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“Tanti auguri, Ennio Morricone!”, in 10 film italiani

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Oggi Ennio Morricone compie 87 anni. Non scriverò una riga in più sulla sua biografia, perché qualcuno là fuori l’ha fatto infinitamente meglio di quanto potrei farlo io, e perché non è questo l’intento del post. Vi lascio una playlist, a tratti scontata –perché di certe cose non si può far proprio a meno–, a tratti un po’ più particolare.

Tutti italiani, in ordine cronologico. Buon ascolto e, se vi manca qualcosa, vale la pena continuare: quindi buona visione.

 

1) Per un pugno di dollari (Sergio Leone, 1964)

 

2) Per qualche dollaro in più (Sergio Leone, 1965)

 

3) Il buono, il brutto e il cattivo (Sergio Leone, 1966)

 

4) Titoli di testa di Uccellacci e uccellini (Pier Paolo Pasolini, 1966), cantati da Domenico Modugno

 

5) Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (Elio Petri, 1970)

 

6) Sacco e Vanzetti (Giuliano Montaldo, 1971)*

 

7) Novecento (Bernardo Bertolucci, 1976)

 

8) Il Vizietto (Eduardo Molinaro, 1978)

 

9) Nuovo Cinema Paradiso  (Giuseppe Tornatore, 1988)

 

10) Sostiene Pereira (Roberto Faenza, 1995)

* Ero indeciso con La classe operaia va in paradiso film dello stesso anno di Elio Petri. Ha vinto Sacco e Vanzetti per ragioni affettive, ma su YouTube trovate anche quella colonna sonora.

Pasolini 40

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Pasolini

Guru di ieri, guru di oggi

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Ora invece succede il contrario: il regime è un regime democratico, eccetra eccetra. Però quella acculturazione, quella omologazione che il fascismo non è riuscito assolutamente ad ottenere, il potere di oggi, cioè il potere della società dei consumi, invece riesce ad ottenerlo perfettamente, distruggendo le varie realtà particolari, togliendo realtà ai vari modi di essere uomini che l’Italia ha prodotto in modo storicamente molto differenziato. Questa acculturazione sta distruggendo l’Italia.

La storia reale ci insegna che la logica di sviluppo del capitale, negli ultimi cinquant’anni, è stata quella di un progressivo superamento di ogni limite reale e simbolico in grado di opporre resistenza all’estensione onnilaterale della forma merce a ogni ambito della realtà e del pensiero. Tra gli ostacoli che il capitale mira ad abbattere vi è, anzitutto, la comunità degli individui solidali che si rapportano secondo criteri esterni al nesso mercantile del do ut des. Il capitale aspira, oggi più che mai, a neutralizzare ogni comunità ancora esistente, sostituendola con atomi isolati incapaci di parlare e di intendere altra lingua che non sia quella anglofona dell’economia di mercato.

E allora io posso dire senz’altro che il vero fascismo è il potere della società dei consumi che sta distruggendo l’Italia – e  questa cosa è successa tanto rapidamente che forse non ce ne siamo resi conto.

La stessa distruzione della famiglia che si sta oggi verificando con intensità sempre crescente si inscrive in questo orizzonte. Se la famiglia comporta, per sua natura, la stabilità affettiva e sentimentale, biologica e lavorativa, la sua distruzione risulta pienamente coerente con il processo oggi in atto di precarizzazione delle esistenze. Il neoliberismo oggi dominante è un’aquila a doppia apertura alare: la “destra del denaro” detta le leggi strutturali, la “sinistra del costume” fornisce le sovrastrutture che le giustificano sul piano simbolico. Così, se la “destra del denaro” decide che la famiglia deve essere rimossa in nome della creazione dell’atomistica delle solitudini consumatrici, la “sinistra del costume” giustifica ciò tramite la delegittimazione della famiglia come forma borghese degna di essere abbandonata.

È avvenuto tutto negli ultimi 10-15 anni: una specie di incubo in cui abbiamo visto l’Italia distruggersi e sparire, e adesso forse risvegliandoci da questo incubo e guardandoci intorno ci accorgiamo che non c’è più niente da fare.

