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Partito Democratico

La scissione assicurata

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Il Congresso del PD prometteva di essere cosa interessante per una parte ben precisa del Paese: gli elettori del PD e la stampa. Poi c’è stata una svolta: oltre a minacciare rotture, una parte della minoranza del Partito ha iniziato a lavorare per organizzare un’altra forza politica. Di colpo la scissione è diventata reale, palpabile.

A sinistra il rapporto con le scissioni è complesso: l’impressione è che uscendo dal grande partitone, PCI PDS DS PD, le nuove formazioni siano destinate al declino e all’irrilevanza. È innegabile che questo è successo, a tutte le scissioni dal 1991 ad oggi. Ma la scissione paventata da Massimo D’Alema (D’Alema,  mica Che Guevara) è stata invece premiata da ottimi sondaggi. I sondaggi fatti oggi contano poco o nulla, non sappiamo quando si vota, chi si candida o quale sarà la legge elettorale. Ma il sondaggio ci dice che c’è un elettorato interessato e questa sì, è una vera novità.

Faccio due ipotesi: l’elettorato di sinistra è interessato a una scissione perché il PD ha superato dei paletti irrinunciabili, oppure perché gli scissionisti hanno proposto qualcosa di fortemente innovativo per lo scenario attuale. Nessuna delle due mi convince appieno: a portare la sinistra là dove “non si doveva andare” furono svariati leader prima di Renzi, tra i quali (guarda caso) D’Alema; e la scissione per ora è stata più declinata “contro” che “pro”, il messaggio innovativo se c’è è solo sottinteso. Resta la spiegazione organizzativa: gli scissionisti, questa volta, non sono movimentisti, non sono espressione di una base scontenta; tra di loro ci sono dirigenti di peso ed è plausibile che riescano a portarsi via una fetta di quel tesoro enorme che sono le sedi.

Sì, le sedi: che sono di proprietà, in gran parte, della fondazione dei DS. Senza le sedi una certa sinistra fa fatica a radicarsi (sì, ci piace trovarci la sera e parlare di politica, un blog non ci basta) e il messaggio sarebbe fortissimo: luoghi fisici, con insegne, realtà locali a cui unirsi. A sfidare quel che resterebbe del PD ad armi pari e ad offrire una casa a quei 500mila che durante la segreteria Renzi non hanno rinnovato la loro tessera.

Giusto, le tessere. Il PD una scissione, silenziosa, la ha già avuta: gli iscritti sono crollati e sono arrivate molte facce nuove. Il Partito del 2017 è assai diverso da quello del 2013, è letteralmente un altro Partito: a non cambiare sono i dirigenti, abili nel riposizionarsi, e gli eletti, che durano a lungo al sicuro dentro le istituzioni. Su questo calo delle iscrizioni e su questo ricambio fonda la sua forza congressuale Renzi: il PD oggi è un partito molto renziano, grazie alle sue scelte divisive. Chi non lo ama spesso se n’è andato, chi è arrivato per lui non lo tradirà per un avversario di sinistra.

Ecco che arrivo al punto: Renzi ha la forza per battersi al congresso, ma non solo. Renzi ha la forza per andarsene dal PD e farsi un partito suo. La sua segreteria ha visto il fiorire dell’attivismo parallelo: poca spinta a tesserarsi al PD, moltissima visibilità alle organizzazioni renziane create per le campagne elettorali e per seguire temi specifici. Dopo la sconfitta referendaria, temendo il congresso i “fiancheggiatori” sono stati mobilitati e spinti a iscriversi di corsa, ma non c’è alcun legame affettivo tra loro e il PD: se Renzi scegliesse di creare un soggetto nuovo, lo seguirebbero in tanti.

La scissione renziana è ancora fuori dai riflettori, per un grande fraintendimento: i più superficiali dei giornalisti hanno creduto alla narrazione renziana della vittoria, del leader che vince e governa senza alleati e coalizioni. Renzi invece sa benissimo che, da leader del PD, non ha chance di ripetere il successo delle europee e la cosa nemmeno gli interessa: quello che vuole è arrivare nel prossimo Parlamento con dei deputati fedeli, così da poter far parte del prossimo Governo e farlo cadere al momento giusto. Questo può farlo da leader PD o da leader del nuovo partito renziano, la prima opzione ha un solo vantaggio: essere leader PD elimina un partito concorrente.

Mentre scrivo procede la Direzione del PD, ma le carte le hanno Franceschini, Letta e Fassino. Se si schierano con Renzi lui vince, la scissione la fa la sinistra e loro devono sperare che il fiorentino sia generoso con loro nell’attribuzione dei posti. Se lo abbandonano, lui perde e se ne va e una parte dei loro voti lo seguiranno, rendendoli i parenti poveri nel PD che svolta a sinistra. Due brutte prospettive.

Cosa potrebbe davvero succedere in caso di vittoria del No

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Nel caso il ddl Boschi dovesse essere respinto con il referendum del 4 dicembre lo scenario politico italiano diventerebbe molto interessante. Ci troveremmo con l’usuale sistema bicamerale perfetto, una maggioranza solida a guida del PD alla Camera oltre che un Senato potenzialmente meno stabile. Avremmo, come oggi, due leggi elettorali distinte per camere: una iper maggioritaria a Montecitorio, l’Italicum, al Senato il proporzionale puro.

Cosa farà a questo punto Renzi? L’ipotesi più probabile in questo scenario è che Renzi si dimetta da Presidente del Consiglio. Dopo una sconfitta di tale portata il premier difficilmente riuscirebbe a obbligare la minoranza dem ad obbedire alla linea governativa come ha fatto fino ad adesso. Come minimo i Bersani, Speranza e Cuperlo si sentirebbero legittimati a volere partecipare più attivamente alla politica di governo e di Partito. La minoranza dem cesserebbe dunque di essere considerata una riserva indiana di vecchi rancorosi per ritornare nuovamente ad essere un interlocutore di molti renziani che, dopotutto, “lo avevano sempre saputo che il Segretario stava tirando troppo la corda”. Per Renzi governare in queste condizioni sarebbe logorante oltre che estremamente difficile; l’ala sinistra proverebbe poi a isolarlo proponendo un’agenda in una rottura con l’NCD di Alfano. Sul fronte della nuova legge elettorale, inoltre, molto difficilmente si riuscirebbe a trovare una quadra con tutte le forze politiche dal momento che tutte, a partire dalla minoranza del PD, avrebbero come primo obiettivo quello di tutelare loro stessi. Obiettivo certamente comune ma non raggiungibile con un unico strumento. A Renzi converrebbe? Ovviamente no.

Ma andare ad elezioni immediatamente con l’Italicum alla camera e il proporzionale al Senato non produrrebbe una situazione analoga a quella attuale? Si, con la differenza che con i “capilista bloccati” Renzi potrebbe eleggere un gruppo PD di suoi fedelissimi alla Camera e, con un atto di imperio, rottamare i vecchi traditori al Senato. Il risultato elettorale con grande probabilità ci consegnerebbe un nuovo governo di larghe intese con Silvio Berlusconi e Alfano e tutto riprenderebbe più o meno come adesso per i prossimi 5 anni.

E nel caso in cui al ballottaggio della Camera (previsto dall’Italicum ) vincessero i 5 Stelle? Renzi potrebbe sempre logorarli facendo blocco con FI al senato.

Gli avversari di Renzi come vedrebbero l’ipotesi di elezioni anticipate? I 5 Stelle, dopo un’iniziale euforia, si troverebbero a dovere fare una campagna elettorale con un programma incentrato sulla riduzione del numero dei parlamentari e dei costi della politica. A quel punto Renzi potrebbe ricordargli, con la usuale grazia e temperanza di modi, che è quello a cui si sono opposti al referendum. Salvini potrebbe rubare qualche parlamentare e senatore a Forza Italia ma, fatto salvo eventi gravi come attentati terroristici, crollo del sistema bancario europeo o un’invasione di migranti, difficilmente otterrà un risultato tale da permettergli di andare governo. Scelta Civica sparirebbe laddove Nuovo Centro Destra, Alleanza Nazionale e Sinistra Italiana sopravviverebbero al Senato e alla Camera con gruppi poco consistenti.

Le due visioni inconciliabili del Pd spiegate bene

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L’altro giorno Emanuele Macaluso qualificava il Pd come “un aggregato politico-elettorale caratterizzato da personalismi, privo di un asse politico-culturale”. Gli rispondeva Veltroni, sostenendo al contrario che i democratici sono una forza riformista che trova in Gramsci-Berlinguer e De Gasperi-Moro le proprie radici ideali, culturali, politiche e che quei partiti (Dc, Pci, Psi) l’un contro l’altro armati nel ‘900, caduto il Muro di Berlino, non potevano non ritrovarsi e non saldarsi nel Partito democratico.

Detto ciò, che può significare tutto e niente, dentro al Pd se le danno di santa ragione, più di quanto venga fuori.

E se le danno di santa ragione non per le questioni ideali che dice Veltroni, ma perché fin da quando è stato creato, il Pd è logorato da due visioni completamente contrapposte e tale scontro non ha ancora avuto una soluzione.

Da una parte, infatti,  abbiamo il Pd inteso come una coalizione con la presenza al vertice del nocciolo duro costituito dagli ex Ds, con una sinistra quindi che si evolve senza snaturarsi, che dovrebbe espandersi verso il centro, allargando le alleanze politiche in nome del socialismo europeo, in continuità con delle idee che sono quelle storiche e permanenti: uguaglianza, alternativa democratica, riferimento preciso ad una base sociale giudicata omogenea nel tempo.

