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Palestina

Noi, gentili col bisogno di difendere gli ebrei

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Io sono un goy, un gentile, come viene spesso tradotto, cioè un non-ebreo. Non lo sono né di religione, né di discendenza: non ci ho proprio niente a che fare. Avverto però con preoccupazione, ultimamente crescente, un senso del dovere nel ribadire l’ovvio, un’esigenza di difesa della comunità ebraica e della sua cultura. Dopo la shoah, viene da pensare, non ci dovrebbero più essere certe preoccupazioni: qualcosa di così terribile non può che aver, per reazione, eradicato ogni forma d’intolleranza verso gli ebrei. È davvero così? Mi pare sempre più evidente, come se riemergesse da un nascondiglio temporaneo e non da un esilio permanente, un certo antisemitismo strisciante, quasi sussurrato, di una levità terribile e spaventosa.

Gli ebrei, dopotutto, sono una minoranza atipica. I guardiani del progressismo se ne curano poco, perché a loro il principio del buon selvaggio sembra proprio non riuscire applicarsi: sono mediamente benestanti, provengono da famiglie di ceto sociale elevato ed estrazione culturale profonda, ecco, non certo un gruppetto di disperati. Sono un gruppo culturale ben – anzi benissimo integrato: mantengono profonde e salde le proprie tradizioni e abitudini, non rinunciano a nessun costume, ma vivono perfettamente inseriti in un tessuto culturale e religioso che non è il loro. Una comunità fortissima e chiusa (talvolta troppo chiusa?), ma perfettamente a proprio agio, almeno nel contesto italiano. Insomma, prendersela con gli ebrei sembra molto meno grave che prendersela con qualsiasi altro sottogruppo etnico o religioso, perché si fa fatica a immaginarli con l’osso al naso. È proprio in questo non-detto che si nasconde la subdoleria del nuovo antisemitismo, nella sua attenuata gravità: un sentimento che trova una sua giustificazione taciuta nella posizione sociale degli ebrei. Laddove ogni attacco, fosse anche involontario, a una qualsiasi altra minoranza viene ormai stigmatizzato dalle reazioni indignate di stampa e commenti, ecco, più passa il tempo e più si avverte una direzione contraria se si parla di ebrei.

A concorrere, mi direte, c’è la questione israeliana, che è diventata un’altra piccola, striminzita foglia di fico sotto cui nascondere quel sentimento che vi dicevo. Perché tutti i distinguo secondo cui “l’antisionismo non è antisemitismo” lasciano il tempo che trovano davanti a un livore adottato contro Israele da molti, troppi, commentatori e intellò occidentali. Israele è l’unica oasi di democrazia a stampo liberale calata in una geografia che parla la lingua opposta. Tanto basterebbe a difenderla, in linea di principio, se uno crede che, sì, le democrazie da queste parti qualche granello di libertà l’hanno racimolato. Certo, nessuno qui sostiene che sia un coacervo di stinchi di santo oppressi dall’arabo con la sciabola affilata: la questione è complessa e spinosa, con migliaia di dinamiche (anche interne, che non consideriamo mai) a definire la risultante del conflitto. Ma la giustificazione latente dell’antisemitismo generalizzato e trasversale che l’Europa sembra vivere ancora, con ogni giorno un giorno di troppo, quella no.

A Marsiglia Zvi Ammar, il presidente del concistoro israelita della città, ha consigliato di non indossare la kippah per strada, per non provocare reazioni violente, in una città che nell’ultimo anno ha subito una trentina di episodi di aggressioni antisemite. Corsi e ricorsi storici: settant’anni fa era una stella gialla, adesso è un copricapo. Soprattutto oggi, non dimentichiamocelo.

Davide e Golia

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La conoscete tutti la storia di Davide e Golia, vero?