 

Questo discorso non è mai stato pronunciato, così com’è, per intero. Si tratta, in realtà, di pezzi di un discorso di PierPaolo Pasolini inseriti in altrettanti brani di un editoriale di Diego Fusaro (invito i lettori ad identificare quali paragrafi sono attribuibili all’uno, quali all’altro). Forse aiuterebbe, rispetto alla valutazione esagerata che tutt’oggi rimane del personaggio PPP, vedere quanti esperimenti di permutazione si possono fare tra i suoi discorsi di qualche decennio fa e quelli di un qualsiasi Fusaro di oggi. Alla faccia del declino!

Suggerimenti per Italia Liberale con Francesca Pascale leader

in politica by

Italia Liberale con  Francesca Pascale leader verrà softly announced questa sera da Fabio Fazio. E’ la nuova grande intuizione dada-avanguardistica di Silvio Berlusconi. Finalmente nasce una forza massificata, un post partito massa  che ribalta il banco e diventa contenuto di flusso sessuale sano e liberato, conquista ed affermazione del proprio corpo, in contrapposizione al flusso danneggiato dai complessi cattosinistri del Partito democratico.

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Il Pd purtroppo oramai è divenuto uno strumento parassitario di potere, degenerazione terminale di una deleteria non intuizione della classe dirigente  berlingueriana, ovvero il compromesso storico. 1)Il senso di insufficienza maggioritaria della dirigenza della sinistra, 2)questo dover divenire qualcos’altro da ciò che si era, o che l’altro dovesse diventare o essere diverso da ciò che era, incorporato come cruccio impossibile da risolvere, 3)vissuto come  dramma esistenziale che la leadership capiva ma che non riusciva a ribaltare, ha avuto come approdo il cadere nelle sabbie mobili di un compromesso storico 2.0. Il corpo partitico post comunista che, pare, viene fagocitato dai sornioni e lenti apparati digerenti democristiani.

Questo complesso che per sedurre non si era capaci o monchi, è stato poi aggravato da successivi traumi quali il dramma della Bolognina, l’ Occhetto che perde con il novizio Berlusconi, Prodi fatto cadere da Bertinotti, D’Alema che spreca l’occasione, Fassino pizzicato al telefono con la storia della banca, Veltroni che non ha la massificazione necessaria per vincere, Bersani che sbaglia il rigore a porta vuota. Per risolvere il dilemma, si inventano il modello interclassista, il partito nazione che rappresenta tutti i settori della società, che vuole nascondere la conflittualità, finendo di conseguenza col diventare essenzialmente uno strumento di potere parassitario e trasversale, animato da primarie che altro non sono che vere e proprie guerre tra bande voraci di potere e poltrone.

Il partito di massa è un’altra cosa. La connessione sentimentale del leader e/o del partito con un proprio popolo è un’altra roba.

Un pugnettaro inibito sicumeroso potrebbe dire: ma quindi secondo te Renzi non è un leader?

Renzi è un decisionista. Ottimo. Perfetto. Intelligente. Realista. Ma, appunto, un decisionista, non un leader. Certo, è logico per la sinistra che non è abituata ad averne, scambiare un decisionista per un leader. Ma così è. Renzi rimane pur sempre un Fioroni grillizzato. La contingenza attuale maschera questa essenza, ma ciò inevitabilmente verrà fuori.

Italia Liberale con la Pascale leader (requisito necessario ed inevitabile) dovrà attenersi a delle linee semplici e praticabilissime:

