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Cronaca di uno scontro mancato

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L’assemblea iniziata con due treni che correvano a rotta di collo, l’uno contro l’altro, si va a concludere senza un botto. Sì, i treni corrono, ma su due binari diversi.

Chi sta con un piede sulla porta ha fatto intervenire Epifani e solo lui: con parole pacate ma nette, ha rivendicato di essere stato leale, corretto e collaborativo e di non aver visto altrettanto nel comportamento di Renzi. Non è suo il compito di annunciare una scissione, ma rende chiaro che tutto è pronto. La maggioranza invece ha archiviato tutti i problemi di questi giorni e ha parlato, con una voce sola, di cose da fare e di cose fatte. Una narrazione vincente dopo due sconfitte, un po’ forzata. Nessuna apertura a chi pensa di uscire, richiami generali all’unità.

Cosa avrebbero poi da dirsi, le due parti? Il nuovo soggetto politico ci sarà, tutto è pronto. Evitare lo scontro è funzionale all’allocazione ottima dei posti: la scissione non ha bisogno di un immediato “o di qua o di là”, anzi; prendendosi i suoi tempi, il nuovo soggetto politico può gestire con tranquillità la nascita dei nuovi ruoli, delle nuove strutture. Ogni corrente e cordata perderà pezzi, ci saranno posti e compiti per nuovi sodali.

Il vincitore è facile da individuare: Matteo Renzi ha resistito ai suoi colonnelli e ha vinto il primo premio, un partito tutto suo. Se un’altra sfida verrà, sarà dall’interno del renzismo. Chi nella minoranza pensa di restare dentro cerca di rassicurarsi immaginando una candidatura di Orlando, ma il dato è chiaro: un’occasione per forzare la mano è passata, e ora il Congresso è tutto in salita.

Orlando, sì. Che ha parlato ai militanti, ha parlato alla sinistra: un bel discorso, una base per una candidatura. La scissione è per lui crisi e opportunità: si allontanano forze che su di lui potevano convergere, ma il loro allontanarsi gli dà una chance di centralità, dopo un’esperienza ministeriale apprezzata e discreta. Oltre a lui, guarda al congresso Emiliano, che dopo aver tuonato sabato contro Renzi ha fatto un intervento pacifico ed ecumenico davanti all’assemblea, sottolineando la sua “fiducia nel Segretario”. Le telefonate notturne fanno miracoli.

Che significa questa conclusione per il Paese? Un PD solo marginalmente indebolito ma con un leader assai più forte rispetto al dopo-referendum. La minaccia di rottura è stata al centro del dibattito mediatico e Renzi ne è uscito a petto in fuori e testa alta. Se qualche voto ulteriore se ne andrà da sinistra, i moderati dubbiosi hanno ritrovato il loro uomo della Provvidenza.

Per l’ennesima volta, la dirigenza della Ditta si è mostrata inadatta a sfidare il Principe: tanta tattica, poca strategia; tante teste, poche idee; tante speranze, poco coraggio. Del mancato scontro finale si avvantaggia chi lo scontro non temeva: Renzi farà leva in ogni crepa per massimizzare il suo vantaggio. Più inadatta ancora della Ditta si è dimostrata l’organizzazione del PD: l’assemblea non è luogo di confronto, pletorica e ingestibile; le dirette streaming impediscono ogni sincerità; chi siede negli organi di Partito scopre le posizioni del suo vicino di banco da interviste ai giornali. Ci sarebbe molto da discutere, in un Congresso vero.

Diario romano: ancora l’alba

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Notte di trattative, dopo gli eventi di ieri. Renzi resiste a ogni mediazione e si parla di crepe nel fronte antirenziano.

Due treni hanno preso velocità e fermarli sembra impossibile: se Renzi cede oggi, firma la sua archiviazione dopo le amministrative, salvo una vittoria miracolosa; gli scissionisti sanno che non ci sarà pietà né spazio se restano. Il resto del mondo PD viene travolto dai due treni e si dedica alle scelte tattiche.

La prima tattica, antica e onorata, è non esserci al momento dello scontro. Tirarsi fuori, dirsi feriti e/o preoccupati e attendere che la polvere si posi per decidere che fare. La scissione è quasi certa, pensano, ma quanto sarà grande e come sarà ricevuta è un mistero.

La seconda tattica é saccheggiare: dopo lo scontro si potrà far bottino tra le macerie. Chi resta dentro al PD potrà spartirsi le cariche lasciate libere da chi parte, si sa che la poltrona fa il dirigente. Al Congresso, poi, essere minoranza paga sempre un piccolo dividendo, se ci si adatta a non influire sulla linea.

La terza tattica, infine, è cambiar bandiera all’ultimo momento. Quando le truppe sono schierate, quello è il momento per vendersi al prezzo più alto. Tattica complessa ma redditizia, dunque, che apre la porta a uno scenario poco discusso in questo giorni dai media: la mezza scissione.

Mezza scissione: esce Bersani e resta Emiliano; resta Bersani e esce Rossi. Varie versioni dello stesso risultato: chi resta dentro saccheggia (vedi sopra), chi esce non è una minaccia per il PD. Lo sponsor principale dell’opzione, non deve stupire, è Renzi: che punta a una minoranza indebolita ma non avrebbe nulla in contrario a tenere delle personalità visibili e “di sinistra” dentro, per facilitare la permanenza dei voti di sinistra nel contenitore PD che, in quel caso, sarebbe solo e soltanto suo.

Comincia così un’assemblea nazionale poco appassionante. Decidere di stare insieme non dipende dal collettivo, ma dai singoli. Prevale la preoccupazione: che fare, cosa succederà, il Paese non ci segue. Renzi può salvare il PD o fare da levatrice al suo partito personale.

Diario romano: rombo di tuono

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Il week-end di passione del Partito Democratico è iniziato con un successo di pubblico: davanti al Teatro Vittoria, che ospitava l’iniziativa di Enrico Rossi e dei suoi ospiti, la folla che non è riuscita ad entrare ha seguito l’incontro su apposito megaschermo. Del mio viaggio fino al Teatro ho parlato qui.

Rossi, dunque, con Speranza, Emiliano e altri ospiti e sodali. Un PD che sceglie una caratterizzazione di sinistra, netta e conflittuale. Rossi parla di socialismo, di disuguaglianze da ridurre, da ingiustizie da combattere; Speranza di un partito grande con una grande storia; Emiliano di giustizia e legalità, per stare vicino agli ultimi. Il risultato non sembra raccogliticcio né posticcio: il pubblico risponde bene, sia fuori che dentro il Teatro.

Proprio dentro al Teatro, nelle prime file, D’Alema e Bersani parlottano. Le forze e i numeri per la scissione ci sono, basterà a piegare Renzi nell’assemblea di Domenica 19? I contatti ci sono stati, Delrio è notoriamente infastidito con Renzi ma la decisione finale sarà del Segretario. Sul palco la linea è univoca: evitare la scissione, battersi per salvare il PD, ma se Renzi non cambia rotta restare insieme e ricostruire il progetto del PD insieme.

Sì avvicina l’ultima fatidica notte. Emiliano ha tuonato, la sinistra romba. Renzi sa che in assemblea si troverà davanti una richiesta di Congresso in tempi lunghi: prima la Conferenza Programmatica, per parlare dei nuovi problemi, delle nuove sfide e di come affrontare la nuova fase; poi le amministrative, uniti per salvare il salvabile; infine il Congresso a settembre, per preparare il Partito alle elezioni. Accetterà?

Diario romano: prima della tempesta

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Domenica 19 febbraio a Roma c’è l’assemblea nazionale del Partito Democratico, il luogo dove Matteo Renzi dovrebbe ufficializzare le sue dimissioni da Segretario. L’attenzione dei media e dei militanti è al massimo: ci sarà, dunque, la scissione?

Il mio viaggio a Roma è iniziato ieri, venerdì 17. BlaBlaCar, ovviamente: prendere un treno all’ultimo minuto non è alla portata delle mie finanze. Coi compagni di viaggio sull’auto condivisa si parla, si parla eccome: molto favorevoli al referendum sugli appalti (due di loro sono nell’edilizia, uno dipendente, l’altro imprenditore), idee meno chiare sui voucher ma la convinzione che probabilmente sia giusto farne a meno. Un Paese ideale in quattro posti, pensavo: all’altezza di Orte invece si rivelano tutti convinti che il prezzo dei medicinali sia alto a causa di un complotto internazionale. Pazienza, piccoli passi.

Abbiamo parlato tanto, sì, ma non del PD. Al momento giusto ho detto perché scendevo: “domani voglio sentire Rossi, Speranza e Emiliano; domenica vado davanti all’assemblea nazionale del PD a vedere che succede”. Cortese interesse, domandina di rito sul mio essere militante, e basta. L’argomento non li tocca.

Inizio così un breve racconto in tre parti di questi giorni, annunciati come cruciali. Un terzo del PD prepara la scissione, un altro terzo li sfida a farla, un terzo terzo trema al pensiero di ritrovarsi da solo con il primo o col secondo. La legge elettorale proporzionale rende appetibiledirigentti l’idea di presentarsi agli elettori con un chiaro connotato ideale, se non ideologico. I militanti e gli elettori pensano meno a queste tattiche, ma i rapporti umani sono ai minimi storici e molti dicono che sì, certo, scindersi è una cosa brutta ma con QUELLI, no, con quelli mai più.

Scrivo dal teatro Vittoria, dove Enrico Rossi presenta una linea socialista: meno dirigenti con stipendi d’oro e più assunzioni; meno leader e più collegialità; schierarsi con gli ultimi e combattere l’establishment. Non a caso accanto a lui c’è Michele Emiliano, che di una linea anti-establishment sarebbe un credibile candidato alle elezioni. Qui al Vittoria c’è una massa critica sufficiente a rendere una scissione un successo, massa critica che oggi è sul tavolo, arma carica per costringere Renzi a un congresso lungo, sulle idee, fino a batterlo alle primarie. Renzi non teme la scissione, lui può correre da solo se vuole, anche senza il PD: ma gli alleati di Renzi? I Fassino, i Franceschini? L’arma carica li fa sudare freddo.

Il Cinese

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Sottomettere i nemici senza combattere è il culmine dell’abilità.

Venticinque secoli separano Sun-Tzu, stratega cinese, e Massimo D’Alema, stratega pugliese. Sembrano venticinque giorni, se osserviamo quel che ha appena combinato il secondo.

Il 4 dicembre, Matteo Renzi perde il referendum costituzionale. Aveva investito molto e perde molto: il 40% di SI non è suo, e lo sa. La campagna feroce, populista, gli ha inimicato gran parte della sinistra e tanti anche nel suo partito non hanno gradito. Sotto pressione, si dimette e lascia Palazzo Chigi a Gentiloni. Sa che lo aspettano mesi difficili, ma è un giocatore d’azzardo e non si spaventa.

Ha buoni motivi per non spaventarsi: contro di lui, ci sono tante teste ma pochi fegati. Gli viene chiesto di convocare il Congresso, per “confrontarsi dopo le due sconfitte delle amministrative e del referendum”: tradotto, per farlo fuori. Si rifiuta, e non si muove foglia. Si muove però un baffo.

Massimo D’Alema ha un passato, diciamo, sfaccettato. A palazzo Chigi c’è stato e mentre stava là voleva farci “una merchant bank”, ha fatto accordi con Berlusconi e Cossiga e permesso che si bombardasse la Serbia partendo dal suolo italiano. Non è un pupillo della sinistra, ma Renzi lo ha attaccato duramente negli anni, dipingendolo come il simbolo di una politica vecchia, inciucista, perdente. Molti dei suoi lo hanno abbandonato per seguire il giovane Principe, lui ha aspettato il momento per fargliela pagare. Ora il momento è arrivato: lo stratega pugliese ha fatto campagna per il NO al referendum e vinta la battaglia, non smobilita le truppe.

Con un incontro a Roma, i comitati per il NO organizzati da D’Alema diventano ConSenso: non un partito, ancora, ma lo scheletro di un partito. Obiettivo semplice e chiaro: organizzare chi è dentro e fuori dal PD in vista di una scissione e della nascita di un nuovo soggetto, di sinistra e concorrente. La richiesta al Segretario non più premier è netta: o si va a Congresso e si ridiscute tutta la linea politica prima delle elezioni, o alle elezioni il PD avrà un rivale credibile a sinistra.

