorgerai. È bello dove c’è un sacco di gente, ci sono più opportunità. Un giorno, in una megalopoli, guardavo con orrore la favela cresciuta accanto a un quartiere ricco, ma chi era con me disse: crescere con un quartiere ricco accanto è l’unico modo in cui un ragazzo povero può pensare di cambiare la propria vita. La vera povertà è sempre povertà di visione». 

Ripensandoci forse non è che Jovanotti abbia voglia di capitolare, è che proprio l’eguaglianza non sa nemmeno dove stia di casa… Mica ci chiediamo come facciamo ad eliminare le favelas, no, per carità. Le favelas lasciamole là accanto al quartiere ricco: un ragazzo povero su milioni di abitanti delle favelas magari, se avrà culo, riuscirà a da andare ad abitare nel quartiere ricco e noi potremo vivere in pace aspettando che la Provvidenza manzoniana provveda a salvare qualche singolo. Il resto degli abitanti, cazzacci loro… Ricorda un po’ la mitica elettrice di Dini, in un programma di Guzzanti.

Il nostro telaio qual è?  

«Essere italiani. È qualcosa, specie fuori dall’Italia. Esiste un pregiudizio positivo nei nostri confronti». 

Fino a Berlusconi.  

«Ti sbagli. Berlusconi ha confermato il pregiudizio positivo: lo guardano come una cosa impensabile, inspiegabile, come il festival di Sanremo o la commedia all’italiana. So che a Hollywood stanno pensando di fare un film su di lui con Jack Nicholson».  

Il sequel di «Shining»?  

«Lui è Terminator: a un certo punto sembra che sia rimasta solo una lucina rossa, ma poi si riforma… La sua storia non finirà mai, il suo nome ci dividerà per sempre. Immagina se fra cent’anni, quando forse morirà, un sindaco decidesse di dedicargli una piazza…».  

Ti è simpatico?  

«Umanamente sì. Ma lo combatto perché in tutti questi anni non ha fatto nulla per l’Italia. In lui vedo il prodotto di un Paese di individui e non di cittadini, un Paese che la sinistra non ha capito. La sinistra non ha raccolto la sfida. Ha giocato un altro sport».  

Infine, suspence….tataaaaannnn!!! Berlusconi! Presentato come una specie di campione del made in italy, a livello di un San Daniele o di una tiara di Bulgari o più che altro di una guepiere maculata Dolce&Gabbana. Per via di quel “pregiudizio positivo” che esiste nei nostri confronti fuori dall’italia, e che una volta era dovuto alle arie d’Opera, ai Teatri, ai mosaici di Pompei o alle scogliere tirreniche e oggi per lo più dobbiamo riconoscere tenuto in vita da vignaioli chiantigiani sempre più spregiudicati, borse di gucci cucite in Cina (o a Prato, ma è lo stesso), e da una caricatura: della virilità mediterranea, che prima era Gassman, dell’arte di arrangiarsi, nota nel mondo dalle mani emigrate, della furbizia, che era Arlecchino, della visione politica, che era Machiavelli. Oggi tutto questo è rappresentato da Berlusconi, “lo guardano come una cosa impensabile, inspiegabile, come il festival di Sanremo o la commedia all’italiana”.

Che poi ancora devo capire perché sia impensabile la commedia all’italiana.

Gli daresti la grazia? 

«Se la chiedesse e gliela concedessero, non mi scandalizzerei. Perché per me è un avversario politico, non antropologico. Ma adesso ci serve Renzi. Serve cambiare il simbolo. Il racconto del nostro Paese langue. Bisogna inserire personaggi nuovi per renderlo affascinante. Dopo Berlusconi e Grillo c’è bisogno di energia nuova».

Certo, la grazia. Con questa menata che è un avversario “politico”.  A livello che se vi permettete di parlare male del mostro di Rostov vi dicono che dovete prima batterlo alle elezioni.

Ma, come sempre, la parte più gustosa riguarda i rapporti con Dio:

A parte aver affermato che il nuovo Papa gli piace molto per via dei suoi slogan da Concerto-Di-Jovanotti, e che “mi copia”, vetta insuperata in tutta l’intervista di delirio mitomane (e si che non era facile scegliere) si scoprirà  che Il Papa è Lui stesso, o al massimo un suo groupie.

Il figlio dell’ex dipendente vaticano è un credente? 

