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Herzog e i vulcani: vita, morte e natura

in cinema/cultura by

Era il 1976 quando, nell’isola di Guadalupa, fu dato ordine di evacuazione immediata a causa del vulcano locale, La Soufrière, il quale minacciava di eruttare sommergendo l’intero luogo (e la sua popolazione).

L’evacuazione era stata la soluzione finale di un’accesa diatriba che si era disputata fra gli scienziati Claude Allègre

Non sono un serial killer

e Haroun Tazieff.

Scusa se sono un figo

Il primo, agitatissimo, aveva convinto il prefetto dell’isola ad evacuarla completamente, cosa che alla fine fu fatta, almeno in parte: circa 75000 abitanti furono costretti ad abbandonare le proprie case, in vista del disastro che si prospettava. Di questa opinione però non era Tazieff, al quale poi la storia avrebbe dato ragione. Difatti la catastrofe non ebbe mai luogo, e pian piano, dopo un po’, l’isola tornò alla vita di tutti i giorni.

Noi però sappiamo che questo evento portò zio H. più vicino di quanto non avrebbe dovuto al vulcano attivo, generando quello che sarebbe diventato uno dei suoi documentari più famosi, La Soufrière. Ai più potrebbe non dire nulla, ma rimane in ogni caso un documento di straordinaria autenticità e bellezza, e, se il vulcano fosse esploso sommergendo i  dintorni dell’isola, la testimonianza di Herzog della città di Basse-Terre a oggi sarebbe l’unica che ci rimane.

Torniamo ai vulcani.

Nel 2007 sarebbe poi uscito Encounters at the End of the World, film in cui Herzog non aveva alcuna intenzione di parlare di vulcani, ma, come spesso accade nei suoi documentari, era partito per la tangente. Mentre filmava la vita degli scienziati sulla stazione McMurdo in Antartide, era rimasto affascinato da alcuni vulcanologi e dal loro lavoro: lì aveva conosciuto lo scienziato e vulcanologo Clive Oppenheimer, con cui aveva fatto amicizia. Clive e i suoi colleghi avevano spiegato a zio H. i rischi del loro lavoro, e cosa comportava stare all’aperto in giornate in cui la temperatura arrivava a -32°, mentre accanto a loro c’era il monte Erebus, uno dei pochissimi vulcani attivi al mondo il quale, se guardato dall’alto, mostra direttamente la lava.

Clive Oppenheimer e Werner Herzog in Encounters at the End of the World, 2007

L’incontro con Clive non sarebbe rimasto un semplice “ciao, come ti chiami”, ma avrebbe portato, dieci anni dopo, alla realizzazione di un altro documentario, questa volta direttamente dedicato ai vulcani, Into the Inferno, in cui Herzog, insieme al suo amico (che lo ha anche aiutato nelle riprese) si gira Indonesia, Islanda, Corea del Nord ed Etiopia esplorando una delle più grandi risorse e insieme pericoli del nostro pianeta.

Into the Inferno è un film molto più maturo del predecessore La Soufrière. Al di là del fatto che il suo gemello del 1977 era stato girato in pochissimo tempo (giusto per non rischiare di morire in mezzo ai lapilli) e che dura soltanto 30 minuti, La Soufrière affronta la conoscenza dei vulcani da un punto di vista meramente distruttivo. Sappiamo quando a zio H. piaccia l’idea dell’inevitabilità della morte, della violenza della natura e del suo essere per certi versi indecifrabile, e nel film del 1977 i suoi pensieri vengono fuori in modo molto chiaro: avrebbe dovuto essere l’ultima testimonianza di un disastro annunciato ma inesorabile, tanto più che H. e la sua troupe avevano incontrato ben tre persone che si erano rifiutate di lasciare le proprie case, adducendo come motivo comune “la morte si può solo rimandare, ma non evitare”.

In Encounters, invece, i vulcani solo un piccolo contorno, ma è proprio Clive, in un dialogo con Herzog, a esprimere un concetto fondamentale, che in un certo senso celebra la vita: vale la pena mettere la propria in pericolo per studiare un vulcano? La risposta naturalmente è negativa: Clive racconterà (dieci anni dopo) che inizialmente, conoscendo la fama di Herzog, aveva avuto paura che il regista gli avrebbe chiesto di scendere il più vicino possibile alla lava in nome del cinema. Ma poi aveva capito che Herzog, in realtà, dava più valore alla vita di quanto non volesse lasciar intendere nei suoi film.

Noi lo conosciamo come un regista che parla di grizzly assassini, di vampiri, di solitudine dell’uomo e chi più ne ha più ne metta, ma in Into the Inferno emerge più chiaramente il lato più, per così dire, “ottimista” di zio H. I vulcani rappresentano due facce della stessa medaglia: la vita e la morte. Per alcuni sono assimilabili a un dio, da onorare e rispettare, per altri una ragione di studio e di vita; in Corea del Nord addirittura il monte vulcanico Paektu è venerato dall’intera popolazione, citato nel loro inno nazionale e considerato un luogo di culto, in quanto, secondo una nota leggenda, sarebbe il vero luogo di nascita di Kim Jong-il.

Ed è in Etiopia, alle pendici del vulcano Erta Ale che alcuni paleontologi cercano instancabilmente e trovano nella terra tracce dei nostri progenitori: non dimentichiamoci che i terreni vulcanici sono fra i più fertili al mondo, quindi ha perfettamente senso che ci fossero insediamenti più vecchi di quanto non possiamo immaginare.

Ma non disperate: naturalmente il vecchio zio H. non ci risparmia la parte in cui ci racconta e fa raccontare cosa rappresenti per la vita l’eruzione di un vulcano, chiudendo anche il film con il capo del villaggio Endu, situato nell’arcipelago di Vanuatu, che spiega cosa pensa succederà alla fine dei tempi: sarà il vulcano a distruggere tutto, il vulcano che condannerà la razza umana, quello del villaggio di Endu e tutti i vulcani presenti sulla superficie terrestre. E vai.

Insomma, il cerchio si chiude.

La “trilogia dei vulcani” la reperite facilmente: La Soufrière è disponibile su youtube, Encounters at the End of the World ve lo potete comprare su Amazon (sempre dare soldi a Herzog, in tutte le occasioni) e Into the Inferno lo trovate pure su Netflix.

JJ

Lo and Behold: le aspettative di una fan

in cinema by

Ciao.

Quando mi hanno detto che sarebbe uscito un nuovo documentario girato da Herzog, ho attraversato tre fasi: l’esaltazione, l’attesa spasmodica e le aspettative.

Naturalmente, adesso che sta per uscire, sono nella fase tre. E mi sono chiesta cosa possa scaturire da un documentario dello zio H. che, entrato nel settantacinquesimo anno di età, decide di parlare di internet. Uno che non ha nemmeno lo smartphone, uno che

Dunque.

1.Sarà un film epico

Stiamo parlando di internet, la piattaforma sulla quale ogni giorno puoi scegliere quale video di gatti guardare e di Herzog, uno che per non scendere a compromessi con una nota casa di produzione cinematografica ha fatto passare una nave da un lato all’altro di una montagna. Sono abbastanza certa che H. inserirà musiche altisonanti e ci farà vedere le immagini dello spazio, tipo “l’uomo è solo,  ma c’è internet con lui”.

2. I commenti del regista

Già dal trailer si possono sentire due o tre frasi che rendono l’idea di cosa sia un documentario girato da Werner Herzog: normalmente infatti nei documentari i registi sono restii a dare la propria opinione facendo sentire la propria voce. Herzog no: lui usa il cinema documentario quasi come una specie di diario personale, e se vuole dire una cosa, la dice. “Per adesso -sentiamo dire a uno scienziato nel trailer del film- non riusciamo nemmeno a mandare un singolo uomo su Marte” ma Herzog lo interrompe: “Io verrei”, dice, “non avrei alcun problema.” Non vedo l’ora di sentire il resto.

3. Solitudine e ansia

H. non perderà occasione per ricordarci di quanto siamo soli, tristi e senza speranza. Anche con i video dei gatti a disposizione.

4. Insegnamenti di vita, riflessioni, viaggi mentali

Se c’è una cosa che ho imparato guardandomi i documentari di zio H. è che poi si riflette su tutto ciò che ne concerne, e oltre. Inizi a pensare “diamine, ha ragione”, e parti per la tangente riflettendo su cos’è la tua vita, su come l’argomento si riflette sulle tue azioni, sulle tue opinioni, e finisci a piangere sotto la doccia per fare finta che sia solo acqua.

5. Me lo devo riguardare

Quando si finisce di vedere un documentario di Herzog, la prima cosa che viene in mente è “ok, probabilmente ho assorbito solo il 15% di quello che mi voleva dire”. Ed è esattamente così: sono talmente pieni di roba che è impossibile percepire tutto subito.

6. Casa

Guardarsi un documentario del genere deve essere un’esperienza che ti fa sentire a casa tua, con un signore gentile che ti spiega le cose e ti invita pure a rispondergli quando fa una domanda. E tu gli rispondi, perché veramente sembra che sia lì seduto accanto a te. Poi la gente al cinema si gira e tu pure ti giri scuotendo la testa, “ehhh, lo fanno, lo fanno.”

Sono molto emozionata. Evviva il 2016.

 

JJ

 

Perché Star Wars

in cinema by

Sono due settimane che l’edicolante in piazza si ritrova una speranzosa me che cerca di trovare i cofanetti da collezione di Star Wars.

“Salve, posso aiutarla?”

“Sì, no, davo uno sguardo…”

Di solito faccio finta di guardare i giornali di economia, per fingermi adulta. Poi chiedo se è uscito il Messaggero. Poi “No, vabbè, magari lo compro dopo”. Poi, vagamente,

“I dvd sono tutti quelli esposti?”

“Non ci è ancora tornato Star Wars.”

“Ah, grazie, arrivederci”

Perché? Principalmente perché fino a poco tempo fa avevo soltanto i vhs della prima trilogia, quella originale, registrati da Italia 1, con sulle etichette il disegnino di una spada laser, la Morte Nera e un piccolo R2-D2. Avevo 13 anni e mi guardavo L’Impero Colpisce Ancora circa una volta al giorno. Adesso vivo in una casa senza videoregistratore, ho 30 anni, e con il mio compagno abbiamo sentito il bisogno di fare il grande passo: vederci tutti i sei capitoli prima di vederci il settimo.

Abbiamo messo un pupazzetto di Darth Vader sotto l’albero di natale. Abbiamo delle spade laser gonfiabili con le quali andremo al cinema.

Quando frequentavo un master di regia, questa è una delle foto che ho presentato a una lezione:

GIO_0532

L’unica cosa che ho comprato (per me) quando sono andata a Lucca è stata una maglietta con C-3PO disegnato sopra. La mia suoneria è la marcia imperiale in 8 bit.