Dall’altra, invece, abbiamo il centrosinistra che cede la parte di protagonista al ruolo attivo e determinante del proprio leader, con una politica riformatrice di avanzamento e di colonizzazione anche del campo avversario, che scommette su un progetto senza identità sociale predeterminata, privo di un insediamento culturale ed economico definito, interpretando la società come realtà dinamica, mutata rispetto al passato e in perenne divenire. (i)

Nella prima visione, 1) Partito e Governo dovrebbero avere leadership separate, in quanto se si colpisce uno dei due, l’altro risentirebbe di meno l’attacco, 2) il Partito avrebbe equilibri interni più bilanciati, 3) il Partito mira ad un forte insediamento sociale e territoriale stabile e costante.

I problemi di questa visione: 1) Partito e governo avrebbero due classi dirigenti che finirebbero col litigare tra di loro e col farsi sgambetti e trabocchetti incrociati quotidiani, 2) non ci sarebbe mai un leader forte, 3) formazione di una classe burocratica magari efficiente e ben radicata ma destinata a divenire un corpo a sé ‘isolazionata’ in rigide logiche corporative.

Nella seconda visione il leader è quello che conta. Ha mani libere e, in una fase politica dominata da populismi e smottamenti vari, navigando a vista riuscirebbe con più facilità a fare sintesi ed a superare ostacoli senza i lacci e lacciuoli della burocrazia di partito. Ha maggiore libertà di manovra e di comunicazione, può occupare più facilmente gli spazi degli avversari per disinnescarli, il che si attaglierebbe maggiormente all’epoca liquida e flessibile dei tempi odierni.

I problemi di questa seconda visione sono vari. 1) Colpito il leader, che è sia del partito che del governo, perché questa visione si basa su una leadership personale forte e l’ eventuale separazione ne dimezzerebbe la portata, cade sia “la cucuzza che il cucuzzaro”. Altro problema 2) è quello di non avere un insediamento sociale ed elettorale costante e ben definito: c’è una massa suggestionabile che può voltare le spalle da un momento all’altro e seguire, ad esempio, un leader nuovo meno logorato dal tempo e dalla normalizzazione governativa. 3) Gestione incontrollata del leader che può far crescere malesseri interni che diventano incalanizzabili, dispersivi e se cronici deleteri per il leader/partito medesimo. 4) Problema non marginale ed inevitabile in tutte le formazioni a prevalenza leaderistiche, è la creazione di una classe dirigente mediocre, fatta da mezze calzette, yesman, entusiasti emotivi (ma l’entusiasmo amoroso dura al max 24 mesi e quando passa scattano capricci, ripicche e gelosie), dai cacciati e dagli esuli del campo avverso, che diventano fedeli in quanto accolti, ma che, come tutti quelli che hanno tradito, ritradiranno alla migliore occasione, ed infine dagli opportunisti che come l’ossigeno che li tiene in vita, campano col motto “quando tira vento fatti canna”.

Il vero scontro nel Pd è tra queste due visioni. Oggi prevarrà una, domani l’altra.

Ma è una guerra che difficilmente avrà fine, tanto meno  immediata.

Soundtrack1:’Vehicle’, The Ides of March

Guida al Partito Democratico, corrente per corrente

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Il principale partito politico italiano è il PD. Le dinamiche interne e il modo di formazione della classe dirigente di tale partito sono tra le più articolate nel panorama europeo. Dedicherò a tale partito due contributi. Visti i fatti degli ultimi giorni, una panoramica introduttiva è necessaria per permettere ai non addetti ai lavori di districarsi tra gli attori in campo.

La prima considerazione da fare è che il PD è il principale partito che sostiene il governo attualmente in carica (con maggioranza assoluta alla camera), esprime il Presidente del Consiglio, la maggioranza dei ministri, amministra la gran parte delle regioni italiane oltre che le principali grandi città. Raramente nelle democrazie occidentali si è assistito ad un accentramento di potere tale. Se da un lato questa situazione può dare grande slancio all’attività dell’esecutivo, dall’altro non si può non notare come la sovrapposizione tra Partito e strutture statali sia il frutto di un sistema politico in grande difficoltà. Diversamente da quanto avvenne nella Prima Repubblica, la centralità del PD a tutti i livelli amministrativi è dovuta più all’incapacità politica dei suoi avversari che a un vincolo esterno. Il sistema appare infatti imbrigliato dalla crescente egemonia della Lega nel ex centrodestra e dal “gran rifiuto” del movimento 5 Stelle a fornire appoggi esterni ai governi Bersani e Renzi.

La competizione per il potere si gioca pertanto più all’interno del PD che tra i vari partiti.

La grande divisione che attraversa tutte le correnti del Partito è quella generazionale. Due sono le classi in campo: i sessantenni e i neo quarantenni. La prima è la generazione che arriva dall’onda lunga del sessantotto (formati da una o dall’altra parte della barricata ), l’altra e quella di chi ha iniziato a fare politica negli anni 90. In mezzo esiste qualcosa ma negli anni del riflusso le masse non sono andate in sezione (a dire il vero nemmeno negli anni 90. Ciononostante un nucleo si è formato).

Nel Pci le linee erano tre: i miglioristi, il centro berlingueriano e la sinistra. I Ds avevano i Veltroniani e i Dalemiani. Nella Dc la situazione era molto più complessa e il PD assomiglia molto più a quel partito che al grande partito della sinistra. Con buona pace dei compagni, stanno morendo democristiani. A grandi linee le aree del partito sono le seguenti: il cerchio magico, AreaDem, i prodiani, i giovani turchi, i lettiani, i bersaniani, i dalemiani, i liberal radicali, i cattoDem, l’innominato, la CGIL, i cuperliani e i civatiani . Ogni corrente avrebbe delle sottocorrenti ma ve le risparmierò.

Il fattaccio che ha determinato questa geografia è l’elezione del presidente della Repubblica del 2013. Non sapremo mai chi sono i 101 o, meglio, volendo evitare querele, diciamo che non lo sappiamo. Ad ogni modo, come scriveva Lenin, guarda chi ne trae beneficio e…

Il cerchio magico è composto dai più stretti collaboratori di Renzi, odiatissimi da tutti gli altri renziani dato che il grande capo si fida solo di loro. Chi sono? Lotti, la Boschi e il portavoce Sensi. Appena Renzi sbarcò a Roma, seppur in posizione autonoma, c’era anche Delrio. Quest’ultimo in secondo piano dopo una riforma delle provincie non brillante e performance televisive deludenti. I tre concorrono attivamente alla formazione della linea Renzi. Prima della prova di governo vicini a posizioni liberal e rigoriste si sono trasformati in tenaci sostenitori della flessibilità di bilancio. Rispetto alle origini qualche giravolta anche sui diritti civili, più in generale possiamo dire che la linea politica di Renzi sia “per la maggioranza”. A volte questa maggioranza comincia a partire da redditi più alti, altre volte da quelli a redditi più bassi, certamente non è mai identificabile negli schemi della politica classica.

AreaDem raccoglie una buona parte degli ex margherita e si costituì per supportare Franceschini alla corsa alla segreteria contro Bersani. Gli uomini di Area Dem sono diventati una buona falange del renzismo fornendo al segretario uomini di indubbia esperienza politica come il vicesegretario Guerini,il ministro Franceschini e il capogruppo Rosato. La gran parte di loro convertiti a Renzi all’ultimo minuto hanno raccolto tra le loro fila l’ex segretario DS Fassino già prima del fattaccio. Pare che proprio Fassino sia stato uno degli uomini ponte per l’arrivo di Renzi a Roma. Ideologicamente sono inseribili nell’alveo di cattolicesimo democratico.

I prodiani dopo il fattaccio non esistono quasi più. Sono i fedelissimi dell’ex premier rimasti politicamente vivi. Spariti a livello locale sopravvivono come una bestia rara in parlamento. L’azione di maggior rilievo di questa piccola frangia è stata l’abbandono dell’aula durante voto sull’italicum. Come il loro padre putativo sono rancorosi e filoeuropeisti a prescindere .

I dalemiani ormai si sono ridotti al solo D’Alema e alla sua rete di relazioni. Bolscevico nell’animo, unico ex comunista ad essere diventato premier, ogni sua dichiarazione ha un grande eco mediatico. Stimato internazionalmente è una contraddizione vivente. Critica l’attuale presidente del consiglio per una riforma del lavoro poco di sinistra e a suo tempo approvò il pacchetto Treu, predica politiche fiscali espansive e la frase dopo si vanta dei suoi avanzi primari. Lui si difenderebbe dicendo che è il momento che determina le scelte politiche e che arrivare fuori tempo in politica non è concesso. Alla giuria la difesa non convince…Di recente gli si attribuisce la possibilità di potere” fare saltare il banco” sostenendo liste di sinistra alle amministrative di Roma e Napoli. Non sembrano minacce credibili e se la festa per il PD dovesse finire non sarebbe per merito suo. Odiato dalla grande maggioranza degli italiani, venerato da un non esiguo numero di iscritti è ciò che più si avvicina all’ultimo uomo di Nietzsche.

L’innominato c’è e resterà tale. Sappiate che conta molto.

I bersaniani erano la maggioranza dei parlamentari eletti nel 2013. Notevolmente ridotti dopo il fattaccio hanno di recente subito le defezioni di Fassina e D’Attore. Fabbriche di bersaniani sono state l’Emilia e il Veneto. Il loro leader è Roberto Speranza, ex capogruppo e probabilmente sfidante di Renzi al prossimo congresso (pare che a quest’area non sia piaciuta l’autocandidatura di Rossi). Politicamente socialdemocratici si distinguono più per l’opposizione di principio a Renzi che per i risultati ottenuti dalla mediazione parlamentare. Aspirano a tornare maggioranza nel Partito e per tale motivo cercano alleanze con i lettiani oltre che con ambienti della società civile che poco hanno a che fare con la loro storia. Una presenza non irrilevante nella base.