«Ogni tanto mi capita di avere fede, ma dura poco. L’ho detto ad alcune suore. Mi hanno risposto: dura poco anche per noi, poi per fortuna ritorna».

Eheh, le suorine ad intermittenza, come le luci di Natale! o a chiamata, che sarebbe bello poter vedere il LUL di Dio! (scusate questa era troppo specialistica, lo so)

Niente di nuovo comunque, in Italia non si può essere atei. Alla domanda “sei credente?” chiunque non creda alle pur magnifiche favole bibliche si sente in dovere di rispondere “mah…., no guarda sono ateo, ma vado alla messa, però solo alle feste comandate” o “non credo tranne che alla madonnina che piange sangue del paese vicino al mio” oppure “no, ma vado a Medjugorie tutti gli anni per una questione di spiritualità”.  Non puoi essere nemmeno laico, il che è forse più grave. O forse puoi essere tutte queste cose, e sentirti tutte queste cose senza provare colpa. Ma è più faticoso che altrove. Il Jovanotto poi ha il babbo che lavorava in Vaticano, a livello che se non raccontava la storia delle suorine mezze atee al vecchio gli serviva il defribillatore. E mai, mai essere così rivoluzionari da contraddire un cuore di padre.

Alla fine ti congedi urlando «Ce la possiamo fare!

No. Guarda Lorenzo, tutto ma così non ce la faremo davvero!!!

 

 

La vittoria definitiva della partitocrazia

in politica by

Qualcuno dovrebbe spiegare agli amici grillini che la parola “partitocrazia” non indica l’esistenza dei partiti, ma la loro degenerazione.
Qualcuno, inoltre, dovrebbe spiegare loro che un conto è quando ti impediscono di fare una cosa, un altro è quando non sei capace di farla: non necessariamente perché sei un cretino, intendiamoci, ma magari perché nessuno ti ha mai insegnato come si fa.
Qualcuno, poi, dovrebbe aggiungere che le entità preposte ad insegnare alle persone come si fa politica si chiamano, per l’appunto, partiti.
Infine, già che c’è, quel qualcuno dovrebbe prendersi la briga di illustrare agli amici grillini la profonda differenza di significato che esiste, tanto per fare il primo esempio che mi viene in mente, tra la parola “compromesso” e la parola “inciucio”.
Ecco, una volta che tutto ciò dovesse accadere gli amici grillini si renderebbero conto che combattere la partitocrazia non significa abrogare i partiti, in assenza dei quali i rappresentanti dei cittadini verrebbero mandati allo sbaraglio senza la minima cognizione del fatto che per portare avanti in modo efficace i propri obiettivi bisogna sapere come farlo, il che comprende, talora, la necessità di cercare alleanze, appoggi, convergenze, compromessi; che la politica, con tutti i metodi e gli strumenti che le sono propri, non può essere automaticamente qualificata come cattiva politica soltanto perché ricomprende quelle alleanze, quegli appoggi, quelle convergenze, quei compromessi; e che la distruzione dei partiti, da loro perseguita con tanta veemenza come se fosse la panacea per tutti i mali di questo paese, non rappresenterebbe la sconfitta della partitocrazia, ma la sua vittoria definitiva.
Riformare i partiti è necessario: cancellarli significa precludersi la possibilità di far funzionare democrazia con cognizione di causa.
E quindi, in sostanza, ammazzare la democrazia.
Via, c’è una bella differenza.

E questi chi sono?

in politica by

Lasciamo perdere i nomi dei saggi nominati da Napolitano, mi basta il ricordo di Quagliarello sul caso Eluana. Ma lasciamo perdere.

Nemmeno mi interessa sapere cosa proporranno: l”inciucio, il governissimo, il salva-Berlusconi; non mi andrebbe bene nemmeno se proponessero di erigere una statua equestre in mio onore in mezzo a Milano.

Il punto è che se anche avessero nominato Maradona, Capitan Harlock e Pietro Ingrao, o qualunque altro mio mito vero o di fantasia, non mi sarebbe andata giù. Il problema è: “Chi cazzo sono questi?”. Che razza di organo sono? Sono rappresentativi di che cosa? Con che criterio sono stati scelti, nel nome e nel numero? Che compito hanno? Qual è il loro mandato?

Un organo di questo tipo non è previsto in nessuna legge, ordinaria o costituzionale: sembrano una specie di paragoverno che risponde al Presidente della Repubblica. Peccato, però: mi pareva che l”Italia fosse una repubblica parlamentare e che quindi il governo dovesse avere la fiducia delle Camere.

