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Il senso del Foglio per Repubblica

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Ricorre in questi giorni il quarantennale di Repubblica che giustamente festeggia il proprio compleanno, un po’ come tutti. Fin qui, chissenefrega.

Sennonché, la cosa sembra fregare a qualcuno, oltre agli affezionati lettori di Repubblica. Perché, fenomeno unico nella storia del giornalismo mondiale, in Italia esistono gli haters di uno specifico giornale, esiste il partito degli haters di Repubblica che hanno addirittura un proprio giornale-organo a loro disposizione, cioè il Foglio.

Al Foglio questa cosa dei quarant’anni di Repubblica non va proprio giù. Anzi è proprio Repubblica ad andargli di traverso, anche se loro direbbero “Rep.” e non Repubblica.

Sì, perché rimproverano a Ezio Mauro di considerare Repubblica e i suoi lettori come un club ma allo stesso modo adottano un linguaggio da iniziati, così che ci si riconosca subito tra lettori de il Foglio. Loro non leggono “Rep.” se non per percularla, del resto sono contro il “pol.corr.”, che ricorda un po’ Pol Pot e infatti sta per “la dittatura del politicamente corretto”, loro leggono gli editoriali dell’Elefantino e di Cerasa, che quando può si firma col disegno di una ciliegia (“cerasa”, appunto, in dialetto siciliano).

Fatto sta che il Foglio, tramite la penna di Guido Vitiello ci ha regalato la sublimazione dell’astio per “Rep.”: l’articolo contro i 40 anni di “Rep.”. Si parte da un’affilata critica dell’idea di Ezio Mauro di far fare ai propri lettori un selfie con la prima copia originale del giornale, chi l’avesse ancora (io conservo il numero zero di “Venom” della Marvel, aspettandone il quarantennale per fare lo stesso, del resto).

Non sia mai: è macabro. Ricorda la polaroid di Moro che, prigioniero, tiene in mano Repubblica. Uno dice: ma ci sono state migliaia di prime pagine di Repubblica che hanno accompagnato la storia e la cronaca italiana per 40 anni, che c’entra Moro? Niente. Ma per Vitiello, il fatto è grave, gravissimo: richiama alla mente nientemeno che “la macabra “moda alla ghigliottina” di fine Settecento – le dame aristocratiche con un nastro di seta rossa al collo per ricordare le vittime del Terrore“. Poffarbacco!

Dopodiché Vitiello ci spiega che lui la foto non se la fa perché, insomma gli dispiace, ma non si sente parte del club. Lui, insomma, non si sente tale e quindi non se la sente di farsi la foto. E pazienza. Ma seppure non ha fatto la foto:

“[…] ho fatto qualcosa di meglio, ho letto il primo numero da cima a fondo, dalla pubblicità della Sanyo in alto a pagina 1 a quella dei mangimi Mignini in basso a pagina 24, se non altro in cerca di indizi, di premonizioni, di segnali che potessero spiegare la mia triste inappartenenza [al suddetto “club di Repubblica”, N.d.A].

Ed ecco che si mette a leggere da cima a fondo il giornale in cerca di indizi che avrebbero già segnalato l’orrore che verrà: e li trova, perdinci, “in coda a un commento di Andrea Barbato: “La questione morale si chiuderà soltanto quando si apriranno per alcuni le porte dei tribunali”. Ecco, non dico che mi sentirei più a mio agio sfoggiando un vezzoso paio di manette in un party di notabili socialisti decaduti, magari lanciando monetine di cioccolato sull’anfitrione, ma insomma!

Eheheh! Sgamati, vecchi forcaioli di Repubblica! Lo si capiva fin da subito che eravate dei manettari!

Poi la pagina della cultura, ma qui il Nostro si perde perché attacca Michele Serra che un giorno si dichiara pop ed estimatore di Zalone e il giorno dopo rimpiange la lettura di Campana alle Feste de l’Unita. Questi “sono sintomi di una schizofrenia più generale” di Serra. Del resto, se ti piace Zalone non puoi aspirare a letture pubbliche dei testi di Campana: è una contraddizione in termini. Alla festa popolare, è noto, non puoi leggere Campana: a ciascuno il suo, Zalone per il pueblo, Campana per l’intellighenzia.

E via andare, alla ricerca di strafalcioni nel primo numero di Repubblica.