I Turchi sono una corrente di grande interesse. Provengono dai dalemiani e ne hanno assorbito l’essenza a tal punto da diventare perno della maggioranza di Renzi nonostante avessero sostenuto Gianni Cuperlo all’ultimo congresso. La pattuglia parlamentare turca è capitanata da Orfini, presidente del Partito e commissario di Roma. Non si capisce se la sua linea sia dettata da un particolare acume politico o dal forte astio verso i bersaniani, quello che è certo è che i Turchi si stanno piazzando in posti di tutto rispetto. L’uomo all’Avana dei Turchi è il ministro Orlando, ultimo dei miglioristi. Hanno quasi la totalità dei giovani democratici dalla loro parte. Politicamente questa corrente rappresenta la socialdemocrazia classica, più concentrata a sopravvivere nella lotta di potere che ad altro, ottiene di tanto in tanto qualche emendamento di sinistra.

I liberal radicali sono i pochi liberisti del PD. Peso nel partito quasi nullo. Qualcuno arriva dal PCI, altri dai Radicali. Figura di spicco è Morando. Sono quei profili che hanno giustamente scelto il PD per fare la riserva indiana e per avere un po’ di risonanza. Non si muovono compatti e la mano invisibile non sembra dare grandi risultati in transatlantico. Una volta erano affiancati anche dai reduci repubblicani.

I lettiani sono dormienti. II loro capo è a Parigi e aspetta un passo falso del rivale Renzi. In molti lo hanno abbandonato, o forse è solo una tattica. Lettiani di punta sono la De Micheli e Boccia. Sognano una grande manovra con i bersaniani e in caso di una debacle alle amministrative sperano di ricompattare tra le loro fila anche Area Dem. Politicamente europeisti e vicino alla Troika non godono di ampio consenso nella base.

I cuperliani. Esigua minoranza. Legati a Gianni Cuperlo sono stati in bilico tra i turchi e i bersaniani per poi assecondare questi ultimi nell’opposizione intransigente a Renzi. Guidati da un signore d’altri tempi i cuperliani sono destinati all’esaurimento e all’assorbimento nei bersaniani.

I civatiani sono usciti quasi tutti dal Partito (vedi Civati e Mineo). Linea politica vaga: forte opposizioni a Renzi, al governo di grandi intese, al Jobs Act e alla riforma costituzionale. Avevano ottenuto un risultato non irrilevante al congresso ma quel capitale politico sembra andato in fumo definitivamente. Vedremo alle prossime amministrative il peso reale di questa area.

I cattoDem non sono una vera e propria corrente, si compatta ogni qualvolta si deve votare su temi eticamente sensibili. Recentemente attivi contro il ddl Cirinnà, si deve più ad Alfano che a loro lo stralcio della stepchild adoption.

La CGIL ha per anni fornito quadri al PDS-Ds. Storicamente mal sopportati dai dalemiani e dall’apparato della sinistra, oggi ai ferri corti con i renziani, si trovano anch’essi ad un bivio: uscire o tacere. Additati da Renzi come uno dei principali problemi del paese il loro malumore cresce di giorno in giorno. Se uniti possono fare male, in Liguria i renziani ne sanno qualcosa… Tolti i quadri di riferimento storici come Cofferati (uscito dal Partito), Epifani e Damiano non sembrano produrre nuove leve in grado di acquisire potere nel partito.

Presentate le squadre nel prossimo contributo un’analisi della politica del PD negli ultimi due anni, di come si finanzia e come forma i propri quadri.

Sulle spiagge il PD inventa il partito “double-face”

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Premessa: non vi fate ingannare dal fatto che parlare di Ostia dà un po’ l’idea di occuparsi di un fatto locale, periferico, marginale.
Non è affatto così.
Intanto perché Roma è la capitale, e quindi il suo affaccio sul mare, come dire, ha una certa importanza; ma soprattutto perché quello che succede a Ostia, l’intreccio ormai inestricabile tra politica, malaffare e criminalità, è emblematico dei problemi di tutta Roma, che a loro volta sono emblematici dei guai di questo povero paese.

Allora, a Ostia (tra le altre cose) accade più o meno questo: le concessioni balneari, quelle che vengono date ai gestori degli stabilimenti, sono perlopiù nelle stesse mani da decenni; e molti di quelli che le detengono, non paghi di averle e di poterle utilizzare pagando spesso canoni irrisori e chiudendo (illegalmente) il mare a orario come se si trattasse del loro negozio, negli anni hanno commesso abusi edilizi e ambientali di ogni tipo senza che nessuno alzasse un dito per dir loro alcunché.

Quando questa roba (che i radicali denunciano da anni, by the way) ha iniziato a venir fuori dopo il commissariamento del municipio di Ostia per mafia, a Roma è iniziata la consueta corsa a chi strillava più forte e si indignava, in nome della legalità, contro la criminalità che si era impossessata del litorale: una corsa (e come ti sbagli) capeggiata dal PD, in particolare nella persona del senatore Stefano Esposito, nel frattempo nominato Commissario del partito nel municipio.

Ora, per carità, strillare non è di per sé un’opzione censurabile: a patto, tuttavia, che quello che poi si fa non dico coincida perfettamente, ma perlomeno vada nella stessa direzione degli strilli; altrimenti, come suol dirsi, la sensazione è quella di essere presi allegramente per i fondelli.

Ebbene, ieri i deputati del PD (lo stesso partito di quelli che strillano, per capirci) sono riusciti nell’impresa di dare proprio quella sensazione: dando il via libera senza colpo ferire a un emendamento alla legge di stabilità in base al quale i provvedimenti amministrativi (leggasi: revoche) relativi alle concessioni balneari sono sospesi fino a settembre del 2016.

A questo punto, comprensibilmente, uno si chiede: qual è il PD che si candida a governare Roma? Cioè, quale dei due? Quello che strilla per la legalità oppure quell’altro, che continua imperterrito a fare favori agli stessi contro cui ha smesso di strillare un minuto prima?
Sapete com’è, sarebbe interessante saperlo.
A meno di non rassegnarsi all’idea che i nostri amici democratici abbiano avuto un’alzata d’ingegno di quelle geniali, così innovativa da lasciare tutti a bocca aperta: quella di opporre al “partito liquido” entusiasticamente propugnato dai loro avversari un assai più elegante, stiloso e pratico “partito double-face”.
Ne converrete, è roba che si trova solo nelle migliori boutique.

La crisi di Roma, spiegata senza psicologismi

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Una cosa è sicura: Marino avrebbe dovuto fare molto di più. E per una volta avrebbe perfino potuto, se si considera che la deflagrazione di “mafia capitale” gli forniva l’opportunità di mettere le mani nella melma del clientelismo romano e di azzerarlo, potendo contare su una legittimazione, quella derivante dagli esiti dell’inchiesta, che non è azzardato definire irripetibile. Ecco, Marino non ha avuto il coraggio, né soprattutto la capacità, di cogliere questa occasione storica, ancorché ripetutamente ed esplicitamente sollecitato (in condizioni di totale isolamento) dai radicali e in particolare dal consigliere Riccardo Magi (abbiate pazienza, non è propaganda ma storia), limitandosi all’arrocco dietro al paravento di un’onestà tanto (probabilmente) autentica quanto (certamente) insufficiente.

Ciò premesso, il punto cruciale della questione è il PD, nella duplice e contrapposta incarnazione del PD di Renzi, animato dall’urgenza di mettere i piedi nella città, e del PD romano, endemicamente allergico a qualsiasi tentativo di riforma di un sistema del quale fa parte integrante da decenni. Duplice incarnazione che ha trasformato Roma in un terreno di scontro a tre tra il sindaco, il governo e le più ostinate istanze di conservazione dell’esistente, passando per lo snodo del commissariamento di Orfini e della sua operazione di maquillage dei circoli. Tutto ciò, com’era ampiamente prevedibile, ha prodotto uno stallo senza uscita, un incastro diabolico che non poteva trovare sbocchi diversi dal disastro: il sostegno a Marino -prima dato, poi tolto, poi restituito, poi tolto di nuovo- è diventata l’arma con cui il PD ha combattuto una feroce guerra interna sul corpo martoriato di una città che stava morendo, e gli ultimi atti -le dimissioni chieste via whatsapp, prima rassegnate e poi ritirate- hanno disegnato uno scontro privato nel quale i cittadini non esistevano più: fino alla soluzione finale delle dimissioni in blocco, l’ultimo espediente del PD per non passare dall’aula e non rendere conto pubblicamente delle proprie azioni, che fotografa in modo impietoso una classe dirigente incapace di assumersi le proprie responsabilità perfino mentre tutto sta venendo giù. Non c’è molto altro, mi pare: se non la debolezza delle opposizioni, che per conclamata collusione o totale incapacità (fa poca differenza, agli effetti pratici) non sono riuscite a giocare alcun ruolo significativo, se non quello di legittimare, ogni volta che se ne è presentata l’occasione, le più incarnite istanze corporative.

Questo, in estrema sintesi, è quanto: al di là delle elucubrazioni psicologiste che inevitabilmente proliferano e continueranno a proliferare, ma che non servono a (tentare di) spiegare le ragioni di quanto va succedendo.