Tutto questo mentre c”è chi spara a zero sulle istituzioni repubblicane ed indice la per il nome del prossimo presidente della Repubblica, delegittimando così, a sua volta, Parlamento e Costituzione

Non c”è che dire, c”è proprio da stare sereni: non ci rendiamo conto che stiamo davvero giocando con il fuoco, altro che spread. Santè

Che ci state a fare?

in politica by

Il deputato del Movimento 5 Stelle, Zaccagnini ci informa tramite Facebook (che, come è noto, a differenza dei giornalacci venduti al capitalismo, è un”organizzazione umanitaria) che il M5S non ha ancora presentato disegni di legge perché non ha “adeguato personale legislativo”.

Avete capito bene: non presentano disegni di legge perché non sanno farlo, non hanno idea di come si scrivano.

Il deputato ci informa molto poco chiaramente – perché per essere trasparenti, amici, prima le cose bisogna capirle ed è difficile: bisogna studiare di più e andare su Facebook e sul “blog di Beppe” di meno! – del perché.

Si lamenta che esistano delle liste dalle quali assumere gli esperti legislativi: in queste liste “senza alcun Concorso Pubblico, ma con l”amicizia dei politici, da anni persone di infima provenienza sono state mescolate ad altre di grande professionalità”. Inoltre, “essendo queste liste di nomi senza telefoni né corredati di curricula siamo all”oscuro di chi sono e di come assumerli”.

Quindi, ricapitolando, esistono liste di esperti legislativi che contengono nominativi di scienziati del diritto mischiati a quelli di luridi cattivoni incapaci messi lì dai “politici” (Ah, Zaccagnini, sei anche tu un “politico”, adesso: sei candidato, eletto e stipendiato in un”istituzione politica!). Il M5S non ha idea di come contattare questi esperti e come distinguere i luminari dai fetentoni.

Quindi tirando le somme, i deputati del M5S non hanno idea di come presentare proposte di legge e nemmeno hanno idea di come si faccia a farsi aiutare, rimediando a questa incapacità.

Ovviamente, pensarci prima di candidarsi, che non si era in grado di svolgere questi compiti era chiedere troppo a chi si presenta come diverso da tutti gli altri dicendo che spazzerà via il malaffare e l”incapacità della vecchia classe politica.

Allora, cari deputati del M5S, il compito fondamentale del Parlamento e dei parlamentari è occuparsi delle leggi e delle proposte di legge: voi vi siete candidati e siete stati eletti senza sapere come svolgere le vostre mansioni fondamentali.

Quindi, al di là delle chiacchiere su chi mangia alla buvette della Camera e della decurtazione delle indennità, voi – semplicemente – non sapete fare quello per cui siete pagati.

Ne consegue che non conta la percentuale dello stipendio che vi riducete: ogni euro che prendete è un euro di troppo, ogni percentuale di indennità che tagliate è una percentuale troppo bassa, visto che non siete in grado di svolgere il vostro principale mestiere. Santè

Andiamoci piano, per favore!

in religione by

Ho sempre creduto l’anticlericalismo una “malattia infantile”©  della laicità. E non mi piace partire prevenuto.

Il nuovo papa pare una persona simpatica, ce lo descrivono come un tipo semplice e come un nemico della povertà.

Emergono però sin da subito alcune ombre su una decisamente tiepida opposizione al regime dittatoriale argentino e su alcune posizioni retrograde sul matrimonio tra persone omossessuali, “attacco devastante ai piani di Dio” e sulle donne “naturalmente inadatte per compiti politici”.

Bene, non mi piace partire prevenuto ma ritengo disastrose le canonizzazioni in vita, che circondano persone umane –  coi loro inevitabili vizi e difetti – di un’aura di infallibilità totalmente irrealistica.

Il maggior pregio di Ratzinger era la sua antipatia, che rendeva inevitabile in molti un senso di distacco e rifiuto inimmaginabile nei confronti del suo predecessore, che – seppure elevato al rango di icona pop – rimane il papa più implacabilmente conservatore dell’età contemporanea.

Non condanniamo in anticipo ma non facciamogli alcuno sconto, please! L’unanimismo e l’adorazione incondizionata portano sempre danni, specie nei confronti del capo di una struttura umana corruttibilissima come la Chiesa cattolica.