I sondaggi amano queste operazioni e attribuiscono alla nuova creatura l’8 o perfino il 10 per cento. Sarebbe un successone, pure la metà basterebbe per azzoppare il PD. Ma non è il PD l’obiettivo dello stratega pugliese: come Sun-Tzu insegna, come Robert E. Lee e Schlieffen hanno teorizzato, per raggiungere il tuo obiettivo non devi marciare contro di esso, lasciando agli avversari il tempo e il modo di arroccarsi in difesa. D’Alema aggira, punta su Renzi e poi colpisce il punto debole del fronte: la minoranza.

Bersani, Speranza, Cuperlo: dalla vittoria di Renzi, la vecchia Ditta ha vissuto una lenta e continua erosione. Renzi offre molto, a chi cambia bandiera. Molte volte han pensato di dare battaglia, ma il timore di una sconfitta li ha trattenuti. Dopo il referendum hanno squillato le trombe ma non si sono mossi: ora però sono minacciati, il pugliese mira ai loro voti. Se la sua manovra riuscisse e la scissione ci fosse, la Ditta dentro il PD si ritroverebbe impoverita e indebolita, costretta a mendicare alla tavola del Principe mentre la linea si sposta ancor più a destra e i loro elettori si uniscono alla scissione.

Come le tessere del domino, tutto crolla quando cade la prima. La Ditta è costretta a dare un ultimatum a Franceschini, che dell’esercito del Principe controlla le truppe più numerose: se non si va a Congresso prima del voto, sono costretti a rompere. Franceschini recepisce e vede profilarsi l’ipotesi di essere nell’esercito perdente: unisce quindi la sua voce a quella della Ditta e chiede altrettanto. Il Principe, rimasto solo, cede: Gentiloni durerà e lui dovrà giocare il suo futuro al Congresso. Non potrà lanciarsi nell’ennesima campagna elettorale personalizzata, riempiendo i seggi sicuri di uomini leali.

Lo stratega pugliese osserva dal suo accampamento. Non ha ancora radunato le truppe, ha solo montato le tende ma già l’esercito avversario si agita, si scompone, si frantuma. Può quindi comunicare che la battaglia non serve più: il Congresso ci sarà e sarà là che ci si confronterà. D’Alema è il vero Cinese: senza combattere ha vinto. Ora lo aspettano i referendum della CGIL e le amministrative: altre manovre, altre marce, altri stendardi che si spostano sul campo di battaglia. Amici e avversari giocano di rimessa, mentre lui detta i tempi e i modi.

Kuperlos: la legge elettorale di oggi

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Lunedì 23 gennaio Gianni Cuperlo ha presentato una proposta di legge elettorale. Ve la descrivo brevemente, per poi dire tre cosette concentrandomi sulla Camera.

In sintesi, si tratta di una legge elettorale sul modello greco, con un sistema di collegi uninominali per assegnare i seggi. Le liste si sfidano a livello nazionale, con uno sbarramento del 3% alla Camera (o del 4%  al Senato, che è eletto su base regionale per norma costituzionale). Se la prima lista non raggiunge i 340 deputati (richiederebbe un risultato altissimo), le si assegna un premio di 63 deputati (il 10%), che non può portarla oltre i 340 deputati.

I seggi ottenuti da tutte le liste vengono distribuiti nelle circoscrizioni sulla base dei risultati di queste e all’interno delle circoscrizioni vengono eletti deputati i candidati della lista che, nel loro collegio, hanno ottenuto i migliori risultati.

La prima cosa che devo dire sul Kuperlos è che il premio greco non funziona molto bene in Grecia e temo funzionerebbe molto male in Italia. Di per sé, sembra sensato: “diamo a chi arriva primo un po’ di vantaggio per governare meglio”. In realtà, in un sistema multipolare, se chi arriva primo non è coalizzabile per scelta sua o altrui, dargli una sovrarappresentanza che non gli dà una maggioranza autonoma diventa solo un ostacolo per il secondo e il terzo, che magari erano coalizzabili e senza premio avrebbero avuto insieme una maggioranza parlamentare. In Italia, peggio che peggio: una legge del genere spingerebbe alla creazione di listoni misti, volti ad arrivare primi e ottenere il “premio” fatidico, riducendo le scelte degli elettori e cristallizzando i rapporti di forza tra i partiti e preparando il terreno perché le coalizioni elettorali si spacchino alla prova del governo.

La seconda cosa che va detta sul Kuperlos è che lega il voto alla lista al voto al candidato del collegio, a differenza di quanto succede in Germania (dove si vota con due schede e il vincitore del collegio è eletto a prescindere dal risultato del suo partito). Con la legge proposta, l’elettore del partito giallo del collegio A non avrebbe alcuna scelta, per votare il partito giallo, che votare il candidato del partito giallo nel suo collegio, anche se gli fosse sgradito. Il suo voto servirebbe quindi a far ottenere parlamentari al partito giallo a livello nazionale (cosa che gli fa piacere) ma anche a far sì che nella circoscrizione uno dei seggi assegnati ai gialli andasse al suo candidato sgradito del collegio. Questo riparto nazionale, che era il peccato originale dell’Italicum, dona a chi compone le liste elettorali e sceglie i candidati un enorme potere e priva gli elettori di quasi tutti gli strumenti di controllo.

La terza e ultima cosa che va detta sul Kuperlos è che Gianni Cuperlo non lo avrebbe proposto senza confrontarsi prima con l’attuale leadership del PD. Lo si deve quindi leggere come una mediazione, tra Renzi e la parte ‘dialogante’ della minoranza, oppure come una proposta della maggioranza avanzata per interposta persona. Una maggioranza che, quindi, ha archiviato la retorica del “vincitore la sera del voto” ma che rimane molto interessata a controllare ex ante chi saranno i nuovi deputati. Con il Kuperlos, il PD potrebbe eleggere 270 deputati arrivando primo col 30%, o eleggerne 180 arrivando secondo sempre col 30%: in ogni caso sarebbe facile individuare i 100-150 collegi dove il partito ci si aspetta sia più forte e piazzarvi chi “deve” essere eletto. Un’ipotesi che a Renzi piacerebbe assai… se fosse ancora lui, quel giorno, a poter decidere chi sono i candidati.

Le trame intricate di Governo risolte da Evangelion.

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Solitamente le società statali sono gestite da grigi burocrati che non sono altro che l’appendice dei poteri politici esistenti in un dato momento. Se sono diligenti il loro operato rimane nell’anonimato, altrimenti la fama li aspetta sulle pagine di cronaca giudiziaria. Poi ci sono i casi eccezionali in cui la guida è affidata ad un vero leader, la cui indipendenza è garantita dal proprio carisma e da un attaccamento quasi ossessivo all’azienda, tanto da fondere casa ed ufficio in un unico edificio.

Per noi italiani il nome-simbolo è quello di Enrico Mattei, il cui appartamento si trovava racchiuso nella metanopoli di San Donato Milanese, gli uffici dell’ENI come fondamenta e l’eliporto personale come tetto. Nel mondo, invece, il ruolo di colui che subordina lo Stato –  meglio ancora, quell’insieme di Stati comunemente chiamato ONU  – anziché esservi subordinato spetta a Gendo Ikari, comandante dell’agenzia NERV.

Un uomo che secondo alcuni (in fondo in fondo secondo tutti) troppo forte materialmente e troppo debole caratterialmente. Un comandante che ha in mano l’arma più micidiale mai creata e ne consegna le chiavi al figlio quattordicenne. Eppure, a distanza di mesi, il saldo è positivo. “È positivo perché un sottoinsieme non è mai superiore all’insieme che lo contiene, e le perdite umane e materiali, per quanto grandi, non saranno mai preferibili alla fine dell’umanità.” mi dice seccamente, in piedi davanti a me, nel salone più grande della NERV. Gli dico quindi che, se la sua unica paura è la fine dell’umanità, non si farà troppi problemi ad esporre in tutta franchezza il suo parere sulla crisi di governo italiana. Per qualche secondo rimane in silenzio, e mi rendo conto che non ha la minima idea di chi io sia e di cosa ci faccia in quella stanza, uno di fronte all’altro, mentre qualsiasi cosa intorno a noi sembra fluttuare in un mare di enigmi. Lo deduco dal piegarsi delle labbra, ché lo sguardo è come sempre mascherato dai sottili occhiali da sole arancioni scuro. Poi finalmente sorride: “Oh, l’italiano! Ma certo! Ma certo! Venga, andiamo a prenderci un caffè, le va? Vero espresso italiano!” e con un saltello si avvicina bonaccione a battermi sulla spalla. Non mi aspettavo una reazione simile. “Mi scusi eh, ma pensavo fosse l’ennesimo giornalista venuto a sentirsi moralmente migliore per avermi fatto una lezione di etica.”.

La teleferica inizia la sua veloce salita dal Geofront verso la superficie, su, verso Tokyo 3. Gli chiedo se gli piaceva, Renzi. “Ho incontrato diversi premier in questi anni, e credo alla fine di aver capito una legge fondamentale. Quando non sanno di cosa si sta parlando, tirano in ballo il made in Italy. Insopportabile. È successo con Renzi, è successo con Berlusconi, tutti insopportabili. Tranne Monti.” Non le ha parlato del made in Italy? “No, lui addirittura peggio. Mi ha chiesto una stima dei consumi degli EVA in uno scenario di prezzi del petrolio in crescita.”. Quindi tutti da buttare? “No, no. Non mi dipinga anche lei come il tizio che pensa di essere sopra a tutto solo perché ha i robot. Soltanto… tanti calcoli, troppe chiacchiere e poco coraggio. Guardi questa vostra crisi, per esempio.” Ammetto di provare imbarazzo, giunto davanti a lui, nel fargli la banale domanda per cui sono arrivato fin li. Ma, visto che ci vuole coraggio… Cosa consiglierebbe a Renzi? Nel frattempo siamo giunti in superficie. Anche oggi il frinire delle cicale è fortissimo e mi chiedo se non sovrastino la registrazione (tornato a casa, riascoltando l’audio, mi verrà l’amarcord delle vuvuzela dei mondiali in Sudafrica). “Non avrei nessun consiglio, ma una semplice frase, la stessa che dico a mio figlio Shinji ogni volta che non vuole salire su un EVA: o lo piloti tu che sei il migliore e vinci, o ci mando un pilota – bravo, ma non abbastanza bravo – a farsi ammazzare.” Tipo Franceschini. “Tipo chiunque abbia a cuore una vita politica.” Però ci sono i tecnici, quelli apparentemente disinteressati ad un futuro politico. Tipo Grasso, o Padoan. “E questa è infatti la dimostrazione che governare non è una cosa seria, se possono salire al potere persone con un futuro comunque garantito”.

Entriamo in un bar e ci sediamo ad un tavolino. Pesco dal portaposate un fazzolettino umidificato, con l’immancabile insicurezza di un turista che in Giappone non sa se lo si usa solo per lavarsi le mani o anche come tovagliolo per la bocca. Ikari non si scompone: lui indossa immancabilmente i guanti bianchi. Aneddoto: diceva di lui Montanelli che, a causa dell’ossessione per i guanti, se fosse stato un cartone animato sarebbe certamente stato un abitante di Topolinia. “Vorrei rettificare ciò che ho detto: non è vero che governare non è una cosa seria. In fondo esistono persone che ci credono e sacrificano parti anche importanti. Affetti, amicizie.” Gli chiedo un esempio. “Mio figli Shinji era affezionato ad un compagno di classe, Toji. A un certo punto, plagiato, Toji si è ribellato e ha aggredito la NERV, e Shinji è stato costretto ad fermare la minaccia.” E chi sarebbe Toji, in Italia. “Tutti coloro che si sono ribellati. Fini. Civati. Tosi. Quanto spreco di tempo e risorse”. Solo che Toji è  stato vittima innocente di un attacco nemico e meschino, mentre quegli altri hanno fatto scelte personali seguendo i propri ideali. “E infatti Toji sara’ ricordato come martire, Civati e Tosi come degli stupidi perdenti.”.