Perché Star Wars ci rincoglionisce così tanto? Perché se non partecipate all’emozione collettiva siete delle persone aride? Ho isolato alcune motivazioni plausibili.

1.Le spade laser

Le spade laser le vorremmo avere in casa tutti, nessuno escluso, nemmeno quelli che dicono che non amano Star Wars, nemmeno i fan di Star Trek, tutti.

Non è possibile che non vogliate imparare a usare un cosa così fica

Le spade laser sono perfette in tutto: colori sgargianti, dimensioni accettabili, maneggevolezza, ma soprattutto per i famosi rumori WHOUUOHHUN… WHUOOOON….KSSHHH! FHSSSH!! che adesso state riproducendo nella vostra mente.

Rumori così assuefacenti che Ewan McGregor, durante le riprese di tutti i suoi combattimenti nella saga, continuava a farli con la bocca, non riuscendo a trattenersi, quindi in post produzione i montatori del suono hanno dovuto rimuoverli da ogni singola battaglia.

2.I combattimenti con le spade laser

Oltre a essere bellissime visivamente, le spade laser vengono impiegate dai personaggi per dare vita a splendidi combattimenti acrobatici, roba che se io la prendevo in mano due secondi dopo mi mancavano tre dita, un orecchio e probabilmente avevo tagliato a metà il frigorifero.

Io sono innamorata delle storie della vecchia trilogia, ma c’è da dire che nella nuova i combattimenti sono mille volte più MA CHE CAZZO STAI A DI’ LO VOGLIO FARE PURE IO

3.Le spade laser go with everything

Ma sul serio, everything

4.Han Solo

Ogni singola battuta che quest’uomo pronuncia è diventata leggenda. Dal fatto che il Millennium Falcon ha fatto la rotta di Kessel in meno di dodici parsec, al “conversazione noiosa, comunque”,

fino alla storica frase che tutti amiamo da morire, e lui lo sa.

5.Darth Vader

Best personaggio evah della saga, Darth Vader è probabilmente colui che durante tutti e sei i film subisce l’evoluzione più bella e commovente della storia del cinema. E tutti, almeno una volta, ci siamo sempre chiesti come sarebbe stato se Anakin fosse rimasto Anakin, e si fosse limitato SPOILERSPOILERSPOILERSPOILER a essere un buon padre per Luke e Leia.

Diciamoci la verità, è lui il vero protagonista dei primi sei episodi, alla faccia di Luke, Han Solo, Yoda e tutti i filistei.

6.Tutti ci siamo commossi quando abbiamo visto litigare Obi-Wan e Anakin

A tutt’oggi non riesco a guardarlo senza farmi venire gli occhi lucidi.

7.Tutti siamo rimasti sconvolti quando, all’epoca, abbiamo scoperto la triste verità

8.John Williams ha creato un vero capolavoro immortale

John Williams io lo adoro perché ci ha regalato musiche spettacolari, tipo la colonna sonora di Indiana Jones o quella di Jurassic Park.

Ancora prima di queste, però, il simpatico vecchietto componeva alcuni fra i temi musicali che avrebbero avuto un impatto all’epoca ancora inimmaginabile nella cultura di massa: La Imperial March, il tema principale, quello dell’alleanza ribelle, la simpatica canzone della “cantina”: le sappiamo a memoria, e io il cellulare ogni tanto lo lascio squillare, perché che bello.

E poi c’è roba tipo questa, che non è classificabile, è solo bellissima

https://www.youtube.com/watch?v=Q5ZY8Fz9GGU

9.Vorremmo che il futuro fosse così

Disgraziatamente non vivrò abbastanza per vedere se davvero fabbricheranno delle spade laser degne di questo nome, o se il Millennium Falcon diventerà una realtà; quello che posso dirvi è che il 90% delle persone che abitano le terre emerse del nostro triste mondo vorrebbe avere come migliore amico un robot, guidare un TIE Fighter o attraversare il deserto stando attento a non innervosire i Sabbipodi (tanto si spaventano facilmente).

10.Leia Slave

 

Ciao amici, amate questa meravigliosa saga. Amatene i personaggi, la storia straordinaria, l’universo, affezionatevi alle vicende, ad Alec Guinness, celebrate la triste fine di Alderaan, leggetevi le teorie dei fan, commuovetevi per i poveri appaltatori esterni che ultimavano la costruzione della nuova Morte Nera, e poi andatevi a vedere l’episodio VII, perché è per questo motivo che state ancora leggendo, perché anche voi non vedete l’ora di sapere che diavolo di fine ha fatto Luke, perché il trailer ve lo state riguardando duecento volte, e perché per due giorni non riuscirete a guardare nulla su internet per paura degli spoiler.

Quando guardo il trailer, ogni volta che Han dice “Chewie… siamo a casa” io piango (seriamente, piango, non come quando scrivi “hahahah” su whatsapp e in realtà sei serissimo). Posso solo immaginare che diavolo mi succederà giovedì sera.

 

JJ

Le Appassionanti Avventure di Zio Herzog

in cinema by

Nei difficili anni in cui zio H. stava cercando di portare a termine le riprese di Fitzcarraldo (se non sapete di cosa sto parlando vi rimando a http://libernazione.it/le-appassionanti-avventure-di-zio-herzog-3/), un giorno si ritrova a Lima, in Perù, a giocare a calcio con alcuni personaggi del posto.

Apriamo una parentesi: il calcio è sempre stato una delle passioni di H., il quale più volte si è espresso a favore del nobile sport. Testimonianza relativa:

Dunque, torniamo a noi. Ci troviamo a Lima, e Herzog sta cercando di portare avanti questa partita. Il problema è però il seguente: tutti i partecipanti (sto per dire una cosa razzista) si somigliano, e come se non bastasse indossano magliette di colori simili, quindi Werner non sa più a che santo votarsi per capire a chi deve passare la palla.

“Pedro, Pedro, passa a Ramon!”

“Io sono Pablo, e gioco nell’altra squadra!”

“Maledizione. Manuel, fa’ qualcosa, dalla sulla sinistra!”

“Mister Herzog, io sono Javier”

E così all’infinito.

Herzog quindi, saturo di passare la palla sempre allo stesso tizio dell’altra squadra, va dall’arbitro (che prima viene scambiato per Jesus) e gli chiede di interrompere la partita per poter vestire i suoi compagni di squadra con le magliette di un colore differente, che sia perlomeno riconoscibile.

” ‘Sto pantone non mi convince, ma che è?”

“Carta da zucchero”

“Non ho fame”

“No, è il nome del colore”

“Scusa, ma avete dato a tutti le magliette azzurre?”

“Carta da zucchero”

“Avete dato a tutti le magliette CARTA DA ZUCCHERO?”

“Veramente la vostra è celeste”

“Vabbè; noi possiamo indossarne di arancioni?”

“No”

Herzog si allontana guardando in cagnesco l’arbitro.

Ed è a quel punto che la soluzione si fa strada nella sua testa. Era nel bel mezzo delle riprese di un film che stava sostanzialmente affrontando da solo; da solo avrebbe finito Fitzcarraldo per poterlo presentare al Festival di Cannes, ed era quindi da solo che avrebbe dovuto portare a termine anche la partita.

“I knew the only hope of winning the game would be if I did it all by myself […] I would have to take on the entire field myself, including my own team.” (sic)

Non ha tenuto nemmeno il portiere, eh.

Io non ho idea di come sia finita (Herzog si limita a riferirci quella che ha immaginato fosse la risoluzione finale: io contro il mondo, alla fine almeno so che non devo passare la palla a nessuno se non a me), ma mi piace pensare che sia andata più o meno così:

 

 

JJ

 

Monogamish

in società by

Siamo sempre (più o meno tutti) stati educati al concetto che una coppia di fidanzati (da qui l’epiteto) è tradizionalmente formata da due persone, e che queste persone non debbano avere nessun tipo di rapporto (soprattutto fisico) con altri.

Ha senso? Ovvio che ha senso: se si è innamorati di qualcuno, se si sceglie di stare con questa persona (a meno che non siate Apu Nahasapeemapetilon, e la persona che vi dovrete sposare l’hanno scelta i vostri genitori quando avevate 8 anni), normalmente è con questa che volete rimanere. Ed è con questa che vogliamo fisicamente stare. E non sopportiamo che questa persona, che consideriamo nostra, faccia l’amore con qualcun altro. D’altra parte è nostra.

Eppure, il tasso di infedeltà nelle coppie è comunque parecchio alto; ma (sempre nella maggior parte dei casi) due persone non sono di certo obbligate a rimanere insieme. Può convenire, può essere doloroso e difficile separarsi, ma siamo liberi di farlo.

Queste sono riflessioni non casuali. Sono tutte nella testa di Tao Ruspoli, il regista di Monogamish.

Partiamo dal concetto di matrimonio: è davvero indispensabile sposarsi? Una parte dell’umanità ne conviene: è giusto dal punto di vista economico, morale, e quant’altro. Siamo sicuri?

I miei genitori non sono sposati: ciò non significa che tutti dovrebbero seguire il loro esempio, né significa che io non mi sposerò mai, ma di certo una cosa del genere mi ha fatto sempre chiedere, sin da piccola, se in effetti ci fossero altre possibilità alla coppia sposata con figli. Perché no?

Sia chiaro: io credo nell’amore, e credo anche nel matrimonio, se a muoverlo è il puro e semplice desiderio di coronare la volontà reciproca di stare insieme con un festeggiamento, e non la convenzione, il fatto che “Beh, ma perché i tuoi non si sono mai sposati?” Ti potrei rispondere “Ma perché avrebbero dovuto, scusa.”

Io l’ho sempre vista come una cosa molto semplice: ami qualcuno, vuoi stare insieme a qualcuno, ci vai a vivere, fai dei figli, invecchi insieme. Non c’è bisogno di certificarlo. Lo vuoi fare? Ok. Non lo vuoi fare? Ok lo stesso.

Una cosa è comunque sicura: la storia ci insegna che il matrimonio, in quanto unione fra due persone (almeno nella nostra società), è la base della famiglia tradizionale. Due persone, i figli. E se non fosse così?

L’amore, e questo viene mostrato in modo molto approfondito nel documentario di Ruspoli, ha tantissime forme. Alcune di queste sono (per me in primis) quasi inimmaginabili: ci sono, per esempio, le persone che vivono relazioni poliamorose: non stiamo parlando di un semplice menage à trois, ma di vero e proprio amore reciproco fra tre persone. Difficile? Probabilmente sì. Complicato? Indubbiamente. Impossibile? Pare di no.