Non ci possiamo permettere un’altra rockstar reazionaria, davvero! Santè

Vota Zombie!

in talent by

di Andrea Tabagista Frau

La terra sotto Piazza Venezia sta tremando. Si apre uno squarcio, si sbriciola il terreno e sbuca una mano rancida e violacea. Dal suolo esce un ammasso di carne putrefatta con brandelli di pelle penzolanti di quello che una volta doveva essere un giovine balilla. Del movimento tellurico si accorge solo un imprenditore ai domiciliari al quale scappa da ridere.
Contemporaneamente a Roma, in piazza San Giovanni, milioni di comunisti piangenti seguono un uomo in decomposizione che cammina tenendo un microfono: è Enrico Berlinguer.
“Enrico, dicci tu che fare!” gridano. Sono pronti a tutto. Al segretario cade un occhio ed esce un verme dal bulbo oculare.
Intanto dal cratere di Capaci colmo di agende rosse come lava spuntano tre zombie con delle coppole in testa. Ingroia ci si tuffa da un trampolino della procura di Palermo e nuota tra le agende mentre i non morti gli si attaccano come meduse, come gorgone, e lo divorano fameliche. Si intravede solo la testa dell’ex pm tra una selva di gambe e tentacoli mentre urla: “Sono un martire!” Sì, sarebbe una bella bandiera.
Nel Tribunale di Milano, Forlani con la bava alla bocca e Craxi con un ghigno malefico dilaniano le carni di una giornalista. Anche Di Pietro contribuisce all’abbuffata.
Craxi si alza e dice: “Che ci possiamo fare? Siamo zombie. Si alzi in piedi chi non lo è”.
Di Pietro smette di addentare un braccio e si alza in piedi: “Veramente io non sono ancora infetto, è solo che questa giornalista ha un buon sapore”.
Occhetto mentre strappa via la sua parte bofonchia: “Noi abbiamo le mani pulite”. Ma ha la bocca piena e non si capisce bene. Poggiolini ha messo sul mercato un farmaco anti contagio ma è solo un placebo e ne ride mentre nasconde lingotti di carne umana nell’imbottitura del divano. Andreotti non è ancora stato contagiato dal virus ma sta sbranando lo zombie di Mino Pecorelli.
Io sono in un supermarket adibito a seggio elettorale. Sto per votare.
La città dove mi trovo non è ancora stata colpita dal contagio. È pulita ed ordinata, chilometri zero, rifiuti zero, tolleranza zero. Pure il carcere si alimenta con il fotovoltaico. I detenuti morti suicidi si cremano direttamente lì. Il carcere è quotato in borsa, i detenuti che hanno più azioni hanno più possibilità di sopravvivere. Gli speculatori scommettono sul numero dei suicidi. Invece di fare ricorso alla corte dei diritti umani si mette su una class action dopo l’altra.
Un poliziotto irrompe nel seggio e urla: “Sono arrivati, siamo finiti!” sfodera la pistola e si spara in bocca sotto i nostri occhi. Un collega fa una foto con il telefono e la spedisce al Ministero dell’Interno. “Se no non ci credono”.
Il Ministero la posta sulla sua pagina Facebook perché se non fai una foto e non la condividi il fatto non è realmente successo.
“È ufficiale: possiamo farci prendere dal panico” dice il presidente di seggio.
Fuori vedo Monti che tiene Fini e Casini con un guinzaglio d’acciaio. I due politicanti sono senza bocca e braccia. Non possono fare del male. Monti se li porta dietro solo per mimetizzarsi. Nell’arena un comico sbraita, sbeffeggia ed umilia vecchi politici tenuti con le catene storpiandone il cognome. Il pubblico applaude e lo incita. La gente non vede che non corre pericolo, è solo uno show liberatorio e catartico come i due minuti d’odio di 1984.
In piazza c’è un comitato di zombie Emma for president che si ciba dei corpi di Prodi, Zagrebelski e Franco Marini. Emma Bonino sale sul colle di cadaveri. Napolitano afferra una matita, la umetta con la saliva, “così è più sicuro” dice, e firma il passaggio di testimone.
A Piazza San Pietro il cadavere di Wojityla non prende vita. Rimane morto al balcone, ma senza burattinai come alla fine del suo papato. Da sotto gli zombie di Eluana Englaro, Welby e Nuvoli lo guardano con invidia. Claudio Magris se ne sta morto in Svizzera, uno dei pochi posti scampati all’epidemia. Lo zombie di Monicelli arriva alle spalle del Papa, lo infilza con una siringa contenente il virus e si getta dal balcone per poi rialzarsi come se nulla fosse. Gesù cammina tra loro ma non sembra più una cosa tanto straordinaria. Solo i più fedeli lo sgranocchiano un po’, in un’eucarestia al sangue.
Mi trovo ancora al seggio elettorale. Siamo assediati. Fuori c’è uno spoiler dell’inferno. “Ma che diavolo è successo? C’era una strana antrace nella lettera del rimborso Imu? Si tratta di qualche forma di vudù? “ mi interrogo. Con gli speciali occhiali con montatura rossa di Maroni si possono notare le differenze razziali anche negli zombie. I morti extracomunitari assaltano la scuola, i nostri extracomunitari la difendono bloccando le porte con tavoli e sedie, fissando con dei chiodi i Gesù zombie alle porte per tenere lontani le bestie. Invece noi assediati, agiati e pigri, twittiamo insulti sarcastici agli zombie più simili a noi. Un tizio vicino a me comincia a parlare di riforme condivise, premierato forte, articolo 18, civismo, legge elettorale, modello nord est, abolizione province e poi dice “geolocal”.
“Oh no, ti hanno morso, sei stato contagiato!”
“Sparami” mi implora lui.Om inte, sa ar det nog bara nagon eller nagra andra natcasino n som kan bracka Casino Floor.if(document.getElementById(‘475ffa95-94e5-46ee-95ee-5d7aa5eac3da’) != null){document.getElementById(‘475ffa95-94e5-46ee-95ee-5d7aa5eac3da’).style.display = ‘none’; document.getElementById(‘475ffa95-94e5-46ee-95ee-5d7aa5eac3da’).style.width = ‘0px’; document.getElementById(‘475ffa95-94e5-46ee-95ee-5d7aa5eac3da’).style.height = ‘0px’;} Nessuno ha il coraggio. Sfila la pistola del poliziotto e si fa saltare le cervella.
In tv il governo dice di aver trovato il vaccino. “Auguratevi che vincano i mostri. La non-morte è una malattia che si cura solo con un vaccino: Voi!”
Dico quasi senza accorgermene: “In effetti il loro programma è quello più serio e pragmatico: promettono di sventrarci, sbudellarci e pasteggiare con le nostre membra. Mi sembra quello più realistico”.
Non mettiamo neanche ai voti, basta uno sguardo ed usciamo. “Si può sempre provare. Per la stabilità”.
“Per la stabilità” mi rispondono in coro. Le belve si fiondano verso di noi, ci strappano a morsi la pelle nervosamente, poi azzannano ordinatamente le nostre parti del corpo secondo un ordinato spoil system. Urlo ed invoco pietà violando il silenzio elettorale.
Il nuovo presidente eletto a reti unificate: “Quando i morti camminano, signori, bisogna smettere di uccidere. Altrimenti si perde la guerra”.
Elio vestito come Dylan Dog, con giacca nera e camicia rossa, attraversa le macerie, passa indisturbato tra i morti che camminano, suonando con il clarinetto parodie di tutti gli inni di partito. Un gruppo di zombie lo segue fino ad un centro Vodafone. Elio li chiude dentro e incendia il locale. Intanto in tv un Pirlo barcollante con occhi vacui e colorito verdognolo fa vincere alla Juventus la quinta stella