  • Essere, appunto, una forza liberale, laica fattualmente (e questo è possibile in quanto per ora tutto il vaticanesimo  è confluito nel renzismo), una forza dada-avanguardista dove, come Publitalia negli anni ottanta, confluirà, per esserne valorizzata e lasciata fare pienamente, la maggiorparte della  devianza geniale e trasversale esclusa dalla bacchettonaggine parassitaria del nuovo compromesso storico;
  • Il liberismo più spinto e sfrenato come pratica di giustizia sociale da utilizzare però non alla Renzi che va a colpire categorie protette ma deboli (pensionati, malati, professori, pubblici dipendenti di medio e basso livello), ma le fondazioni bancarie, l’alta burocrazia pubblica, il parassitismo di alto livello del parastatale e quello delle municipalizzate;
  • Il suo bersaglio non dovrà essere Renzi, ma chi crede in e vota  Renzi. Chi lo vota deve essere in qualche modo accusato e dipinto come uno che crede all’asino che vola e chi crede all’asino che vola deve essere riconsegnato nell’immaginario quotidiano come pericoloso per sè e per le persone che gli stanno accanto;
  • Evitare il confronto pubblico con esponenti democratici. Contro di loro lasciare i grillini o il reparto guerrigliero dell’estrema sinistra o, ancora più efficacemente, la realtà spiacevole che emerge sempre. Renzi fa le cose per poterle dire in tv. Fa, non importa cosa, perché contro l’interlocutore lui obietta che ha fatto, mentre prima non si era mai fatto e lo accusa, sempre in modalità difensiva di passivo aggressivo, di non aver fatto mai o di non voler fare. Paraculaggine comunicativa che fa imparare a memoria ai  burattini che manda nei talk show che mentre la ripetono a comando sollevano il mento di 45° verso l’alto e guardano  un punto fisso. Che poi, chi cazzo se li guarda i talk show.

E’ solo una mostra di fattismo fine a se stesso. Smentito poi ad esempio dai dati reali dell’economia e della disoccupazione.

Infatti qua viene il bello.

L’economia, nella sua procedura contemporanea, riparte in un solo modo e cioè quando in un dato territorio, cittadini e non cominciano a spendere soldi, a comprare merci e servizi. Più spendi e compri più si vende, più si vende più si produce, più produci più crei occupazione, più crei occupazione più si spende e si consuma. Un governo deve risolvere questo. Questo Parlamento ha incrementato questa tendenza? No.

Si pensi al dato dell’aumento (positivo certamente) dei contratti di lavoro a tempo indeterminato che però va di pari passo con l’aumento della disoccupazione. Mentre la disoccupazione aumenta si sbandiera in giro che aumentano i contratti a tempo indeterminato. E quindi?

Tutto fantastico, per un film di David Lynch.

Questo perchè Jobs Act e riforma art. 18 sono strumenti inutili contro la disoccupazione in quanto l’indice di protezione del lavoro, essendo un onere sulla distribuzione delle risorse lavorative, influenza i flussi di assunzioni e licenziamenti, ma non l’ammontare degli occupati e dei disoccupati.

Altro dato fantastico, ma sempre e solo per un film di David Lynch: il + 0,3% del Pil festeggiato come la cosa più importante mai successa all’umanità.

Un pò pochino se si pensa alle irripetibili circostanze favorevoli esterne (prezzo del greggio, deprezzamento del cambio dell’euro, crollo dei rendimenti obbligazionari) che sono alla base del sin qui modesto impulso espansivo di cui l’Eurozona sta oggi godendo, dopo anni di carestia.

Italia Liberale dovrà poi partire da una analisi cruda dell’attuale dinamica parlamentare:

  • Il governo non cadrà perché ancora i parlamentari non hanno maturato i tempi per prendere pensione e vitalizio. E’ questo il motivo per cui tutti i parlamentari eletti, espressione della segreteria bersanianana e dalemiani vari, sono divenuti tutti renziani ed antidalemiani. Bisogna martellare su questo argomento e cioè sulla svalutazione dei valori della sinistra subordinati ai vantaggi di carrierismo parassitario e personale dei suoi rappresentanti;
  • Il governo inoltre si regge grazie all’accordo trasversale con i verdiniani di Forza Italia che gli garantiscono soccorso sicuro nei momenti di criticità numerica. Bisognerà criminalizzare anche questo accordo come segno di svilimento della vita politica e democratica e additare agli elettori i protagonisti del patto;
  • Della mollezza e bonacceria della sinistra Dem inutile parlarne, anche se in prospettiva eroderà consensi e porterà la dirigenza democratica a dover accettare compromessi al ribasso che creeranno insofferenza e reazioni deleterie che acuiranno contraddizioni e la precarietà di molti accordi;
  • Insistere sulla malafede dei giornali che hanno fatto la morale a Bellluscone sulle vicende del cd. bunga bunga, mentre oggi si abbandonano ad una propaganda imbarazzante che viene utilizzata come strumento per leccare il culo al governo incensandolo all’esasperazione perché altrimenti hanno  paura che gli levino i finanziamenti pubblici.