Ora, rimane da domandarsi, in primo luogo: se andassimo a pescare (parti di) editoriali e articoli non di quarant’anni ma di quattro anni fa, in qualsiasi giornale, quante opinioni che in seguito si sarebbero rivelate cazzate troveremmo? Quante cose che nessuno si sognerebbe di riscrivere? È una operazione che ha un minimovalore giornalistico?

Ma, soprattutto, il rimprovero sostanziale che da principio si muoveva a Repubblica, quello – non del tutto infondato – di considerare un giornale un club di iniziati e i non-lettori sostanzialmente degli sfortunati meschini, è esattamente quello che replicano, in piccolo, il Foglio e Vitiello (e ovviamente quello che ancora più in piccolo verrà rimproverato a noi che facciamo la metalettura della metalettura di Vitiello e Repubblica): insomma, i lettori di Rep. non sono lettori di un giornale, sono replicanti trinariciuti di una dottrina fideistica che vorrebbe insegnare agli altri come vivere e cosa pensare.

Fortuna che ci sono il Foglio, i suoi giornalisti e i suoi lettori che hanno gli strumenti intellettuali per insegnarci come vivere e pensare per salvarci da questa pericolosa china, che potrebbe portarci al Terrore giacobino.

Non che ci dispiaccia essere salvati, ma insomma signora mia, avremo pure il diritto di dire che il ponte della scialuppa non è tirato a lucido? Perché d’accordo che i monumenti sono fatti per essere sporcati ma qui si comincia a perdere il senso. I 40 anni di Repubblica sono un’occasione imperdibile per farsi due risate alle spalle di Scalfari & co (che ci mettono del loro, bisogna ammetterlo), ma numero dopo numero dopo numero, viene il sospetto che quella dei foglianti per Rep. sia una vera ossessione. I limiti di Repubblica sono arcinoti a chiunque abbia l’onestà di vederli, sono gli stessi da un bel po’ di anni a questa parte e sono tutti legati al protagonismo dei suoi editorialisti. Accanto a questi, e costituisce il 90% del giornale, c’è la copertura della notizia politica, di cronaca, di sport (nessuno tocchi Gianni Mura), fatta con competenza e indagine. Repubblica è un giornale “classico” che riporta  e commenta i fatti del giorno, il Foglio un esperimento quasi più letterario che giornalistico, fatto di soli commenti. Uno ha la potenza di fuoco dei grandi giornali, l’altro la nicchia di un pubblico affezionato e fedele quanto quello di Rep.

Se da un lato è facile comprendere che Rep. è diventata il simbolo del perbenismo borghese di sinistra, nevrosi e tic compresi, dall’altro faccio fatica a comprendere come questa critica possa diventare una categoria giornalistica a sé stante. Lo dico da ormai ex lettore di Repubblica, ora lettore del Foglio, per il poco che leggo.

Che palle.

È un peccato perché nonostante mi trovi quasi sempre in disaccordo con Ferrara e molti altri, apprezzo sia lo stile di tanti che ci scrivono (ultimo questo godibilissimo articolo su Roma e il suo rapporto con la letteratura contemporanea) che il coraggio nel prendere posizioni coraggiose. E’ ovvio che quello che ci piace del Foglio è proprio il suo essere altro rispetto a Repubblica, ma vi prego, basta, smettete di ricordarcelo e fate quello che sapete fare meglio: scrivete.

Continuare a perculare Repubblica comincia a ricordarmi l’amico, tutti ne abbiamo uno così, che non perde occasione per fare una battuta sul nuovo tipo della sua ex, e come dice Michael Stipe “Living well is the best revenge

Not about creating an intellectual space

in società by

Non è passata molto sui media italiani, ma è una storia che merita.