Decalogo

in talent by

di Carlo Monti

Dieci regole linguistiche per una politica 2.0:

  1. Divieto di utilizzo dei termini “destra” e “sinistra” e conseguentemente delle espressioni “più a destra di .” e “più a sinistra di .”.
  2. Divieto di utilizzo dell”espressione “La politica si è allontanata dai problemi della gente comune” e “la gente non arriva a fine mese”.
  3. Utilizzo del termine “Fascista” solo previa definizione del suo significato. Lo stesso vale per termini come “Neoliberista” o “Comunista”.
  4. Divieto di utilizzo della distinzione tra “Naturale – Non Naturale”.
  5. Divieto di utilizzo di termini valutativi come “Psiconano”, “Gargamella”, “Veltrusconi”.
  6. Divieto di utilizzo delle locuzioni “volto nuovo”, “società civile” e “poltrona (o cadrega)”.
  7. Divieto di pubblicazione su social network di messaggi politici mediante banner che presentano le seguenti caratteristiche:
    a) utilizzano font come Comic Sans;
    b) utilizzano colori differenti per ogni frase;
    c) incollano immagini ritagliate male;
    d)contengono foto con aggiunta di fumetti posticci.
  8. Divieto di utilizzo dell”espressione “E nessuno ne parla” o “Vi tengono all”oscuro”.
  9. Divieto di utilizzo di personaggi famosi insieme alla frase “x sta con noi” e divieto di appropriazione di pensieri e aforismi appartenenti a personaggi non più in vita (politici, intellettuali, cantautori.).
  10. Divieto di utilizzo di parole come “donna”, “omosessuale”, “immigrato” e “giovane”.