I sacerdoti dell’onestà che armano la mano della “kasta”

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A volte è curioso, come vanno a finire le cose: oppure no, a patto di avere un minimo di lungimiranza.
Prendete questa faccenda dell’onestà, per esempio.
Ci sono voluti anni di inoculazioni pazienti e costanti, somministrate a forza di progressivi e implacabili innalzamenti dell’asticella giustizialista, per irrigare accuratamente il terreno e apparecchiare un paese pronto a gridare indignato alle manette non soltanto di fronte agli scandali conclamati da giudizi definitivi, ma perfino al cospetto della più flebile agitazione di un mezzo, e non meglio identificato, avviso di garanzia.
C’è voluta la progressiva emersione di fronti forcaioli multipli, da quello giornalistico fino all’escalation del livello movimentista prima e parlamentare poi, per imprimere a lettere di fuoco la parola “onestà” nel cervello degli italiani, come se si trattasse di una prodigiosa panacea per sconfiggere malattie che a regola di bazzica andrebbero curate con la politica: fino a innalzare il suo opposto, vale a dire la cosiddetta “anti-politica”, al rango di unico faro possibile cui ispirare le proprie opinioni, le proprie azioni, finanche le proprie scelte elettorali.
Ebbene, qual è stato, alla fine della fiera, l’effetto di tutto questo fermento?
Un paese governato da legioni di onestissimi imbecilli del tutto inadeguati alla politica, come pure abbiamo paventato a più riprese in molti, non senza un brivido di terrore gelido lungo la schiena?
A occhio e croce no. A occhio e croce, se possibile, è andata a finire ancora peggio di così.
E’ andata a finire, e la vicenda di Marino lo dimostra in modo molto chiaro, che i primi a utilizzare la dilagante facilità di sdegno costruita “dal partito degli onesti” con tanta minuzia sono stati gli stessi che quegli onesti avversavano, o credevano di avversare, più di qualunque altro: gli esponenti della cosiddetta “vecchia politica”, i volponi delle strategie e delle tattiche, le talpe da procura, i professionisti decennali delle trame machiavelliche e delle macchine del fango.
Così, prendendo al volo e utilizzando, senza fare neppure un po’ di fatica, il clima di indignazione galoppante e perenne messo a punto dagli amici “con la schiena dritta” in anni e anni di piagnistei, lamentazioni e minacce, uno dei noti gruppi di tradizionali marpioni (nel caso di specie quello del PD) ha potuto imporre a suo piacimento le dimissioni del sindaco di Roma limitandosi a tirare fuori un paio di scontrini.
Questo bel risultato, amici che lanciate anatemi strabuzzando gli occhi al grido di slogan che terminano con “a” accentate, si deve a ciò che avete fabbricato voi: vi illudevate di giocare ai piccoli Robespierre per sconfiggere la “kasta”, e invece avete finito per regalarle un paese che reagisce con pavloviana e scientifica prontezza a tutte le loro schifezze. E quindi le avete fornito, vostro malgrado, il più efficace degli strumenti per perpetuarsi e prosperare.
Che bella impresa, eh?

Salvini e i democratici passivo-aggressivi

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Ieri Salvini è andato in piazza a Roma assieme a Fratelli d’Italia, cioè quel che rimane della molto poco onorevole storia della destra sociale italiana, e Casapound, cioè i fascisti. Con tanto di mix di bandiere leghiste, croci celtiche, tricolori sventolati a caso, foto di Mussolini, saluti romani e ovviamente il solito armamentario di cazzate retoriche razziste e violente.

In una piazza poco distante, è stata organizzata una contromanifestazione antirazzista, antifascista e antiomofoba che ha raccolto più persone di quelle portate in piazza da Salvini e dai suoi groupies fascisti.

Ovviamente, questo dovrebbe far piacere alle persone normali.

Invece no. Perché in Italia si sta diffondendo una sorta di patologia mentale passivo-aggressiva per la quale, se i fascisti vanno in piazza bisogna accettarlo passivamente, perché, perbacco, non si può violare la loro libertà di manifestare, non sarebbe democratico. Ovviamente, la stessa cosa non vale per quelli che organizzano e vanno alla contromanifestazione: per loro la libertà di manifestare non si applica, sia mai che venisse turbata la serenità mentale degli altri: e quindi giù insulti o prese per il culo non ai fascisti ma a chi manifesta contro di loro.

Anzi, se manifesti contro Salvini e i fascisti dai loro importanza e fai loro pubblicità.

Ma certo!

Ai geni della democrazia passivo-aggressiva sfugge che in altri posti dove pure i fascisti sono un problema marginale e non vanno in piazza con movimenti che possono raggiungere il 20% (venti per cento), tipo in Germania, OGNI manifestazione della NPD è accompagnata da contromanifestazioni molto più imponenti della prima. E che questo è uno dei motivi per cui la NPD non ha mai sfiorato il 2% (due per cento) alle elezioni federali.

E un’altra cosa che sembra sfuggire ai suddetti imbecilli è che – in un periodo di crisi, nel quale trovare capri espiatori attraverso l’armamentario razzista e nazionalista è facilissimo – una manifestazione antirazzista che raccolga più gente di una xenofoba è un’ottima notizia e bisogna fare in modo che questo succeda anche in futuro.

Invece no: meglio prendere per il culo chi manifesta contro Salvini e rallegrarsi “perché, con una destra e una sinistra così, il PD governerà per 20 anni” e via di compiaciute autopacche sulle spalle. Credo se lo dicessero tra loro anche i liberali imbecilli all’inizio degli anni Venti.

Santé

La pagliuzza della panda rossa e le travi del pd romano

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Se qualcuno di voi avesse una vaga idea (e magari qualcuno ce l’ha) di che razza di roba sia il PD romano, di fronte alla storia delle multe di Marino e all’indignazione che avrebbero suscitato nei suoi compagni di partito avrebbe la mia stessa, identica reazione: si scompiscerebbe, e di brutto, dalle risate.
Perché sarà pure vero che il buon Ignazio, sin qui, è stato abbondantemente deficitario rispetto a quanto sarebbe stato lecito aspettarsi: ma è vero anche (e direi soprattutto) che i vertici del suo partito nella capitale sono stati e continuano a essere protagonisti di situazioni che al confronto la Panda rossa è la scureggina di una zanzara in un campo di calcio.
Non so, vogliamo parlare della vicenda della Metro C, i cui costi sono lievitati negli anni da 3 a 6 miliardi senza che l’opera sia stata completata e senza che se ne conosca ancora il percorso definitivo? O magari, tanto per dirne un’altra, dell’amena consuetudine rispondente al nome di “manovrina d’aula”, grazie alla quale venivano distribuiti milioni di euro ad associazioni scelte direttamente dai consiglieri? Oppure dello scellerato sperpero di denaro pubblico perpetrato anno dopo anno con l’unico risultato di segregare i rom nei campi e nei lager dei centri d’accoglienza? O magari dell’ostruzionismo contro l’anagrafe pubblica dei rifiuti, dell’indifferenza nei confronti del muro” di Ostia e delle dinamiche letteralmente criminali che ne sono il presupposto, dell’arroganza con cui sono state sistematicamente ignorate e mai calendarizzate le delibere di iniziativa popolare, dei patetici equilibrismi per non dover affrontare temi come il testamento biologico o le unioni civili, degli affidamenti di appalti a fornitori esterni effettuati senza gara e senza bando, in barba a ogni normativa nazionale ed europea, dello spaventoso dissesto delle aziende municipalizzate come l’ATAC e l’AMA, ormai ridotte a vere e proprie riserve di caccia elettorale alla faccia dei cittadini e dei servizi cui avrebbero diritto?
Vogliamo parlare di questo, dico, o della Panda Rossa?
No, perché un fatto è sicuro: Ignazio Marino, sia pure in modo “timido”, il becco in queste schifezze ha cercato di mettercelo; e più di una volta, sia pure con la necessità di qualche “stimolo”, ce l’ha messo in modo efficace.
E allora, abbiate pazienza, quando ci si indigna per la Panda rossa, si chiede il “rimpasto” e si chiama il sindaco a riferire in aula non si può proprio fare a meno di rilevare che a volte, nella vita, si verificano delle strane, stranissime coincidenze.
Perché io un’idea -neppure tanto vaga- di che razza di roba sia il PD romano ce l’ho, e siccome ce l’ho non posso fare a meno a scompisciarmi dalle risate.
Per non piangere.

Voglia di bestemmiare

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Nel Pd della Capitale gli sbardelliani, i veltroniani, i popolari e perfino qualche ex berlusconiano, tentano di rifarsi una verginità renziana. Si riuniscono, progettano, rilanciano.

Più il marziano Marino fa buchi nell’acqua, più i marpioni si ringalluzziscono. “Il fuso orario del Campidoglio va regolato con quello di palazzo Chigi” dicono. Forti – s’intende – non di qualche risultato politico, ma esclusivamente di campagne elettorali concluse in grande stile, magari con i dipendenti di Atac, di Ama, o di un’altra fabbrica di consenso romano, tutte in dissesto con i soldi dei cittadini.
Nulla di nuovo. È il vecchio istinto gattopardesco. Del resto vi siete mai chiesti quali meritorie iniziative politiche abbia condotto Enrico Gasbarra per totalizzare 102.411 preferenze? Per non parlare degli altri capi corrente ancora più sconosciuti.
Su questo il dibattito dentro il Pd non è pervenuto. Neppure quando l’unico consigliere Radicale, Riccardo Magi, ha denunciato con Sergio Rizzo, il meccanismo ventennale di accumulazione del consenso a Roma. A destra, al centro e a sinistra. La manovrina d’aula o il maxiemendamento notturno, con i quali si foraggia de facto il bacino elettorale dei consiglieri, terminali dei capibastone. Non c’è alternativa a questo modello, dicono. I dirigenti comunali assunti esternamente all’organico già abbondante del Campidoglio per organizzare tra le altre cose la Festa dell’Unità di Roma (o Festa democratica), non hanno predisposto nessuna tavola rotonda sull’argomento.

Ma ci sarebbe dell’altro per quanto riguarda il maggiore partito della Capitale e del Paese, se la cronaca dei giornali romani non fosse peggiore dei politici che in buona parte dirige. Ad esempio si potrebbe riflettere sull’inossidabilità della “questione romana”. Il Papa apre nuove stagioni, loro no.

