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Come ho preso la decisione di fare un figlio

in humor/ by

– Voglio fare un figlio.
– Ma guarda, io starei già bene così.
– Voglio fare un figlio.
– Come dicevo, sei anni insieme e mai un problema, perché inserire questa complicazione?
– Voglio fare un figlio.
(finge indifferenza, saluta qualcuno alle spalle di lei)
– Voglio fare un figlio.
– Uh, guarda che bello storno si è appena posato sul terazzo!
– Voglio fare un figlio.
– Ti prego di ammirarne il piumaggio, è raro vederne uno in città.
– Voglio fare un figlio.
– Chissà cosa lo ha portato qui? Quale sarà la sua storia personale? Hai mai pensato che gli animali hanno anche loro una storia personale?
– Voglio fare un figlio.
– Le uova dello storno, pensa, sono di un delicato color turchese.
– Voglio fare un figlio.
– È da non credersi, dico, perché comunque gli escono dal culo, uno non si immagina le cose pazzesche che escono dal culo degli uccelli.
– Voglio fare un figlio.
– Io voglio della pizza.
– Voglio fare un figlio.
– Voglio sempre della pizza, a qualsiasi ora del giorno.
– Voglio fare un figlio.
– A te andrebbe della pizza?
– Voglio fare un figlio.
– Facciamo quel cinese in centro storico allora?
– Voglio fare un figlio.
– Voglio un nuovo frigorifero.
– Voglio fare un figlio.
– Voglio un piccolo mulino domestico.
– Voglio fare un figlio.
– Li fanno in germania, tutti di legno, consumano pochissimo e puoi macinarti i cereali dentro casa.
– Voglio fare un figlio.
– Dentro casa, ti rendi conto? È una rivoluzione, è l’apice dell’autarchia.
– Voglio fare un figlio.
– Hai notato che ogni ventimila chilometri ci si brucia il fanale destro? Sempre il destro, boh.
– Voglio fare un figlio.
– Comunque ora ho imparato a sostituirlo da solo, perché ogni volta quindici euro all’elettrauto è un furto.
– Voglio fare un figlio.
– Così spendo solo i sei euro della lampadina.
– Voglio fare un figlio.
– È anche vero che ogni volta mi affetto l’indice per via del meccanismo di blocco della lampadina.
– Voglio fare un figlio.
– Senti ma tu cosa ne pensi di Gesù?
– Voglio fare un figlio.
– Dico, al di là della religione, proprio come personaggio storico, cosa ne pensi?
– Voglio fare un figlio.
– Avrà avuto i baffi?
– Voglio fare un figlio.
– Di sicuro, ispidi baffi a manubrio.
– Voglio fare un figlio.
– E chissà se aveva la forfora.
– Voglio fare un figlio.
– Perché vedi, è come per gli uccelli, non pensiamo mai alle storie personali.
– Voglio fare un figlio.
– Ha detto questo, ha detto quell’altro, va bene, ma ha mai sofferto di testicolo retrattile?
– Voglio fare un figlio.
– Perché vedi, costruiscono un’intera narrazione attorno alla vicenda dei cambiamonete nel tempio, sulla cosa del ricco e del cammello che devono passare dalla cruna dell’ago, il cammelo che ce la fa e il ricco invece no.
– Voglio fare un figlio.
– Ma magari quel giorno era girato male perché un testicolo gli si era bloccato nell’inguine.
– Voglio fare un figlio.
– Sono pazzesche le scelte sbagliate che puoi fare quando hai un testicolo bloccato nell’inguine.
– Voglio fare un figlio.
– Magari la parabola del cammello e della cruna dell’ago sarebbe stata completamente diversa, tipo che il cammello passava per la cruna dell’ago perché è scemo, mentre il ricco, che invece è furbo, girava ATTORNO alla cruna dell’ago. BUM! Ti immagini?
– Voglio fare un figlio.
– E dimmi, hai mai letto Pastorale americana?
– Voglio fare un figlio.
– Da cima a fondo intendo, perché io mi blocco sempre a metà, libro bellissimo e poi mi blocco a metà.
– Voglio fare un figlio.
– Mi è successa la stessa cosa con Infinite Jest, per due volte di seguito, non immagini lo scorno, il senso di sconfitta.
– Voglio fare un figlio.
– Il vuoto proprio, il baratro esistenziale. Quando non riesco a finire un libro mi ritrovo a fissare una massa scura che galleggia nell’aria proprio davanti ai miei occhi.
– Voglio fare un figlio.
– Quella massa scura è il male assoluto, contiene ogni empietà e l’effettiva possibilità di compierla.
– Voglio fare un figlio.
– Ed è proprio come se mi sussurrasse “accoglimi dentro di te, rifiuta ogni cosa che sai, che cos’è in fondo un uomo?
– Voglio fare un figlio.
– E continua “sei il patetico schiavo di un’etica che ha un valore esclusivamente temporale, guarda la ghiaia, era qui prima di te, sarà qui dopo di te, che differenza può fare? Vai, uccidi, fai a brandelli i tuoi fratelli, poi questo pianeta, poi l’universo, poi dio
– Voglio fare un figlio.
– E io sono lì lì per accettare questa cosa, uscire di casa e iniziare ad ammazzare gente in nome della ghiaia, poi mi ricordo che ho semplicemente interrotto la lettura di un libro.
– Voglio fare un figlio.
– E non mi sembra una colpa così grave.
– Voglio fare un figlio.
– Ogni volta che faccio un tatuaggio poi nei sei mesi successivi sono convinto di aver preso l’aids.
– Voglio fare un figlio.
– Una volta una dermatologa mi ha guardato schifata e ha detto “Ma non hai paura di prendere l’aids?
– Voglio fare un figlio.
– E io le ho risposto “No, ma figuriamoci, guardi che i tatuatori hanno standard igienici altissimi, ma per chi mi ha preso?
– Voglio fare un figlio.
– In realtà, solo due ore prima, avevo ritirato il risultato del prelievo di sangue gratuito e anonimo per vedere se ero sieropositivo.
– Voglio fare un figlio.
– Hai preso lo squacquerone?
– Voglio fare un figlio.
– Ti prego non dirmi che hai preso lo stracchino…
– Voglio fare un figlio.
– No che non sono la stessa cosa, lo squacquerone si stende molto meglio e ha quella nota acida appena accennata che è come dio che ti parla.
– NON voglio fare un figlio.
– No, ehi ehi ehi, non usare la psicologia inversa con me.
– NON voglio fare un figlio.
– Questo è un colpo basso, mi rifiuto di giocare a queste regole.
– NON voglio fare un figlio.
– Sono molto serio, è sleale.
– NON voglio fare un figlio.
– Sei una persona sleale, non posso credere che tu mi stia facendo questo.
– NON voglio fare un figlio.
– Voglio fare un figlio
– Ottimo.