Davide è un piccoletto ebreo, un pastorello dagli incerti natali, che si offre di combattere il campione dell’esercito filisteo, Golia, un gigante armato di tutto punto temutissimo dai guerrieri di Israele. Sebbene i pronostici gli siano sfavorevoli, Davide non si fa vincere dalla paura e avanza deciso verso il gigante, mentre questi deride la stupidità di un ragazzino che si presenta mezzo nudo sul campo di battaglia; in mano il giovane pastore ha solo una frombola, e cinque pietre lisce raccolte da un torrente.  Lo scontro è tanto breve quanto sorprendete: approfittando dell’arroganza del gigante, al primo lancio Davide colpisce Golia alla fronte, che cade a terra incapace di rialzarsi. Sottratta la spada al nemico, il futuro re di Israele decapita il campione filisteo e pone fine alla guerra decretando così la vittoria degli Ebrei.

Diciamo la verità, delle motivazioni di Golia e dell’esercito filisteo non ci siamo mai troppo preoccupati. Si è sempre tifato Davide, per una culturalissima propensione per i perdenti: nella visione giudeo-cristiana del mondo, lo sfigato è destinato a prevalere sul potente di turno, se non in questa vita perlomeno nell’altra. Anzi, in termini etici il debole è sempre e comunque preferibile al forte: beati i poveri in spirito perché di essi è il regno dei cieli, beati gli afflitti perché saranno consolati, eccetera eccetera. La nostra scelta a favore del pastorello armato di fionda, a discapito del soldato corazzato, è dettata più da una questione di principio, che da ragioni prettamente “razionali” (Davide era davvero così buono e Golia così cattivo? Chi era degno della vittoria, il regno di Israele o i Filistei? Chi ha cominciato la guerra? Chi aveva torto e chi ragione?).

Ecco dunque come molti di noi, ancora oggi, di fronte a certe immagini tendano a sbilanciarsi subito per una fazione piuttosto che un’altra – quella del debole (o presunto tale). Il video del soldato israeliano che se la prende col bambinetto palestinese dal braccio ingessato (colpevole, a quanto pare, di aver tirato delle pietre nel corso di una protesta contro certi insediamenti ebraici in Cisgiordania) muove subito le coscienze in una direzione ben precisa. Aggiungeteci poi le donne armate di borsetta che strepitano e urlano finché il soldato non molla la presa: sbatti le madre-coraggio in prima pagina e il gioco è fatto.

È una questione di stomaco, non c’è niente da fare. Si dirà in seguito che il video era tutta una montatura. Si dirà che il bambino aveva sicuramente provocato, e il soldato non poteva fare altro. Si accuserà la vigliaccheria dei padri palestinesi, che preferiscono mandare sul campo i propri figli invece di affrontare di persona i soldati nemici. Si ricorderanno i razzi di Hamas e le vittime di Israele. Si parlerà di Olocausto e di diritto a difendersi. Si invocherà la ragione e il buon senso, l’importanza della Storia e l’obiettività dei fatti.

Eppure, chissà perché, il pastorello che lancia sassi continuerà sempre a farci più simpatia.

Israele o Jihad?

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02.08.2014
“Hai visto Platano ??? Ha smantellato i tunnel e sta ritirando progressivamente le truppe…. Non va al Cairo ai colloqui per la Tregua per non avere vincoli imposti con la firma di un cessate il fuoco… In questo modo Israele è libero di mantenere il blocco sui confini di Gaza con il proprio stato e reintervenire in qualunque istante senza che lo si possa accusare di violazione di un eventuale Cessate il Fuoco…. Vedrai che nei prossimi giorni/mesi si procederà alla smilitarizzazione delle brigate armate di Hamas e la Striscia verrà nuovamente affidata all’ANP di Mazen con cui Israele potrà procedere alla definizione per un’eventuale ricostruzione parziale dei centri abitati e per gli aiuti umanitari….”

04.08.2014
E’ l’ultimo, per ora, messaggio di Haaa Haa, la mia fonte in medio Oriente, che qualche giorno fa avevo contattato per cercare di capire qualche cosa in più sulla questione Israele/Palestina. Riporto la conversazione così com’ è avvenuta.

