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Papa Francesco

Pannella e Scalfari, affinità e divergenze dal conseguimento della maggiore età

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La morte di un politico famoso si sa, è come il dissesto idrogeologico: nessuno in Italia può dirsene immune, e nessuno viene risparmiato dallo straripamento. Sono acque che sgorgano copiose e infestate di coccodrilli, ma niente paura perché sono quasi tutti affettuosi – se non addirittura melensi. Generalmente il tratto comune di questi rettili anfibi è il copione che segue: riconoscimento dei meriti del defunto, aneddoto personale (cose fatte insieme quasi tutte improvvisamente memorabili, tendenzialmente poco interessanti in assoluto, ma di cui è necessario rinfrescare la memoria), giustificazione del perché non si era più d’accordo da tempo, chiusura vagamente commossa ma senza esagerare.

Non fa eccezione Eugenio Scalfari, il decano del giornalismo italiano, fondatore di Repubblica e anche del Partito Radicale – correva l’anno 1955 – che di Pannella offre un ritratto sincero e poco arruffone, più teso a sottolinearne le differenze e marcarne l’alterità, che a condividerne i meriti. Niente di stupefacente – ivi compresa la magica abilità di Scalfari di parlare di sé anche quando scrive della morte di un atro – e niente di memorabile, ma apprezziamo il tentativo di trovare un termine di paragone attuale. Ovviamente è un tentativo vano: Pannella era, e naturalmente rimane, tanto indecifrabile quanto irripetibile, e una storia così (proprio come certa musica) poteva nascere solo negli anni 60 e 70.

Esattamente come era lecito aspettarsi, i meriti di Pannella si fermano ai referendum su divorzio e aborto: Pannella, per una certa sinistra che delle personalità complesse ama appropriarsi della proiezione comoda e aderente, muore qui. Delle battaglie dei 40 anni successivi non se ne parla, e se lo si fa se ne accantona il merito, puntando il dito contro i letimotiv circostanziali di sempre: Capezzone, Cicciolina, Berlusconi, Rutelli (per i più barricaderi). Questo non c’è nell’articolo ma per la sinistra, per quella stessa sinistra di sempre, i radicali sono un popolo strambo, pindarico, incomprensibile. Le battaglie sui princìpi, sugli ideali, lontani dalle “reali esigenze della gente”. La sinistra salottiera di cui Scalfari è incarnazione e Gran Maestro di quelle esigenze e quelle vite ha sempre (stra)parlato, Pannella coi suoi istrionici eccessi di quelle esigenze e quelle vite ci si è insozzato e ne ha fatto benzina politica: “Le nostre storie sono i nostri orti”, dopotutto. E poi il settarismo incomprensibile, probabilmente nel linguaggio e nella mitologia, sicuramente nel rapporto col leader. Non a caso infatti, mentre Scalfari nel 1986 intitolava un proprio libro “La sera andavamo in via Veneto”, facendo riferimento alla sua scuola giornalistica e intellettuale irriducibilmente vitellona;  venticinque anni dopo Pannella intitolava un proprio lungo intervento su Il Foglio “La sera non andavamo in via Veneto”: se l’alterigia è stata un tratto comune tra i due decani, certamente è stata declinata in maniera diversa.

Poi, però, c’è l’essere capopopolo senza partito, di cui si attende il verbo la domenica sull’organo ufficiale: puntuale. C’è l’essere saggio, nella saggezza dell’Anziano che ha attraversato buona parte del ‘900, ha conosciuto i Padri della Patria™, e ha lasciato un segno nella storia di questo paese. Dalla parte degli ultimi, degli emarginati. C’è, concediamoci un po’ di bassezza, un libertinismo sessuale comune eppure così diverso: poligamia, promiscuità e le loro intersezioni. Non a caso, c’è l’essere nati di rara e austera bellezza. C’è l’essere guida morale che detta la linea e l’etica, di una moralità che pur nascendo laica ed atea vola alto, diventa necessariamente metafisica, specie sul finale. Arrivando addirittura a dialogare con il Papa. A scriverci insieme un libro. Come dite? Pannella non ha mai scritto un libro con il Papa? Ah ma qui si parlava di Scalfari, non confondetevi.

Gesuita

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«La preghiera è una vera e propria missione che porta il fuoco dell’amore all’intera umanità. […] Diceva Padre Pio: la preghiera è una forza che muove il mondo, spande il sorriso su ogni languore e debolezza, la preghiera non è una buona pratica per mettere pace nel cuore, se fosse così sarebbe mossa da un sottile egoismo: io prego per star bene come prendere un’aspirina? No, non è così: la preghiera è un’altra cosa, è un’opera di misericordia spirituale che vuole portare tutto al cuore di Dio, è un dono di fede e amore».

Jorge Bergoglio, 6 febbraio 2016

Misericordina

“La confezione è quella tipica delle medicine, con tanto di avvertenza sul contenuto: «59 granuli intracordiali». All’interno, si trovano una corona del Rosario, un’immagine di Gesù misericordioso – con la scritta «Gesù confido in te» – e il classico foglietto con posologia e istruzioni per l’uso. È la “Misericordina”, il “kit” pubblicizzato oggi da Papa Francesco alla fine dell’Angelus e che suore e volontari hanno subito distribuito in migliaia di esemplari ai pellegrini presenti in Piazza San Pietro.
«È una medicina speciale per concretizzare i frutti dell’Anno della Fede che volge al termine. Si tratta di una medicina spirituale. Non dimenticatevi di prenderla, perchè fa bene, fa bene al cuore, all’anima e a tutta la vita», ha detto il Papa.”

La Stampa, 17 novembre 2013

La tolleranza che non ti aspetti

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A scanso di equivoci: Rohani non ci piace così come non ci piacciono i regimi totalitari in genere, non importa il colore politico o l’ideologia che li sorregge. E ancora meno ci dovrebbe piacere la religione, oppio dei popoli e aborto dell’immaginazione umana – abbiamo davvero bisogno di Dio per pensarci migliori? Sorprende però che nel clima attuale di “tensione fra civiltà” – non siamo ancora allo scontro, per fortuna – il presidente iraniano in visita a Roma abbia sottolineato un punto piuttosto importante, cioè che “il Corano insegna a rispettare chiesa e sinagoga”.

L’idea che il mondo islamico consideri gli appartenenti alle altre due grandi religioni monoteiste come “infedeli” è profondamente erronea – sebbene tale idea sia stata alimentata in buona parte proprio da alcune fra le correnti musulmane più radicali. Nel Corano infatti, Cristiani ed Ebrei vengono definiti “la gente del Libro”, in chiaro riferimento all’Antico e al Nuovo Testamento, nettamente distinta dai “pagani” veri e propri, cioè i politeisti. Pare anzi che tale definizione possa addirittura applicarsi a Induisti, Buddhisti e Zoroastriani, i cui testi sacri erano tenuti in grande considerazione dall’Islam delle origini.

Le genti del Libro sono miopi, ci dice il Corano, poiché fanno un po’ troppa confusione sull’idea di Messia, e, soprattutto, non riconoscono Maometto come profeta. Tuttavia, esse hanno la possibilità di salvarsi e di accedere al Paradiso, in virtù di un substrato monoteista fondamentalmente condiviso; una volta che ci si è messi d’accordo sull’esistenza di un unico Dio, sul resto si può (più o meno) chiudere un occhio. Ecco cosa dice la sura V (detta “della mensa”), versetto 48, a proposito dei differenti approcci alla Verità:

A ognuno di voi abbiamo assegnato una regola e una via, mentre, se Iddio, avesse voluto, avrebbe fatto di voi una Comunità Unica, ma ciò non ha fatto per provarvi in quel che vi ha dato.

Certo, Ebrei e Cristiani rimangono in errore nel momento in cui abbandonano la via che è stata loro indicata da Dio nella Torah e nei Vangeli – e questo, secondo il Corano, capita piuttosto spesso – , ma ciò non toglie che esista per loro, grazie a una sorta di potenzialità salvifica universale, la possibilità di godere “dei frutti che hanno sulle loro teste e sotto i loro piedi” (sura V, versetto 66). Insomma, un bell’esempio di tolleranza e relativismo religioso che, purtroppo, non trova uguali nel Vangelo o nelle parole di Gesù (su questo punto magari ritorneremo un’altra volta).

Tutto ciò non significa che dobbiamo per forza farci piacere l’Islam – e tanto meno Rohani. Si tratta però di considerare, almeno per un attimo, che l’alterità del Corano in quanto testo sacro non si traduce sempre e necessariamente in un invito alla violenza o alla persecuzione religiosa. C’è un mondo di complessità in quelle pagine che, per poter essere interpretato, andrebbe letto con una certa attenzione e, soprattutto, senza pregiudizi.