Gli chiedo cosa ne pensa di Mattarella, del fatto che ha messo un freno alla frenesia collettiva per le elezioni anticipate. Mentre la mia domanda è a mezz’aria tra la mia bocca e la sua comprensione, gli suona il cellulare. In lontananza si sentono le sirene del coprifuoco. La chiamata dura pochi secondi, in cui lui rimane in silenzio. Poi posa il telefono e con la stessa bocca storta di prima, quando non sapeva chi fossi, dice: “è un angelo.”.

 

 

 

 

Foto di copertina presa dalla pagina facebook “I’ve seen some shit”. Poi se l’hanno fatta loro bene, altrimenti pazienza. Il video invece è uscito dall’internet.

Come finire in un pantano senza accorgersene

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La Costituzione da quando è in vigore, in singole parti, è stata modificata almeno 30 volte.

Quando devi vararne una nuova o modificarla ampiamente, lo puoi fare solo a maggioranza allargata, altrimenti, se lo fai da solo, ti suicidi.

Per tale motivo la riforma Boschi passò in Parlamento con la maggioranza dei 2/3.

Ci si arrivò dall’assunto che bisognava cercare una maggioranza ampia. I grillini si sfilarono subito. Silvio, dato per morto dall’esito delle politiche 2013, fiutò l’occasione per restare a galla e diede la sua disponibilità. E Patto del Nazareno fu.

Poi però quel vecchio lupo del Berlusca, per bruciarlo politicamente, come aveva fatto con D’Alema in occasione della Bicamerale, si tirò indietro lasciando il cerino in mano a Renzi. Grillo lo sapeva e non aspettava altro.

A quel punto Renzi o lasciava perdere (ma poteva mai farlo con il timbro efficientista che aveva dato a se stesso ed al suo governo?) o portava avanti la riforma attraverso il referendum, che doveva essere l’unico modo per farla passare, sigillandola con un potenziale ampio consenso elettorale.

Si potrebbe obiettare:
1) Renzi ha sbagliato a chiedere referendum. Ma il referendum sarebbe stato chiesto lo stesso dalle opposizioni o da 5 Consigli regionali.
2) Renzi ha sbagliato a personalizzare. Sicuramente si, ma poteva fare diversamente quando aveva ricevuto come obiettivo principale del suo mandato Fare le riforme?

Da capo del Governo, che rappresenta tutto il paese e non una parte soltanto, doveva starsene in disparte. Infatti all’inizio aveva dato incarico alla Boschi che però non si è dimostrata all’altezza del compito di promuoverla e portarla avanti. Renzi, di conseguenza, costretto dalle cose a personalizzare, si è trovato in acque agitate, anche perchè la sua politica economica di stampo blairiano da Terza via anni novanta, giusta o sbagliata ognuno la pensi come vuole, non ha migliorato le condizioni peggioranti di larga fascia della popolazione che, insoddisfatta, di fronte ad una sua narrazione iperottimistica da Milano da bere anni ottanta, è andata a votare e l’ha bocciato.

Come si è arrivati a tutto ciò? Facciamo un passo indietro. Elezioni 2013. Non vince nessuno, entrano in crisi, richiamano Napolitano, il quale dice “ragazzi qua siamo nella cacca quindi dobbiamo fare le riforme”. A quel punto non andando subito di nuovo al voto, i governi (Letta/Renzi) scelti dal rieletto presidente della Repubblica, hanno come obiettivo principale le riforme.

Ma che tipo di riforme? L’errore è stato questo, cioè porre un’ampia riforma della carta costituzionale al centro dell’azione di governo (una roba troppo generica e rischiosa visti i precedenti, perchè se non si sono mai fatte prima un motivo ci sarà ed è la forte contrapposizione politica).

L’errore di Renzi è stato accettare l’incarico da Napolitano. Renzi,divenuto padrone del Pd dopo la disfatta di Bersani, aveva dalla sua l’euforia della novità che porta con sé sempre un certo fascino nell’elettorato. Vinceva le Europee e si sarebbe presentato a nuove elezioni senza il carico impopolare che stare al governo comporta. Molti elettori indecisi che nel 2013 avevano votato Grillo, avrebbero votato per lui. Ma ha pagato i punti deboli degli ambiziosi: l’impazienza e la spavalderia.

L’errore di Napolitano è stato pensare di uscire dall’impasse del risultato elettorale del 2013 attraverso un troppo ampio quanto vago disegno di riforma costituzionale, quando bastava più semplicemente fare una legge elettorale decente. Poteva dare l’incarico ad una personalità superpartes con scopi brevi di ordinaria amministrazione e di riforma della legge elettorale, con un governo che per forze di cose sarebbe stato sostenuto da tutti o quasi i gruppi parlamentari. Incaricando un politico ha innescato la politicizzazione delle riforme e chi non ci è entrato infatti ha potuto gridare al “ladri ladri ladri… non avete vinto elezioni etc etc” criticizzando il contesto ancora di più.

Il Napolitano rieletto ha fatto questa mossa spinto dalla paura di consegnare il paese ai 5 Stelle. Ma da organo di garanzia e terzietà, facendo quindi una mossa da molti percepita  come ‘di parte’ e quindi facilmente strumentalizzabile, ha finito con il caricare la faccenda di una forzatura eccessiva, sporcando un intento pacificatore e stabilizzante, innescando effetti opposti e ulteriormente divisivi.

Ma l’errore principale è stato richiamare Napolitano. La proposta a rieleggerlo è nata all’interno di una rilevante parte di quel mix di mondo liberale nostrano ed ex picisti, che possono essere dei buoni tattici da salotto ma a strategia stanno a zero, capendo da sempre molto poco le dinamiche politiche e sociali della realtà italiana. La rielezione comportava di per sè il mettere sul piatto qualcosa in più per giustificarla, un plus emergenziale e drammatico sproporzionato però a ciò che poi effettivamente poteva essere concretamente realizzato e che bolliva in pentola.

Un più prudente Presidente della Repubblica, magari non condizionato dal carico emergenziale di una rielezione mai avvenuta nei settant’anni di una Repubblica che ha conosciuto momenti molto ma molto più drammatici, avrebbe detto: “Cari parlamentari, siete dei caproni, quindi fate una riforma elettorale decente entro un anno e poi rivotiamo. Inutile fare un ampia riforma costituzionale perché non ne siete capaci né ci sono le condizioni politiche e culturali, e perché se vi concedo questo mandato combinerete un bordello”.

Ed infatti bordello è.

Soundtrack:‘Brothers in arms’, Dire Straits

Cosa pensa l’ISIS del referendum

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Nonostante le difficoltà nel raggiungere Al-Raqqah, o come ci ostiniamo a chiamarla in Italia, “Rakka”, vengo finalmente accolto nel lounge del quartier generale dell’ISIS. Un po’ di panico quando il diligente ometto alla reception controlla il mio tesserino e si trova a guardare una foto di parecchi anni e parecchie interviste fa. Nonostante tutto di ospiti col mio nome ce n’è uno solo, almeno quel giorno, perciò accetta il mio precoce invecchiamento – forse più a fatica di quanto lo stia accettando io – e si avvicina all’interfono. “Mi scusi, è arrivato il Dottor Giornalista” dice con lo stesso ossequio che nella Brianza un portinaio quando dall’altro capo del filo c’è il commendatore.

Mi fa accomodare nell’anticamera, molto luminosa e pulita, e attendo qualche minuto. Percepisco in sottofondo il suono delicato di un flauto traverso che con lo scorrere del tempo diventa sempre più energico nel tentativo di mantenere la guida di altri strumenti e percussioni. Il suono è ovattato e non vedo alcun impianto di diffusione. Poi la musica termina, e pochi secondi dopo la porta si apre e ne esce un signore, scavato e occhialuto, con una custodia e una valigetta nelle mani. Si inchina un’ultima volta verso la stanza da dove è provenuto, e si congeda con un “Arrivederci alla settimana prossima, Assalamu-alaykum“. E si allontana. Pochi secondi dopo vengo chiamato dall’autoproclamato Califfo dello Stato Islamico: Ibrāhīm ʿAwed Ibrāhīm ʿAlī al-Badrī al-Sāmarrāʾī, più semplicemente conosciuto come al-Baghdadi. Ha appena riposto su uno scaffale il suo flauto e mi indica una poltrona stile Chesterfield.

Una musica meravigliosa. In quanti conoscono questa sua dote? “Oh, non è il caso né di chiamarla dote né di farci della pubblicità. Semplicemente vorrei realizzare questo sogno, diciamo extra-professionale, di riuscire a suonare Battle Hymn of the Republic di Herbie Mann. Di suonarlo bene. Forse ci sono quasi.” E’ facile conciliare hobby e califfato? “Me lo chiede con il tono che avevano certi allievi alla scuola coranica quando chiedevano come conciliare certi versetti con altri che appaiono in contraddizione.” E l’imam come rispondeva? “Li cacciava dall’aula costringendoli ad iscriversi ad altri corsi. Tipo musica”, sorride contento di avermi fatto cadere in trappola. “Comunque con questa guerra, è un miracolo di Allah potersi esercitare abbastanza da non peggiorare tra una lezione e l’altra. Pazienza”. Poi con uno scatto si sistema in punta di poltrona e preme un pulsante all’interfono, chiedendo del thé e qualche biscotto. “…Sono …finiti” gracchia l’altoparlante: “Va bene senza, grazie” chiude lui, passando poi al contrattacco “E allora, questo referendum?” Ero venuto per chiederglielo io, a dir la verità. “Addirittura! Li avete fatti passare tutti eh? Dico, voi giornalisti. Scommetto che avete chiesto proprio a tutti, dentro e fuori il confine, cosa pensavano di questo vostro referendum. Chi vi manca ormai solo il Diavolo lo sa”. Veramente ci mancava proprio lui; e ovviamente lei, Califfo. Sorride, divertito dall’essere caduto nella trappola.

“Il PD di Renzi un po’ mi ricorda l’ISIS, eh.” dice adagiandosi e incrociando le mani dietro il turbante, la gamba incrociata col mocassino che tentenna più dei suoi pensieri. Sa, Califfo, una volta con una frase del genere poteva dire addio ad un posto importante in Italia. “Oh beh, si immagini se Grillo dicesse di qualcuno qui, in Siria, che è una scrofa ferita. Che cosa intollerabile, umanamente ancor prima che in un discorso politico.” E come mai il PD le ricorda l’ISIS? “Tanti motivi, alcuni eventi paragonabili, avvenuti addirittura quasi contestualmente. Prenda il 2014 per esempio. E’ stato l’anno di maggiore crescita, penso anche di maggiore espansione per l’ISIS. Ci siamo staccati da vecchi gruppi storici, che nel frattempo erano diventati minori. E’ uscito fuori un leader – Allah ha voluto fossi io, sia lodato il Suo volere – con delle idee chiare, e un team pronto a seguirlo. Via il terrorismo fermo ai blockbuster di Bin Laden, spazio all’HD. Via i messaggi con due soldatini davanti ad un telo sciapo o ad una spelonca preistorica, e giù duri con i caroselli di pickup Toyota che invadono Twitter”. E il paragone col PD? “Eh, beh, le devo ricordare io cosa ha fatto il PD nel 2014?” Ha vinto le europee. “Ha stra-vinto le europee. Da solo, il 40%. Senza i piccoli partiti di sinistra. Segnando il record storico per la sinistra italiana.” Eppure, in due anni, quel 40% sembra così lontano che più che un ricordo è una leggenda a cui si fa fatica a credere. “E Renzi non deve permettere che la gente si dimentichi di questo. Ma le pare che io vada dai fedeli a dire ‘Vi ricordate di quella volta, nell’autunno 2014, quando arrivammo fino ad Ayn al-Arab [Kobane, nda]? Eh, lo so, cari fedeli: roba da non crederci!’? Dico, tanto basta a Renzi? Io non credo proprio. A me non basterebbe.” E forse in un certo senso il paragone prosegue, tra il calo di consensi del governo e il ritiro delle sue truppe. “Esattamente, perché ad un certo punto diventi cosi grande che ovunque ti guardi esistono solo i confini dei tuoi nemici, vecchi e nuovi. Parti da piccolo leader di provincia e trovi Russia e USA, Salvini e l’ANPI alleati a bombardarti. Diventi too big to be loved.” E il leader cosa fa a quel punto? “Il leader deve fare appunto leva su questa accozzaglia, come la chiama Renzi. Chiarire che il NO che esiste non in quanto frutto di alternative ma in quanto pura negazione è ciò che di più debole esista politicamente. E se il fronte del NO prende forza dalla testardaggine anziché dalle idee, il leader accetta più volentieri la sconfitta di una battaglia perché sa quindi di poter vincere la guerra.” Decido di non interromperlo, perché dimostra di aver ben chiaro ciò che pensa. “A quel punto sembra che tu stia facendo respirare gli avversari, ma in realtà ti stai infiltrando nei loro disaccordi. Il fronte del No vincerà col 60%? Bene, che Renzi vada subito alle elezioni a confermare il 40% restante. Con la differenza che col 40% perdi un referendum ma domini le elezioni.”