31.07.2014
Ma non credi che la situazione si stia incartando di brutto? Che faranno, occuperanno la striscia? Tra l’altro credo che Hamas sia indebolita al suo interno ed abbia perso il controllo della situazione in preda alla frammentazione di schegge impazzite jihadiste.

“Ciao Platano !!! Israele sta cercando di distruggere quanto più possibile l’arsenale di Hamas per disarmare completamente le brigate Ezzedin Al Qassam e di riflesso i Jihadisti… Con questo espediente il presidente egiziano Al Sisi, con l’appoggio del Mossad, stanno facendo in modo che il futuro “Cessate il Fuoco” abbia come prerogativa la smilitarizzazione della Striscia di Gaza riconsegnadola all’ANP di Abu Mazen, con cui Israele ha in corso diverse iniziative commerciali per fornitura di Beni e Servizi!!!! Il problema è che dell’estirpazione di questo cancro islamico/jihadista se ne può occupare solo Israele stesso con l’appoggio segreto dell’ANP di Mazen, quest’ultima troppo debole per portare a compimento lo scopo…..

Gia Shimon Peres stà cominciando a gettare qualche esca alla stampa circa questa possibile soluzione che in realtà è gia stata decisa…. Le operazioni in corso attualmente servono solo per ripulire il più possibile l’Area e contemporaneamente incrementare la percentuale di fiducia dei cittadini israeliani nei confronti del Likud di Nethanyau….”

Cmq tutto il resto sta cadendo in mano a jihadaisti vari. La Libia oggi è caduta. L’Isis attaccherà la Giordania? L’Isis non è finanziato dal Qatar?

“L’unica cosa a cui i media ancora non hanno fatto caso è l’affaire Iran…. Secondo me, vedrai, che di questo passo verrà colta la palla al balzo per creare un qualche pretesto affinchè Heil Ha Avir, l’aviazione israeliani radi al suolo i siti di Natanz e Al Bashir, dove risiedono le centrifughe per l’arricchimento dell’Uranio….”

Ma il capo di Hamas non sta pure lui in Qatar? Che mire ha il Qatar?

“Platano, il problema è questo !!! L’intero mondo arabo si è rotto i coglioni della Jihad…. Ovunque ci siano state primavere arabe, per rovesciare gli pseudotiranni che governavano limitando la libertà personale ma garantendo un tenore di vita elevato per tutti, con l’ascesa al potere di fratellanze musulmane varie, il popolo si è visto cadere dalla padella alla brace e oggi giorno, grazie ai social network, è sempre più duro tenere la gente soggiogata grazie all’ignoranza di ciò che accade nel mondo esterno….

Kaled Meshal, il capo dell’ala politica di Hamas, risiede in qatar !!! Il qatar è uno dei primi sostenitori finanziari della jihad e affini…. Hamas ormai ha capito di non aver l’appoggio della popolazione e l’unico modo per rimanere sulla scena politica internazionale è fomentare, provocare questo tipo di azioni, sperando sempre più di ottenere consensi dal mettere in luce l’enfasi militare con cui Israele risponde ai suoi attentati…. Chi credi che porti la gente nei siti dove collocheranno le rampe di lancio che i droni israeliani rilevano e annientano???? Chi credi che sia a posizionare rampe di lancio sui tetti di asili, ospedali, moschee ecc ecc…. Quello che combatte Hamas è prima di tutto un terrorismo mediatico, facendo leva sulla ben nota parzialità della stragrande maggiornaza di giornalisti europei, specialmente inglesi e italiani….