L’alternativa a questo metodo è Oriana Fallaci.

Il compagno Giachetti e i Radicali: la divisione esiste ma non è tra destra e sinistra

in giornalismo/politica by

La candidatura del fiero Radicale renziano Roberto Giachetti a sindaco di Roma ha riportato in auge una questione che interessa poco a molti ma molto ai pochi liberali italiani, ovvero la questione Radicale, ovvero del Partito Radicale, come i più si ostinano a chiamarlo anche dopo le ventennale balcanizzazione in un pulviscolo di sigle e “sportelli” tematici (si va dai Radicali esperantisti ai Radicali animalisti passando per le femministe, secondo il vecchio principio – mai applicato con tanta esattezza – dell’una testa, una carica grazie al quale la percentuale di dirigenti Radicali in rapporto agli iscritti non ha niente da invidiare al rapporto dirigenti/operativi delle peggiori municipalizzate romane).

Dalla sua rubrica de Il Foglio, l’insider Massimo Bordin fa notare opportunamente che all’interno dei Radicali si sono formati due archetipi di reazione alla candidatura del compagno Giachetti, entrambi favorevoli, si badi: un fronte di sbandieratori entusiasti riconducibile agli ideologi dell’amnistia, seguaci di Marco Pannella, Papa Francesco e qualcuno perfino di Raffaele Sollecito, che negli ultimi sei anni hanno fatto coincidere mezzi e fini del partito con la causa dell’amnistia per la Repubblica invocandola quale misura strutturale per la risoluzione del problema Giustizia, e un fronte sicuramente distinto di Radicali che subordinano il loro sostegno attivo a Giachetti alla condivisione di politiche e prospettive sull’oggetto del contendere, ovvero l’amministrazione del comune di Roma.

L’analisi del Direttore è accurata, ma a mio parere deraglia nel colorare politicamente le due fazioni e nel ridurre la questione ad una atavica contrapposizione tra Radicali “di destra” e Radicali “di sinistra” dove, nella fattispecie, a destra si collocherebbe Pannella e a sinistra, per esclusione e per una circostanza di collaborazione con Civati, tutti gli altri. Verrebbe da dire che l’amnistia non ci risulta essere un cavallo di battaglia delle destre di alcun paese, ma non si tratta solo di questo.

Forse per benevolenza, Bordin sembra applicare al caso una chiave di lettura fin troppo ideale rispetto alla realtà di quel che si verifica in Torre Argentina. Non che non sia mai esistito il tempo della dialettica tra Radicali di destra e Radicali di sinistra, basti pensare al ciclo capezzoniano e all’esodo dei liberisti nelle file berlusconiane, ma quella stagione si è esaurita da quasi dieci anni lasciandosi dietro ben poco.

Da anni i Radicali sono pressoché assenti dalla politica nazionale proprio sui temi “di destra” a loro più propri, cioè quelli economici come riduzione della spesa pubblica e della pressione fiscale, liberalizzazioni e privatizzazioni. Temi che, insieme alle posizioni in politica estera e alla distanza dal pacifismo, li tengono storicamente ben distinti e respinti dalle diverse sinistre, che non mancano al contrario di riconoscerli come il fronte inossidabile dei diritti civili.

Temi “di destra” che abbiamo ritrovato invece nel biennio da consigliere capitolino di Riccardo Magi, attuale segretario di Radicali Italiani, che più di una volta ha opposto allo sfascio della gestione pubblica della città soluzioni nette di taglio della spesa e di affidamento a privati, come nella battaglia su Farmacap e le dichiarazioni su Atac.

Non pare insomma che le categorie di destra e sinistra aiutino a comprendere la scissione, se di scissione si tratta. Più che una prospettiva politologica può aiutare quella cronologica: il fronte amnistia vede in Giachetti la rivalsa del progetto naufragato delle liste Amnistia Giustizia e Libertà del 2012-13, un progetto contorto che puntava a raccogliere su base prima europea e poi locale i sovrastimati consensi per la campagna nazionale sull’Amnistia, in opposizione a quanto deliberato nell’ultimo congresso di Radicali Italiani, ovvero il rilancio del federalismo e della sovranità locale su base comunale come antidoto all’ingrossarsi dei livelli istituzionali intermedi.

Apparentemente non c’è alcun motivo ideale per cui queste anime debbano procedere disgiunte o addirittura opposte, c’è invece più di un motivo fattuale tra i quali, senza scendere nel pettegolezzo, si può citare il mancato appoggio di Marco Pannella alla candidatura di Marino, e di conseguenza di Magi nella lista civica a supporto, proprio per lo smacco subìto nel non avere potuto presentare la lista AGL alle comunali romane del 2013. Il tutto si esplicitò in curiosi endorsement via Radio Radicale per il candidato sindaco del Movimento 5 Stelle, e la sintesi non è mai avvenuta in un rimpallo di rimproveri espliciti e rancori taciuti nei comitati, nei congressi e nei corridoi.

Altra punta dell’iceberg sono i più recenti strali di Pannella contro Emma Bonino, rea di frequentare salotti, di aver accettato incarichi istituzionali e di essere diventata una costola del PD, cosa che curiosamente non costituisce invece capo di accusa ai danni del compagno Giachetti.

Di tutto questo, del casino da ricomporre a Torre Argentina tra crisi di nervi, conti in rosso, licenziamenti e tentativi di riprendere il filo della politica attuale senza spezzare il cordone della storia del partito, il compagno Giachetti non si è comprensibilmente occupato pur rinnovando di anno in anno la tessera. Non potrà non occuparsene ora, conteso tra i “padri” del partito con cui condivide le lodevoli ispezioni nei penitenziari e l’opportunità, che spero diventi necessità, di consolidare la sua candidatura sul piano della concretezza e della discontinuità dal PD di Mafia Capitale facendo propria l’agenda di Magi.

Più che tra destra e sinistra, con buona pace di Bordin, la scelta pare attenere all’esistenziale, ai molti modi in cui si può essere un Radicale nel 2016: il modo citazionista, da tessera e cartolina, quello di cui tutti stimano la grande tradizione politica, o il modo futurista, da trincea, quello da cui molti hanno qualcosa da temere.

Una scelta, oppure una sintesi.

Si fotta la famiglia tradizionale

in società by

“Ruotando e roteando nella spirale che sempre più si allarga,/Il falco non può udire il falconiere;/Le cose si dissociano; il centro non può reggere/E la pura anarchia si rovescia sul mondo” (W. B. Yeats, Il secondo avvento)

La famiglia tradizionale l’ha voluta Dio? O piuttosto ci ha pensato la Natura sulla base di un qualche principio darwiniano? L’ha detto Sant’Agostino nel De Civitate Dei?

Sapete cosa vi dico? Chissenefrega.

Non c’è scritto da nessuno parte che le regole vadano rispettate a tutti i costi. L’umanità è strisciata fuori dal fango di un’animalità mai del tutto repressa proprio infrangendo le regole. Dal frutto della conoscenza strappato all’albero dell’Eden, passando per la poesia (cosa c’è di più innaturale dello stravolgimento del linguaggio con versi e metafore?), fino alle moderne scoperte scientifiche, quel ci ha permesso di andare avanti è stato il fottersene allegramente dell’ordine prestabilito.

La gerarchia, la mancanza di iniziativa, la paura delle innovazioni, l’impulso a seguire il branco è roba da pecoroni – non è forse un caso che i preti amino così tanto definirsi “pastori”. Non vi è slancio verso il futuro se non si azzarda, non c’è presente davvero vissuto se non si ha un occhio sulla prospettiva.

Lottare per l’immobilismo invece che per l’evoluzione significa autocondannarsi a nutrirsi dei propri escrementi esistenziali, rimanere vittima di canoni il cui unico senso di esistere è la perpetuazione del canone in sé. L’umanesimo di cui si fa promotrice la Chiesa è una burla: l’essere umano sembra sempre e comunque assoggettato a un potere superiore, un ideale più grande, che di fatto ne annichilisce il potenziale e lo lega ai vincoli perversi della paura del domani.

Che la famiglia tradizionale esista o meno ha poca importanza. Nessuno ci dovrebbe obbligare a rispettarne a tutti i costi i fondamenti, come se l’esistenza dell’universo dipendesse dalle decisioni che prendiamo in materia di affettività e amore, dalle scelte che facciamo in maniera assolutamente consapevole sulle nostre vite. E se anche questo fosse il caso, non avrebbe comunque importanza: l’unico limite allo spazio di manovra della libertà è la nostra stessa coscienza. E che abbia pure luogo il Secondo Avvento, se questo è il prezzo che dobbiamo pagare per poterci affermare su questo straccio di pianeta.

Tutto il resto è solo paura, torpore e intolleranza, unica e vera morte dell’anima.