L’Erasmus ha rotto il cazzo

in società by

Siete sulla statale, non c’è traffico. Nel portabagagli giacciono uno zaino e un trolley a rischio esplosione. Lui è felice, indossa un paio di Rayban e fischietta tenendo il braccio fuori dal finestrino. È una splendida giornata di sole, che ha stranamente deciso di fare il suo mestiere. Tu guidi e pensi a Chiara, che è a Lisbona da qualche mese per fare un’esperienza di studio all’estero. Ti manca, ti manca tantissimo. Da quando ti ha lasciato su WhatsApp, confessandoti di averti tradito con sedici portoghesi (non tutti in una volta; almeno speri), ti manca da togliere il fiato. Pensi a Chiara, sei triste e lui fischietta una canzone di Lou Reed.

“Dicono che a Barcellona si trombi un casino” se ne esce rompendo il silenzio. Taci, non gli dài corda, continui a fissare la strada. “Pare che le spagnole siano delle zozze…” continua lui cercando una tua reazione. “Ah sì?” dici per non sembrare scortese. Ed è un enorme errore perché a quel punto lui si sente legittimato a rovesciarti addosso tutto il suo entusiasmo. “Un mio amico c’è stato un semestre l’anno scorso e garantisce che le spagnole fanno certi pompini… Pure le vegetariane! E poi il mare a due passi, il caldo, la paella. Cazzo, non vedo l’ora di arrivare” aggiunge accendendosi una sigaretta.