Io non sò se l’ISIS attaccherà la Giordania, ma se lo farà puoi starne certo che Israele interverrà sicuramente su richiesta della Giordania stessa…. A parte il fatto che in ogni caso, se l’ISIS continua così, quelli che dovranno essere più preoccupati sono gli Emirati Arabi e l’Arabia Saudita…. E con i soldi del loro petrolio sapranno comprare servizi di difesa dalle migliori nazioni in grado di fornirgliela, ossia USA e Israele….. Ricordi la prima desert storm, quella del 1991???? tutto nacque su richiesta dell’Arabia Saudita dopo che l’Iraq invase il Kuwait…”

01.08.2014

Senti. Ci stanno alcune cose che non mi convincono. In primis: Israele da solo potrà frenare l’ondata jihdaista che avanza su tutta l’area? ad esempio: c’è quella striscia geografica che va dalla Mauritania all’Afghanistan dove gli stati sono quasi del tutto scomparsi. Il Mali, il Niger, la Libia, il Sudan, la Nigeria, la Somalia, l’Iraq e la Siria non sono più Stati. Sull’orlo dell’esplosione sociale sono precipitati anche Marocco e Algeria. La Cisgiordania non c’è più, spezzettata dagli insediamenti. L’Arabia Saudita fino a quando terrà il controllo dei “suoi” jihadisti? I jihadisti nigeriani controllano il Nord del paese, si sono “federati” con i gruppi del Sahel e stanno penetrando nella parte meridionale di Chad e Sudan. L’Isis ha occupato metà Iraq, fondato un califfato e sta arrivando a Baghdad.

Secondo: riprendersi la Striscia nell’immediato tampona la situazione, ma la risolve? Non finirà con il radicalizzare i mille clan jihadisti che ormai hanno sfanculato Hamas? E quindi, Israele ce la farà a tenere a bada tutt’ stu burdellu?? Non rischia di incartarsi?

Il punto della questione per me è questo: di fronte a tale contesto di totale disfacimento e di seppellimento della ‘pace sociale’, una forza politica in grado di assumere decisioni e di assistere la popolazione nelle necessità minime (cibo, sanità, ecc.), potrebbe prendere il sopravvento. Non è che alla fine gli unici in grado di intervenire saranno i jihadisti? Israele ha preso in considerazione questa ipotesi?

Quindi: esiste un pericolo diffusione jihad? Israele sta facendo tali operazioni come guerra preventiva per tagliare tutti i presupposti per un’islamizzazione diffusa ed egemonica di tutta l’area? Teme e vuole evitare che da tutto questo sgretolamento venga fuori un vero e proprio Stato islamico? Oppure, avere nemici vicino alle proprie frontiere è una ‘strategia di protezione’ studiata a tavolino dal Mossad? E’ l’unico paese che si è accorto di questa dinamica geomilitare? Anche perché l’Europa al momento è sotto presidenza del replicante cazzonesco di Giorgio Mastrota in versione televendita perenne (non che le alternative siano migliori) e gli Usa ormai ragionano nell’ottica ‘arriviamo, vi infettiamo e ce ne andiamo, lasciandovi un governo fantoccio che gestiamo attraverso le basi militari costruite nel deserto, isolate, autosufficienti, aliene ed avulse da tutto ciò che succede’.

“Ma Israele non ha rioccupato la striscia e non vuole neanche…. Ariel Sharon nel 2004 la restituì xche’ conscio che il fattore demografico sarebbe stato sfavorevole x i governi israeliani…. Le uniche unità di fanteria presenti a Gaza sono i genieri che devono mappare, perlustrare e distruggere i tunnel… I caduti sono tra i soldati che devono coprire le operazioni dei genieri, mica le truppe a terra devono guadagnare e conquistare terreno…. La radicalizzazione di gruppetti jihadisti e lo smembramento di hamas in tanti gruppetti destabilizzerà l’intero medioriente e l’unico stato a sapersi e potersi difendere e’ solo Israele…. I problemi saranno di Egitto, Giordania, Siria, Arabia Saudita, ecc ecc