Sto per chiedergli se anch’egli soffra delle minoranze interne, ma suona il telefono sulla scrivania. Sugli occhi di al-Baghdadi passa una patina che sembra dire “No, oggi no, ti prego, no.” Non sorride più. Si alza, prende il ricevitore. “…Ho capito…era uscito di qui meno di un’ora fa. I loro tiri sono sempre più vicini.”. Poi si rivolge a me. “Niente più hobbies”. Capisco di dover andare. Uscendo mi chiedo se farà mai in tempo ad imparare bene Battle Hymn of the Republic, e se valga la pena chiedergli se lo sa che è un inno americano.

 

 

 

 

 

Attenzione. Vivendo in un momento della civiltà recentemente battezzato “della post-verità” o più semplicemente “dei boccaloni pappagalli creduloni”, è bene specificare che questa intervista non è mai avvenuta e che le opinioni qui attribuite al signor al-Baghdadi sono frutto dell’immaginazione dell’autore

I referendum sull’ambiente sono dannosi alla salute.

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Ebbene sì, i referendum sull’ambiente sono dannosi alla salute. Sicuramente, alla mia. Perché io vi giuro che divento pazzo, pazzo! quando leggo le dichiarazioni dei politici quando si tratta di referendum che coinvolgono temi riguardanti la natura. Che poi la chiave di lettura è una, la stessa di molte altre occasioni, fatto salvo che in questi casi è bella in evidenza e nessuno però la afferra per poi correre a chiudere la gabbia di matti. Oppure non serve una chiave, ma anche solo degli auricolari speciali che trasformano le parole dette in parole sottintese. Per esempio:

“Senta, Onorevole XYZ, cosa voterà al prossimo referendum su questo importante tema ambientale?”

(il pubblico si mette le cuffie magiche)

“VOTEREMO COSI’ SOLO PER OPPORCI A PRESCINDERE AGLI AVVERSARI”

Ma seriamente, perché voi credete che a Renzi, Salvini, Meloni o Di Battista fotta qualcosa delle trivelle? Stiamo assistendo a ribaltamenti concettuali pazzeschi, roba da salto triplo senza rete protettiva. Pertanto, guarda un po’, troviamo tutte le opposizioni serrate a favore di un referendum che, sempre casualmente, è fonte di una decisione del governo, con quest’ultimo come da copione che invece di entrare a gamba tesa e spiegare per filo e per segno perché sia una legge da mantenere, vivacchia e fa finta di niente, complice il (mal)funzionamento del sistema del quorum.

Quindi, per fare un po’ di esempi.

Salvini, Meloni, e M5S si dichiarano favorevoli alla chiusura di centri di produzione italiana, dove lavorano italiani, che pagano le tasse allo Stato italiano. Meglio quindi importare tutto da paesi stranieri (magari quelli arabi!) che tanto la produzione interna è poca cosa. Eh, ma l’olio tunisino allora? “Guai a chi tocca la produzione italiana a favore dei paesi stranieri! Ecco le facce dei criminali che hanno abolito i dazi!”

Dall’altra parte della barricata, stesso identico imbarazzo. Vi ricordate come il PD spalleggiava sornione i movimenti “per l’acqua pubblica”, nonostante lo stesso Bersani fosse favorevole al Decreto Ronchi? E quindi, l’acqua del mare non dev’essere pubblica quanto quella del rubinetto? Il silenzio del Governo di adesso mi ricorda lo stesso identico silenzio di quello del 2011, come già giustamente notato da altri su questo blog.

Pertanto, vi prego, vi scongiuro: fateli questi referendum, ma non chiedete un parere ai politici. Sembrerà assurdo, lo so, ma vi giuro che alla fine vi sentirete meglio.

Le due visioni inconciliabili del Pd spiegate bene

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L’altro giorno Emanuele Macaluso qualificava il Pd come “un aggregato politico-elettorale caratterizzato da personalismi, privo di un asse politico-culturale”. Gli rispondeva Veltroni, sostenendo al contrario che i democratici sono una forza riformista che trova in Gramsci-Berlinguer e De Gasperi-Moro le proprie radici ideali, culturali, politiche e che quei partiti (Dc, Pci, Psi) l’un contro l’altro armati nel ‘900, caduto il Muro di Berlino, non potevano non ritrovarsi e non saldarsi nel Partito democratico.

Detto ciò, che può significare tutto e niente, dentro al Pd se le danno di santa ragione, più di quanto venga fuori.

E se le danno di santa ragione non per le questioni ideali che dice Veltroni, ma perché fin da quando è stato creato, il Pd è logorato da due visioni completamente contrapposte e tale scontro non ha ancora avuto una soluzione.

Da una parte, infatti,  abbiamo il Pd inteso come una coalizione con la presenza al vertice del nocciolo duro costituito dagli ex Ds, con una sinistra quindi che si evolve senza snaturarsi, che dovrebbe espandersi verso il centro, allargando le alleanze politiche in nome del socialismo europeo, in continuità con delle idee che sono quelle storiche e permanenti: uguaglianza, alternativa democratica, riferimento preciso ad una base sociale giudicata omogenea nel tempo.

Dall’altra, invece, abbiamo il centrosinistra che cede la parte di protagonista al ruolo attivo e determinante del proprio leader, con una politica riformatrice di avanzamento e di colonizzazione anche del campo avversario, che scommette su un progetto senza identità sociale predeterminata, privo di un insediamento culturale ed economico definito, interpretando la società come realtà dinamica, mutata rispetto al passato e in perenne divenire. (i)

Nella prima visione, 1) Partito e Governo dovrebbero avere leadership separate, in quanto se si colpisce uno dei due, l’altro risentirebbe di meno l’attacco, 2) il Partito avrebbe equilibri interni più bilanciati, 3) il Partito mira ad un forte insediamento sociale e territoriale stabile e costante.

I problemi di questa visione: 1) Partito e governo avrebbero due classi dirigenti che finirebbero col litigare tra di loro e col farsi sgambetti e trabocchetti incrociati quotidiani, 2) non ci sarebbe mai un leader forte, 3) formazione di una classe burocratica magari efficiente e ben radicata ma destinata a divenire un corpo a sé ‘isolazionata’ in rigide logiche corporative.

Nella seconda visione il leader è quello che conta. Ha mani libere e, in una fase politica dominata da populismi e smottamenti vari, navigando a vista riuscirebbe con più facilità a fare sintesi ed a superare ostacoli senza i lacci e lacciuoli della burocrazia di partito. Ha maggiore libertà di manovra e di comunicazione, può occupare più facilmente gli spazi degli avversari per disinnescarli, il che si attaglierebbe maggiormente all’epoca liquida e flessibile dei tempi odierni.

I problemi di questa seconda visione sono vari. 1) Colpito il leader, che è sia del partito che del governo, perché questa visione si basa su una leadership personale forte e l’ eventuale separazione ne dimezzerebbe la portata, cade sia “la cucuzza che il cucuzzaro”. Altro problema 2) è quello di non avere un insediamento sociale ed elettorale costante e ben definito: c’è una massa suggestionabile che può voltare le spalle da un momento all’altro e seguire, ad esempio, un leader nuovo meno logorato dal tempo e dalla normalizzazione governativa. 3) Gestione incontrollata del leader che può far crescere malesseri interni che diventano incalanizzabili, dispersivi e se cronici deleteri per il leader/partito medesimo. 4) Problema non marginale ed inevitabile in tutte le formazioni a prevalenza leaderistiche, è la creazione di una classe dirigente mediocre, fatta da mezze calzette, yesman, entusiasti emotivi (ma l’entusiasmo amoroso dura al max 24 mesi e quando passa scattano capricci, ripicche e gelosie), dai cacciati e dagli esuli del campo avverso, che diventano fedeli in quanto accolti, ma che, come tutti quelli che hanno tradito, ritradiranno alla migliore occasione, ed infine dagli opportunisti che come l’ossigeno che li tiene in vita, campano col motto “quando tira vento fatti canna”.

Il vero scontro nel Pd è tra queste due visioni. Oggi prevarrà una, domani l’altra.

Ma è una guerra che difficilmente avrà fine, tanto meno  immediata.

Soundtrack1:’Vehicle’, The Ides of March

Guida al Partito Democratico, corrente per corrente

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Il principale partito politico italiano è il PD. Le dinamiche interne e il modo di formazione della classe dirigente di tale partito sono tra le più articolate nel panorama europeo. Dedicherò a tale partito due contributi. Visti i fatti degli ultimi giorni, una panoramica introduttiva è necessaria per permettere ai non addetti ai lavori di districarsi tra gli attori in campo.

La prima considerazione da fare è che il PD è il principale partito che sostiene il governo attualmente in carica (con maggioranza assoluta alla camera), esprime il Presidente del Consiglio, la maggioranza dei ministri, amministra la gran parte delle regioni italiane oltre che le principali grandi città. Raramente nelle democrazie occidentali si è assistito ad un accentramento di potere tale. Se da un lato questa situazione può dare grande slancio all’attività dell’esecutivo, dall’altro non si può non notare come la sovrapposizione tra Partito e strutture statali sia il frutto di un sistema politico in grande difficoltà. Diversamente da quanto avvenne nella Prima Repubblica, la centralità del PD a tutti i livelli amministrativi è dovuta più all’incapacità politica dei suoi avversari che a un vincolo esterno. Il sistema appare infatti imbrigliato dalla crescente egemonia della Lega nel ex centrodestra e dal “gran rifiuto” del movimento 5 Stelle a fornire appoggi esterni ai governi Bersani e Renzi.

La competizione per il potere si gioca pertanto più all’interno del PD che tra i vari partiti.

La grande divisione che attraversa tutte le correnti del Partito è quella generazionale. Due sono le classi in campo: i sessantenni e i neo quarantenni. La prima è la generazione che arriva dall’onda lunga del sessantotto (formati da una o dall’altra parte della barricata ), l’altra e quella di chi ha iniziato a fare politica negli anni 90. In mezzo esiste qualcosa ma negli anni del riflusso le masse non sono andate in sezione (a dire il vero nemmeno negli anni 90. Ciononostante un nucleo si è formato).

Nel Pci le linee erano tre: i miglioristi, il centro berlingueriano e la sinistra. I Ds avevano i Veltroniani e i Dalemiani. Nella Dc la situazione era molto più complessa e il PD assomiglia molto più a quel partito che al grande partito della sinistra. Con buona pace dei compagni, stanno morendo democristiani. A grandi linee le aree del partito sono le seguenti: il cerchio magico, AreaDem, i prodiani, i giovani turchi, i lettiani, i bersaniani, i dalemiani, i liberal radicali, i cattoDem, l’innominato, la CGIL, i cuperliani e i civatiani . Ogni corrente avrebbe delle sottocorrenti ma ve le risparmierò.