Antefatto. Preparativi per i festeggiamenti di Halloween, campus di Yale. Inizia una polemica più o meno sotterranea, che poi emerge con invio di mail collettive sul tema, circa l’opportunità di vestire certi costumi. L’idea è grossomodo la seguente:  i costumi etnici e storici sono offensivi, quindi se ti vesti da colono americano stai supportando lo schiavismo, se ti vesti da appartenente a un’etnìa diversa dalla tua potresti offenderne gli appartenenti perchè stai promuovendo stereotipi, e così via. Sembra irrilevante, ma non lo è in tempi in cui il mondo anglosassone si tormenta intorno all’idea di garantire i cosiddetti safe spaces.
Secondo un blog femminista, un safe space è un “posto o una comunità – online o meno – dove il bigottismo e i punti di vista reazionari non sono tollerati. Sono ambienti controllati (per quanto possano esserlo) in cui i partecipanti possono discutere certi temi e supportarsi a vicenda. Tipicamente, i safe spaces riguarderanno alcuni temi, come il sessismo, il razzismo, etc, e avranno regole per assicurare che i partecipanti sappiano cosa è accettabile e cosa no. Se i partecipanti le violano, si espongono a richiami, sanzioni, o espulsione“. Corrisponde alla vostra definizione di cosa debba essere una Università? Il meglio sono le “sei ragioni” per cui stabilire un safe space: al secondo punto troviamo il capolavoro.

Debate is important. But it’s also overrated.

Nessun intellettuale apologo del totalitarismo avrebbe saputo metterla giù meglio.

La Mail. Una professoressa di Yale, Erika Christensen, interviene nel dibattito con una lettera aperta. Il testo è disponibile qui. Il succo della lettera, comunque, è in queste frasi:

I don’t wish to trivialize genuine concerns about cultural and personal representation, and other challenges to our lived experience in a plural community. I know that many decent people have proposed guidelines on Halloween costumes from a spirit of avoiding hurt and offense. I laud those goals, in theory, as most of us do. But in practice, I wonder if we should reflect more transparently, as a community, on the consequences of an institutional (which is to say: bureaucratic and administrative) exercise of implied control over college students. (…) Nicholas says, if you don’t like a costume someone is wearing, look away, or tell them you are offended. Talk to each other. Free speech and the ability to tolerate offence are the hallmarks of a free and open society. 

Nicholas, citato nella lettera, è il marito della Christensen: anch’egli impiegato a Yale come house master, cioè come responsabile di una residenza degli studenti. Questa citazione lo coinvolgerà. Ancora una volta, la questione potrebbe chiudersi qui. La Christensen non nega che esistano sensibilità che possano soffrire per certe rappresentazioni, e rispetta questa sensibilità. Ma, proprio in nome di questo rispetto, non ritiene sia possibile imporre la sensibilità di qualcuno, chiunque sia, per censurare lo stile di vita di altri. In fondo, non è forse il caso dei fanatici religiosi “offesi” dalla mostra del corpo femminile un argomento sufficientemente forte? Evidentemente no. La mail alza il livello dello scontro, invece di placare gli animi.

Not about creating an intellectual space. Nicholas Christensen viene affrontato da un numero incredibile di studenti che protestano chiedendo le dimissioni sue e della moglie. Dimissioni. Perchè “turbati” dalle parole della moglie, dal ruolo di lui, e dalla posizione di entrambi. Il confronto tra Christensen e alcuni degli studenti è stato filmato, e qui emerge un estratto. Vale la pena di evidenziare gli scambi più importanti (ma di video simili se ne trovano parecchi, e seguire tutta la conversazione è istruttivo):

(…)

Christensen: if everyobody says “I am hurt” does it mean anyone else has to stop speaking??

https://www.youtube.com/watch?v=gM-VE8r7MSI

Poi..

Christensen: …other people have rights too.

Interviene una ragazza., e quando Christensen cerca di correggere, gli intima BE QUIET!

Ragazza: As your position as master it is your JOB to create a place of comfort and home for the students to live in Silliman… by sending out that e-mail, that goes against your position as Master, do you understand that?

Christensen: No, I don’t agree with that.

Ragazza: THEN WHY THE FUCK DID YOU ACCEPT THE POSITION? WHO THE FUCK HIRED YOU?

Christensen: I have a different vision…

Ragazza (interrompendo): YOU SHOULD STEP DOWN! If that is what you think about being a house master, you should STEP DOWN. It is not about creating an intellectual space. IT IS NOT! Do you understand that? It is about creating a home here. (…) You should not sleep at night! You’re disgusting!

 

https://www.youtube.com/watch?v=7QqgNcktbSA

 

Questi sono i miei coetanei, o un poco più giovani. Una parte dell’èlite dell’Occidente di domani la pensa così, ragiona così, si confronta così. Avete paura? Io si.

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