No Platano. Israele non sta facendo una guerra preventiva, xche’ militarmente e’ perfettamente conscio del proprio deterrente e del proprio potere reattivo… Chi e’ la vera vittima dei comportamenti di Hamas e’ l’anp di Mazen, l’unico interlocutore palestinese con cui Israele e la comunità internazionale possano intrattenere rapporti diplomatici e con essi conoscitivi per la soluzione del problema ” stato palestinese”, “coloni in Cisgiordania” e fornitura di beni e servizi al nuovo stato… Purtroppo l’anp e’ debole nei confronti di un’organizzazione terroristica che governa una parte del territorio palestinese densamente popolata…. Qual’ora Hamas e la jihad venissero annientate, l’anp avrebbe tutta la libertà di gestire la popolazione e il territorio palestinese in modo completamente autonomo e intrattenere rapporti commerciali e diplomatici con Israele , magari si potrebbe anche giungere ad una pace stabile con una road map duratura….”

(continua.)

Soundtrack1:’Music for a forgotten future’, Mogwai

Soundtrack2:’Angoli’ –  ‘Distanze’, Fine Before You Came

Soundtrack3:’Come fare a non tornare’, Fine Before You Came

 

E ti tirano le pietre

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Per qualche tempo, da studente, ho vissuto con un giovane palestinese. All’epoca non ero particolarmente interessato alla questione mediorientale ma i racconti del mio amico hanno finito per segnarmi profondamente e condizionano ancora oggi le mie impressioni.
Ho sempre ritenuto la sua storia esemplare per definire il conflitto che affligge quei territori e che dilania nell’intimo ognuna delle persone che ci vivono. Quella del mio amico è la storia di un bambino nato con la sventura di una famiglia di moderati. Fin da piccolo ha pagato il prezzo per quell’orientamento familiare che nei fatti gli impediva di uscire serenamente di casa: i bambini israeliani gli tiravano le pietre perché era palestinese, e i bambini palestinesi facevano altrettanto perché non andava con loro a tirare le pietre ai bambini israeliani. Proprio come avviene in quella vecchissima canzonetta di Antoine, per chi la ricorda.
Se cresci così, rifiutando l’idea del conflitto, convincendoti del fatto che non c’è nulla per cui valga davvero fare una guerra e tirare pietre, è chiaro che in Palestina vivi male, malissimo. E pur amando il posto in cui sei nato, capisci presto che rifiutare la guerra per quella terra significa altrettanto doverla lasciare. Una terza opzione: che non concede vittoria, ma che almeno non fa vittime, se non dentro di te.
Tornare, come spesso faceva per rivedere la sua famiglia, era per lui un calvario, perché la possibilità di raggiungere più o meno tranquillamente la sua casa dipendeva dalle fortune politiche dei “moderati”. Se in un dato momento prevalevano, poteva riabbracciare la madre con relativa facilità. Se invece a dettare legge erano le fazioni più estremiste – come accade oggi – la strada si faceva lunghissima e complicata. E quell’abbraccio diveniva clandestino: ogni volta rubato alle spire della guerra.
Il mio amico non è un santo e non ha in simpatia gli israeliani, ma ha continuato a pensare che sparargli addosso fosse un crimine, come è un crimine sparare a chiunque. Un’idea che – a sentir lui – era condivisa da molti altri giovani palestinesi. Nemici soltanto della guerra. Una minoranza o una maggioranza? Questo non lo so, e credo fermamente non conti.
Piegati dai lutti, annichiliti dalla morsa dei due odi contrapposti, alcuni sono finiti plagiati dal fanatismo e hanno abdicato a quella sana idea di pace. Altri, come lui, no. Ma non è un illuminato: semplicemente ha avuto l’occasione di andarsene e ha scelto di farlo. Perché è difficile restare e non farsene coinvolgere, seppellendo amici e cugini morti per caso (o per un casus belli). Come è difficile accogliere una sozza corrente e restare puri. Bisogna davvero essere un mare, diceva Nietzsche, e chi lo è?