Il fattaccio che ha determinato questa geografia è l’elezione del presidente della Repubblica del 2013. Non sapremo mai chi sono i 101 o, meglio, volendo evitare querele, diciamo che non lo sappiamo. Ad ogni modo, come scriveva Lenin, guarda chi ne trae beneficio e…

Il cerchio magico è composto dai più stretti collaboratori di Renzi, odiatissimi da tutti gli altri renziani dato che il grande capo si fida solo di loro. Chi sono? Lotti, la Boschi e il portavoce Sensi. Appena Renzi sbarcò a Roma, seppur in posizione autonoma, c’era anche Delrio. Quest’ultimo in secondo piano dopo una riforma delle provincie non brillante e performance televisive deludenti. I tre concorrono attivamente alla formazione della linea Renzi. Prima della prova di governo vicini a posizioni liberal e rigoriste si sono trasformati in tenaci sostenitori della flessibilità di bilancio. Rispetto alle origini qualche giravolta anche sui diritti civili, più in generale possiamo dire che la linea politica di Renzi sia “per la maggioranza”. A volte questa maggioranza comincia a partire da redditi più alti, altre volte da quelli a redditi più bassi, certamente non è mai identificabile negli schemi della politica classica.

AreaDem raccoglie una buona parte degli ex margherita e si costituì per supportare Franceschini alla corsa alla segreteria contro Bersani. Gli uomini di Area Dem sono diventati una buona falange del renzismo fornendo al segretario uomini di indubbia esperienza politica come il vicesegretario Guerini,il ministro Franceschini e il capogruppo Rosato. La gran parte di loro convertiti a Renzi all’ultimo minuto hanno raccolto tra le loro fila l’ex segretario DS Fassino già prima del fattaccio. Pare che proprio Fassino sia stato uno degli uomini ponte per l’arrivo di Renzi a Roma. Ideologicamente sono inseribili nell’alveo di cattolicesimo democratico.

I prodiani dopo il fattaccio non esistono quasi più. Sono i fedelissimi dell’ex premier rimasti politicamente vivi. Spariti a livello locale sopravvivono come una bestia rara in parlamento. L’azione di maggior rilievo di questa piccola frangia è stata l’abbandono dell’aula durante voto sull’italicum. Come il loro padre putativo sono rancorosi e filoeuropeisti a prescindere .

I dalemiani ormai si sono ridotti al solo D’Alema e alla sua rete di relazioni. Bolscevico nell’animo, unico ex comunista ad essere diventato premier, ogni sua dichiarazione ha un grande eco mediatico. Stimato internazionalmente è una contraddizione vivente. Critica l’attuale presidente del consiglio per una riforma del lavoro poco di sinistra e a suo tempo approvò il pacchetto Treu, predica politiche fiscali espansive e la frase dopo si vanta dei suoi avanzi primari. Lui si difenderebbe dicendo che è il momento che determina le scelte politiche e che arrivare fuori tempo in politica non è concesso. Alla giuria la difesa non convince…Di recente gli si attribuisce la possibilità di potere” fare saltare il banco” sostenendo liste di sinistra alle amministrative di Roma e Napoli. Non sembrano minacce credibili e se la festa per il PD dovesse finire non sarebbe per merito suo. Odiato dalla grande maggioranza degli italiani, venerato da un non esiguo numero di iscritti è ciò che più si avvicina all’ultimo uomo di Nietzsche.

L’innominato c’è e resterà tale. Sappiate che conta molto.

I bersaniani erano la maggioranza dei parlamentari eletti nel 2013. Notevolmente ridotti dopo il fattaccio hanno di recente subito le defezioni di Fassina e D’Attore. Fabbriche di bersaniani sono state l’Emilia e il Veneto. Il loro leader è Roberto Speranza, ex capogruppo e probabilmente sfidante di Renzi al prossimo congresso (pare che a quest’area non sia piaciuta l’autocandidatura di Rossi). Politicamente socialdemocratici si distinguono più per l’opposizione di principio a Renzi che per i risultati ottenuti dalla mediazione parlamentare. Aspirano a tornare maggioranza nel Partito e per tale motivo cercano alleanze con i lettiani oltre che con ambienti della società civile che poco hanno a che fare con la loro storia. Una presenza non irrilevante nella base.

I Turchi sono una corrente di grande interesse. Provengono dai dalemiani e ne hanno assorbito l’essenza a tal punto da diventare perno della maggioranza di Renzi nonostante avessero sostenuto Gianni Cuperlo all’ultimo congresso. La pattuglia parlamentare turca è capitanata da Orfini, presidente del Partito e commissario di Roma. Non si capisce se la sua linea sia dettata da un particolare acume politico o dal forte astio verso i bersaniani, quello che è certo è che i Turchi si stanno piazzando in posti di tutto rispetto. L’uomo all’Avana dei Turchi è il ministro Orlando, ultimo dei miglioristi. Hanno quasi la totalità dei giovani democratici dalla loro parte. Politicamente questa corrente rappresenta la socialdemocrazia classica, più concentrata a sopravvivere nella lotta di potere che ad altro, ottiene di tanto in tanto qualche emendamento di sinistra.

I liberal radicali sono i pochi liberisti del PD. Peso nel partito quasi nullo. Qualcuno arriva dal PCI, altri dai Radicali. Figura di spicco è Morando. Sono quei profili che hanno giustamente scelto il PD per fare la riserva indiana e per avere un po’ di risonanza. Non si muovono compatti e la mano invisibile non sembra dare grandi risultati in transatlantico. Una volta erano affiancati anche dai reduci repubblicani.

I lettiani sono dormienti. II loro capo è a Parigi e aspetta un passo falso del rivale Renzi. In molti lo hanno abbandonato, o forse è solo una tattica. Lettiani di punta sono la De Micheli e Boccia. Sognano una grande manovra con i bersaniani e in caso di una debacle alle amministrative sperano di ricompattare tra le loro fila anche Area Dem. Politicamente europeisti e vicino alla Troika non godono di ampio consenso nella base.

I cuperliani. Esigua minoranza. Legati a Gianni Cuperlo sono stati in bilico tra i turchi e i bersaniani per poi assecondare questi ultimi nell’opposizione intransigente a Renzi. Guidati da un signore d’altri tempi i cuperliani sono destinati all’esaurimento e all’assorbimento nei bersaniani.

I civatiani sono usciti quasi tutti dal Partito (vedi Civati e Mineo). Linea politica vaga: forte opposizioni a Renzi, al governo di grandi intese, al Jobs Act e alla riforma costituzionale. Avevano ottenuto un risultato non irrilevante al congresso ma quel capitale politico sembra andato in fumo definitivamente. Vedremo alle prossime amministrative il peso reale di questa area.

I cattoDem non sono una vera e propria corrente, si compatta ogni qualvolta si deve votare su temi eticamente sensibili. Recentemente attivi contro il ddl Cirinnà, si deve più ad Alfano che a loro lo stralcio della stepchild adoption.

La CGIL ha per anni fornito quadri al PDS-Ds. Storicamente mal sopportati dai dalemiani e dall’apparato della sinistra, oggi ai ferri corti con i renziani, si trovano anch’essi ad un bivio: uscire o tacere. Additati da Renzi come uno dei principali problemi del paese il loro malumore cresce di giorno in giorno. Se uniti possono fare male, in Liguria i renziani ne sanno qualcosa… Tolti i quadri di riferimento storici come Cofferati (uscito dal Partito), Epifani e Damiano non sembrano produrre nuove leve in grado di acquisire potere nel partito.

Presentate le squadre nel prossimo contributo un’analisi della politica del PD negli ultimi due anni, di come si finanzia e come forma i propri quadri.

Cirinnà: un passo avanti, molti indietro

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No, qui se uno legge certi commenti sulla legge Cirinnà, pure quello dell’amico Tad, pare che ci si debba congratulare col PD per aver portato a casa chissà cosa.

Praticamente una legge che sarebbe già stata arretrata è diventata qualcosa di praticamente ridicolo. Perché è vero che contano i risultati pratici, e che la situazione di moltissime coppie sarà migliorata rispetto al nulla che lo stato offriva senza ricorrere ai tribunali. Questo tipo di leggi, però, servono anche a segnare principi, hanno un significato storico che va al di là della portata pratica.

Siamo un paese dove si vaneggia dell’introduzione di un reato di omofobia dai contorni vagamente definiti, laddove il primo a discriminare è lo Stato. E tale rimarrà dopo la legge Cirinnà.

Approvare il matrimonio omosessuale sarebbe stata la più grande operazione antiomofoba possibile: lo Stato avrebbe finalmente segnalato chiaramente che gli omosessuali non sono cittadini di serie B.

I compromessi fatti per approvare la legge hanno totalmente ribaltato questo significato. Niente matrimonio perché “il matrimonio è solo tra donne e uomini”, una petizione di principio totalmente arbitraria che qui in italia passa per ragionevole buon senso. Quindi vabbè niente matrimonio.

Niente stepchild adoption perché “i froci sennò si comprano i figli all’estero”. Certo, mica perché ci sono coppie omosessuali con figli avuti da precedenti unioni. La gestazione per altri (il temibilissimo “utero in affitto”) esiste da decenni e moltissime coppie eterosessuali vi ricorrono. Qualcuno propone di restringere la disciplina delle adozioni all’interno del matrimonio eterossessuale per evitare il rischio? Ma certamente no, perché a nessuno frega un cazzo dell’utero in affitto, alla maggioranza di governo frega mettere i bastoni tra le ruote agli omosessuali, segnalare che sono diversi, non sono adatti a crescere figli, sono moralmente inferiori.

E alla fine, proprio per rimarcare questa inferiore moralità, niente obbligo di fedeltà. Cosa che viene spacciata addirittura come moderna, “non è lo Stato che deve intromettersi tra le lenzuola”. Ma come no! A parte il fatto che l’obbligo di fedeltà non vuol dire solo che non si debba scopare fuori dal matrimonio ma è l’obbligo di mantenere una leale collaborazione all’interno della coppia. Soprattutto, questa lettura pseudoliberale è immediatamente contraddetta dal fatto che a imporre lo stralcio dell’obbligo è stato Alfano. Non prendiamoci in giro: lo stralcio è solo un altro modo di dire, il matrimonio è cosa seria, le unioni omosessuali sono un po’ come le storielle tra fidanzatini delle scuole medie, una roba effimera; inutile sancire l’obbligo di fedeltà a gente che non può assumere impegni affettivi seri.

Insomma, cari tutti, qui stiamo sancendo e perpetuando per legge una discriminazione. E a farlo è un governo che si dichiara progressista, addirittura “il più di sinistra della storia d’Italia”. La storia della legge Cirinnà dimostra invece che questo è un governo con una maggioranza conservatrice, senza neppure uno straccio di liberalismo per consolarci. Quindi facciamola finita con sti festeggiamenti di facciata e cerchiamo di capire come stiamo davvero messi politicamente. Perché se non si riesce ad approvare un provvedimento progressista perché i grillini, cioè un’accozzaglia di gente dichiaratamente senza consistenza politica, si tirano indietro, per me stiamo messi malissimo.

La Cirinnà e le critiche dell’Italia Migliore

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Neanche il tempo di approvarla, questa “mezza Cirinnà” che già ovunque è tutto un fiorire di dotte analisi politologiche, critiche feroci, aggressioni verso i protagonisti: Alfano, Verdini, Renzi, il Governo, il PD – e un’inspiegabile, vi giuro inspiegabile, santificazione dei Cinque Stelle.

Insomma, il mostro di tutta la faccenda è chi, alla fine, questa legge l’ha approvata. Non è un granché, certo, ci piaceva di più prima, certo, ma è un primo passo. C’è una leggina sulle unioni civili che è passata al Senato. Per molto meno è caduto più di un governo. Però, addosso. Altrimenti non siete sufficientemente progressisti, ché l’importante è ribadire che Alfano è retrogrado e puzza – e invece pensate un po’ ha votato la fiducia sul provvedimento. Ha chiesto qualcosa in cambio? Certo, così funzionano i parlamenti. Sapete chi invece non ha fatto proprio nulla per questo piccolo traguardo, se non un mortale, micidiale, continuo e inarrestabile casino, come da copione? Il MoVimento 5 Stelle. Che però erano a favore, eh, ci mancherebbe. Però sì, poi no, poi il canguro, l’sms, il controcanguro, mi si nota di più se vengo o non vengo, ma la democrazia signora mia, e le analisi di Dibba secondo cui è tutto un modo per nascondere il dissenso interno al PD (nascondere a chi, Dibba, che lo sanno pure le pietre?). Però, non si capisce come, secondo molti di questa storia non c’è niente per cui rallegrarsi, manco una briciola, e i grillini sono gli integerrimi salvatori della Coerenza, con la “C” maiuscola.