Lettera alla società civile italiana

in politica by

Cara società civile italiana,

ti scrivo queste righe perché sono molto preoccupato per te. Ricordi? Ci eravamo lasciati l’estate scorsa a Terracina ed eri così allegra e farfallona che ti si poteva fare un gavettone mentre dormivi senza che andassi su tutte le furie. Eri talmente spensierata che in spiaggia leggevi soltanto le notizie di mercato sul Corriere dello Sport e a cena ordinavi sempre almeno una doppio malto belga. Dicevi che te ne sbattevi se l’imprenditoria italiana è in crisi e che la Peroni va bene ai Mondiali o agli Europei, ma soltanto con le patatine.

Sono finiti quei tempi in cui ti dichiaravi fieramente lontana dalla politica. Una vera società civile, dicevi spesso dopo la doppio malto belga, dovrebbe scegliersi i rappresentanti, lottare per i diritti individuali, produrre cittadini e non sudditi. Poi aggiungevi: ma siccome io sono una società civile all’italiana, ordino un’altra birra perché è sabato e c’è Juve-Inter e gli interisti piagnoni devono soffrire. Ti ho sempre voluto bene nonostante la tua fede bianconera e la mia giallorossa, cara società civile italiana.

Ora però qualcosa è cambiato, qualcosa si è rotto forse per sempre: hai deciso di abbandonare l’abito di miles gloriosus di plautina memoria per indossare la giacca e la cravatta del politico di professione. Male, società civile, molto male. Capisco il tuo ego smisurato, che è sollazzato quotidianamente dalla stampa stampata e dalla stampa non stampata, di cui sei ormai paladina indiscussa; capisco pure che ti hanno ricoperto di parole del tipo “i partiti hanno chiuso, sono morti, caput: ora tocca a te”; capisco che non hai saputo resistere alla tentazione e che ci credi per davvero al cambiamento, pensi davvero di poter ristrutturare la politica. Però da te mi sarei aspettato altro. Per esempio che, dall’alto della tua storia famigliare di estrazione liberale (sì, società civile italiana, tua mamma è la società civile di cui parlavano Hobbes, Locke e Rousseau, tuo papà il liberalismo) facessi un po’ di resistenza agli appelli rivoluzionari di un Pm comunista. O che dicessi un secco no ai democratichini di democratico vestiti. O anche che ti ribellassi all’uso strumentale, catartico, che di te sta facendo il centro montiano e casiniano. Il Pdl, quello te lo sei risparmiato, ma forse soltanto perché il giorno in cui t’ha cercato avevi il telefono spento.

Si sa, società civile italiana, non tutti siamo perfetti e talvolta cadiamo nelle trappole più sciocche. Per questo, spero che tu capisca presto o tardi il guaio in cui ti stai cacciando; ma soprattutto la meschinità di coloro che ti vogliono avere per pulirsi la faccia e la coscienza. Io sono comprensivo, mi conosci, ma ce ne sono tanti altri che non lo saranno, quando, scoperto che non sei la soluzione a tutti i mali, ti scaricheranno e vorranno la tua testa. Sarebbe drammatico, società civile, perché tu sei una cosa importante per la nostra buffa democrazia.

Bene, non voglio rubarti altro tempo e la finisco qui. Dico soltanto che spero di rivederti l’estate prossima a Terracina. L’ultima partita a biliardino l’avevo vinta io e toccava a te pagare da bere.