Filoisraeliani, filopalestinesi e filo-“logici”

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Quando un paese sovrano viene aggredito da un suo vicino a freddo, cioe’ senza che il paese aggredito abbia precedentemente  aggredito in alcun modo l’aggressore (del genere Germania che invade la Polonia nel 1939) mi sento abbastanza sicura nel dare la mia solidarieta’ incondizionata a chi viene aggredito. Se invece una particolare aggressione e’ solo l’ultima di una serie di rimpalli da una parte all’altra, la mia solidarieta’ incondizionata non va in genere a nessuna delle due parti. Anzi cerco, a meno di non ritenere di avere una conoscenza approfondita della questione, di risparmiare al mondo mie dotte disquisizioni su chi dovrebbe o non dovrebbe attaccare dove e con che mezzi. Direi che la maggior parte degli episodi del conflitto in Medioriente si classifica per me in questa seconda categoria, per cui si possono trovare istanze e torti sia da una parte che dell’altra. Ora, la logica vorrebbe che un individuo che non entra nel merito di in una questione tanto complicata, ma si limita a riconoscere torti e ragioni sia di una parte che dell’altra, sia salvo dalla classificazione del mondo in “filoisraeliani” vs. “filopalestinesi”. Invece, per essere ettichettati come “filoisraeliani” e’ sufficiente:
1) Far notare che Israele veniva colpito da migliaia di razzi prima dell’inizio delle operazioni militari, non solo durante.
2) Ricordare che chi giustamente si preoccupa per i civili sotto le bombe israeliane a Gaza, nel 99% dei casi nn ha mai detto una parola sui civili sotto i razzi di Hamas a Haifa e che se invece lo avesse fatto sarebbe un pacifista un po’ piu’ credibile.
3) Sostenere che il fatto che gli Israeliani si siano scelti un governo in grado di difenderli da tali razzi non rende meno grave il fatto che essi vengano lanciati.
4)  Dire che quando viene concordata una tregua, se la tregua viene violata, e’ colpa di chi spara per primo.
5) Dire che se in un conflitto una delle due parti non fa il possibile per tenere lontana la popolazione civile dai siti militari (anzi), se la popolazione civile viene colpita la colpa non e’ solo di chi bombarda.
A nulla vale poi che i “filoisraeliani” siano spesso assolutamente critici nei confronti dei governi israeliani, che ritengano gli attacchi, anche se formalmente legittimi, dannosi per Israele stesso, che riconoscano i torti subiti dai civili Palestinesi e siano d’accordo nel smantellare le colonie abusive. Non c’e’ nulla da fare, basta non dare torto ad Israele al 100% per essere catalogati come “filoisraeliani” ed essere ricoperti di insulti. E adesso cominciate pure, il tempo non e’ da spiaggia e  farmi dare della sionista-nazista-ammazzabambini mi pare un buon modo per iniziare il weekend.

Quando la compassione diventa vanità

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La pietà è una cosa maledettamente seria.
E’ quello che distingue gli uomini dagli animali, mi verrebbe da scrivere: oppure, senza infognarmi nel dibattito specista, che distingue gli esseri umani, e basta.
Voglio dire: siamo uomini (anche, e forse soprattutto) in quanto capaci di provare pietà e compassione.
Ecco, a me pare di assistere, in questi giorni, allo spettacolo della pietà e della compassione ridotte a strumenti per dimostrare convincimenti istintivi e traballanti, colpevolmente poveri di conoscenza e pieni zeppi di un sentimento tanto precostituito da non meritare neppure il salto di qualità che dal semplice fastidio conduce all’odio.
Smettetela, per favore.
Smettete con questa ottusa galleria multimediale di “guardate cosa fanno”, spiattellata in modo indecente come un continuo schizzo di merda al solo scopo di affermare un’appartenenza così astratta da avere valore soltanto per voi stessi: come un paio di scarpe, una pettinatura, la sciarpa di una squadra di calcio.
Non fate questo, della compassione. Non trasformatela in vanità. E’ una cosa che fa tristezza, paura, schifo.
Abbiatene cura, piuttosto. Abbiate cura del fatto di riuscire a provarla. E nel frattempo, magari, fatene qualcosa. Studiate. Pensate un po’ di più a capire e un po’ meno a disegnare voi stessi come vi pare di venire meglio.
Restate umani sul serio, perdio, oltre che scriverlo.