L’ostruzionismo del Pd in Campidoglio è velato ma a tutto campo. Per il Registro del testamento biologico c’è voluto l’intervento del Prefetto di Roma per calendarizzare la delibera. Per le Unioni civili si attende da due anni la votazione di un testo sottoscritto da 8 mila romani, dopo che Walter Veltroni, su richiesta del Card. Bertone, fece fuori il primo tentativo Radicale nel 2007. Miriam Mafai all’epoca la definì la “prima sconfitta per il Pd” che stava nascendo in quei mesi. Per alcuni una sconfitta per altri una vittoria che resiste nonostante la rivoluzione interna al Partito democratico. È forse un caso che per il futuro della Capitale tutti i nomi finora emersi siano legati ad un passato democristiano? Da Enrico Gasbarra a Dario Franceschini. O come nel caso di Marianna Madia, ad un presente contrario all’aborto e all’eutanasia. “Quando sei lì – racconta Marianna del suo viaggio a Medjugorje  in realtà non ti interessa capire se è vero o no quel che si racconta. Non ti poni il problema. Entri in una dimensione di fede più forte, di consapevolezza profonda”.

E quello di non porsi il problema di capire è un modello a forte vocazione maggioritaria. E così da una parte non bisogna farsi troppe domande sulle responsabilità del sistema clientelare nel fallimento in termini di dissesto finanziario di Roma, dall’altra meglio non tenere conto che sui diritti civili e la laicità il popolo da sempre è più pronto della sua classe dirigente. Lo dicono tutti i sondaggi da anni. Dall’ici per gli hotel cattolici all’eutanasia. Meglio non ricordare il 54% ottenuto della mangiapreti Emma Bonino che nel territorio di Roma vinse contro Renata Polverini, nonostante il sabotaggio orchestrato dei vertici del PD, raccontato poi da Concita De Gregorio.

Trasparenza, onestà, buon governo della cosa pubblica, ma anche laicità e nuovi diritti. A vincere furono altri. E i protagonisti a Roma – direttamente o tramite veline – quelli restano.

Il PD romano, cioè Alemanno

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Supponiamo che qualcuno proponga di istituire il registro dei testamenti biologici in un determinato comune: badate, non è affatto una supposizione astrusa, poiché si tratta di uno strumento già approvato ed operante in un numero considerevole di città, tra le quali Milano, Genova, Torino, Venezia e Napoli.
Supponiamo, però, che il comune in questione sia quello di Roma, che la proposta abbia luogo nel 2009 e che il Sindaco, che in quel momento risponde al nome di Gianni Alemanno, decida di cavarsela così:

Non è nostra competenza, c’è una legge che il Parlamento sta discutendo, quindi sarà sua cura decidere

Risposta fuori luogo al limite del ridicolo, non c’è che dire: perché è ormai noto a tutti che il registro comunale dei testamenti biologici, per dirla con le parole di Riccardo Magi, “non vuole affatto disciplinare la materia del fine vita, né chiede al Comune di farlo, ma (…) intende attestare l’autenticità delle dichiarazioni anticipate di trattamento dei cittadini“, e quindi si tratta semplicemente di “un servizio ‘dedicato’ ai cittadini, nell’ambito delle competenze e delle funzioni amministrative già esercitate dal Comune“.
Fin qui ci siamo, no? Voglio dire, mi pare che sia tutto fin troppo chiaro, a cominciare dall’evidente strumentalità della posizione di Alemanno.
Ebbene, supponiamo che la stessa proposta venga nuovamente sollecitata nel 2014. E supponiamo che al governo della città non ci sia più Gianni Alemanno con la sua maggioranza bigotta e conservatrice, ma un partito (a suo dire) progressista, moderno e aperto come il PD: sarebbe lecito aspettarsi un esito del tutto diverso dal precedente, non credete?
Invece state a vedere come liquida la questione Francesco D’Ausilio, capogruppo del Partito Democratico in Campidoglio:

Io sono d’accordo con l’iniziativa in quanto pungolo al legislatore nazionale, tuttavia temo che le implicazioni dei registri dei testamenti biologici locali non abbiano fondamento giuridico. Serve una legge nazionale

Interessante, nevvero? Si tratta, mutatis mutandis, della stessa risposta di Alemanno. Identica. Eccezion fatta, a voler spaccare il capello in quattro, per quel “sono d’accordo” e quel “temo”. I quali, tuttavia, non conducono ad alcuna conseguenza diversa da quelle del “birbaccione” Alemanno (cioè, il registro dei testamenti biologici non si è fatto prima e non si fa manco adesso), né sono migliori delle precedenti nel cogliere il vero punto della questione (il registro dei testamenti biologici non istituisce il testamento biologico nel paese, ma si limita a certificare una dichiarazione dei cittadini, cosa che rientra appieno nelle competenze comunali).
A questo punto sorgono spontanee (almeno) due domande.
Primo: a Milano, a Torino, a Genova, a Napoli e in tutti gli altri comuni in cui la delibera è stata approvata sono tutti coglioni? E sono una massa di fresconi Maura Cossutta, Carlo Flamigni, Mina Welby e tutti questi altri?
Ma soprattutto, secondo: se gli esiti sono identici, e se è identica la speciosa tendenza a ciurlare nel manico su quello di cui stiamo parlando, quale sarebbe la differenza tra l’amministrazione Alemanno e quella che ci ritroviamo adesso? Esiste, una differenza concretamente riscontrabile al di là dei proclami? Oppure, gira gira, si tratta più o meno della stessa roba infiocchettata in modo leggermente diverso?
Insomma: per quale motivo dovremmo continuare a far finta che quelli del PD siano più “progressisti” degli altri? Semplicemente perché dicono di esserlo?
A me, personalmente, pare un po’ poco.
Sarà che ho il brutto vizio di considerare i fatti leggermente superiori alle chiacchiere.

Ringraziare no?

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Fatemi capire una cosa: quando lo dicevate voi che le deputate, le assessore e le ministre dell’altra parte politica occupavano quei ruoli soltanto perché abili nell’arte del pompino – ebbene sì, in senso tecnico è un’arte – andava tutto bene? Adesso che un grillino esagitato ve lo grida a piena voce sarebbe un insulto, hate speech, discorso dell’odio, come dice la Marzano? Fatemi capire perché questa logica dell’indignazione mi sembra richiamare una presunta superiorità morale accompagnata da abbondante puritanesimo. “Noi, donne del Pd, non solo siamo qui perché brave, ma certe cose non le facciamo” sembra il succo delle dichiarazioni di queste ore. La Marzano dice di aver smesso per qualche secondo di respirare. Manco le avessero investito il cane. Alessandra Moretti si scusa in tv perché costretta a riportare la presunta frase pronunciata dal deputato del M5S De Rosa, una frase che contiene la parola pompini. Si scusa perché potrebbe urtare la sensibilità dei bambini. E ci posso stare. Si scusa perché potrebbe urtare la sensibilità delle famiglie. E ci posso stare, anche se non capisco cosa significhi urtare la sensibilità di una intera famiglia. Si scusa perché potrebbe urtare la sensibilità delle donne. E qui non ci sto. Ma perché la parola pompino dovrebbe urtare la sensibilità femminile? Ma santo cielo, siete pazze? Solo a me pare che sia una potenziale forma di potere?

Lo so che adesso molte di voi saranno incazzate. Non dovreste, perché sto dalla vostra parte: vorrei che non ci fosse una questione femminile da discutere. Però, a differenza vostra, ritengo che per ottenere una parità effettiva, occorra essere disposti a parlare di pompini. E ritengo che, se qualcuno vi grida che siete brave a fare solo quello, invece di sporgere denuncia, potreste rispondere “Sì, grazie, anni di pratica”.

PD: arrivano i marziani!

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Per una volta, sul caso Cancellieri, tutti i candidati a segretario del PD avevano assunto una posizione che sarebbe stata scontata in qualunque partito progressista (e molti non progressisti) di qualunque Paese civile: la richiesta di dimissioni.

Una posizione evidentemente nata dal dialogo dei candidati con la base congressuale: tutti gli aspiranti segretari hanno ripetuto che nei loro incontri con gli iscritti il caso Cancellieri veniva sempre fuori, inequivocabile,  la pressione per  far dimettere il ministro.

Naturalmente, invece, dopo che ieri Enrico Letta ha invitato al senso di responsabilità, tutti hanno fatto marcia indietro. Il senso di responsabilità, ovviamente, mica riguarda il ministro – che non si capisce con che faccia stia ancora lì – ma il PD: non votate la sfiducia o ne risente il mio Governo.

Sicché, adesso, alla base congressuale e agli elettori andrà spiegato che – nelle parole di Letta – la mozione di sfiducia individuale del M5S contro il ministro “è un un attacco politico al governo. E la risposta deve essere un atto politico: un rifiuto“.

Letta praticamente utilizza concetti e schemi di pensiero che uno pensava sepolti nei libri di storia politica: la mozione è un attacco politico e si risponde con un atto politico.

Sembra di sentirlo Letta mentre calca la voce su “politico” come avrebbe potuto fare un Forlani o un De Mita ma fino a 30 anni fa. Quel “politico”, oggi, non vuol dire un emerito cazzo: soprattutto per i non appassionati di storia politica, cioè praticamente tutti gli elettori. Per loro quel “politico” è una formula vuota, neutra.

Letta avrebbe potuto dire che la mozione è un attacco “psichedelico” o “macrobiotico” e che la risposta doveva essere un atto “psichedelico” o “macrobiotico” e non credo sarebbe cambiato il senso di sconcerto del comune ascoltatore.

Invece di far notare a Letta che forse era ora di svegliarsi e fare i conti col fatto che siamo nel 2013 e non al congresso DC del 1973, i candidati segretari hanno fatto retromarcia. Ma non perché disarmati dall’assurdità delle parole di Letta: sembrano dargli davvero un senso.