Italia Liberale con Francesca Pascale leader dovrà anche tener presente l’attuale fase storica segnata dalle pressioni di forze che mirano a smantellare la democrazia, perché costa. Costava anche negli anni ’30, motivo per il quale le centrali finanziarie dell’epoca (che poi sono le attuali) plaudirono all’avvento di Hitler e Mussolini, salvo poi toglierseli di torno quando l’etica dell’austerità aveva avvitato il mondo in una spirale deflattiva che poteva essere risolta solo con una energica manovra keynesiana: la II Guerra Mondiale.

E quanto sia vero questo solo Silvio lo può sapere. Quanto abbia pagato l’amicizia con Putin e Gheddafi, con i quali era riuscito a chiudere accordi a vantaggio del proprio paese, o essersi rifiutato di accettare le direttive Bce che, giuste o meno poco importa, andavano ad alterare le procedure democratiche ed a subordinare il parlamento italiano a logiche esterne.

C’è un primo Renzi ed un secondo, quello attuale.

Renzi è parte e prodotto della Questione Privata che la sinistra ha con se stessa e con la classe dirigente che per anni l’ha guidata tradendola, deludendola e mentendole. Bersani ha votato il pareggio di bilancio in costituzione e andava dicendo che la Fornero era un esempio per i suoi figli, mentre lei fabbricava esodati a volontà, sofferenza fisica e psichica a delle persone già deboli. Per sfinimento e rabbia è logico che l’avvoltoio Renzi abbia avuto consenso nel vilipendiare il cadavere. Ma di quel popolo è un estraneo. E’ un killer capitato per caso e quindi ad un certo punto assoldato per far fuori quei padri che avevano chiesto fiducia e che hanno deluso. Ma non fa parte di quell’automatismo che per decenni ha portato consenso al Pds-Ds. Prendi la questione scuola. Quelli sono oramai voti persi. Ma sempre voti sono.

La faccenda scuola tra l’altro ci aiuta a capire che Renzi sia un decisionista e non un leader che ha rapporti sessualmente granitici con il popolo che dovrebbe rappresentare. Senza entrare nel merito della riforma, dei presidi e dell’invalsi, molti insegnanti se la prenderanno nel culo. Li si lascia in mezzo alla strada. Che ci può anche stare, per l’amor di dio. Ma per tutti questi, un leader di un partito di sinistra, come lui si definisce, con valori cristiani e solidaristici, una parola poteva pure spenderla. E’ quasi un’ovvietà. Se sei un liberale conservatore te ne puoi anche fregare, i tuoi stessi elettori lo comprenderebbero immediately. Ma lui per come si presenta e vuol presentare il suo partito, si contraddice, crea disaffezione che emergerà nel tempo. Un leader di sinistra dovrebbe sobbarcarsi quelli che rimangono fuori e fargli attraversare il deserto. Un leader con una prospettiva, va da quello messo in mezzo alla strada e gli dice che gli darà il reddito di cittadinanza che non sarà pagato con tagli alla pensione o alla sanità. E’ una questione tecnica. Se non lo fai, sei un’altra cosa. Magari stai facendo bene, ma sei nel posto sbagliato e questo presto o tardi lo paghi.

Il fattismo renziano è fine a se stesso. Deve dimostrare che fa perché gli altri prima non facevano. Lui fa, a differenza degli altri che non facevano. Questo fattismo sovrastrutturale si esaurirà per sovrabbondanza di rumore senza efficacia. Si finirà per non ascoltare più per saturazione dell’udito. L’immagine sarà quella di un robot che gira a vuoto da solo perché i bambini sono andati a giocare a pallone da tutt’altra parte. 

Renzi ha colpito i protetti. Giusto. Ma ha colpito una parte di protetti, i protetti deboli, che tra l’altro votavano Pds e Ds e primo Pd. I protetti forti, i privilegiati veri, gli alti parassiti, non li ha nemmeno sfiorati, anzi con questi si siede a tavola e stringe alleanze. Lo ha fatto perché ha ragionato così: questi qua anche se glielo metto in culo votano sempre per il partito come da decenni ormai, poi mi prendo pure i voti di confindustria, me la compro facendo tutte le leggi a loro favore, ed in più mi fotto i voti di Silvio che tra processi ed aziende deve volare basso sennò lo rovino.