L’Israele metafisico.

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La recente pronuncia dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite volta a riconoscere alla Palestina la qualifica di Stato Osservatore ha rinfocolato, come prevedibile, la vecchia querelle tra fautori di Israele e sostenitori dei diritti dei palestinesi. Polemica stantia, il più delle volte, perchè arroccata almeno in Italia su posizioni tanto solide da divenire irremovibili pregiudizi, sia dall’una che dall’altra parte, nonchè inutile a risolvere nel concreto la situazione.

Ma non è su questo che volevo scrivere. Piuttosto, la qualifica di “odiatore di Israele” che viene rivolta a chi evidenzia la sproporzione delle reazioni israeliane agli attacchi palestinesi, credo suggerisca una riflessione più approfondita relativamente alla tensione spirituale che anima i sostenitori a oltranza di Israele.

Facciamoci caso: Israele, nella filosofia dei predetti, assume una portata che travalica la concreta rilevanza del conflitto arabo-israeliano nella gerarchia delle cose tragiche che succedono nel mondo (miliardi di morti per fame, guerre dimenticate etc.), e anzi acquisisce una portata quasi metafisica, di scontro finale tra due forze ben distinte ed identificabili, da un lato il male assoluto (i palestinesi ottusi e violenti) e dall’altro il bene altrettanto categoricamente declinato (gli occidentali e illuminati israeliani, seme di democrazia in un continente da civilizzare).

E ciò assume una carica a mio modo di vedere ancora più parossistica laddove, come spesso accade, gli implacabili legittimatori dei bombardamenti a tappeto su Gaza sono, almeno qui in Italia, persone non di religione e cultura ebraica. Non è dunque raro vedere tolleranti e colti liberali nostrani improvvisamente infiammarsi di sacro furore, e lanciare strali al grido “antisemita! antisemita!” appena viene messo in discussione il diritto della Nazione Eletta a colpire indiscriminatamente i civili in risposta ai missili palestinesi che, in genere, di danni ne fanno pochini.

In questa reazione dei Nostri, sproporzionata e nervosa, c’è una componente non solo illiberale ma anche completamente irrazionale, potrei dire mistica, nel giudicare la portata concreta degli eventi: a fronteggiarsi non sono più due popoli, con le loro ragioni e torti reciproci, ma due forze spirituali di cui solo una, Israele, deve poter esistere e vincere, con qualunque mezzo e costi quello che costi.

Quale libro dettato da Dio, o scritto da autori ispirati, può indurre i sedicenti liberali nostrani di matrice (pare) anglosassone a sostenere posizioni in linea con gli ultranazionalisti israeliani, dai cappelli di pelliccia e dai lunghi cappottoni neri malgrado in Israele il clima sia tendenzialmente mite, questo lo ignoro. Mi permetto semplicemente di evidenziare l’esito quanto meno bislacco di tutto ciò per chi si professa, appunto, liberale e quindi scevro da fattori condizionanti che non siano la ragione e la scienza. Per non parlare poi degli aspetti esteticamente “cheap” che spesso informano l’agire dei nostri filoisraeliani a oltranza, tipo brandire la bandiera di Israele in occasione delle feste nazionali ebraiche, o cancellare immediatamente dalle amicizie di facebook quei poveretti che, reduci da un balletto al Teatro dell’Opera, sostengono che la prima ballerina, casualmente cittadina israeliana, si muove come se avesse due piedi sinistri.

Io, lo giuro, non odio nessuno, men che meno Israele. E non mi piace il balletto.

Forse ho qualche speranza di salvezza.

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