Verdini non è simpatico a nessuno, vi assicuro, è un politicante della peggior specie, ed è anche piuttosto abile nel fare questo mestiere. Però, sapete, la politica è anche (proprio?) questo: è compromesso. È continuo compromesso e mediazione – io do qualcosa a te, tu dai qualcosa a me, però prima lascia che ti convinca della bontà della mia idea e tu mi dirai della tua. I governi, ripeto, cadono su provvedimenti come questo in paesi come questo. Questo ha tenuto, e ha portato a casa il risultato. Non è il risultato migliore? Capita. Spesso, in politica. Se non vi sta bene, in effetti, l’approccio squadrista del MoVimento è ottimo per voi, lì si mantiene barra a dritta e pedalare.

Che poi alla fine, a chi oggi critica il PD per esaltare i 5 stelle, di fondo, delle unioni civili non gliene importa proprio nulla. L’importante è sentirsi persone migliori di Renzi e Alfano e dare addosso al Partito Democratico, alla politica brutta brutta del compromesso, mentre si sta comodi nei propri divani. È l’Italia Migliore, amici miei: c’era con Berlusconi e non se n’è ancora andata.

Abbiamo vinto. Lode al governo

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Dunque ricapitoliamo: il Senato della Repubblica ha approvato (dopo aver giurato e spergiurato che non era possibile) la fiducia su un provvedimento il quale

  • conferma la discriminazione degli omosessuali nei confronti dell’istituto del matrimonio
  • istituisce una forma distinta di unione (Senta signora Parks, lei su quel posto non può proprio sedersi: che ne dice se invece facciamo un bello sgabello dedicato solo a voi… abbronzati?)
  • elimina il riferimento alla possibilità di adozione del figlio del partner (nonostante essa sia già possibile). Lo ripeto perché magari non è abbastanza chiaro: OGGI la stepchild adoption, ancorchè complicata, è possibile ma il DDL Cirinnà fa finta che non esista
  • viene festeggiato con toni trionfalistici dall’onorevole Angelino Alfano (peraltro ministro e vicepresidente del consiglio del suddetto governo) che, dall’alto degli ZERO voti conquistati dal suo partito alle elezioni politiche del 2013 ha dettato praticamente l’intera linea di governo dall’inizio della legislatura imponendola ad ampie porzioni del partito di maggioranza.

Eppure, nonostante tutto questo, nonostante la disuguaglianza formale tra matrimonio e unione civile possa comportare facilmente una discriminazione pratica (c’è uno sgravio per le coppie sposate? chi ha detto che debba essere esteso alle unioni civili? e le graduatorie comunali e regionali per l’accesso ai servizi? e il calcolo dell’ISEE? etc. etc.), nonostante sia evidente che il prossimo che si azzarderà a chiedere, banalmente, l’uguaglianza di fronte alla legge si sentirà rispondere “Cazzo vuoi? Ti abbiamo pure fatto le unioni civili. Fila via, che i VERI problemi sono altri” (con buona pace di chi ci crede davvero e ha tutta la mia stima per questo), nonostante di fronte alla discriminazione non può esserci trattativa o compromesso (o sei discriminato o non lo sei, tertium non datur), gli alfieri del bispensiero renziano ci raccontano del fantastico risultato raggiunto, si commuovono per l’elemosina ricevuta e tacciano gli altri di disfattismo e ingenuità. Ed io non so se sia più deprimente immaginarli in malafede o meno.

P.S.: ovviamente è tutta colpa dei grillini

Le priorità variabili di Matteo Renzi sulle unioni civili

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Mettiamo un attimo le cose in prospettiva: il governo Renzi è ricorso all’istituto della fiducia parlamentare più di 40 volte per approvare, tra le altre cose, il ddl Delrio sull'”abolizione” delle province, il decreto Poletti, il decreto Lupi, il decreto Madia sulla Pubblica Amministrazione, i decreti Cultura e Competitività, lo Sblocca Italia, la legge delega sul JOBS Act, decreto salva-Ilva, decreto Milleproroghe, decreto Banche Popolari, la Buona Scuola, Italicum, riforma parlamentare, decreto Giubileo, decreto antiterrorismo e ddl Boschi di riforma parlamentare. Poiché l’uso della fiducia è l’estrema ratio cui l’esecutivo ricorre per garantire l’approvazione dei provvedimenti, dobbiamo ipotizzare che tutti le succitate iniziative (34% del totale leggi approvate) venissero ritenute fondamentali per il bene del paese al punto da, in molte occasioni, andare allo scontro anche con membri del proprio partito. Parlo di “ipotizzare” perché, in effetti non possiamo fare altro: Matteo Renzi è stato eletto Presidente del Consiglio non a valle di una campagna elettorale in cui ha presentato il programma del partito di cui è segretario, ma in seguito alle dimissioni del suo predecessore. Non sarebbe pertanto corretto accusarlo di non aver rispettato il programma di governo di fronte agli elettori in quanto, a tutti gli effetti, agli elettori non ha mai dovuto promettere nulla.

Piccola parentesi: a mio modestissimo parere uno dei problemi del nostro sistema di repubblica parlamentare è la scarsa accountability. I nostri cugini presidenzialisti d’oltreoceano, quando tra quattro anni dovranno giudicare il presidente, si ricorderanno di tutto quello che ha proposto in campagna elettorale e su quello lo giudicheranno. Ma in un sistema parlamentare, tra l’altro in assenza dell’uninominale secco, possiamo solo trarre un giudizio sull’operato del partito che abbiamo votato (ammesso che esista ancora).

Dunque può essere questa la soluzione: anche se Matteo Renzi non ha mai fatto campagna elettorale per diventare Presidente del Consiglio nella sua candidatura alla segreteria del PD dovremmo ritrovare tutti gli argomenti di cui sopra. E tuttavia, ad eccezione di qualche vago accenno ai temi del lavoro e della legge elettorale, nel programma dell’epoca si trovano quasi esclusivamente dichiarazioni di intenti senza alcun dettaglio concreto, men che mai i suddetti provvedimenti: provvedimenti i quali hanno in seguito acquisito tanta importanza da dover essere approvati tramite fiducia parlamentare.

In compenso, durante l’unico dibattito con gli altri candidati segretari, a un certo punto successe questo (momento clou a 3:35).

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P.S. qui il video completo: tra i vari momenti LOL segnaliamo “non voglio mandare a casa Letta” (6:52) e “abbassare Irpef, alzare tasse su patrimonio” (50:00)

 

Se Renzi ha un piano per Roma, qual è

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Si invocava il modello Milano, si è rischiato il modello Platì: nessun candidato sindaco per Roma.

Comprensibilmente, d’altra parte, come ci spiegano i colleghi: nessuno vuole più fare il sindaco, in generale. In particolare a Roma, che è la piazza politica peggiore d’Italia. Nonostante tutto, però, a Roma un sindaco c’era: in due anni avrebbe potuto portare a termine il mandato e consolidare il giudizio degli elettori per poi, come pare avvenga nelle democrazie, essere premiato o punito alle urne.

L’interventismo del premier sul caso Marino ci aveva fatto pensare che avesse un piano per Roma, un piano irrevocabile nelle tempistiche e che rendesse necessario e urgente sbarazzarsi dell’inquilino del Campidoglio. A distanza di quasi cinque mesi, invece, anche ai più attenti osservatori sfugge l’avvistamento di una qualsiasi strategia per la Capitale, a meno che non si voglia spacciare per tale la famigerata candidatura alle Olimpiadi del 2024, progetto sul quale non si può che essere benaltristi, prima che favorevoli o contrari (chiunque frequenti Roma si rende conto che la Capitale ha bisogno di ben altro che un grande evento, e ben più in fretta).

Sfugge anche l’avvistamento di un qualsiasi contenuto politico nelle mosse timide del candidato Giachetti e del suo sparring partner Morassut. Tra interviste bonarie in cui rivendica l’autonomia da Renzi e ostenta voglia di fare, ma senza dire cosa, e silenziose passeggiate di ricognizione “sul territorio”, dalle parti di Giachetti si respira una campagna dimessa, malinconica, il tempo ci dirà se solo attendista. Nel confronto con Morassut, poi, nulla di simile alle performance animate degli sfidanti milanesi che, farsa o no, hanno reso credibile una dialettica tra le anime del centrosinistra.

Centrodestra non pervenuto, la piazza appare sgombra per un Alfio Marchini in campagna elettorale permanente.

Gli osservatori moderatamente cattivi pensano che sia lui il vero candidato del Governo, e questo farebbe tornare i conti con l’esigenza di allontanare Marino per lasciare libertà di manovra al comitato olimpico Malagò-Montezemolo che ha in Marchini il suo garante. Inoltre, con Milano a Sala, un candidato di convergenza con il centrodestra su Roma può essere un pegno ragionevole per traghettare il Governo Renzi attraverso le amministrative senza troppi mal di pancia in zona Alfano.

A sentire gli ottimisti, invece, lo stallo di questi giorni non sarebbe che la quiete prima della tempesta. La campagna non è quindi ancora iniziata, e si traccheggia per lasciare al Movimento 5 stelle la prima mossa sperando sia sbagliata. Il Movimento, per tutta risposta, traccheggia anche lui davanti al suo esame di maturità, non più rimandabile oltre queste amministrative romane.

E’ a questo esame che guardano gli osservatorio davvero cattivi: il Campidoglio è l’unico obiettivo concretamente raggiungibile per la squadra di Grillo e – ammesso che non prevalga in loro la paura di vincere – glielo si potrebbe lasciar fare. Lasciare cioè che spariglino le carte in tavola per il tempo necessario, fino a un inevitabile scandalo e alla parola FINE scritta da una Procura sulla storia del Movimento. Non sarebbe il primo caso in cui Renzi opta per la tattica del vincere perdendo.

Roma come pegno per la pax renziana, dunque, oppure Roma come trappola per i grillini. D’altra parte abbiamo sempre pensato che avesse un piano per Roma, l’unica cosa che sappiamo finora è che questo piano non sembra passare per le primarie del PD.

Roma e la teoria della fenice

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Nel bel post di El Presidente su Roma si traccia una cronologia degli eventi, una loro interpretazione, e una conclusione. Fin qui tutto bene.  Poi il crollo:

“peggio è il candidato, più volentieri lo voto: datemi un Nerone che riduca Roma in cenere e potremo cominciare a ricostruire sulle macerie”

L’ idea, molto comune, ha accarezzato a volte anche me: fare tabula rasa e ricostruire, rimuovendo i peggiori e liberando la società da chi la “opprime”. Le cose, purtroppo, vanno spesso molto diversamente. Detta banalmente: si rimuove Pahlavi e arriva Khomeini. L’ANP con Fatah è corrotta? Ecco che arriva Hamas. E dopo Eltsin, incapace e corrotto, fu il turno di Putin.

Oppure, banalmente, succede che il sistema istituzionale regge, come accadrà verosimilmente a Roma, e allora la rabbia che vuole distruggere tutto ed è ancora disposta ad intrupparsi verrà canalizzata dietro qualcuno che, state certi, avrà interesse a installarsi in cima alla monnezza per arraffare tutto l’arraffabile. Ma una città di tre milioni di persone, una Capitale, non muore neanche così: può agonizzare a lungo, distruggere la vita di chi ci abita, destabilizzare la vita politica di un Paese. Ma l’evento catartico, voluto o non voluto, non arriverà mai.

A margine, la mia impressione è che il gruppo di individui peggiore in assoluto per raccogliere questo sentimento sia quello che gira intorno a Giorgia Meloni. La quale, peraltro, ha bisogno proprio di questo clima per vincere.

Fossi nel caro Presidente, invece di inseguire improbabili fuochi purificatori, proverei a chiedermi se c’è qualcosa da salvare, o qualcuno che fa qualcosa che valga la pena sostenere. La mia impressione è che ci siano entrambe le cose, ma ovviamente mi si dirà che è facile parlare quando non devi prendere la metro a Roma tutte le mattine.