Ha toccato fondazioni bancarie? No. Ha toccato gli sprechi dell’alta burocrazia e delle municipalizzate? No. Ha strigliato il mondo confindustriale che da decenni ottiene benefici e sconti e che in cambio non restituisce che le solite lamentele e pretende sempre di più senza dare niente in cambio se non la minaccia di delocalizzare? No.

Quali interessi difende?

Per esempio, nel sistema bancario ha reso tutta una serie di istituti bancari italiani acquistabili da grandi banche internazionali.

Pensiamo all’ atteggiamento con il quale ha favorito aziende multinazionali come la Whirlpool, venute in Italia in teoria a risolvere i nostri problemi, mentre adesso invece licenziano le persone a migliaia.

Renzi risponde agli interessi nazionali, si o no?

https://www.youtube.com/watch?v=BCrX59lyg2k

Insomma, il renzismo si fonda su una montagna di contraddizioni. Le regionali serviranno a capire la temperatura del loro grado di maturazione e cioè se sono già pronte ad esplodere o ancora in fieri. Quando saranno mature, le forze con cui si è alleato per prendere il potere lo abbandoneranno e pugnaleranno alle spalle. Anche perchè sono da sempre le stesse. E sempre in tal modo si sono comportati, dal Gran Consiglio del fascismo che si incula Mussolini dopo averlo sempre appoggiato, sino a Craxi, Andreotti e lo stesso Silvio.

Silvio però può giocarsi un’ultima carta e restituire qualche sassolino accumulato: Italia Liberale con Francesca Pascale leader. Ma solo ed esclusivamente con la Pascale, una geniale anomalia dada-avanguardistica che andrà a raccogliere tutte le devianze trasversali escluse dall’apparato di potere parassitario bacchettonesco raccoltosi nel Partito Democratico.

Silvio lo può fare. Renzi conosce una sola zona del potere, quella del vento a favore, da sempre. Silvio al contrario sa anche cosa significhi subirlo, conosce il prezzo che si paga ad aver cercato di modificare i rapporti di forza. Questo fa di lui un vero leader, con una connessione sessuale con il suo popolo. Lo conosce nelle sue parti più intime. Ne è l’autobiografia. E Francesca Pascale ne è la sua più degna erede.

Soundtrack1:‘Vivere di conseguenza’, Verdena

Soundtrack2:‘Contro la ragione’, Verdena

Soundtrack3:‘Inno del perdersi’ Verdena

Soundtrack4:‘Going my way’, Paul Weller

Soundtrack5:‘577’, Motorpsycho

Soundtrack6:‘Barleycorn’, Motorpsycho

Soundtrack7:‘Rilievo’, Verdena

Soundtrack8:‘Diluvio’, Verdena

Soundtrack9:‘Puzzle’, Verdena

Soundtrack10:‘Pyre’, O.R.K

Post scriptum:

https://www.youtube.com/watch?v=hQrtyFvUA9c

 

 

Pasolini ultimo atto

in cinema by

Abel Ferrara arriva defilato nella sala già piena appena un attimo prima dell’inizio del film, giusto in tempo per dichiarare l’impossibilità sperimentata nel riconsegnare allo schermo il vissuto del poeta friulano: “certe cose si possono rappresentare solo attraverso il corpo. Questa è e rimane una grande lezione pasoliniana”.

Ci saluta con l’invito ad abbandonare tutte le aspettative, con la preghiera di approcciare il suo Pasolini, che esce nelle sale oggi, con l’attitudine che si ha “affacciandosi alla finestra”, cioè col disinteresse e l’apertura del guardare fuori assorbendo ciò che si vede e accade.

E ciò che accade nel film, ripetendone lontanamente struttura e forme, segue lo schema che si ritrova in Petrolio: una carrellata di memorie, visioni, immagini viste “affacciandosi alla finestra”, parziali e apparentemente isolate ma sempre in rapporto tra loro, che ci consegnano le ultime 24 ore della vita del poeta-regista-scrittore, interpretato da un Willem Dafoe Pasolini fotocopia.