Gianni Cuperlo abbocca subito: “La mia opinione è che il ministro dovrebbe dimettersi prima del voto, se però Letta ci chiede si essere responsabili dobbiamo esserlo“.

Il simpatico Cuperlo vorrebbe che la Cancellieri si dimettesse prima del voto di sfiducia, come accade in altre democrazie: peccato che nelle altre democrazie il signore che deve dimettersi sa che se non vuole affrontare l’onta di un voto contrario si dimette prima. Qui il messaggio di Cuperlo al ministro è: “Se non ti dimetti, noi comunque non ti votiamo contro”: me la vedo proprio, la Cancellieri, dare le dimissioni tremebonda di fronte a questo temibile messaggio di Cuperlo

Aggiunge Cuperlo, rivolto a Civati: “Responsabili dobbiamo esserlo tutti. E non ad intermittenza. Non è accettabile che si annunci una mozione di sfiducia a mezzo stampa contro un ministro del nostro governo“.

“Responsabili” è una bella parola che nel linguaggio della cronaca politica rimanda a un protagonista indiscusso: Scilipoti. L’ottimo Mimmo Scilipoti avrebbe detto esattamente la stessa frase.

Cuperlo avrebbe tranquillamente potuto dire: “Scilipoti dobbiamo esserlo tutti. E  non a intermittenza” perché il suo è un ragionamento intimamente scilipotiano: “sosteniamo il Governo, qualunque Governo ed il ministro, qualunque ministro, senza se e senza ma”.

Renzi, invece, per bocca di Gentiloni (ognuno si sceglie la bocca che più gli piace), un po’ si rammarica che non ci sia stata discussione, lui aveva pure scritto un ordine del giorno ma nessuno glielo fa leggere né presentare, sia mai! Lui ci rimane un po’ male, spera in momenti migliori e poi si allinea e dichiara, serio: “Non si può non prendere atto di quello che ci ha detto Enrico. A un attacco politico si risponde in termini politici“.

Si veda sopra, sostituite “politico” con l’aggettivo che più vi piace – ad esempio “organico” – ed il senso della frase rimane lo stesso: nessuno.

Poi continua: “Rimane secondo me l’obiettivo politico di ottenere, dopo avere respinto l’attacco politico, un gesto di responsabilità del ministro“.

Ancora, vedi sopra: non si trascurino i forti legami semantici tra la parola “responsabilità” e la parola “Scilipoti”. Gentiloni vuole dal ministro un bell’atto di scilipotismo: non c’è dubbio che il ministro lo accontenterà, rimanendo attaccata al ministero come una tellina.

Infine arriva Civati, e anche lui, immagino sforzandosi di non ridere ma magari lui ci crede davvero, dichiara innanzitutto: “Non sono d’accordo su come è stata posta la discussione“.

Civati non è mai d’accordo su come è stata posta qualunque discussione. Anche se lo inviti a prendere una pizza, probabilmente, lui ti risponde: “la questione è posta molto male”. Poi, siccome. è un compagnone, viene comunque a prendersi la pizza

Sicuramente  – ci spiega – non si può votare la mozione M5S, ma si poteva discutere che fare, anche una sfiducia individuale. Se comunque l’opinione della maggioranza è questa, mi attengo. Obbedirò alla responsabilità che ci viene chiesta perché mi sento parte di un gruppo“.

Ma è bellissimo! Mica ci spiega perché non si poteva votare la mozione del M5S, che richiede una cosa sacrosanta, ma si poteva discutere di fare una “sfiducia individuale” che è la stessa che hanno proposto i 5 Stelle.

Lui però ha dato retta a Letta che lo ha supercazzolato con quella storia del “politico”, “macrobiotico”, “omeopatico”. Quindi si confonde ma subito dopo dichiara: “Obbedisco!”

Il novello Garibaldi aggiunge “perché mi sento parte di un gruppo”. Che è stupendo: tipo gli adolescenti che fumano anche se gli fa schifo per non sentirsi fuori dal gruppo.

Geniale, il nostro Pippo-teenager riesce nell’obiettivo più ambito e difficile: dire la cosa più surreale di un dibattito così assurdo che nemmeno Salvador Dalí strafatto di LSD avrebbe potuto lontanamente immaginare.

La base del PD e gli elettori, immagino, guardano alla scena tra il perplesso e l’incredulo come se stessero assistendo a un congresso di marziani. Sperando solo che alla fine si rendano conto che i marziani saranno anche divertenti ma non si possono votare, perché non esistono nella realtà. Santé.

PD: restiamo al Governo?

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Caro Pd, vorrei capire il tuo piano, adesso.

Adesso che Berlusconi si è sfilato dal governo ma rimane lo stesso al governo, tramite la sua appendice alfaniana.

Entrambe le parti della finta scissione del Pdl ci hanno fatto già sapere che alle elezioni si presenteranno insieme.

Solo che a quel punto Berlusconi potrà fare campagna elettorale dall’opposizione, con le mani libere, controllando allo stesso tempo l'”azione” di governo.

In questo modo il governo continuerà a non poter fare alcunché mentre la situazione generale fa schifo: rimanere al governo è semplicemente il modo di giocare al tiro al bersaglio. Facendo però il bersaglio.

Esistono dei motivi seri per non fare cadere il governo? No.

Non veniteci a raccontare dei mercati o della UE spaventati perché quella è gente che – a differenza dei vostri elettori – non si fa prendere per il culo: lo capiscono che questo governo è destinato all’immobilismo assoluto anche – forse soprattutto – dopo che Berlusconi se ne è chiamato fuori, rientrando comunque dalla finestra.

Io , francamente, fossi in loro e fossi in voi avrei invece il terrore dello scenario che si sta profilando e cioè: il PD rimane al governo per un anno e più  assieme ad Alfano, Formigoni e Giovanardi (Giovanardi!), addossandosene tutte le colpe, ricevendo di tanto in tanto il plauso di Corriere, Repubblica e istituzioni europee (praticamente baci della morte a gogo) e catalizzando tutta la frustrazione e l’incazzatura del Paese.

Poi si vota e indovinate quale sarà il responso delle urne? Un PD catalettico, un Berlusconi ringalluzzito ed un Grillo ancora oltre il 25% per cento.

Vi sembra uno scenario migliore di aprire una crisi adesso, andando alle urne mentre gli altri ancora si leccano le ferite e non sono in grado di organizzarsi al meglio? Davvero credete che “i mercati e l’Europa” preferiscano lo scenario opposto? O siete davvero convinti che il governo “stia facendo bene”? No, nemmeno voi potete essere tanto rincoglioniti.

Mi chiedo cosa pensi Renzi di tutto questo.: perché sta zitto mentre lo stanno lentamente logorando con la prospettiva di candidarlo nel 2015 quando le elezioni non potrà vincerle. Non col PD.

Una volta tanto allora, caro PD, fatti un esame di coscienza, pensa davvero al Paese e poni fine a questa farsa; la prossima volta potrebbe essere davvero tragedia. Santé.

Quo usque tandem?

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Il Pdl ha preteso di bloccare i lavori del Parlamento perché la Corte di Cassazione, facendo il suo dovere, ha fissato un’udienza del processo Mediaset prima dell’estate per evitare la prescrizione.

Alcuni giornali si rallegrano che il blocco, minacciato prima per 3 giorni, si riduca a questo pomeriggio. In caso di mancato blocco il Pdl minaccia di far cadere il governo.

Mi chiedo fino a dove dobbiamo arrivare?

Fin quanto ancora il PD deciderà di tenere in ostaggio i voti di chi lo ha votato per aver un reale cambiamento, al fine di sostenere un Governo al fianco della destra più becera e irresponsabile d’Europa?

Non mi venite a raccontare che se cade l’esecutivo rischiamo sui mercati perché siamo stati clamorosamente bocciati giusto ieri ed il fatto che ci sia Letta al Governo evidentemente non cambia nulla: i mercati non sono pirla come noi, amici.

Se oggi blocchiamo il Parlamento per un pomeriggio cosa accetteremo di fare domani o dopodomani per tenere su un Governo che non ha alcun senso? Chiudere il Parlamento? Chiudere la Cassazione? Abrogare il codice penale?

Berlusconi minaccia di far cadere il Governo perché non si sente abbastanza garantito contro i suoi processi? Bene, fatelo cadere prima voi, amici del PD: non lasciategli quest’arma in mano.

Chiudiamo questa pagina vergognosa con un sussulto di dignità. Non facciamoci travolgere del tutto. Santè

PD: le immagini sono importanti

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Ero curioso (ognuno ha le sue depravazioni) di ascoltare l”intervento di Civati all”Assemblea PD di sabato. Sono andato sul suo sito e l”ho trovato.

Devo dire che ho fatto fatica ad ascoltarlo: non per quello che diceva: l”ho risentito e mi trovo d”accordo praticamente su tutto. Ma sono rimasto interdetto da quello che chiamerei “presentazione”.

In una sala dalle pareti grigie e rosse che già negli anni “80 avrebbe fatto calare il latte alle ginocchia, il palco dell”assemblea si stagliava su un fondo verde-oliva-ammuffita che avrebbe fatto venire la tristezza persino a Breznev, illuminato da luci al neon da ospedale.

Ora, non dico che uno debba mettere gli sfondi azzurro-cielo e le calze sulla telecamera, però andiamo: possibile che non viene in mente a nessuno che quell”accozzaglia di colori orrendi e luci  dia da sola l”immagine di un partito sbiadito, vecchio, noioso fino alla morte?

Non credo ci voglia un premio Nobel della comunicazione per capire che si trattava di un disastro in termini di immagine. Potrà sembrare un”osservazione superficiale o berlusconiana, non è così: capisco bene che sia più importante il contenuto del contenitore e tutto il resto.