L’aeroporto non è lontano, ancora un quarto d’ora e potrai finalmente scaricarlo al gate con i suoi bagagli stracolmi. Prima di partire hai provato a dirgli che sono troppo grossi, che gli faranno pagare il supplemento; ma lui niente.”Sticazzi” ha detto facendo spallucce. Del resto ormai è entrato nella modalità “Erasmus”: nulla può scalfire il suo buon umore, la sua voglia di vivere.

“Quando mi verrai a trovare, ti farò conoscere una marea di figa” dice dandoti un leggero colpetto sul braccio. Ti volti un istante verso di lui: lo conosci da una vita, siete cresciuti insieme. Ti chiedi che hai fatto di male. Ti volti ancora: sorride come un coglione. Allora pensi che non puoi permetterlo, che non puoi assolutamente permetterlo, devi fare qualcosa immediatamente. Svolti alla prima uscita, prendi una strada secondaria, poi una di campagna. “Ma…dove stiamo andando? L’aeroporto è dall’altra parte” prova a protestare lui. “Lo so” rispondi laconicamente tu. “E…allora perché stai andando per di qua?” prosegue timidamente. Ha visto troppi film americani per non capire quello che sta succedendo. “Cosa vuoi fare, ehi, cosa vuoi farmi???”. Taci, continui a guidare nella stradina ormai sterrata. “Agitarsi non serve a niente” dici soltanto, senza neanche guardarlo.

“Porca puttana, Malcolm, sei impazzito??? Siamo cresciuti insieme!” balbetta lui disperato. Inchiodi. “Siamo arrivati, scendi” prorompi aprendogli lo sportello. Non c’è un’anima viva nel giro di chilometri. Lui scoppia in un pianto disperato, si inginocchia, raccoglie un po’ di terra nei pugni e ti implora. A quel punto ti metti ad elencare.

Le feste col bagno perennemente occupato da qualcuno che vomita o tromba o si rolla una canna; l’euforia di quelli che ti dicono quant’è stato fico il loro Erasmus; quelli che lo chiamano Orgasmus pensando di essere simpatici; quelli che lo chiamano Orgasmus ma si capisce che non hanno trombato mezza volta; gli esami non dati, quelli dati alla cazzo di cane (tanto l’importante è l’esperienza all’estero, no?, mica ti devi laureare); quelli che cominciano a parlare, a vivere, a respirare come la popolazione locale; quelli che quando tornano dicono “cazzo, questa parola non mi viene in italiano, te la dico in portoghese”; quelli che un minuto dopo essere atterrati cambiano la città su facebook; il fatto che lo studente Erasmus frequenta soprattutto italiani e dice che è un peccato frequentare soltanto italiani (ma te lo ha prescritto il medico di frequentarli, perdio?); le nostalgie gastronomiche dello studente Erasmus (il caffè troppo lungo, la pizza che è molla, la pasta che scuoce); il fatto che poi l’unica cosa che si cucina è la pasta col tonno (che naturalmente non è buono come quello che trova in Italia); l’ipocrisia delle promesse d’amore eterno fatte al proprio ragazzo/a: lo sanno tutti che al primo bicchiere di rum alla prima festa della prima settimana smanaccerai qualcuno.

Il tuo amico ha smesso di frignare, adesso ti guarda allibito. “L’Erasmus ha rotto il cazzo” dici. “Sì, l’Erasmus ha proprio rotto il cazzo” insisti allargando le braccia come a significare “mi hai costretto, non volevo arrivare a tanto, ma è per il tuo bene”. Gli frughi nelle tasche, trovi il biglietto dell’aereo. Lo strappi lentamente in tanti pezzettini, poi li lanci come se fossero coriandoli. Lui è inebetito, non capisce più né dove si trova né come si chiama. “Erasmus, festa, figa, paella, Barcellona” comincia a ripetere in modo compulsivo. Allora ti avvicini, gli poggi una mano sulla spalla, con l’altra gli fai una carezza. ” È tutto finito, amico mio, è tutto finito. Possiamo tornare a San Giovanni in Persiceto”.

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