A volte siamo convinti che l’unica soluzione possibile, anche per essere accettati dagli altri come persone non sgradevoli, sia esercitare la monogamia. Eppure, spiegano in molti nel film, a quanto pare la monogamia non è propria dell’essere vivente. Al di là degli animali e dei loro rapporti spesso promiscui, ci sono popolazioni in cui non solo è accettato che la propria moglie vada con altri uomini, ma addirittura, durante la gravidanza, è consigliabile che lo faccia: perché questi popoli credono che così facendo il bambino erediterà tutte le qualità degli uomini con cui la madre si unisce nell’atto sessuale. Quindi daje con quello simpatico, con quello bello, con quello forte, e via dicendo.

Stupide superstizioni? Sì, forse. Io però ci ho letto anche un’altra cosa importante: in una popolazione che accetta e incoraggia questo tipo di pratica la donna non è considerata proprietà esclusiva dell’uomo con cui vive. Un concetto al quale nessuno di noi è pronto, me compresa: non credo che potrei mai accettare di dividere l’uomo che amo con un’altra persona.

La storia di Tao Ruspoli, come è facile immaginare, inizia in una famiglia non “tradizionale”: il padre, il principe Alessandro Ruspoli (sì, quello del palazzo) sposa la madre a 50 anni, mentre lei ne ha appena 18. Naturalmente Tao non è né il primo né l’ultimo figlio del principe, vi basti immaginare che ha un paio di zii della sua stessa età.

A ogni modo saranno il mondo in cui vive, la separazione dei genitori quando aveva 8 anni e il traumatico divorzio da sua moglie che daranno il via alla concezione di Monogamish.

Ho riflettuto a lungo su questo film, e ho subito capito quale era la sua morale ultima.

Molti lo vedranno come un inneggiare al tradimento, allo squallore dell’inganno, alla sessualità promiscua e all’appagamento del desiderio personale. Una montagna di cazzate.

Il messaggio principale di questo film, quello che il regista ci sta comunicando, è la condizione fondamentale per portare avanti qualsiasi rapporto: l’onestà.

Ciò che infatti contraddistingue tutte le storie che vengono raccontate in questo documentario è l’estrema sincerità che gli uni hanno nei confronti degli altri. C’è chi ama la stessa persona per tutta la vita, e non riesce nemmeno lontanamente a immaginare un’altra esistenza; c’è chi ne ha amate molte, e pensa che siano state tutte “quella giusta”, anche se l’amore poi è finito; c’è chi ne ama più di una, e a sua volta da loro è riamato; c’è chi ha addirittura una relazione aperta, con tutte le complicazioni che ne possono derivare.

Ma tutti quanti, nessuno escluso, si dice cazzate. Nessuno ha l’amante, nessuno dice che esce con le amiche e poi si tromba uno sconosciuto nei cessi della discoteca, nessuno di loro va a mignotte lasciando moglie e figli a casa.

Tao Ruspoli (lo dice lui stesso) spera che con questo film possa aiutare le persone a capire alcune cose di sé e del proprio rapporto con gli altri, soprattutto con il proprio partner. Come? Attraverso il concetto dell’onestà: ammettere a se stessi, e agli altri, tutto ciò che non pensiamo di poter ammettere o dire perché influenzati da una società che continua a metterci in testa idee spesso fin troppo estreme, come la castità o il fatto che divorziare, lasciarsi, ammettere cioè uno sbaglio sia molto più dannoso che rimanere insieme (più una moltitudine di altri esempi che non citerò ma che potete tranquillamente immaginare).

Perciò, visto che temo che qui da noi non uscirà mai (per un semplice fatto di distribuzione, non robe tipo “l’Italia è retrograda, questo film non uscirà mai perché parla della gente che vive in tre”), ho pensato che fosse utile esprimere questo concetto: magari alcuni leggeranno questo post e penseranno che sono solo scuse, che siamo fatti per vivere un solo tipo di amore, che non è concesso altro, che “continuiamo a dirci cazzate, tanto se la mia ragazza non sa che l’ho tradita mica ci rimane male”.

Magari, però, ho aiutato qualcuno a riflettere un attimo prima di prendere una decisione sbagliata. Perché proprio di questo stiamo parlando. Qui non si inneggia all’infedeltà, tutt’altro: si spinge a essere sinceri, a tirare fuori tutto ciò che si ha dentro proprio per evitare l’inganno e il tradimento. Non significa certo che sia una strada facile: come ho già detto la maggior parte dell’umanità non è pronta, ed è più facile pensare di essere di qualcuno, di avere una sola scelta. Giustissimo: finché non si soffre.

Io penso che la fedeltà, la dedizione all’altro, come volete chiamarla, non sia qualcosa che dobbiamo imporci perché ce lo dice qualcuno. Penso che se siamo innamorati di qualcuno è con quel qualcuno che dobbiamo stare, ed è anche a quel qualcuno che dobbiamo rispetto, dunque onestà. Tutto qui.

JJ

 

Piccolo inciso: nel film le piccole scene recitate che raccontano il matrimonio del regista con la sua ex moglie, la quale era all’epoca molto giovane (18 anni), ha come protagonisti un ragazzo normale e una ragazza superfregna. E io mi sono detta: “Vabbè, come al solito per le ricostruzioni prendono sempre queste attrici/modelle fichissime che non hanno nulla a che fare con la realtà… Che palle”. Poi ho scoperto che l’ex moglie di Tao Ruspoli è Olivia Wilde. Allora scusa, niente, colpa mia.

Ciao, vado ad ammazzarmi
Ciao, vado ad ammazzarmi

I contanti, gli evasori, e noi

in economia/politica by

Renzi, che già circa due anni fa si era detto favorevole ad alleggerire il vincolo sull’utilizzo del contante, ha finalmente deciso di fare sul serio. È un provvedimento di buon senso, che purtroppo, nell’isteria assoluta che pervade il dibattito italiano sul tema, sembra impossibile affrontare razionalmente. Eppure si dovrebbe.

Punto primo. Porre limiti all’utilizzo del contante è giustificato dal fatto che favorisce l’evasione e il riciclaggio. Non è, il pagamento con contante, un male in sè. Come ho cercato di dire in altre occasioni, mi piacerebbe che si ragionasse di piú sul fatto che sanzionare comportamenti che in sè sarebbero leciti, ma che vengono penalizzati perchè “contigui”, o “di passaggio” verso comportamenti illeciti, non è il massimo della civiltà giuridica. Si è arrivati, in qualche comune, a multare chi guida in un certo modo, a una certa velocità, nella presunzione che questo comportamento preluda al tirar su una prostituta.

NEL DUBBIO VIETA.

E di divieto in divieto si muove, uno Stato già in grande difficoltà nel far rispettare norme piú condivise, complicando la vita agli onesti e rendendola del tutto identica a chi giá vive nell’illegalità. Invertendo l’ordine del ragionamento: tale comportamento è praticato dagli evasori, quindi lo vieto, perchè danneggeró gli evasori. I non-evasori non esistono, non hanno voce in capitolo. E chi si lamenta forse ha qualcosa da nascondere.

Punto secondo. Porre limiti all’utilizzo del contante non serve a granchè, se l’obiettivo è il contrasto all’evasione. Sfido chiunque a dimostrare l’esistenza un qualsiasi impatto positivo del limite ai contanti sui conti pubblici. In compenso, potrebbero non mancare gli effetti negativi: alcune transazioni che avrebbero potuto avvenire in contanti (ma non in nero), col limite sono state costrette al nulla di fatto o al nero. Un affarone. Vietare comportamenti comuni in zone grigie dell’economia e della società ha di solito effetti opposti a quelli desiderati, spingendole ancora di piú nella marginalità. Non a caso, un limite all’utilizzo di contante cosí stringente esiste solo in alcuni fortunati Paesi: Italia, Francia e Portogallo. Chissà come faranno gli altri, dalla Svizzera al Regno Unito, passando per Svezia e Germania. Pieni di evasori che comprano Lamborghini con pezzi da 20.

Punto terzo. Porre limiti ancora piú stringenti all’utilizzo del contante (lo ha proposto il partito dell’assemblea del liceo, a Giugno) ha costi sociali. E sono molto piú rilevanti dei benefici. Come ricorda Francesco Lippi, il 15% degli italiani non ha un conto corrente. E il contante è utilizzato, in generale, come mezzo prevalente da milioni di persone oneste. Riprendendo Lippi, “tassare il contante per combattere l’evasione e’ un po’ come riempire l’autostrada di dossi per far rispettare i limiti di velocità”.

Punto quarto. L’evasione è un fenomeno che va capito, studiato, e affrontato in maniera razionale. La follia del dibattito italiano, con la folla che grida “repressione” neanche fossimo in un film di Elio Petri, è non capire che a fronte dello stato di polizia tributario che già è presente, le aree sviluppate del Paese hanno un tasso di evasione fiscale molto piú basso della media UE 15. Ma questo non è privo di costi per cittadini e imprese, costretti a spendere notevoli quantitá di tempo e denaro per far fronte a una mole crescente di adempimenti giustificati dalla caccia agli evasori. Dovrebbe far riflettere, ma sull’argomento nessuno è disposto a farlo, contano solo gli slogan. Aiuterebbe, invece, chiedersi in quali settori l’evasione è prevalente. Basta una ricerca su Internet per scoprire che – non sorprenderá nessuno – i piú gettonati sono edilizia, servizi alla persona, ristorazione, ecc. Ovviamente è piú difficile evadere se sei McKinsey o Mapei. Ora, in Italia l’evasione è molto elevata al Sud. Il mio sospetto è che una delle ragioni di questo fatto sia anche la composizione: ossia, che avendo il Sud una economia privata paragonabile a quella di Colombia e/o Serbia, ne condivida anche l’incidenza dell’economia informale. Nessun limite ai contanti sarà rilevante in luoghi dove tutta la catena delle transazioni avviene senza scontrini, registri, bilanci. Ovviamente, se si vuole spezzare questa catena si puó intervenire con la repressione, o magari creando le condizioni perchè anche il Sud abbia una economia compatibile col terzo millennio. Scegliete voi. Ma parlare del pizzo (che pure viene ancora pagato dalla maggioranza di aziende ed esercizi commerciali), della burocrazia criminale e corrotta, dell’incertezza del diritto, del perdurante analfabetismo di massa (di cui NON SI DEVE SAPERE) e della lentezza dei processi, tutti fattori che rendono il Sud un relitto del mondo avanzato, fa meno fico che urlare agli evasori.

Punto quinto. Piaccia o non piaccia, il contante regola le attività illegali che non spariranno mai. O meglio, potrebbero sparire come attività illegali, per essere operative alla luce del sole. Ma siccome non vedo all’orizzonte liberalizzazioni di massa sul fronte prostituzione, per non dire droga, per non dire una vera apertura dei mercati del credito, esiste una massa imponente di transazioni di cui tener conto. Esistono poi altre piccole attività abusive (tassisti, parrucchiere, etc) che in alcuni casi sono abusive perchè così è loro imposto a mezzo di restrizione della concorrenza – vedi i tassisti abusivi – in altri perchè altrimenti non varrebbe la pena di lavorare. Tutte insieme, queste attività non violente fruttano redditi a individui. Questi redditi, secondo i nostri paladini della legalità fautori di limiti alla circolazione di valuta in stile argentino, dovrebbero continuare ad essere spesi come sono stati generati: in nero. Perché così, non a caso, funziona in Argentina. Un capolavoro su tutta la linea!