Ma se fai venire la tristezza a chi vorrebbe ascoltarti prima ancora che inizi a parlare, potrai fare il miglior discorso del mondo ma nessuno lo noterà. Santè.

L’Epifania di Epifani

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Non sono affatto tra quelli che si scandalizzano per l’elezione di Guglielmo Epifani a segretario del PD. In questi ultimi giorni le critiche per aver scelto un ex segretario generale della CGIL si sono sprecate: io credo che siano del tutto fuori luogo.

Tutti i partiti progressisti occidentali – tra questi anche i democratici americani – hanno legami più o meno forti con il movimento sindacale del proprio Paese: cercare di recidere questo legame non è solo inutile, è del tutto sbagliato. Ed è una balla, anche piuttosto diffusa, che questi legami altrove siano stati recisi: mi riferisco soprattutto al New Labour di Blair che –  pur essendo un’esperienza storica conclusa senza che gli apologeti italici se ne siano accorti – non ha mai eliminato la presenza delle Unions nel partito né la candidatura di sindacalisti, ed anzi ha ritirato alcuni – non tutti – dei provvedimenti più antisindacali dell’era Thatcher.

La novità dell’era Blair rispetto al vecchio Labour è che il partito smise di identificarsi con il sindacato; smise cioè di far proprie tutte le battaglie e le richieste sindacali: la cosa ebbe particolare risonanza perché – al contrario rispetto ai Paesi dell’Europa continentale – nel Regno Unito era stato il sindacato a fondare il partito laburista, come suo braccio politico-parlamentare. Era cioè il sindacato a dominare il partito mentre nel continente accadeva invece il contrario, tanto che una battaglia sindacale fondamentale all’interno del nostro movimento operaio fu – negli anni ’60 – spezzare la cosiddetta “cinghia di trasmissione” tra partito e sindacato: si trattava cioè di liberare il sindacato dalla disciplina di partito rivendicandone l’autonomia. Un processo che in Italia riguardò tutti i sindacati maggiori, la CGIL rispetto a PCI e PSI, la CISL rispetto alla DC, la UIL rispetto ai partiti laici.

Quello che sarebbe del tutto fuori luogo, incomprensibile per un partito progressista moderno, sarebbe una totale identificazione del partito con il sindacato: se si vuole parlare fasce più ampie della società ed allargare il proprio elettorato non si possono fare proprie tutte le parole d’ordine e le battaglie sindacali.

Io non credo affatto che il PD corra questo rischio, nemmeno con Epifani segretario.

In primo luogo non vedo come ciò potrebbe accadere a un partito che sostiene un governo il cui presidente del consiglio, oltre che ex vicesegretario del partito, è un politico alla Enrico Letta: difficile immaginare qualcuno di più lontano dal mondo e dall’agenda della CGIL. E Letta non è certo un caso isolato, pensiamo a Renzi, a Boccia, ecc.

Il PD, per quanto ne dicano i suoi critici, non ha fatto proprie le ultime battaglie sindacali, dalla Riforma Fornero sul mercato del lavoro, alla riforma delle pensioni, dal referendum sull’art. 8 e la rappresentanza sindacale alla questione FIAT. Si possono discutere e contestare le posizioni del PD in materia ma rappresentare il partito come schiacciato sulle parole d’ordine sindacali in materia è una vera mistificazione.

In secondo luogo, e questa è la novità più importante in un partito che finora si è dimostrato una fusione mal riuscita di ex DC ed ex PCI, Epifani apparteneva alla corrente socialista della CGIL: è un uomo di sinistra ma non un ex comunista (a molti oggi queste distinzioni parranno poco significative ma solo perché tra le giovani generazioni non esiste consapevolezza delle differenze e degli scontri, asperrimi, tra le varie componenti della sinistra italiana). Io credo che  la soluzione Epifani, alternativa rispetto alla dialettica tra ex comunisti ed ex democristiani, faccia fare un passo avanti importante al partito.

Infine, sebbene ritenga che un moderno partito progressista non possa farsi dettare l’agenda economica dal sindacato, non ritengo che un tale partito possa permettersi di ignorare e meno che mai disprezzare il movimento sindacale ed i suoi leader, tanto da introdurre una “pregiudiziale” contro di loro.

Piaccia o non  piaccia, gli iscritti alla CGIL rimangono una componente essenziale dell’elettorato del PD. E’ vero che se il PD si sforzasse di rappresentare solo quel mondo difficilmente vincerebbe mai le elezioni. Ma di sicuro sarebbe impossibile vincere le elezioni alienandosi completamente il movimento sindacale, e la CGIL in particolare: gli elettori che guadagnerebbe difficilmente rimpiazzerebbero gli elettori persi. Santè

Masochismo istituzionale.

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La soluzione che gira in questo momento in rete sarebbe una rielezione di Napolitano, con garanzia al Presidente che si voterà un governo di larghe intese tra PDL-PD-Monti-Lega che tra l”altro riformerà la costituzione introducendo semipresidenzialismo e doppio turno.

Ammettiamolo chiaramente: una simile soluzione sarebbe un tradimento degli elettori di quasi tutti i partiti, forse montiani esclusi, che il governo di larghe intese non si aspettavano né si auguravano.

Meno che mai si aspettavano un diktat sull”introduzione del semipresidenzialismo che è l”esatto contrario del modello istituzionale previsto dalla Costituzione attuale: nessuno dei partiti politici presenti in Parlamento ha mai messo nel programma di introdurre il semipresidenzialismo; di sicuro non in quest”ultima elezione.

Vi invito a riflettere, amici, avversari e compagni: pensate che un governo simile con un programma simile rispecchi la volontà degli elettori? Dei vostri elettori? Se lo pensate mi sa che non vi fate una passeggiata per strada ad incontrare persone comuni da un bel po” di tempo.

Specie voi, leader del fu centrosinistra: come credete la prenderanno quelli che vi hanno votato? Quanto credete che possa durare un governo così? Fin quando Berlusconi non deciderà di staccare la spina? 6 mesi? Un anno? Poi però si torna a votare e questa volta gli elettori non saranno magnanimi: vi hanno già mandato tutti i segnali del mondo. Il governo di larghe intese non lo vogliono: questa volta non ve la perdoneranno.

Pensateci, prima di accettare l”annichilamento definitivo. Se il prezzo è questo cercate un altro presidente: Bonino, Rodotà, chiunque non sia troppo sputtanato. Se non altro, fatelo per spirito di sopravvivenza. Santé.

E ti coglionano pure

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Allora, la situazione è questa: non soltanto Bersani sta facendo una figura barbina davanti all’Italia intera per aver deciso di scegliere il presidente della Repubblica insieme a Berlusconi invece di votare Rodotà con Grillo; non soltanto si susseguono manifestazioni, presidi, capannelli di gente che si incazza per quello che sta succedendo; non soltanto c’è una miriade di elettori che minaccia di non votare mai più il PD; non soltanto il suo partito si sta sbriciolando come un millefoglie sotto una pressa pneumatica; il bello è che quelli del PdL lo prendono pure per i fondelli.
Leggere per credere: secondo Capezzone “dalla mattinata di oggi emerge una fragilità drammatica del PD“, mentre Brunetta rileva che “il PD é in frantumi, non esiste più“.
Ehi, Bersani, dico a te: te ne sei accorto o no, che mentre tu sprofondi nel guano pur di essere pappa e ciccia con loro quelli maramaldeggiano e ti coglionano? No, dico, non ti viene come un sussulto di amor proprio? Niente?
Boh. Fai un po’ come ti pare.
A me, fossi al tuo posto, ribollirebbe il sangue.
Si vede che ci abbiamo due gruppi sanguigni diversi.

L’eutanasia e la frittata

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A occhio e croce direi che le cose si possono leggere così: con l’accordo su Marini i vertici del PD hanno deciso per l’ennesima volta di salvare Berlusconi allo scopo di poterselo scegliere come avversario, presumibilmente perché si ostinano a credere che in questo modo continueranno a poter a contare su tutti gli argomenti pseudopolitici che usano da vent’anni per cercare di batterlo, e che detto per inciso si sono sempre dimostrati pressoché fallimentari.
Il punto è che dopo il boom di Grillo la scelta dell’avversario è una questione di cui i nostri amici democratici non possono più disporre con la stessa disinvoltura di prima, perché in qualche (significativa) misura prescinde dalla loro volontà: e quindi, oltre ad essere una strategia perdente, è diventata pure un’ambizione campata in aria.
Nelle intenzioni maggioritari, nell’esito velleitari: credo sia una parabola significativa, abbondantemente sufficiente a decretare, una volta per tutte, il fallimento di una classe dirigente che non è mai stata in grado di incidere in modo decente sulle proprie sorti, e men che meno su quelle del paese. A prescindere dal fatto che Marini venga eletto o non venga eletto. Davvero, a questo punto non credo che conti più.
Un disastro? Certo che sì. La fine di qualcosa? Naturalmente. Ammesso che qualcosa, nella realtà, fosse davvero iniziato.
Ma anche, probabilmente, l’inizio di qualcos’altro. Dopo l’inevitabile (e faticosa) ricostruzione di quelle che senz’altro potranno essere qualificate a tutti gli effetti come macerie.
Mi auguro, me lo auguro davvero, che dall’eutanasia di questa classe dirigente nasca qualcosa di migliore.
Perché adesso che le uova sono state rotte sarebbe perlomeno il caso di farne venir fuori, in un modo o nell’altro, una frittata.