Un Giubileo per Joseph

in cultura/humor/religione by

jos

Vaticanleaks: si è sempre cattolici col culo degli altri

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Dopo settimane e settimane di ingerenze vaticane sul caso Marino con commenti del tipo “vicenda farsa”, sgambetti papali malcelati e veri e propri interventi politici, l’ennesimo Vaticanleaks delle ultime ore meriterebbe una risposta adeguata da parte di tutti i cittadini italiani – ovvero un sonorosissimo pernacchione.

“Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio di tuo fratello, mentre non scorgi la trave che è nell’occhio tuo?”, diceva un tale. E la trave nell’occhio del Vaticano ha assunto (si può ben dire) dimensioni bibliche. Certo, non che tutto ciò rappresenti una novità nella bimillenaria e corrottissima storia del Cattolicesimo, ma l’ultima vicenda è particolarmente sintomatica dello stato di salute dell’intera piramide del potere papale: non dimentichiamo infatti che i due responsabili della fuga di notizie, monsignor Lucio Angel Vallejo Balda e Francesca Immacolata Chaouqui, erano entrati a far parte della Cosea (Commissione di studio sulle attività economiche e amministrative) su iniziativa dello stesso Francesco, in un’ottica di rinnovamento politico e morale delle istituzioni della Santa Sade.

Insomma, l’irreprensibile Bergoglio si è ritrovato con le uova rotte nel paniere, in buona parte per sua stessa responsabilità. Si tratta sicuramente di un errore in buona fede, ma che mostra in maniera piuttosto evidente quanto sia estesa la metastasi del malcostume curiale. Quella morale che dovrebbe costituire la spina dorsale del messaggio evangelico sembra mancare proprio alle radici stesse della spiritualità cattolica: se Roma marcisce, l’origine dell’infezione va cercata a San Pietro piuttosto che in Campidoglio.

Insomma, pare proprio che le gerarchie cattoliche non abbiano proprio niente da insegnarci in merito a morale ed etica politica. Eppure, le ingerenze continuano con un’ipocrisia degna del peggior Don Abbondio. Senza contare la vecchia (ma non secondaria) faccenda della sovranità degli Stati nazionali: con che diritto un capo di Stato straniero si permette di (letteralmente) pontificare sulla situazione politica di una Repubblica indipendente? Libera Chiesa in libero Stato ‘sto par de palle, la situazione ha veramente del grottesco.

Tutto questo dovrebbe allora farci riflettere che un pernacchione al Vaticano forse non basta. Magari è giunta finalmente l’ora di rispondere per le rime: attendo con ansia dichiarazioni e critiche di esponenti politici italiani nei confronti di quella che è l’unica, vera farsa – la credibilità stessa dell’istituzione vaticana. Un’attesa probabilmente inutile, ma chissà che un giorno qualcuno finalmente sbotterà, esasperato, esclamando: “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché siete simili a sepolcri imbiancati, i quali dall’esterno appaiono belli, ma dentro son pieni di ossa di morti e di ogni immondezza. Allo stesso modo anche voi all’esterno sembrate giusti agli uomini, ma dentro siete pieni di ipocrisia e di iniquità.”

Non so voi, ma io mi sono rotto il cazzo di porgere l’altra guancia.

Adda passà ‘a nuttata

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Nonostante tutto il rispetto e la stima che posso provare nei confronti del coming out di Monsignor Charamsa (ammirazione ancor maggiore se si considera la scaltrezza di una mossa che, fatta alla vigilia del Sinodo sulle famiglie, creerà non pochi imbarazzi e difficoltà in seno alla Curia), non posso fare a meno di interrogarmi sull’effettiva utilità di tale gesto in una dimensione, per così dire, politica, delle “riforme”.

Soprattutto in considerazione di un’intervista al Papa di ritorno dagli Stati Uniti apparsa qualche giorno fa su corriere.it, in cui il Pontefice affermava, nella disattenzione più generale, che “le donne sacerdote? Non si può fare.” Insomma, dichiarazione durissima (ovviamente passata in sordina) e chiusura totale riguardo a un argomento che tocca milioni di persone, in nome di presunte decisioni definitive prese da Giovanni Paolo II. Se vi aspettavate una rivoluzione “di genere” da parte di Bergoglio, temo dovrete aspettare un bel po’.

Non fraintendetemi, non penso che la questione del sacerdozio femminile abbia più importanza delle unioni omosessuali – o viceversa. Credo anzi che, sul piano dei valori, un riconoscimento statutario debba per forza comportare l’altro. Tuttavia, non è insensato pensare che una Chiesa che non riesce ad includere nei suoi ranghi una buona metà della popolazione mondiale, quella coi cromosomi XX, difficilmente potrà aprirsi a una minoranza che, storicamente, ha iniziato ad acquisire diritti persino dopo le donne.

La Chiesa è patriarcale fino al midollo, e tale rimarrà fino a quando le sue gerarchie continueranno ad avere solo e unicamente il pene. Sebbene una teologia “al femminile”, come auspicato nell’intervista di cui sopra dallo stesso Papa Francesco, possa effettivamente apportare dei contributi alla causa delle donne cattoliche (e non solo), certe questioni rimarranno inalterate ad infinitum, a meno che non vengano scardinate dalle fondamenta le logiche fallocentriche del soglio pontificio. Come dice lo splendido Gian Maria Volonté nel ruolo di Giordano Bruno, “Chiedere a chi ha il potere di riformare il potere?! Che ingenuità!”

Ora, in un mondo precluso alle donne, fatico davvero a vedere il minimo spazio per gli omossessuali. Proprio per questa ragione, persone coraggiose e intelligenti come Krzysztof Charamsa dovrebbero tirare i remi in barca e aspettare che finisca il Medioevo.

¡Que viva La Zanzara!

in giornalismo by

Questo è un pezzo di difesa preventiva. Accorata e sentimentale. Difesa di una trasmissione radiofonica, La Zanzara su Radio24, dove martedì sera è andato in onda un nuovo, geniale scherzo telefonico.
Riassunto: un finto Renzi (il bravissimo Andro Merkù) telefona al monsignor Paglia, presidente del pontificio consiglio per la famiglia (sì, esiste una cosa del genere!). Questi rivela al suo interlocutore la presunta insofferenza del pontefice nei confronti del sindaco di Roma, che si sarebbe ‘imbucato’, non invitato, a un incontro del Papa a Philadelphia.

Pochi minuti, dai quali emerge con una vividezza più eloquente di qualunque analisi socio-politica, la fotografia di un’Italietta immobile, in bianco e nero, eternamente democristiana. E di vertici Vaticani che dimostrano di avere, ora come sempre, nei confronti del potere politico una consuetudine sollecita e affettuosa, che tradisce una tradizione di lieta e pacifica sudditanza del secondo nei confronti dei primi.

Ma torniamo alla questione dello scherzo. Il copione, per la trasmissione di Cruciani e Parenzo, non è nuovo: il caso più memorabile è probabilmente quello di Fabrizio Barca che, interpellato nel febbraio 2014 da Merkù/Vendola, si lascia andare a commenti e allusioni poco lusinghieri a proposito del nascente governo Renzi. O la telefonata della finta Margherita Hack (sempre Merkù!) che nel 2013 invita il costituzionalista Onida a sbottonarsi sull’inutilità dei ‘Saggi’ nominati da Napolitano.

All’indomani della telefonata della Hack a Onida, Gad Lerner ha scritto sul suo blog un pezzo durissimo e indignato in cui attaccava “il giornalismo degli insetti”, che sguazza nel suo “campionario di ‘mostri’ consenzienti”, “alla ricerca del bieco, rasentando l’osceno”. Similmente, dopo lo scherzo a Barca, Michele Serra ha vergato un corsivo su Repubblica, lamentando lo stravolgimento dell’ “argine tra notizia e diceria, tra polemica leale e colpo basso”, laddove “tutto finisce in un melmoso streaming che si autopromuove a ‘trasparenza’ anche quando attinge nel torbido”. Più di recente, Famiglia Cristiana se l’è presa con Cruciani (del quale, scrive, “facciamo fatica a citar[e] anche solo una frase, perché nella sua trasmissione il turpiloquio è elevato a sistema”) per via di alcuni interventi odiosamente razzisti di ascoltatori e ospiti della trasmissione.

C’è da aspettarsi, insomma, commenti di analogo tenore anche nei confronti di quest’ultima impresa di Cruciani e Parenzo ai danni del monsignore (o forse no, visto che di questi tempi gettare secchi di merda contro il sindaco di Roma è uno sport che garantisce soddisfazioni bipartisan).