L’inizio con la madre che lo accoglie al ritorno dal suo viaggio a Stoccolma per la traduzione de “Le ceneri di Gramsci”. Passaggi da Salò o le 120 giornate di Sodoma. Frammenti di Petrolio, dalla scena de “Il pratone della Casilina” (Appunto 55), nel quale Carlo consuma un rapporto orale con venti ragazzi nella periferia romana, al sempre Carlo angelico e sociale immerso in un ricevimento dell’alta borghesia di cui è astro nascente del nuovo potere.

Ferrara ci racconta una Roma notturna che celebra con la lettura diagonale di inquadrature deformanti strade, monumenti e piazze, dentro la quale Pasolini si lancia come l’Alex predatorio di Arancia Meccanica. Una morbida e sofferta discesa all’inferno, vagando alla ricerca di qualcosa di desiderato e irraggiungibile.

E poi cuciti insieme: una quotidianità diurna tra le mura di casa, con gli affetti e gli amici più intimi che lo accompagnano, senza saperlo, verso gli ultimi istanti prima della morte e la sua ultima, incompiuta, profetica intervista che Pasolini stesso suggerì di intitolare “Siamo tutti in pericolo”:

“Il potere è un sistema di educazione che ci divide in soggiogati e soggiogatori. Ma attento. Uno stesso sistema educativo che ci forma tutti, dalle cosiddette classi dirigenti, giù fino ai poveri. Ecco perché tutti vogliono le stesse cose e si comportano nello stesso modo.

“Qui c’è la voglia di uccidere. E questa voglia ci lega come fratelli sinistri di un fallimento sinistro di un intero sistema sociale”.

In realtà, in tutto questo, Pier Paolo Pasolini è già morto prima di essere ucciso: è morto in quanto emblema dell’uomo soggetto storico “umanista”. Pasolini avverte questa “morte” e ad essa non sa come reagire, come controbattere fattualmente. L’ammonimento dell’essere tutti in pericolo e la condanna quasi “monacale’‘ della violenza dell’avere e della volontà di possesso, altro non sono che il grido disperato d’aiuto di chi intuisce la propria funzione come morta, inadeguata. La sopravvivenza dell’umanesimo è soffocata, soppiantata dall’avvento della Tecnica, dalle tecnologie e dalla razionalità che presiede al loro impiego in termini di funzionalità ed efficienza.

La Tecnica si sostituisce all’uomo come soggetto della storia. Tutti gli scopi ed i fini che gli uomini si propongono non si possono raggiungere se non attraverso la mediazione tecnica dove fini e mezzi, azioni e passioni, condotte e desideri sono tecnicamente articolati ed hanno bisogno di essa per esprimersi. La Tecnica è diventata l’ambiente dell’uomo, ciò che lo circonda e che lo costituisce. Il mezzo è fine. (1) (2)

L’uomo ne risulta decisamente inferiore ed inconsapevole della sua inferiorità. E’ un funzionario dell’apparato tecnico. Non è più un soggetto storico, non agisce più in funzione di fini e scopi, ma della buona esecuzione di ordini ed azioni già descritte e prescritte dall’apparato tecnico.

L’ uomo è antiquato, come scriveva Gunther Anders descrivendo un mondo in cui la macchina e gli oggetti prodotti in serie sono diventati i protagonisti della storia, il luogo in cui ogni essere umano è ‘gettato’ e costretto a vivere in qualità di essere totalmente inadeguato ai nuovi tempi. Per Anders non è possibile più affrontare questi temi secondo le categorie che abbiamo ereditato dalla grande tradizione filosofica, letteraria, religiosa, o scientifica e gli stessi filosofi sono troppo “antiquati” per comprendere appieno quello che ci sta accadendo.