Questo, più o meno, è quello che penso sul tema. Per i più, ovviamente, è la prova che sto dalla parte degli evasori, perché questo è il livello del dibattito. Purtroppo, a quanto si scende in basso, un limite non lo si può mettere.

Una cena d’arte col Cardinale

in arte/cibo/scrivere by

In una brumosa giornata di ottobre del 1543, sul calar del sole, gli eleganti Giulio, Tiziano e Lapo si accomodavano affamati alla tavola della rinomata Locanda del Cardinale Innocenzo Cybo.
Il gusto del cardinale nel pianificare vivaci occasioni conviviali era ormai divenuto proverbiale quanto il suo amore per le belle arti. Così, mentre quella sera gli ospiti lo attendevano, l’oste cominciava a servire la cena.


 

Parte 1 – LE ORDINAZIONI

O: Benvenuti! Rimanete in sala per cortesia, ché beccafumi chi si avvicina troppo alla cucina. Cominciamo con un Martini come aperitivo? O del vino?

I signori optano per il vino e l’oste si allontana.

T: Ho una fame che mi mangerei una mondrian di bufali!
G: Io mi accontenterei di un pollaiolo.
L: Deh! D’altronde, come si può campare sangallo e sansovino?

O: [di ritorno] Ecco la lista dei vini. Se posso permettermi consiglierei un Vernet o un Fragonard. Altrimenti abbiamo dell’ottimo Passignano, se gradite calici più profumati.
L: Preferirei qualcosa di più robusti: ve lo chiedo senza milizia.
O: Ci sarebbe allora un Masaccio, o un corposo rosso fiorentino.
G: Meglio due boccioni di vino di Castello.
T: Addirittura due? Se continua così facciamo la fine del Trittico degli embriachi.
O: Vogliate scusarci, ma in effetti ne son rimasti solo due botticelli da mezzo litro.
L: [bisbigliando] qui non riusciamo a cavare un cassiano dal pozzo.
G: Vada per due botticelli. E nell’attesa ci porti anche un tozzo di panofsky.

L’oste provvede ed è nuovamente in sala.

O: Prego, mi sono permesso di portarvi un antipasto marinetti e monti per ingannar l’attesa. Come primi abbiamo degli strozza preti piacentini con pomodoro appena colto dal fattori, quadrucci in brueghel o una lasagna tagliata un po’ cortona.
G/L: [in coro] Lasagna!
T: Io invece gradirei l’ottima minestra.
O: Bene. Di secondo c’è un coscio di pollock, coratella di reni, carrà d’agnello affumicato, o saltimbocca ai ferri.
LPollock, per me.
T: Per me saltimbocca, per favore.
O: Li preferisce soffici o ben cotti e dürer?
TDürer, grazie.
O: Quanti?
T: Me ne porti sette o giotto.
G: Io invece prendo il carrà. E prendo pure un uovo sodo ma non troppo cotto; anzi, meglio, all’occhio di cimabue.
L: Attento che finisci come il mangiafagioli del Carracci… o peggio ancora come il Correggio!
[risate]
O: Benissimo. La carne, se gradite, si potrebbe accompagnare con un pontormo di ciardi, oppure di zucchi. O di zuccari, se preferite.
T: Se si potesse avere una cima (di rapa) da Conegliano sarebbe splendido. Noi veneti ne andiamo ghiotti.
G: Porti tutto, allora; poi ci organizziamo noi.
O: Bene. Dimenticavo: di solito lasciamo gli ospiti liberi di mangiare il pollock con le mani ma stavolta il cardinale mi ha pregato di riservarvi queste forchette informali. Le ha disegnate un certo Capogrossi. Torno subito.
[Si allontana]

 

Parte 2 – IL BANCHETTO

G: Quest’antipasto è uno schifano!
T: Giulio, dobbiamo essere gentileschi con il cuoco. Non vogliamo far torto al Cardinale: i tuoi giudizi sono sempre troppo severini.
L: Tiziano ha ragione. L’ultima volta che ho cenato in un locale del Cardinale mi son trovato molto benjamin: faccio ancora fatica a dimenticare quella bistecca di manzù
G: Secondo me avremmo fatto meglio a prenderci un modigliani al prosciutto, al volo. Mannaggia a quando rosai accettare l’invito. E poi qui fa un freddo cane.
T: C’è corrente: colpa della porta che è rimasta aperta. Tieni, mettiti questa pellizza da volpedo.
L: Ma queste cosa sono? Haring affumicate? Non hanno un bell’aspetto, forse Giulio ha ragione a non fidarsi. È strano poi che il Cardinale non si sia ancora fatto vivo.
G: Io vi avevo avvertiti. Qua è tutto un magnasco. Bisognerà farnese una ragione.
T: Giulio, sei una vipera. Anzi, una serpotta. Dobbiamo soltanto essere contenti se siamo seduti qui a mangiare. Lapo, dove sta il sale?
L: Ma che sei guercino? È lì, non lo vedi?

L’oste riappare, mettendo in tavola le portate principali. Gli ospiti cominciano a mangiare.

L: Debbo ricredermi, con queste portate si sono salviati. Questa lasagna è cotta in un modigliani impeccabile.
T: Tieni. Mettici un po’ di parmigianino.
L: No, grazie: Miróvina il sapore del sugo.
T: Ecco, credo di aver già mangiato troppo. Mi sento come un baburen nello stomer che non va né su né giù. Finirà con un biedermeier di proporzioni cosmiche, nella latrina.
G: Altrimenti dovrai prende qualcosa pe’ dimagritte.
T: Dovrò andare dal dottori?
L: Ma no. Basta non esagerare con i burri e con gli zuccari.
G: Ormai nun c’è pensa’. Magnamo.
L: Sono d’accordo con te, Giulio. Ma smettila di parlare romano, suvvia.

 

Parte 3 – L’EPILOGO

T: Oste! Oste! Un’altra carafa di vino, subito!
O: [rientrando di corsa in sala] Bianco o rosso?
T: Basta che sia cangiante. Non ho mai gradito le tinte tonali.
L: Voi veneti coi colori siete incorregibili. Ci porti dEl Greco di Tufo.
O: Bene. Devo però darvi una cattiva notizia. I saltimbocca non ci sono. Potrei sostituirli con del carpaccio al limonge.
G: Madonna Sistina! Non solo il Cardinale ha deciso di non presentarsi ma lascia che l’oste si prenda gioco di noi!
T: Neanche avessimo ordinato un Carneplastico futurista…
L: Calma, signori! Oste, porti il carpaccio e non si curi delle insolenze di questi due barberini.

L’oste, allarmato, fugge in cucina e torna servendo tutte le portate.
Turbato però dagli aspri giudizi dei commensali rimane in sala per verificare che tutto proceda per il verso giusto; ma ci vuole poco perché le critiche gli facciano perdere le staffe.

L: Non sento commenti. State dando dei cennini di stanchezza o sbaglio?
GArp! Hirst! Lewitt!
L: Cos’hai? Il singhiozzo?
G: Sto scomodo. Dev’essere lo zenale della sedia.
T: Oste! Oste! C’è un caravaggio nella minestra.
G: E lì c’è un vermeer, nel pomarancio! Che schifano! Passami l’olio di Argan, Lapo.
T: Che ci devi fare? Hai paura che il carpaccio cigoli?
G: Oste! Madonna Colonna! La carne è troppo tura!
O: Basta! L’avete ordinata e adesso vela mangiate! Razza di grassi vanvitelli che non siete altro!

Giulio balza in piedi sguainando la spada.

G: Lapo togliti dalì! Stavolta lo infilzo!
L: No, Giulio! Fermo!
G: Spostati che gli taglio il pistoletto!

L’ostentata pacatezza di Lapo non basta a placare il romano che, accecato dall’ira, sguaina la spada e fa a brandelli il malcapitato locandiere.

G: Anvedi come l’ho sgozzato! Madonna del Cardellino! Manco fosse stato Oloferne!
T: Sapevo che sarebbe finita malevic anche questa volta.
L: Non si può mai prevedere cosa si celant dietro a una cena dal Cardinal Cybo.
T: E ora che facciamo?
G: Non so voi, ma io cambio locanda. Ho proprio voglia di un cappuccino tiepolo.

 

Testo a cura di Ivan Alen, il suo ineffabile padre e Tad A.
Le imprecazioni di Giulio sono tratte dai titoli di celebri madonne dipinte da Raffaello Sanzio.

Ode estiva al commentatore

in arte by

Così di luglio canicola mi colse
nel legger quivi dell’ellenico “no”
che del martirio niente risolse.

Stavvi in Atene Yanis, e a tono
a chi domanda di qual direzione
della moneta invita abbandono,

ché d’Europa un’unica costituzione
non trovò speme nel loro giudizio
ma sola sorgente, di trista agitazione.

Tutti dottori, fin dall’inizio:
ovunque è segno di granda cultura
scriver pareri in quel tale ospizio

blu, popolare, american di fattura,
di come evitare ratti il cadere,
di come non cedere alla paura.

“È la Democrazia, che ferma il potere
che ferma la gogna del neoliberismo
posta ‘sì all’uso del laido banchiere!

Non pagheranno: v’è il classicismo,
che con Ulisse, Parmenide e Achille,
serra la morsa d’ogni anglicismo

quello d’i conti, che somman a mille,
che nel pareggiar tosto il bilancio
vi guardan dritti nelle pupille

e chiedon maligni di spesa il trancio”.
Così parlavon da destra e mancina
tutt’i teorici del keynesiano rilancio

ma non si curavan della carneficina,
di povertà e mestizia ch’arriva
già nella Grecia di socialismo fucina.

Sull’altra sponda corre giuliva
la massa degli orbi, degli entusiasti
di quell’Europa, ch’è locomotiva

della ricetta che solve i contrasti
centralizzando (in guisa già vista!),
e che solo cura i possibili fasti.

Quivi restavo, volgendo la vista
al duttile schermo, sempre in rinnovo,
leggendo di tutti il parere onanista,

quand’ecco cogliemmi un pensiero nuovo:
lasciamo da parte il solito articolo
e diamo al lettore codesto stilnovo.

L’apocalisse ludica di fine millennio

in humor by

I precedenti capitoli qui.