E dunque: da domani, tutti addosso alla Zanzara! Fucina di giornalismo spazzatura, di oscenità allo stato puro, palcoscenico per i peggiori mostri, i razzisti, la famosa ‘pancia’ di un Paese affetto da colite cronica.

Ora, io seguo La Zanzara praticamente da sempre, dai tempi (bui) in cui il co-conduttore era Telese. La seguo soprattutto perché mi fa ridere moltissimo e trovo che sia un format di intrattenimento perfettamente riuscito. Ma ne sono ascoltatore appassionato anche perché sono convinto che sia una trasmissione rivoluzionaria, un unicum assoluto nel panorama italiano, un piccolo angolo di anarchia che dovremmo difendere con le unghie e non dare per scontato.
Certo: Cruciani è notoriamente un provocatore. Le sue opinioni sono a volte male o per nulla argomentate e poco documentate. Spesso io stesso le trovo agghiaccianti. Ma da una trasmissione di opinione non mi aspetto di essere sempre d’accordo con chi la conduce (che noia!): mi auguro piuttosto di ascoltare una voce libera, un punto di vista che scavalchi l’ovvio e mi sorprenda, che possibilmente vada al di là degli steccati ideologici.

La Zanzara è l’unica trasmissione nazionale e di successo dove il conduttore si permette di esprimere, quotidianamente, posizioni risolutamente anti-clericali, prendendo per il culo preti ed esorcisti, ascoltatori beghini e politici baciapile. In cui si assegna la medesima importanza alle parole del Papa e a quelle di Donato da Varese.

Alla Zanzara si è combattuta e si combatte una battaglia radicale, senza mezze misure, per i diritti degli omosessuali, per il matrimonio gay e per l’adozione. Negli anni, sono stati messi alla berlina i peggiori omofobi, se ne sono scoperti di nuovi e insospettabili tra politici, imprenditori, gente comune, e si sono sollevati casi internazionali che hanno contribuito a sensibilizzare milioni di persone (vedi il caso Barilla).

Alla Zanzara si parla quotidianamente di sesso, in maniera libera ed esplicita, in una fascia oraria non protetta. Si intervista Valentina Nappi, si parla di Viagra e Cialis, di vaginismo e piogge dorate, ma anche di legalizzazione della prostituzione, di case chiuse e di transessuali che esercitano la professione più antica del mondo e vorrebbero pagare le tasse a uno stato che glielo impedisce salvo poi perseguitarli con il fisco.

La Zanzara spaventa e scandalizza perché è una trasmissione laica in un paese clericale. Un paese in cui ciascuno, a cominciare da chi si indigna e la attacca, sembra non avere a cuore nient’altro se non la propria, piccola o grande, reale o immaginaria, spirituale o umanissima chiesa.

La cacca del Dalai Lama

in religione/società by

Nel suo Dizionario filosofico (1764) Voltaire racconta, alla voce “Religione”, dell’acerrima lotta fra due scuole teologiche dell’estremo Oriente, le quali, per risolvere un’antica disputa, decisero di rivolgersi al Dalai Lama. Questi, come prima cosa, distribuì la cacca raccolta nella sua seggetta, e attese che entrambe le fazioni dessero vita a un vera e propria adorazione della divina merda; una volta stabilito il culto, il Dalai Lama si sbilanciò a favore di una delle fazioni, mentre l’altra, adirata, se la prese col feticcio del Buddha vivente. Quella che ne seguì fu una tremenda guerra fatti di assassini, morte e violenze di ogni tipo, con i due campi intenti a sterminarsi vicendevolmente in nome del responso fecale. Il Dalai Lama, conclude Voltaire, essendo molto divertito dalla situazione, decise di continuare a distribuire cacca a tutti i fedeli e devoti in cerca di verità.

Il messaggio del grande filosofo francese è decisamente chiaro: la religione teologica, con i suoi dogmi e verità universali, non è altro che il prodotto di una manciata di individui capricciosi che amano divertirsi alle nostre spalle. La Ragione, unico vero mezzo per giungere a Dio, è la sola strada percorribile in un mondo infestato da stupidità e menzogne, superstizioni e intolleranza.

Nella giornata di ieri, il solito intervistatore medio americano ossessionato dalle stronzate del politically correct ha interrogato l’attuale Dalai Lama sulla possibilità di un successore donna. La risposta, decisamente inaspettata, sta facendo il giro dei media internazionali: “Certo, e questa donna dovrà essere molto attraente”. Al giornalista stupefatto che chiedeva conferma a tale affermazione, il monaco, ridacchiando proprio come nella storiella di Voltaire, ha ribadito, deciso, il concetto.

Lo stupore dell’intervistatore e, più in generale, del pubblico Occidentale, dà la misura dell’importanza che attribuiamo all’opinione di personaggi la cui presunta saggezza è solo una conseguenza del ruolo che ricoprono. Cerchiamo conferme alle nostre idee, ai nostri valori, in figure che non possono fare altro che confermarci quel che già sappiamo (un’attitudine, fra l’altro, molto spesso ammantata di piaggeria), o sconvolgerci con affermazioni di una povertà umana e intellettuale disarmante. La gaffe del Dalai Lama sulle donne è sullo stesso piano della presunta apertura mentale di Papa Francesco, a quanto pare degno delle più grandi lodi per aver esortato i vescovi americani a porre un freno alla pedofilia del clero – come se questo non fosse un atto (come minimo) dovuto. Il buon senso e la morale non sono appannaggio esclusivo della religione; eppure, la voce potente degli uomini di Dio è un balsamo che le nostre menti e le nostre coscienze – evidentemente incapaci di funzionare in maniera autonoma – non rinunciano a cercare, a invocare persino.

250 anni dopo la pubblicazione del Dizionario Filosofico, continuiamo ancora a prestare orecchio e attenzione alle puttanate del Dalai Lama.

Gesuiti euclidei

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Scrive Paola Vismara, a proposito dello slancio missionario post-tridentino: “I gesuiti si distinsero per le novità del loro metodo, detto di ‘accomodamento’ o ‘adattamento’. Si proponevano infatti di inserirsi all’interno delle culture locali, assumendone qui caratteri che non fossero ritenuti incompatibili con l’essenza del messaggio cristiano.”*

Per quanto riguarda il cosiddetto ‘accomodamento’ dei padri gesuiti – che continuò fino alla soppressione dell’ordine nel 1773 a seguito dei casini delle reducciones in Paraguay (avete mai visto Mission? Bene, proprio quella storia lì) – Antonio Prosperi sottolinea l’elemento ‘teatrale’ della predicazione: “La missione offrì il quadro ideale per sperimentare sui fedeli delle campagne i poteri e gli artifici dell’oratoria sacra come sapevano usarla degli specialisti.”**

Insomma, nell’Abruzzo eretico come nell’Amazzonia pagana del XVII e XVIII secolo, i Gesuiti allestivano veri e propri spettacoli teatrali (con tanto di palco), da cui intrattenere e coinvolgere emotivamente la folla sui temi della dottrina cattolica, attraverso l’uso di artifizi retorici e trovate guittesche.

3 settembre 2015: una folla di curiosi si accalca davanti a un ottico in centro a Roma per osservare Papa Francesco, un Gesuita, mentre compra un paio di lenti nuove per gli occhiali. L’ennesimo caso in cui Bergoglio si presenta in una situazione di vita quotidiana, come una persona qualunque, in nome di un presunto ritorno ecclesiastico al pauperismo evangelico.

Avrà mica (inconsapevolmente) ragione Gramellini, quando dice che con Francesco “il monaco fa l’abito”?

L’abito nero direi, quello della retorica gesuita.

 

 

*Paola Vismara, “Il cattolicesimo dalla ‘Riforma cattolica’ all’assolutismo illuminato”, in G. Filoramo e D. Menozzi (a cura di) Storia del Cristianesimo. L’età moderna, edizioni Laterza, Bari 2008: p. 191.

**Antonio Prosperi, “Il missionario”, in R. Villari (a cura di) L’uomo barocco, edizioni Laterza, Bari 1991: p. 212.

Colonizzazione ideologica

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Dal Vangelo secondo Matteo (12, 46-50):

Gesù stava parlando alla folla. Sua madre e i suoi fratelli volevano parlare con lui, ma erano rimasti fuori. Un tale disse a Gesù: “Qui fuori ci sono tua madre e i tuoi fratelli che vogliono parlare con te.” Gesù a chi gi parlava rispose: “Chi è mia madre? e chi sono i miei fratelli?” Poi, con la mano indicò i suoi discepoli e disse: “Guarda: sono questi mia madre e i miei fratelli: perché se uno fa la volontà del Padre mio che è in cielo, egli è mio fratello, mia sorella e mia madre.”

 

Sempre dal Vangelo secondo Matteo (10, 37-38):

“Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me.”