Pasolini, in quanto prodotto ed emblema di quel soggetto storico che fu appunto ‘l’uomo/essere umanista‘, forse intravede il problema, ma non riesce a trovare una soluzione, in primis verso se stesso. Le sue ricognizioni feroci sull’Italia e sui cambiamenti della società dei consumi, in realtà sono speculari al viaggio feroce che lui stesso compie verso se stesso ed i suoi mostri. È l uomo che ha il coraggio di guardarsi dentro cercando di affrontare tutti gli anfratti intimi, bui e fatiscenti in una introspezione che però non gli sarà salvifica in quanto non comprende il suo limite storico e cioè l’essere stato superato, sconfitto. Il Limite lo snerva. Quando non si accetta un proprio limite, lo si vuole superare, ma nella volontà di superarlo ci si scontra con lo spavento della sua perdita, perdita che in qualche misura diviene perdita della propria identità per via della coincidenza individuo-limite.

Sembrerà strano, ma il vero nemico di Pasolini, il suo incubo più assillante che lo affascina ed attrae, è la paura della punizione. Nonostante le sue infinite trasgressioni, rotture, provocazioni, Pasolini è una figura dedita all’obbedienza ed il rapporto simbiotico e venerante con e della madre lo rivela in toto, come fosse gregarismo acritico nei confronti dell’istituzione.

E’ questo suo senso dell’obbedienza originaria, ossessione e rifugio allo stesso tempo, che gli impedisce appunto di cogliere che la volontà di possesso, la violenza, la perversione dell’azione che lui condanna non sono che un tentativo disperato, irrazionale, se non l’unica forma al momento a disposizione, di ribellione alla dittatura del mezzo, alla riappropriazione di una qualche identità umana contro l’avvento della disumanizzazione dell’individuo a vantaggio dell’umanizzazione dell’oggetto e dell’ambiente tecnico razionale.

Pasolini, in quanto strutturalmente soggetto antiquato, questa forza non la possiede e tale mancanza lo porta a rinnegare l’istruzione obbligatoria o a condannare i bisogni consumistici dei’ nuovi poveri’, che divenendo secondo lui soggetti desideranti si corrompono e perdono la purezza dei poveri della società contadina. Ma qui siamo al reazionarismo puro e semplice.

Seppur considerato un profeta, nel momento in cui non riesce ad agire e a trovare uno spiraglio interpretativo del passaggio epocale che comunque meglio di altri intravede e percepisce, non lancia lo sguardo oltre e dopo il futuro, ma si lancia, come in ogni operazione reazionaria, verso un passato che poi così età dell’oro non è mai stato.

Così finisce con l’inseguire la propria morte e fine, piuttosto che ribellarsi ad esse. Preferisce il dannarsi al fare danni. Preferisce il suicidio all’omicidio. La passività e l’essere posseduto come massimo atto di realizzazione, alla perversione dell’agire attivo che è unico strumento a disposizione per tentare di disinnescare o perlomeno aggirare la dittatura imperante del mezzo.

Ci sono molti spunti importanti in Pasolini: l’omologazione, la critica ai consumi autoavvilenti, la ricerca di una felicità che sta da un’altra parte, l’Io so, lo stare dalla parte dei poliziotti, il progresso senza sviluppo, la non democrazia della tv e dei media in generale. Ma tutto ciò se letto senza una comprensione critica finisce, presto detto, nel calderone delle ovvietà adoperate come rivelazioni schiaccianti e nella giungla dei gne gne gne insopportabili.

Abel Ferrara narra il massacro dell’idroscalo accompagnandolo parallelamente ed idealmente con la parabola del film (Porno-Teo-Kolossal ) che Pasolini doveva girare con Eduardo e che non vedrà mai la luce. E’ la storia di un Re Magio di nome Epifanio che insieme al suo servitorello Nunzio partono per seguire la Stella Cometa che annunciava la nascita del Messia. Giungeranno in ritardo davanti alla grotta, ormai vuota, causa le disavventure e le buone azioni compiute durante il suo percorso. Il Re Magio poi morirà dal dispiacere e di stanchezza.

E forse ha ragione Abel Ferrara, a vederlo e ricordarlo così Pasolini, ad inseguire una cometa che lo conduce al mare di Ostia e che gli spegnerà la luce per sempre.

Soundtrack1:’Punto g’, Afterhours (feat. Bachi da pietra)

Soundtrack2:’Ostia’, Zu

Soundtrack3:’Babel’, Ruggine

Soundtrack4:’Latte’, Fluxus

 

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