 

26. I CAVALIERI DELLO ZODIACO

I Cavalieri dello Zodiaco erano una serie di amici/nemici dai capelli lunghi, il sesso incerto, l’infanzia segnata e i poteri cosmici. I personaggi erano tantissimi, tanti quanto le “mosse speciali” di ognuno, le quali, per essere efficaci, andavano gridate a squarciagola (FULMINE DI PEGASUS et similia). I più importanti di tutti erano naturalmente i cavalieri protagonisti (con i nomi delle costellazioni: Cigno, Andromeda, Grande Carro), poi c’erano i Cavalieri d’oro (ognuno aveva il nome di un segno zodiacale, ed erano capeggiati da Paolo Fox) e infine le uniche donne* : Lady Isabel (capelli lillà ed espressione grave, lacrime agli occhi perenni) e Castalia (un’inquietante signora che girava con la maschera sempre in faccia, come Leatherface). I pupazzi erano complicatissimi da collezionare, perché ognuno aveva in dotazione un bustino con l’armatura sopra, i cui pezzi si disperdevano sistematicamente per casa e inceppavano l’aspirapolvere.

In più, nella pubblicità ti facevano vedere che stavano in piedi da soli, ma COL CAZZO che ci riuscivi, cadevano giù peggio di un paralitico senza la sedia a rotelle.

*a parte Andromeda. E ho nutrito seri dubbi anche su Crystal, lui e i suoi cigni

andr

27. LA PISTA POLISTIL

Appurato che tutti i bambini possiedono uno spirito agonistico pari a quello di Benji quando Holly gli segna un gol (con conseguente assenza da scuola per i successivi tre mesi, depressione acuta, meditazione in mezzo ai campi di calcio, soliloqui davanti ai passanti sconvolti), gli ingegneri della Gig (sospetto siano dietro ad ogni cosa) si inventarono una pista automobilistica da comporre, sulla quale correvano macchinine elettriche. Le più longeve si rompevano dopo una settimana, se prima il bambino non ci saltava sopra o non provocava un blackout facendoci cadere il succo di frutta.

Una particolarità: Le macchinine, essendo tutte mosse dallo stesso congegno elettrico, andavano tutte alla stessa velocità, ma nella pubblicità ti facevano credere che era possibile che qualcuno vincesse (i padri, sportivamente, fingevano sempre di perdere). Quando i bambini gareggiavano con gli altri bambini, il primo che si ricordava di dire “HO VINTO!” aveva effettivamente vinto.

28. I KOMBATTINI

I Kombattini erano nati dalla certezza degli ingegneri della Gig che i bambini sono attratti dalle cose ripugnanti e colorate che si combattono. Erano formiche con espressioni truci e mitragliatori in mano, dai colori sgargianti. La particolarità di questo giocattolo era che ogni kombattino aveva il culo (proprio così) coloratissimo e con dei brillantini al suo interno, e le varie chiappe potevano essere scambiate di kombattino in kombattino. Questo creava una distorta visione del corpo umano nel bambino, che dopo qualche giorno li gettava dalla finestra per vedere se il didietro serviva per attutire la caduta, o magari, chissà, era magico (tipica ingenuità del bambino).

Deviante
Deviante.

29. I CINQUE SAMURAI

I Cinque Samurai erano uno squallido tentativo attuato da qualche furbone di imitare i Cavalieri dello Zodiaco. Il risultato era lo stesso: c’era sempre quello efebico coi capelli biondi, il leader, quello riflessivo, quello che moriva sempre, i fratelli, ecc ecc. Però con i pupazzetti davano in regalo le fasce da vero samurai (?).

A volerla dire tutta, i cinque cretini erano davvero una spudorata copia dei Cavalieri, persino nelle armature, che avrebbero dovuto ricordare quelle di un samurai, ma somigliavano più a quelle dei cavalieri d’oro. Vergogna!

Samurai un corno
Samurai un corno

30. LE ARMI GIOCATTOLO

Di armi giocattolo ne esistevano di tutti i tipi e forme. Si andava dai fucili da cowboy col tappo rosso alle riproduzioni a grandezza naturale delle armi delle Tartarughe Ninja, passando per le fionde e persino i bazooka con le palline di gommapiuma. Il bambino, subito incitato dal padre a giocare gli indiani, finiva per infilare nell’occhio dell’amico una freccia con la ventosa, e allora veniva portato dallo psichiatra infantile.

Viso pallido, avrò tuo scalpo (e tuo occhio)
Viso pallido, avrò tuo scalpo (e tuo occhio)

 

JJ

Perchè con MafiaCapitale ti incazzi di meno, Ggggente?

in società by

“E’ una vergogna ed uno schifo che si diano dei soldi ai Rom e agli extracomunitari che rubano e spacciano, mentre agli italiani zero. E’ inconcepibile che lo Stato permetta questo. Non è razzismo, tutto ciò è solamente assurdo. Chi la pensa diversamente è complice di questa situazione”.

E’ questo il mood avvelenato, urlato e livoroso che si ingrossa ad intermittenza negli ultimi tempi e che contagia sempre più persone.

Scomponendo tale ‘immenso’ pensiero, ritroviamo alcuni elementi precisi:

  1. Non è questione di razzismo;
  2. E’ uno schifo che dei soldi pubblici siano dati a chi ruba;
  3. Tutto ciò provoca rabbia, veleno e legittima atti anche forti e decisi;
  4. Chi ruba non merita rispetto e commiserazione;
  5. Chi non la pensa così è un cretino perchè è complice di chi ruba;
  6.  La ggggente non ne può più ed è incazzata nera e lo grida perchè la gggente è ggggente semplice, de core, e chi non lo capisce non è normale.

Ora, prendiamo un attimo la faccenda di MafiaCapitale.

  1. Ci stanno soldi pubblici dati a chi se li ruba? Si.
  2. Quelli che rabbiosi si indignano avvelenati ed urlano contro rom ed extracomunitari e che invocano anche azioni forti e decise e che lo fanno per una questione di giustizia sociale e non di razzismo, stanno in qualche modo protestando con la stessa intensità di fronte la faccenda MafiaCapitale? Assolutamente no.
  3. Quindi, se a rubare sono politici italiani, questi meritano rispetto e commiserazione? Evidentemente si, visto che nessuno si sta indignando con la stessa esasperazione riservata a rom e simili.
  4. E, quindi, questi indignati non protestando e non gridando come fanno contro rom ed extracomunitari, tacitamente, in base al loro percorso logico di cui sopra, si autodefiniscono complici dei politici italiani che rubano? In base al percorso logico che adoperano, si.
  5. E, ancora, se tutta questa gggente de core, genuina, e tutte le stronzate varie, non si incazza, livorosa e con foga violenta come fa con rom ed extracomunitari, con i politici italiani che rubano, tacitamente contraddice se stessa e quindi si autodefinisce non normale? E si pone sullo stesso piano di chi con disprezzo addita come difensore e complice dei rom che rubano? Si.

In conclusione:

  1. La tenuta logica e ragionante del pensiero riportato in cima al post è pari a zero;
  2. la prossima volta che uno di questi scienziati della genuinità e della semplicità ruspista, che contro questi politici che hanno rubato (che magari ha pure votato) non ha detto nemmeno una mezza “A”, viene e si incazza schiumante di rabbia dicendo che i rom rubano e gli extracomunitari spacciano e che si fottono i soldi pubblici e che è una vergogna ed uno schifo etc etc, chiamare la neuro per un immediato ed urgentissimo Tso diventa quasi un obbligo necessario per il bene di tutti, in primis, ed in secundis per il bene delle persone che, in qualche modo, questo soggetto incontra durante il giorno.

Caro scienziatello dell’indignazione ruspista, sei fregato, perchè, per come ragioni, lo stesso casino e bordello che imbastisci contro rom e simili, lo devi fare contro i politici italiani che rubano, adesso! e subito!, con assembramenti e cartelloni e rotture di cazzo vari!.

Ma tu non lo farai.

E quindi non posso non considerarti alla stessa stregua di uno che 1)ti invita in un ristorante dove preparano solo carne e 2)appena seduti ti dice che aveva detto che voleva mangiare vegano, 3)quindi ti fa alzare, 4)ti porta al vegano, 5)ti siedi e vedi lui che risbrocca perchè aveva detto che voleva mangiare carne e così via all’infinito.

Perchè di questo stiamo parlando, di un modo di ragionare che in confronto il cervello di un dodicenne limitato sembra Leonardo da Vinci.

Insomma, non il massimo della vita.

Soundtrack1:‘Human Genoma Project’, Obake

Soundtrack2:‘Széchenyi’, Obake

Soundtrack3:‘Mooch’ June 44

Soundtrack4:‘It’s a wonderful life’, Sparklehorse

Soundtrack5:‘My black ass’, Shellac

 

L’apocalisse ludica di fine millennio

in humor by

Primo capitolo

Secondo capitolo

Terzo capitolo

Quarto capitolo

 

21. TANYA

Tanya era il nemico naturale di Barbie. Nata per contrastare il mercato della Mattel, Tanya era in tutto e per tutto uguale alla Barbie, ma era solitaria (non aveva un Ken, né una Skipper, né una Midge, soltanto una serie di Tanye uguali a lei ma con capelli diversi, probabilmente cloni malriusciti). Esisteva anche un tipo di Tanya morbida, la quale veniva distribuita in commercio ACCARTOCCIATA IN SCATOLE DI CARTONE. Non credo di aver provato mai tanta pena per un giocattolo come quando mi sono ricordata di questa cosa. Specialmente perché quando ero bambina ero convinta che i giocattoli avessero veramente un’anima; e la fottuta Pixar ha ideato Toy Story, e io ancora sospetto che mi abbiano copiato l’idea. Ma torniamo a Tanya. Successivamente, dopo la grande fortuna riscossa da Tanya Gelato (profumava di qualcosa di disgustosamente dolce), fu fatta sparire (probabilmente sciolta nella salamoia) per aver osato tentare di imporsi sulla famiglia Barbie. Ab aeternam, Tanya.

Occhiali da sole Tanya: responsabili della cecità infantile dal 1995 al 1997
Occhiali da sole Tanya: responsabili della cecità infantile dal 1995 al 1997

22. I MINI PONY

I Mini Pony erano un esperimento di laboratorio chiaramente andato storto: erano dei pony dai colori psichedelici, con criniere e code colorate e strani simboli esoterici sulle chiappe (che spaziavano dai fiori alle stelline, dalle svastiche ai cuoricini). Parlavano e conducevano una vita sociale, intrecciandosi nastri fra le criniere (e come? Con gli zoccoli?) e affrontando i problemi quotidiani dei pony, qualsiasi essi siano (probabilmente la scarsità mondiale di fieno o le strade invase dalla merda di cavallo). Presente nella confezione anche il pettinino per incasinare ancora di più le chiome, che poi (come accadeva per le Barbie) venivano barbaramente recise, e i Mini Pony assumevano l’aspetto di punkabbestia, prima di essere lanciati contro un vetro nel momento in cui si apprendeva che le criniere viola e gialle non sarebbero mai più ricresciute. La riproduzione, inoltre, era per questi animali incredibilmente complicata: infatti dopo qualche tempo nessuno riusciva più a distinguere i sessi, e bisognava andare a caso.