 

#VotaNerone

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Come ci insegna The Wire la regola aurea della politica è una e una sola: a nessuno piacciono i rompicoglioni. Venire segato fa parte del gioco e può accadere per mille ragioni diverse che, spesso e volentieri, neanche riguardano direttamente te o come hai svolto quel lavoro. La cosa importante è che, quando accade, tu resista alla tentazione di montare un casino e faccia gioco di squadra: sorridi, ringrazi, saluti e ti levi dal cazzo. Fai così e vedi che quando si tratterà di di affidare un incarico, una poltrona in un consiglio di amministrazione o in una fondazione, magari una candidatura in un seggio sicuro, sai che verrai ricordato come uno tranquillo, uno che non dà problemi, uno di noi. Prendete Marrazzo che oggi è inviato Rai a Gerusalemme o la Polverini che è deputato; prendete Sassoli e Gentiloni, umiliati alle primarie ed oggi, rispettivamente, parlamentare europeo (dove, non paghi di quello che aveva combinato la volta scorsa, l’hanno fatto pure vicepresidente) e Ministro degli Esteri: tutte persone che hanno capito che non è importante doversi dimettere o perdere un’elezione ma non fare casino.

Se mai ce ne fosse stato bisogno, l’ultimo capitolo di quell’incidente ferroviaro al rallentatore che è stata la permanenza di Ignazio Marino in Campidoglio, ha dimostrato fuor d’ogni dubbio che lui della squadra non ha mai fatto parte, anzi: autocandidatosi contro l’establishment del partito, in quella che è probabilmente stata la sua unica espressione di acume politico, ha stravinto sia primarie che elezioni proprio per l’ostentata estraneità al blob stratificato e putrescente composto da mattone, sanità, monnezza, palazzinari, fascisti, sindacalisti, cooperative, fondazioni, giornalisti e preti noto ai più come scena politica romana. Il problema è che se per governare Roma c’è bisogno di capacità eccezionali di per se, Marino ha ampiamente dimostrato non solo di non avere tali capacità, ma, come molti incompetenti, di non rendersi nemmeno conto di quello di cui avrebbe avuto bisogno (una visione chiara per il futuro della città, la selezione di competenze cui delegare le questioni cruciali, l’umiltà di chiedere aiuto a chiunque fosse in grado di fornirlo). Marino, invece, si è lanciato contro il moloch con un’incoscienza immotivata e, spesso, deleteria, collezionando figuracce e litigando con tutti quasi a prescindere. Se ti metti in testa di pulire le stalle di Augia o sei Eracle o la tua Hubris ti porta ad affogare nella merda.

È anche difficile dire cosa Marino sperasse di fare perché, in effetti, non ha mai avuto la possibilità di farlo. Se Renzi fosse stato chi ha sempre raccontato di essere, Marino sarebbe stata la testa di ponte, il punto di appoggio per rinnovare il partito e cambiare la città. Il Renzi rottamatore avrebbe offerto il suo aiuto, messo a disposizione i suoi uomini migliori, fatto sentire tutto il peso del nuovo cazzo di segretario del partito con grandissima vendetta e furiosissimo sdegno su chiunque avesse provato anche solo ad aprire bocca contro il primo sindaco del nuovo PD; sfortunatamente il Renzi futuro Presidente del Consiglio alle persone con cui Marino è in guerra sta deve un bel pezzo della sua poltrona. Ed ecco quindi ZERO appoggio a Marino dal PD nazionale, l’invio di Orfini a gestire il partito (ovvero giunta e assessori) e Gabrielli per il resto, dichiarazioni deliranti nel mezzo di Mafia Capitale, visita alla Festa dell’Unità come un ladro e, a coronare il tutto, tre assessori imposti dall’alto che nemmeno due mesi dopo sono i primi a dimettersi dando il via alla crisi. Tutto ovviamente sensatissimo se si pensa che, una volta segato Marino e tolta di mezzo ‘sta stronzata delle primarie c’è un bel giubileo straordinario da organizzare come si deve (con tante grazie al Papa).

Flashback, aprile 2008. Mi sono laureato da un mese e mezzo, sono partito per l’interrail e sono in Andalusia quando mi arriva la notizia che Alemanno ha vinto le elezioni. Per il ballottaggio ero già partito ma il primo turno ero a Roma e mi ero rifiutato di votare Rutelli: sapevo che avrebbe vinto Alemanno, immaginavo lo schifo che avrebbe fatto alla mia città ed ero pronto ad accettarlo nella speranza della reazione che avrebbe suscitato nel PD. In questo senso la vittoria di Marino l’ho vissuta quasi come una vittoria personale, una scommessa vinta.

Da ieri Ignazio Marino non è più il sindaco di Roma e la sua carriera politica è più morta di Dillinger; non si sa chi vorranno mettere al suo posto (faccio un nome a caso) ma è francamente irrilevante a questo punto. Se c’era una possibilità di redenzione per questa città era qui e ora ma la fine di Marino dimostra che il sistema è troppo marcio per potersi autorigenerare.

Che fare allora? Facile: votate i 5 stelle. Si, quei beoti che stavano in piazza con i fascisti a festeggiare le dimissioni. Quelli che hanno urlato in faccia a chiunque provasse a mettere su qualcosa di costruttivo. Quelli che il candidato sindaco NON deve avere esperienza di politica. Possono candidare la qualunque, io li voto lo stesso. Anzi, peggio è il candidato, più volentieri lo voto: datemi un Nerone che riduca Roma in cenere e potremo cominciare a ricostruire sulle macerie.

Cosa è diventato il canone?

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L’ultima idea geniale dei tecnici del governo è includere il canone RAI (in due tranches) nelle bollette elettriche.Se non paghi il canone, via la luce. Il nuovo meccanismo di accertamento prescinde dalla possesso o meno di un televisore, ma di fatto presume la disponibilità di un qualsiasi strumento atto alla visione di contenuti multimediali.

Passo indietro. Nel 1990, in un periodo di riordino della finanza locale inglese, Margaret Thatcher propose una tassa, chiamata community charge, che sarebbe passata alla storia come poll tax. Il fatto di introdurre una nuova tassa, peraltro completamente regressiva (l’ammontare da pagare era uguale per tutti, e quindi considerato ingiusto verso i meno abbienti), e non giustificata nella sua natura dall’avere una corrispondenza con uno scopo preciso, ha giustificato un enorme movimento di protesta. L’impopolarità della misura è stata tale che i laburisti hanno, per la prima volta dopo lustri, superato i conservatori nei sondaggi, le manovre di partito dentro i Tories hanno portato al passo indietro della Thatcher, e infine la tassa è stata sospesa, quindi abolita.

Ora, chi scrive ha una opinione molto positiva di Margaret Thatcher, eppure avrebbe criticato fortemente l’idea della poll tax. Le conseguenze politiche di quella scelta sbagliata sono forse state sproporzionate rispetto alla sua figura e all’enorme contributo dato al suo Paese, ma hanno dimostrato l’esistenza di una opposizione sana, in grado di farsi sentire sulle questioni sostanziali e produrre cambiamenti.

Torniamo all’Italia. Dicevamo che il canone, ormai parte della bolletta, è nei fatti svincolato dallo scopo di finanziare il servizio pubblico: da un lato la RAI opera con criteri sostanzialmente commerciali, dall’altro la raccolta del canone non dipende più nemeno dalla fruizione potenziale del servizio.
A tutti gli effetti, il canone è un’altra poll tax. Chissà come si sentono in questo momento, i cari renziani, ad essere più “a destra” di Margaret Thatcher. Lo hanno capito, o sono convinti che se uno tassa e spende, comunque ciò accada, allora fa comunque una cosa “di sinistra” ? Quanto alle opposizioni, certifichiamo per l’ennesima volta, casomai ce ne fosse bisogno, la definitiva morte cerebrale.

Vincere, e vinceremo

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Come ben sappiamo grazie ad un infaticabile Mentana, ormai a dire la verità ben lanciato verso i limiti del grottesco in quella che sempre più è uno spettacolo da tendone più che una diretta, domenica si è votato per le regionali. Non sono un grande appassionato dei tecnicismi elettorali (altre sono le questioni politiche che mi solleticano e affascinano), per cui ho lasciato che fossero i mitologici media, a traghettarmi come novelli Caronte verso la sponda della Comprensione. Ecco quello che mi è stato spiegato, in innumerevoli interviste e dichiarazioni.

  • Ha vinto il PD, visto che ha conquistato 5 regioni su 7. Cioè la maggioranza. Di solito, quando succede questo, ti danno una coccarda, o qualcosa. La vittoria è incontrovertibile, sono i numeri a dirlo.
  • Ha vinto FI, perché comunque i numeri, si sa, sono cose per freddi tecnici chiusi nelle loro muffite stanzette: nonostante lo scarso risultato quantitativo, hanno strappato il feudo ligure al PD. Qualcosa di storico, sotto un profilo politico. Netta vittoria.
  • Ha vinto il M5S, che tutti davano per spacciato ma che ha avuto un’ottima tenuta in ogni regione, nonostante lo scarso coinvolgimento diretto del leader-non leader (ogn1 vale 1) Beppe. Se non è una vittoria questa.
  • Ha vinto la Lega Nord, i cui voti sono vertiginosamente aumentati grazie al carisma da autotrasportatore del leader Salvini, che per l’occasione ha anche indossato una splendida maglietta che recitava “RUSPE IN AZIONE”. Vittoria indiscussa e un punto extra per l’abbigliamento.
  • Ha vinto FdI, o almeno così qualcuno ha detto in varie interviste, per l’ottimo risultato e per essere stati l’ago della bilancia in molte situazioni (boh). Vittoria evidente, d’equilibrio.
  • Ha vinto la minoranza del PD, perché comunque ha espresso candidati vincenti e perché ha destabilizzato la maggioranza PD, che infatti ha vinto. Se qualcosa non vi torna di questo giro, prendetevi del tempo per pensarci. Comunque, palese vittoria.

Ora, io trovo tutto questo molto bello, declinato in un mondo meraviglioso, senza sconfitti, in cui ognuno raggiunge il proprio obiettivo e torna a casa felice e soddisfatto. Oggi si sorride, ognuno è contento, e magari domani io un giro di Superenalotto me lo faccio: sia mai che qualche portavoce politico non sappia rendere anche il mio, di sogno, realtà. Mi accontento anche del 5+1.

L’improvvisa illuminazione del PD su De Gennaro

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Allora, vediamo di capirci, caro Orfini, caro Saviano e cari indignati dei due anni dopo:

1. Le sentenze della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo non accertano nuovi fatti. Accertano che la normativa nazionale non violi, o non permetta ai singoli di violare impunemente, i diritti umani. Ne consegue che la sentenza di martedì non ci dice nulla, ma proprio nulla di nuovo su De Gennaro.

2. Tutto quello che c’era da sapere lo sapevate già nella primavera del 2013: eppure lo avete comunque nominato presidente di Finmeccanica, e confermato nel 2014.

Adesso sarebbe lecito domandarsi come mai questa improvvisa illuminazione su De Gennaro; come mai vi viene in mente solo ora che, forse, non era il caso di promuovere qualcuno che era coinvolto nella catena di comando in una vicenda che, sì, ci è appena valsa una bella sentenza di violazione della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo ma non è che fino all’altroieri potesse  dirsi un grande esempio di civilista giuridica o di buon funzionamento della macchina pubblica?

No, perché, in mancanza di spiegazioni, si potrebbe quasi ipotizzare che De Gennaro lo stiate attaccando oggi, dopo averlo promosso ieri, non perché ve ne fotta nulla del G8, di Bolzaneto e della tortura. Ma solo perché vi serve la poltrona di Finmeccanica e la sentenza è un pretesto per chiedere delle dimissioni da un posto che De Gennaro forse non doveva comunque occupare.

Ma non da martedì, da mai.

Il trauma dell’elettore medio del pd romano

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Nemmeno immergendoci in una vasca da bagno piena di benzina con delle grosse candele accese nei bordi, riusciremmo a vivere il travaglio che sta attraversando in questi giorni l’elettore medio del Pd romano. E non solo per il verminaio che è stato scoperto l’altro ieri.