 

Dal Vangelo secondo Papa Francesco (10 gennaio 2015):

“La colonizzazione ideologica: entrano in un popolo con un’idea che non ha niente a che fare col popolo; con gruppi del popolo sì, ma non col popolo, e colonizzano il popolo con un’idea che cambia o vuol cambiare una mentalità o una struttura.”

 

Il soggetto dell’affermazione di Bergoglio è l’adozione della teoria gender nei libri di testo degli istituti scolastici. Lo stesso concetto è stato ripreso ieri dal presidente della CEI Angelo Bagnasco, il quale ha parlato del rischio di colonizzazione delle menti dei bambini da parte di una “visione antropologica distorta” che mina l’idea di famiglia naturale.

Fermi tutti. Sono confuso.

I passaggi del Vangelo che ho citato qui sopra non sono forse insegnati a catechismo? I preti non leggono questi passaggi durante la messa della domenica? Oppure viene fatta una selezione preventiva da parte di catechisti e sacerdoti per non turbare le menti dei bambini?

Perché a me sembra che Gesù l’idea di famiglia naturale l’abbia decisamente mandata a puttane. Prima di tutto la comunità di Dio, servire il Signore, due preghierine, poooooooooooooi, se c’è tempo, un saluto alla mamma, ciaocia’ vecchia. I legami familiari nel Nuovo Testamento vengono decisamente gettati alle ortiche, e i Cristiani delle origini (quelli nel menù giornaliero dei leoni dell’Anfiteatro Flavio, per intenderci) non erano altro che un gruppo ristretto di persone, un gruppo del popolo, che “cambia o vuol cambiare una mentalità o una struttura.”

Sarà mica che pure Gesù era frocio?

La partita di Bergoglio

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Poi, a un certo punto, ti viene il dubbio.
Perché l’elezione di papa Francesco, a onor del vero, l’avevi salutata come una mossa di marketing pura e semplice: adesso eleggiamo il papa “de sinistra”, così recuperiamo un bel po’ dell’empatia smarrita con quel catafalco del tedesco e li freghiamo tutti un’altra volta.
Senonché, succedono delle cose.
Succedono cose, tanto per dirne una, tipo l’ormai celeberrimo passaggio dell’intervista a Civiltà Cattolica a settembre dell’anno scorso:

Non possiamo insistere solo sulle questioni legate ad aborto, matrimonio omosessuale e uso dei metodi contraccettivi. Questo non è possibile. Io non ho parlato molto di queste cose, e questo mi è stato rimproverato. Ma quando se ne parla, bisogna parlarne in un contesto. Il parere della Chiesa, del resto, lo si conosce, e io sono figlio della Chiesa, ma non è necessario parlarne in continuazione

Dopodiché, a seguire, le epurazioni: via dalla Congregazione per i Vescovi l’ultraconservatore Raymond Burke, che aveva commentando le dichiarazioni di Bergoglio sui gay con un inequivocabile “questo è uno scandalo, una contraddizione, è sbagliato”, e sull’esortazione “Evangelii gaudium” si era addirittura spinto fino a dichiarare “ciò che posso dire è che non mi pare possa essere considerato parte del magistero papale”; via il conservatore Mauro Piacenza, pupillo di Bertone; via Angelo Bagnasco, supporter di Scola al Conclave; via Mariano Crociata dalla CEI.
Poi una commissione sullo IOR e un’altra sui preti pedofili, con la parola d’ordine “massima severità” e, soprattutto, con l’esplicito richiamo alla promozione dei “procedimenti dovuti nei confronti dei colpevoli”: e la significativa risposta della CEI, roba del tenore di “nessuna responsabilità, diretta o indiretta, per gli eventuali abusi sussiste in capo alla Conferenza episcopale italiana” e “il vescovo, non rivestendo la qualifica di pubblico ufficiale né di incaricato di pubblico servizio, non ha l’obbligo giuridico di denunciare all’autorità giudiziaria statuale le notizie che abbia ricevuto in merito ai fatti illeciti”. Per la serie: France’, sii bravo, vedi di non farla fuori dal vaso.
Il tutto, tanto per movimentare la situazione, tra gli strali dei cosiddetti “intellettuali cattolici” più tradizionalisti e conservatori come Gnocchi e Palmaro (“questo papa non ci piace“), De Mattei (“un approccio infelice“), Ferrara (“la sposa infedele“).
E così via fino ad oggi, fino ai cinque cardinali “dissidenti” che ce l’hanno con Bergoglio sulla questione della comunione ai divorziati, e tanto per cambiare lo contraddicono, manco fosse uno qualunque, senza troppi giri di parole: “Queste non sono regole inventate dalla Chiesa: esse costituiscono la legge divina e la Chiesa non può cambiarle”.
Insomma, non lo so: magari l’elezione di papa Francesco è stata davvero una scelta di marketing, come blateravano quelli come me nei giorni immediatamente successivi; ed in tal caso si direbbe che la scelta stia inesorabilmente scappando di mano a chi l’aveva compiuta. Oppure no, l’argentino ha semplicemente vinto e basta, in base ai meccanismi semisconosciuti ai più (me per primo) che governano il Conclave e alle guerre politiche interne che ne costituiscono il presupposto.
Sia come sia, sta di fatto che Bergoglio si è rivelato decisamente scomodo, e di brutto, per parecchi di quelli che in teoria dovrebbero essere dalla sua parte: e ho come il sospetto che l’avversione non ci metterà molto, ammesso che la cosa non stia già avvenendo, a trasmettersi come l’influenza aviaria a una (cospicua) parte del “gregge”; quelli, per capirci, che hanno esultato festosi il giorno dell’elezione perché che bello, il papa che torna a una Chiesa diversa e povera e umile, ma si ritrovano sempre più spesso con lo stomaco che gli brucia a forza di sentirsi dire che non l’avevano mica capito bene cosa vuol dire essere cattolici. Oppure che a forza di essere cattolici si erano dimenticati di essere cristiani.
Perché è questo, a ben guardare, il messaggio indigeribile che trapela, forse spesso un tantino flebile ma sicuramente per la prima volta in bocca a un papa, da quanto va dicendo l’argentino: guarda, cicciobello, che gli omosessuali, le donne che abortiscono, i divorziati e compagnia cantando non sono mica peggiori di te, e soprattutto tu mica sei meglio di loro; guarda che sono loro, il prossimo da “amare”; e guarda che amare e fare finta, amare e giudicare, amare e promuovere crociate non sono mica la stessa cosa, neanche un po’.
Ecco, io credo che la partita di Bergoglio si giochi qua: sulla proporzione tra la parte di “popolo” che riuscirà a portarsi dietro e quella che rischia, in un modo o nell’altro, di rivoltarglisi contro; con buona pace di quelli come me, che a marzo di due anni fa hanno gridato all’operazione di marketing ma sono disponibili, ove necessario, ad ammettere di aver sbagliato.

Scorci Vaticani II

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Jorge Mario siede al tavolo da colazione e scruta l’uovo alla coque.
Solleva un cucchiaino e lo batte tre volte sulla cima del guscio fino a incrinarlo.
Usando la punta delle dita leva i frammenti con gesti precisi, ordinati. Fissa il contenuto.
«Facundo!» chiama forte il Papa.
Facundo Mendoza, giovane chef boliviano recentemente assunto dalle cucine vaticane, si precipita nella stanza.
«Ordini Santo Padre.»
«El huevo.» mormora il Papa senza distogliere lo sguardo dalla pietanza.
«C’è un problema con l’uovo Santo Padre?»
Jorge Mario alza gli occhi sullo chef, lo fissa senza parlare, lo chef abbassa lo sguardo.
«El huevo no està bastante cocinado.»
«Desidera un uovo sodo Santo Padre?»
«Ho chieduto un uovo sodo Facundo?»
«No Santità, lei ha chiesto un uovo alla coque.»
«Y dunque?»
«Le preparo subito un uovo alla coque.»
Facundo solleva il portauovo in peltro e si allontana come una cometa, senza emettere suoni.
Tre minuti dopo è di ritorno, poggia il nuovo uovo sul tavolo, fa due passi indietro, attende.
Jorge Mario vibra di nuovo il cucchiaino sul guscio, rimuove la cima, fissa il contenuto. Facundo tace.
«Facundo…»
«Santità?»
«Facundo, amigo mio.»
«Ordini Santità.»
«Facundo, tu qui estai rischiando una brutta fine, io te lo digo caro Facundo, te averto.»
«Santo padre…»
«No santo padre y santo padre, tu stai cosiente de trovarti en lo Stato Vaticano, si Facundo?»
«Mi faccia provare ancora una volta Santità, la prego.»
«Otra vez? OTRA VEZ? Yo te faccio chiudere nelle segrete y te hago comer por los murcielagos Facundo!»
«Sua Grazia…»
«El huevo alla coque, Facundo, quando rimuovisci el guscio no deve colasare! NO DEVE COLASARE! Mi sono esplicato? El albume deve rimanere leggermente viscoso man mano che si avvicina al tuorlo. El tuorlo deve stare liquido, el tuorlo pero, no todo el huevo!» Bergoglio batte un pugno sul tavolo «NO TODO EL HUEVO!»
«Mi perdoni Santità.»
«No, no! Es una cosa seria Facundo, es una cosa seria.»
«…»
«Facundo, ho preso la salmonella cinco volte quest’anno.»
«…»
«Cinco veces.»
«Le preparo immediatamente un uovo alla coque perfetto Santo Padre.»
«No, no, basta uova, bastante!»
«Cosa desidera Santità?»
«Montone, arosto.»
«Certamente Eminenza, subito.»
Facundo si precipita verso la porta.
«Facundo!»
«Ordini Santità.»
«El montone, croccante fuori y tenero dentro.»
«Assolutamente Santità.»
Jorge Mario fa un cenno con la testa, Facundo evapora.
Il Papa si alza, si avvicina alla porta e guarda fuori.
Torna al tavolo, prende una fetta di pane, toglie la mollica, intinge la crosta nell’uovo alla coque e se la porta alla bocca, chiude gli occhi in un fremito di piacere, mastica piano.