Tipico aspetto di cavallo maschio adulto
Esemplare di pony adulto maschio

23. LA MACCHINA DEL GELATO

Malata invenzione degli ingegneri della Gig che avrebbe dovuto permettere all’ingenuo bambino di farsi il gelato in casa. Nella confezione c’era la macchina del gelato (da cui il nome), accessori vari per la preparazione e delle bustine di gelato in polvere da far diventare, SECONDO LORO, come quello vero. Il bambino, dopo il sesto tentativo di riprodurre qualcosa che non fosse una pappa molle e disgustosa (completamente diversa dai capolavori da bar che si vedevano in pubblicità, magari anche guarniti con ombrellini decorativi e zuccherini, mortacci vostra, che l’avevate sicuro preso da Mondi), si arrendeva e lasciava il contenuto nella scatola ad impolverarsi e il gelato pian piano collassava su se stesso. Salvo poi ricordarsi, mesi o addirittura anni dopo, “Ma io avevo LA MACCHINA DEL GELATO!! Vediamo se funziona ancora!” Sì, funzionava ancora quell’aggeggio maledetto, e la poltiglia prodotta, oltre che essere disgustosa, ora era anche LETALE.

NB: Forse la cosa più bella della Macchina del Gelato è che il volto testimonial era quello di Fabrizio Bracconeri.

 

24. LE PENTOLINE

Le pentoline erano uno stress continuo per i genitori. Le bambine ne volevano avere ancora, e ancora, e ancora, fino a che la scatola che le conteneva non pesava 45 kg, e al padre per tirarla giù dallo scaffale usciva fuori un’ernia. Diabolici oggetti in plastica o metallo, erano fedeli riproduzioni di oggetti di cucina, dalle posate ai fornelli, passando anche per cose da mangiare di plastica (che, ingerite, soffocavano il fratello minore o il cane). Le vendevano in confezioni da più pezzi dal giornalaio, e il genitore, ogni volta che acquistava un quotidiano, era assalito dalla pressante richiesta di averne delle altre. Se non altro, il giocattolo era uno dei pochi che riusciva a tenere buona la bambina, nella maggior parte dei casi, la quale però poi si guardava bene dall’aiutare la madre ad apparecchiare la tavola, quella vera.

Dai colori sobri e piacevoli
Dai colori sobri e piacevoli

25. LE TARTARUGHE NINJA

Le tartarughe ninja, prodotto di una mente malata, erano tartarughe mutanti (da questa ispirazione, come ho già detto, vennero fuori i Biker Mice, gli Extreme Dinosaurs e persino gli Street Sharks, insomma qualsiasi animale mutabile tramite scorie radioattive) seguite dal loro maestro Splinter (un ratto in kimono, gigantesco e flemmatico) che gli insegnava le arti marziali. La loro punta di diamante era una giovane giornalista vestita da banana con la stessa pettinatura di He Man (e del principe Cuorforte) chiamata April ‘O Neil, che nei giochi fra amichetti era interpretata o dall’unica femmina del gruppo o dal più effemminato della compagnia, e la sua parte consisteva per lo più nello stare seduta legata da qualche parte in attesa del salvataggio delle astute tartarughe. Il cattivo era Shredder, una specie di Diabolik di ferro, che aveva due sgherri, Rock Steady e Be-Bop, rispettivamente un rinoceronte e un facocero (anche loro mutanti, sennò gli altri si sentivano soli). E poi c’era Krang, il vertice della piramide, al quale anche Shredder si sottometteva, che era una Big Babol già masticata con dei tentacoli, dalla voce estremamente stridula. I maschi volevano sempre essere Leonardo che era il più forte (ma in base a cosa?), quello che faceva Donatello veniva scherzato perché aveva la bandana viola da femmina, Michelangelo si dava i nunchaku in faccia, le femmine si annoiavano e per Natale il bambino pretendeva di ricevere il camion sparapizze delle Tartarughe Ninja. Rovinoso.

In tempi moderni, i disegnatori del cartone ci hanno riprovato, con una versione tutta nuova, dove April ha la pancia scoperta, le tartarughe sono più coatte e hanno gli occhi bianchi. Risultato: ragazzi, non drogatevi, altrimenti diventerete come le nuove Tartarughe Ninja.

Ripropongo qui la magnifica sigla che, a distanza di più di 20 anni, non so affatto ancora a memoria, perché comunque ormai sono un’adulta responsabile.

PS: Se ci sono psicologi su questo blog vi chiedo di dirmi se è normale che da bambina fossi innamorata di una tartaruga antropomorfa con le fasce arancioni in testa.

 

 

 

JJ

Le Appassionanti Avventure di Zio Herzog

in cinema by

Forse molti di voi si chiederanno cosa faceva zio H. prima di dedicarsi al cinema. Molti forse penseranno che, in fondo in fondo, per quanto sia un personaggio allucinante, il vecchio Werner non è poi così strano da vivere un’adolescenza tanto differente da quella di noialtri.

No, tentate di nuovo.

A parte convivere con Kinski, Werner, appena adolescente, si trasferisce a Manchester per stalkerare una ragazzetta: si innamora, e pur di starle appresso affitta una catapecchia nella banlieue inglese (suburb?) che divide con quattro bengalesi, tre nigeriani e una marea de topi (non quelli Disneyani, proprio i ratti de fogna). Tenete a mente questi topi perché nei primi anni della vita del giovane zio H. questi repellenti mammiferi saranno sempre presenti.

I watch you while you sleep.

Si sa che però, a quell’età, l’amore spesso è effimero e volubile come la fiamma di una candela (becca ‘sta metafora), oppure magari questa aveva deciso di non dargliela nonostante lo stalking, dunque H., dopo il diploma liceale, decide di cambiare direzione.

È il 1961, e Herzog ha 19 anni. Un adolescente normale probabilmente sarebbe tornato a casa dei genitori ad ammazzarsi di pippe davanti alle riviste zozze, ma H. non è un adolescente normale, e naturalmente sceglie di andare verso il disagio più nero: tornato a Monaco, dà due bacetti alla mamma e le dice di volersi mettere alla guida di un camion che fa parte di un convoglio diretto ad Atene.

No ma la Grecia, dice W., è solo uno scalo.

Ah, e dove saresti dunque diretto, caro?

Che palle, ma’: vado nel Congo belga.

Nel Congo belga dove hanno appena proclamato l’indipendenza e ci stanno tipo i colpi di stato e la gente che muore in continuazione?

Una rara immagine dei tumulti in Congo belga durante quegli anni
Una rara immagine dei tumulti in Congo belga durante quegli anni

“Sono affascinato dall’idea che la nostra civiltà sia come un sottile strato di ghiaccio sopra un oceano profondo di caos e tenebre” (sic), risponde Werner.

Ah, allora vai pure tesoro. Ti preparo un paio di panini.

In realtà questa frase Herzog la dirà quasi 50 anni dopo, ricordando questo episodio. Possiamo immaginare che il vero dialogo con la madre sia stato tipo:

Alloraiovadomammaciao

Aspetta Werner, dove vai?

No è che volevo andare un po’ in Grecia.

Ma come ci vai?

Eh, un amico di Fritz mi ha detto che cercano un autista per un camion diretto ad Atene.

Ma chi è Fritz?

A ma’, è quello biondo.

Senti ma poi rimani lì ad Atene? Scrivimi quando arrivi.

Sì. Oddio, magari mi allungo fino ad Alessandria d’Egitto.

In Africa? Attento però eh.

Ma attento a cosa?

E non andare in Congo belga, che lì sparano!

Allora ciao, eh!

[esce di casa]

[dalla tromba delle scale] Werner, VAI PIANO!! E metti la cintura!

In quel momento il giovane W. non sa, però, che tutti coloro che avevano cercato di raggiungere le province del Congo belga erano morti.

Per fortuna, arrivato a Juba, W. si ammala, e si rende conto che se vuole vivere abbastanza per poter poi tornare a suicidarsi in Congo belga, deve tornare indietro.

La morale? Viene trovato qualche giorno dopo da un ingegnere tedesco vicino alla diga di Assuan, in un rifugio, febbricitante e coperto dai topi che iniziavano a utilizzare il suo maglione come nido e a cibarsi della sua carne: su una guancia porta ancora la cicatrice del topo che lo svegliò mentre cercava di farlo a brandelli.

Niente, poi torna in Germania e si iscrive all’università sotto minaccia della madre, che quando lo vede tornare gli proibisce di tenere in casa i topi, ma lo incoraggia nel suo più grande sogno: quello di diventare un regista.

Mentre il padre?

No, il padre no; il padre, scrive la mamma in una delle sue lettere ricevute da W. mentre era a Creta, “non vede l’ora di dissuaderti dal diventare regista” (sic).

Però il signor Herzog (“duca” in tedesco) ha un merito: avere un cognome strafico, che Werner, nonostante fosse registrato all’anagrafe con quello della madre (Stipetić), si prende la briga di utilizzare per fare una figura più cool ai festival del cinema.

Tutti vincono, come al solito.

JJ

Generatore automatico di titoli di VICE

in giornalismo/internet by

VICE, si sa, è ormai la rivista più ingiovane d’Italia, tutta un pullulare di articoli interessantissimi quali “Ho vissuto per una settimana con 2 euro al giorno”Ho guardato Agon Channel per 15 ore consecutive”, o “La tua colazione a base di vagina” e anche “Abbiamo chiesto a 20 sconosciuti che non sono modelli di baciarsi”.

Sull’onda di tutto questo carico d’informazione di qualità, noi di Libernazione abbiamo pensato bene di dare una mano. Quindi fate refresh per scoprire nuovi titoli di articoli di VICE.

Siamo stati invitati con la gradevole compagnia di Amadeus in Nepal: la gente lì si diverte davvero un casino.

L’apocalisse ludica di fine millennio

in humor by

Primo capitolo

Secondo capitolo

Terzo capitolo

 

16. LA LEGO/LEGO TECHNIC

Fortunata associazione di pazzi che si inventò il fatto che curiosi omini della dimensione di una falange e dalla faccia gialla cilindroidale con sempre la stessa espressione ebete potessero diventare abilissimi ingegneri, costruttori di astronavi, parrucchieri. E’ inutile spiegare il funzionamento dei Lego, perché è chiaro a tutti. C’è pure il film. Gli altri comunque sono pregati di aggiornarsi. Le costruzioni ebbero così tanto successo che uscirono anche quelle a tema: la montagna di Indiana Jones, il Lego Star Wars, persino quello di Harry Potter, tutti a prezzi vertiginosi. La particolarità della Lego era una sola: come nei puzzle, alla fine veniva fuori che mancava sempre un pezzo, uno dei mattoncini, risultato introvabile nonostante le ricerche forsennate. Qualche mese più tardi, qualcuno finalmente lo ritrovava calpestandolo, e invocando alcuni noti santi della cultura cristiana.