Guardatelo, l’elettore medio del Pd romano, nel momento in cui rimane solo con se stesso, mentre inizia a riflettere su tutto ciò che ha visto in questi ultimi anni e continua a vedere quando si interessa alle vicende del suo partito. Roba forte, da tagliuzzi lenti ed implacabili su tutte le parti del corpo. Tagliuzzi che quasi quasi dovrebbe farsi perché la colpa, in fondo, non è che sua, che ha votato e continua a votare (e quindi ha fatto diventare importanti) ‘cose’ (perché in fondo di cose stiamo parlando) assurde. “Si”, si dice tra se e se l’elettore medio del Pd romano, “l’ho dovuto fare per contingenze varie. Ma questo mi scagiona? Allevia il mio senso di colpa? Sono meno responsabile raccontandomi questa puttanata delle contingenze varie?”

Nel 2008 l’elettore medio del Pd romano si ritrova come candidato a sindaco del suo partito, Francesco Rutelli. Il Pdl piazzava un tipo della destra sociale, Gianni Alemanno. Il Pd avrebbe vinto anche candidando la lanella che ti rimane nell’ombelico. Solo con un candidato poteva perdere. Quel candidato era Francesco Rutelli. E chi candidano come sindaco? Lui. Ed il povero elettore medio del Pd romano, per la contingenza di non far vincere un ex fascista va e vota Francesco Rutelli. E perde. E l’elettore del pd romano si ritrova l’ex fascista sindaco.

L’ex fascista governa male, fa disastri. Si arriva al momento di votare il nuovo sindaco ed alle primarie l’elettore medio del pd romano si ritrova, manovranti e manovrati, elementi di spicco del pd de Roma: Sassoli, Gentiloni etc etc. Ma l’elettore preferirebbe bere dell’acquaragia appena sveglio la mattina presto piuttosto che votare Gentiloni o Sassoli o etc etc. Solo che lui è del partito, il non voto non gli appartiene per storia personale e politica e quindi, per la contingenza di non far vincere ‘ste ‘cose’, vota quello che non c’entra niente: Ignazio Marino. Ed Ignazio Marino vince le primarie del Pd de Roma.

L’elettore medio del pd romano un po’ è contento, perché in qualche modo è riuscito a mettergliela in quel posto a quei marpioni capoccioni del suo partito, quei capi locali di cui non si fida tanto e di cui non ha tanta stima. Solo che  ci sono le elezioni vere. Ed Ignazio Marino sfida Gianni Alemanno, l’ex fascista che ha fatto disastri e ridicolizzato la città. E quindi l’elettore medio, che non è che creda molto in questo Marino che è stato scelto per far un dispetto a quegli altri, si ritrova però costretto a votarlo per la contingenza di non far rivincere l’ex fascista che ha ridicolizzato Roma caput mundi.

E Marino vince. Solo che dopo un po’ l’elettore medio del pd romano scopre e capisce che il principale nemico del sindaco espressione del suo partito, è proprio il suo partito stesso, che intraprende una strisciante guerra senza freni.

Marino non convince fino in fondo, e l’elettore medio del Pd romano ad un certo punto, condizionato pure da queste strane pressioni che arrivano dai media (Panda rossa, multa non pagata, i matrimoni gay, Tor sapienza, le Iene) comincia a pensare che forse ha sbagliato a votarlo, che forse quelli che prima gli stavano sulle balle, di cui si fidava a naso poco, hanno ragione. “Forse sto Marino non è all’altezza. Forse è meglio se cade”.

Poi arriva il patatrac dell’altro ieri. E l’elettore medio del pd romano non parla da tre giorni. Sta zitto. Cova rabbia. Lo prendono sempre per i fondelli. Ma lui ci crede a sta roba del Pd, del partito. Ma più ci crede più se la prende in quel posto. “Questi ladri farabutti mi vogliono far passare la voglia, la passione”. Ed in questi giorni sta zitto. Osserva.

E pensa: “lo commissariano sto pd romano. Chi sarà mai il commissario? Manderanno uno di fuori, di Torino o dell’Emilia sicuro” No. Uno romano. “Ma forse uno della minoranza, un emarginato del partito”. No. Orfini. “Era ed è uno importante. E’diventato pure presidente del Pd nazionale, quindi figuriamoci se non era nella elite del pd de Roma. E tutti quelli che criticavano spavaldi Marino per la questione della panda e delle multe e di Tor Sapienza, e che però non hanno detto niente sul malaffare e sulla corruzione del partito, si saranno dimessi?” No, stanno tutti là. “E quello che mentre gente vicina al partito e del partito si spartiva con mafiosi ed ex nar soldi pubblici destinati ai Centri per i rifugiati, alle politiche di integrazione dei Rom e ad appalti vari di pubblica utilità, non si accorgeva di niente, ma faceva gli esposti alla Consob per la partita Juve/Roma, quello sta ancora lì o si è (metaforicamente) suicidato?” No, anche lui sta ancora lì.

E giustamente queste cose l’elettore medio del pd romano le osserva nella sua mente e se le chiede. E pensa a se stesso. A quanto sia stato ingenuo e passivo. A quanto possano essere trappole pericolose le contingenze che l’hanno portato a fare forzature che in fin dei conti non hanno mai portato niente di buono se non qualche sollievo di breve durata.

Caro elettore medio del pd romano, non so come uscirai da questa storia. Sicuramente ti suiciderai ancora, ormai assuefatto alla  depressione che hai accumulato, con il tuo essere passivo che ti da sollievo, ti consola, ti protegge. E quindi affiderai ancora il tuo voto alla Madia o a Gentiloni o a etc etc. Insomma, sarai anche ed ancora parte di un finto rinnovo del ciclo produttivo del pd de Roma, dimenticandoti che le forzature hanno sempre portato solamente carestie. E che le contingenze possono metterti in mano l’arma del peggior crimine di cui essere accusati: l’essere riconoscenti a chi ti rovina la vita.

Soundtrack1:‘Jubilee Street’, Nick Cave and the Bad Seeds

Soundtrack2:‘Push the sky away’, Nick Cave and the Bad Seeds

Soundtrack3:‘Sparring partner’, Paolo Conte

Il Piano Juncker

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Mi dicono che ieri sera durante la puntata di Ballarò, con l’autorevolezza di toni e fisiognomica da momenti importanti e decisivi per le sorti delle umane genti, Simona Bonafè annunciava che grazie al lavoro svolto dal Pd in Europa è stato approvato un piano di investimenti anticiclici da 300 miliardi di euro per combattere crisi ed austerità.

Si statta del cd. Piano Juncker, presentato dal neo presidente della Commissione al Parlamento Europeo ed operativo da Giugno. Si, parliamo proprio di quel Juncker ex primo ministro del Lussemburgo, secondo un’inchiesta demiurgo di un sistema di elusione delle rendite che ha consentito al Granducato del Lussemburgo di trasformarsi nel più raffinato e impenetrabile paradiso fiscale d’Europa, garantendo a oltre 340 fra aziende e multinazionali di arricchirsi a dismisura, sottraendo alle casse dei paesi europei e agli Stati Uniti oltre 2.000 miliardi di euro di tasse. Ma questa è un’altra storia.

Dicevamo del Piano che in Italia viene orgogliosamente rivendicato come una vittoria assoluta del Pd e dei suoi rappresentanti europei.

Se per Pittella “Oggi siamo davanti a una svolta, frutto della nostra battaglia politica. L’aria è cambiata: se 5 anni fa il titolo era ‘austerità”, oggi è investimenti, crescita e lavoro”, per Roberto Gualtieri “La presentazione del Piano Juncker costituisce un primo importante passo verso il cambiamento dell’Europa e della sua agenda economica nella direzione della crescita e dell’occupazione, che premia l’iniziativa del governo italiano e dei socialisti e democratici europei”.

Ma è veramente così? Ci possiamo fidare di questi due punti di riferimento del renzismo in Europa dal passato fortemente dalemiano? O si tratta dei soliti annunci alla Wanna Marchi per deboli di cuore, romantici ingenuoni innamorati del decisionismo e della praticità sbrigativista e di successo dell’esecutivo italiano? Siamo davvero di fronte ad un neo Piano Marshall che risolverà la crisi e la disoccupazione europea? Vediamo di capirci qualcosa in più:

Piano Juncker, solo 21 miliardi per partire, Marco Zatterin

“L’ultima bozza dice che la dotazione reale del Piano Juncker sarà di 21 miliardi. «Appena», sospirano in molti, e il dibattito sulla strategia che verrà svelata domani a Strasburgo comincia qui. In luglio il presidente della Commissione Ue ha promesso un pacchetto da 300 miliardi di investimenti anticiclici, senza specificare dove li avrebbe presi, cosa che probabilmente non sapeva. Adesso l’obiettivo è cresciuto a 315 miliardi, ma ci si arriva con un moltiplicatore importante: si spera cioè che ogni euro pubblico ne attiri altri 15 nei cantieri europei. Sulla carta possono metterci dei soldi anche i governi (e i privati!). Però, alle attuali condizioni, non si capisce perché dovrebbero farlo.

Nel quartiere generale della Commissione i nervi sono tesi. Stavolta non si può fallire, non è possibile fare il bis del piano da 120 miliardi del 2012, presentato con tutte le fanfare e alla fine dimostratosi deludente. La stessa Garanzia per i giovani che doveva offrire una opportunità di formazione per i ragazzi disoccupati ha dato risultati inferiori alle attese. Mentre il continente rischia un terzo giro nell’inferno recessione, i leader si sono resi conto che – pur mantenendo la stabilità dei bilanci – è necessario agire dal lato della domanda, spingendo sugli investimenti. Di qui l’atteso Piano Juncker e i miliardi promessi, 300 come gli eroi delle Termopili, riferimento casuale però involontariamente efficace: la situazione del lavoro e della crescita è drammatica.

Juncker ha accelerato il percorso, scoprendo passo dopo passo che in fondo i governi nazionali – che col coltello dalla parte del manico – hanno una predilezione per le parole più che per i fatti. Il suo Piano decolla pertanto con passo incerto e 21 miliardi di dote effettiva, meno del previsto: 16 saranno riciclati dal bilancio Ue, dal fondo infrastrutture Connecting Europe (che pesa 30 miliardi) e da Horizon 2020 (strumento per a ricerca da 80 Miliardi); i rimanenti 5 miliardi saranno firmati dalla Bei.

I denari finiranno nell’Efsi, European Fund for Strategic Investment (nome provvisorio), il «veicolo» che sarà usato dalla bei per garantire i programmi di investimento selezionati a Bruxelles e darà tutela in caso di «prima perdita», scenario possibile perché si tratta di operazioni più ambiziose che comportano un qualche rischio aggiuntivo. Gli ingegneri finanziari della Commissione assicurano che allo stato attuale, un effetto leva di 15 volte è possibile, schema che eleva il totale a 315. Soldi virtuali.

Nei giorni scorsi l’ipotesi di un moltiplicatore a 10 aveva sollevato parecchie critiche, anche all’Europarlamento. Aperte due questioni principali. La prima è la possibilità che gli stati partecipino all’Efsi: difficile che lo facciano senza possibilità di scaricare gli esborsi dal Patto di Stabilità (ipotesi ardua) e difficile che succeda non all’unanimità. La seconda riguarda i progetti presentati dagli Stati, sono oltre 1800 e valgono 1.110 miliardi. Bruxelles dovrà sfoltire e questo non farà piacere alle capitali, che guardano al Piano con enfasi disomogenea. Juncker farà fatica a tenere insieme il progetto. Ma se i risultati non arriveranno, sarà ingiusto dare la colpa in prima battuta a lui piuttosto che ai ventotto governi Ue.”

Beh, che dire, sicuramente che i miliardi effettivi sono 21 e non 300. Qualcosa invece l’ha detta al riguardo il ministro Padoan, ministro dell’economia del Governo Renzi e dello stesso partito di Pittella, Gualtieri e della Bonafè: “‘Non abbiamo ancora deciso se contribuire al Fondo, (…) le aspettative dei cittadini sono crescenti ma è crescente anche il rischio di una delusione”.

Si attendono quindi in serata, a controbilanciare la freddezza del ministro, nuovi lanci di adrenalinica euforia sparsi nell’etere e su twitter dalla Centrale dell’Entusiasmo Comunicativo. Possibilmente, a richiesta, la Moretti o la De Micheli sono disponibili per es. per 8eMezzo dalla Gruber o, meglio ancora, da Bruno Vespa?

Soundtrack1:‘Pensiero Stupendo’, La Crus

 

 

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