25 fatti poco noti su Jorge Mario Bergoglio

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  1. Ha una vera e propria fissazione per la pesca d’altura, come esca viva usa cuccioli di Shar-Pei.
  2. Riesce a prendere sonno solo appeso per i piedi al soffitto.
  3. Ha sollevato un polverone nello Stato Pontificio quando, poco dopo essere stato eletto papa, è sceso nelle cucine vaticane e ha urlato: «Al primo che usa uno schiacciapatate gli sego le mani!».
  4. Ha una grande passione per le collezioni di francobolli, monete, timbri postali e scalpi.
  5. È un tenace giocatore di squash ma sfida esclusivamente avversari focomelici.
  6. Accanito tifoso del Club Atlético San Lorenzo de Almagro nel 1985 indossò il costume da mascotte (un corvo) per un derby contro il Boca Juniors, in seguito ad un drammatico errore logistico finì nella curva dei tifosi avversari, venne rapito e drogato per settimane.
    Fu ritrovato un mese dopo in mezzo alla pampa argentina completamente nudo, disidratato e in preda al delirio mentre cercava di trascinare un catamarano di dodici metri.
  7. È l’inventore del famoso proverbio veneto: Rossa de cavei golosa de osei.
  8. Il nome completo è Jorge Mario Alonzo Cristóbal Sanguedibue.
  9. La madre era balbuziente ma viveva in una realtà tutta sua convintissima di essere l’unica a pronunciare correttamente le parole.
  10. La scapola destra è coperta da un’angioma che ricorda moltissimo Sophie Marceau all’epoca de Il tempo delle mele 2 mentre fa un pompino a Michele Serra.
  11. Soffre di una tale stitichezza che riesce ad andare di corpo solo il martedì e solo se prima ha sentito il verso di un’alce che muore.
  12. La sua canzone preferita è “L’amore è” di Lorella Cuccarini e rifiuta di ascoltare qualsiasi altra cosa.
  13. Nel 1990 interpreta Kuato in Atto di forza di Paul Verhoeven.
  14. Se mentre gli parli fai finta di salutare qualcuno alle sue spalle lui si gira di scatto ogni volta. Il record è stato stabilito nel 2002 da Fidel Castro che ha ripetuto lo scherzo centoventisette volte durante un’incontro di appena venti minuti.
  15. Una volta gli hanno sentito dire: «Si, ma definire la garrota uno strumento di morte mi sembra un po’ eccessivo.».
  16. Ama dare pizzicotti fortissimi alle gote dei neonati e appena quelli urlano parte la scomunica.
  17. Appassionato scacchista, ha inoltrato decine di di richieste alla FIDE affinché venissero inseriti due pezzi nuovi, la strega, che appena inizia la partita prende fuoco, e il galileo galilei che, se riesce a dare scacco, appena un alfiere gli fa un’occhiataccia firma un’abiura e scappa dalla scacchiera.
  18. Nonostante gli sforzi non è mai riuscito ad imparare la tabellina del sei. Quando gli viene fatto notare risponde: «D’accordo, ma è la più difficile in assoluto.».
  19. Per anni ha dato la voce a Dodò il colorato pupazzo de L’Albero Azzuro, ha dovuto rinunciare quando gli autori hanno deciso che il personaggio avrebbe interpretato uno spot che pubblicizzava la pillola del giorno dopo.
  20. Per oltre trent’anni ha creduto che Moni Ovadia fosse un personaggio interpretato da Peter Gabriel, quando ha scoperto la verità per reprimere il dolore ha tentato di amputarsi un mignolo.
  21. Taglia le unghie degli alluci solo una volta all’anno, poi passa giornate a incidervi sopra maestose raffigurazioni dell’Annunciazione.
  22. Appena eletto papa ha mostrato le sue intenzioni su Ratzinger mimando un aeroplano che si alza in volo sull’oceano.
  23. I dieci minuti successivi, poi, ha scatenato il panico nel conclave sostenendo che si sarebbe chiamato Papa Pino Silvestre. Quando ha visto che non incontrava consensi si è tutto indispettito e ha virato su Papa AK47 prima e su Papa Papete poi.
  24. Ha una fortissima antipatia per le guardie svizzere e trova ogni pretesto per sottolinearlo, pochi giorni fa ha salutato un sottufficiale e, appena quello ha risposto, gli ha tirato uno schiaffone.
  25. Nell’estate del 1996 si era messo in testa di rivoluzionare il rito eucaristico. Secondo le sue indicazioni al momento del Corpus Christi anziché porgere un’ostia al fedele il sacerdote doveva colpirlo in faccia con un castoro.

Scorci Vaticani I

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Un refolo d’aria solleva le lunghe tende di lino bianco, raggiunge le narici di Jorge Mario, lo sveglia, sono le sei.
Il Papa si inclina sul fianco destro, si mette a sedere, infila i piedi nelle pantofole di pelle marrone ancora fredde «Ramón.» chiama.
L’alto maggiordomo tehuelche, fedelissimo, già a Buenos Aires, già a Córdoba, ancora prima a Santa Fe, entra nella stanza da letto papale.
«Buongiorno Santo Padre.»
«Buongiorno Ramón.»
«Ordini Santo Padre.»
«Ramón, per cortesia, mi porti el solito colibrì, un mazzo di tarocchi Mondiano ancora nel cellophane, una racchetta da badminton y el dedo de San Giovanni Battista.»
«Per il dito ci vorrà un po’ Santo Padre, devo far venire l’elicottero da Firenze.»
«Claro,» risponde Jorge Mario «claro.»
Mezz’ora dopo arriva il dito.
Jorge Mario toglie con delicatezza il colibrì dalla gabbia, lo posa davanti al mazzo di carte, prende il dito di San Giovanni Battista e lo usa per indicare il mazzo di carte, poi si rivolge al colibrì e con voce gentile sussurra «Adesso, amigo mio, tu lo escarti.»
Il colibrì fissa i tarocchi.
«Escartalo amigo mío, ahora.»
Il colibrì non fa nemmeno un tentativo.
Jorge Mario impugna la racchetta da badminton e trattenendo il respiro colpisce il colibrì con una violenza tale da farlo esplodere, poi torna a sedersi sul letto, china il capo.
«Ramón.» chiama.
«Ordini Santo Padre.»
«La colazione Ramón,» mormora amareggiato Jorge Mario «fai preparare la colazione.»

Papa Jekyll e mr. Hyde

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“La Chiesa offre una concezione della famiglia, che è quella del Libro della Genesi, dell’unità nella differenza tra uomo e donna, e della sua fecondità. In questa realtà riconosciamo un bene per tutti, la prima società naturale, come recepito anche nella Costituzione della Repubblica Italiana”.

Non mi interessa tanto commentare la fondatezza del riferimento alla Costituzione in questa affermazione di Papa Francesco: ho già scritto che lo ritengo del tutto scorretto.

Mi interessa capire se siete sorpresi da questa affermazione legata alla visione tradizionale della famiglia. Se lo siete, probabilmente, o siete un giornalista di Repubblica o vi siete fatti fuorviare dall’intensa attività di cosmesi che il papa ha messo su in questi primi mesi di pontificato o entrambe le cose.

Oggi però il papa ci conferma che nonostante il pauperismo esasperato e peloso, le epistole a Scalfari sull’ateismo, le visite a Lampedusa, le telefonate pontificali, loro sono sempre loro: i custodi di una moralità retrograda che ormai non convince più nessuno. Le aperture, i bei gesti, i sorrisi sono solo un modo per poterci dare più a fondo su quello che hanno davvero a cuore e sul quale non mollano l’osso.