Esiste una perversa sottomarca della Lego, la Lego Technic: il concetto è lo stesso, ma le macchine sono più elaborate e difficili da costruire, ci vuole almeno una brugola, e non esistono omini che le guidano. Per bambini nerd e molto soli.

 

Come carboni ardenti
Come carboni ardenti
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Non venivano mai così belli quando ci provavo io

17. MIGHTY MAX

Anche conosciuti dalle bambine come “I Polly Pocket per i maschi”, i Mighty Max erano esattamente come i Polly Pocket, con la differenza che però il personaggio era uno sfigatissimo bambino dai capelli ossigenati, che si trovava a dover combattere perennemente contro mummie, serpenti, mostri di ghiaccio, scheletri, scienziati pazzi, assassini muniti di seghe elettriche, il tutto sempre in case decappottabili, ma dall’ambiente squisitamente horror. Anche qui gli ideatori si sono sbizzarriti inserendo i Mini Mighty Max: ambientazioni più piccole, ma sempre gli stessi maniaci omicidi.

Solo nei vostri peggiori incubi
Solo nei vostri peggiori incubi

18. LE MICRO MACHINES

Quasi a voler obbligare i bambini a morire per soffocamento (o stress causato dalla perdita del giocattolo minuscolo), oltre ai Polly Pocket vennero introdotte le Micro Machines. Dal nome, macchine minuscole, lasciate dal bambino perennemente in giro, con la conseguenza di femori rotti e traumi cranici. Erano tantissime, una collezione infinita. Spaziavano dalle macchine da corsa alle ruspe, dalle navi alle barche a vela; successivamente gli ingegneri della Gig inventarono il camper che si apriva a metà e diventava una città full optional, l’elicottero dei carabinieri che era una base segreta, e via dicendo. La particolarità del giocattolo era il prezzo, inversamente proporzionale alla grandezza della macchinina. Le Micro Machines sono state recentemente rilanciate (non contro un vetro) dagli avidi ingegneri della gig.

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19. LADY LOVELY LOCKS

Lady Lovely era uno smielato cartone animato (dal quale uscirono di conseguenza anche le bambole, stampo della Skipper di Barbie) che trattava di una specie di principessa piena di fiocchi, gioielli e capelli irrimediabilmente lunghi e vaporosi (ma dai colori punk), la quale si struggeva d’amore per il principe Cuorforte (un efebo pettinato come He Man) e circondata da ridicole deficienti colorate e animali tristemente tinti di rosa e fucsia (come la tigre di He Man). La cattiva era una perfida duchessa con i capelli neri (infatti si chiamava NERONDA, nomen omen), come a dire: se non sei bionda e con la pelle di pesca, sei cattiva. Le bionde buone passavano il tempo a difendere il loro regno costellato di pony blu dalla perfida duchessa, che magari voleva solo riconquistare il proprio posto nell’alta società, vai a sapere.

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Fatevi un’altra lampada

20. LE CHERRY MERRY MUFFIN

Erano bambole di plastica dura (se le tiravi a tuo fratello, era consequenziale il trauma cranico), somigliavano a una Skipper con le caviglie gonfie, avevano vestitini dalle tinte ambigue e ognuna aveva un profumo differente (io ne avevo una gialla, gadget annesso LA BANANA con piedi e mani, deviante: la potete vedere nell’immagine sottostante). I gusti erano quelli della frutta: ciliegia, mirtillo, banana, fragola, mango, papaya, licis. L’odore, che avrebbe dovuto ricordare i frutti di cui sopra, era in realtà un’orrenda puzza di plastica radioattiva. Ideate senz’altro per far familiarizzare il marmocchio impertinente con gli alimenti ricchi di vitamine, per anni io le ho conosciute come “le bambole che profumavano di frutta”, fino alla traumatica scoperta che in realtà portavano un nome da pornostar.

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Scusate, ma la terza da sinistra a che gusto è?

JJ

L’Apocalisse ludica di fine millennio

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Prima infornata

Seconda infornata

 

11. I TROLLS

Di troll ne esistono tanti. Ci sono quelli shakespeariani, ci sono quelli fiabeschi con le guance rosa, ci sono quelli di Harry Potter enormi e cattivi e quelli del Signore degli Anelli ancora più enormi e ancora più cattivi, ci sono quelli su internet. Ma solo gli ingegneri della Gig potevano inventarsi I TROLL GARBATI! Questi esserini dal sesso incerto (nello spazio fra una gamba e l’altra c’era solo quest’arcata vuota e liscia) erano ancora più inutili degli Exogini, in quanto non credo fossero nemmeno da collezione. Ad ogni buon conto, alcuni erano muniti di occhiali da sole trendy, ma tutti sfoggiavano pettinature alla moda (fosforescenti come i pannolini dei paciocchini, e quindi facilmente abbinabili in caso di esposizione sulla libreria).

I WILL KILL EVERYONE YOU LOVE
I WILL KILL EVERYONE YOU LOVE

12. I BIKER MICE (DA MARTE)

I Biker Mice (da Marte) erano tre topi giganti e futuristici (dopo le Tartarughe Ninja hanno mutato cani e porci), dai corpi antropomorfi e pieni di metallo addosso, il tutto esplicabile col fatto che venivano da Marte (?); ai più ricordavano invece i punkabbestia della stazione Ostiense. Giravano in moto (evidentemente su Marte anche i topi giganti possono prendere la patente A) e portavano nomi riecheggianti le atmosfere automobilistiche (Pistone, Turbo, Bollodellassicurazione). Avevano un’amica umana fregna, l’equivalente di April O’Neill, anche lei con i  capelli a paggetto bruni; questa però invece della giornalista faceva il meccanico, cosa altamente improbabile se avete visto l’avvenenza media dei meccanici femmine nel mondo. Come April con Michelangelo, anche lei se la intendeva con quello più simpatico del trio. Gli altri due erano efebici, uno era il leader della banda, con gli occhiali da sole, l’altro era quello più imbottito di metallo, solitario e fissato col combattimento (era quello più virile, quindi tutti i bambini volevano essere lui e avere il suo pupazzetto). I Biker Mice (da Marte) combattevano contro un nemico che era una scoria radioattiva (non sto scherzando).

Gioventù bruciata, portavano anche l'orecchino.
Gioventù bruciata, portavano anche l’orecchino.

13. LE SORELLINE DI BARBIE

Le sorelline di Barbie non potevano essere le figlie di Barbie, perché Ken era solo il suo fidanzato, niente figli se non sposati! (nonostante sono sicura che esistesse anche una “Barbie matrimonio”, probabilmente finito in divorzio a causa delle amiche zoccole di Barbie). In ogni caso vai a occuparti della prole quando sei un medico, un calciatore, una barista, una surfista e chi più ne ha più ne metta. Quindi: sorelline. Se ne contano 4 in tutto, chiamate (in ordine decrescente) Skipper, Stacey, Shelly e Krissy. Distinte dalle altre bambole per l’uso continuo di K e Y, le sorelline di Barbie sono una vera piaga: Skipper è l’amante di Ken, Stacey dev’essere aiutata con i compiti, Shelly ha bisogno di un costume per Carnevale e Krissy necessita di due poppate al giorno più cambio di pannolini. Non sono più in fabbricazione perché eliminate dalla faccia della terra dalla stessa Barbie.

Maledette punk
Maledette punk

14. LA CASA DI BARBIE

La casa di Barbie è un termine errato. Quello corretto è LE CASE di Barbie, visto che la riccona ne aveva circa una 15ina solo in commercio in Italia, sicuramente tutte intestate alle sorelline per frodare il fisco. Le case di Barbie (che avevano nomi tipo “La casa dei sogni” o “La casa della baia incantata”, che era quella a Fregene) erano teatro di orge di ogni tipo, protagonisti Barbie, Ken, Midge, Alan (gli amici meno ricchi), e chi più ne ha più ne metta. Proprio in questa occasione fu inventata, dagli ingegneri della Mattel, anche la coppia afroamericana, per ovvi motivi riconducibili alle ammucchiate. Fra scambi di coppie e amenità varie, quando arrivava Skipper per il thè sul terrazzo, tutti si rivestivano facendo finta di niente.

Barbie, sappiamo entrambe che quel vestito finirà su una specchiera a momenti
Barbie, sappiamo entrambe che quel vestito di dubbio gusto finirà su una specchiera a momenti

15. HE MAN

He Man era una sorta di Conan il Barbaro ma aggraziato, gentile, biondo con i capelli a paggetto e vestito come uno dei California Dream Men. Il titolo completo della serie era “He Man and the Masters of the Universe” (amici di basse pretese) e la compagnia, per quello che ricordo, era formata da donne vestite come Madonna nei suoi momenti peggiori, Tom Selleck, una specie di fantasmino timido e la tigre casalinga di He Man, dal pelo barbaramente tinto, tanto all’epoca non andavano ancora di moda gli attivisti per i diritti degli animali. I cattivi erano Skeletor (il leader con le manie di protagonismo) e due sgherri, la classica donna bella e cattiva e il mostro deforme (forse c’era anche il servo stupido). I bambini si immedesimavano in He Man e passavano ore a giocare con la spada luminosa gialla, rincorrendo i gatti.

No, per dire
No, per dire

A fra due settimane, boys & girlz.

 

JJ

1992 (spiegato male)

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È finito anche 1992. È stato un fenomeno di massa, tipo Gomorra ma meno di Gomorra, perché era più brutto di Gomorra e perché nessuno era tamarro e napoletano e manco uno è stato sparato. Fatto sta che va molto di moda parlarne: siete fuori dal mondo e senza battuta pronta se non sapete di cosa si tratta, chi è Leonardo Notte, come si fa a risolvere una disputa genitore-docente e che cosa c’è tra gli incisivi di Tea Falco. Sono qui per darvi una piccola mano, con un agile compendio dei personaggi principali: se non sapete come ringraziarmi, vi lascio nei commenti il mio IBAN.

Leonardo Notte: è Stefano Accorsi, cioè –se non lo avete ancora capito– quello che ha avuto l’idea della serie, e non a caso si è ritagliato il personaggio mezzo figo addosso. Ciò che dovete sapere è che tromberà sempre e comunque più di voi e che riuscirà a farla franca in ogni contesto con un sorriso da testa di cazzo stampato sotto una capigliatura degna di un omino del calcio balilla. Si chiava Miriam Leone, oltre a praticamente ogni altro essere di sesso femminile che gli capiti a tiro, comprese tardone e minorenni. In più fuma, beve, è ricco sfondato e ha capito che Berlusconi è la chiave della svolta politica dei 20 anni successivi. A breve un film su di lui interpretato da Robert Downey Jr.