Cambiare strada o scomparire

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In estrema sintesi e fuori dai denti: decidere di eleggere Massimo D’Alema insieme a Berlusconi piuttosto che Stefano Rodotà col Movimento Cinque Stelle, al di là del metodo discutibile con cui sono stati scelti i candidati delle “quirinarie”, è un’ipotesi che ritengo letteralmente raccapricciante.
Se dovesse andare così (come pare plausibile) e se si tornasse a votare tra pochi mesi (come pare probabile), il Movimento 5 Stelle è destinato a fare un botto ancora più grosso di quello che ha fatto a febbraio: un botto che, badate, darebbe il colpo di grazia definitivo proprio al PD, lasciando il PdL più o meno nelle condizioni in cui si trova.
Mi auguro che Bersani & Co., a quel punto, avranno la decenza di prendersela soltanto con loro stessi e di non menarla col populismo di Grillo, che abbiamo tutti ben presente ma che non ha alcun bisogno di essere ulteriormente alimentato con fregnacce del genere.
Ciò detto, siete ancora (per poco) in tempo a cambiare strada.
Lo dico per voi, naturalmente: perché stavolta l’alternativa è scomparire.

Good Bye, Montesquieu!

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In questi giorni ho letto commenti piuttosto entusiastici sull’elezione di Pietro Grasso alla presidenza del Senato. E non ho detto una parola. Non l’ho fatto per non fare la parte del solito stronzo che si puntella sulla critica di ogni avvenimento politico degno di nota. Eppure, quel solito stronzo lo sono stato tacitamente, intimamente, provando un fastidioso senso di alienazione democratica. Sì, perché assistere al giubilo pressoché ecumenico per l’elezione di un ex procuratore nazionale antimafia alla presidenza del Senato (ovvero la seconda carica più importante della Repubblica Italiana) mi ha disturbato un poco. Quando poi ho rimesso insieme i tasselli della dinamica di opportunismo politico-elettorale che ci hanno condotto fin qui, sono stato invaso da nausea sartriana acuta e perdurante.

E’ successo che un magistrato della Procura di Palermo, invece di andare in Guatemala a combattere il crimine per conto dell’Onu, decide di fare la rivoluzione civile e si candida a premier, ponendosi a capo di una forza alternativa al PD, che doveva rappresentare una certa sinistra comunista e forcaiola. Allora, per non essere da meno e contrastare l’ipotetica emorragia di voti, i democratichini giocano la carta dell’identico, anzi dell’autentico, e candidano Pietro Grasso: una personalità diffusamente stimata, ma soprattutto sufficientemente invisa a quel PDL che si tenta di mandare all’inferno una volta per tutte. Insomma, è l’uomo perfetto.

Perfetto sia in termini elettorali  che di strategia parlamentare, Grasso è la carta simbolica (proprio etimologicamente, capace di tenere insieme una situazione che dire frammentata è utilizzare un eufemismo) da giocarsi al momento giusto, proprio quando tutto sembra bloccato, proprio quando la logica e il lessico politico sembrano domandare una “scelta civica”. Sì, la scelta civica arriva e pure il cortocircuito liberale.

Che non fossimo una liberaldemocrazia, l’avevamo capito da tempo. Che avvocati ed ex magistrati affollassero i banchi del Parlamento con dubbia coscienza democratica, pure. Ma che un ex procuratore antimafia andasse a ricoprire la seconda carica dello Stato con il progetto dichiarato di “rivoluzionare il sistema giudiziario”, be’, questo non era previsto. Voglio dire: non avevo preso in considerazione l’idea che uno che ha fatto quel mestiere per quarant’anni, che ha partecipato ed è impregnato di quel milieu professionale e culturale, si potesse ritrovare sullo scranno di Palazzo Madama. Ed ecco tutto il mio fastidio per l’inatteso inauspicato.

C’era un tizio francese che, ormai trecento anni fa, teorizzava uno Stato libero in cui la separazione tra i poteri doveva essere ben più che formale, ma addirittura morale nell’accezione liberale e non certamente dogmatica. Cioè: senza virtù non c’è alcuna possibilità di libertà e senza libertà non c’è alcuna possibilità che i cittadini siano tutti uguali di fronte alla legge. Voi direte: sì, ma formalmente nell’elezione di Grasso non c’è alcun contrasto, alcuna sovrapposizione, neanche l’ombra di qualche frattura democratica. Giusto, formalmente no. Ma, come ricordava il tizio francese, forse sarebbe il caso di guardarsi allo specchio e ripensare quanto e come possa essere virtuoso questo continuo mescolamento, questa prolungata e compiaciuta confusione a cui ci stanno sottoponendo e della quale gioite. Good Bye, Montesquieu!

La Weimar del 2013

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di Davide Iandoli

Non so come andrà a finire, ho un auspicio: che la coalizione Bersani e il Movimento 5 Stelle trovino accordo su alcuni punti irrinunciabili. Esempio: Presidente della Repubblica (deve essere eletto il nuovo), legge sul conflitto di interessi, legge anticorruzione e simili.

Il successo di Grillo rompe il bipolarismo inconcludente ed avvelenato cui assistiamo dal 1994. Si era affermato un principio simile allo spoils system, ovviamente in salsa italiana. Chi vinceva le elezioni prendeva: Presidenza della Camera, Presidenza Del Senato, e Presidenza delle commissioni Parlamentari più importanti.

Il peso del movimento 5 stelle nel nuovo Parlamento costringe tutti a cambiare strategia. Se il Parlamento dovesse tornare luogo di discussione, e non luogo di “soldati delle maggioranze”, questa sarebbe una buona notizia.

Allo stesso tempo Grillo non può più nascondersi. Il movimento 5 Stelle formerà un proprio gruppo parlamentare, quindi: nominerà i propri capigruppo, i propri membri nelle commissioni parlamentari, e potrebbe persino prendere la presidenza di qualche commissione “strategica” (Vigilanza RAI?). Tra l”altro: Beppe Grillo, in persona, non entra in parlamento. Per cui si porrà il problema di una possibile sovrapposizione tra il “portavoce interno” (es: capogruppo) e quello esterno del movimento, cosa che influirà nelle relazioni tra gruppi parlamentari.

L”interesse e la speranza di Grillo (lui) è che alla fine si faccia un governissimo PD-PDL con cui si torni a votare tra due/tre mesi. Per quanto il PD sia fortemente autolesionista, credo che non cederà facilmente a questa tentazione. E” più facile che il PD si spacchi in due: l”ala “moderata” potrebbe pure sostenere un governo con il PDL, mentre Bersani ed altri a quel punto penso si staccherebbero.

Vedremo. Di sicuro, come dicevo, il bipolarismo all”italiana è finito, almeno per questa legislatura.

L”aspetto che mi preoccupa di più è il rapporto con l”europa e con l”euro. Davvero la maggioranza degli italiani vorrebbe tornare alla lira? In quel caso prenderei molto sul serio l”idea di emigrare non in un altro paese, ma in un altro continente. L”Europa, così, diventerebbe ancora più debole e sempre più provinciale, in balia delle nuove potenze Cina, India e Brasile.

La posta in gioco è altissima. Tornare al voto tra due settimane senza aver fatto una riforma elettorale decente rischia di essere un suicidio non per la vittoria del movimento 5 stelle, ma per le prospettive di questo paese, per il suo peso sempre più ininfluente in campo internazionale, come negli anni “30/”40 del novecento.

In quel periodo la guerra di Etiopia e la politica “dell”autarchia” hanno contribuito ad un isolamento diplomatico che in Italia era sconosciuto dopo il 1861.

L”Italia invece può, e deve, pesare in Europa per cambiarla e renderla più vicina ai cittadini. Anche in questo c”è un confronto da aprire coi parlamentari del movimento 5 stelle. Qual è la loro idea di Europa? Sono veramente convinti che uscirne sia la soluzione migliore? Cambiare il funzionamento delle istituzioni unitarie è sicuramente più difficile che non organizzare un referendum per uscirne.

Nel caso in cui se ne esca va considerato attentamente il “che fare?” dopo, quando molto probabilmente l”Italia sarà attaccata da tutti gli speculatori possibili (prevedo prezzi del carburante astronomici, nel caso).

In altre parole. O si trova una soluzione ragionevole, magari un accordo programmatico a breve termine tra PD e movimento 5 stelle, oppure il rischio è che si vada incontro ad una sorta di Weimar del 2013.

Il problema siete voi

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Che poi, finalmente, sarebbe il caso di dirci la verità.
E la verità, con ogni evidenza, è che il Partito Democratico -e prima della sua fondazione l’area politica che grosso modo vi corrispondeva- si è lagnato per un ventennio di Berlusconi, sostenendo di non essere riuscito a batterlo per via delle televisioni, del conflitto d’interessi e via discorrendo, e subito dopo, senza neppure passare per il via, ha iniziato a frignare per i grillini, affermando che costoro avrebbero prevalso esclusivamente in ragione del populismo e della demagogia del proprio leader; declinando il tutto con un atteggiamento di superiorità di portata inversamente proporzionale ai risultati elettorali e accompagnandolo con continue accuse di irresponsabilità e idiozia ai danni di coloro che nell’arco dell’ultimo ventennio, per un motivo o per l’altro, abbiano avuto l’ardire di votare gli altri partiti.
Delle due l’una, amici del PD: o vi decidete a riconoscere che il vero problema non era Berlusconi prima e non è Grillo adesso, ma siete voi, che non siete stati capaci di battere politicamente né l’uno né l’altro perché non avete mai saputo offrire un’alternativa politica credibile e convincente; oppure, una volta per tutte, affermate esplicitamente che una quota rilevante -anzi, direi maggioritaria- degli italiani è formata da minus habentes del tutto incapaci di intendere e volere, e coerentemente vi assumete la responsabilità di ipotizzare, promuovere ed attuare una dittatura degli illuminati incarnata da voi e sostenuta dai pochi che a vostro parere hanno del sale in zucca.
Perché dopo vent’anni, credetemi, cibarsi le vostre lamentazioni e la vostra ingiustificabile supponenza è diventato un esercizio insopportabile perfino per i più pazienti.
Abbiate la decenza di scegliere. Poi, casomai, ne riparliamo.

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