Pensiamoci, prima di applaudire la volta che – se continua così – Bergoglio andra in giro per Roma a far attraversare la strada alle vecchine.

In effetti, noi ve lo avevamo anche detto, in più occasioni: se non altro per questo, meritiamo il vostro voto ai Macchianera Awards. Il Papa non vota Libernazione… E voi? Santè

Lui non l’avrebbe mai fatto

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Io non ho particolari problemi con la figura del Papa. Per quanto ho potuto constatare, si tratta di un ruolo importante nel già ricco panorama italiano. Il Papa, personaggio tradizionale tra i più antichi, è un anziano chierico, capo della Chiesa. Indossa una caratteristica vestaglia bianca, di solito abbinata a un buffo copricapo. Originariamente saccente e irascibile, si è via via trasformato in un caro nonno sempre pronto a dare consigli non richiesti creando scompiglio, malintesi e ilarità.

Il personaggio, di suo, è oggigiorno innocuo, e – come il più noto Arlecchino – è ormai lontanissimo dalle sue origini soprannaturali o demoniache. Il problema non è lui, il problema sono quelli che lo tengono in seria considerazione come guida spirituale*. In questo affollato gruppo di disagiati si trovano non soltanto persone scarsamente scolarizzate e leader politici, ma anche intellettuali italiani atei di sinistra, nonché un discreto numero di persone intelligenti.

Aggiungete che l’attuale interprete del Papa, Jorge Mario Bergoglio, ha virato decisamente il personaggio verso l’interazione diretta con soggetti sfortunati e casi umani, e capirete anche voi cosa c’è che non va. Il Papa di Bergoglio è un Papa buono sovraesposto, che approfitta delle condizioni mentali dei suoi seguaci, è dappertutto e se la cava qualunque cosa dica.

L’ultimo episodio di questa serie vede protagonista Eugenio Scalfari, che pur essendo ateo, come si premura ogni volta di ricordarci, ha deciso di scrivere due lunghissimi articoli in cui pone al Papa dettagliate domande sulla sua enciclica e sui fondamenti della religione cattolica. Dato che non ci crede (ma “è da molti anni interessato e affascinato dalla predicazione di Gesù di Nazareth, figlio di Maria e di Giuseppe, ebreo della stirpe di David”, come previsto dall’articolo 1 del regolamento del Club degli Atei buoni), il livello della discussione è impostato fin dall’inizio su “fan di Star Wars scrive una lettera a George Lucas chiedendogli chiarimenti sui midi-chlorian e quello gli risponde”. Le pretese sono molto alte, ma per chiarirci sarà sufficiente questo breve estratto:

“penso anche che con la scomparsa della nostra specie scomparirà anche il pensiero capace di pensare Dio e che quindi, quando la nostra specie scomparirà, allora scomparirà anche Dio perché nessuno sarà più in grado di pensarlo”.**

Probabilmente affascinato da tanto raffinato filosofeggiare, il Papa risponde. Ma è il Papa, può dire qualunque cosa e andrà sempre bene: basta tenersi sul vago***. Esempio. Scalfari scrive:

“Infine una parola che riguarda gli ebrei e il loro Dio che è anche il Dio cristiano sotto altre spoglie: quel Dio non aveva promesso ad Abramo prosperità e felicità per il suo popolo? Ma durò assai poco quella prosperità. Furono schiavizzati dagli egiziani, poi dagli assiri e dai babilonesi, poi senza quasi intervallo, dai romani, poi la diaspora, poi le persecuzioni, infine la Shoah. Il Dio di Abramo la sua parola non l’ha dunque mantenuta. Qual è la risposta, reverendissimo papa Francesco?”

No, non credo che “reverendissimo” sia una presa per il culo. Ad ogni modo, il Papa risponde così:

“È questo – mi creda – un interrogativo che ci interpella radicalmente, come cristiani, perché, con l’aiuto di Dio, soprattutto a partire dal Concilio Vaticano II, abbiamo riscoperto che il popolo ebreo è tuttora, per noi, la radice santa da cui è germinato Gesù”.

Tecnica base dello studente sotto interrogazione: ripetere la domanda e commentarla.

“Anch’io, nell’amicizia che ho coltivato lungo tutti questi anni con i fratelli ebrei, in Argentina, molte volte nella preghiera ho interrogato Dio, in modo particolare quando la mente andava al ricordo della terribile esperienza della Shoah”.

Sì, va bene, Bergoglio, vuoi rispondere o ti metto un impreparato?

“Quel che Le posso dire, con l’apostolo Paolo, è che mai è venuta meno la fedeltà di Dio all’alleanza stretta con Israele e che, attraverso le terribili prove di questi secoli, gli ebrei hanno conservato la loro fede in Dio. E di questo, a loro, non saremo mai sufficientemente grati, come Chiesa, ma anche come umanità. Essi poi, proprio perseverando nella fede nel Dio dell’alleanza, richiamano tutti, anche noi cristiani, al fatto che siamo sempre in attesa, come dei pellegrini, del ritorno del Signore e che dunque sempre dobbiamo essere aperti verso di Lui e mai arroccarci in ciò che abbiamo già raggiunto”.

Mh. Sei meno meno per l’esposizione. Oppure:

“se una persona non ha fede né la cerca, ma commette quello che per la Chiesa è un peccato, sarà perdonato dal Dio cristiano?”

Rispondo io: no. Sei perdonato se ti confessi, o se almeno in punto di morte ti penti sinceramente e perfettamente in Dio dei tuoi peccati. Sennò sono cazzi. Giusto? Giusto. Ma non è in linea col nuovo personaggio Papa.

“Premesso che – ed è la cosa fondamentale – la misericordia di Dio non ha limiti se ci si rivolge a lui con cuore sincero e contrito, la questione per chi non crede in Dio sta nell’obbedire alla propria coscienza. Il peccato, anche per chi non ha la fede, c’è quando si va contro la coscienza. Ascoltare e obbedire ad essa significa, infatti, decidersi di fronte a ciò che viene percepito come bene o come male. E su questa decisione si gioca la bontà o la malvagità del nostro agire”.

Caro Papa. Punto primo, non hai risposto. Punto secondo: se la cosa fondamentale è “rivolgersi a lui con cuore sincero e contrito”, mi pare chiaro che chi non ha fede né la cerca è tagliato fuori in partenza, quindi la risposta è no. Punto terzo: “il peccato c’è quando si va contro la coscienza” è eresia. Non che io abbia nulla contro l’eresia, anzi in generale la apprezzo molto e sono il primo a proporla anche quando esco la sera con gli amici, ma tu sei il Papa. Io al tuo personaggio, nonostante tutto, sono affezionato, e lo stai sputtanando. Ratzinger questo non me l’avrebbe mai fatto.

——–

* A quel punto, meglio Arlecchino.
** Più o meno come il mondo smette di esistere quando chiudi gli occhi.
*** – Signor Papa, i bambini morti senza battesimo vanno all’inferno? – La Chiesa prega per loro. – Ma vanno all’inferno? – Vengono affidati alla misericordia del Signore. – Che li mette all’inferno? – Chi sono io per giudicare? – Il Papa. – Secondo me non ci dovrebbero andare. – Ma ci vanno? – Me lo dica lei. – Sì o no? – Sì o no cosa? – Bambini morti all’inferno. – La Chiesa prega per loro.

Abbiate un po’ di Bergoglio

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Dacci oggi il nostro abbraccio quotidiano, dacci oggi la nostra telefonata quotidiana, dacci oggi la nostra stretta di mano, il nostro bacio, la nostra parola di speranza, i nostri sorrisi umili e casti quotidiani. Il Papa, la carta stampata, il giornalismo laico “de sinistra”: una storia d’amore senza precedenti, un afflato terzomondeggiante, cattolicheggiante, giornalisticheggiante. Basta. Basta con le telefonate alle casalinghe di Voghera sbattute in prima pagina. Hanno da preparare il ragù, che è un patrimonio dell’umanità, specie con le pappardelle. Basta chiamate improvvise agli studenti veneti o sardi o piemontesi. Hanno da studiare la geografia, ché non sanno manco se Matera è in Basilicata oppure in Molise. Basta al grande miracolo del darsi telefonicamente e pauperisticamente del tu. Giornalisti, italiani, amici, parenti abbiate uno scatto d’orgoglio laico, laichino, laichetto (orgoglio, non ho detto Bergoglio, non vi eccitate). Basta papeggiarsi con la punta delle dita, basta genuflessioni atee, tastierizzazioni spirituali. Ah, gli atei, che belle creature: sempre a parlare di Dio e dei suoi portavoce. E Begoglio il povero e Bergoglio l’innovatore e Bergoglio facciasimpatica.  Basta, sul serio. Parliamo di calcio, piuttosto. Della difesa dell’Inter, del centrocampo del Milan, del nuovo grosso centravanti della Fiorentina, Mario Gomez. Che c’ha il cognome argentineggiante ma è tedesco, giuro. Cosa dite? Come l’altro Papa, quello che s’è dimesso per il bene della Chiesa? No, va be’, ci rinuncio. Amen.