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Renato Pozzetto reagisce al personaggio di Leonardo Notte.

Pietro Bosco: questo fa il leghista. Quindi, inevitabilmente, è da contratto buzzurro, ignorante, grosso, rasato, aggressivo, analfabeta. Forse il personaggio meglio tratteggiato della serie, ci fa capire quanto dovremmo rimpiangere i giganti della Prima Repubblica rispetto al deserto intellettuale e politico della seconda. Si chiava (indovinate un po’?) Miriam Leone.

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Pietro Bosco, che nella vita reale è un incrocio tra Il Freddo e D’Artagnan.

Veronica Castello: Miriam Leone con un grosso problema col sesso, ovvero il vero ottimo motivo per guardare la serie. È assolutamente fantascientifico che rimanga incinta alla nona puntata (NONA PUNTATA), dopo averci illustrato come, anche trombando CHIUNQUE TI CAPITI A TIRO, nel 1992 non si riusciva ad andare a Domenica In. Roba tosta questo mondo dello spettacolo, mica come pensate voi altri.

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All’incirca tutto quello che c’è da sapere su Veronica Castello.

Luca Pastore: questo c’ha l’AIDS per colpa dei cattivi, quindi passa la serie a cercare di sbattere in galera i cattivi, fottendosene di qualsiasi altra cosa gli succeda d’intorno. Fine.
Ah, incredibilmente non si chiava Miriam Leone. Rimedia però con Tea Falco.

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Luca Pastore realizza di essere l’unico stronzo a non aver approfittato di Veronica Castello.

Beatrice “Bibi” Mainaghi: la principessa INDISCUSSA della serie. Non si capisce un cazzo di niente quando parla, e oltretutto è difficilissimo parlare come lei: una specie di fenomeno da baraccone. L’internet è impazzito rispolverando alcuni suoi video in cui recita su Youtube che avremo la cura di non mostrarvi. Inaspettatamente non si chiava Miriam Leone, ma viene ovviamente chiavata da Notte. E da Pastore. Viene anche inclusa in una mezza citazione da Pulp Fiction che francamente boh.

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Walter White non ha chiara la domanda di Tea Falco.

Rocco Venturi: è uno pettinato male.

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I capelli del cazzo di Rocco Venturi.

 

Nota di realtà:
1) Piercamillo Davigo: il magistrato è in realtà del pavese, però è interpretato da Natalino Balasso, quindi parla rovigotto. Il risultato è quello di un pensionato veneto. Boh.
2) Silvio Berlusconi: qui si sorpassa il ridicolo. È tipo peggio della peggior caricatura che un vostro amico ubriaco al bar potrebbe fare di Berlusconi. Roba che il Bagaglino in confronto è un gruppo di cloni di Gassman. Se l’avessero fatto fare a Pippo Franco almeno ci sarebbe stato un momento amarcord.

Comunque, insomma, di tutta la serie l’unico che non chiava manco per sbaglio è Di Pietro.

I Nobraino (spiegati male)

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Dopo la gustosissima polemica sulla battuta del gruppo “Nobraino”, della quale ho avuto coscienza grazie all’articolo del sempre ottimo Canimorti, ho pensato una cosa e una soltanto: e chi cazzo sono, adesso, questi qua? Perché se ne riporta una notizia? Dove mi trovo?

Quindi, con grande magnanimità, ho pensato di dare voce al #paesereale, che risoluto chiede a gran voce spiegazioni, e di fornirvi un breve vademecum realizzato in 5-7 minuti con sommarie ricerche online e spezzoni di canzoni ascoltate superficialmente. Questo sunto vi farà risparmiare un sacco di tempo e vi permetterà di dire la vostra sulla questione, di cui in realtà non frega un cazzo a nessuno, delle battute che questi simpatici buontemponi fanno sulla strage del canale di Sicilia, o di quelle che faranno. Tutto materiale comunque buono per provare a rimorchiare, chissà.

NB: Se qualche fan della band vuole contattarmi per eventuali lamentele, può farlo inviando una mail a questo indirizzo di posta autogenerato che si distruggerà fra 10 minuti: g2131907@trbvm.com.

Allora, i Nobraino nascono a Riccione. E questo già dovrebbe darvi un sacco di informazioni che forse no, non volevate sapere. Invece di assumere sostanze stupefacenti e mettere dischi al Cocoricò come tutti i loro compagni di scuola, i nostri decidono di darsi al folk.

Wikipedia riporta:

“In base a quanto riferiscono i membri della band provavano in una saletta improvvisata nei magazzini della palestra. Nel 2006, sotto produzione di Andrea Felli esce The Best Of, disco che raccoglie i lavori dei Nobraino dagli esordi sino al 2006. Tra il 2007 e il 2008 partecipano a molte manifestazioni locali e anche come gruppo spalla di Roy Paci & Aretuska, Marta sui Tubi e Morgan.”

Che dire, già non è da tutti avere il fegato di fare da gruppo spalla ai Marta sui Tubi –per non dire di Morgan– ma più di tutto è notevole uscire con un primo album che si chiama “The Best Of”. Che cioè, Cristo, neanche hai iniziato e già hai bisogno di raccogliere il meglio. Tutto il meglio prodotto nei fantomatici magazzini della palestra. Che poi io manco sapevo che le palestre avessero dei magazzini.

Quindi è il turno dell’album dall’emblematico nome “No USA! No UK!” e l’etichetta è –ovviamente, irrimediabilmente– indipendente. Non partecipano al festival di Sanremo (che forse è un po’ USA, un po’ UK), bensì al dopofestival, che è un po’ come il dopolavoro del festival, anche se ci mettono i conduttori che non conosce nessuno.

Dopodiché succedono altre cose che non ho voglia di raccontarvi, tra cui due dischi dagli arguti titoli “Disco d’Oro” (che gustosa gag!) e “L’ultimo dei Nobraino”, che se volesse il cielo decidono di non andarsene dai magazzini della palestra e farne un altro sai che casino col nuovo titolo. Poi arriva l’immancabile concertone del 1 Maggio, organizzato dal Comitato dei cittadini e lavoratori liberi e pensanti (così cita Wikipedia, e chi sono io per omettere il Comitato?) fianco a fianco, tra gli altri, al gruppo preferito della redazione di Libernazione, i 99 Posse. Nella graziosa cornice del concertone, durante la performance, il cantante dei Nobraino prende un rasoio elettrico e decide di rasarsi i capelli. Perché? Che discorsi, avete mai chiesto a Duchamp perché firmare un cesso? E allora.

 

 

Qui, per riprenderci un po’ tutti dal video qua sopra, riporto un pezzo che ho trovato su Youtube che, devo dire ora che li ho presi un po’ per il culo, non è poi male, se soprassediamo sui capelli del cantante. E pensare che Genny Savastano non era ancora nell’immaginario collettivo. Forse abbiamo spiegato il ribelle gesto del 1 maggio.

 

L’apocalisse ludica di fine millennio

in humor by

Ed è magicamente di nuovo venerdì.

Prima puntata qui.

6. I GI-JOE

Erano le bambole per i maschi, il giocattolo bellico per eccellenza ai nostri tempi (1990?). I GI-JOE (mai capito perché si chiamassero così) erano dei pupazzetti di media grandezza vestiti come i coatti in discoteca (canottiere, medagliette, anfibi e pantaloni mimetici), dei quali lo scopo vitale era la smania di combattersi a vicenda, massacrandosi senza distinzione di razza, età o ceto sociale, inneggiando però, paradossalmente, alla pace. Esisteva una sola donna fra i pupazzetti, che però era chiaramente un travestito, visti i tratti maschili e squadrati, il rossetto abbondante e il seno rifatto.

In questa immagine: il rarissimo cameo dei Village People nella serie animata dei GI-Joe
In questa immagine: il rarissimo cameo dei Village People nella serie animata dei GI-Joe

7. I DOLCI SEGRETI

I dolci segreti furono i primi giocattoli che insegnarono alle bambine quanto è bello possedere pietre colorate e luminose. Erano delle scatoline di varie forme con sopra una pietra “preziosa” (in VERA PLASTICA!). Se aperte, non si rivelavano scatoline e basta, ma si estraevano da esse braccia, gambe e testa, e si formavano orribili bamboline kitsch con i capelli rosa e fucsia. Anche loro munite di un’oggettistica da far invidia ad un coltellino svizzero, compresi i pettinini per le bambine (subito persi per sempre sotto alla libreria).

"Ucciderò tutta la tua famiglia nel sonno"
“Ucciderò tutta la tua famiglia nel sonno”

8. GLI EXOGINI

Erano degli esseri in plastica collezionabili in busta chiusa, monocolore e completamente inutili. Non erano belli. Non erano funzionali. Probabilmente se lanciati non facevano nemmeno male. Però i bambini facevano a gara a chi ne aveva di più e se li scambiavano persino fra loro. Perché? Non potevano usare le figurine come tutti gli altri?

No comment
No comment

9. GLI ECOLOGINI

Gli Ecologini erano dei mostri affetti da nanismo e con un problema evidente di bile: erano completamente verdi, il che li rendeva simili a rane. Ma nessuno ha mai capito perché si chiamassero così. Forse verde = natura = ecologia? Sì, ma che facevano questi? Ripulivano piazza San Giovanni dopo il concerto del primo maggio? Ad ogni modo, come tutti i loro fratelli che terminavano con il suffisso -ini, erano perfetti per essere lanciati con violenza contro gli altri bambini.

Li ricordavo meno inquietanti
Li ricordavo meno inquietanti

10. I PACIOCCHINI
I paciocchini erano un’infinita serie di marmocchi di plastica morbida (ma se li tiravi al tuo compagno di banco comunque facevano malissimo) dal colore rosa pallido che si esibivano ognuno in una posa diversa, ognuno con un nome diverso e ognuno col suo pannolino di spugna dai colori fosforescenti. Le bambine ne avevano a milioni, anche loro si collezionavano in busta chiusa, con la conseguenza che ti ritrovavi con 13 paciocchini seduti, 15 col cucchiaio in mano e 25 col cappellino. Gli ideatori, sadicamente, successivamente si inventarono i colori alternativi (abile tattica per avere 5 paciocchini nella stessa posa ma di colore diverso); ne esistevano di marroni, gialli, altri rosa caramella ma addirittura erano arrivati all’azzurrino e all’arancione trasparente! Ancora più in là, vennero ideati dei paciocchini più piccoli, che erano ancora più elaborati nelle pose e nei colori! Roba da galera!

Stupidi mocciosi
Stupidi mocciosi

JJ

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