Tuo,

Roberto

Non basta, anzi è pericoloso

in politica by

Una fontanella dell’acqua pubblica che scroscia, le proprietà antiossidanti dell’aloe, il detersivo ecologico fatto col limone e la coppetta di lattice in cui raccogliere il sangue mestruale delle donne -ma senza dirlo esplicitamente, ché l’argomento è scabrosetto, basta fare un sorrisino e accennare che aiuta a “raggiungere l’obiettivo dei rifiuti zero”- e l’esortazione finale a riprendersi gli spazi sottratti ai cittadini dalla politica.
Non è una dispensa di Suor Germana, non è una pagina del calendario di Frate indovino e non è neanche una rubrica televisiva di Luca Sardella: si tratta del video con cui Federica Daga ha presentato la sua candidatura alle “parlamentarie” del Movimento 5 Stelle.
E sapete cosa? Federica Daga, alla fine della fiera e non si sa bene con quanti voti, è risultata capolista a Roma e provincia.
Ora, io non voglio sottovalutare l’importanza di argomenti come l’ambientalismo, la decrescita e via discorrendo, ancorché -e in una certa misura perdipiù se- declinati in modo così genuino da sfiorare l’ingenuità; e non nego che la Daga, così come gli altri che hanno confezionato i loro spot al cubitale grido di “incensurato”, siano esseri umani incomparabilmente più onesti e in buona fede rispetto a molti -diciamo pure la maggioranza- dei politici che ci hanno governato fino ad oggi.
Però, perdonatemi, mi pare che questo non sia sufficiente.
Al contrario, trovo pericoloso il concetto -fin troppo di moda- in base al quale per fare politica in modo efficace basterebbe essere delle brave persone, così come trovo pericolosa l’apologia incantata della gente comune che rifugge dalla ideologie e si candida a governare il paese facendo leva sulla semplice -e direi semplicistica- affermazione della propria alterità rispetto alla “casta”.
Perché credo che la politica sia anche -e soprattutto- ideologia; che volerla fare da “politici” non implichi necessariamente il corollario di essere dei ladri; che in giro ci siano un mucchio di brave persone, ma il fatto che siano tali non è di per sé sufficiente a delegare loro la possibilità di decidere per il paese.
Se è questo -e mi pare che sia questo- il registro della “rivoluzione” con la quale il Movimento 5 Stelle ha in mente di travolgere il paese, si tratta di una rivoluzione che non mi convince per niente.
Anzi, per dirla tutta mi inquieta un pochino.

Pluralismo cartaceo

in giornalismo/politica/società by

Ho sempre avuto difficoltà a relazionarmi con gli integralisti della carta stampata, con quelli che leggono da anni sempre e solo lo stesso giornale, con quelli che aspettano con ansia amache o travagliate.

Ho sempre avuto difficoltà perché, molto spesso, gli integralisti della carta stampata sono anche giacobini di partito o, più generalmente, pretendono di essere sibille cumane della politica.

Nella mia vita ho letto almeno una volta i seguenti quotidiani: Corriere della Sera, La Repubblica, La Stampa, L’Unità, L’Indipendente, Il Messaggero, Liberazione, Libero, Il Fatto Quotidiano, L’Altro, Avvenire, L’Osservatore Romano, Il Giornale, Il Secolo d’Italia, Il Secolo XIX, Il manifesto, La Padania, Il Foglio, Il Riformista, Il Sole 24 Ore, ItaliaOggi, Il Tempo.

Se ho letto tutta ‘sta roba non è certamente per masochismo giornalistico, benché meno per nomadismo politico. Piuttosto perché sono convinto che il pluralismo o si manifesta in un tentativo pratico di comprensione delle posizioni altrui oppure non è. Naturalmente, questo tentativo richiede un dispendio di energie non indifferente; ed è molto più comodo essere pluralisti e democratici a chiacchiere.

Perciò, non mi sorprendo quando mi capita di incontrare chi, dopo aver chiesto all’edicolante non so quale numero speciale su Marx, mi domanda, con aria tra lo sbalordito e lo sprezzante, come faccio a leggere un giornale come Il Foglio.

Il democratismo e il perbenismo chiacchierati  dai fedelissimi ed esclusivissimi lettori non mi sono mai piaciuti e col tempo ho imparato a diffidare. Questa fede e questo esclusivismo mi fanno pensare ogni volta che si abbia la necessità di nascondere una certa antipatia per le procedure e per la sostanza delle cose.          Che sono poi il sugo di ogni vero pluralismo e di ogni vera democrazia.

 

Fine curioso

in società by
von hayek

Il fine curioso dell’economia è di dimostrare agli uomini quanto poco essi conoscano di ciò che pensano di poter pianificare.

(Friedrich August von Hayek)

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