 

La carota di Bergoglio

in società by

C’era una volta un papa teologo dalla voce severa e dallo sguardo freddo. Era un papa reazionario, che voleva il ritorno al latino nelle messe con le spalle rivolte ai fedeli. Quando fu eletto, molti vedendolo sul balcone alzarono gli occhi al cielo, rimpiangendo gia’ il papa precedente. Il quale papa aveva si’ la faccia buona e lo sguardo dolce, ma a ben vedere era tale e quale al suo successore. Pero’ alla gente non importa quello che un papa fa, quello che davvero dice (o non dice) e nemmeno quello che scrive nero su bianco. La religione e’ marketing e come in ogni operazione di marketing, quello che conta non e’ la sostanza ma le emozioni che si vendono. Cosi’ il colpaccio la Chiesa l’ha fatto quando il papa teologo, quello che metaforicamente usava il bastone, si e’ autorottamato. Al suo posto un nuovo mago del marketing, un papa che fa le prime pagine dei giornali portandosi da solo il bagaglio a mano e che fa impazzire le guardie del corpo coi suoi bagni di folla. Il nuovo papa e’ un maestro nell’uso della carota. E poi ha questo accento argentino che fa tanto simpatia. Dice di non essere nessuno per giudicare un gay, quando e’ a capo di un’organizzazione che definisce la sessualita’ dei gay come peccaminosa e disordinata a prescindere, che lotta per mantenere le discriminazioni verso le unioni gay nella societa’ ben al di fuori degli ambiti di competenza di una chiesa e che non ammette omosessuali tra i suoi pastori. Dice poi che le donne devono avere un ruolo piu’ importante nella Chiesa, per poi ricordare subito che la vera parita’, cioe’ il sacerdozio femminile, non e’ e non sara’ mai sul tavolo. Lo specialista in carote non e’ diverso dal suo predecessore, specialista in bastoni, ma ha faccia simpatica e la parlata alla Maradona e tutta l’antipatia cosi’ ricade sul tedesco che l’ha preceduto. Cari cattolici, spero vi piacciano le carote, perche’ prevedo che ne dovrete (dovremo) ancora inghiottirne molte.

Due "papi"!

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Una delle più formidabili obiezioni all”adozione delle coppie omosessuali è che un bambino/bambino “non possa avere due mamme” o peggio ancora “due papà”.

La cosa sarebbe contraria a quanto succede nella “normalità“, da che mondo è mondo ci sono “il papà e la mamma” e non “il papà ed il papà”: se questo succede siamo nel campo della patologia.

Ci si rifiuta categoricamente di vedere che il mondo sta cambiando e che queste convinzioni non sono più supportate dai fatti. Esistono fior di famiglie omosessuali con figli e nessuno ha mai dimostrato che crescere in una famiglia omosessuale danneggi in alcun modo la formazione del bambino/bambina.

Il mondo però cambia, anche se facciamo finta di niente. Fino a due mesi fa, ad esempio, nella testa di noi tutti l”esistenza di due papi faceva venire in mente guerre di religione, faide sanguinarie, accuse di eresia, scomuniche e Armageddon vari. Ieri abbiamo visto in mondovisione due vecchi signori vestiti di bianco incontrarsi e pregare insieme quello che loro credono.

Il mondo cambia, amici. Se possono esistere  – senza guerre di religione – due papi, possono tranquillamente esistere anche due papà. Fidatevi. Santè

Un sacco bello

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Nell’universo parallelo che Beppe Grillo ha pensato per noi, e che schiere di grillini neoletti parlamentari e senatori si apprestano a realizzare, si è pensato proprio a tutto. Il termine “partito” non lo vogliono e non possono accettare, giacchè la definizione scelta è “movimento”: di persone, di idee, di forza vitale che sale dal basso per contaminare le alte sfere. Movimento o partito che sia, una base morale non guasta. È funzionale a conferire spessore all’impegno dei singoli, a illudere che non ci si occupi solo di piste ciclabili e PDmenoelle.

Se si ha il tempo e la voglia di affondare le mani nel vangelo di Grillo, restano impigliati tra le dita  anche codici di comportamento, visioni millenerastiche, che definiscono il corpus morale del movimento, delineando contorni più da setta religiosa che da movimento di rinascita civile.

Qualche esempio?

Non più tardi di 5 giorni fa, parlando dell’elezione del nuovo Papa Francesco, Beppe si sbraccia: “Il M5S è nato, per scelta, il giorno di San Francesco, il 4 ottobre del 2009. Era il santo adatto per un MoVimento senza contributi pubblici, senza sedi, senza tesorieri, senza dirigenti. Un santo ambientalista e animalista. La politica senza soldi è sublime, così come potrebbe diventare una Chiesa senza soldi, un ritorno al cristianesimo delle origini”. Si apprende quindi che il M5S ha un santo patrono, una ispirazione dichiaratamente pauperistica, e una volontà di contribuire al ritorno della Chiesa delle origini – tema caro a decine e decine di sette religiose naufragate nel misticismo new-age. Tema caro anche a Dario Fo, grillino entusiasta e dallo stesso Beppe proposto per il Quirinale, quando anche lui ha dovuto ammettere che forse era davvero troppo. L’entusiasmo per il nuovo Papa è forte, tanto forte da sbilanciarsi decisamente alla difesa (d’ufficio, a quanto pare) contro il nemico di sempre: i giornalisti, “colpevoli” di scavare nel passato del successore di Pietro.

Nessuna richiesta di pagamento IMU questa volta, di uno che si chiama Francesco ci si può fidare. Qui secondo me si allarga parecchio: nel delirio mistico di Grillo anche il Papa è prodotto dello stesso epocale cambiamento di cui i grillini sono la  civileespressione.

Piace quindi il pauperismo, soprattutto nella Chiesa.

Piace molto Padre Zanotelli e per motivi del tutto analoghi piaceva molto anche il Prof. Di Bella. Ne avevamo già parlato.

Era lo spettacolo in cui Grillo, vestito da frate invasato, perorava la causa di “quest’ometto corretto, che parla pacato, che dà ai malati l’acido ascortito che costa un centesimo della Vitamina C…”. Un omino che va in bicicletta (ne possiede 5, di cui 4 tutte rotte, ci fa sapere Beppe) e che fa le cose gratis, quindi da eretico, e quindi nella ragione, non perché la cura proposta fa bene in quanto tale, ma per come viene presentata. E giù a tuonare contro il “gotha, il monastero della medicina”. E Rosi Bindi che brutta figa, e la lobby del farmaco quà, i medici là. La solita storia di sempre.

I contorni della setta fanno ormai fatica a restare nascosti. C’è il codice di comportamento (il bed and breakfast per i parlamentari invece dell’albergo, il divieto di parlare con i giornalisti), c’è tutta l’isteria del movimento che deve sentirsi assediato per restare compatto. Grillo, che nel frattempo tiene molto a farci presente che lui non è stato eletto né mai lo sarà, detta la linea. Minaccia espulsioni, vieta alleanze, nomina capigruppo, sputazza contro i giornalisti.

Poi però perdona, e ci tiene a dire così.

Li perdona perché in fondo chi del suo gregge ha sbagliato lo ha fatto “in buona fede”: insomma padre perdonali perché non sanno quello votano.

Ma sempre da non eletto, sia chiaro. E quindi in qualità di cosa?

Guai a parlare di capo, di guru. Di ispiratore forse, ecco quello si può dire.

Guai a parlare anche di soldi sia chiaro. Quelli fanno male e rovinano tutto: meglio la politica fatta senza soldi, la religione fatta senza soldi, la scienza fatta senza soldi: così’, andando avanti a botte di culo.

Probabilmente la parte più succosa di tutto questo discorso sta nella vera Bibbia del Movimento, “Siamo in guerra”, il libro di Casaleggio&Grillo.

Ma io non lo so se me la sento, secondo me è tosto, poi non dormo.

Che faccio lo leggo?

Su Amazon consta 3.99 2.99 (oggi è in saldo)  e volevo sapere se il comitato editoriale di Libernazione mi poteva rimborsare. Oppure, Capriccioli, tu che sei commercialista, dici che lo posso scaricare  a fine anno?

 

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